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2020-10-09
La Caritas plaude alle frontiere aperte e va a battere cassa sui fondi per migranti
Ansa
«Uno sforzo positivo». In realtà è un'ovazione quella che la Caritas italiana ha riservato alla decisione di modificare i decreti Sicurezza. La Cei non può ammetterlo per non sgualcire tonache e protocollo, ma il segretario generale monsignor Stefano Russo leva la mano benedicente sul capo di Giuseppe Conte. Lo fa a margine della presentazione del Rapporto immigrazione a Roma curato dalla fondazione Migrantes. «Mi sembra che ci sia lo sforzo di andare più in profondità, un'attenzione specifica sulle situazioni particolari che riguardano i migranti. Anche se è presto per dare un giudizio definitivo, vediamo come si evolve».
La compostezza del monsignore non è soltanto una concessione all'educazione curiale ma un messaggio chiaro. Fin qui il governo intende smantellare le norme volute da Matteo Salvini per arginare i flussi e ripristinare la meravigliosa invasione per le associazioni cattoliche e i loro commercialisti. Agli occhi di chi gestisce il business del migrante è una buona ripartenza ma non basta; dopo l'enciclica di Papa Francesco nella quale teorizza il «diritto all'accoglienza», la macchina organizzativa e di marketing all'ombra del campanile lavora per recuperare due anni di deficit, di crisi, di minori introiti chiedendo (per ora sottovoce come ogni lobby che si rispetti) l'incremento degli interventi economici, il ripristino totale delle agevolazioni fiscali e l'alleggerimento burocratico della rendicontazione su come vengono spesi i contributi. Insomma soldi.
La teoria più diffusa dentro le Caritas diocesane è poco evangelica ma molto concreta: «Con il Recovery fund ce n'è per tutti, quindi anche per noi». La faccenda diventa banalmente finanziaria e il «vediamo come si evolve» di Russo racchiude proprio il nocciolo del problema: tornare subito ai 35 euro per immigrato dai 26-29 di oggi, con la possibilità di arrivare a 40. L'esecutivo di sinistra, pur consapevole che le cooperative portano voti e un alleato formidabile come la Chiesa andrebbe accontentato, oggi non sa dove andare a prendere quei fondi. Ma il Santo Padre lo ha scritto con chiarezza: «È nostro dovere rispettare il diritto di ogni essere umano di trovare un luogo dove poter soddisfare non solo i suoi bisogni primari e quelli della famiglia ma anche realizzarsi come persona».
La pressione è ricominciata anche se proprio la lettura del rapporto Migrantes induce a una certa prudenza. Nel 2017 l'Italia ha speso 4,4 miliardi per l'accoglienza di regolari e soprattutto irregolari poi scomparsi all'orizzonte. Ha inoltre investito una cifra significativa (non pervenuta nel rapporto) per offrire un presente dignitoso a 1,4 milioni di «individui di nazionalità non italiana in povertà assoluta» e impedire loro lo scivolamento progressivo nel degrado e nella nuova schiavitù. In totale gli stranieri in Italia sono 5,3 milioni (8,8% della popolazione), il 54% dei quali è cristiano. Peraltro i decreti Sicurezza firmati dal cugino di Giuseppe Conte e da Salvini nel 2018 avevano ottenuto l'effetto di far diminuire il trend dell'immigrazione senza regole: da allora sono stati certificati solo 47.000 residenti e 2.500 titolari di permesso di soggiorno. Dati che gli estensori del rapporto definiscono dal loro punto di vista, e da quello dei conti economici delle onlus, «segnali negativi».
Il leit motiv della campagna immigrazionista è uguale a se stesso da anni: servono più braccia, sono indispensabili «nuovi italiani» condotti dalla banchina delle navi Ong ai centri di accoglienza, poi avviati ai centri di formazione (anche quelli fittizi), quindi parcheggiati come numeri per ingrossare i contributi pro capite a favore delle associazioni. Come diceva padre Antonio Zanotti, il frate terribile della comunità Rinnovamento sotto inchiesta a Bergamo: «Dio mi ha mandato quelli di colore e assieme a loro sono arrivati i soldi». Chi ha buona memoria ricorderà anche la reazione scritta di alcune cooperative emiliane di fronte al taglio dei famosi 35 euro: «Non partecipiamo più ai bandi perché non ci stiamo dentro». Con linguaggio da salsamenteria più che da afflato sociale per il bene comune. Con buona pace di monsignor Russo che davanti al rapporto Migrantes ha sottolineato: «Qualsiasi concezione di accoglienza che la concepisse soltanto come impegno materiale sarebbe una pericolosa riduzione».
Mentre la Cei applaude con i guanti per non fare troppo rumore, c'è anche chi non riesce a dominarsi. È padre Alex Zanotelli, che davanti alla modifica dei decreti Sicurezza commenta: «È ancora troppo poco, siamo ancora lontani da una politica migratoria a favore di persone hanno diritto all'accoglienza come scrive il Papa». Il gruppo di pressione è formato soprattutto dai cosiddetti sacerdoti di strada, che si stanno organizzando per rendere organica la spinta ad aprire ancora di più (con finanziamenti annessi) in questo weekend ad Assisi, dove la tradizionale marcia della Pace da qualche anno si è trasformata nella giornata del profugo.
«Uno sforzo positivo». A livello ufficiale l'adesione della Cei alla politica governativa resta totale. Lo dimostra anche la sospetta distrazione nei confronti della tragica fine di Abou, il ragazzino di 15 anni morto sulla nave da quarantena Allegra. Nessuna insurrezione umanitaria, nessuna vignetta in fondo al mare, nessun editoriale sdegnato sui media cattolici. Non ci sono lacrime per il giovane ivoriano. Durante il governo dei buoni per decreto non si muore, ma si torna alla casa del Padre.
L’esperta Onu bacchetta l’Italia «Ora basta stigmatizzare le Ong»
Non basta che il Consiglio dei ministri, con un nuovo decreto, abbia appena cambiato i provvedimenti in materia migratoria varati dal precedente esecutivo; non basta neppure che a sinistra, come fatto da Nicola Fratoianni venerdì scorso a L'aria che tira, ammettano che i decreti Sicurezza cari a Matteo Salvini «in questi mesi non sono mai stati applicati». Ciò nonostante, c'è comunque chi tira le orecchie al nostro Paese, pretendendo una linea sull'immigrazione ancora più morbida dell'attuale.
Già, perché è questo che, con dichiarazioni rilasciate ieri, chiede all'Italia Mary Lawlor, dal marzo di quest'anno Special rapporteur sulla situazione dei difensori dei diritti umani, sostanzialmente una consulenza di cui si avvale l'Onu. E infatti è proprio sulla carta intestata delle Nazioni Unite che le parole della Lawlor sono state riprese. La donna - già docente universitaria e fondatrice nel 2001 di Front Line Defenders, attiva sempre sul fronte dei diritti umani - ce l'ha col nostro Paese in particolare per il trattamento riservato a Carola Rackete e l'equipaggio della nave Iuventa10.
«Carola Rackete, l'ex capitano della nave di salvataggio Sea-Watch 3, e i membri dell'equipaggio di Iuventa 10 sono difensori dei diritti umani e non criminali», ha tuonato la Lawlor, la quale auspica che tutti costoro possano essere scagionati da ogni accusa rispetto a quanto hanno commesso in violazione delle leggi italiane, la cui natura vincolante, a quanto pare, è assai poco considerata.
«Mi dispiace», ha aggiunto in proposito la consulente dell'Onu, «che i procedimenti penali contro di costoro siano ancora aperti e che essi continuino a subire la stigmatizzazione in relazione al loro lavoro sul Mar Mediterraneo in favore dei diritti umani dei migranti». Scagionateli subito, è dunque il succo delle parole della Lawlor, perché Carola Rackete e compagni non solo non sono delinquenti, ma meritano di essere applauditi come difensori dei diritti umani. Una sorta di appello, quello della consulente Onu, che è tutto da capire che effetto possa sortire.
Non va infatti dimenticato che, per quanto Conte e Di Maio possano oggi far finta di nulla cestinando i decreti Sicurezza che loro stessi avevano contribuito a varare appena una manciata di mesi or sono, qualsivoglia forma di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina commessa tempo addietro non può ora, come per magia, restare senza conseguenze. Senza poi dimenticare che le Ong - le stesse da «non criminalizzare», secondo la Lawlor - da mesi lavorano indisturbate sul Mediterraneo.
Le prove? I numeri: i migranti illegali sbarcati fino al 25 settembre, quest'anno, sono stati 23.373. Per rendere l'idea, in tutto il 2018 compresi i primi mesi del governo Gentiloni furono 21.024. Se poi si prende come termine di paragone il 2019, e cioè quando al governo c'era appunto Salvini, le differenze si fanno ancora più consistenti. Lo scorso anno, infatti, con i porti chiusi, sono sbarcati in tutto 7.035 migranti: più di tre volte in meno rispetto al 2020.
Con amara ironia, si potrebbe pertanto concludere che le Ong sul Mediterraneo hanno in questi mesi lavorato molto di più di tanti italiani costretti a casa per via del lockdown. Cittadine e cittadini che ogni giorno di più, visto il perdurare della pandemia, faticano a sbarcare il lunario e, spesso, non sanno letteralmente più dove sbattere la testa; ma di costoro e della loro sopravvivenza, evidentemente, la Lawlor e l'Onu non sembrano preoccuparsi più di tanto.
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La Cei benedice le nuove misure del governo sull'immigrazione L'obbiettivo è quello di puntare ai soldi del Recovery fundLa consulente delle Nazioni Unite, Mary Lawlor, difende a spada tratta Carola e sodaliLo speciale contiene due articoli«Uno sforzo positivo». In realtà è un'ovazione quella che la Caritas italiana ha riservato alla decisione di modificare i decreti Sicurezza. La Cei non può ammetterlo per non sgualcire tonache e protocollo, ma il segretario generale monsignor Stefano Russo leva la mano benedicente sul capo di Giuseppe Conte. Lo fa a margine della presentazione del Rapporto immigrazione a Roma curato dalla fondazione Migrantes. «Mi sembra che ci sia lo sforzo di andare più in profondità, un'attenzione specifica sulle situazioni particolari che riguardano i migranti. Anche se è presto per dare un giudizio definitivo, vediamo come si evolve».La compostezza del monsignore non è soltanto una concessione all'educazione curiale ma un messaggio chiaro. Fin qui il governo intende smantellare le norme volute da Matteo Salvini per arginare i flussi e ripristinare la meravigliosa invasione per le associazioni cattoliche e i loro commercialisti. Agli occhi di chi gestisce il business del migrante è una buona ripartenza ma non basta; dopo l'enciclica di Papa Francesco nella quale teorizza il «diritto all'accoglienza», la macchina organizzativa e di marketing all'ombra del campanile lavora per recuperare due anni di deficit, di crisi, di minori introiti chiedendo (per ora sottovoce come ogni lobby che si rispetti) l'incremento degli interventi economici, il ripristino totale delle agevolazioni fiscali e l'alleggerimento burocratico della rendicontazione su come vengono spesi i contributi. Insomma soldi. La teoria più diffusa dentro le Caritas diocesane è poco evangelica ma molto concreta: «Con il Recovery fund ce n'è per tutti, quindi anche per noi». La faccenda diventa banalmente finanziaria e il «vediamo come si evolve» di Russo racchiude proprio il nocciolo del problema: tornare subito ai 35 euro per immigrato dai 26-29 di oggi, con la possibilità di arrivare a 40. L'esecutivo di sinistra, pur consapevole che le cooperative portano voti e un alleato formidabile come la Chiesa andrebbe accontentato, oggi non sa dove andare a prendere quei fondi. Ma il Santo Padre lo ha scritto con chiarezza: «È nostro dovere rispettare il diritto di ogni essere umano di trovare un luogo dove poter soddisfare non solo i suoi bisogni primari e quelli della famiglia ma anche realizzarsi come persona». La pressione è ricominciata anche se proprio la lettura del rapporto Migrantes induce a una certa prudenza. Nel 2017 l'Italia ha speso 4,4 miliardi per l'accoglienza di regolari e soprattutto irregolari poi scomparsi all'orizzonte. Ha inoltre investito una cifra significativa (non pervenuta nel rapporto) per offrire un presente dignitoso a 1,4 milioni di «individui di nazionalità non italiana in povertà assoluta» e impedire loro lo scivolamento progressivo nel degrado e nella nuova schiavitù. In totale gli stranieri in Italia sono 5,3 milioni (8,8% della popolazione), il 54% dei quali è cristiano. Peraltro i decreti Sicurezza firmati dal cugino di Giuseppe Conte e da Salvini nel 2018 avevano ottenuto l'effetto di far diminuire il trend dell'immigrazione senza regole: da allora sono stati certificati solo 47.000 residenti e 2.500 titolari di permesso di soggiorno. Dati che gli estensori del rapporto definiscono dal loro punto di vista, e da quello dei conti economici delle onlus, «segnali negativi».Il leit motiv della campagna immigrazionista è uguale a se stesso da anni: servono più braccia, sono indispensabili «nuovi italiani» condotti dalla banchina delle navi Ong ai centri di accoglienza, poi avviati ai centri di formazione (anche quelli fittizi), quindi parcheggiati come numeri per ingrossare i contributi pro capite a favore delle associazioni. Come diceva padre Antonio Zanotti, il frate terribile della comunità Rinnovamento sotto inchiesta a Bergamo: «Dio mi ha mandato quelli di colore e assieme a loro sono arrivati i soldi». Chi ha buona memoria ricorderà anche la reazione scritta di alcune cooperative emiliane di fronte al taglio dei famosi 35 euro: «Non partecipiamo più ai bandi perché non ci stiamo dentro». Con linguaggio da salsamenteria più che da afflato sociale per il bene comune. Con buona pace di monsignor Russo che davanti al rapporto Migrantes ha sottolineato: «Qualsiasi concezione di accoglienza che la concepisse soltanto come impegno materiale sarebbe una pericolosa riduzione». Mentre la Cei applaude con i guanti per non fare troppo rumore, c'è anche chi non riesce a dominarsi. È padre Alex Zanotelli, che davanti alla modifica dei decreti Sicurezza commenta: «È ancora troppo poco, siamo ancora lontani da una politica migratoria a favore di persone hanno diritto all'accoglienza come scrive il Papa». Il gruppo di pressione è formato soprattutto dai cosiddetti sacerdoti di strada, che si stanno organizzando per rendere organica la spinta ad aprire ancora di più (con finanziamenti annessi) in questo weekend ad Assisi, dove la tradizionale marcia della Pace da qualche anno si è trasformata nella giornata del profugo.«Uno sforzo positivo». A livello ufficiale l'adesione della Cei alla politica governativa resta totale. Lo dimostra anche la sospetta distrazione nei confronti della tragica fine di Abou, il ragazzino di 15 anni morto sulla nave da quarantena Allegra. Nessuna insurrezione umanitaria, nessuna vignetta in fondo al mare, nessun editoriale sdegnato sui media cattolici. Non ci sono lacrime per il giovane ivoriano. Durante il governo dei buoni per decreto non si muore, ma si torna alla casa del Padre.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-caritas-plaude-alle-frontiere-aperte-e-va-a-battere-cassa-sui-fondi-per-migranti-2648142421.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lesperta-onu-bacchetta-litalia-ora-basta-stigmatizzare-le-ong" data-post-id="2648142421" data-published-at="1602180650" data-use-pagination="False"> L’esperta Onu bacchetta l’Italia «Ora basta stigmatizzare le Ong» Non basta che il Consiglio dei ministri, con un nuovo decreto, abbia appena cambiato i provvedimenti in materia migratoria varati dal precedente esecutivo; non basta neppure che a sinistra, come fatto da Nicola Fratoianni venerdì scorso a L'aria che tira, ammettano che i decreti Sicurezza cari a Matteo Salvini «in questi mesi non sono mai stati applicati». Ciò nonostante, c'è comunque chi tira le orecchie al nostro Paese, pretendendo una linea sull'immigrazione ancora più morbida dell'attuale. Già, perché è questo che, con dichiarazioni rilasciate ieri, chiede all'Italia Mary Lawlor, dal marzo di quest'anno Special rapporteur sulla situazione dei difensori dei diritti umani, sostanzialmente una consulenza di cui si avvale l'Onu. E infatti è proprio sulla carta intestata delle Nazioni Unite che le parole della Lawlor sono state riprese. La donna - già docente universitaria e fondatrice nel 2001 di Front Line Defenders, attiva sempre sul fronte dei diritti umani - ce l'ha col nostro Paese in particolare per il trattamento riservato a Carola Rackete e l'equipaggio della nave Iuventa10. «Carola Rackete, l'ex capitano della nave di salvataggio Sea-Watch 3, e i membri dell'equipaggio di Iuventa 10 sono difensori dei diritti umani e non criminali», ha tuonato la Lawlor, la quale auspica che tutti costoro possano essere scagionati da ogni accusa rispetto a quanto hanno commesso in violazione delle leggi italiane, la cui natura vincolante, a quanto pare, è assai poco considerata. «Mi dispiace», ha aggiunto in proposito la consulente dell'Onu, «che i procedimenti penali contro di costoro siano ancora aperti e che essi continuino a subire la stigmatizzazione in relazione al loro lavoro sul Mar Mediterraneo in favore dei diritti umani dei migranti». Scagionateli subito, è dunque il succo delle parole della Lawlor, perché Carola Rackete e compagni non solo non sono delinquenti, ma meritano di essere applauditi come difensori dei diritti umani. Una sorta di appello, quello della consulente Onu, che è tutto da capire che effetto possa sortire. Non va infatti dimenticato che, per quanto Conte e Di Maio possano oggi far finta di nulla cestinando i decreti Sicurezza che loro stessi avevano contribuito a varare appena una manciata di mesi or sono, qualsivoglia forma di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina commessa tempo addietro non può ora, come per magia, restare senza conseguenze. Senza poi dimenticare che le Ong - le stesse da «non criminalizzare», secondo la Lawlor - da mesi lavorano indisturbate sul Mediterraneo. Le prove? I numeri: i migranti illegali sbarcati fino al 25 settembre, quest'anno, sono stati 23.373. Per rendere l'idea, in tutto il 2018 compresi i primi mesi del governo Gentiloni furono 21.024. Se poi si prende come termine di paragone il 2019, e cioè quando al governo c'era appunto Salvini, le differenze si fanno ancora più consistenti. Lo scorso anno, infatti, con i porti chiusi, sono sbarcati in tutto 7.035 migranti: più di tre volte in meno rispetto al 2020. Con amara ironia, si potrebbe pertanto concludere che le Ong sul Mediterraneo hanno in questi mesi lavorato molto di più di tanti italiani costretti a casa per via del lockdown. Cittadine e cittadini che ogni giorno di più, visto il perdurare della pandemia, faticano a sbarcare il lunario e, spesso, non sanno letteralmente più dove sbattere la testa; ma di costoro e della loro sopravvivenza, evidentemente, la Lawlor e l'Onu non sembrano preoccuparsi più di tanto.
Ansa
La dinamica, ricostruita nelle perizie, avrebbe confermato che l’azione della ruspa aveva compromesso la struttura dell’edificio. Ma oltre a trovarsi davanti quel «mezzo di irresistibile forza», così è stata giuridicamente valutata la ruspa, si era messa di traverso pure la Procura, che aveva chiesto ai giudici di condannarlo a 4 anni di carcere. Ma ieri Sandro Mugnai, artigiano aretino accusato di omicidio volontario per essersi difeso, mentre ascoltava le parole del presidente della Corte d’assise si è messo le mani sul volto ed è scoppiato a piangere. Il fatto non sussiste: fu legittima difesa. «Finalmente faremo un Natale sereno», ha detto poco dopo, aggiungendo: «Sono stati anni difficili, ma ho sempre avuto fiducia nella giustizia. La Corte ha agito per il meglio». E anche quando la pm Laura Taddei aveva tentato di riqualificare l’accusa in eccesso colposo di legittima difesa, è prevalsa la tesi della difesa: Mugnai sparò perché stava proteggendo la sua famiglia da una minaccia imminente, reale e concreta. Una minaccia che avanzava a bordo di una ruspa. La riqualificazione avrebbe attenuato la pena, ma comunque presupponeva una responsabilità penale dell’imputato. Il caso, fin dall’inizio, era stato definito dai giuristi «legittima difesa da manuale». Una formula tanto scolastica quanto raramente facile da dimostrare in un’aula di Tribunale. La giurisprudenza richiede il rispetto di criteri stringenti: attualità del pericolo, necessità della reazione e proporzione. La sentenza mette un punto a un procedimento che ha riletto, passo dopo passo, la notte in cui l’albanese entrò nel piazzale di casa Mugnai mentre la famiglia era riunita per la cena dell’Epifania. Prima sfogò la ruspa sulle auto parcheggiate, poi diresse il mezzo contro l’abitazione, sfondando una parte della parete. La Procura ha sostenuto che, pur di fronte a un’aggressione reale e grave, l’esito mortale «poteva essere evitato». Il nodo centrale era se Mugnai avesse alternative non letali. Per la pm Taddei, quella reazione, scaturita da «banali ruggini» con il vicino, aveva superato il limite della proporzione. I difensori, gli avvocati Piero Melani Graverini e Marzia Lelli, invece, hanno martellato sul concetto di piena legittima difesa, richiamando il contesto: buio, zona isolata, panico dentro casa, il tutto precipitato «in soli sei minuti» nei quali, secondo gli avvocati, «non esisteva alcuna alternativa per proteggere i propri cari». Durante le udienze si è battuto molto sul fattore tempo ed è stata dimostrata l’impossibilità di fuga. Nel dibattimento sono stati ascoltati anche i familiari della vittima, costituiti parte civile e rappresentati dall’avvocato Francesca Cotani, che aveva chiesto la condanna dell’imputato. In aula c’era molta gente e anche la politica ha fatto sentire la sua presenza: la deputata della Lega Tiziana Nisini e Cristiano Romani, esponente del movimento Il Mondo al contrario del generale Roberto Vannacci. Entrambi si erano schierati pubblicamente con Mugnai. Nel paese c’erano anche state fiaccolate e manifestazioni di solidarietà per l’artigiano. Il fascicolo era passato attraverso momenti tortuosi: un primo giudice non aveva accolto la richiesta di condanna a 2 anni e 8 mesi e aveva disposto ulteriori accertamenti sull’ipotesi di omicidio volontario. Poi è stata disposta la scarcerazione di Mugnai. La fase iniziale è stata caratterizzata da incertezza e oscillazioni interpretative. E, così, alla lettura della sentenza l’aula è esplosa: lacrime, abbracci e applausi. Mugnai, commosso, ha detto: «Ho sparato per salvare la pelle a me e ai miei cari. Non potrò dimenticare quello che è successo, ora spero che possa cominciare una vita diversa. Tre anni difficili, pesanti». Detenzione preventiva compresa. «Oggi è un giorno di giustizia. Ma la battaglia non è finita», commenta Vannacci: «Mugnai ha fatto ciò che qualunque padre, marito, figlio farebbe davanti a un’aggressione brutale. È una vittoria di buon senso, ma anche un segnale, perché in Italia c’è ancora troppo da fare per difendere le vere vittime, quelle finite sotto processo solo perché hanno scelto di salvarsi la vita. E mentre oggi festeggiamo questo risultato, non possiamo dimenticare chi non ha avuto la stessa sorte: penso a casi come quello di Mario Roggero, il gioielliere piemontese condannato a 15 anni per aver difeso la propria attività da una rapina». «La difesa è sempre legittima e anche in questo caso, grazie a una legge fortemente voluta e approvata dalla Lega, una persona perbene che ha difeso se stesso e la sua famiglia non andrà in carcere, bene così», rivendica il segretario del Carroccio Matteo Salvini. «Questa sentenza dimostra come la norma sulla legittima difesa tuteli i cittadini che si trovano costretti a reagire di fronte a minacce reali e gravi», ha precisato il senatore leghista (componente della commissione Giustizia) Manfredi Potenti. La vita di Sandro Mugnai ricomincia adesso, fuori dall’aula. Ma con la consapevolezza che, per salvare se stesso e la sua famiglia, ha dovuto sparare e poi aspettare quasi tre anni perché qualcuno glielo riconoscesse.
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Carlo Melato continua a dialogare con il critico musicale Alberto Mattioli, aspettando la Prima del 7 dicembre del teatro alla Scala di Milano. Tra i misteri più affascinanti del capolavoro di Shostakovich c’è sicuramente il motivo profondo per il quale il dittatore comunista fece sparire questo titolo dai cartelloni dell’Unione sovietica dopo due anni di incredibili successi.