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2018-07-08
La Boldrini, Vauro e Saviano: 50 sfumature di buonismo
Ansa
Con invidiabile sprezzo del ridicolo, ieri molti Vip e presunti tali hanno aderito all'iniziativa «una maglietta rossa per fermare l'emorragia di umanità», promossa dall'associazione Libera di don Luigi Ciotti. «Indossiamo una maglietta rossa», recitava l'appello ad aderire all'iniziativa, «per un'accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà. Rosso è il colore dei vestiti e delle magliette dei bambini che muoiono in mare e che a volte il mare riversa sulle spiagge del Mediterraneo. Di rosso era vestito il piccolo Aylan, 3 anni, la cui foto nel settembre 2015 suscitò la commozione e l'indignazione di mezzo mondo». Mezzo mondo, mica tutto. Nella migliore tradizione radical chic, la sinistra italiana, più sinistrata che mai, continua a dividere il mondo in due parti: i buoni (loro) e i cattivi (tutti gli altri).
Poco importa se in realtà quei poveri bambini che annegano nel Mediterraneo sono vittime innanzitutto dei boss della mafia africana che organizzano i viaggi della morte usando gommoni mezzi sgonfiati per provocare naufragi: per la sinistra in maglietta rossa i cattivi sono quelli che cercano di fermare questo massacro, impedendo a queste carrette galleggianti di prendere il largo, scoraggiando questo traffico di esseri umani attraverso una ferrea regolamentazione delle attività delle Ong, puntando a mettere in campo politiche di sostegno ai paesi africani. I cattivi, per i magliettisti rossi, sono i vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio, il premier Giuseppe Conte, magari anche quel povero diavolo del ministro Danilo Toninelli, uno che solo a guardarlo in faccia viene voglia di comprargli dello zucchero filato. No: sono loro, i cattivi. Anzi, siamo noi. Noi italiani, che abbiamo votato per chiunque tranne che per la sinistra, siamo tutti cattivi.
I buoni sono loro. Quelli che ieri hanno inondato i social network di accigliati e riflessivi selfie in maglietta rossa. Dalle spiagge delle località di villeggiatura più alla moda, mentre la servitù preparava il pranzo, hanno eroicamente aderito alla campagna di don Ciotti. Tutti noti filantropi, che passano la loro esistenza aiutando immigrati, poveri, bisognosi, senzatetto e ammalati. A partire, ovviamente, da Roberto Saviano. Il leader della sinistra sinistrata ha pubblicato sui social network un bel selfie con maglietta rossa e sguardo intenso. Sferzante. «Aprite i porti!», ha ammonito Saviano, dal suo appartamento di New York, dove ospita decine e decine di immigrati sfamandoli e destinando loro una bella parte degli introiti dei libri e delle fiction che produce. Risponde presente anche la truppa dei giornalisti perbene con - fra gli altri - Sandro Ruotolo (l'inossidabile inviato di Michele Santoro) e Udo Gumpel, corrispondente in Italia per la tv tedesca, noto per esser simpatico come un orzaiolo la sera del primo appuntamento. Passiamo a un'altra icona della solidarietà: Rosy Bindi. La plurideputata ex Dc e Pd ha pubblicato una foto in maglietta rossa e ha lanciato il suo appello a «restare umani» da un bel terrazzino fiorito, che siamo certi ogni sera accolga decine d'immigrati. A proposito di ex democristiani convertiti al rosso, merita un encomio solenne Enrico Letta. L'ex presidente del Consiglio, dall'esilio dorato di Parigi, dove l'ha costretto (unica cosa apprezzabile che abbia fatto) Matteo Renzi, è vivo e lotta insieme a noi. Il suo selfie in maglietta rossa, però, è diverso dagli altri: lo sguardo non è rivolto verso l'obiettivo ma guarda in alto, guarda lungo, oltre muri e confini. E soprattutto, oltre l'operazione «Mare nostrum», lanciata in pompa magna nell'ottobre 2013 dall'allora premier Enrico Letta, dopo la strage di Lampedusa, il naufragio di una barca libica stracolma di disperati che colò a picco a poche miglia dall'isola siciliana causando 368 morti.
«Mare nostrum» fu fermata poco più di un anno dopo, il 31 ottobre 2014, per essere sostituita dalla missione europea «Triton». L'allora ministro dell'Interno, Angelino Alfano, tracciò un bilancio tutt'altro che lusinghiero dell'operazione voluta da Letta: «558 interventi, 100.250 persone soccorse, 728 scafisti arrestati, 6 navi sequestrate, soccorse oltre 100.000 persone e decine e decine di migliaia salvate. Ma», precisò Alfano, «queste vite umane salvate non sono state tutte quelle che volevamo salvare: ci sono stati, durante le operazioni, 499 morti, 1.446 presunti dispersi, 192 cadaveri da identificare». Quando, nel febbraio 2015, Letta propose di ripristinare «Mare nostrum», fu il premier Matteo Renzi a bocciare l'idea: «Anche con Mare nostrum si moriva», disse l'ex rottamatore. Durante «Mare Nostrum» in Italia sbarcarono 166.700 persone, l'operazione fu chiusa perché giudicata da molti paesi europei un «pull-factor», ovvero un «fattore di spinta» all'immigrazione. All'album delle figurine rosse vanno aggiunti personaggi come il vignettista Vauro, prezzemolino televisivo, e la leader della Cgil, Susanna Camusso, ormai praticamente sparita dalla circolazione così come la sua organizzazione, che ha sempre protetto i garantiti e mai le vere fasce deboli (precari, disoccupati). A proposito di sindacati: ha indossato la maglietta rossa anche la Fnsi, il sindacato dei giornalisti italiani, sensibile alla tematica dei «porti aperti» ma gioiosamente assente quando si tratta di sostenere reporter sfruttati, sottopagati, maltrattati, sottoposti a mobbing. Anche Monica Cirinnà, senatrice democratica paladina dei diritti omosex, ha posato in rosso abbracciata al marito (sorridente nella sua bella polo griffata col coccodrillino più famoso del mondo). Carlo Lucarelli è passato dal giallo e dal noir, sfumature che gli hanno dato grandi soddisfazioni, alla maglietta impegnata. Ha scelto un elegante smanicato, perché non poteva ovviamente sottrarsi, Laura Boldrini, papessa dell'impegno «de sinistra» contro tutto e tutti. Buonsenso compreso.
Carlo Tarallo
Si ritorna all’epoca dei bucanieri: l’Ue vuole l’immunità in mare per le Ong
Sembra di essere tornati al tempo dei corsari. Quando ogni bucaniere, una volta ottenuto uno speciale permesso pagato a caro prezzo, godeva d'immunità per scorrazzare libero per il mare, abbordare e depredare le altre navi. Sempre a patto che queste ultime non battessero la bandiera delle nazioni che gli avevano concesso l'autorizzazione alla pirateria. D'accordo, il paragone con i filibustieri è eccessivo, ma quella che il Parlamento europeo chiede di concedere alle navi delle Ong è una sorta d'immunità per permettere loro di operare al di sopra delle leggi. Infischiandosene dei regolamenti in nome di un bene superiore: quello di salvare i migranti che rischiano di naufragare nel Mediterraneo.
Ma in cosa consiste questa licenza d'impunità? In pratica chi aiuta i migranti per motivi umanitari, chiede una risoluzione adottata a Strasburgo dall'Europarlamento, non va mai punito con sanzioni penali. I deputati dell'Ue hanno infatti espresso preoccupazione per le «conseguenze indesiderate» della legislazione comunitaria sui cittadini che forniscono assistenza a chi fugge «da guerra e povertà». Sotto accusa è la direttiva «favoreggiamento» del 2002, dove si prevede che gli Stati membri introducano sanzioni penali contro il favoreggiamento dell'ingresso, del transito e del soggiorno di irregolari.
La norma è stata utilizzata da alcuni Stati membri per sanzionare le Ong e gli operatori umanitari, dal momento che spesso non sono affatto nitidi i confini tra il soccorso di persone in stato di necessità e il trasporto in Europa di migliaia di migranti. Da qui le accuse del nostro ministro degli Interni, Matteo Salvini, che ancora nei giorni scorsi ha ribadito che «si deve bloccare il business dell'immigrazione clandestina e questo significa bloccare un intervento dannoso e pericoloso di navi straniere che operano in assoluta mancanza di rispetto delle regole internazionali». Secondo il vicepremier, infatti, le Ong sono spesso «soggetti complici» nel traffico di esseri umani dalle coste del Nord Africa.
Ma il Parlamento europeo spinge in direzione contraria, pretendendo che le nazioni europee, e soprattutto l'Italia che è la più coinvolta nel soccorso e nell'accoglienza degli stranieri, chiudano un occhio sulle violazioni delle organizzazioni non governative. Come? Nella risoluzione si sottolinea che la legislazione dell'Unione conferisce agli Stati membri anche il potere di non configurare come reato quelle azioni di favoreggiamento che hanno lo scopo di prestare «assistenza umanitaria». I deputati europei si sono anche lamentati del livello di recepimento alquanto limitato, da parte delle nazioni, della deroga per «motivi di assistenza umanitaria».
Pertanto, il Parlamento invita i Paesi a recepire la deroga nelle loro legislazioni, in modo da garantire che «non siano perseguiti gli individui e le organizzazioni della società civile che assistono i migranti per motivi umanitari».
Inoltre si esorta la Commissione europea ad adottare delle linee guida per chiarire quali forme di «favoreggiamento» non dovrebbero essere reato, in modo da assicurare che la legge sia applicata con maggiore chiarezza e uniformità. Insomma, si può anche chiamarla in altro modo ma nei fatti si tratta di concedere una patente d'immunità. Che va a inserirsi in un quadro delicatissimo e in un momento in cui il ruolo degli operatori umanitari e delle Ong è sempre più sotto i riflettori, con alcuni governi che li accusano, non senza ragioni, di incoraggiare la tratta di esseri umani e di agire al di fuori dal quadro giuridico. Motivo per cui l'esecutivo presieduto da Giuseppe Conte ha deciso la chiusura dei nostri porti a queste navi, scatenando le reazioni e le critiche che abbiamo visto nelle settimane scorse. Per concludere l'Europarlamento, pur invitando a lasciare lavorare le Ong senza troppi legacci, specifica però che «gli operatori coinvolti nell'assistenza umanitaria, per sostenere le azioni di salvataggio di vite umane effettuate dalle autorità competenti nazionali, devono rimanere entro i limiti del mandato stabilito per l'assistenza umanitaria dalla direttiva sul favoreggiamento, e che le loro operazioni devono svolgersi sotto il controllo degli Stati membri».
Insomma, secondo il Parlamento europeo le Ong hanno diritto ad operare con mani libere, ma debbono stare attente a non esagerare.
Alfredo Arduino
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L'esercito radical chic risponde alla chiamata di don Ciotti: la Camusso schiera la Cgil, la Cirinnà porta il marito griffato e rispunta persino Enrico Letta. La risposta dell'Europarlamento alla stretta dei governi (Italia in primis) è la richiesta di non comminare sanzioni penali a chi aiuta i migranti.Lo speciale contiene due articoli Con invidiabile sprezzo del ridicolo, ieri molti Vip e presunti tali hanno aderito all'iniziativa «una maglietta rossa per fermare l'emorragia di umanità», promossa dall'associazione Libera di don Luigi Ciotti. «Indossiamo una maglietta rossa», recitava l'appello ad aderire all'iniziativa, «per un'accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà. Rosso è il colore dei vestiti e delle magliette dei bambini che muoiono in mare e che a volte il mare riversa sulle spiagge del Mediterraneo. Di rosso era vestito il piccolo Aylan, 3 anni, la cui foto nel settembre 2015 suscitò la commozione e l'indignazione di mezzo mondo». Mezzo mondo, mica tutto. Nella migliore tradizione radical chic, la sinistra italiana, più sinistrata che mai, continua a dividere il mondo in due parti: i buoni (loro) e i cattivi (tutti gli altri).Poco importa se in realtà quei poveri bambini che annegano nel Mediterraneo sono vittime innanzitutto dei boss della mafia africana che organizzano i viaggi della morte usando gommoni mezzi sgonfiati per provocare naufragi: per la sinistra in maglietta rossa i cattivi sono quelli che cercano di fermare questo massacro, impedendo a queste carrette galleggianti di prendere il largo, scoraggiando questo traffico di esseri umani attraverso una ferrea regolamentazione delle attività delle Ong, puntando a mettere in campo politiche di sostegno ai paesi africani. I cattivi, per i magliettisti rossi, sono i vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio, il premier Giuseppe Conte, magari anche quel povero diavolo del ministro Danilo Toninelli, uno che solo a guardarlo in faccia viene voglia di comprargli dello zucchero filato. No: sono loro, i cattivi. Anzi, siamo noi. Noi italiani, che abbiamo votato per chiunque tranne che per la sinistra, siamo tutti cattivi. I buoni sono loro. Quelli che ieri hanno inondato i social network di accigliati e riflessivi selfie in maglietta rossa. Dalle spiagge delle località di villeggiatura più alla moda, mentre la servitù preparava il pranzo, hanno eroicamente aderito alla campagna di don Ciotti. Tutti noti filantropi, che passano la loro esistenza aiutando immigrati, poveri, bisognosi, senzatetto e ammalati. A partire, ovviamente, da Roberto Saviano. Il leader della sinistra sinistrata ha pubblicato sui social network un bel selfie con maglietta rossa e sguardo intenso. Sferzante. «Aprite i porti!», ha ammonito Saviano, dal suo appartamento di New York, dove ospita decine e decine di immigrati sfamandoli e destinando loro una bella parte degli introiti dei libri e delle fiction che produce. Risponde presente anche la truppa dei giornalisti perbene con - fra gli altri - Sandro Ruotolo (l'inossidabile inviato di Michele Santoro) e Udo Gumpel, corrispondente in Italia per la tv tedesca, noto per esser simpatico come un orzaiolo la sera del primo appuntamento. Passiamo a un'altra icona della solidarietà: Rosy Bindi. La plurideputata ex Dc e Pd ha pubblicato una foto in maglietta rossa e ha lanciato il suo appello a «restare umani» da un bel terrazzino fiorito, che siamo certi ogni sera accolga decine d'immigrati. A proposito di ex democristiani convertiti al rosso, merita un encomio solenne Enrico Letta. L'ex presidente del Consiglio, dall'esilio dorato di Parigi, dove l'ha costretto (unica cosa apprezzabile che abbia fatto) Matteo Renzi, è vivo e lotta insieme a noi. Il suo selfie in maglietta rossa, però, è diverso dagli altri: lo sguardo non è rivolto verso l'obiettivo ma guarda in alto, guarda lungo, oltre muri e confini. E soprattutto, oltre l'operazione «Mare nostrum», lanciata in pompa magna nell'ottobre 2013 dall'allora premier Enrico Letta, dopo la strage di Lampedusa, il naufragio di una barca libica stracolma di disperati che colò a picco a poche miglia dall'isola siciliana causando 368 morti. «Mare nostrum» fu fermata poco più di un anno dopo, il 31 ottobre 2014, per essere sostituita dalla missione europea «Triton». L'allora ministro dell'Interno, Angelino Alfano, tracciò un bilancio tutt'altro che lusinghiero dell'operazione voluta da Letta: «558 interventi, 100.250 persone soccorse, 728 scafisti arrestati, 6 navi sequestrate, soccorse oltre 100.000 persone e decine e decine di migliaia salvate. Ma», precisò Alfano, «queste vite umane salvate non sono state tutte quelle che volevamo salvare: ci sono stati, durante le operazioni, 499 morti, 1.446 presunti dispersi, 192 cadaveri da identificare». Quando, nel febbraio 2015, Letta propose di ripristinare «Mare nostrum», fu il premier Matteo Renzi a bocciare l'idea: «Anche con Mare nostrum si moriva», disse l'ex rottamatore. Durante «Mare Nostrum» in Italia sbarcarono 166.700 persone, l'operazione fu chiusa perché giudicata da molti paesi europei un «pull-factor», ovvero un «fattore di spinta» all'immigrazione. All'album delle figurine rosse vanno aggiunti personaggi come il vignettista Vauro, prezzemolino televisivo, e la leader della Cgil, Susanna Camusso, ormai praticamente sparita dalla circolazione così come la sua organizzazione, che ha sempre protetto i garantiti e mai le vere fasce deboli (precari, disoccupati). A proposito di sindacati: ha indossato la maglietta rossa anche la Fnsi, il sindacato dei giornalisti italiani, sensibile alla tematica dei «porti aperti» ma gioiosamente assente quando si tratta di sostenere reporter sfruttati, sottopagati, maltrattati, sottoposti a mobbing. Anche Monica Cirinnà, senatrice democratica paladina dei diritti omosex, ha posato in rosso abbracciata al marito (sorridente nella sua bella polo griffata col coccodrillino più famoso del mondo). Carlo Lucarelli è passato dal giallo e dal noir, sfumature che gli hanno dato grandi soddisfazioni, alla maglietta impegnata. Ha scelto un elegante smanicato, perché non poteva ovviamente sottrarsi, Laura Boldrini, papessa dell'impegno «de sinistra» contro tutto e tutti. Buonsenso compreso. Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-boldrini-vauro-e-saviano-50-sfumature-di-buonismo-2584630895.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="si-ritorna-allepoca-dei-bucanieri-lue-vuole-limmunita-in-mare-per-le-ong" data-post-id="2584630895" data-published-at="1780589571" data-use-pagination="False"> Si ritorna all’epoca dei bucanieri: l’Ue vuole l’immunità in mare per le Ong Sembra di essere tornati al tempo dei corsari. Quando ogni bucaniere, una volta ottenuto uno speciale permesso pagato a caro prezzo, godeva d'immunità per scorrazzare libero per il mare, abbordare e depredare le altre navi. Sempre a patto che queste ultime non battessero la bandiera delle nazioni che gli avevano concesso l'autorizzazione alla pirateria. D'accordo, il paragone con i filibustieri è eccessivo, ma quella che il Parlamento europeo chiede di concedere alle navi delle Ong è una sorta d'immunità per permettere loro di operare al di sopra delle leggi. Infischiandosene dei regolamenti in nome di un bene superiore: quello di salvare i migranti che rischiano di naufragare nel Mediterraneo. Ma in cosa consiste questa licenza d'impunità? In pratica chi aiuta i migranti per motivi umanitari, chiede una risoluzione adottata a Strasburgo dall'Europarlamento, non va mai punito con sanzioni penali. I deputati dell'Ue hanno infatti espresso preoccupazione per le «conseguenze indesiderate» della legislazione comunitaria sui cittadini che forniscono assistenza a chi fugge «da guerra e povertà». Sotto accusa è la direttiva «favoreggiamento» del 2002, dove si prevede che gli Stati membri introducano sanzioni penali contro il favoreggiamento dell'ingresso, del transito e del soggiorno di irregolari. La norma è stata utilizzata da alcuni Stati membri per sanzionare le Ong e gli operatori umanitari, dal momento che spesso non sono affatto nitidi i confini tra il soccorso di persone in stato di necessità e il trasporto in Europa di migliaia di migranti. Da qui le accuse del nostro ministro degli Interni, Matteo Salvini, che ancora nei giorni scorsi ha ribadito che «si deve bloccare il business dell'immigrazione clandestina e questo significa bloccare un intervento dannoso e pericoloso di navi straniere che operano in assoluta mancanza di rispetto delle regole internazionali». Secondo il vicepremier, infatti, le Ong sono spesso «soggetti complici» nel traffico di esseri umani dalle coste del Nord Africa. Ma il Parlamento europeo spinge in direzione contraria, pretendendo che le nazioni europee, e soprattutto l'Italia che è la più coinvolta nel soccorso e nell'accoglienza degli stranieri, chiudano un occhio sulle violazioni delle organizzazioni non governative. Come? Nella risoluzione si sottolinea che la legislazione dell'Unione conferisce agli Stati membri anche il potere di non configurare come reato quelle azioni di favoreggiamento che hanno lo scopo di prestare «assistenza umanitaria». I deputati europei si sono anche lamentati del livello di recepimento alquanto limitato, da parte delle nazioni, della deroga per «motivi di assistenza umanitaria». Pertanto, il Parlamento invita i Paesi a recepire la deroga nelle loro legislazioni, in modo da garantire che «non siano perseguiti gli individui e le organizzazioni della società civile che assistono i migranti per motivi umanitari». Inoltre si esorta la Commissione europea ad adottare delle linee guida per chiarire quali forme di «favoreggiamento» non dovrebbero essere reato, in modo da assicurare che la legge sia applicata con maggiore chiarezza e uniformità. Insomma, si può anche chiamarla in altro modo ma nei fatti si tratta di concedere una patente d'immunità. Che va a inserirsi in un quadro delicatissimo e in un momento in cui il ruolo degli operatori umanitari e delle Ong è sempre più sotto i riflettori, con alcuni governi che li accusano, non senza ragioni, di incoraggiare la tratta di esseri umani e di agire al di fuori dal quadro giuridico. Motivo per cui l'esecutivo presieduto da Giuseppe Conte ha deciso la chiusura dei nostri porti a queste navi, scatenando le reazioni e le critiche che abbiamo visto nelle settimane scorse. Per concludere l'Europarlamento, pur invitando a lasciare lavorare le Ong senza troppi legacci, specifica però che «gli operatori coinvolti nell'assistenza umanitaria, per sostenere le azioni di salvataggio di vite umane effettuate dalle autorità competenti nazionali, devono rimanere entro i limiti del mandato stabilito per l'assistenza umanitaria dalla direttiva sul favoreggiamento, e che le loro operazioni devono svolgersi sotto il controllo degli Stati membri». Insomma, secondo il Parlamento europeo le Ong hanno diritto ad operare con mani libere, ma debbono stare attente a non esagerare. Alfredo Arduino
Donald Trump (Getty Images)
Donald Trump sta cercando un difficile equilibrio sull’Intelligenza artificiale. Martedì, l’inquilino della Casa Bianca ha firmato un ordine esecutivo che introduce alcune regolamentazioni nel settore. In particolare, il decreto prevede che le società tecnologiche concedano al governo, su base volontaria, un periodo di 30 giorni per consentirgli di esaminare i nuovi modelli di Ia prima che vengano rilasciati. Viene inoltre stabilito che il segretario al Tesoro crei un «centro di coordinamento per la sicurezza informatica», che si occupi di studiare le eventuali vulnerabilità di sicurezza di questi nuovi modelli. Senza dubbio, il nuovo decreto impone delle regolamentazioni più blande rispetto al precedente: cassato a fine maggio poco prima della firma ufficiale, il testo di quell’ordine esecutivo stabiliva infatti che il periodo lasciato al governo per esaminare le nuove tecnologie fosse di 90 giorni.
Il punto è che, secondo Politico, il nuovo decreto ha di fatto creato un paradosso. A cantare vittoria per la sua approvazione sono infatti, nel mondo Maga, sia la corrente favorevole alla deregulation dell’IA sia quella che auspica limiti più severi al settore. A favore dell’ordine esecutivo si sono infatti espressi sia il consigliere per la tecnologia della Casa Bianca, David Sacks, sia Steve Bannon: se il primo, storicamente vicino a Peter Thiel e ad Elon Musk, è da sempre contrario a introdurre lacci e laccioli nel comparto dell’IA, per evitare di compromettere la competitività degli Usa nei confronti della Cina, il secondo esprime da tempo dubbi sull’opportunità di un’Intelligenza artificiale del tutto deregolamentata. Non a caso, il mese scorso, Bannon aveva cofirmato una lettera, in cui si chiedeva a Trump di agire per introdurre dei vincoli. Del resto, secondo Politico, all’interno dell’amministrazione statunitense, anche il capo dello staff della Casa Bianca, Susie Wiles, e il segretario al Tesoro, Scott Bessent, sarebbero storicamente favorevoli a porre dei paletti al settore dell’IA.
Insomma, il nuovo decreto segna una sorta di «tregua armata» tra le varie fazioni che si registrano sull’Intelligenza artificiale in seno al governo statunitense e al mondo Maga. Si tratta di un elemento interessante, soprattutto alla luce del fatto che, a maggio, era stato Sacks a far saltare la firma del precedente ordine esecutivo, esprimendo a Trump delle preoccupazioni in termini di competitività con Pechino. Ed è al centro di questo scontro (neanche troppo sotterraneo) che emerge la figura di JD Vance.
Se nel 2025 era apparso incline a sostenere la deregulation del settore dell’IA, a partire da febbraio scorso il vicepresidente ha iniziato a mutare parere, dicendosi preoccupato soprattutto per la questione della sorveglianza. Inoltre, a fine maggio, ha elogiato Magnifica Humanitas, e si è mostrato esplicitamente freddo verso l’impiego dell’Ia nel settore militare. Il punto è che in Vance confluiscono elementi contrastanti. Da una parte, il numero due della Casa Bianca è storicamente sponsorizzato da Thiel; dall’altra, oltre a essere cattolico, è anche espressione politico-elettorale di quella working class della Rust Belt che guarda con apprensione ai possibili impatti socioeconomici dell’IA.
Già un anno fa, Axios sottolineava come la deregolamentazione dell’Intelligenza artificiale potesse creare attriti tra l’amministrazione Trump e i colletti blu. Si tratta di un tema che il presidente non può certo permettersi di ignorare. E lo stesso riguarda Vance che nutre delle ambizioni presidenziali in vista del 2028. Infine emerge la questione cattolica. Tra gli ambienti più scettici sull’IA nel mondo Maga si registrano soprattutto i circoli cristiani, tanto evangelici quanto, per l’appunto, cattolici. Ora, non è un mistero che il voto dei fedeli alla Chiesa di Roma si sia rivelato fondamentale nelle scorse tornate elettorali statunitensi. In tal senso, il nuovo ordine esecutivo potrebbe essere letto (anche) come un lievissimo ramoscello d’ulivo della Casa Bianca nei confronti della Santa Sede, soprattutto dopo che Leone XIV, nella sua enciclica, si è espresso contro la totale deregolamentazione del settore dell’IA.
Certo, Trump deve bilanciare spinte e interessi contrastanti. E il tema della rivalità con Pechino è ineludibile. In tal senso, il nuovo ordine esecutivo cerca di trovare un primo compromesso tra le varie correnti. La questione è quindi destinata a ripresentarsi. Tuttavia, il presidente americano ha lasciato intendere di voler adottare un approccio pragmatico, che tenga conto della complessità dei temi in gioco.
L’Ue si rimangia il green per l’IA
La Ue lancia il piano per la sovranità tecnologica. Bruxelles ci ha abituati alla lentezza decisionale, affrontando in ritardo temi sui quali altri Paesi sono già competitivi, quindi non c’è da stupirsi se faccia lo stesso anche sul fronte dei semiconduttori, dell’intelligenza artificiale, del cloud e dell’open source. Ovvero per quelle tecnologie chiave che garantiscono il funzionamento degli ospedali, la stabilità delle reti energetiche e la sicurezza dei servizi. «Si tratta di proteggere i nostri cittadini, difendere i nostri interessi e fare le nostre scelte» ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, presentando il pacchetto sulla sovranità tecnologica, il Cloud and AI development act, per rafforzare la capacità dell’Europa su questi settori e potenziarne l’autonomia. L’iniziativa arriva però quando la dipendenza da fornitori extra-Ue è importante, a fronte di una domanda di capacità di calcolo in crescita per via dell’IA. Le gravi dipendenze strategiche espongono l’Ue al rischio per il controllo dei dati. L’obiettivo del piano è creare un quadro europeo di sovranità per i servizi cloud che sarà usato anche per orientare le scelte delle amministrazioni pubbliche. Saranno introdotti quattro livelli di garanzia, gli Union Assurance Levels, per classificare i servizi cloud in base al grado di protezione offerto rispetto a rischi quali accessi non autorizzati da Paesi terzi, interruzioni del servizio, perdita di autonomia operativa e compromissione dei dati sensibili. Il livello 1 è la soglia minima comune per il settore pubblico, mentre i livelli 2, 3 e 4 introducono requisiti più stringenti. Queste misure hanno l’ambizione di far diventare l’Europa un continente dell’IA, ampliando le opzioni tecnologiche per imprese e cittadini. La Commissione Ue punta a triplicare la capacità dei data center nei prossimi cinque-sette anni. Dando un calcio ai piani green considerato che le infrastrutture digitali richiedono una mole importante di energia e pannelli e pale eoliche non bastano.
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Il premier ungherese Péter Magyar (Ansa)
Per celebrare lo scongelamento di 16 miliardi di fondi Ue, Péter Magyar si era intestato il merito di una «svolta storica» per l’Ungheria. Ieri, Emmanuel Macron lo ha accolto all’Eliseo celebrando l’arrivo di una «nuova era». Non serve nemmeno sforzarsi per capire che, in realtà, il suo resta un «orbanismo», solo più gentile: era sufficiente leggere un’intervista uscita sulla Frankfürter Allgemeine Zeitung, nella lingua madre di Ursula von der Leyen. Giusto per accertarsi che anche lei la capisse.
Il presidente francese vorrebbe tirare Magyar dentro la fumosa coalizione dei volenterosi, in occasione del mega evento che organizzerà il 14 luglio, per commemorare la Rivoluzione. Eppure, sull’Ucraina, il nuovo premier magiaro dice cose simili al suo predecessore. Ad esempio, ha candidato Budapest a sede di eventuali colloqui di pace tra Mosca e Kiev. È vero che persino nei palazzi di Bruxelles, ultimamente, ci si era messi a ragionare su quale figura potesse portare avanti il dialogo con il Cremlino. Fatto sta che Magyar, come Viktor Orbán, non solo non ha problemi ad accreditare il suo Paese quale terreno neutro, ma è anche disponibile a «fornire assistenza diplomatica e umanitaria». Rispetto al passato, egli dimostra di aver affinato le tecniche di mercanteggiamento: mentre si discute dell’ingresso della nazione di Volodymyr Zelensky nell’Unione, un’ipotesi che finora il suo Paese aveva respinto, lui mette sul piatto «un accordo sul ripristino e la garanzia dei diritti linguistici, educativi e culturali dei 100.000 ungheresi che vivono in Ucraina. Dobbiamo chiarire», ha precisato Magyar, «alcune questioni riguardanti la nostra minoranza». Dopodiché, si potrà «aprire un nuovo capitolo» e, magari, concedere il nulla osta a un percorso di integrazione che, in ogni caso, si annuncia ancora lungo. Tutto sommato, se ciò dovesse contribuire ad ammorbidire la posizione di Bruxelles e, soprattutto, a farle allentare i cordoni della borsa, per Magyar sarebbe un punto di caduta vantaggioso: l’intesa sulla minoranza ungherese in Ucraina dovrà essere raggiunta «nei prossimi giorni»; affinché Kiev diventi membro dell’Ue a tutti gli effetti, invece, occorreranno anni.
Poi, c’è il nodo dei rapporti con la Russia. Il premier non intende perdere di vista gli interessi nazionali. Budapest dipende dal gas di Vladimir Putin e, ha ribadito Magyar alla Faz, «non possiamo cambiare questa situazione dall’oggi al domani. I nostri vicini», ha insistito, «dovrebbero capire che l’Ungheria è un Paese senza sbocco sul mare. Non abbiamo registrato crescita economica per anni e, per crescere, abbiamo bisogno di energia a prezzi accessibili. Certo, stiamo facendo tutto il possibile per diversificare le fonti energetiche, ma non possiamo permetterci che la competitività delle nostre aziende diminuisca ulteriormente e che la povertà energetica tra le famiglie ungheresi aumenti». Mettiamola così: sarebbe stato bello ascoltare dei discorsi simili dalle nostre classi dirigenti, già nel 2022. Adesso, dopo anni di condiscendenza ai diktat della Commissione, ci ritroviamo con Valdis Dombrovskis che ci prescrive come vivere. Anzi, di che morte morire.
Ma c’è di più. Manco fosse un Medvedev qualsiasi, Magyar ha aggiunto che, a suo avviso, «l’Europa tornerà parzialmente alle fonti energetiche russe e revocherà le sanzioni, poiché si tratta della competitività di tutta l’Europa e nessuno ha interesse a mantenere una nuova guerra fredda economica e politica in caso di futura pace. Perché ciò accada», ha specificato, «la guerra deve ovviamente finire». Ovviamente. Il messaggio, però, è chiaro: Budapest promuove ancora il disgelo con Mosca e, piuttosto che un irrevocabile divorzio dallo zar, propone un modesto «derisking». D’altronde, i numeri danno ragione al premier magiaro: a parte Ungheria e Slovacchia, anche Francia, Spagna e Belgio continuano a finanziare Putin, facendo incetta di gas liquido. Peggio: attraverso un sistema di matrioske finanziarie, le petroliere fantasma russe riescono ancora a farsi assicurare le spedizioni grazie alle risorse dei mercati del Vecchio continente.
Infine, occorre una buona fantasia per riscontrare la «svolta storica» nelle idee espresse da Magyar sulla governance dell’Unione. Il primo ministro non è «favorevole all’introduzione del voto a maggioranza anziché all’unanimità». Ha senso: l’Ungheria è piccola, la sua economia è debole rispetto a quella dei grandi Paesi Ue e l’unico modo che ha per far contare la propria voce è sfruttare le possibilità che le riservano i Trattati. Il cambiamento, al solito, è formale più che sostanziale: Orbán, ha commentato con la Faz Magyar, «diceva sempre che “dobbiamo sconfiggere Bruxelles”. Non credo che sia questo il punto. L’obiettivo è capirsi e persuadersi a vicenda». Poesia. Ma al netto delle carinerie, il premier ungherese non indietreggia: «Le persone», ha sottolineato, «vogliono un’Unione europea basata su Stati forti, non sugli Stati Uniti d’Europa».
Per sbloccare i finanziamenti negati a Orbán, Ursula si è accontentata della deferenza verbale. In teoria, le somme verranno erogate se Budapest completerà e documenterà le famigerate riforme entro il 31 agosto. Molti di quei soldi, comunque, erano bloccati per dissidi su questioni laterali: quelle che Bruxelles considera discriminazioni contro le persone Lgbtq+, la violazione delle procedure sull’asilo dei migranti, le limitazioni della libertà accademica, come nella vicenda dell’università dei Soros. Magyar, intanto, ha annunciato che chiederà di aderire alla Procura europea (Eppo), la quale potrà così indagare su eventuali frodi nell’uso dei fondi comunitari. E una formula scaltra per sciogliere il nodo dell’Ucraina nell’Ue l’ha trovata. Sul resto - l’essenziale - il ritornello rimane lo stesso. Anche se la Von der Leyen ha salutato l’avvento di «una nuova era», sostenendo che il governo ungherese, appena entrato in carica, sta già «agendo con rapidità e determinazione». Magyar statista a tempo di record. Lo diceva Patty Pravo: tutti quanti sono degli eroi quando vogliono qualcosa.
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Scontri tra monarchici e Polizia a Napoli nel giugno 1946 (Getty Images)
Dal 4 all’11 giugno 1946 l’Italia della transizione tra monarchia e repubblica visse la sua «settimana tragica» a causa delle tensioni generate dall’esito del referendum del 2 giugno precedente e dalle frizioni ancora esistenti nel Paese uscito da appena un anno dalla guerra. Nei giorni tra il voto e l’esilio di Umberto II, il «re di maggio» che regnò soltanto un mese, l’Italia allora guidata da Alcide de Gasperi assieme ai partiti espressione del Cln, rischiò una nuova guerra civile tra il Nord repubblicano ed il Sud profondamente legato all’istituzione monarchica. I motivi della divisione erano stati definiti dal diverso svolgersi degli eventi bellici e delle figure politiche a questi legate. Il Nord era stato il teatro della guerra civile fino all’ultimo giorno. In entrambe le parti in lotta, repubblichini e partigiani legati ai partiti che governeranno nel dopoguerra, la figura dei Savoia era stata pesantemente oscurata dopo la fuga del re a Brindisi, che aveva generato un diffuso sentimento antimonarchico. Nelle regioni meridionali, al contrario, la casa Savoia aveva seguito le sorti del mezzogiorno con l’effimero Regno del Sud controllato dagli Alleati, fatto che generò l’idea della continuità. A Napoli, in particolare, la monarchia sabauda si era sostituita a quella borbonica con una lunga opera di radicamento nella città (tanto che fu istituito il titolo di «Principe di Napoli» all’erede al trono). Quando l’Italia si recò alle urne il 2 giugno del 1946, le ferite della guerra erano ancora aperte. Le tensioni della guerra civile e della Campagna d’Italia dal 1943 al 1945 avevano lasciato un Paese allo stremo, con le vie di comunicazione e le industrie ridotte a macerie. La disoccupazione ed il carovita dovuto all’inflazione galoppante avevano contribuito ad alimentare rabbia e frustrazione, oltre ad avere lasciato un’Italia ancora una volta divisa tra Nord e Sud. Il referendum monarchia-repubblica era diventato un catalizzatore di tensioni, rese ancora più forti dai sospetti di brogli e dal fatto che la popolazione della Venezia Giulia, di Zara, Pola e Fiume oltre a quella della Provincia di Bolzano furono escluse dal voto a causa dell’occupazione straniera.
I lenti scrutini dei seggi evidenziarono sin da subito il divario tra le due italie, con il Sud a netta maggioranza favorevole ai Savoia. Il voto più eclatante fu quello di Napoli, dove l’80% degli elettori scelse la monarchia nel segno della continuità e non solamente per quella: la città partenopea, molto lontana idealmente dal «vento del Nord», era stata una delle più colpite durante il conflitto, con oltre 200 bombardamenti alleati, che avevano prostrato la popolazione riducendola alla fame. Decine di migliaia di napoletani vivevano ancora all’addiaccio in grotte o nei padiglioni della Mostra d’Oltremare, tormentati dalle epidemie e dalla mancanza di ogni tipo di servizio. Fresco era inoltre ancora il mito delle «Quattro giornate» del settembre 1943 quando la sollevazione popolare indusse i tedeschi a lasciare la città. Tutti questi elementi, uniti ad un generale risentimento contro i «partiti del Nord» accesero la miccia dei tumulti che dal 4 all’11 giugno 1946 insanguinarono Napoli.
Subito dopo il referendum, le voci che davano la repubblica in lieve vantaggio si unirono a quelle che condannavano i presunti brogli e il peso delle zone escluse dal voto e quelle di una presunta imminente visita di Umberto II a Napoli, notizia che accese ancora di più gli animi già infiammati. Nonostante l’ultimo re d’Italia non si fosse mai espresso nei confronti dei napoletani pronti alla rivolta, il tam-tam dei rioni fece materializzare per le strade l’idea che una ribellione di Napoli avrebbe potuto sfociare in una futura separazione del Sud dal resto d’Italia. Nei giorni tra il voto e l’esito definitivo delle urne, la Prefettura di Napoli chiese rinforzi all’allora ministro dell’Interno, il socialista Giuseppe Romita, che provvide all’invio di reparti della Celere a protezione dei luoghi sensibili come le sedi dei partiti e le caserme, prese di mira dai rivoltosi per procurare armi.
La sera del 4 giugno la radio divulgò la notizia del vantaggio della repubblica, e la città piombò in un silenzio carico di tensione, destinata a sfogarsi il giorno successivo quando il contemporaneo arrivo a Capodichino della principessa Maria Josè diede il «la» alle proteste di piazza. Già durante la mattinata si registrarono i primi tafferugli tra monarchici e comunisti, mentre Maria José veniva invitata dalle autorità a lasciare la città per Lisbona. Arginato a fatica dalla forza pubblica, il movimento spontaneo dei monarchici si riversò nelle strade di Capodimonte la mattina seguente, con camion imbandierati con lo stemma sabaudo. Ciò che la Prefettura aveva temuto nei giorni precedenti divenne realtà: gli insorti assalirono le caserme dei Carabinieri e dell’Esercito in cerca di armi (e della solidarietà dall’Arma, che non arrivò). Durante gli scontri con la Celere, Napoli ebbe il primo morto. Durante l’assedio della caserma dei Carabinieri di Capodimonte, il lancio di bombe a mano ferì mortalmente l’imbianchino 35enne Ciro Martino. La prima vittima tra i «lazzari» fu la premessa di quelle che furono le «Sette giornate di Napoli», una settimana in cui il fantasma della guerra civile si mostrò nuovamente agli occhi degli italiani. La rabbia si sfogò allora non solo contro i comunisti e i partiti del Nord, ma anche contro una Democrazia Cristiana accusata di ambiguità sulla questione della forma dello Stato e senza risparmiare il braccio del partito, il clero. Numerosi furono in quei giorni concitati gli episodi di violenza contro ecclesiastici, malmenati o scherniti per i vicoli della città per non avere apertamente sostenuto la scelta monarchica.
La situazione peggiorò rapidamente il giorno dopo, quando una folla di 5.000 persone si radunò a Vasto per raggiungere piazza del Plebiscito con l’intento simbolico di fare ammainare la bandiera repubblicana e issare nuovamente quella sabauda. Negli scontri con la Celere, i Carabinieri e l’esercito rimase un altro morto sul selciato: si trattava del sedicenne Gaetano d’Alessandro, colpito alla testa da una raffica di mitra. Lo stesso giorno moriva in ospedale un altro minorenne, il 14enne Carlo Russo, ferito il giorno prima negli scontri di piazza.
Il 9 giugno fu segnato dalle esequie del giovanissimo Russo, che aggiunsero rabbia alla rabbia, gettando le premesse di quello che sarà il giorno più nero della settimana dei tumulti di Napoli. Le fila dei sostenitori dei Savoia andavano aumentando con l’arrivo in città di monarchici provenienti da tutto il Meridione, mentre dalla parte delle forze dell’ordine furono chiamati rinforzi dal Nord, nei cui ranghi erano attivi diversi elementi provenienti dalla Resistenza, arruolati nella Celere dopo la guerra. L’11 giugno la protesta raggiunse il climax, alimentata dalla frustrazione per il rifiuto di Umberto II alla richiesta di porsi alla testa di una rivolta lealista e per gli effetti di un secondo funerale, quello dell’adolescente D’Alessandro. Quel giorno, dopo le esequie, la folla imbandierata con i simboli di Casa Savoia puntò alla sede del Partito Comunista di via Medina, in pieno centro cittadino. Lo scopo dei manifestanti era quello di strappare le bandiere della repubblica e quella rossa dalla facciata del palazzo, come già fatto in altre occasioni nei giorni precedenti, ma la situazione precipitò quasi subito, con la Polizia che sparò al primo manifestante che cercava di arrampicarsi per strappare i vessilli. Ne nacque un durissimo scontro a fuoco tra le barricate realizzate con due vetture tranviarie nella quale persero la vita 9 persone tra cui la diciannovenne Ida Cavalieri, investita da un automezzo della Celere mentre gridava, avvolta nella bandiera sabauda, «Viva ‘o rre!». Due furono i caduti tra le forze dell’ordine, decine i feriti. Durante gli scontri, i «luciani», pescatori di Santa Lucia, decisero di dare man forte ai manifestanti assalendo la sede del Comando Marina per impadronirsi delle armi, venendo respinti a fatica dai militari a guardia della caserma.
La strage di via Medina poteva essere l’ìnizio di una guerra tra il Sud e il Nord, vista la solidarietà espressa dai monarchici meridionali alle vittime delle pallottole del nascente Stato repubblicano. Tuttavia la partenza per l’esilio di Umberto II, avvenuta appena 48 ore dopo i fatti, fece sgonfiare i moti lealisti nati dal «ventre di Napoli». Il 18 giugno la Corte di Cassazione confermò la vittoria della repubblica. Ma l’eredità delle «Sette giornate» dei monarchici pesò sulle scelte successive dell’Italia repubblicana. Un illustre napoletano e monarchico, Enrico De Nicola, divenne Capo provvisorio dello Stato, mentre il primo sindaco eletto dopo l’amministrazione prefettizia della città fu l’avvocato Giuseppe Buonocore, anch’egli di ispirazione monarchica ma garante della transizione in quanto padre della Costituente. Mentre si consumavano gli scontri del giugno 1946, dietro le quinte lavorava l’armatore Achille Lauro, fervente sostenitore dei Savoia e futuro deputato per il Partito Nazionale Monarchico. In quei mesi durissimi del 1946 lavorò per ricostituire la sua flotta annientata dalla guerra grazie all’acquisto di naviglio americano residuato. In breve fu in grado di ricostruire un impero nella navigazione commerciale e nelle rotte atlantiche della seconda emigrazione italiana, sostituendosi, per così dire, alla figura del re nel lungo periodo chiamato «laurismo», quello dei mandati di sindaco di Napoli dal 1952 al 1957 e poi ancora nel 1961. Per citare il grande Eduardo de Filippo, «’A nuttata era passata», ma in quella settimana di ottant’anni fa Napoli e l’Italia si erano trovate avvolte da un buio pesto.
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