Peggio morti che bendati

«Un morto, troppe ombre». Così titolava ieri in prima pagina La Repubblica. Occhiello: il giallo del carabiniere ucciso. Più sotto venivano spiegati i «dubbi sulla dinamica dei fatti», quasi che i militari dell’Arma, il cui collega l’altra sera a Roma è rimasto vittima di un brutale assassinio, avessero qualche cosa da nascondere. Più esplicita però era la riga nera conclusiva del titolo: «Foto shock dell’interrogatorio in caserma», con relativo giudizio del portavoce del comando generale: «Metodi inaccettabili». (…)

(…) Nelle pagine interne compariva l’istantanea incriminata, con tanto di commento indignato. In pratica, il quotidiano riproduceva l’immagine di uno dei ragazzi americani arrestati per l’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello. Nello scatto, realizzato in caserma subito dopo il fermo di polizia, si intravede lo studente bendato e le mani dietro la schiena, presumibilmente ammanettato. Per Repubblica, quel foulard attorno agli occhi dice tutto: «Privato della libertà e prima ancora di essere sentito da un magistrato, l’indagato veniva esibito come un trofeo (magari da condividere via social) cui far pagare il conto per la morte di un collega». Attenzione: lo studente accusato di aver partecipato all’assassinio di un sottufficiale dei carabinieri, nella fotografia non appare picchiato o torturato: è ammanettato e bendato. Si può discutere se sia una pratica abituale e consentita quella di bendare l’arrestato, se serva a qualche cosa o sia una misura inutile anche per spingere a una confessione, ma una cosa appare certa: una benda attorno agli occhi non ha mai ammazzato nessuno. Può essere un eccesso, o anche il frutto di una reazione rabbiosa dei colleghi della vittima. Ma un foulard che ti impedisce di vedere, anche se ritenuto una misura psicologicamente coercitiva, che mette l’indagato in una condizione di disagio e tensione, non è un coltello con cui si sono inferti undici fendenti al cuore di un servitore dello Stato. Oh, certo, i ragazzini hanno colpito il vicebrigadiere perché temevano fosse un pusher, oppure uno della banda a cui avevano rubato lo zainetto. Sono studenti che hanno reagito in modo inconsulto e spaventato, credendo di aver giocato con il fuoco. E poi uno di loro, proprio quello ammanettato, faceva uso di psicofarmaci, forse per la fifa, dunque può aver reagito all’alt di Cerciello mentre non era nel pieno possesso delle proprie facoltà. Invece, dei ragazzi poco più che ventenni, quasi coetanei degli arrestati, non possono reagire di fronte a un loro collega ammazzato a sangue freddo, e nemmeno possono scattare una foto a uno degli assassini, perché rischiano di essere accusati e trasferiti, colpevoli di aver mostrato «un trofeo». Per loro, per i carabinieri, per i colleghi della vittima, c’è la gogna, per i colpevoli c’è un ritratto amorevole di bravi ragazzi in libertà, giovani studenti di buona famiglia, arrivati in Italia per una vacanza premio dopo aver frequentato una scuola della upper class di San Francisco.

Così, la caserma dei carabinieri è presentata come una Guantanamo romana, e gli arrestati sembrano dei prigionieri di Abu Ghraib, la prigione di Baghdad dove dopo la Guerra del Golfo gli americani rinchiudevano i sospettati. Certo, si fa alla svelta a speculare su quell’immagine e a condannare i carabinieri. All’interno dell’Arma è ancora fresco il ricordo di Stefano Cucchi, il giovane arrestato e morto in carcere probabilmente a causa delle percosse all’atto del fermo. Dunque si capisce che il comando generale abbia subito bollato quella fotografia come qualche cosa di inaccettabile. Tuttavia, il ragazzo americano non è Cucchi e fino a prova contraria non risulta sia stato picchiato, ma solo bendato. L’indignazione di Repubblica e compagni però ha fatto sì che all’interno dei carabinieri sia subito scattata una caccia all’uomo per colpire e sanzionare chi ha messo il foulard in testa al presunto assassino e chi ha fatto uscire dalla caserma lo scatto. L’immagine di certo non resterà impunita. La morte di un carabiniere di 35 anni, sposo da un mese e mezzo, quasi passa in secondo piano, oscurata dalle ombre dell’indagine e da una fotografia. Di certo, sulle pagine di Repubblica l’odio dell’insegnante che via Facebook ha commentato con «uno di meno» l’assassinio del vicebrigadiere è passato in quarto piano. Nemmeno una riga nel titolo d’apertura, nemmeno un richiamo: solo una didascalia in una pagina interna. Perché un servitore dello Stato che benda gli occhi a un presunto assassino è colpevole senza attenuanti, mentre una docente di quello stesso Stato che gode della morte di un carabiniere, giudicando poco intelligente il suo sguardo, è invece una professoressa da comprendere e magari giustificare; di certo il suo è un atto minore.

Non sappiamo che cosa ne pensiate voi, ma noi, anche se avesse sbagliato o esagerato, stiamo sempre dalla parte del carabiniere.

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