True
2024-10-02
Kamala inguaiata dai camalli: il maxi sciopero danneggia l’economia Usa e la sua corsa
Kamala Harris (Ansa)
La working class si conferma il grande tallone d’Achille di Kamala Harris. Ieri, il sindacato dei portuali, l’International longshoremen’s association, ha decretato un maxi sciopero contro la Usmx: l’associazione dei datori di lavoro del settore portuale. La serrata interesserà quasi 50.000 lavoratori fino a un massimo di 36 porti della costa orientale e di quella meridionale (dal Maine al Texas, per intenderci). In particolare, i portuali, che non incrociavano le braccia dal 1977, chiedono aumenti salariali e maggiori garanzie contro il lavoro automatizzato.
Secondo JP Morgan, lo sciopero potrebbe costare all’economia americana fino a 4,5 miliardi di dollari al giorno: d’altronde, stando alla Cnbc, i porti interessati gestirebbero ogni anno una parte considerevole del commercio internazionale statunitense (circa 3.000 miliardi). Ieri pomeriggio, le compagnie di spedizione hanno risentito di cali azionari (Zim del 7%, Ups del 2,6% e FedEx dell’1,4%).
Per la candidata dem, che è vicepresidente in carica degli Stati Uniti, si tratta di un grattacapo rilevante. L’amministrazione Biden-Harris si è infatti ritrovata in un dilemma di difficilissima, se non impossibile, soluzione. La Casa Bianca avrebbe infatti l’autorità per sospendere lo sciopero, invocando il Taft-Hartley Act. Tuttavia, se agisse in questo modo, verrebbe prevedibilmente accusata di tenere una linea antisindacale: uno scenario che la Harris, a poco più di un mese dalle elezioni, non può ovviamente permettersi.
Ricordiamo d’altronde che, il mese scorso, la vicepresidente è stata di fatto abbandonata dal sindacato degli autotrasportatori e dei ferrovieri (i Teamsters), che si è rifiutato di dare il proprio endorsement alle presidenziali di quest’anno: uno schiaffo in piena regola alla Harris, visto che dal 2000 questa organizzazione aveva ininterrottamente garantito il proprio appoggio ai candidati del Partito democratico. Guarda caso, poche ore fa, il presidente dei Teamsters, Sean O’Brien, ha espresso «piena solidarietà» ai portuali. «Il governo degli Stati Uniti dovrebbe stare fottutamente fuori da questa lotta e consentire ai lavoratori sindacalizzati di scioperare per i salari e i benefit che hanno guadagnato», ha dichiarato. Parole non esattamente amichevoli verso Biden e la Harris, che del governo statunitense sono ai vertici. Del resto, nel 2022, l’attuale Casa Bianca aveva sospeso uno sciopero del settore ferroviario: una mossa che ha poi pesato negativamente sui suoi rapporti con il sindacato di O’Brien.
Il punto è che, se non può permettersi politicamente di bloccare lo sciopero dei portuali, la Casa Bianca non può neppure permettersi di avallarlo. Sì, perché questa serrata provocherà prevedibilmente dei significativi problemi alle catene di approvvigionamento col risultato che i prezzi si impenneranno nel periodo prenatalizio, alimentando i malumori dei consumatori americani (già abbastanza seccati a causa degli effetti di un’inflazione, salita alle stelle nel 2022).
Si tratta di un incubo per la Harris, che rischia di dover fronteggiare un diffuso malcontento a poche settimane dal voto. Inoltre, l’eventuale inazione della Casa Bianca innervosirebbe la Camera di commercio degli Stati Uniti, che ha già invocato la linea dura da parte del governo contro lo sciopero dei portuali. Come se non bastasse, secondo il Los Angeles Times, se la serrata dovesse durate fino a due settimane, ciò potrebbe creare dei problemi di produzione all’industria automobilistica, che sarebbe costretta a rallentare e, nel caso peggiore, a tagliare personale. Uno scenario che, qualora si verificasse, avrebbe impatti elettorali notevoli su uno Stato cruciale come il Michigan. La candidata dem rischia quindi di ritrovarsi seriamente in un vicolo cieco. Del resto, la difficoltà in cui si trova la Casa Bianca è testimoniata anche da una sua nota, rilasciata ieri, in cui ci si limita genericamente a dire che Biden e la Harris stanno monitorando la situazione, augurandosi che dei negoziati tra le parti mettano rapidamente fine allo sciopero.
«Lo sciopero è stato causato dalla massiccia inflazione creata dal regime Harris-Biden. I portuali sono stati decimati da questa inflazione», ha invece tuonato Donald Trump. Certo, anche lui deve fare attenzione, barcamenandosi tra le rivendicazioni dei sindacati e i settori imprenditoriali: il tycoon ha infatti necessità di riuscire a parlare a entrambi questi mondi e, vista la situazione, non è un obiettivo facile da conseguire. Tuttavia, il suo vantaggio risiede nel fatto che, contrariamente alla Harris, al momento non detiene delle responsabilità di governo. In quanto vicepresidente in carica, la sua avversaria è infatti più esposta e vulnerabile. A peggiorare il quadro per lei sta poi il fatto che, nel 2020, il sindacato dei portuali aveva dato l’endorsement a Biden: un sindacato che non può non sapere che, proclamando uno sciopero così vasto adesso, danneggerà probabilmente molto più la Harris del suo avversario. La vicepresidente si conferma, insomma, piuttosto debole nel voto della working class. Un campanello d’allarme inquietante per lei, a ormai poco più di un mese dalle elezioni.
Utenti in fuga da Netflix: è pro Harris
Bisognerà aspettare metà ottobre per capire a quanto ammontano le perdite di Netflix dopo le disdette agli abbonamenti, scattate a seguito dell’appoggio del cofondatore e presidente del colosso streaming, Reed Hastings, a Kamala Harris. In vista delle elezioni presidenziali Usa del 5 novembre Hastings, donatore democratico di lunga data, ha offerto circa 7 milioni di dollari alla campagna elettorale della candidata e vice di Joe Biden. L’agenzia Bloomberg ha riferito che secondo Antenna, società americana di ricerche di mercato, il colosso dello streaming ha subito un’ondata di disdette nei giorni immediatamente successivi all’endorsement di Hastings in favore di Kamala. Il tasso di abbonamenti sospesi, sostenuto dalla campagna #CancelNetflix, è quasi triplicato: lo scorso 26 luglio, quattro giorni dopo il tweet pro-Harris di Hastings, Netflix ha subito il picco annuale di cancellazioni; i dettagli delle perdite saranno noti tra una decina di giorni, quando Netflix, che non ha voluto commentare la notizia, pubblicherà i risultati dei profitti. Come se non bastasse, anche i dipendenti del servizio si sono schierati in massa con i dem Usa, come ha reso noto Elon Musk in un grafico realizzato dalla piattaforma dati Quiver Quantitative e pubblicato su X (ex Twitter): «Le donazioni dei dipendenti Netflix non potrebbero essere più sbilanciate a favore del Partito Democratico (100 per cento)», ha commentato il presidente di X, che sostiene apertamente Donald Trump.
Non è una novità che le grandi aziende americane - soprattutto quelle che dominano i media e il settore dell’informatica e della tecnologia - si schierino a favore dei dem e delle loro politiche: la maggior parte delle aziende dell’intrattenimento e della Silicon Valley e i loro dirigenti hanno preso posizione a favore del partito dell’asinello. Negli ultimi anni, però, le azioni di boicottaggio dei marchi pro-dem da parte di cittadini e attivisti sono aumentate. Il caso più recente e popolare è quello della birra Bud Light (Budweiser), le cui vendite sono crollate dopo che una campagna pubblicitaria con l’influencer e attivista transgender Dylan Mulvaney ha scatenato le proteste dei consumatori.
I grafici di Quiver Quantitaties documentano le generose offerte degli impiegati delle grandi aziende Usa a favore del partito dell’asinello e di Harris: il 78 per cento dei dipendenti di Microsoft ha contribuito con 3,9 milioni di dollari, il 100 per cento di quelli dell’editore Newsweb ha donato 9,2 milioni di dollari, l’89 per cento degli impiegati della holding di Google, Alphabet, ha offerto 8,3 milioni di dollari. A livello di grandi aziende, i «top donors» dei democratici sono Google, Microsoft, Johnson & Johnson, Apple, Oracle, Nvidia, Boeing, Morgan Stanley, Netflix, JP Morgan, Accenture, Adobe, Amazon, Facebook, Pfizer e Disney. Quest’ultima ha inserito personaggi ed elementi gender nei suoi cartoni animati per promuovere l’agenda Lgbtq anche tra i bambini, al punto che il repubblicano Ron DeSantis, governatore della Florida (dove hanno sede i parchi a tema della Disney), ha approvato una legge che limita la discussione nelle classi sull’orientamento di genere e sull’identità sessuale. La Disney lo ha citato in giudizio, la battaglia legale è durata un anno: alla fine, in una causa federale separata, un giudice distrettuale ha respinto il caso contro DeSantis, la società ha fatto appello e alla fine è stato trovato un accordo. La casa cinematografica in questi giorni è nel mirino dei Repubblicani anche per il rapporto che lega Kamala Harris al copresidente di Disney Entertainment, Dana Walden, che è anche presidente del colosso dell’informazione Abc News e del National Geographic Entertainment. L’agenda globale persegue, insomma, un controllo dell’informazione sempre più serrato, anche grazie alle generose donazioni dal mondo dei media, quasi completamente schierato a sinistra.
Continua a leggereRiduci
La serrata nei porti atlantici rischia di costare fino a 4,5 miliardi di dollari al giorno. Biden può avallarla o bloccarla. In ogni caso farà perdere consensi alla sua «delfina».Pioggia di disdette degli abbonamenti Netflix dopo l’endorsement alla Harris del patron della piattaforma. Il colosso, insieme a Disney, Microsoft e Google, ha donato milioni alla campagna dem.Lo speciale contiene due articoli.La working class si conferma il grande tallone d’Achille di Kamala Harris. Ieri, il sindacato dei portuali, l’International longshoremen’s association, ha decretato un maxi sciopero contro la Usmx: l’associazione dei datori di lavoro del settore portuale. La serrata interesserà quasi 50.000 lavoratori fino a un massimo di 36 porti della costa orientale e di quella meridionale (dal Maine al Texas, per intenderci). In particolare, i portuali, che non incrociavano le braccia dal 1977, chiedono aumenti salariali e maggiori garanzie contro il lavoro automatizzato. Secondo JP Morgan, lo sciopero potrebbe costare all’economia americana fino a 4,5 miliardi di dollari al giorno: d’altronde, stando alla Cnbc, i porti interessati gestirebbero ogni anno una parte considerevole del commercio internazionale statunitense (circa 3.000 miliardi). Ieri pomeriggio, le compagnie di spedizione hanno risentito di cali azionari (Zim del 7%, Ups del 2,6% e FedEx dell’1,4%).Per la candidata dem, che è vicepresidente in carica degli Stati Uniti, si tratta di un grattacapo rilevante. L’amministrazione Biden-Harris si è infatti ritrovata in un dilemma di difficilissima, se non impossibile, soluzione. La Casa Bianca avrebbe infatti l’autorità per sospendere lo sciopero, invocando il Taft-Hartley Act. Tuttavia, se agisse in questo modo, verrebbe prevedibilmente accusata di tenere una linea antisindacale: uno scenario che la Harris, a poco più di un mese dalle elezioni, non può ovviamente permettersi.Ricordiamo d’altronde che, il mese scorso, la vicepresidente è stata di fatto abbandonata dal sindacato degli autotrasportatori e dei ferrovieri (i Teamsters), che si è rifiutato di dare il proprio endorsement alle presidenziali di quest’anno: uno schiaffo in piena regola alla Harris, visto che dal 2000 questa organizzazione aveva ininterrottamente garantito il proprio appoggio ai candidati del Partito democratico. Guarda caso, poche ore fa, il presidente dei Teamsters, Sean O’Brien, ha espresso «piena solidarietà» ai portuali. «Il governo degli Stati Uniti dovrebbe stare fottutamente fuori da questa lotta e consentire ai lavoratori sindacalizzati di scioperare per i salari e i benefit che hanno guadagnato», ha dichiarato. Parole non esattamente amichevoli verso Biden e la Harris, che del governo statunitense sono ai vertici. Del resto, nel 2022, l’attuale Casa Bianca aveva sospeso uno sciopero del settore ferroviario: una mossa che ha poi pesato negativamente sui suoi rapporti con il sindacato di O’Brien.Il punto è che, se non può permettersi politicamente di bloccare lo sciopero dei portuali, la Casa Bianca non può neppure permettersi di avallarlo. Sì, perché questa serrata provocherà prevedibilmente dei significativi problemi alle catene di approvvigionamento col risultato che i prezzi si impenneranno nel periodo prenatalizio, alimentando i malumori dei consumatori americani (già abbastanza seccati a causa degli effetti di un’inflazione, salita alle stelle nel 2022).Si tratta di un incubo per la Harris, che rischia di dover fronteggiare un diffuso malcontento a poche settimane dal voto. Inoltre, l’eventuale inazione della Casa Bianca innervosirebbe la Camera di commercio degli Stati Uniti, che ha già invocato la linea dura da parte del governo contro lo sciopero dei portuali. Come se non bastasse, secondo il Los Angeles Times, se la serrata dovesse durate fino a due settimane, ciò potrebbe creare dei problemi di produzione all’industria automobilistica, che sarebbe costretta a rallentare e, nel caso peggiore, a tagliare personale. Uno scenario che, qualora si verificasse, avrebbe impatti elettorali notevoli su uno Stato cruciale come il Michigan. La candidata dem rischia quindi di ritrovarsi seriamente in un vicolo cieco. Del resto, la difficoltà in cui si trova la Casa Bianca è testimoniata anche da una sua nota, rilasciata ieri, in cui ci si limita genericamente a dire che Biden e la Harris stanno monitorando la situazione, augurandosi che dei negoziati tra le parti mettano rapidamente fine allo sciopero.«Lo sciopero è stato causato dalla massiccia inflazione creata dal regime Harris-Biden. I portuali sono stati decimati da questa inflazione», ha invece tuonato Donald Trump. Certo, anche lui deve fare attenzione, barcamenandosi tra le rivendicazioni dei sindacati e i settori imprenditoriali: il tycoon ha infatti necessità di riuscire a parlare a entrambi questi mondi e, vista la situazione, non è un obiettivo facile da conseguire. Tuttavia, il suo vantaggio risiede nel fatto che, contrariamente alla Harris, al momento non detiene delle responsabilità di governo. In quanto vicepresidente in carica, la sua avversaria è infatti più esposta e vulnerabile. A peggiorare il quadro per lei sta poi il fatto che, nel 2020, il sindacato dei portuali aveva dato l’endorsement a Biden: un sindacato che non può non sapere che, proclamando uno sciopero così vasto adesso, danneggerà probabilmente molto più la Harris del suo avversario. La vicepresidente si conferma, insomma, piuttosto debole nel voto della working class. Un campanello d’allarme inquietante per lei, a ormai poco più di un mese dalle elezioni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/kamala-harris-crisi-2669307073.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="utenti-in-fuga-da-netflix-e-pro-harris" data-post-id="2669307073" data-published-at="1727816864" data-use-pagination="False"> Utenti in fuga da Netflix: è pro Harris Bisognerà aspettare metà ottobre per capire a quanto ammontano le perdite di Netflix dopo le disdette agli abbonamenti, scattate a seguito dell’appoggio del cofondatore e presidente del colosso streaming, Reed Hastings, a Kamala Harris. In vista delle elezioni presidenziali Usa del 5 novembre Hastings, donatore democratico di lunga data, ha offerto circa 7 milioni di dollari alla campagna elettorale della candidata e vice di Joe Biden. L’agenzia Bloomberg ha riferito che secondo Antenna, società americana di ricerche di mercato, il colosso dello streaming ha subito un’ondata di disdette nei giorni immediatamente successivi all’endorsement di Hastings in favore di Kamala. Il tasso di abbonamenti sospesi, sostenuto dalla campagna #CancelNetflix, è quasi triplicato: lo scorso 26 luglio, quattro giorni dopo il tweet pro-Harris di Hastings, Netflix ha subito il picco annuale di cancellazioni; i dettagli delle perdite saranno noti tra una decina di giorni, quando Netflix, che non ha voluto commentare la notizia, pubblicherà i risultati dei profitti. Come se non bastasse, anche i dipendenti del servizio si sono schierati in massa con i dem Usa, come ha reso noto Elon Musk in un grafico realizzato dalla piattaforma dati Quiver Quantitative e pubblicato su X (ex Twitter): «Le donazioni dei dipendenti Netflix non potrebbero essere più sbilanciate a favore del Partito Democratico (100 per cento)», ha commentato il presidente di X, che sostiene apertamente Donald Trump. Non è una novità che le grandi aziende americane - soprattutto quelle che dominano i media e il settore dell’informatica e della tecnologia - si schierino a favore dei dem e delle loro politiche: la maggior parte delle aziende dell’intrattenimento e della Silicon Valley e i loro dirigenti hanno preso posizione a favore del partito dell’asinello. Negli ultimi anni, però, le azioni di boicottaggio dei marchi pro-dem da parte di cittadini e attivisti sono aumentate. Il caso più recente e popolare è quello della birra Bud Light (Budweiser), le cui vendite sono crollate dopo che una campagna pubblicitaria con l’influencer e attivista transgender Dylan Mulvaney ha scatenato le proteste dei consumatori. I grafici di Quiver Quantitaties documentano le generose offerte degli impiegati delle grandi aziende Usa a favore del partito dell’asinello e di Harris: il 78 per cento dei dipendenti di Microsoft ha contribuito con 3,9 milioni di dollari, il 100 per cento di quelli dell’editore Newsweb ha donato 9,2 milioni di dollari, l’89 per cento degli impiegati della holding di Google, Alphabet, ha offerto 8,3 milioni di dollari. A livello di grandi aziende, i «top donors» dei democratici sono Google, Microsoft, Johnson & Johnson, Apple, Oracle, Nvidia, Boeing, Morgan Stanley, Netflix, JP Morgan, Accenture, Adobe, Amazon, Facebook, Pfizer e Disney. Quest’ultima ha inserito personaggi ed elementi gender nei suoi cartoni animati per promuovere l’agenda Lgbtq anche tra i bambini, al punto che il repubblicano Ron DeSantis, governatore della Florida (dove hanno sede i parchi a tema della Disney), ha approvato una legge che limita la discussione nelle classi sull’orientamento di genere e sull’identità sessuale. La Disney lo ha citato in giudizio, la battaglia legale è durata un anno: alla fine, in una causa federale separata, un giudice distrettuale ha respinto il caso contro DeSantis, la società ha fatto appello e alla fine è stato trovato un accordo. La casa cinematografica in questi giorni è nel mirino dei Repubblicani anche per il rapporto che lega Kamala Harris al copresidente di Disney Entertainment, Dana Walden, che è anche presidente del colosso dell’informazione Abc News e del National Geographic Entertainment. L’agenda globale persegue, insomma, un controllo dell’informazione sempre più serrato, anche grazie alle generose donazioni dal mondo dei media, quasi completamente schierato a sinistra.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci