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2024-10-02
Kamala inguaiata dai camalli: il maxi sciopero danneggia l’economia Usa e la sua corsa
Kamala Harris (Ansa)
La working class si conferma il grande tallone d’Achille di Kamala Harris. Ieri, il sindacato dei portuali, l’International longshoremen’s association, ha decretato un maxi sciopero contro la Usmx: l’associazione dei datori di lavoro del settore portuale. La serrata interesserà quasi 50.000 lavoratori fino a un massimo di 36 porti della costa orientale e di quella meridionale (dal Maine al Texas, per intenderci). In particolare, i portuali, che non incrociavano le braccia dal 1977, chiedono aumenti salariali e maggiori garanzie contro il lavoro automatizzato.
Secondo JP Morgan, lo sciopero potrebbe costare all’economia americana fino a 4,5 miliardi di dollari al giorno: d’altronde, stando alla Cnbc, i porti interessati gestirebbero ogni anno una parte considerevole del commercio internazionale statunitense (circa 3.000 miliardi). Ieri pomeriggio, le compagnie di spedizione hanno risentito di cali azionari (Zim del 7%, Ups del 2,6% e FedEx dell’1,4%).
Per la candidata dem, che è vicepresidente in carica degli Stati Uniti, si tratta di un grattacapo rilevante. L’amministrazione Biden-Harris si è infatti ritrovata in un dilemma di difficilissima, se non impossibile, soluzione. La Casa Bianca avrebbe infatti l’autorità per sospendere lo sciopero, invocando il Taft-Hartley Act. Tuttavia, se agisse in questo modo, verrebbe prevedibilmente accusata di tenere una linea antisindacale: uno scenario che la Harris, a poco più di un mese dalle elezioni, non può ovviamente permettersi.
Ricordiamo d’altronde che, il mese scorso, la vicepresidente è stata di fatto abbandonata dal sindacato degli autotrasportatori e dei ferrovieri (i Teamsters), che si è rifiutato di dare il proprio endorsement alle presidenziali di quest’anno: uno schiaffo in piena regola alla Harris, visto che dal 2000 questa organizzazione aveva ininterrottamente garantito il proprio appoggio ai candidati del Partito democratico. Guarda caso, poche ore fa, il presidente dei Teamsters, Sean O’Brien, ha espresso «piena solidarietà» ai portuali. «Il governo degli Stati Uniti dovrebbe stare fottutamente fuori da questa lotta e consentire ai lavoratori sindacalizzati di scioperare per i salari e i benefit che hanno guadagnato», ha dichiarato. Parole non esattamente amichevoli verso Biden e la Harris, che del governo statunitense sono ai vertici. Del resto, nel 2022, l’attuale Casa Bianca aveva sospeso uno sciopero del settore ferroviario: una mossa che ha poi pesato negativamente sui suoi rapporti con il sindacato di O’Brien.
Il punto è che, se non può permettersi politicamente di bloccare lo sciopero dei portuali, la Casa Bianca non può neppure permettersi di avallarlo. Sì, perché questa serrata provocherà prevedibilmente dei significativi problemi alle catene di approvvigionamento col risultato che i prezzi si impenneranno nel periodo prenatalizio, alimentando i malumori dei consumatori americani (già abbastanza seccati a causa degli effetti di un’inflazione, salita alle stelle nel 2022).
Si tratta di un incubo per la Harris, che rischia di dover fronteggiare un diffuso malcontento a poche settimane dal voto. Inoltre, l’eventuale inazione della Casa Bianca innervosirebbe la Camera di commercio degli Stati Uniti, che ha già invocato la linea dura da parte del governo contro lo sciopero dei portuali. Come se non bastasse, secondo il Los Angeles Times, se la serrata dovesse durate fino a due settimane, ciò potrebbe creare dei problemi di produzione all’industria automobilistica, che sarebbe costretta a rallentare e, nel caso peggiore, a tagliare personale. Uno scenario che, qualora si verificasse, avrebbe impatti elettorali notevoli su uno Stato cruciale come il Michigan. La candidata dem rischia quindi di ritrovarsi seriamente in un vicolo cieco. Del resto, la difficoltà in cui si trova la Casa Bianca è testimoniata anche da una sua nota, rilasciata ieri, in cui ci si limita genericamente a dire che Biden e la Harris stanno monitorando la situazione, augurandosi che dei negoziati tra le parti mettano rapidamente fine allo sciopero.
«Lo sciopero è stato causato dalla massiccia inflazione creata dal regime Harris-Biden. I portuali sono stati decimati da questa inflazione», ha invece tuonato Donald Trump. Certo, anche lui deve fare attenzione, barcamenandosi tra le rivendicazioni dei sindacati e i settori imprenditoriali: il tycoon ha infatti necessità di riuscire a parlare a entrambi questi mondi e, vista la situazione, non è un obiettivo facile da conseguire. Tuttavia, il suo vantaggio risiede nel fatto che, contrariamente alla Harris, al momento non detiene delle responsabilità di governo. In quanto vicepresidente in carica, la sua avversaria è infatti più esposta e vulnerabile. A peggiorare il quadro per lei sta poi il fatto che, nel 2020, il sindacato dei portuali aveva dato l’endorsement a Biden: un sindacato che non può non sapere che, proclamando uno sciopero così vasto adesso, danneggerà probabilmente molto più la Harris del suo avversario. La vicepresidente si conferma, insomma, piuttosto debole nel voto della working class. Un campanello d’allarme inquietante per lei, a ormai poco più di un mese dalle elezioni.
Utenti in fuga da Netflix: è pro Harris
Bisognerà aspettare metà ottobre per capire a quanto ammontano le perdite di Netflix dopo le disdette agli abbonamenti, scattate a seguito dell’appoggio del cofondatore e presidente del colosso streaming, Reed Hastings, a Kamala Harris. In vista delle elezioni presidenziali Usa del 5 novembre Hastings, donatore democratico di lunga data, ha offerto circa 7 milioni di dollari alla campagna elettorale della candidata e vice di Joe Biden. L’agenzia Bloomberg ha riferito che secondo Antenna, società americana di ricerche di mercato, il colosso dello streaming ha subito un’ondata di disdette nei giorni immediatamente successivi all’endorsement di Hastings in favore di Kamala. Il tasso di abbonamenti sospesi, sostenuto dalla campagna #CancelNetflix, è quasi triplicato: lo scorso 26 luglio, quattro giorni dopo il tweet pro-Harris di Hastings, Netflix ha subito il picco annuale di cancellazioni; i dettagli delle perdite saranno noti tra una decina di giorni, quando Netflix, che non ha voluto commentare la notizia, pubblicherà i risultati dei profitti. Come se non bastasse, anche i dipendenti del servizio si sono schierati in massa con i dem Usa, come ha reso noto Elon Musk in un grafico realizzato dalla piattaforma dati Quiver Quantitative e pubblicato su X (ex Twitter): «Le donazioni dei dipendenti Netflix non potrebbero essere più sbilanciate a favore del Partito Democratico (100 per cento)», ha commentato il presidente di X, che sostiene apertamente Donald Trump.
Non è una novità che le grandi aziende americane - soprattutto quelle che dominano i media e il settore dell’informatica e della tecnologia - si schierino a favore dei dem e delle loro politiche: la maggior parte delle aziende dell’intrattenimento e della Silicon Valley e i loro dirigenti hanno preso posizione a favore del partito dell’asinello. Negli ultimi anni, però, le azioni di boicottaggio dei marchi pro-dem da parte di cittadini e attivisti sono aumentate. Il caso più recente e popolare è quello della birra Bud Light (Budweiser), le cui vendite sono crollate dopo che una campagna pubblicitaria con l’influencer e attivista transgender Dylan Mulvaney ha scatenato le proteste dei consumatori.
I grafici di Quiver Quantitaties documentano le generose offerte degli impiegati delle grandi aziende Usa a favore del partito dell’asinello e di Harris: il 78 per cento dei dipendenti di Microsoft ha contribuito con 3,9 milioni di dollari, il 100 per cento di quelli dell’editore Newsweb ha donato 9,2 milioni di dollari, l’89 per cento degli impiegati della holding di Google, Alphabet, ha offerto 8,3 milioni di dollari. A livello di grandi aziende, i «top donors» dei democratici sono Google, Microsoft, Johnson & Johnson, Apple, Oracle, Nvidia, Boeing, Morgan Stanley, Netflix, JP Morgan, Accenture, Adobe, Amazon, Facebook, Pfizer e Disney. Quest’ultima ha inserito personaggi ed elementi gender nei suoi cartoni animati per promuovere l’agenda Lgbtq anche tra i bambini, al punto che il repubblicano Ron DeSantis, governatore della Florida (dove hanno sede i parchi a tema della Disney), ha approvato una legge che limita la discussione nelle classi sull’orientamento di genere e sull’identità sessuale. La Disney lo ha citato in giudizio, la battaglia legale è durata un anno: alla fine, in una causa federale separata, un giudice distrettuale ha respinto il caso contro DeSantis, la società ha fatto appello e alla fine è stato trovato un accordo. La casa cinematografica in questi giorni è nel mirino dei Repubblicani anche per il rapporto che lega Kamala Harris al copresidente di Disney Entertainment, Dana Walden, che è anche presidente del colosso dell’informazione Abc News e del National Geographic Entertainment. L’agenda globale persegue, insomma, un controllo dell’informazione sempre più serrato, anche grazie alle generose donazioni dal mondo dei media, quasi completamente schierato a sinistra.
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La serrata nei porti atlantici rischia di costare fino a 4,5 miliardi di dollari al giorno. Biden può avallarla o bloccarla. In ogni caso farà perdere consensi alla sua «delfina».Pioggia di disdette degli abbonamenti Netflix dopo l’endorsement alla Harris del patron della piattaforma. Il colosso, insieme a Disney, Microsoft e Google, ha donato milioni alla campagna dem.Lo speciale contiene due articoli.La working class si conferma il grande tallone d’Achille di Kamala Harris. Ieri, il sindacato dei portuali, l’International longshoremen’s association, ha decretato un maxi sciopero contro la Usmx: l’associazione dei datori di lavoro del settore portuale. La serrata interesserà quasi 50.000 lavoratori fino a un massimo di 36 porti della costa orientale e di quella meridionale (dal Maine al Texas, per intenderci). In particolare, i portuali, che non incrociavano le braccia dal 1977, chiedono aumenti salariali e maggiori garanzie contro il lavoro automatizzato. Secondo JP Morgan, lo sciopero potrebbe costare all’economia americana fino a 4,5 miliardi di dollari al giorno: d’altronde, stando alla Cnbc, i porti interessati gestirebbero ogni anno una parte considerevole del commercio internazionale statunitense (circa 3.000 miliardi). Ieri pomeriggio, le compagnie di spedizione hanno risentito di cali azionari (Zim del 7%, Ups del 2,6% e FedEx dell’1,4%).Per la candidata dem, che è vicepresidente in carica degli Stati Uniti, si tratta di un grattacapo rilevante. L’amministrazione Biden-Harris si è infatti ritrovata in un dilemma di difficilissima, se non impossibile, soluzione. La Casa Bianca avrebbe infatti l’autorità per sospendere lo sciopero, invocando il Taft-Hartley Act. Tuttavia, se agisse in questo modo, verrebbe prevedibilmente accusata di tenere una linea antisindacale: uno scenario che la Harris, a poco più di un mese dalle elezioni, non può ovviamente permettersi.Ricordiamo d’altronde che, il mese scorso, la vicepresidente è stata di fatto abbandonata dal sindacato degli autotrasportatori e dei ferrovieri (i Teamsters), che si è rifiutato di dare il proprio endorsement alle presidenziali di quest’anno: uno schiaffo in piena regola alla Harris, visto che dal 2000 questa organizzazione aveva ininterrottamente garantito il proprio appoggio ai candidati del Partito democratico. Guarda caso, poche ore fa, il presidente dei Teamsters, Sean O’Brien, ha espresso «piena solidarietà» ai portuali. «Il governo degli Stati Uniti dovrebbe stare fottutamente fuori da questa lotta e consentire ai lavoratori sindacalizzati di scioperare per i salari e i benefit che hanno guadagnato», ha dichiarato. Parole non esattamente amichevoli verso Biden e la Harris, che del governo statunitense sono ai vertici. Del resto, nel 2022, l’attuale Casa Bianca aveva sospeso uno sciopero del settore ferroviario: una mossa che ha poi pesato negativamente sui suoi rapporti con il sindacato di O’Brien.Il punto è che, se non può permettersi politicamente di bloccare lo sciopero dei portuali, la Casa Bianca non può neppure permettersi di avallarlo. Sì, perché questa serrata provocherà prevedibilmente dei significativi problemi alle catene di approvvigionamento col risultato che i prezzi si impenneranno nel periodo prenatalizio, alimentando i malumori dei consumatori americani (già abbastanza seccati a causa degli effetti di un’inflazione, salita alle stelle nel 2022).Si tratta di un incubo per la Harris, che rischia di dover fronteggiare un diffuso malcontento a poche settimane dal voto. Inoltre, l’eventuale inazione della Casa Bianca innervosirebbe la Camera di commercio degli Stati Uniti, che ha già invocato la linea dura da parte del governo contro lo sciopero dei portuali. Come se non bastasse, secondo il Los Angeles Times, se la serrata dovesse durate fino a due settimane, ciò potrebbe creare dei problemi di produzione all’industria automobilistica, che sarebbe costretta a rallentare e, nel caso peggiore, a tagliare personale. Uno scenario che, qualora si verificasse, avrebbe impatti elettorali notevoli su uno Stato cruciale come il Michigan. La candidata dem rischia quindi di ritrovarsi seriamente in un vicolo cieco. Del resto, la difficoltà in cui si trova la Casa Bianca è testimoniata anche da una sua nota, rilasciata ieri, in cui ci si limita genericamente a dire che Biden e la Harris stanno monitorando la situazione, augurandosi che dei negoziati tra le parti mettano rapidamente fine allo sciopero.«Lo sciopero è stato causato dalla massiccia inflazione creata dal regime Harris-Biden. I portuali sono stati decimati da questa inflazione», ha invece tuonato Donald Trump. Certo, anche lui deve fare attenzione, barcamenandosi tra le rivendicazioni dei sindacati e i settori imprenditoriali: il tycoon ha infatti necessità di riuscire a parlare a entrambi questi mondi e, vista la situazione, non è un obiettivo facile da conseguire. Tuttavia, il suo vantaggio risiede nel fatto che, contrariamente alla Harris, al momento non detiene delle responsabilità di governo. In quanto vicepresidente in carica, la sua avversaria è infatti più esposta e vulnerabile. A peggiorare il quadro per lei sta poi il fatto che, nel 2020, il sindacato dei portuali aveva dato l’endorsement a Biden: un sindacato che non può non sapere che, proclamando uno sciopero così vasto adesso, danneggerà probabilmente molto più la Harris del suo avversario. La vicepresidente si conferma, insomma, piuttosto debole nel voto della working class. 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L’agenzia Bloomberg ha riferito che secondo Antenna, società americana di ricerche di mercato, il colosso dello streaming ha subito un’ondata di disdette nei giorni immediatamente successivi all’endorsement di Hastings in favore di Kamala. Il tasso di abbonamenti sospesi, sostenuto dalla campagna #CancelNetflix, è quasi triplicato: lo scorso 26 luglio, quattro giorni dopo il tweet pro-Harris di Hastings, Netflix ha subito il picco annuale di cancellazioni; i dettagli delle perdite saranno noti tra una decina di giorni, quando Netflix, che non ha voluto commentare la notizia, pubblicherà i risultati dei profitti. Come se non bastasse, anche i dipendenti del servizio si sono schierati in massa con i dem Usa, come ha reso noto Elon Musk in un grafico realizzato dalla piattaforma dati Quiver Quantitative e pubblicato su X (ex Twitter): «Le donazioni dei dipendenti Netflix non potrebbero essere più sbilanciate a favore del Partito Democratico (100 per cento)», ha commentato il presidente di X, che sostiene apertamente Donald Trump. Non è una novità che le grandi aziende americane - soprattutto quelle che dominano i media e il settore dell’informatica e della tecnologia - si schierino a favore dei dem e delle loro politiche: la maggior parte delle aziende dell’intrattenimento e della Silicon Valley e i loro dirigenti hanno preso posizione a favore del partito dell’asinello. Negli ultimi anni, però, le azioni di boicottaggio dei marchi pro-dem da parte di cittadini e attivisti sono aumentate. Il caso più recente e popolare è quello della birra Bud Light (Budweiser), le cui vendite sono crollate dopo che una campagna pubblicitaria con l’influencer e attivista transgender Dylan Mulvaney ha scatenato le proteste dei consumatori. I grafici di Quiver Quantitaties documentano le generose offerte degli impiegati delle grandi aziende Usa a favore del partito dell’asinello e di Harris: il 78 per cento dei dipendenti di Microsoft ha contribuito con 3,9 milioni di dollari, il 100 per cento di quelli dell’editore Newsweb ha donato 9,2 milioni di dollari, l’89 per cento degli impiegati della holding di Google, Alphabet, ha offerto 8,3 milioni di dollari. A livello di grandi aziende, i «top donors» dei democratici sono Google, Microsoft, Johnson & Johnson, Apple, Oracle, Nvidia, Boeing, Morgan Stanley, Netflix, JP Morgan, Accenture, Adobe, Amazon, Facebook, Pfizer e Disney. Quest’ultima ha inserito personaggi ed elementi gender nei suoi cartoni animati per promuovere l’agenda Lgbtq anche tra i bambini, al punto che il repubblicano Ron DeSantis, governatore della Florida (dove hanno sede i parchi a tema della Disney), ha approvato una legge che limita la discussione nelle classi sull’orientamento di genere e sull’identità sessuale. La Disney lo ha citato in giudizio, la battaglia legale è durata un anno: alla fine, in una causa federale separata, un giudice distrettuale ha respinto il caso contro DeSantis, la società ha fatto appello e alla fine è stato trovato un accordo. La casa cinematografica in questi giorni è nel mirino dei Repubblicani anche per il rapporto che lega Kamala Harris al copresidente di Disney Entertainment, Dana Walden, che è anche presidente del colosso dell’informazione Abc News e del National Geographic Entertainment. L’agenda globale persegue, insomma, un controllo dell’informazione sempre più serrato, anche grazie alle generose donazioni dal mondo dei media, quasi completamente schierato a sinistra.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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A seguito di preliminari accertamenti sul territorio e della consultazione delle banche dati in uso alla Guardia di Finanza, nel febbraio di quest’anno le Fiamme Gialle della Tenenza di Riva del Garda hanno avviato una verifica fiscale nei confronti dell’azienda, che intratteneva rapporti economici con numerose società operanti sul territorio nazionale nei settori della realizzazione di impianti tecnologici, meccanici ed elettrici, nonché della produzione e lavorazione della carta.
Fin dai primi approfondimenti è emerso che la gestione effettiva della società sarebbe stata riconducibile al marito di una donna di origine straniera che, pur ricoprendo formalmente il ruolo di amministratrice unica, sarebbe risultata del tutto estranea agli aspetti economici, contabili e gestionali dell’azienda. La donna avrebbe percepito un compenso soltanto nel 2023, registrato contabilmente ma mai effettivamente corrisposto, presumibilmente utilizzato per giustificare presso un istituto di credito l’erogazione di un finanziamento destinato all’acquisto di un immobile da parte della società.
Grazie anche alla collaborazione dei funzionari ispettivi dell’Inps di Trento, è stata quindi scoperta un’articolata e sistematica condotta di evasione contributiva, attuata attraverso il mascheramento in busta paga di quote della normale retribuzione sotto forma di rimborsi spese esenti da imposizione fiscale e contributiva.
Nel corso dell’attività ispettiva, la società non è stata in grado di fornire alcuna documentazione idonea a giustificare tali rimborsi. Allo stesso modo, nessuno dei lavoratori ascoltati dagli investigatori ha dichiarato di aver sostenuto spese per conto dell’azienda che potessero giustificare gli importi percepiti, né di aver mai redatto i previsti rendiconti mensili.
L’analisi incrociata tra i controlli effettuati e i dati contenuti nel Libro Unico del Lavoro (LUL) ha consentito di accertare che, tra il 2021 e il 2025, ben 127 lavoratori hanno percepito somme maggiorate sotto forma di indennità esenti, senza che fossero versate le relative ritenute fiscali e previdenziali. L’importo complessivo delle somme dovute, comprensivo di sanzioni e interessi, supera il milione di euro.
Oltre alle irregolarità contributive, le indagini economico-finanziarie delle Fiamme Gialle hanno consentito di accertare ulteriori violazioni fiscali. In particolare, in materia di imposte sui redditi, sarebbe stata presentata una dichiarazione con ricavi indicati pari a zero, a fronte di un volume d’affari di circa 1,8 milioni di euro ricostruito dagli investigatori. Contestate anche violazioni in materia di Iva per un importo superiore a 600mila euro.
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