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2024-10-02
Kamala inguaiata dai camalli: il maxi sciopero danneggia l’economia Usa e la sua corsa
Kamala Harris (Ansa)
La working class si conferma il grande tallone d’Achille di Kamala Harris. Ieri, il sindacato dei portuali, l’International longshoremen’s association, ha decretato un maxi sciopero contro la Usmx: l’associazione dei datori di lavoro del settore portuale. La serrata interesserà quasi 50.000 lavoratori fino a un massimo di 36 porti della costa orientale e di quella meridionale (dal Maine al Texas, per intenderci). In particolare, i portuali, che non incrociavano le braccia dal 1977, chiedono aumenti salariali e maggiori garanzie contro il lavoro automatizzato.
Secondo JP Morgan, lo sciopero potrebbe costare all’economia americana fino a 4,5 miliardi di dollari al giorno: d’altronde, stando alla Cnbc, i porti interessati gestirebbero ogni anno una parte considerevole del commercio internazionale statunitense (circa 3.000 miliardi). Ieri pomeriggio, le compagnie di spedizione hanno risentito di cali azionari (Zim del 7%, Ups del 2,6% e FedEx dell’1,4%).
Per la candidata dem, che è vicepresidente in carica degli Stati Uniti, si tratta di un grattacapo rilevante. L’amministrazione Biden-Harris si è infatti ritrovata in un dilemma di difficilissima, se non impossibile, soluzione. La Casa Bianca avrebbe infatti l’autorità per sospendere lo sciopero, invocando il Taft-Hartley Act. Tuttavia, se agisse in questo modo, verrebbe prevedibilmente accusata di tenere una linea antisindacale: uno scenario che la Harris, a poco più di un mese dalle elezioni, non può ovviamente permettersi.
Ricordiamo d’altronde che, il mese scorso, la vicepresidente è stata di fatto abbandonata dal sindacato degli autotrasportatori e dei ferrovieri (i Teamsters), che si è rifiutato di dare il proprio endorsement alle presidenziali di quest’anno: uno schiaffo in piena regola alla Harris, visto che dal 2000 questa organizzazione aveva ininterrottamente garantito il proprio appoggio ai candidati del Partito democratico. Guarda caso, poche ore fa, il presidente dei Teamsters, Sean O’Brien, ha espresso «piena solidarietà» ai portuali. «Il governo degli Stati Uniti dovrebbe stare fottutamente fuori da questa lotta e consentire ai lavoratori sindacalizzati di scioperare per i salari e i benefit che hanno guadagnato», ha dichiarato. Parole non esattamente amichevoli verso Biden e la Harris, che del governo statunitense sono ai vertici. Del resto, nel 2022, l’attuale Casa Bianca aveva sospeso uno sciopero del settore ferroviario: una mossa che ha poi pesato negativamente sui suoi rapporti con il sindacato di O’Brien.
Il punto è che, se non può permettersi politicamente di bloccare lo sciopero dei portuali, la Casa Bianca non può neppure permettersi di avallarlo. Sì, perché questa serrata provocherà prevedibilmente dei significativi problemi alle catene di approvvigionamento col risultato che i prezzi si impenneranno nel periodo prenatalizio, alimentando i malumori dei consumatori americani (già abbastanza seccati a causa degli effetti di un’inflazione, salita alle stelle nel 2022).
Si tratta di un incubo per la Harris, che rischia di dover fronteggiare un diffuso malcontento a poche settimane dal voto. Inoltre, l’eventuale inazione della Casa Bianca innervosirebbe la Camera di commercio degli Stati Uniti, che ha già invocato la linea dura da parte del governo contro lo sciopero dei portuali. Come se non bastasse, secondo il Los Angeles Times, se la serrata dovesse durate fino a due settimane, ciò potrebbe creare dei problemi di produzione all’industria automobilistica, che sarebbe costretta a rallentare e, nel caso peggiore, a tagliare personale. Uno scenario che, qualora si verificasse, avrebbe impatti elettorali notevoli su uno Stato cruciale come il Michigan. La candidata dem rischia quindi di ritrovarsi seriamente in un vicolo cieco. Del resto, la difficoltà in cui si trova la Casa Bianca è testimoniata anche da una sua nota, rilasciata ieri, in cui ci si limita genericamente a dire che Biden e la Harris stanno monitorando la situazione, augurandosi che dei negoziati tra le parti mettano rapidamente fine allo sciopero.
«Lo sciopero è stato causato dalla massiccia inflazione creata dal regime Harris-Biden. I portuali sono stati decimati da questa inflazione», ha invece tuonato Donald Trump. Certo, anche lui deve fare attenzione, barcamenandosi tra le rivendicazioni dei sindacati e i settori imprenditoriali: il tycoon ha infatti necessità di riuscire a parlare a entrambi questi mondi e, vista la situazione, non è un obiettivo facile da conseguire. Tuttavia, il suo vantaggio risiede nel fatto che, contrariamente alla Harris, al momento non detiene delle responsabilità di governo. In quanto vicepresidente in carica, la sua avversaria è infatti più esposta e vulnerabile. A peggiorare il quadro per lei sta poi il fatto che, nel 2020, il sindacato dei portuali aveva dato l’endorsement a Biden: un sindacato che non può non sapere che, proclamando uno sciopero così vasto adesso, danneggerà probabilmente molto più la Harris del suo avversario. La vicepresidente si conferma, insomma, piuttosto debole nel voto della working class. Un campanello d’allarme inquietante per lei, a ormai poco più di un mese dalle elezioni.
Utenti in fuga da Netflix: è pro Harris
Bisognerà aspettare metà ottobre per capire a quanto ammontano le perdite di Netflix dopo le disdette agli abbonamenti, scattate a seguito dell’appoggio del cofondatore e presidente del colosso streaming, Reed Hastings, a Kamala Harris. In vista delle elezioni presidenziali Usa del 5 novembre Hastings, donatore democratico di lunga data, ha offerto circa 7 milioni di dollari alla campagna elettorale della candidata e vice di Joe Biden. L’agenzia Bloomberg ha riferito che secondo Antenna, società americana di ricerche di mercato, il colosso dello streaming ha subito un’ondata di disdette nei giorni immediatamente successivi all’endorsement di Hastings in favore di Kamala. Il tasso di abbonamenti sospesi, sostenuto dalla campagna #CancelNetflix, è quasi triplicato: lo scorso 26 luglio, quattro giorni dopo il tweet pro-Harris di Hastings, Netflix ha subito il picco annuale di cancellazioni; i dettagli delle perdite saranno noti tra una decina di giorni, quando Netflix, che non ha voluto commentare la notizia, pubblicherà i risultati dei profitti. Come se non bastasse, anche i dipendenti del servizio si sono schierati in massa con i dem Usa, come ha reso noto Elon Musk in un grafico realizzato dalla piattaforma dati Quiver Quantitative e pubblicato su X (ex Twitter): «Le donazioni dei dipendenti Netflix non potrebbero essere più sbilanciate a favore del Partito Democratico (100 per cento)», ha commentato il presidente di X, che sostiene apertamente Donald Trump.
Non è una novità che le grandi aziende americane - soprattutto quelle che dominano i media e il settore dell’informatica e della tecnologia - si schierino a favore dei dem e delle loro politiche: la maggior parte delle aziende dell’intrattenimento e della Silicon Valley e i loro dirigenti hanno preso posizione a favore del partito dell’asinello. Negli ultimi anni, però, le azioni di boicottaggio dei marchi pro-dem da parte di cittadini e attivisti sono aumentate. Il caso più recente e popolare è quello della birra Bud Light (Budweiser), le cui vendite sono crollate dopo che una campagna pubblicitaria con l’influencer e attivista transgender Dylan Mulvaney ha scatenato le proteste dei consumatori.
I grafici di Quiver Quantitaties documentano le generose offerte degli impiegati delle grandi aziende Usa a favore del partito dell’asinello e di Harris: il 78 per cento dei dipendenti di Microsoft ha contribuito con 3,9 milioni di dollari, il 100 per cento di quelli dell’editore Newsweb ha donato 9,2 milioni di dollari, l’89 per cento degli impiegati della holding di Google, Alphabet, ha offerto 8,3 milioni di dollari. A livello di grandi aziende, i «top donors» dei democratici sono Google, Microsoft, Johnson & Johnson, Apple, Oracle, Nvidia, Boeing, Morgan Stanley, Netflix, JP Morgan, Accenture, Adobe, Amazon, Facebook, Pfizer e Disney. Quest’ultima ha inserito personaggi ed elementi gender nei suoi cartoni animati per promuovere l’agenda Lgbtq anche tra i bambini, al punto che il repubblicano Ron DeSantis, governatore della Florida (dove hanno sede i parchi a tema della Disney), ha approvato una legge che limita la discussione nelle classi sull’orientamento di genere e sull’identità sessuale. La Disney lo ha citato in giudizio, la battaglia legale è durata un anno: alla fine, in una causa federale separata, un giudice distrettuale ha respinto il caso contro DeSantis, la società ha fatto appello e alla fine è stato trovato un accordo. La casa cinematografica in questi giorni è nel mirino dei Repubblicani anche per il rapporto che lega Kamala Harris al copresidente di Disney Entertainment, Dana Walden, che è anche presidente del colosso dell’informazione Abc News e del National Geographic Entertainment. L’agenda globale persegue, insomma, un controllo dell’informazione sempre più serrato, anche grazie alle generose donazioni dal mondo dei media, quasi completamente schierato a sinistra.
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La serrata nei porti atlantici rischia di costare fino a 4,5 miliardi di dollari al giorno. Biden può avallarla o bloccarla. In ogni caso farà perdere consensi alla sua «delfina».Pioggia di disdette degli abbonamenti Netflix dopo l’endorsement alla Harris del patron della piattaforma. Il colosso, insieme a Disney, Microsoft e Google, ha donato milioni alla campagna dem.Lo speciale contiene due articoli.La working class si conferma il grande tallone d’Achille di Kamala Harris. Ieri, il sindacato dei portuali, l’International longshoremen’s association, ha decretato un maxi sciopero contro la Usmx: l’associazione dei datori di lavoro del settore portuale. La serrata interesserà quasi 50.000 lavoratori fino a un massimo di 36 porti della costa orientale e di quella meridionale (dal Maine al Texas, per intenderci). In particolare, i portuali, che non incrociavano le braccia dal 1977, chiedono aumenti salariali e maggiori garanzie contro il lavoro automatizzato. Secondo JP Morgan, lo sciopero potrebbe costare all’economia americana fino a 4,5 miliardi di dollari al giorno: d’altronde, stando alla Cnbc, i porti interessati gestirebbero ogni anno una parte considerevole del commercio internazionale statunitense (circa 3.000 miliardi). Ieri pomeriggio, le compagnie di spedizione hanno risentito di cali azionari (Zim del 7%, Ups del 2,6% e FedEx dell’1,4%).Per la candidata dem, che è vicepresidente in carica degli Stati Uniti, si tratta di un grattacapo rilevante. L’amministrazione Biden-Harris si è infatti ritrovata in un dilemma di difficilissima, se non impossibile, soluzione. La Casa Bianca avrebbe infatti l’autorità per sospendere lo sciopero, invocando il Taft-Hartley Act. Tuttavia, se agisse in questo modo, verrebbe prevedibilmente accusata di tenere una linea antisindacale: uno scenario che la Harris, a poco più di un mese dalle elezioni, non può ovviamente permettersi.Ricordiamo d’altronde che, il mese scorso, la vicepresidente è stata di fatto abbandonata dal sindacato degli autotrasportatori e dei ferrovieri (i Teamsters), che si è rifiutato di dare il proprio endorsement alle presidenziali di quest’anno: uno schiaffo in piena regola alla Harris, visto che dal 2000 questa organizzazione aveva ininterrottamente garantito il proprio appoggio ai candidati del Partito democratico. Guarda caso, poche ore fa, il presidente dei Teamsters, Sean O’Brien, ha espresso «piena solidarietà» ai portuali. «Il governo degli Stati Uniti dovrebbe stare fottutamente fuori da questa lotta e consentire ai lavoratori sindacalizzati di scioperare per i salari e i benefit che hanno guadagnato», ha dichiarato. Parole non esattamente amichevoli verso Biden e la Harris, che del governo statunitense sono ai vertici. Del resto, nel 2022, l’attuale Casa Bianca aveva sospeso uno sciopero del settore ferroviario: una mossa che ha poi pesato negativamente sui suoi rapporti con il sindacato di O’Brien.Il punto è che, se non può permettersi politicamente di bloccare lo sciopero dei portuali, la Casa Bianca non può neppure permettersi di avallarlo. Sì, perché questa serrata provocherà prevedibilmente dei significativi problemi alle catene di approvvigionamento col risultato che i prezzi si impenneranno nel periodo prenatalizio, alimentando i malumori dei consumatori americani (già abbastanza seccati a causa degli effetti di un’inflazione, salita alle stelle nel 2022).Si tratta di un incubo per la Harris, che rischia di dover fronteggiare un diffuso malcontento a poche settimane dal voto. Inoltre, l’eventuale inazione della Casa Bianca innervosirebbe la Camera di commercio degli Stati Uniti, che ha già invocato la linea dura da parte del governo contro lo sciopero dei portuali. Come se non bastasse, secondo il Los Angeles Times, se la serrata dovesse durate fino a due settimane, ciò potrebbe creare dei problemi di produzione all’industria automobilistica, che sarebbe costretta a rallentare e, nel caso peggiore, a tagliare personale. Uno scenario che, qualora si verificasse, avrebbe impatti elettorali notevoli su uno Stato cruciale come il Michigan. La candidata dem rischia quindi di ritrovarsi seriamente in un vicolo cieco. Del resto, la difficoltà in cui si trova la Casa Bianca è testimoniata anche da una sua nota, rilasciata ieri, in cui ci si limita genericamente a dire che Biden e la Harris stanno monitorando la situazione, augurandosi che dei negoziati tra le parti mettano rapidamente fine allo sciopero.«Lo sciopero è stato causato dalla massiccia inflazione creata dal regime Harris-Biden. I portuali sono stati decimati da questa inflazione», ha invece tuonato Donald Trump. Certo, anche lui deve fare attenzione, barcamenandosi tra le rivendicazioni dei sindacati e i settori imprenditoriali: il tycoon ha infatti necessità di riuscire a parlare a entrambi questi mondi e, vista la situazione, non è un obiettivo facile da conseguire. Tuttavia, il suo vantaggio risiede nel fatto che, contrariamente alla Harris, al momento non detiene delle responsabilità di governo. In quanto vicepresidente in carica, la sua avversaria è infatti più esposta e vulnerabile. A peggiorare il quadro per lei sta poi il fatto che, nel 2020, il sindacato dei portuali aveva dato l’endorsement a Biden: un sindacato che non può non sapere che, proclamando uno sciopero così vasto adesso, danneggerà probabilmente molto più la Harris del suo avversario. La vicepresidente si conferma, insomma, piuttosto debole nel voto della working class. 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L’agenzia Bloomberg ha riferito che secondo Antenna, società americana di ricerche di mercato, il colosso dello streaming ha subito un’ondata di disdette nei giorni immediatamente successivi all’endorsement di Hastings in favore di Kamala. Il tasso di abbonamenti sospesi, sostenuto dalla campagna #CancelNetflix, è quasi triplicato: lo scorso 26 luglio, quattro giorni dopo il tweet pro-Harris di Hastings, Netflix ha subito il picco annuale di cancellazioni; i dettagli delle perdite saranno noti tra una decina di giorni, quando Netflix, che non ha voluto commentare la notizia, pubblicherà i risultati dei profitti. Come se non bastasse, anche i dipendenti del servizio si sono schierati in massa con i dem Usa, come ha reso noto Elon Musk in un grafico realizzato dalla piattaforma dati Quiver Quantitative e pubblicato su X (ex Twitter): «Le donazioni dei dipendenti Netflix non potrebbero essere più sbilanciate a favore del Partito Democratico (100 per cento)», ha commentato il presidente di X, che sostiene apertamente Donald Trump. Non è una novità che le grandi aziende americane - soprattutto quelle che dominano i media e il settore dell’informatica e della tecnologia - si schierino a favore dei dem e delle loro politiche: la maggior parte delle aziende dell’intrattenimento e della Silicon Valley e i loro dirigenti hanno preso posizione a favore del partito dell’asinello. Negli ultimi anni, però, le azioni di boicottaggio dei marchi pro-dem da parte di cittadini e attivisti sono aumentate. Il caso più recente e popolare è quello della birra Bud Light (Budweiser), le cui vendite sono crollate dopo che una campagna pubblicitaria con l’influencer e attivista transgender Dylan Mulvaney ha scatenato le proteste dei consumatori. I grafici di Quiver Quantitaties documentano le generose offerte degli impiegati delle grandi aziende Usa a favore del partito dell’asinello e di Harris: il 78 per cento dei dipendenti di Microsoft ha contribuito con 3,9 milioni di dollari, il 100 per cento di quelli dell’editore Newsweb ha donato 9,2 milioni di dollari, l’89 per cento degli impiegati della holding di Google, Alphabet, ha offerto 8,3 milioni di dollari. A livello di grandi aziende, i «top donors» dei democratici sono Google, Microsoft, Johnson & Johnson, Apple, Oracle, Nvidia, Boeing, Morgan Stanley, Netflix, JP Morgan, Accenture, Adobe, Amazon, Facebook, Pfizer e Disney. Quest’ultima ha inserito personaggi ed elementi gender nei suoi cartoni animati per promuovere l’agenda Lgbtq anche tra i bambini, al punto che il repubblicano Ron DeSantis, governatore della Florida (dove hanno sede i parchi a tema della Disney), ha approvato una legge che limita la discussione nelle classi sull’orientamento di genere e sull’identità sessuale. La Disney lo ha citato in giudizio, la battaglia legale è durata un anno: alla fine, in una causa federale separata, un giudice distrettuale ha respinto il caso contro DeSantis, la società ha fatto appello e alla fine è stato trovato un accordo. La casa cinematografica in questi giorni è nel mirino dei Repubblicani anche per il rapporto che lega Kamala Harris al copresidente di Disney Entertainment, Dana Walden, che è anche presidente del colosso dell’informazione Abc News e del National Geographic Entertainment. L’agenda globale persegue, insomma, un controllo dell’informazione sempre più serrato, anche grazie alle generose donazioni dal mondo dei media, quasi completamente schierato a sinistra.
La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
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Ecco #DimmiLaVerità del 21 maggio 2026. Con il nostro Alessandro Rico commentiamo l'ennesima follia della burocrazia europea.