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2023-03-03
Archiviati elicotteri e marò, Italia e India lavorano a una partnership strategica
Giuseppe Orsi (Ansa)
Nel 2012 i vertici di Finmeccanica vengono indagati con l’accusa di illeciti nella vendita di 12 elicotteri al governo indiano. Si tratta di un vero e proprio salto di qualità rispetto ai 30 mesi precedenti caratterizzati da una vera e propria via crucis giudiziaria per il colosso della Difesa italiano. Varie Procure e altrettante inchieste tutte dirette a Piazza Monte Grappa. Nessuna delle inchieste precedenti era però arrivata ad annientare i rapporti con il subcontinente indiano, destinato a diventare nel decennio successivo il terzo compratore di armi a livello globale. A metà febbraio dell’anno successivo, quindi del 2013, l’allora presidente di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, veniva arrestato dai carabinieri su richiesta della Procura di Busto Arsizio, dove l’inchiesta era passata per via della legge 231. Ai domiciliari finirono Bruno Spagnolini, l’amministratore delegato di Agusta Westland e i due intermediari svizzeri accusati di aver gestito le presunte tangenti.
Da lì l’azienda è finita letteralmente nella black list. Nessun contratto con Nuova Dheli. Fuori. Kaputt. Anche perché nel frattempo con l’India si era consumato un altro dramma.
A metà febbraio del 2012 i fucilieri di Marina, alias marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, imbarcati sulla Enrica Lexie per la protezione della nave dai pirati venivano accusati di aver ucciso due pescatori del Kerala e arrestati sul suolo indiano. Conosciamo tutti le vicissitudini dei due militari e le colpe politiche del governo Monti. Il senatore a vita ha assistito da Palazzo Chigi a tutti e due gli eventi. Impassibile ha permesso il dissolvimento di rapporti industriali costituiti negli anni e l’insulto alle nostre divise. Ma soprattutto non ha alzato un dito permettendo la rottura di fatto delle relazioni diplomatiche con Nuova Dheli. Chissà se quaglia con il fatto che a stappare champagne siano stati ancora una volta i francesi, che nel 2015 hanno celebrato il loro miglior anno nell’export delle armi. Piazzando tra l’altro un bell’appalto di caccia Mirage proprio all’India.
Poco importa che i vertici di Finmeccanica - che nel frattempo ha pure cambiato nome - siano stati assolti con conferma in Cassazione anticipando lo stesso esito dei due marò liberati dalle accuse poiché «la loro condotta è stata ritenuta consona a tale situazione». Il fatto in sintesi è che il combinato disposto è stato così devastante che ci sono voluti dieci anni per rimediare e ricucire i rapporti con una delle locomotive del mondo. Il compito sta toccando in questi giorni a Giorgia Meloni che è volata a Nuova Dheli per incontrare il primo ministro, Narendra Modi. «L’Italia e l’India sono legati da una profonda amicizia, hanno piena convergenza su dossier energetici e alimentari e ci sono tutti i presupposti affinché tra i due Paesi si possa sviluppare un partenariato strategico», ha detto la Meloni, al termine dell’incontro bilaterale, aggiungendo: «Noi vogliamo portare a un livello più alto le nostre relazioni e abbiamo deciso di elevare i rapporti a partenariato strategico. Nel 2022 l’interscambio è arrivato a quasi 15 miliardi di euro ma siamo entrambi convinti che si possa fare di più». E sorvolando sui fatti di dieci anni fa i due politici hanno accolto con favore il costante approfondimento della cooperazione in materia di Difesa, promettendo il rafforzamento degli impegni reciproci in questo campo attraverso «la conclusione di un protocollo d'intesa sulla cooperazione in materia di Difesa». Tradotto, Modi ha invitato le aziende italiane della difesa a partecipare attivamente all’iniziativa «Make in India». Un primo passo, per carità. Vedremo come cresceranno i rapporti e quanto saranno in grado di svilupparsi.
È una buona notizia comunque il riavvicinamento all’India. Per almeno tre motivi. Il primo riguarda la Via della seta cinese. Pechino è impantanata in Afghanistan e l’India è il vero freno alla crescita nel Pacifico. Dal punto di vista economico, innanzitutto, ma anche sul fronte militare.
L’Europa a sua volta ha deciso che le nostre marine militari dovranno cominciare nel decennio a venire a proiettarsi nell’Indopacifico. Abituati come siamo nel piccolo Mediterraneo, il salto sarà gigantesco. Per questo ci vuole un’alleanza stabile e duratura che funga da ponte. Le parole del premier Meloni sembrano andare in questa direzione. «Nei primi mesi del mio mandato ho dato la priorità a temi comuni come l’energia, l’Italia lavora per essere un ponte che colleghi il Mediterraneo orientale, l’Africa e l’Europa», ha detto parlando del piano Mattei, il cui obiettivo è «assicurare prosperità e legami duraturi basati sull’uguaglianza, una collaborazione che dia benefici a tutti senza ambizioni predatori, senza coercizione economica o di altro tipo». Ottime prospettiva che si garantiscono ormai solo con la diplomazia dei militari e non quella delle feluche. Sarebbe dunque il caso di rivedere una volta per tutte l’intero sistema della cooperazione e dello sviluppo. Ogni anno stanziamo circa 4 miliardi e ne spendiamo almeno 3,5 per i Paesi in via di sviluppo. Purtroppo il 70% segue i canali multilaterali e quindi il denaro viene assegnato in base a decisioni prese a Bruxelles o comunque lontane da Roma. Solo il 30% arriva a destinazione con accordi bilaterali e quindi con la bandierina tricolore.
Basterebbe invertire le proporzioni ed erogare molti più fondi a chi si dimostrerà amico del nostro Paese per garantire benefici per chi riceve e per il sistema Italia. Vale soprattutto per l’Africa e per le cooperazioni affidate al ministero della Difesa. Se va costruito un ponte tra Asia e Africa meglio non sia troppo sottile.
Per le nostre aziende 122 miliardi di chance
L’India si muove e lo fa a passo svelto. Negli anni successivi all’elezione di Narendra Modi nel 2014, il Pil è cresciuto del 40%, facendo passare il Paese dal decimo al quinto posto nella classifica delle più grandi economie mondiali. Oggi l’obiettivo è superare Germania e Giappone per raggiungere il terzo posto entro il 2035. Per crescere ancora, quindi, a febbraio il governo ha annunciato che la spesa per investimenti di capitale aumenterà per il terzo anno consecutivo, con un aumento del 33% a 10 trilioni di rupie (122 miliardi di dollari). L’equivalente di circa il 3,3% del Prodotto interno lordo. L’obiettivo è quello di fornire un «forte impulso» per la creazione di posti di lavoro e rafforzare la stabilità macroeconomica. Il ministro delle Finanze, Nirmala Sitharaman, ha spiegato che verranno spesi in ferrovie, strade, centrali elettriche, reti di telecomunicazioni e alloggi a prezzi accessibili. Alle sole ferrovie sono stati stanziati 2,4 trilioni di rupie, il più alto esborso ferroviario di sempre. Il governo ha individuato 100 progetti di infrastrutture di trasporto nei settori portuale, del carbone, dell’acciaio, dei fertilizzanti e dei cereali. «Nel 75° anno della nostra indipendenza, il mondo ha riconosciuto l’economia indiana come una “stella luminosa”», ha affermato il ministro delle Finanze, aggiungendo che la crescita stimata del 7% dell’India quest’anno «è la più alta tra tutte le principali economie», nonostante «il massiccio rallentamento globale causato dal Covid e dalla guerra». Allo stesso tempo, il governo punta a ridurre ulteriormente il deficit fiscale: «Abbiamo aderito a questo percorso di consolidamento fiscale e ribadisco la mia intenzione di portare il deficit al di sotto del 4,5% del Pil» entro marzo 2026, ha affermato Sitharaman. Christian de Guzman, vicepresidente senior di Moody’s investors service, ha affermato che la riduzione della previsione del deficit fiscale «sottolinea l’impegno del governo per la sostenibilità fiscale a lungo termine e sostiene l’economia in un contesto di inflazione elevata e un contesto globale difficile».
In questo scenario si inserisce anche l’Italia, visto che ieri nell’ambito della missione a Nuova Delhi per la ministeriale Esteri del G20, il titolare del dicastero italiano, Antonio Tajani, ha presieduto, insieme al ministro del Commercio e dell’Industria indiano, Piyush Goyal, un business forum con le principali aziende italiane presenti nel Paese. Tajani, in particolare, ha fatto riferimento agli accordi siglati da Enel, alle nuove prospettive di cooperazione nella difesa, al settore della connettività con il cavo Blue and Raman, che collegherà Italia e India attraverso Mediterraneo e Medio Oriente e che costituirà un modello per la connettività digitale globale. In ogni caso, non si partiva certo dall’anno zero. Dato che Leonardo, Fincantieri, Elettronica e altre aziende italiane di recente hanno rilanciato nuove partnership con l’India. Il presidente di Simest e direttore degli affari internazionali di Cassa depositi e prestiti, Pasquale Salzano, ha precisato che sono 70 le aziende italiane che Simest ha aiutato a entrare nel mercato indiano. L’operazione più di rilievo delle ultime settimane però è l’acquisto del 24,5% di Nayara Energy da parte di Hara Capital sarl, una società interamente controllata dall’italiana Mareterra group holding, società di investimento con focus sulle riconversioni industriali verso la sostenibilità di proprietà di Filippo Ghirelli, a sua volta presidente e fondatore di Genera group, specializzato nel settore dell’energia con particolare attenzione alle infrastrutture per l’efficienza energetica. Nayara Energy gestisce la seconda più grande raffineria privata dell’India, la Vadinar Refinery e più di 6.000 pompe di benzina. Scontato prevedere che con la crescita a cui andrà incontro l’India anche il numero di stazioni di benzina aumenterà proporzionalmente, così come tutte le altre infrastrutture energetiche di nuova generazione. Da qui l’importanza dell’operazione di Mareterra: la società ha sede a Roma e opera in Italia, Lussemburgo, Francia e Spagna. Si concentra sulle infrastrutture per l’efficienza energetica e le emissioni di carbonio e si sta espandendo in regioni extraeuropee. Negli ultimi due anni, ha installato pompe e sistemi di ricarica per auto elettriche in Italia e in Francia. «Condivideremo la nostra esperienza con Nayara Energy per rafforzare la leadership tecnologica e ambientale dell’azienda nel mercato indiano», ha detto Ghirelli. Tra le priorità di bilancio l’India intende fornire servizi governativi essenziali, tra cui sanità e istruzione agli angoli più remoti del Paese, che significherà anche portare energia e infrastrutture. Sempre nel settore energia, il governo di Delhi, a inizio gennaio, ha approvato il finanziamento del progetto nazionale più ambizioso mai lanciato in India per lo sviluppo del settore dell’idrogeno. Si tratta di 2,3 miliardi di dollari per fare del Paese un hub globale per la produzione, l’uso, e l’export del combustibile green.
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L’inchiesta su Finmeccanica e il caso dei militari avevano azzerato i rapporti. Ci sono voluti 10 anni, ora Roma può affacciarsi sul Pacifico e cercare alternative a Pechino. Nuova Delhi cresce e investe il 3% del Pil. In prima fila nel campo dell’energia l’italiana Mareterra di Filippo Ghirelli.Lo speciale contiene due articoli.Nel 2012 i vertici di Finmeccanica vengono indagati con l’accusa di illeciti nella vendita di 12 elicotteri al governo indiano. Si tratta di un vero e proprio salto di qualità rispetto ai 30 mesi precedenti caratterizzati da una vera e propria via crucis giudiziaria per il colosso della Difesa italiano. Varie Procure e altrettante inchieste tutte dirette a Piazza Monte Grappa. Nessuna delle inchieste precedenti era però arrivata ad annientare i rapporti con il subcontinente indiano, destinato a diventare nel decennio successivo il terzo compratore di armi a livello globale. A metà febbraio dell’anno successivo, quindi del 2013, l’allora presidente di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, veniva arrestato dai carabinieri su richiesta della Procura di Busto Arsizio, dove l’inchiesta era passata per via della legge 231. Ai domiciliari finirono Bruno Spagnolini, l’amministratore delegato di Agusta Westland e i due intermediari svizzeri accusati di aver gestito le presunte tangenti. Da lì l’azienda è finita letteralmente nella black list. Nessun contratto con Nuova Dheli. Fuori. Kaputt. Anche perché nel frattempo con l’India si era consumato un altro dramma. A metà febbraio del 2012 i fucilieri di Marina, alias marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, imbarcati sulla Enrica Lexie per la protezione della nave dai pirati venivano accusati di aver ucciso due pescatori del Kerala e arrestati sul suolo indiano. Conosciamo tutti le vicissitudini dei due militari e le colpe politiche del governo Monti. Il senatore a vita ha assistito da Palazzo Chigi a tutti e due gli eventi. Impassibile ha permesso il dissolvimento di rapporti industriali costituiti negli anni e l’insulto alle nostre divise. Ma soprattutto non ha alzato un dito permettendo la rottura di fatto delle relazioni diplomatiche con Nuova Dheli. Chissà se quaglia con il fatto che a stappare champagne siano stati ancora una volta i francesi, che nel 2015 hanno celebrato il loro miglior anno nell’export delle armi. Piazzando tra l’altro un bell’appalto di caccia Mirage proprio all’India. Poco importa che i vertici di Finmeccanica - che nel frattempo ha pure cambiato nome - siano stati assolti con conferma in Cassazione anticipando lo stesso esito dei due marò liberati dalle accuse poiché «la loro condotta è stata ritenuta consona a tale situazione». Il fatto in sintesi è che il combinato disposto è stato così devastante che ci sono voluti dieci anni per rimediare e ricucire i rapporti con una delle locomotive del mondo. Il compito sta toccando in questi giorni a Giorgia Meloni che è volata a Nuova Dheli per incontrare il primo ministro, Narendra Modi. «L’Italia e l’India sono legati da una profonda amicizia, hanno piena convergenza su dossier energetici e alimentari e ci sono tutti i presupposti affinché tra i due Paesi si possa sviluppare un partenariato strategico», ha detto la Meloni, al termine dell’incontro bilaterale, aggiungendo: «Noi vogliamo portare a un livello più alto le nostre relazioni e abbiamo deciso di elevare i rapporti a partenariato strategico. Nel 2022 l’interscambio è arrivato a quasi 15 miliardi di euro ma siamo entrambi convinti che si possa fare di più». E sorvolando sui fatti di dieci anni fa i due politici hanno accolto con favore il costante approfondimento della cooperazione in materia di Difesa, promettendo il rafforzamento degli impegni reciproci in questo campo attraverso «la conclusione di un protocollo d'intesa sulla cooperazione in materia di Difesa». Tradotto, Modi ha invitato le aziende italiane della difesa a partecipare attivamente all’iniziativa «Make in India». Un primo passo, per carità. Vedremo come cresceranno i rapporti e quanto saranno in grado di svilupparsi. È una buona notizia comunque il riavvicinamento all’India. Per almeno tre motivi. Il primo riguarda la Via della seta cinese. Pechino è impantanata in Afghanistan e l’India è il vero freno alla crescita nel Pacifico. Dal punto di vista economico, innanzitutto, ma anche sul fronte militare. L’Europa a sua volta ha deciso che le nostre marine militari dovranno cominciare nel decennio a venire a proiettarsi nell’Indopacifico. Abituati come siamo nel piccolo Mediterraneo, il salto sarà gigantesco. Per questo ci vuole un’alleanza stabile e duratura che funga da ponte. Le parole del premier Meloni sembrano andare in questa direzione. «Nei primi mesi del mio mandato ho dato la priorità a temi comuni come l’energia, l’Italia lavora per essere un ponte che colleghi il Mediterraneo orientale, l’Africa e l’Europa», ha detto parlando del piano Mattei, il cui obiettivo è «assicurare prosperità e legami duraturi basati sull’uguaglianza, una collaborazione che dia benefici a tutti senza ambizioni predatori, senza coercizione economica o di altro tipo». Ottime prospettiva che si garantiscono ormai solo con la diplomazia dei militari e non quella delle feluche. Sarebbe dunque il caso di rivedere una volta per tutte l’intero sistema della cooperazione e dello sviluppo. Ogni anno stanziamo circa 4 miliardi e ne spendiamo almeno 3,5 per i Paesi in via di sviluppo. Purtroppo il 70% segue i canali multilaterali e quindi il denaro viene assegnato in base a decisioni prese a Bruxelles o comunque lontane da Roma. Solo il 30% arriva a destinazione con accordi bilaterali e quindi con la bandierina tricolore. Basterebbe invertire le proporzioni ed erogare molti più fondi a chi si dimostrerà amico del nostro Paese per garantire benefici per chi riceve e per il sistema Italia. Vale soprattutto per l’Africa e per le cooperazioni affidate al ministero della Difesa. Se va costruito un ponte tra Asia e Africa meglio non sia troppo sottile. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-india-lavorano-partnership-strategica-2659494065.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-le-nostre-aziende-122-miliardi-di-chance" data-post-id="2659494065" data-published-at="1677795754" data-use-pagination="False"> Per le nostre aziende 122 miliardi di chance L’India si muove e lo fa a passo svelto. Negli anni successivi all’elezione di Narendra Modi nel 2014, il Pil è cresciuto del 40%, facendo passare il Paese dal decimo al quinto posto nella classifica delle più grandi economie mondiali. Oggi l’obiettivo è superare Germania e Giappone per raggiungere il terzo posto entro il 2035. Per crescere ancora, quindi, a febbraio il governo ha annunciato che la spesa per investimenti di capitale aumenterà per il terzo anno consecutivo, con un aumento del 33% a 10 trilioni di rupie (122 miliardi di dollari). L’equivalente di circa il 3,3% del Prodotto interno lordo. L’obiettivo è quello di fornire un «forte impulso» per la creazione di posti di lavoro e rafforzare la stabilità macroeconomica. Il ministro delle Finanze, Nirmala Sitharaman, ha spiegato che verranno spesi in ferrovie, strade, centrali elettriche, reti di telecomunicazioni e alloggi a prezzi accessibili. Alle sole ferrovie sono stati stanziati 2,4 trilioni di rupie, il più alto esborso ferroviario di sempre. Il governo ha individuato 100 progetti di infrastrutture di trasporto nei settori portuale, del carbone, dell’acciaio, dei fertilizzanti e dei cereali. «Nel 75° anno della nostra indipendenza, il mondo ha riconosciuto l’economia indiana come una “stella luminosa”», ha affermato il ministro delle Finanze, aggiungendo che la crescita stimata del 7% dell’India quest’anno «è la più alta tra tutte le principali economie», nonostante «il massiccio rallentamento globale causato dal Covid e dalla guerra». Allo stesso tempo, il governo punta a ridurre ulteriormente il deficit fiscale: «Abbiamo aderito a questo percorso di consolidamento fiscale e ribadisco la mia intenzione di portare il deficit al di sotto del 4,5% del Pil» entro marzo 2026, ha affermato Sitharaman. Christian de Guzman, vicepresidente senior di Moody’s investors service, ha affermato che la riduzione della previsione del deficit fiscale «sottolinea l’impegno del governo per la sostenibilità fiscale a lungo termine e sostiene l’economia in un contesto di inflazione elevata e un contesto globale difficile».In questo scenario si inserisce anche l’Italia, visto che ieri nell’ambito della missione a Nuova Delhi per la ministeriale Esteri del G20, il titolare del dicastero italiano, Antonio Tajani, ha presieduto, insieme al ministro del Commercio e dell’Industria indiano, Piyush Goyal, un business forum con le principali aziende italiane presenti nel Paese. Tajani, in particolare, ha fatto riferimento agli accordi siglati da Enel, alle nuove prospettive di cooperazione nella difesa, al settore della connettività con il cavo Blue and Raman, che collegherà Italia e India attraverso Mediterraneo e Medio Oriente e che costituirà un modello per la connettività digitale globale. In ogni caso, non si partiva certo dall’anno zero. Dato che Leonardo, Fincantieri, Elettronica e altre aziende italiane di recente hanno rilanciato nuove partnership con l’India. Il presidente di Simest e direttore degli affari internazionali di Cassa depositi e prestiti, Pasquale Salzano, ha precisato che sono 70 le aziende italiane che Simest ha aiutato a entrare nel mercato indiano. L’operazione più di rilievo delle ultime settimane però è l’acquisto del 24,5% di Nayara Energy da parte di Hara Capital sarl, una società interamente controllata dall’italiana Mareterra group holding, società di investimento con focus sulle riconversioni industriali verso la sostenibilità di proprietà di Filippo Ghirelli, a sua volta presidente e fondatore di Genera group, specializzato nel settore dell’energia con particolare attenzione alle infrastrutture per l’efficienza energetica. Nayara Energy gestisce la seconda più grande raffineria privata dell’India, la Vadinar Refinery e più di 6.000 pompe di benzina. Scontato prevedere che con la crescita a cui andrà incontro l’India anche il numero di stazioni di benzina aumenterà proporzionalmente, così come tutte le altre infrastrutture energetiche di nuova generazione. Da qui l’importanza dell’operazione di Mareterra: la società ha sede a Roma e opera in Italia, Lussemburgo, Francia e Spagna. Si concentra sulle infrastrutture per l’efficienza energetica e le emissioni di carbonio e si sta espandendo in regioni extraeuropee. Negli ultimi due anni, ha installato pompe e sistemi di ricarica per auto elettriche in Italia e in Francia. «Condivideremo la nostra esperienza con Nayara Energy per rafforzare la leadership tecnologica e ambientale dell’azienda nel mercato indiano», ha detto Ghirelli. Tra le priorità di bilancio l’India intende fornire servizi governativi essenziali, tra cui sanità e istruzione agli angoli più remoti del Paese, che significherà anche portare energia e infrastrutture. Sempre nel settore energia, il governo di Delhi, a inizio gennaio, ha approvato il finanziamento del progetto nazionale più ambizioso mai lanciato in India per lo sviluppo del settore dell’idrogeno. Si tratta di 2,3 miliardi di dollari per fare del Paese un hub globale per la produzione, l’uso, e l’export del combustibile green.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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