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2023-03-03
Archiviati elicotteri e marò, Italia e India lavorano a una partnership strategica
Giuseppe Orsi (Ansa)
Nel 2012 i vertici di Finmeccanica vengono indagati con l’accusa di illeciti nella vendita di 12 elicotteri al governo indiano. Si tratta di un vero e proprio salto di qualità rispetto ai 30 mesi precedenti caratterizzati da una vera e propria via crucis giudiziaria per il colosso della Difesa italiano. Varie Procure e altrettante inchieste tutte dirette a Piazza Monte Grappa. Nessuna delle inchieste precedenti era però arrivata ad annientare i rapporti con il subcontinente indiano, destinato a diventare nel decennio successivo il terzo compratore di armi a livello globale. A metà febbraio dell’anno successivo, quindi del 2013, l’allora presidente di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, veniva arrestato dai carabinieri su richiesta della Procura di Busto Arsizio, dove l’inchiesta era passata per via della legge 231. Ai domiciliari finirono Bruno Spagnolini, l’amministratore delegato di Agusta Westland e i due intermediari svizzeri accusati di aver gestito le presunte tangenti.
Da lì l’azienda è finita letteralmente nella black list. Nessun contratto con Nuova Dheli. Fuori. Kaputt. Anche perché nel frattempo con l’India si era consumato un altro dramma.
A metà febbraio del 2012 i fucilieri di Marina, alias marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, imbarcati sulla Enrica Lexie per la protezione della nave dai pirati venivano accusati di aver ucciso due pescatori del Kerala e arrestati sul suolo indiano. Conosciamo tutti le vicissitudini dei due militari e le colpe politiche del governo Monti. Il senatore a vita ha assistito da Palazzo Chigi a tutti e due gli eventi. Impassibile ha permesso il dissolvimento di rapporti industriali costituiti negli anni e l’insulto alle nostre divise. Ma soprattutto non ha alzato un dito permettendo la rottura di fatto delle relazioni diplomatiche con Nuova Dheli. Chissà se quaglia con il fatto che a stappare champagne siano stati ancora una volta i francesi, che nel 2015 hanno celebrato il loro miglior anno nell’export delle armi. Piazzando tra l’altro un bell’appalto di caccia Mirage proprio all’India.
Poco importa che i vertici di Finmeccanica - che nel frattempo ha pure cambiato nome - siano stati assolti con conferma in Cassazione anticipando lo stesso esito dei due marò liberati dalle accuse poiché «la loro condotta è stata ritenuta consona a tale situazione». Il fatto in sintesi è che il combinato disposto è stato così devastante che ci sono voluti dieci anni per rimediare e ricucire i rapporti con una delle locomotive del mondo. Il compito sta toccando in questi giorni a Giorgia Meloni che è volata a Nuova Dheli per incontrare il primo ministro, Narendra Modi. «L’Italia e l’India sono legati da una profonda amicizia, hanno piena convergenza su dossier energetici e alimentari e ci sono tutti i presupposti affinché tra i due Paesi si possa sviluppare un partenariato strategico», ha detto la Meloni, al termine dell’incontro bilaterale, aggiungendo: «Noi vogliamo portare a un livello più alto le nostre relazioni e abbiamo deciso di elevare i rapporti a partenariato strategico. Nel 2022 l’interscambio è arrivato a quasi 15 miliardi di euro ma siamo entrambi convinti che si possa fare di più». E sorvolando sui fatti di dieci anni fa i due politici hanno accolto con favore il costante approfondimento della cooperazione in materia di Difesa, promettendo il rafforzamento degli impegni reciproci in questo campo attraverso «la conclusione di un protocollo d'intesa sulla cooperazione in materia di Difesa». Tradotto, Modi ha invitato le aziende italiane della difesa a partecipare attivamente all’iniziativa «Make in India». Un primo passo, per carità. Vedremo come cresceranno i rapporti e quanto saranno in grado di svilupparsi.
È una buona notizia comunque il riavvicinamento all’India. Per almeno tre motivi. Il primo riguarda la Via della seta cinese. Pechino è impantanata in Afghanistan e l’India è il vero freno alla crescita nel Pacifico. Dal punto di vista economico, innanzitutto, ma anche sul fronte militare.
L’Europa a sua volta ha deciso che le nostre marine militari dovranno cominciare nel decennio a venire a proiettarsi nell’Indopacifico. Abituati come siamo nel piccolo Mediterraneo, il salto sarà gigantesco. Per questo ci vuole un’alleanza stabile e duratura che funga da ponte. Le parole del premier Meloni sembrano andare in questa direzione. «Nei primi mesi del mio mandato ho dato la priorità a temi comuni come l’energia, l’Italia lavora per essere un ponte che colleghi il Mediterraneo orientale, l’Africa e l’Europa», ha detto parlando del piano Mattei, il cui obiettivo è «assicurare prosperità e legami duraturi basati sull’uguaglianza, una collaborazione che dia benefici a tutti senza ambizioni predatori, senza coercizione economica o di altro tipo». Ottime prospettiva che si garantiscono ormai solo con la diplomazia dei militari e non quella delle feluche. Sarebbe dunque il caso di rivedere una volta per tutte l’intero sistema della cooperazione e dello sviluppo. Ogni anno stanziamo circa 4 miliardi e ne spendiamo almeno 3,5 per i Paesi in via di sviluppo. Purtroppo il 70% segue i canali multilaterali e quindi il denaro viene assegnato in base a decisioni prese a Bruxelles o comunque lontane da Roma. Solo il 30% arriva a destinazione con accordi bilaterali e quindi con la bandierina tricolore.
Basterebbe invertire le proporzioni ed erogare molti più fondi a chi si dimostrerà amico del nostro Paese per garantire benefici per chi riceve e per il sistema Italia. Vale soprattutto per l’Africa e per le cooperazioni affidate al ministero della Difesa. Se va costruito un ponte tra Asia e Africa meglio non sia troppo sottile.
Per le nostre aziende 122 miliardi di chance
L’India si muove e lo fa a passo svelto. Negli anni successivi all’elezione di Narendra Modi nel 2014, il Pil è cresciuto del 40%, facendo passare il Paese dal decimo al quinto posto nella classifica delle più grandi economie mondiali. Oggi l’obiettivo è superare Germania e Giappone per raggiungere il terzo posto entro il 2035. Per crescere ancora, quindi, a febbraio il governo ha annunciato che la spesa per investimenti di capitale aumenterà per il terzo anno consecutivo, con un aumento del 33% a 10 trilioni di rupie (122 miliardi di dollari). L’equivalente di circa il 3,3% del Prodotto interno lordo. L’obiettivo è quello di fornire un «forte impulso» per la creazione di posti di lavoro e rafforzare la stabilità macroeconomica. Il ministro delle Finanze, Nirmala Sitharaman, ha spiegato che verranno spesi in ferrovie, strade, centrali elettriche, reti di telecomunicazioni e alloggi a prezzi accessibili. Alle sole ferrovie sono stati stanziati 2,4 trilioni di rupie, il più alto esborso ferroviario di sempre. Il governo ha individuato 100 progetti di infrastrutture di trasporto nei settori portuale, del carbone, dell’acciaio, dei fertilizzanti e dei cereali. «Nel 75° anno della nostra indipendenza, il mondo ha riconosciuto l’economia indiana come una “stella luminosa”», ha affermato il ministro delle Finanze, aggiungendo che la crescita stimata del 7% dell’India quest’anno «è la più alta tra tutte le principali economie», nonostante «il massiccio rallentamento globale causato dal Covid e dalla guerra». Allo stesso tempo, il governo punta a ridurre ulteriormente il deficit fiscale: «Abbiamo aderito a questo percorso di consolidamento fiscale e ribadisco la mia intenzione di portare il deficit al di sotto del 4,5% del Pil» entro marzo 2026, ha affermato Sitharaman. Christian de Guzman, vicepresidente senior di Moody’s investors service, ha affermato che la riduzione della previsione del deficit fiscale «sottolinea l’impegno del governo per la sostenibilità fiscale a lungo termine e sostiene l’economia in un contesto di inflazione elevata e un contesto globale difficile».
In questo scenario si inserisce anche l’Italia, visto che ieri nell’ambito della missione a Nuova Delhi per la ministeriale Esteri del G20, il titolare del dicastero italiano, Antonio Tajani, ha presieduto, insieme al ministro del Commercio e dell’Industria indiano, Piyush Goyal, un business forum con le principali aziende italiane presenti nel Paese. Tajani, in particolare, ha fatto riferimento agli accordi siglati da Enel, alle nuove prospettive di cooperazione nella difesa, al settore della connettività con il cavo Blue and Raman, che collegherà Italia e India attraverso Mediterraneo e Medio Oriente e che costituirà un modello per la connettività digitale globale. In ogni caso, non si partiva certo dall’anno zero. Dato che Leonardo, Fincantieri, Elettronica e altre aziende italiane di recente hanno rilanciato nuove partnership con l’India. Il presidente di Simest e direttore degli affari internazionali di Cassa depositi e prestiti, Pasquale Salzano, ha precisato che sono 70 le aziende italiane che Simest ha aiutato a entrare nel mercato indiano. L’operazione più di rilievo delle ultime settimane però è l’acquisto del 24,5% di Nayara Energy da parte di Hara Capital sarl, una società interamente controllata dall’italiana Mareterra group holding, società di investimento con focus sulle riconversioni industriali verso la sostenibilità di proprietà di Filippo Ghirelli, a sua volta presidente e fondatore di Genera group, specializzato nel settore dell’energia con particolare attenzione alle infrastrutture per l’efficienza energetica. Nayara Energy gestisce la seconda più grande raffineria privata dell’India, la Vadinar Refinery e più di 6.000 pompe di benzina. Scontato prevedere che con la crescita a cui andrà incontro l’India anche il numero di stazioni di benzina aumenterà proporzionalmente, così come tutte le altre infrastrutture energetiche di nuova generazione. Da qui l’importanza dell’operazione di Mareterra: la società ha sede a Roma e opera in Italia, Lussemburgo, Francia e Spagna. Si concentra sulle infrastrutture per l’efficienza energetica e le emissioni di carbonio e si sta espandendo in regioni extraeuropee. Negli ultimi due anni, ha installato pompe e sistemi di ricarica per auto elettriche in Italia e in Francia. «Condivideremo la nostra esperienza con Nayara Energy per rafforzare la leadership tecnologica e ambientale dell’azienda nel mercato indiano», ha detto Ghirelli. Tra le priorità di bilancio l’India intende fornire servizi governativi essenziali, tra cui sanità e istruzione agli angoli più remoti del Paese, che significherà anche portare energia e infrastrutture. Sempre nel settore energia, il governo di Delhi, a inizio gennaio, ha approvato il finanziamento del progetto nazionale più ambizioso mai lanciato in India per lo sviluppo del settore dell’idrogeno. Si tratta di 2,3 miliardi di dollari per fare del Paese un hub globale per la produzione, l’uso, e l’export del combustibile green.
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L’inchiesta su Finmeccanica e il caso dei militari avevano azzerato i rapporti. Ci sono voluti 10 anni, ora Roma può affacciarsi sul Pacifico e cercare alternative a Pechino. Nuova Delhi cresce e investe il 3% del Pil. In prima fila nel campo dell’energia l’italiana Mareterra di Filippo Ghirelli.Lo speciale contiene due articoli.Nel 2012 i vertici di Finmeccanica vengono indagati con l’accusa di illeciti nella vendita di 12 elicotteri al governo indiano. Si tratta di un vero e proprio salto di qualità rispetto ai 30 mesi precedenti caratterizzati da una vera e propria via crucis giudiziaria per il colosso della Difesa italiano. Varie Procure e altrettante inchieste tutte dirette a Piazza Monte Grappa. Nessuna delle inchieste precedenti era però arrivata ad annientare i rapporti con il subcontinente indiano, destinato a diventare nel decennio successivo il terzo compratore di armi a livello globale. A metà febbraio dell’anno successivo, quindi del 2013, l’allora presidente di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, veniva arrestato dai carabinieri su richiesta della Procura di Busto Arsizio, dove l’inchiesta era passata per via della legge 231. Ai domiciliari finirono Bruno Spagnolini, l’amministratore delegato di Agusta Westland e i due intermediari svizzeri accusati di aver gestito le presunte tangenti. Da lì l’azienda è finita letteralmente nella black list. Nessun contratto con Nuova Dheli. Fuori. Kaputt. Anche perché nel frattempo con l’India si era consumato un altro dramma. A metà febbraio del 2012 i fucilieri di Marina, alias marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, imbarcati sulla Enrica Lexie per la protezione della nave dai pirati venivano accusati di aver ucciso due pescatori del Kerala e arrestati sul suolo indiano. Conosciamo tutti le vicissitudini dei due militari e le colpe politiche del governo Monti. Il senatore a vita ha assistito da Palazzo Chigi a tutti e due gli eventi. Impassibile ha permesso il dissolvimento di rapporti industriali costituiti negli anni e l’insulto alle nostre divise. Ma soprattutto non ha alzato un dito permettendo la rottura di fatto delle relazioni diplomatiche con Nuova Dheli. Chissà se quaglia con il fatto che a stappare champagne siano stati ancora una volta i francesi, che nel 2015 hanno celebrato il loro miglior anno nell’export delle armi. Piazzando tra l’altro un bell’appalto di caccia Mirage proprio all’India. Poco importa che i vertici di Finmeccanica - che nel frattempo ha pure cambiato nome - siano stati assolti con conferma in Cassazione anticipando lo stesso esito dei due marò liberati dalle accuse poiché «la loro condotta è stata ritenuta consona a tale situazione». Il fatto in sintesi è che il combinato disposto è stato così devastante che ci sono voluti dieci anni per rimediare e ricucire i rapporti con una delle locomotive del mondo. Il compito sta toccando in questi giorni a Giorgia Meloni che è volata a Nuova Dheli per incontrare il primo ministro, Narendra Modi. «L’Italia e l’India sono legati da una profonda amicizia, hanno piena convergenza su dossier energetici e alimentari e ci sono tutti i presupposti affinché tra i due Paesi si possa sviluppare un partenariato strategico», ha detto la Meloni, al termine dell’incontro bilaterale, aggiungendo: «Noi vogliamo portare a un livello più alto le nostre relazioni e abbiamo deciso di elevare i rapporti a partenariato strategico. Nel 2022 l’interscambio è arrivato a quasi 15 miliardi di euro ma siamo entrambi convinti che si possa fare di più». E sorvolando sui fatti di dieci anni fa i due politici hanno accolto con favore il costante approfondimento della cooperazione in materia di Difesa, promettendo il rafforzamento degli impegni reciproci in questo campo attraverso «la conclusione di un protocollo d'intesa sulla cooperazione in materia di Difesa». Tradotto, Modi ha invitato le aziende italiane della difesa a partecipare attivamente all’iniziativa «Make in India». Un primo passo, per carità. Vedremo come cresceranno i rapporti e quanto saranno in grado di svilupparsi. È una buona notizia comunque il riavvicinamento all’India. Per almeno tre motivi. Il primo riguarda la Via della seta cinese. Pechino è impantanata in Afghanistan e l’India è il vero freno alla crescita nel Pacifico. Dal punto di vista economico, innanzitutto, ma anche sul fronte militare. L’Europa a sua volta ha deciso che le nostre marine militari dovranno cominciare nel decennio a venire a proiettarsi nell’Indopacifico. Abituati come siamo nel piccolo Mediterraneo, il salto sarà gigantesco. Per questo ci vuole un’alleanza stabile e duratura che funga da ponte. Le parole del premier Meloni sembrano andare in questa direzione. «Nei primi mesi del mio mandato ho dato la priorità a temi comuni come l’energia, l’Italia lavora per essere un ponte che colleghi il Mediterraneo orientale, l’Africa e l’Europa», ha detto parlando del piano Mattei, il cui obiettivo è «assicurare prosperità e legami duraturi basati sull’uguaglianza, una collaborazione che dia benefici a tutti senza ambizioni predatori, senza coercizione economica o di altro tipo». Ottime prospettiva che si garantiscono ormai solo con la diplomazia dei militari e non quella delle feluche. Sarebbe dunque il caso di rivedere una volta per tutte l’intero sistema della cooperazione e dello sviluppo. Ogni anno stanziamo circa 4 miliardi e ne spendiamo almeno 3,5 per i Paesi in via di sviluppo. Purtroppo il 70% segue i canali multilaterali e quindi il denaro viene assegnato in base a decisioni prese a Bruxelles o comunque lontane da Roma. Solo il 30% arriva a destinazione con accordi bilaterali e quindi con la bandierina tricolore. Basterebbe invertire le proporzioni ed erogare molti più fondi a chi si dimostrerà amico del nostro Paese per garantire benefici per chi riceve e per il sistema Italia. Vale soprattutto per l’Africa e per le cooperazioni affidate al ministero della Difesa. Se va costruito un ponte tra Asia e Africa meglio non sia troppo sottile. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-india-lavorano-partnership-strategica-2659494065.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-le-nostre-aziende-122-miliardi-di-chance" data-post-id="2659494065" data-published-at="1677795754" data-use-pagination="False"> Per le nostre aziende 122 miliardi di chance L’India si muove e lo fa a passo svelto. Negli anni successivi all’elezione di Narendra Modi nel 2014, il Pil è cresciuto del 40%, facendo passare il Paese dal decimo al quinto posto nella classifica delle più grandi economie mondiali. Oggi l’obiettivo è superare Germania e Giappone per raggiungere il terzo posto entro il 2035. Per crescere ancora, quindi, a febbraio il governo ha annunciato che la spesa per investimenti di capitale aumenterà per il terzo anno consecutivo, con un aumento del 33% a 10 trilioni di rupie (122 miliardi di dollari). L’equivalente di circa il 3,3% del Prodotto interno lordo. L’obiettivo è quello di fornire un «forte impulso» per la creazione di posti di lavoro e rafforzare la stabilità macroeconomica. Il ministro delle Finanze, Nirmala Sitharaman, ha spiegato che verranno spesi in ferrovie, strade, centrali elettriche, reti di telecomunicazioni e alloggi a prezzi accessibili. Alle sole ferrovie sono stati stanziati 2,4 trilioni di rupie, il più alto esborso ferroviario di sempre. Il governo ha individuato 100 progetti di infrastrutture di trasporto nei settori portuale, del carbone, dell’acciaio, dei fertilizzanti e dei cereali. «Nel 75° anno della nostra indipendenza, il mondo ha riconosciuto l’economia indiana come una “stella luminosa”», ha affermato il ministro delle Finanze, aggiungendo che la crescita stimata del 7% dell’India quest’anno «è la più alta tra tutte le principali economie», nonostante «il massiccio rallentamento globale causato dal Covid e dalla guerra». Allo stesso tempo, il governo punta a ridurre ulteriormente il deficit fiscale: «Abbiamo aderito a questo percorso di consolidamento fiscale e ribadisco la mia intenzione di portare il deficit al di sotto del 4,5% del Pil» entro marzo 2026, ha affermato Sitharaman. Christian de Guzman, vicepresidente senior di Moody’s investors service, ha affermato che la riduzione della previsione del deficit fiscale «sottolinea l’impegno del governo per la sostenibilità fiscale a lungo termine e sostiene l’economia in un contesto di inflazione elevata e un contesto globale difficile».In questo scenario si inserisce anche l’Italia, visto che ieri nell’ambito della missione a Nuova Delhi per la ministeriale Esteri del G20, il titolare del dicastero italiano, Antonio Tajani, ha presieduto, insieme al ministro del Commercio e dell’Industria indiano, Piyush Goyal, un business forum con le principali aziende italiane presenti nel Paese. Tajani, in particolare, ha fatto riferimento agli accordi siglati da Enel, alle nuove prospettive di cooperazione nella difesa, al settore della connettività con il cavo Blue and Raman, che collegherà Italia e India attraverso Mediterraneo e Medio Oriente e che costituirà un modello per la connettività digitale globale. In ogni caso, non si partiva certo dall’anno zero. Dato che Leonardo, Fincantieri, Elettronica e altre aziende italiane di recente hanno rilanciato nuove partnership con l’India. Il presidente di Simest e direttore degli affari internazionali di Cassa depositi e prestiti, Pasquale Salzano, ha precisato che sono 70 le aziende italiane che Simest ha aiutato a entrare nel mercato indiano. L’operazione più di rilievo delle ultime settimane però è l’acquisto del 24,5% di Nayara Energy da parte di Hara Capital sarl, una società interamente controllata dall’italiana Mareterra group holding, società di investimento con focus sulle riconversioni industriali verso la sostenibilità di proprietà di Filippo Ghirelli, a sua volta presidente e fondatore di Genera group, specializzato nel settore dell’energia con particolare attenzione alle infrastrutture per l’efficienza energetica. Nayara Energy gestisce la seconda più grande raffineria privata dell’India, la Vadinar Refinery e più di 6.000 pompe di benzina. Scontato prevedere che con la crescita a cui andrà incontro l’India anche il numero di stazioni di benzina aumenterà proporzionalmente, così come tutte le altre infrastrutture energetiche di nuova generazione. Da qui l’importanza dell’operazione di Mareterra: la società ha sede a Roma e opera in Italia, Lussemburgo, Francia e Spagna. Si concentra sulle infrastrutture per l’efficienza energetica e le emissioni di carbonio e si sta espandendo in regioni extraeuropee. Negli ultimi due anni, ha installato pompe e sistemi di ricarica per auto elettriche in Italia e in Francia. «Condivideremo la nostra esperienza con Nayara Energy per rafforzare la leadership tecnologica e ambientale dell’azienda nel mercato indiano», ha detto Ghirelli. Tra le priorità di bilancio l’India intende fornire servizi governativi essenziali, tra cui sanità e istruzione agli angoli più remoti del Paese, che significherà anche portare energia e infrastrutture. Sempre nel settore energia, il governo di Delhi, a inizio gennaio, ha approvato il finanziamento del progetto nazionale più ambizioso mai lanciato in India per lo sviluppo del settore dell’idrogeno. Si tratta di 2,3 miliardi di dollari per fare del Paese un hub globale per la produzione, l’uso, e l’export del combustibile green.
Maurizio Landini (Ansa)
Succeduto a Frans Timmermans, altro gran campione delle suicide politiche green, Hoekstra credo debba farsi perdonare di aver in passato lavorato per la Shell e dunque per questo non perda occasione di dimostrarsi un ambientalista convinto, anche quando il buon senso suggerirebbe di prendersi una pausa. Per il commissario, le temperature elevate vanno guardate con occhio positivo. Che cosa spinga il commissario a essere ottimista quando il termometro supera i 40 gradi è presto detto. «La buona notizia» ha spiegato «consiste nel fatto che questo caldo ha chiarito a tutti la necessità di portare avanti il sistema Ets, mentre la ottima è che proprio quest’anno siamo riusciti a concordare un obiettivo climatico ambizioso per il 2040». Non so quale sia l’obiettivo di Hoekstra, ma so che se si spengono i condizionatori al 2040 rischiano di arrivarci in pochi. Infatti, se nelle fabbriche e negli uffici non ci fosse l’aria condizionata in molte aziende sarebbe impossibile lavorare. E non parlo di operai che sudano in acciaieria, ma anche di semplici impiegati che senza un raffrescamento passerebbero la giornata in una specie di forno.
Ma che cosa vuole Hoekstra? In poche parole, invece di tirare il freno sulle politiche green, per consentire di far fronte all’ondata di calore, il commissario Ue ha spiegato che «il surriscaldamento delle città ci deve indirizzare verso una maggiore ambizione piuttosto che verso una minore». Peccato che nell’immediato, per tenere a bada temperature che hanno fatto impennare la colonnina di mercurio sopra i 40 gradi, non ci siano molte soluzioni se non accendere l’aria condizionata. E siccome gli impianti di raffrescamento funzionano con l’energia elettrica e questa è ancora in gran parte prodotta con le fonti fossili, gli obiettivi di decarbonizzazione non soltanto appaiono poco credibili, ma addirittura rischiano di essere d’ostacolo.
È vero che quattro anni fa, l’allora premier Mario Draghi, rispondendo a una domanda sulle sanzioni alla Russia e lo stop alle importazioni di gas, disse che si trattava di scegliere tra aria condizionata e libertà. Ma in questo caso non siamo di fronte a un bivio tra sostenere un dittatore e abbassare di qualche grado la temperatura. Oggi non c’è nessun tiranno da contrastare, semmai c’è da sopravvivere al brusco innalzamento del termometro e per raggiungere rapidamente l’obiettivo urge mettere da parte le mete ambiziose e accendere l’aria condizionata, senza troppi indugi ideologici.
Però Hoekstra non è il solo ad avere brillanti idee come dare un giro di vite alla transizione green. Anche Greenpeace e la Cgil si sono spremuti le meningi di fronte al gran caldo e hanno trovato la soluzione al problema in una tassa sulle imprese che guadagnano dai combustibili fossili. Siccome, a sentir loro, se si boccheggia la colpa è delle aziende del petrolio e del gas, tocca a queste mettere mano al portafogli e risarcire i lavoratori. «Non è accettabile che i costi della crisi climatica ricadano sulle persone mentre le aziende energetiche continuano ad accumulare profitti miliardari» dicono gli adepti del sindacato guidato da Maurizio Landini. «Chiediamo che siano proprio le industrie fossili a finanziare le misure necessarie a proteggere la popolazione dagli impatti che hanno contribuito a provocare» fa eco l’associazione ambientalista cara alla sinistra.
In pratica, mentre il mondo va a fuoco, l’Ue e i compagni cavalcano la crisi climatica. La prima per dare un’accelerazione al suicidio industriale dell’Europa, magari con lo spegnimento dei condizionatori allo scopo di rispettare la natura. I secondi inventando nuove tasse che puntano a far chiudere le imprese energetiche. Risultato, con Bruxelles e la sinistra rischiamo di avere inverni senza riscaldamento (per rispettare l’ambiente) ed estati roventi (sempre per rispettare l’ambiente). Insomma, con costoro alla guida facciamo prima a tirare le cuoia.
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Peccato che con Repubblica a volte mi capita che vado per voler ridere e invece mi vien da piangere: a voler vivere pericolosamente, si paga pegno. Insomma, com’è, come non è, mi si chiede di scrivere un commento sul fatto che fa caldo e, a quanto pare, la risposta non può essere: è estate. Perché, mi spiegano, non è «caldo» e basta, ma è «allarme caldo», nessun giugno mai come questo.
Per avere l’ispirazione, allora, come dicevo prima, chiedo a Google: «Repubblica caldo». E voilà, puntuale come la morte, arriva la soddisfazione col titolo di Repubblica: «Due bambini morti in Francia per l’ondata di caldo». Una tragedia, e non c’è proprio niente da ridere. Senonché, non bisogna pensare molto per farsi venire in mente la domanda: come mai l’ondata di caldo ha salvato tutti gli altri – bambini, anziani, persone deboli – della zona? Ecco, quando si legge l’articolo si scopre subito che la mamma aveva lasciato i due bambini nell’auto, nel parcheggio al sole di un supermercato, e nel frattempo faceva la spesa. Insomma, l’ondata di calore – vera o presunta – non c’entra. Esposto al sole, l’abitacolo chiuso di un’auto raggiunge rapidamente temperature che possono essere fatali se ci si permane qualche minuto di troppo. Per completezza: a leggere altre cronache, si ipotizza che nell’auto i bambini ci fossero entrati da soli, eludendo la sorveglianza della madre, circostanza che non so quanto solleverebbe le responsabilità della povera donna, visto che l’età dei bimbi era di 2 e 4 anni. Rimane il fatto che Repubblica non ha dubbi: è stata l’ondata di calore. La narrazione di questo quotidiano – in ottima compagnia – è quella di Greta Thunberg: ogni nuovo anno è più caldo del precedente e ogni mese di giugno più caldo del mese di giugno dell’anno precedente.
Ma è così? Per saperlo bisognerebbe leggere i dati delle temperature registrate. Se uno ci prova, scopre subito che l’impresa è titanica: coloro che raccolgono ‘sti dati devono appartenere ad una sorta di setta pitagorica, ché quelle registrazioni non sono di facile accesso. Non solo: ove sembrerebbero disponibili, l’accesso è così macchinoso – direi vischioso – che non si può non pensare che lo facciano apposta. Armato di molta pazienza, ricostruisco alcuni dati, che reputo significativi, relativi alle registrazioni delle temperature da una stazione meteo: devo soltanto scegliere quale e per quanti anni. Sul quale, cerco quella che dovrebbe produrre il maggiore allarme, e per la scelta mi lascio guidare dal mio faro: Repubblica, che mi suggerisce Milano («il gran caldo non vuole mollare Milano», scrivono).
Con Milano siamo fortunati, perché Milano-Linate, avrebbe le registrazioni fin dal 1938. Peccato che non le renda disponibili. Sembrerebbero disponibili dal 1977, il che consentirebbe di guardare gli ultimi 50 anni, ma la disponibilità si interrompe negli anni 1984-96. Alla fine, mi accontento di esplorare gli anni del nuovo millennio, dal 2000 al 2026 e, comunque, mi tocca annotare i dati uno alla volta, ma alla fine ce la faccio. Nella figura 1 potete vedere da soli qual è stata la temperatura massima registrata a Milano Linate nei mesi di giugno dal 2000 a oggi, e potete decidere da soli se il caldo di questo giugno sia misurato percettibilmente maggiore di quello di uno qualunque degli anni precedenti.
Siccome non basta solo la temperatura massima, ma sarebbe utile sapere quanti sono i giorni «caldi», ho deciso di contare quanti, in ogni mese di giugno, sono stati i giorni con temperatura massima superiore a 27 gradi e quanti con temperatura massima superiore a 30. Anche qui, potete decidere da soli. Da parte mia, ho deciso: non c’è nulla che possa essere oggi, per il corpo di chiunque, apprezzabilmente differente di quanto non lo fosse vent’anni fa. A parte il fatto, naturalmente, che, allora, eravamo tutti vent’anni più giovani.
In conclusione? In conclusione, è estate e fa caldo tanto oggi quanto cinquant’anni fa. Leggo (copyright Repubblica, e chi sennò?) che il ministro Schillaci avrebbe convocato un vertice. Colgo l’occasione per due piccoli suggerimenti. Si adoperi, primo, per favorire con dei bonus l’installazione di climatizzatori, soprattutto alle persone anziane: io ne sono dotato da quarant’anni e, finché sto in casa, soprattutto nelle ore più calde, tutto potrà accadermi fuorché il colpo di calore. Secondo, in sede di consiglio dei ministri, caldeggi la riduzione del prezzo dell’elettricità.
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Marco Tronchetti Provera (Ansa)
Ultimamente come vice presidente esecutivo. La nomina formale arriverà la prossima settimana. Più che un rinnovo del consiglio, quello andato in scena ieri è stato un riequilibrio dei rapporti di forza. La lista presentata da Camfin e Mtp & C., che insieme controllano il 26,48% del capitale, ha ottenuto il 58,07% dei voti presenti in assemblea e ha conquistato 12 consiglieri su 15. Al fianco di Tronchetti resterà Andrea Casaluci, confermato amministratore delegato. Una scelta che unisce continuità manageriale e ritorno alla governance storica.
Da una parte il manager che negli ultimi anni ha gestito il gruppo nel passaggio più delicato della sua storia recente; dall'altra l’uomo che di Pirelli è stato il dominus per oltre tre decenni e che ora si prepara a tornare a pieno titolo sulla plancia di comando. Il dato più significativo è politico prima ancora che industriale. Dieci anni fa l’arrivo di ChemChina, poi confluita in Sinochem, sembrava destinato a inaugurare una lunga stagione di influenza cinese. Oggi quella stagione appartiene al passato. Nel precedente consiglio gli uomini riconducibili al socio cinese rappresentavano la componente dominante. Nel nuovo la governance cambia radicalmente: dodici amministratori arrivano dalla lista italiana e ben undici sono indipendenti. Anche l’inclusione dei tre rappresentanti di Assogestioni nella lista di maggioranza è stata letta dal mercato come un segnale di stabilità e di apertura verso gli investitori istituzionali.
Sul fronte opposto, Sinochem, pur restando il primo azionista con il 34,1% del capitale, deve accontentarsi di tre consiglieri. Non è un dettaglio. I due amministratori indipendenti indicati dal gruppo cinese non avranno incarichi esecutivi né ruoli di vertice. Una configurazione che riflette fedelmente le prescrizioni imposte dal governo attraverso il Golden Power. È proprio qui che si trova la ragione del cambiamento. Dietro la battaglia sulle poltrone si nasconde infatti una partita molto più importante. Palazzo Chigi, con il Dpcm approvato nell’aprile scorso, ha deciso di blindare alcuni asset strategici del gruppo.
L’obiettivo è la salvaguardia del Cyber Tyre, il pneumatico intelligente capace di raccogliere, elaborare e trasmettere dati al conducente sulle condizioni di guida. Una tecnologia considerata sensibile sia sotto il profilo industriale sia sotto quello della sicurezza. L'obiettivo del governo è duplice: proteggere il patrimonio tecnologico italiano e garantire a Pirelli la presenza nel mercato americano, oggi uno dei più importanti per il gruppo. Negli Stati Uniti, infatti, il tema dell’influenza cinese nelle aziende tecnologiche è osservato con crescente attenzione e senza il cambio di governance la multinazionale milanese rischiava di essere messa fuori dal mercato. Sinochem ha impugnato il Golden Power davanti al Tar. La partita legale è ancora aperta. Ma sul piano societario il messaggio arrivato dall’assemblea appare piuttosto chiaro: la governance della Bicocca torna a parlare italiano.Per il resto, l’assemblea ha approvato il bilancio 2025.
Ancora una volta con il voto contrario del socio cinese, e ha dato il via libera praticamente all'unanimità al dividendo. A chiudere la giornata c'è poi una conferma che riguarda proprio Andrea Casaluci. L’amministratore delegato si è infatti aggiudicato per il secondo anno consecutivo il titolo di «Best CEO» europeo nel settore Auto & Parts tra le società di media capitalizzazione secondo l’indagine di Extel. Un riconoscimento assegnato dagli investitori sulla base di credibilità, capacità di comunicazione e leadership. Non è un premio qualsiasi. Perché mentre Tronchetti Provera si prepara a tornare sulla poltrona di presidente, il riconoscimento a Casaluci certifica che la nuova Pirelli non vive soltanto di storia e di grandi azionisti.
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