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2023-03-03
Archiviati elicotteri e marò, Italia e India lavorano a una partnership strategica
Giuseppe Orsi (Ansa)
Nel 2012 i vertici di Finmeccanica vengono indagati con l’accusa di illeciti nella vendita di 12 elicotteri al governo indiano. Si tratta di un vero e proprio salto di qualità rispetto ai 30 mesi precedenti caratterizzati da una vera e propria via crucis giudiziaria per il colosso della Difesa italiano. Varie Procure e altrettante inchieste tutte dirette a Piazza Monte Grappa. Nessuna delle inchieste precedenti era però arrivata ad annientare i rapporti con il subcontinente indiano, destinato a diventare nel decennio successivo il terzo compratore di armi a livello globale. A metà febbraio dell’anno successivo, quindi del 2013, l’allora presidente di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, veniva arrestato dai carabinieri su richiesta della Procura di Busto Arsizio, dove l’inchiesta era passata per via della legge 231. Ai domiciliari finirono Bruno Spagnolini, l’amministratore delegato di Agusta Westland e i due intermediari svizzeri accusati di aver gestito le presunte tangenti.
Da lì l’azienda è finita letteralmente nella black list. Nessun contratto con Nuova Dheli. Fuori. Kaputt. Anche perché nel frattempo con l’India si era consumato un altro dramma.
A metà febbraio del 2012 i fucilieri di Marina, alias marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, imbarcati sulla Enrica Lexie per la protezione della nave dai pirati venivano accusati di aver ucciso due pescatori del Kerala e arrestati sul suolo indiano. Conosciamo tutti le vicissitudini dei due militari e le colpe politiche del governo Monti. Il senatore a vita ha assistito da Palazzo Chigi a tutti e due gli eventi. Impassibile ha permesso il dissolvimento di rapporti industriali costituiti negli anni e l’insulto alle nostre divise. Ma soprattutto non ha alzato un dito permettendo la rottura di fatto delle relazioni diplomatiche con Nuova Dheli. Chissà se quaglia con il fatto che a stappare champagne siano stati ancora una volta i francesi, che nel 2015 hanno celebrato il loro miglior anno nell’export delle armi. Piazzando tra l’altro un bell’appalto di caccia Mirage proprio all’India.
Poco importa che i vertici di Finmeccanica - che nel frattempo ha pure cambiato nome - siano stati assolti con conferma in Cassazione anticipando lo stesso esito dei due marò liberati dalle accuse poiché «la loro condotta è stata ritenuta consona a tale situazione». Il fatto in sintesi è che il combinato disposto è stato così devastante che ci sono voluti dieci anni per rimediare e ricucire i rapporti con una delle locomotive del mondo. Il compito sta toccando in questi giorni a Giorgia Meloni che è volata a Nuova Dheli per incontrare il primo ministro, Narendra Modi. «L’Italia e l’India sono legati da una profonda amicizia, hanno piena convergenza su dossier energetici e alimentari e ci sono tutti i presupposti affinché tra i due Paesi si possa sviluppare un partenariato strategico», ha detto la Meloni, al termine dell’incontro bilaterale, aggiungendo: «Noi vogliamo portare a un livello più alto le nostre relazioni e abbiamo deciso di elevare i rapporti a partenariato strategico. Nel 2022 l’interscambio è arrivato a quasi 15 miliardi di euro ma siamo entrambi convinti che si possa fare di più». E sorvolando sui fatti di dieci anni fa i due politici hanno accolto con favore il costante approfondimento della cooperazione in materia di Difesa, promettendo il rafforzamento degli impegni reciproci in questo campo attraverso «la conclusione di un protocollo d'intesa sulla cooperazione in materia di Difesa». Tradotto, Modi ha invitato le aziende italiane della difesa a partecipare attivamente all’iniziativa «Make in India». Un primo passo, per carità. Vedremo come cresceranno i rapporti e quanto saranno in grado di svilupparsi.
È una buona notizia comunque il riavvicinamento all’India. Per almeno tre motivi. Il primo riguarda la Via della seta cinese. Pechino è impantanata in Afghanistan e l’India è il vero freno alla crescita nel Pacifico. Dal punto di vista economico, innanzitutto, ma anche sul fronte militare.
L’Europa a sua volta ha deciso che le nostre marine militari dovranno cominciare nel decennio a venire a proiettarsi nell’Indopacifico. Abituati come siamo nel piccolo Mediterraneo, il salto sarà gigantesco. Per questo ci vuole un’alleanza stabile e duratura che funga da ponte. Le parole del premier Meloni sembrano andare in questa direzione. «Nei primi mesi del mio mandato ho dato la priorità a temi comuni come l’energia, l’Italia lavora per essere un ponte che colleghi il Mediterraneo orientale, l’Africa e l’Europa», ha detto parlando del piano Mattei, il cui obiettivo è «assicurare prosperità e legami duraturi basati sull’uguaglianza, una collaborazione che dia benefici a tutti senza ambizioni predatori, senza coercizione economica o di altro tipo». Ottime prospettiva che si garantiscono ormai solo con la diplomazia dei militari e non quella delle feluche. Sarebbe dunque il caso di rivedere una volta per tutte l’intero sistema della cooperazione e dello sviluppo. Ogni anno stanziamo circa 4 miliardi e ne spendiamo almeno 3,5 per i Paesi in via di sviluppo. Purtroppo il 70% segue i canali multilaterali e quindi il denaro viene assegnato in base a decisioni prese a Bruxelles o comunque lontane da Roma. Solo il 30% arriva a destinazione con accordi bilaterali e quindi con la bandierina tricolore.
Basterebbe invertire le proporzioni ed erogare molti più fondi a chi si dimostrerà amico del nostro Paese per garantire benefici per chi riceve e per il sistema Italia. Vale soprattutto per l’Africa e per le cooperazioni affidate al ministero della Difesa. Se va costruito un ponte tra Asia e Africa meglio non sia troppo sottile.
Per le nostre aziende 122 miliardi di chance
L’India si muove e lo fa a passo svelto. Negli anni successivi all’elezione di Narendra Modi nel 2014, il Pil è cresciuto del 40%, facendo passare il Paese dal decimo al quinto posto nella classifica delle più grandi economie mondiali. Oggi l’obiettivo è superare Germania e Giappone per raggiungere il terzo posto entro il 2035. Per crescere ancora, quindi, a febbraio il governo ha annunciato che la spesa per investimenti di capitale aumenterà per il terzo anno consecutivo, con un aumento del 33% a 10 trilioni di rupie (122 miliardi di dollari). L’equivalente di circa il 3,3% del Prodotto interno lordo. L’obiettivo è quello di fornire un «forte impulso» per la creazione di posti di lavoro e rafforzare la stabilità macroeconomica. Il ministro delle Finanze, Nirmala Sitharaman, ha spiegato che verranno spesi in ferrovie, strade, centrali elettriche, reti di telecomunicazioni e alloggi a prezzi accessibili. Alle sole ferrovie sono stati stanziati 2,4 trilioni di rupie, il più alto esborso ferroviario di sempre. Il governo ha individuato 100 progetti di infrastrutture di trasporto nei settori portuale, del carbone, dell’acciaio, dei fertilizzanti e dei cereali. «Nel 75° anno della nostra indipendenza, il mondo ha riconosciuto l’economia indiana come una “stella luminosa”», ha affermato il ministro delle Finanze, aggiungendo che la crescita stimata del 7% dell’India quest’anno «è la più alta tra tutte le principali economie», nonostante «il massiccio rallentamento globale causato dal Covid e dalla guerra». Allo stesso tempo, il governo punta a ridurre ulteriormente il deficit fiscale: «Abbiamo aderito a questo percorso di consolidamento fiscale e ribadisco la mia intenzione di portare il deficit al di sotto del 4,5% del Pil» entro marzo 2026, ha affermato Sitharaman. Christian de Guzman, vicepresidente senior di Moody’s investors service, ha affermato che la riduzione della previsione del deficit fiscale «sottolinea l’impegno del governo per la sostenibilità fiscale a lungo termine e sostiene l’economia in un contesto di inflazione elevata e un contesto globale difficile».
In questo scenario si inserisce anche l’Italia, visto che ieri nell’ambito della missione a Nuova Delhi per la ministeriale Esteri del G20, il titolare del dicastero italiano, Antonio Tajani, ha presieduto, insieme al ministro del Commercio e dell’Industria indiano, Piyush Goyal, un business forum con le principali aziende italiane presenti nel Paese. Tajani, in particolare, ha fatto riferimento agli accordi siglati da Enel, alle nuove prospettive di cooperazione nella difesa, al settore della connettività con il cavo Blue and Raman, che collegherà Italia e India attraverso Mediterraneo e Medio Oriente e che costituirà un modello per la connettività digitale globale. In ogni caso, non si partiva certo dall’anno zero. Dato che Leonardo, Fincantieri, Elettronica e altre aziende italiane di recente hanno rilanciato nuove partnership con l’India. Il presidente di Simest e direttore degli affari internazionali di Cassa depositi e prestiti, Pasquale Salzano, ha precisato che sono 70 le aziende italiane che Simest ha aiutato a entrare nel mercato indiano. L’operazione più di rilievo delle ultime settimane però è l’acquisto del 24,5% di Nayara Energy da parte di Hara Capital sarl, una società interamente controllata dall’italiana Mareterra group holding, società di investimento con focus sulle riconversioni industriali verso la sostenibilità di proprietà di Filippo Ghirelli, a sua volta presidente e fondatore di Genera group, specializzato nel settore dell’energia con particolare attenzione alle infrastrutture per l’efficienza energetica. Nayara Energy gestisce la seconda più grande raffineria privata dell’India, la Vadinar Refinery e più di 6.000 pompe di benzina. Scontato prevedere che con la crescita a cui andrà incontro l’India anche il numero di stazioni di benzina aumenterà proporzionalmente, così come tutte le altre infrastrutture energetiche di nuova generazione. Da qui l’importanza dell’operazione di Mareterra: la società ha sede a Roma e opera in Italia, Lussemburgo, Francia e Spagna. Si concentra sulle infrastrutture per l’efficienza energetica e le emissioni di carbonio e si sta espandendo in regioni extraeuropee. Negli ultimi due anni, ha installato pompe e sistemi di ricarica per auto elettriche in Italia e in Francia. «Condivideremo la nostra esperienza con Nayara Energy per rafforzare la leadership tecnologica e ambientale dell’azienda nel mercato indiano», ha detto Ghirelli. Tra le priorità di bilancio l’India intende fornire servizi governativi essenziali, tra cui sanità e istruzione agli angoli più remoti del Paese, che significherà anche portare energia e infrastrutture. Sempre nel settore energia, il governo di Delhi, a inizio gennaio, ha approvato il finanziamento del progetto nazionale più ambizioso mai lanciato in India per lo sviluppo del settore dell’idrogeno. Si tratta di 2,3 miliardi di dollari per fare del Paese un hub globale per la produzione, l’uso, e l’export del combustibile green.
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L’inchiesta su Finmeccanica e il caso dei militari avevano azzerato i rapporti. Ci sono voluti 10 anni, ora Roma può affacciarsi sul Pacifico e cercare alternative a Pechino. Nuova Delhi cresce e investe il 3% del Pil. In prima fila nel campo dell’energia l’italiana Mareterra di Filippo Ghirelli.Lo speciale contiene due articoli.Nel 2012 i vertici di Finmeccanica vengono indagati con l’accusa di illeciti nella vendita di 12 elicotteri al governo indiano. Si tratta di un vero e proprio salto di qualità rispetto ai 30 mesi precedenti caratterizzati da una vera e propria via crucis giudiziaria per il colosso della Difesa italiano. Varie Procure e altrettante inchieste tutte dirette a Piazza Monte Grappa. Nessuna delle inchieste precedenti era però arrivata ad annientare i rapporti con il subcontinente indiano, destinato a diventare nel decennio successivo il terzo compratore di armi a livello globale. A metà febbraio dell’anno successivo, quindi del 2013, l’allora presidente di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, veniva arrestato dai carabinieri su richiesta della Procura di Busto Arsizio, dove l’inchiesta era passata per via della legge 231. Ai domiciliari finirono Bruno Spagnolini, l’amministratore delegato di Agusta Westland e i due intermediari svizzeri accusati di aver gestito le presunte tangenti. Da lì l’azienda è finita letteralmente nella black list. Nessun contratto con Nuova Dheli. Fuori. Kaputt. Anche perché nel frattempo con l’India si era consumato un altro dramma. A metà febbraio del 2012 i fucilieri di Marina, alias marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, imbarcati sulla Enrica Lexie per la protezione della nave dai pirati venivano accusati di aver ucciso due pescatori del Kerala e arrestati sul suolo indiano. Conosciamo tutti le vicissitudini dei due militari e le colpe politiche del governo Monti. Il senatore a vita ha assistito da Palazzo Chigi a tutti e due gli eventi. Impassibile ha permesso il dissolvimento di rapporti industriali costituiti negli anni e l’insulto alle nostre divise. Ma soprattutto non ha alzato un dito permettendo la rottura di fatto delle relazioni diplomatiche con Nuova Dheli. Chissà se quaglia con il fatto che a stappare champagne siano stati ancora una volta i francesi, che nel 2015 hanno celebrato il loro miglior anno nell’export delle armi. Piazzando tra l’altro un bell’appalto di caccia Mirage proprio all’India. Poco importa che i vertici di Finmeccanica - che nel frattempo ha pure cambiato nome - siano stati assolti con conferma in Cassazione anticipando lo stesso esito dei due marò liberati dalle accuse poiché «la loro condotta è stata ritenuta consona a tale situazione». Il fatto in sintesi è che il combinato disposto è stato così devastante che ci sono voluti dieci anni per rimediare e ricucire i rapporti con una delle locomotive del mondo. Il compito sta toccando in questi giorni a Giorgia Meloni che è volata a Nuova Dheli per incontrare il primo ministro, Narendra Modi. «L’Italia e l’India sono legati da una profonda amicizia, hanno piena convergenza su dossier energetici e alimentari e ci sono tutti i presupposti affinché tra i due Paesi si possa sviluppare un partenariato strategico», ha detto la Meloni, al termine dell’incontro bilaterale, aggiungendo: «Noi vogliamo portare a un livello più alto le nostre relazioni e abbiamo deciso di elevare i rapporti a partenariato strategico. Nel 2022 l’interscambio è arrivato a quasi 15 miliardi di euro ma siamo entrambi convinti che si possa fare di più». E sorvolando sui fatti di dieci anni fa i due politici hanno accolto con favore il costante approfondimento della cooperazione in materia di Difesa, promettendo il rafforzamento degli impegni reciproci in questo campo attraverso «la conclusione di un protocollo d'intesa sulla cooperazione in materia di Difesa». Tradotto, Modi ha invitato le aziende italiane della difesa a partecipare attivamente all’iniziativa «Make in India». Un primo passo, per carità. Vedremo come cresceranno i rapporti e quanto saranno in grado di svilupparsi. È una buona notizia comunque il riavvicinamento all’India. Per almeno tre motivi. Il primo riguarda la Via della seta cinese. Pechino è impantanata in Afghanistan e l’India è il vero freno alla crescita nel Pacifico. Dal punto di vista economico, innanzitutto, ma anche sul fronte militare. L’Europa a sua volta ha deciso che le nostre marine militari dovranno cominciare nel decennio a venire a proiettarsi nell’Indopacifico. Abituati come siamo nel piccolo Mediterraneo, il salto sarà gigantesco. Per questo ci vuole un’alleanza stabile e duratura che funga da ponte. Le parole del premier Meloni sembrano andare in questa direzione. «Nei primi mesi del mio mandato ho dato la priorità a temi comuni come l’energia, l’Italia lavora per essere un ponte che colleghi il Mediterraneo orientale, l’Africa e l’Europa», ha detto parlando del piano Mattei, il cui obiettivo è «assicurare prosperità e legami duraturi basati sull’uguaglianza, una collaborazione che dia benefici a tutti senza ambizioni predatori, senza coercizione economica o di altro tipo». Ottime prospettiva che si garantiscono ormai solo con la diplomazia dei militari e non quella delle feluche. Sarebbe dunque il caso di rivedere una volta per tutte l’intero sistema della cooperazione e dello sviluppo. Ogni anno stanziamo circa 4 miliardi e ne spendiamo almeno 3,5 per i Paesi in via di sviluppo. Purtroppo il 70% segue i canali multilaterali e quindi il denaro viene assegnato in base a decisioni prese a Bruxelles o comunque lontane da Roma. Solo il 30% arriva a destinazione con accordi bilaterali e quindi con la bandierina tricolore. Basterebbe invertire le proporzioni ed erogare molti più fondi a chi si dimostrerà amico del nostro Paese per garantire benefici per chi riceve e per il sistema Italia. Vale soprattutto per l’Africa e per le cooperazioni affidate al ministero della Difesa. Se va costruito un ponte tra Asia e Africa meglio non sia troppo sottile. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-india-lavorano-partnership-strategica-2659494065.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-le-nostre-aziende-122-miliardi-di-chance" data-post-id="2659494065" data-published-at="1677795754" data-use-pagination="False"> Per le nostre aziende 122 miliardi di chance L’India si muove e lo fa a passo svelto. Negli anni successivi all’elezione di Narendra Modi nel 2014, il Pil è cresciuto del 40%, facendo passare il Paese dal decimo al quinto posto nella classifica delle più grandi economie mondiali. Oggi l’obiettivo è superare Germania e Giappone per raggiungere il terzo posto entro il 2035. Per crescere ancora, quindi, a febbraio il governo ha annunciato che la spesa per investimenti di capitale aumenterà per il terzo anno consecutivo, con un aumento del 33% a 10 trilioni di rupie (122 miliardi di dollari). L’equivalente di circa il 3,3% del Prodotto interno lordo. L’obiettivo è quello di fornire un «forte impulso» per la creazione di posti di lavoro e rafforzare la stabilità macroeconomica. Il ministro delle Finanze, Nirmala Sitharaman, ha spiegato che verranno spesi in ferrovie, strade, centrali elettriche, reti di telecomunicazioni e alloggi a prezzi accessibili. Alle sole ferrovie sono stati stanziati 2,4 trilioni di rupie, il più alto esborso ferroviario di sempre. Il governo ha individuato 100 progetti di infrastrutture di trasporto nei settori portuale, del carbone, dell’acciaio, dei fertilizzanti e dei cereali. «Nel 75° anno della nostra indipendenza, il mondo ha riconosciuto l’economia indiana come una “stella luminosa”», ha affermato il ministro delle Finanze, aggiungendo che la crescita stimata del 7% dell’India quest’anno «è la più alta tra tutte le principali economie», nonostante «il massiccio rallentamento globale causato dal Covid e dalla guerra». Allo stesso tempo, il governo punta a ridurre ulteriormente il deficit fiscale: «Abbiamo aderito a questo percorso di consolidamento fiscale e ribadisco la mia intenzione di portare il deficit al di sotto del 4,5% del Pil» entro marzo 2026, ha affermato Sitharaman. Christian de Guzman, vicepresidente senior di Moody’s investors service, ha affermato che la riduzione della previsione del deficit fiscale «sottolinea l’impegno del governo per la sostenibilità fiscale a lungo termine e sostiene l’economia in un contesto di inflazione elevata e un contesto globale difficile».In questo scenario si inserisce anche l’Italia, visto che ieri nell’ambito della missione a Nuova Delhi per la ministeriale Esteri del G20, il titolare del dicastero italiano, Antonio Tajani, ha presieduto, insieme al ministro del Commercio e dell’Industria indiano, Piyush Goyal, un business forum con le principali aziende italiane presenti nel Paese. Tajani, in particolare, ha fatto riferimento agli accordi siglati da Enel, alle nuove prospettive di cooperazione nella difesa, al settore della connettività con il cavo Blue and Raman, che collegherà Italia e India attraverso Mediterraneo e Medio Oriente e che costituirà un modello per la connettività digitale globale. In ogni caso, non si partiva certo dall’anno zero. Dato che Leonardo, Fincantieri, Elettronica e altre aziende italiane di recente hanno rilanciato nuove partnership con l’India. Il presidente di Simest e direttore degli affari internazionali di Cassa depositi e prestiti, Pasquale Salzano, ha precisato che sono 70 le aziende italiane che Simest ha aiutato a entrare nel mercato indiano. L’operazione più di rilievo delle ultime settimane però è l’acquisto del 24,5% di Nayara Energy da parte di Hara Capital sarl, una società interamente controllata dall’italiana Mareterra group holding, società di investimento con focus sulle riconversioni industriali verso la sostenibilità di proprietà di Filippo Ghirelli, a sua volta presidente e fondatore di Genera group, specializzato nel settore dell’energia con particolare attenzione alle infrastrutture per l’efficienza energetica. Nayara Energy gestisce la seconda più grande raffineria privata dell’India, la Vadinar Refinery e più di 6.000 pompe di benzina. Scontato prevedere che con la crescita a cui andrà incontro l’India anche il numero di stazioni di benzina aumenterà proporzionalmente, così come tutte le altre infrastrutture energetiche di nuova generazione. Da qui l’importanza dell’operazione di Mareterra: la società ha sede a Roma e opera in Italia, Lussemburgo, Francia e Spagna. Si concentra sulle infrastrutture per l’efficienza energetica e le emissioni di carbonio e si sta espandendo in regioni extraeuropee. Negli ultimi due anni, ha installato pompe e sistemi di ricarica per auto elettriche in Italia e in Francia. «Condivideremo la nostra esperienza con Nayara Energy per rafforzare la leadership tecnologica e ambientale dell’azienda nel mercato indiano», ha detto Ghirelli. Tra le priorità di bilancio l’India intende fornire servizi governativi essenziali, tra cui sanità e istruzione agli angoli più remoti del Paese, che significherà anche portare energia e infrastrutture. Sempre nel settore energia, il governo di Delhi, a inizio gennaio, ha approvato il finanziamento del progetto nazionale più ambizioso mai lanciato in India per lo sviluppo del settore dell’idrogeno. Si tratta di 2,3 miliardi di dollari per fare del Paese un hub globale per la produzione, l’uso, e l’export del combustibile green.
Nicola Fratoianni (Ansa)
Il Pd però la scelta di campo l’ha fatta, con o senza i 5 stelle, sapendo che ha dalla sua la sponda della Cgil. Domani, a Roma, Schlein e il segretario del sindacato di Corso Italia, Maurizio Landini, presentano il volume L’Italia che non arriva a fine mese dell’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, del già professore di sociologia economica, Mimmo Carrieri e del sindacalista Cgil Agostino Megale che dialogheranno con il segretario Pd e Landini sul problema salariale e sulla ricchezza accumulata nelle mani di pochi e quindi sulla necessità di una redistribuzione equa. I relatori non si limiteranno all’analisi ma forniranno una soluzione per sbloccare l’impasse delle retribuzioni. È probabile che il tema della patrimoniale rispunti ma se così non fosse, le basi ideologiche sono state gettate.
Il giorno dopo, venerdì a Milano, c’è l’appuntamento organizzato dall’European Left Alliance, l’alleanza della sinistra europea, dal titolo «Tax the rich, combattere le disuguaglianze e ridistribuire ricchezza». Tra i partecipanti la deputata di Sinistra italiana nel gruppo Avs, Elisabetta Piccolotti.
Per la Cgil si tratta di andare a ripescare una proposta lanciata a novembre 2025 e rimessa nel cassetto per le reazioni polemiche ma mai definitivamente archiviata. Landini proponeva di applicare un’aliquota dell’1,3% su una platea di contribuenti, circa 500.000, che detiene almeno 2 milioni di euro. Il segretario della Cgil la spiegava come «un contributo di solidarietà da parte dell’1% della popolazione a vantaggio del 99%». Il gettito stimato sarebbe pari a circa 26 miliardi di euro. Risorse che secondo il sindacalista, servirebbero a finanziare sanità, istruzione, non autosufficienza, politiche abitative, sociali e di trasporto pubblico.
Ma poi, ammesso che la sinistra riesca a farla digerire, la patrimoniale funzionerebbe? A questa domanda ha già risposto la Commissione Ue che ha bocciato preventivamente la tesi Schlein. A fine marzo, quindi in anticipo sul lancio del segretario del Pd, la Commissione europea ha pubblicato uno studio, Wealth Taxation, Including Net Wealth, Capital and Exit Taxes, affidato a un consorzio di centri di ricerca. Il lavoro ripescato dal Corriere della Sera, fa una panoramica delle luci e delle (molte) ombre delle imposte patrimoniali negli Stati membri. Negli ultimi trent’anni c’è stata una accelerazione della ricchezza privata nell’Ue che si è però concentrata ai vertici della piramide sociale. Sicché l’1% ha accelerato più rapidamente mentre la classe media è avanzata a ritmo più lento. Una situazione condizionata anche dalla pressione fiscale elevata sul lavoro e dai bisogni di bilancio post crisi. Di qui nasce il dibattito pubblico che reclama equità.
Lo studio a questo punto analizza gli effetti delle varie imposte patrimoniali, da quella netta sul patrimonio, alle plusvalenze maturate o realizzate, alle successioni e donazioni, exit tax. Risultato: nessuna di queste genera in pratica entrate significative nella maggior parte degli Stati membri. Anzi, i gettiti si sono spesso ridotti nonostante il boom dei patrimoni. Il perché è noto: soglie elevate, esenzioni estese, regimi di favore, aliquote in discesa, basi imponibili erose. Lo sbocco è stato diverso per i Paesi che l’hanno adottata. Germania e Svezia l’hanno abolita, Francia ridimensionata, Norvegia e Svizzera la mantengono, Spagna la combina con un’imposta di solidarietà. Il 30 novembre 2025 gli elettori svizzeri hanno respinto con un secco 78,3% la proposta dei Giovani Socialisti di un’imposta federale del 50% su successioni e donazioni sopra i 50 milioni di franchi, seconda bocciatura dopo il no del 2015 (71%), con tutti i 26 cantoni contrari.
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Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiesto al capo della Polizia, Vittorio Pisani, di far verificare i motivi del mancato allontanamento dall’Italia in occasione dei precedenti controlli di polizia a cui era stato sottoposto. Infatti, all’uomo, nel maggio 2022 è scaduto il permesso di soggiorno provvisorio che aveva ottenuto mentre era in attesa dell’esito del ricorso contro la mancata concessione della protezione internazionale. Da allora è stato fermato più volte da agenti impegnati nel controllo del territorio e ha subito cinque denunce per spaccio e detenzione di sostanza stupefacente, tentato furto (di un cellulare), rapina, resistenza, violenza, minaccia e oltraggio a pubblico ufficiale, ricettazione (sembra di due tessere sanitarie). Gli ispettori dovranno individuare quali ufficiali di polizia giudiziaria siano intervenuti in questi frangenti e perché, dopo averlo fermato, non lo abbiano spedito in un Centro di permanenza per i rimpatri. L’uomo non sarebbe mai entrato negli uffici della Squadra mobile di Genova, mentre a occuparsi di lui, in passato, sarebbero stati i carabinieri. Ma gli uomini della Benemerita sono anche quelli che sabato, dopo l’omicidio, lo hanno arrestato e condotto all’ospedale San Martino in stato di alterazione.
L’ipotesi del Viminale è che i precedenti dell’uomo, privo di documento valido, fossero più che sufficienti a determinarne l’espulsione. Il suo avvocato, Filippo Guiglia, ieri, via Whatsapp, ha provato a rubarci il mestiere: «Più che preoccuparmi dei permessi di soggiorno, mi domanderei quali politiche si attuano per aiutare chi ha forti disagi». Abbiamo provato a chiedere a quali disagi si riferisse, ma il legale non ha più replicato. Edoardo Rixi, viceministro leghista dei Trasporti, è l’unico ligure della compagine governativa. E commenta con favore l’iniziativa del collega a capo del Viminale: «Il governo, tramite il ministro Piantedosi, ha giustamente aperto un procedimento perché non va lasciato nulla al caso e bisogna garantire le espulsioni».
Rixi ragiona da abitante del capoluogo ligure: «Da troppo tempo Genova registra una presenza crescente di clochard aggressivi, soggetti che si drogano di crack in pieno giorno nel cuore della città e perfino sulle scale della metropolitana, oltre che di baby gang che rendono sempre più difficile vivere serenamente le aree della movida». Una situazione di degrado che tutti possono constatare leggendo le cronache cittadine dove quasi ogni giorno si registra un’aggressione a cittadini e turisti. Nelle scorse ore, per esempio, in via del Campo, la strada della città vecchia cantata da Fabrizio De André, due rapinatori sono entrati a forza dentro un appartamento armati di coltello e hanno derubato il muratore che lavorava all’interno. L’uomo non ha reagito e, per questo, non ha subito danni peggiori, ma in molti altri casi le vittime vengono ricoverate anche con prognosi serie. In città è diventato difficile girare senza correre rischi nella centralissima piazza Caricamento (utilizzata recentemente come una moschea a cielo aperto), a pochi metri dall’Acquario, ma anche in via San Lorenzo, la strada che conduce all’omonima cattedrale e a Palazzo Ducale.
In certe sere quelle aree sono invase da gruppi di maranza che con atteggiamenti aggressivi e musica ad altissimo volume scoraggiano le passeggiate delle famiglie, costrette a rimanere a casa o a scegliere zone meno pericolose. «È una situazione che richiede una risposta forte dello Stato, anche valutando un maggiore impiego dell’Esercito a supporto delle forze dell’ordine nei punti più sensibili. Ma serve anche un cambio di atteggiamento da parte dell’amministrazione comunale, che troppo spesso ha adottato toni e linguaggi indulgenti verso fenomeni di degrado e illegalità» continua Rixi. «La sicurezza non è né di destra, né di sinistra: è un diritto dei cittadini. Per questo condivido e rilancio l’allarme che i consiglieri comunali della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua portano avanti da tempo in Consiglio comunale, denunciando con costanza situazioni che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Ignorare il problema non lo risolve. Servono regole, controlli e tolleranza zero verso chi trasforma interi quartieri in zone franche». Una deriva che hanno difficoltà a negare anche i più convinti sostenitori delle società aperte.
Rixi è da sempre impegnato ad attirare fondi per finanziare infrastrutture e nuove attività nella Superba, ma l’attuale situazione rischia di scoraggiare chi voglia scommettere sul futuro del capoluogo ligure: «Genova merita più sicurezza, più decoro e più rispetto per chi vive, lavora e investe nella nostra città». Il viceministro cita la teoria della finestra rotta (o dei vetri rotti), un noto principio sociologico e criminologico secondo cui lasciare un piccolo segno di degrado (come una finestra non riparata) trasmette un senso di incuria e abbandono che incoraggiano ulteriori atti vandalici o comportamenti antisociali, innescando un effetto a catena di progressivo degrado urbano. «Dove governa la sinistra», conclude Rixi, «i balordi prendono coraggio: in questo momento va rilanciata la tolleranza zero». Un tema su cui la Lega non vuole farsi superare da Futuro nazionale.
Il sindaco di Genova, Silvia Salis, sull’argomento, ha scelto di lanciare la palla in tribuna incolpando il governo dell’attuale situazione di emergenza, dimenticando di avere il controllo diretto della polizia municipale. Da tempo sostiene la necessità di un grande patto nazionale sulla sicurezza tra governo e città, uno di quei tavoli dove, solitamente, si discetta dei massimi sistemi, ma si conclude poco. Per esempio, digitando su Internet, si scopre che quasi tutte le città che hanno siglato «patti sulla sicurezza» con il governo centrale sono per lo più Comuni a guida progressista, con i più alti indici di criminalità sul territorio nazionale, da Milano a Roma, da Torino a Napoli a Firenze. Chi vive nella Superba non ha bisogno di chiacchiere, ma di poter girare per la città senza avere paura di essere rapinato o picchiato. O, magari, come è accaduto al povero Pietro Signor, ucciso a colpi di bottiglia in un parco a pochi passi da via Roma e via XXV Aprile, il «salotto buono» dei genovesi.
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Maurizio Landini ed Elly Schlein (Ansa)
Il governo di centrodestra, e anche i toni accesi che anticipano ogni campagna elettorale, ovviamente aiutano e infatti Landini ha deciso di scendere in campo con una serie di proposte economiche. L’occasione sarà la presentazione di un libro dal titolo L’Italia che non arriva a fine mese, in compagnia di Elly Schlein. Edito dalla Fondazione Feltrinelli, il volume rappresenta la più clamorosa smentita alle tesi care al principale alleato del Pd, che in una precedente legislatura, dopo l’introduzione del reddito di cittadinanza, annunciò per bocca dell’allora suo leader Luigi Di Maio l’abolizione della povertà. Rottamato da Giorgia Meloni, il sussidio non fa al momento parte del programma di Landini, il quale invece è più propenso a rispolverare un vecchio cavallo di battaglia della sinistra, ovvero la patrimoniale, trovando nella segretaria del Pd, che non vuole certo farsi scavalcare a sinistra, un’alleata.
Al segretario della Cgil poco importa che l’idea di una tassa dell’1,3% su patrimoni da due milioni di euro spacchi il campo largo, con Matteo Renzi decisamente contrario (dopo aver lasciato Palazzo Chigi è diventato milionario, e perciò sarebbe tra le vittime dalla stangata) e Giuseppe Conte assai tiepido. Anche l’ala riformista del Partito democratico non vede di buon occhio un prelievo su case, conti correnti e investimenti, criticando la tempistica dell’uscita, che prima del voto rischierebbe di spaventare molti elettori.
Nessuno, né Landini che la propone né quanti prendono le distanze per opportunità o per calcolo, sembra però rendersi conto che la patrimoniale in Italia esiste già e genera ogni anno una raccolta per il fisco pari a una cinquantina di miliardi. A introdurla ci pensò Mario Monti nel 2011, con la famosa manovra che tramortì per un paio d’anni l’economia italiana. L’ex rettore della Bocconi introdusse l’Imu sulla seconda e anche sulla prima casa e non contento inventò l’Ivie, l’imposta sui valori immobiliari all’estero. Il governo Berlusconi poi tolse la tassa sulla residenza principale, ma il resto rimase. Unito peraltro alle imposte di bollo, di registro, catastali, ipotecarie e di successione. In totale, nel 2020 facevano più di 40 miliardi, cifra che ci collocava al di sopra della media Ue sia per gettito erariale che in rapporto al Pil. Tanto per essere chiari, solo cinque Paesi su 27 avevano un prelievo percentualmente più pesante del nostro.
Ho citato i dati del 2020, anno in cui a causa del Covid l’incidenza fu inferiore, perché la patrimoniale all’epoca fu oggetto di uno studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica diretto da Carlo Cottarelli, uno che non è certo sospettabile di antipatia verso Schlein e compagni, essendo stato senatore del Pd. Oggi in Italia la patrimoniale genera un gettito addirittura maggiore, sopra i 50 miliardi, quasi il doppio dunque di quei 26 che Landini immagina di rastrellare con la sua super imposta. Ma il leader sindacale evidentemente non lo sa. Tutto ciò dimostra che non soltanto l’idea del segretario della Cgil è propaganda, ma che è anche aria fritta.
Del resto, che la tassa sui patrimoni non funzioni lo provano i risultati ottenuti da chi ha perseguito quella strada. In Francia, quando ci provò François Hollande, i grandi capitali fuggirono e in Gran Bretagna, con l’arrivo di Keir Starmer, molti ricconi hanno fatto le valigie. Per non dire della Svezia, che dopo aver sperimentato uno Stato sociale sostenuto da alte tasse ha fatto marcia indietro. Perché chi ha soldi e consulenti non sta certo ad aspettare Landini: alla prima avvisaglia se ne va. Nella rete del fisco così finisce chi ricco non è, ma avendo ereditato una casa in città come Milano rischia di sembrarlo e di pagare grazie a Landini decine di migliaia di euro ogni anno. Una stangata capace di uccidere un’intera fascia di reddito e insieme di far scappare i grandi capitali.
Non resta che sperare che da tipi come il segretario della Cgil gli italiani si tengano alla larga. Qui non si rischia di bloccare il Paese con gli scioperi, ma di ammazzarlo.
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