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2021-10-18
I radar italiani e la guerra fredda
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Un radar An-Fps-8 in uso in Italia e un Mig-15 in volo (wikicommons)
Dopo il periodo di "buio" seguito alla fine della guerra nel 1945, la rinata Aeronautica Militare Italiana crebbe gradualmente di importanza a causa dell'acutizzarsi delle tensioni tra i blocchi alla base della Guerra Fredda. Già dal 1949, anno di fondazione del Patto Atlantico, le forze militari italiane ricevettero gli aiuti americani dei piani Oso (Off-shore Procurement) e Mdap (Mutual Defence Assistance Program). Gli italiani e l'Aeronautica furono immediatamente inclusi nella costruzione della rete di difesa, che prevederà poco più tardi l'installazione dei missili balistici. Dopo il 1950 gli stormi dell'AM riceveranno a titolo gratuito velivoli di fabbricazione americana, come i T-33 da trasporto e i caccia F-84 ed F-86. Il motivo della particolare attenzione di Washington alla struttura difensiva e in particolare di quella aerea era dovuta al fatto che l'Italia era situata in una posizione estremamente strategica, a "portata di tiro" dei paesi satellite dell'Unione Sovietica come Bulgaria ed Ungheria, nonché confinante con la Jugoslavia che, seppur non allineata a Mosca, era considerata un pericoloso vicino. Per coordinare le attività di difesa aerea e di intercettazione sul territorio italiano fu necessario potenziare le obsolete strutture della Dat, la Difesa aerea territoriale, integrandole progressivamente con il sistema unificato progettato dalla Nato che prevedeva un sistema di intercomunicazione tra apparecchiature radar in grado di coprire l'Europa occidentale e controllare a distanza l'eventuale provenienza dall'est di velivoli nemici con le insegne dei paesi del Patto di Varsavia. Il territorio nazionale fu diviso in settori, ognuno dei quali controllava una parte di spazio aereo per mezzo di un nome in codice. A capo dei diversi settori vi erano tre centri maggiori, o Roc (Regional Operation Center) situati nel nord, nel centro e nel sud d'Italia. Si trattava di centri di comando la cui sicurezza e segretezza fu particolarmente curata, spesso costruiti all'interno di gallerie a prova di attacco nucleare. Per quanto riguardava il nordest, la zona più sensibile per la vicinanza della Jugoslavia, il Roc fu costruito nelle viscere del monte Venda, una piccola altura non distante dai colli Euganei nel padovano. Costruito nei primi anni cinquanta, fu totalmente finanziato dagli Americani e prese il nome di 1° Roc (o Soc- Sector Operation Center) con il nome in codice Nato di "Rupe". Durante gli anni della massima attività operativa erano impiegati a turno circa 500 militari nelle specialità tecniche di Aiuto Controllore Difesa Aerea (Acda) e Vigilanza Aeronautica Militare (Vam). La struttura della base radar era impressionante, con il suo lungo tunnel a spirale che percorreva totalmente l'interno del monte per una lunghezza complessiva di oltre un chilometro. Si trattava di un punto nodale per il sistema di difesa aerea della Nato in quanto direttamente dipendente dal comando Airsouth, il centro di controllo che gestiva l'intera zona dell'Europa meridionale. Le sue strutture radar permettevano di controllare il traffico aereo fino alla zona di Roma, dove il controllo dello spazio era affidato al secondo grande centro, il 2° Roc/Soc di Monte Cavo, un'altura di 950 mt. dei Colli Albani, in provincia di Roma. Si trattava di un altro comando in bunker che oltre alle funzioni di controllo e interdizione si sarebbe dovuto occupar del rischiaramento dei reparti di volo dell'Aeronautica Militare in caso di guerra con i Paesi del blocco sovietico. All'interno della struttura, in caso di conflitto, avrebbero dovuto trasferirsi il Presidente della Repubblica, i membri del Governo italiano e le massime cariche per il mantenimento delle istituzioni democratiche i quali sarebbero stati alloggiati nel bunker antiatomico ricavato nel cuore del monte. A Sud, la vigilanza del cielo a oriente della Penisola era affidato al 3° Roc/Soc di Martina Franca in Puglia, posto a 50 metri di profondità nel sottosuolo, costruito nel 1953 e oggi sede del 16°Stormo.
La rete della copertura radar si completava con i cosiddetti Crc, o Control and Report Center, i quali riportavano i dati provenienti dalle installazioni radar al centro di controllo Nato di competenza. Si trovavano principalmente in zone isolate e montane con funzione di identificazione dei velivoli, un ruolo oggi ricoperto dagli aerei Awacs. Tra i più importanti e suggestivi furono i centri radar sorti sulle alture dell'Italia nord-orientale, data la posizione strategica della zona aerea da questi ultimi scandagliata.
Il primo in ordine cronologico fu il 16° Crc (poi dal 1986 Gram -Gruppo Radar Aeronautica Militare) inaugurato nel 1958 nei pressi del Plose, altura sopra Bressanone a 2.486 metri di quota, e battezzato Monte Telegrafo. La struttura era composta da una base logistica a valle in località Plancios e la base operativa a monte, collegate da un impianto funiviario dedicato che sorvolava gli impianti sciistici civili e raggiungeva la vetta dove era installato un impianto radar che aveva la funzione di coprire il cono d'ombra del radar dell'aeroporto di Udine-Campoformido, a cui fu assegnato il nome in codice "Bora". Monte Telegrafo dipendeva dal 1° Roc di Monte Venda ed era operato da circa 100 militari di leva tra Acda e Vam. L'impianto era un radar molto utilizzato in ambito Nato, del tipo An-Fps-8 con portata di circa 250 miglia nautiche in linea d'aria (463 Km) che permetteva di controllare il traffico aereo fin dentro ai confini dei Paesi oltrecortina, in Austria e in Baviera. Il Monte Telegrafo rimase in funzione fino al 1978 e quindi dismesso, essendo rimasto in funzione 24 ore su 24 tutti i giorni dell'anno. Le strutture sono ancora presenti, seppure in evidente stato di abbandono mentre il radar è stato smantellato dopo la dimissione
Un'installazione simile a quella di Bressanone si trovava sulle alpi carniche sopra l'abitato di Pontebba (Udine) a 2.000 metri di quota. Chiamato in codice "Cedrone" fu progettato nel 1969 per essere installato sulla cima del monte Scinauz, una montagna rocciosa ed impervia accessibile solo per mezzo di sentieri esposti e pericolosi. Come nel caso dell'impianto del Monte Telegrafo la stazione radar del Scinauz fu collegata tramite una funivia molto ardita, che nell'ultima lunga campata sorvolava la vallata a oltre 800 metri dal suolo (un record per l'epoca). Anche sul monte friulano fu installato il radar An-Fps/8 poi ammodernato col successivo Fps/88. A differenza però della stazione del 16° Cram del Plose, le apparecchiature dello Scinauz erano già remotizzate e controllate dalla base "Lame" di Concordia Sagittaria nei pressi di Portogruaro. Quest'ultima era un importante centro Nato nel compito di Early Warning e Crc, base del 13° Gruppo Radar dell'Aeronautica militare e sostituì nel 1968 il dismesso centro di Udine-Campoformido. Numerosi furono gli interventi di "Lame" durante gli anni della guerra fredda, nell'identificazione e intercettazione di velivoli non identificati, fuori rotta oppure senza la comunicazione del piano di volo. Numerosi furono gli allarmi "scramble" ai Reparti volo quando i caccia Jugoslavi lambivano di proposito lo spazio aereo per testare le capacità di reazione dell'aviazione italiana. L'aggiunta del radar del monte Scinauz permise di estendere il range del controllo dello spazio aereo fino all'Ungheria, dopo alcuni episodi avvenuti a cavallo tra gli anni 60 e 70 descritti di seguito. Il Monte Scinauz e il 17° Gruppo Radar che lo gestiva rimasero operativi fino a ben oltre la caduta del muro di Berlino, quando ne fu deciso l'abbandono definitivo nel 2001. Concordia Sagittaria (base Lame) è tuttora operativa come anche se remotizzata e controllata dal Comando Operativo Forze Aeree di Poggio Renatico (Ferrara) continuando l'attività come 113ma Squadriglia Radar Remota.
Sfuggire ai radar, per la libertà. I Mig atterrati in Italia.
Durante l'attività operativa del sistema di difesa aerea italiano negli anni della guerra fredda, vi furono numerose segnalazioni di aerei "sospetti" ai confini dello spazio aereo italiano, spesso identificati come caccia Jugoslavi in addestramento. Per tre volte le apparecchiature italiane captarono i segnali di jet non identificati che riuscirono a sorvolare i cieli italiani e ad atterrare nel territorio nazionale.
Il primo episodio, quello che si verificò nell'anno di maggior tensione tra i blocchi, avvenne nei cieli della Puglia il 20 gennaio 1962. Nelle prime ore del pomeriggio, proveniente dall'Adriatico, comparve la sagoma di un caccia poi identificato come un Mig-17. Agganciato dai radar di Gioia del Colle e dalle apparecchiature di early warning del 3°Roc di Martina Franca, il velivolo compì una virata proprio in direzione delle installazioni missilistiche pugliesi. Prima ancora che potesse essere intercettato dai caccia italiani, il Mig compì un atterraggio di fortuna in un campo in località Landone, nei pressi di Acquaviva delle Fonti (Bari). Il Mig terminò la sua corsa danneggiandosi contro i muretti a secco dei campi, sotto lo sguardo attonito di due contadini. Si scoprì che si trattava di una caccia bulgaro ai cui comandi era rimasto, ferito ma non in pericolo di vita, il sottotenente pilota Solakov. Trasportato in ospedale a Bari, il militare dichiarò di essere fuggito dal regima comunista di Sofia e di avere intenzione di chiedere asilo politico in Occidente. Temendo l'origine spionistica del volo, le apparecchiature fotografiche del caccia furono esaminate ma senza che queste potessero fornire elementi sulla missione, in quanto Solakov aveva di proposito azionato il, comando che bruciava le pellicole in caso di caduta in mani nemiche dell'aereo. Inizialmente comparsa su tutti i quotidiani nazionali, il seguito dell'indagine fu volutamente celata ai media in quanto in Italia la Democrazia Cristiana (e in primis Aldo Moro che era originario di quelle terre) voleva evitare tensioni insanabili con il Pci nell'anno che avrebbe inaugurato il periodo dei partiti di centro-sinistra.
Gli altri due episodi si verificarono a poca distanza l'uno dall'altro ed entrambi in territorio friulano, sei anni dopo il caccia bulgaro attirato in Puglia. Il primo ebbe come teatro dei fatti il cielo di Osoppo il 14 agosto 1969, quando il radar del monte Scinauz non era ancora stato costruito. Protetto nell'ultima parte del volo dalle strette valli secondarie dell'Austria, un vecchio Mig 15 con le insegne dell'Aeronautica militare ungherese riuscì ad eludere volando radente al suolo i radar di Udine e di Concordia Sagittaria. Il pilota, molto abile ai comandi, aveva studiato le carte della zona individuando una pista di atterraggio costruita dalla Luftwaffe durante la guerra. Inadeguata per una caccia a reazione, fu utilizzata comunque da Biro, che grazie ad una manovra magistrale riuscì ad evitare le abitazioni di due muratori, distruggendo il carrello anteriore e uscendo sotto shock ma illeso. Raggiunto dai proprietari delle case, il pilota ungherese corse lontano dal caccia, in questo caso armato, le cui munizioni cominciarono ad esplodere distruggendolo parzialmente. Dall'episodio di Osoppo nacque l'esigenza di coprire il cono d'ombra delle montagne e di arrivare con i radar fino al confine ungherese, compito che sarà affidato alle apparecchiature del 17° Gruppo Radar del Monte Scinauz.
Tuttavia, prima che i caccia italiani potessero partire su allarme, un altro episodio del tutto simile al precedente e a poca distanza da Osoppo si verificò l'anno successivo mentre il radar di Scinauz era ancora in fase di realizzazione. Anche in questo caso, era il 7 aprile 1970, la sagoma di un vetusto Mig- 15 sbucò dalle alpi friulane. Il pilota era un allievo di Biro, Sandor Zabocki, con il quale aveva preparato i piani per la riuscita fuga ad Osoppo. Anche Zabocki scelse una aviosuperficie in abbandono dalla guerra (ancora oggi esistente e visibile sulle mappe digitali), l'aeroporto di Risano che, in linea d'aria, si trova a poca distanza dalla base di Rivolto sede delle Frecce Tricolori. In quest'ultimo caso non vi fu neppure bisogno di far decollare gli intercettori italiani perché il pilota ebbe l'accortezza di qualificarsi via radio ai controllori e di dichiarare l'atterraggio di emergenza sulla pista dismessa. Dal 1972 l'occhio del monte Scinauz rese praticamente impossibile l'accesso ai cieli del nordest dei caccia provenienti dall'Ungheria, che non si presentarono mai più a toccare il suolo friulano.
Oggi il sistema di protezione e difesa aerea affidato all'Aeronautica include molte delle installazioni nate durante gli anni della guerra fredda, ancora in funzione ma reumatizzate e controllate dalla base di Poggio Renatico nel ferrarese. I radar del monte Scinauz e del Monte telegrafo sono state dismessi e buona parte delle strutture sono ancora presenti come memoria di quegli anni in cui la terza guerra mondiale parve essere alle porte.
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Dal 1950 l'Italia fu un'area nevralgica nel conflitto tra i blocchi. L'attività e lo sviluppo dei radar dell'Aeronautica Militare nel sistema di difesa aerea della Nato.Dopo il periodo di "buio" seguito alla fine della guerra nel 1945, la rinata Aeronautica Militare Italiana crebbe gradualmente di importanza a causa dell'acutizzarsi delle tensioni tra i blocchi alla base della Guerra Fredda. Già dal 1949, anno di fondazione del Patto Atlantico, le forze militari italiane ricevettero gli aiuti americani dei piani Oso (Off-shore Procurement) e Mdap (Mutual Defence Assistance Program). Gli italiani e l'Aeronautica furono immediatamente inclusi nella costruzione della rete di difesa, che prevederà poco più tardi l'installazione dei missili balistici. Dopo il 1950 gli stormi dell'AM riceveranno a titolo gratuito velivoli di fabbricazione americana, come i T-33 da trasporto e i caccia F-84 ed F-86. Il motivo della particolare attenzione di Washington alla struttura difensiva e in particolare di quella aerea era dovuta al fatto che l'Italia era situata in una posizione estremamente strategica, a "portata di tiro" dei paesi satellite dell'Unione Sovietica come Bulgaria ed Ungheria, nonché confinante con la Jugoslavia che, seppur non allineata a Mosca, era considerata un pericoloso vicino. Per coordinare le attività di difesa aerea e di intercettazione sul territorio italiano fu necessario potenziare le obsolete strutture della Dat, la Difesa aerea territoriale, integrandole progressivamente con il sistema unificato progettato dalla Nato che prevedeva un sistema di intercomunicazione tra apparecchiature radar in grado di coprire l'Europa occidentale e controllare a distanza l'eventuale provenienza dall'est di velivoli nemici con le insegne dei paesi del Patto di Varsavia. Il territorio nazionale fu diviso in settori, ognuno dei quali controllava una parte di spazio aereo per mezzo di un nome in codice. A capo dei diversi settori vi erano tre centri maggiori, o Roc (Regional Operation Center) situati nel nord, nel centro e nel sud d'Italia. Si trattava di centri di comando la cui sicurezza e segretezza fu particolarmente curata, spesso costruiti all'interno di gallerie a prova di attacco nucleare. Per quanto riguardava il nordest, la zona più sensibile per la vicinanza della Jugoslavia, il Roc fu costruito nelle viscere del monte Venda, una piccola altura non distante dai colli Euganei nel padovano. Costruito nei primi anni cinquanta, fu totalmente finanziato dagli Americani e prese il nome di 1° Roc (o Soc- Sector Operation Center) con il nome in codice Nato di "Rupe". Durante gli anni della massima attività operativa erano impiegati a turno circa 500 militari nelle specialità tecniche di Aiuto Controllore Difesa Aerea (Acda) e Vigilanza Aeronautica Militare (Vam). La struttura della base radar era impressionante, con il suo lungo tunnel a spirale che percorreva totalmente l'interno del monte per una lunghezza complessiva di oltre un chilometro. Si trattava di un punto nodale per il sistema di difesa aerea della Nato in quanto direttamente dipendente dal comando Airsouth, il centro di controllo che gestiva l'intera zona dell'Europa meridionale. Le sue strutture radar permettevano di controllare il traffico aereo fino alla zona di Roma, dove il controllo dello spazio era affidato al secondo grande centro, il 2° Roc/Soc di Monte Cavo, un'altura di 950 mt. dei Colli Albani, in provincia di Roma. Si trattava di un altro comando in bunker che oltre alle funzioni di controllo e interdizione si sarebbe dovuto occupar del rischiaramento dei reparti di volo dell'Aeronautica Militare in caso di guerra con i Paesi del blocco sovietico. All'interno della struttura, in caso di conflitto, avrebbero dovuto trasferirsi il Presidente della Repubblica, i membri del Governo italiano e le massime cariche per il mantenimento delle istituzioni democratiche i quali sarebbero stati alloggiati nel bunker antiatomico ricavato nel cuore del monte. A Sud, la vigilanza del cielo a oriente della Penisola era affidato al 3° Roc/Soc di Martina Franca in Puglia, posto a 50 metri di profondità nel sottosuolo, costruito nel 1953 e oggi sede del 16°Stormo.La rete della copertura radar si completava con i cosiddetti Crc, o Control and Report Center, i quali riportavano i dati provenienti dalle installazioni radar al centro di controllo Nato di competenza. Si trovavano principalmente in zone isolate e montane con funzione di identificazione dei velivoli, un ruolo oggi ricoperto dagli aerei Awacs. Tra i più importanti e suggestivi furono i centri radar sorti sulle alture dell'Italia nord-orientale, data la posizione strategica della zona aerea da questi ultimi scandagliata. Il primo in ordine cronologico fu il 16° Crc (poi dal 1986 Gram -Gruppo Radar Aeronautica Militare) inaugurato nel 1958 nei pressi del Plose, altura sopra Bressanone a 2.486 metri di quota, e battezzato Monte Telegrafo. La struttura era composta da una base logistica a valle in località Plancios e la base operativa a monte, collegate da un impianto funiviario dedicato che sorvolava gli impianti sciistici civili e raggiungeva la vetta dove era installato un impianto radar che aveva la funzione di coprire il cono d'ombra del radar dell'aeroporto di Udine-Campoformido, a cui fu assegnato il nome in codice "Bora". Monte Telegrafo dipendeva dal 1° Roc di Monte Venda ed era operato da circa 100 militari di leva tra Acda e Vam. L'impianto era un radar molto utilizzato in ambito Nato, del tipo An-Fps-8 con portata di circa 250 miglia nautiche in linea d'aria (463 Km) che permetteva di controllare il traffico aereo fin dentro ai confini dei Paesi oltrecortina, in Austria e in Baviera. Il Monte Telegrafo rimase in funzione fino al 1978 e quindi dismesso, essendo rimasto in funzione 24 ore su 24 tutti i giorni dell'anno. Le strutture sono ancora presenti, seppure in evidente stato di abbandono mentre il radar è stato smantellato dopo la dimissioneUn'installazione simile a quella di Bressanone si trovava sulle alpi carniche sopra l'abitato di Pontebba (Udine) a 2.000 metri di quota. Chiamato in codice "Cedrone" fu progettato nel 1969 per essere installato sulla cima del monte Scinauz, una montagna rocciosa ed impervia accessibile solo per mezzo di sentieri esposti e pericolosi. Come nel caso dell'impianto del Monte Telegrafo la stazione radar del Scinauz fu collegata tramite una funivia molto ardita, che nell'ultima lunga campata sorvolava la vallata a oltre 800 metri dal suolo (un record per l'epoca). Anche sul monte friulano fu installato il radar An-Fps/8 poi ammodernato col successivo Fps/88. A differenza però della stazione del 16° Cram del Plose, le apparecchiature dello Scinauz erano già remotizzate e controllate dalla base "Lame" di Concordia Sagittaria nei pressi di Portogruaro. Quest'ultima era un importante centro Nato nel compito di Early Warning e Crc, base del 13° Gruppo Radar dell'Aeronautica militare e sostituì nel 1968 il dismesso centro di Udine-Campoformido. Numerosi furono gli interventi di "Lame" durante gli anni della guerra fredda, nell'identificazione e intercettazione di velivoli non identificati, fuori rotta oppure senza la comunicazione del piano di volo. Numerosi furono gli allarmi "scramble" ai Reparti volo quando i caccia Jugoslavi lambivano di proposito lo spazio aereo per testare le capacità di reazione dell'aviazione italiana. L'aggiunta del radar del monte Scinauz permise di estendere il range del controllo dello spazio aereo fino all'Ungheria, dopo alcuni episodi avvenuti a cavallo tra gli anni 60 e 70 descritti di seguito. Il Monte Scinauz e il 17° Gruppo Radar che lo gestiva rimasero operativi fino a ben oltre la caduta del muro di Berlino, quando ne fu deciso l'abbandono definitivo nel 2001. Concordia Sagittaria (base Lame) è tuttora operativa come anche se remotizzata e controllata dal Comando Operativo Forze Aeree di Poggio Renatico (Ferrara) continuando l'attività come 113ma Squadriglia Radar Remota.Sfuggire ai radar, per la libertà. I Mig atterrati in Italia.Durante l'attività operativa del sistema di difesa aerea italiano negli anni della guerra fredda, vi furono numerose segnalazioni di aerei "sospetti" ai confini dello spazio aereo italiano, spesso identificati come caccia Jugoslavi in addestramento. Per tre volte le apparecchiature italiane captarono i segnali di jet non identificati che riuscirono a sorvolare i cieli italiani e ad atterrare nel territorio nazionale. Il primo episodio, quello che si verificò nell'anno di maggior tensione tra i blocchi, avvenne nei cieli della Puglia il 20 gennaio 1962. Nelle prime ore del pomeriggio, proveniente dall'Adriatico, comparve la sagoma di un caccia poi identificato come un Mig-17. Agganciato dai radar di Gioia del Colle e dalle apparecchiature di early warning del 3°Roc di Martina Franca, il velivolo compì una virata proprio in direzione delle installazioni missilistiche pugliesi. Prima ancora che potesse essere intercettato dai caccia italiani, il Mig compì un atterraggio di fortuna in un campo in località Landone, nei pressi di Acquaviva delle Fonti (Bari). Il Mig terminò la sua corsa danneggiandosi contro i muretti a secco dei campi, sotto lo sguardo attonito di due contadini. Si scoprì che si trattava di una caccia bulgaro ai cui comandi era rimasto, ferito ma non in pericolo di vita, il sottotenente pilota Solakov. Trasportato in ospedale a Bari, il militare dichiarò di essere fuggito dal regima comunista di Sofia e di avere intenzione di chiedere asilo politico in Occidente. Temendo l'origine spionistica del volo, le apparecchiature fotografiche del caccia furono esaminate ma senza che queste potessero fornire elementi sulla missione, in quanto Solakov aveva di proposito azionato il, comando che bruciava le pellicole in caso di caduta in mani nemiche dell'aereo. Inizialmente comparsa su tutti i quotidiani nazionali, il seguito dell'indagine fu volutamente celata ai media in quanto in Italia la Democrazia Cristiana (e in primis Aldo Moro che era originario di quelle terre) voleva evitare tensioni insanabili con il Pci nell'anno che avrebbe inaugurato il periodo dei partiti di centro-sinistra.Gli altri due episodi si verificarono a poca distanza l'uno dall'altro ed entrambi in territorio friulano, sei anni dopo il caccia bulgaro attirato in Puglia. Il primo ebbe come teatro dei fatti il cielo di Osoppo il 14 agosto 1969, quando il radar del monte Scinauz non era ancora stato costruito. Protetto nell'ultima parte del volo dalle strette valli secondarie dell'Austria, un vecchio Mig 15 con le insegne dell'Aeronautica militare ungherese riuscì ad eludere volando radente al suolo i radar di Udine e di Concordia Sagittaria. Il pilota, molto abile ai comandi, aveva studiato le carte della zona individuando una pista di atterraggio costruita dalla Luftwaffe durante la guerra. Inadeguata per una caccia a reazione, fu utilizzata comunque da Biro, che grazie ad una manovra magistrale riuscì ad evitare le abitazioni di due muratori, distruggendo il carrello anteriore e uscendo sotto shock ma illeso. Raggiunto dai proprietari delle case, il pilota ungherese corse lontano dal caccia, in questo caso armato, le cui munizioni cominciarono ad esplodere distruggendolo parzialmente. Dall'episodio di Osoppo nacque l'esigenza di coprire il cono d'ombra delle montagne e di arrivare con i radar fino al confine ungherese, compito che sarà affidato alle apparecchiature del 17° Gruppo Radar del Monte Scinauz. Tuttavia, prima che i caccia italiani potessero partire su allarme, un altro episodio del tutto simile al precedente e a poca distanza da Osoppo si verificò l'anno successivo mentre il radar di Scinauz era ancora in fase di realizzazione. Anche in questo caso, era il 7 aprile 1970, la sagoma di un vetusto Mig- 15 sbucò dalle alpi friulane. Il pilota era un allievo di Biro, Sandor Zabocki, con il quale aveva preparato i piani per la riuscita fuga ad Osoppo. Anche Zabocki scelse una aviosuperficie in abbandono dalla guerra (ancora oggi esistente e visibile sulle mappe digitali), l'aeroporto di Risano che, in linea d'aria, si trova a poca distanza dalla base di Rivolto sede delle Frecce Tricolori. In quest'ultimo caso non vi fu neppure bisogno di far decollare gli intercettori italiani perché il pilota ebbe l'accortezza di qualificarsi via radio ai controllori e di dichiarare l'atterraggio di emergenza sulla pista dismessa. Dal 1972 l'occhio del monte Scinauz rese praticamente impossibile l'accesso ai cieli del nordest dei caccia provenienti dall'Ungheria, che non si presentarono mai più a toccare il suolo friulano. Oggi il sistema di protezione e difesa aerea affidato all'Aeronautica include molte delle installazioni nate durante gli anni della guerra fredda, ancora in funzione ma reumatizzate e controllate dalla base di Poggio Renatico nel ferrarese. I radar del monte Scinauz e del Monte telegrafo sono state dismessi e buona parte delle strutture sono ancora presenti come memoria di quegli anni in cui la terza guerra mondiale parve essere alle porte.
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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