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2021-10-18
I radar italiani e la guerra fredda
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Un radar An-Fps-8 in uso in Italia e un Mig-15 in volo (wikicommons)
Dopo il periodo di "buio" seguito alla fine della guerra nel 1945, la rinata Aeronautica Militare Italiana crebbe gradualmente di importanza a causa dell'acutizzarsi delle tensioni tra i blocchi alla base della Guerra Fredda. Già dal 1949, anno di fondazione del Patto Atlantico, le forze militari italiane ricevettero gli aiuti americani dei piani Oso (Off-shore Procurement) e Mdap (Mutual Defence Assistance Program). Gli italiani e l'Aeronautica furono immediatamente inclusi nella costruzione della rete di difesa, che prevederà poco più tardi l'installazione dei missili balistici. Dopo il 1950 gli stormi dell'AM riceveranno a titolo gratuito velivoli di fabbricazione americana, come i T-33 da trasporto e i caccia F-84 ed F-86. Il motivo della particolare attenzione di Washington alla struttura difensiva e in particolare di quella aerea era dovuta al fatto che l'Italia era situata in una posizione estremamente strategica, a "portata di tiro" dei paesi satellite dell'Unione Sovietica come Bulgaria ed Ungheria, nonché confinante con la Jugoslavia che, seppur non allineata a Mosca, era considerata un pericoloso vicino. Per coordinare le attività di difesa aerea e di intercettazione sul territorio italiano fu necessario potenziare le obsolete strutture della Dat, la Difesa aerea territoriale, integrandole progressivamente con il sistema unificato progettato dalla Nato che prevedeva un sistema di intercomunicazione tra apparecchiature radar in grado di coprire l'Europa occidentale e controllare a distanza l'eventuale provenienza dall'est di velivoli nemici con le insegne dei paesi del Patto di Varsavia. Il territorio nazionale fu diviso in settori, ognuno dei quali controllava una parte di spazio aereo per mezzo di un nome in codice. A capo dei diversi settori vi erano tre centri maggiori, o Roc (Regional Operation Center) situati nel nord, nel centro e nel sud d'Italia. Si trattava di centri di comando la cui sicurezza e segretezza fu particolarmente curata, spesso costruiti all'interno di gallerie a prova di attacco nucleare. Per quanto riguardava il nordest, la zona più sensibile per la vicinanza della Jugoslavia, il Roc fu costruito nelle viscere del monte Venda, una piccola altura non distante dai colli Euganei nel padovano. Costruito nei primi anni cinquanta, fu totalmente finanziato dagli Americani e prese il nome di 1° Roc (o Soc- Sector Operation Center) con il nome in codice Nato di "Rupe". Durante gli anni della massima attività operativa erano impiegati a turno circa 500 militari nelle specialità tecniche di Aiuto Controllore Difesa Aerea (Acda) e Vigilanza Aeronautica Militare (Vam). La struttura della base radar era impressionante, con il suo lungo tunnel a spirale che percorreva totalmente l'interno del monte per una lunghezza complessiva di oltre un chilometro. Si trattava di un punto nodale per il sistema di difesa aerea della Nato in quanto direttamente dipendente dal comando Airsouth, il centro di controllo che gestiva l'intera zona dell'Europa meridionale. Le sue strutture radar permettevano di controllare il traffico aereo fino alla zona di Roma, dove il controllo dello spazio era affidato al secondo grande centro, il 2° Roc/Soc di Monte Cavo, un'altura di 950 mt. dei Colli Albani, in provincia di Roma. Si trattava di un altro comando in bunker che oltre alle funzioni di controllo e interdizione si sarebbe dovuto occupar del rischiaramento dei reparti di volo dell'Aeronautica Militare in caso di guerra con i Paesi del blocco sovietico. All'interno della struttura, in caso di conflitto, avrebbero dovuto trasferirsi il Presidente della Repubblica, i membri del Governo italiano e le massime cariche per il mantenimento delle istituzioni democratiche i quali sarebbero stati alloggiati nel bunker antiatomico ricavato nel cuore del monte. A Sud, la vigilanza del cielo a oriente della Penisola era affidato al 3° Roc/Soc di Martina Franca in Puglia, posto a 50 metri di profondità nel sottosuolo, costruito nel 1953 e oggi sede del 16°Stormo.
La rete della copertura radar si completava con i cosiddetti Crc, o Control and Report Center, i quali riportavano i dati provenienti dalle installazioni radar al centro di controllo Nato di competenza. Si trovavano principalmente in zone isolate e montane con funzione di identificazione dei velivoli, un ruolo oggi ricoperto dagli aerei Awacs. Tra i più importanti e suggestivi furono i centri radar sorti sulle alture dell'Italia nord-orientale, data la posizione strategica della zona aerea da questi ultimi scandagliata.
Il primo in ordine cronologico fu il 16° Crc (poi dal 1986 Gram -Gruppo Radar Aeronautica Militare) inaugurato nel 1958 nei pressi del Plose, altura sopra Bressanone a 2.486 metri di quota, e battezzato Monte Telegrafo. La struttura era composta da una base logistica a valle in località Plancios e la base operativa a monte, collegate da un impianto funiviario dedicato che sorvolava gli impianti sciistici civili e raggiungeva la vetta dove era installato un impianto radar che aveva la funzione di coprire il cono d'ombra del radar dell'aeroporto di Udine-Campoformido, a cui fu assegnato il nome in codice "Bora". Monte Telegrafo dipendeva dal 1° Roc di Monte Venda ed era operato da circa 100 militari di leva tra Acda e Vam. L'impianto era un radar molto utilizzato in ambito Nato, del tipo An-Fps-8 con portata di circa 250 miglia nautiche in linea d'aria (463 Km) che permetteva di controllare il traffico aereo fin dentro ai confini dei Paesi oltrecortina, in Austria e in Baviera. Il Monte Telegrafo rimase in funzione fino al 1978 e quindi dismesso, essendo rimasto in funzione 24 ore su 24 tutti i giorni dell'anno. Le strutture sono ancora presenti, seppure in evidente stato di abbandono mentre il radar è stato smantellato dopo la dimissione
Un'installazione simile a quella di Bressanone si trovava sulle alpi carniche sopra l'abitato di Pontebba (Udine) a 2.000 metri di quota. Chiamato in codice "Cedrone" fu progettato nel 1969 per essere installato sulla cima del monte Scinauz, una montagna rocciosa ed impervia accessibile solo per mezzo di sentieri esposti e pericolosi. Come nel caso dell'impianto del Monte Telegrafo la stazione radar del Scinauz fu collegata tramite una funivia molto ardita, che nell'ultima lunga campata sorvolava la vallata a oltre 800 metri dal suolo (un record per l'epoca). Anche sul monte friulano fu installato il radar An-Fps/8 poi ammodernato col successivo Fps/88. A differenza però della stazione del 16° Cram del Plose, le apparecchiature dello Scinauz erano già remotizzate e controllate dalla base "Lame" di Concordia Sagittaria nei pressi di Portogruaro. Quest'ultima era un importante centro Nato nel compito di Early Warning e Crc, base del 13° Gruppo Radar dell'Aeronautica militare e sostituì nel 1968 il dismesso centro di Udine-Campoformido. Numerosi furono gli interventi di "Lame" durante gli anni della guerra fredda, nell'identificazione e intercettazione di velivoli non identificati, fuori rotta oppure senza la comunicazione del piano di volo. Numerosi furono gli allarmi "scramble" ai Reparti volo quando i caccia Jugoslavi lambivano di proposito lo spazio aereo per testare le capacità di reazione dell'aviazione italiana. L'aggiunta del radar del monte Scinauz permise di estendere il range del controllo dello spazio aereo fino all'Ungheria, dopo alcuni episodi avvenuti a cavallo tra gli anni 60 e 70 descritti di seguito. Il Monte Scinauz e il 17° Gruppo Radar che lo gestiva rimasero operativi fino a ben oltre la caduta del muro di Berlino, quando ne fu deciso l'abbandono definitivo nel 2001. Concordia Sagittaria (base Lame) è tuttora operativa come anche se remotizzata e controllata dal Comando Operativo Forze Aeree di Poggio Renatico (Ferrara) continuando l'attività come 113ma Squadriglia Radar Remota.
Sfuggire ai radar, per la libertà. I Mig atterrati in Italia.
Durante l'attività operativa del sistema di difesa aerea italiano negli anni della guerra fredda, vi furono numerose segnalazioni di aerei "sospetti" ai confini dello spazio aereo italiano, spesso identificati come caccia Jugoslavi in addestramento. Per tre volte le apparecchiature italiane captarono i segnali di jet non identificati che riuscirono a sorvolare i cieli italiani e ad atterrare nel territorio nazionale.
Il primo episodio, quello che si verificò nell'anno di maggior tensione tra i blocchi, avvenne nei cieli della Puglia il 20 gennaio 1962. Nelle prime ore del pomeriggio, proveniente dall'Adriatico, comparve la sagoma di un caccia poi identificato come un Mig-17. Agganciato dai radar di Gioia del Colle e dalle apparecchiature di early warning del 3°Roc di Martina Franca, il velivolo compì una virata proprio in direzione delle installazioni missilistiche pugliesi. Prima ancora che potesse essere intercettato dai caccia italiani, il Mig compì un atterraggio di fortuna in un campo in località Landone, nei pressi di Acquaviva delle Fonti (Bari). Il Mig terminò la sua corsa danneggiandosi contro i muretti a secco dei campi, sotto lo sguardo attonito di due contadini. Si scoprì che si trattava di una caccia bulgaro ai cui comandi era rimasto, ferito ma non in pericolo di vita, il sottotenente pilota Solakov. Trasportato in ospedale a Bari, il militare dichiarò di essere fuggito dal regima comunista di Sofia e di avere intenzione di chiedere asilo politico in Occidente. Temendo l'origine spionistica del volo, le apparecchiature fotografiche del caccia furono esaminate ma senza che queste potessero fornire elementi sulla missione, in quanto Solakov aveva di proposito azionato il, comando che bruciava le pellicole in caso di caduta in mani nemiche dell'aereo. Inizialmente comparsa su tutti i quotidiani nazionali, il seguito dell'indagine fu volutamente celata ai media in quanto in Italia la Democrazia Cristiana (e in primis Aldo Moro che era originario di quelle terre) voleva evitare tensioni insanabili con il Pci nell'anno che avrebbe inaugurato il periodo dei partiti di centro-sinistra.
Gli altri due episodi si verificarono a poca distanza l'uno dall'altro ed entrambi in territorio friulano, sei anni dopo il caccia bulgaro attirato in Puglia. Il primo ebbe come teatro dei fatti il cielo di Osoppo il 14 agosto 1969, quando il radar del monte Scinauz non era ancora stato costruito. Protetto nell'ultima parte del volo dalle strette valli secondarie dell'Austria, un vecchio Mig 15 con le insegne dell'Aeronautica militare ungherese riuscì ad eludere volando radente al suolo i radar di Udine e di Concordia Sagittaria. Il pilota, molto abile ai comandi, aveva studiato le carte della zona individuando una pista di atterraggio costruita dalla Luftwaffe durante la guerra. Inadeguata per una caccia a reazione, fu utilizzata comunque da Biro, che grazie ad una manovra magistrale riuscì ad evitare le abitazioni di due muratori, distruggendo il carrello anteriore e uscendo sotto shock ma illeso. Raggiunto dai proprietari delle case, il pilota ungherese corse lontano dal caccia, in questo caso armato, le cui munizioni cominciarono ad esplodere distruggendolo parzialmente. Dall'episodio di Osoppo nacque l'esigenza di coprire il cono d'ombra delle montagne e di arrivare con i radar fino al confine ungherese, compito che sarà affidato alle apparecchiature del 17° Gruppo Radar del Monte Scinauz.
Tuttavia, prima che i caccia italiani potessero partire su allarme, un altro episodio del tutto simile al precedente e a poca distanza da Osoppo si verificò l'anno successivo mentre il radar di Scinauz era ancora in fase di realizzazione. Anche in questo caso, era il 7 aprile 1970, la sagoma di un vetusto Mig- 15 sbucò dalle alpi friulane. Il pilota era un allievo di Biro, Sandor Zabocki, con il quale aveva preparato i piani per la riuscita fuga ad Osoppo. Anche Zabocki scelse una aviosuperficie in abbandono dalla guerra (ancora oggi esistente e visibile sulle mappe digitali), l'aeroporto di Risano che, in linea d'aria, si trova a poca distanza dalla base di Rivolto sede delle Frecce Tricolori. In quest'ultimo caso non vi fu neppure bisogno di far decollare gli intercettori italiani perché il pilota ebbe l'accortezza di qualificarsi via radio ai controllori e di dichiarare l'atterraggio di emergenza sulla pista dismessa. Dal 1972 l'occhio del monte Scinauz rese praticamente impossibile l'accesso ai cieli del nordest dei caccia provenienti dall'Ungheria, che non si presentarono mai più a toccare il suolo friulano.
Oggi il sistema di protezione e difesa aerea affidato all'Aeronautica include molte delle installazioni nate durante gli anni della guerra fredda, ancora in funzione ma reumatizzate e controllate dalla base di Poggio Renatico nel ferrarese. I radar del monte Scinauz e del Monte telegrafo sono state dismessi e buona parte delle strutture sono ancora presenti come memoria di quegli anni in cui la terza guerra mondiale parve essere alle porte.
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Dal 1950 l'Italia fu un'area nevralgica nel conflitto tra i blocchi. L'attività e lo sviluppo dei radar dell'Aeronautica Militare nel sistema di difesa aerea della Nato.Dopo il periodo di "buio" seguito alla fine della guerra nel 1945, la rinata Aeronautica Militare Italiana crebbe gradualmente di importanza a causa dell'acutizzarsi delle tensioni tra i blocchi alla base della Guerra Fredda. Già dal 1949, anno di fondazione del Patto Atlantico, le forze militari italiane ricevettero gli aiuti americani dei piani Oso (Off-shore Procurement) e Mdap (Mutual Defence Assistance Program). Gli italiani e l'Aeronautica furono immediatamente inclusi nella costruzione della rete di difesa, che prevederà poco più tardi l'installazione dei missili balistici. Dopo il 1950 gli stormi dell'AM riceveranno a titolo gratuito velivoli di fabbricazione americana, come i T-33 da trasporto e i caccia F-84 ed F-86. Il motivo della particolare attenzione di Washington alla struttura difensiva e in particolare di quella aerea era dovuta al fatto che l'Italia era situata in una posizione estremamente strategica, a "portata di tiro" dei paesi satellite dell'Unione Sovietica come Bulgaria ed Ungheria, nonché confinante con la Jugoslavia che, seppur non allineata a Mosca, era considerata un pericoloso vicino. Per coordinare le attività di difesa aerea e di intercettazione sul territorio italiano fu necessario potenziare le obsolete strutture della Dat, la Difesa aerea territoriale, integrandole progressivamente con il sistema unificato progettato dalla Nato che prevedeva un sistema di intercomunicazione tra apparecchiature radar in grado di coprire l'Europa occidentale e controllare a distanza l'eventuale provenienza dall'est di velivoli nemici con le insegne dei paesi del Patto di Varsavia. Il territorio nazionale fu diviso in settori, ognuno dei quali controllava una parte di spazio aereo per mezzo di un nome in codice. A capo dei diversi settori vi erano tre centri maggiori, o Roc (Regional Operation Center) situati nel nord, nel centro e nel sud d'Italia. Si trattava di centri di comando la cui sicurezza e segretezza fu particolarmente curata, spesso costruiti all'interno di gallerie a prova di attacco nucleare. Per quanto riguardava il nordest, la zona più sensibile per la vicinanza della Jugoslavia, il Roc fu costruito nelle viscere del monte Venda, una piccola altura non distante dai colli Euganei nel padovano. Costruito nei primi anni cinquanta, fu totalmente finanziato dagli Americani e prese il nome di 1° Roc (o Soc- Sector Operation Center) con il nome in codice Nato di "Rupe". Durante gli anni della massima attività operativa erano impiegati a turno circa 500 militari nelle specialità tecniche di Aiuto Controllore Difesa Aerea (Acda) e Vigilanza Aeronautica Militare (Vam). La struttura della base radar era impressionante, con il suo lungo tunnel a spirale che percorreva totalmente l'interno del monte per una lunghezza complessiva di oltre un chilometro. Si trattava di un punto nodale per il sistema di difesa aerea della Nato in quanto direttamente dipendente dal comando Airsouth, il centro di controllo che gestiva l'intera zona dell'Europa meridionale. Le sue strutture radar permettevano di controllare il traffico aereo fino alla zona di Roma, dove il controllo dello spazio era affidato al secondo grande centro, il 2° Roc/Soc di Monte Cavo, un'altura di 950 mt. dei Colli Albani, in provincia di Roma. Si trattava di un altro comando in bunker che oltre alle funzioni di controllo e interdizione si sarebbe dovuto occupar del rischiaramento dei reparti di volo dell'Aeronautica Militare in caso di guerra con i Paesi del blocco sovietico. All'interno della struttura, in caso di conflitto, avrebbero dovuto trasferirsi il Presidente della Repubblica, i membri del Governo italiano e le massime cariche per il mantenimento delle istituzioni democratiche i quali sarebbero stati alloggiati nel bunker antiatomico ricavato nel cuore del monte. A Sud, la vigilanza del cielo a oriente della Penisola era affidato al 3° Roc/Soc di Martina Franca in Puglia, posto a 50 metri di profondità nel sottosuolo, costruito nel 1953 e oggi sede del 16°Stormo.La rete della copertura radar si completava con i cosiddetti Crc, o Control and Report Center, i quali riportavano i dati provenienti dalle installazioni radar al centro di controllo Nato di competenza. Si trovavano principalmente in zone isolate e montane con funzione di identificazione dei velivoli, un ruolo oggi ricoperto dagli aerei Awacs. Tra i più importanti e suggestivi furono i centri radar sorti sulle alture dell'Italia nord-orientale, data la posizione strategica della zona aerea da questi ultimi scandagliata. Il primo in ordine cronologico fu il 16° Crc (poi dal 1986 Gram -Gruppo Radar Aeronautica Militare) inaugurato nel 1958 nei pressi del Plose, altura sopra Bressanone a 2.486 metri di quota, e battezzato Monte Telegrafo. La struttura era composta da una base logistica a valle in località Plancios e la base operativa a monte, collegate da un impianto funiviario dedicato che sorvolava gli impianti sciistici civili e raggiungeva la vetta dove era installato un impianto radar che aveva la funzione di coprire il cono d'ombra del radar dell'aeroporto di Udine-Campoformido, a cui fu assegnato il nome in codice "Bora". Monte Telegrafo dipendeva dal 1° Roc di Monte Venda ed era operato da circa 100 militari di leva tra Acda e Vam. L'impianto era un radar molto utilizzato in ambito Nato, del tipo An-Fps-8 con portata di circa 250 miglia nautiche in linea d'aria (463 Km) che permetteva di controllare il traffico aereo fin dentro ai confini dei Paesi oltrecortina, in Austria e in Baviera. Il Monte Telegrafo rimase in funzione fino al 1978 e quindi dismesso, essendo rimasto in funzione 24 ore su 24 tutti i giorni dell'anno. Le strutture sono ancora presenti, seppure in evidente stato di abbandono mentre il radar è stato smantellato dopo la dimissioneUn'installazione simile a quella di Bressanone si trovava sulle alpi carniche sopra l'abitato di Pontebba (Udine) a 2.000 metri di quota. Chiamato in codice "Cedrone" fu progettato nel 1969 per essere installato sulla cima del monte Scinauz, una montagna rocciosa ed impervia accessibile solo per mezzo di sentieri esposti e pericolosi. Come nel caso dell'impianto del Monte Telegrafo la stazione radar del Scinauz fu collegata tramite una funivia molto ardita, che nell'ultima lunga campata sorvolava la vallata a oltre 800 metri dal suolo (un record per l'epoca). Anche sul monte friulano fu installato il radar An-Fps/8 poi ammodernato col successivo Fps/88. A differenza però della stazione del 16° Cram del Plose, le apparecchiature dello Scinauz erano già remotizzate e controllate dalla base "Lame" di Concordia Sagittaria nei pressi di Portogruaro. Quest'ultima era un importante centro Nato nel compito di Early Warning e Crc, base del 13° Gruppo Radar dell'Aeronautica militare e sostituì nel 1968 il dismesso centro di Udine-Campoformido. Numerosi furono gli interventi di "Lame" durante gli anni della guerra fredda, nell'identificazione e intercettazione di velivoli non identificati, fuori rotta oppure senza la comunicazione del piano di volo. Numerosi furono gli allarmi "scramble" ai Reparti volo quando i caccia Jugoslavi lambivano di proposito lo spazio aereo per testare le capacità di reazione dell'aviazione italiana. L'aggiunta del radar del monte Scinauz permise di estendere il range del controllo dello spazio aereo fino all'Ungheria, dopo alcuni episodi avvenuti a cavallo tra gli anni 60 e 70 descritti di seguito. Il Monte Scinauz e il 17° Gruppo Radar che lo gestiva rimasero operativi fino a ben oltre la caduta del muro di Berlino, quando ne fu deciso l'abbandono definitivo nel 2001. Concordia Sagittaria (base Lame) è tuttora operativa come anche se remotizzata e controllata dal Comando Operativo Forze Aeree di Poggio Renatico (Ferrara) continuando l'attività come 113ma Squadriglia Radar Remota.Sfuggire ai radar, per la libertà. I Mig atterrati in Italia.Durante l'attività operativa del sistema di difesa aerea italiano negli anni della guerra fredda, vi furono numerose segnalazioni di aerei "sospetti" ai confini dello spazio aereo italiano, spesso identificati come caccia Jugoslavi in addestramento. Per tre volte le apparecchiature italiane captarono i segnali di jet non identificati che riuscirono a sorvolare i cieli italiani e ad atterrare nel territorio nazionale. Il primo episodio, quello che si verificò nell'anno di maggior tensione tra i blocchi, avvenne nei cieli della Puglia il 20 gennaio 1962. Nelle prime ore del pomeriggio, proveniente dall'Adriatico, comparve la sagoma di un caccia poi identificato come un Mig-17. Agganciato dai radar di Gioia del Colle e dalle apparecchiature di early warning del 3°Roc di Martina Franca, il velivolo compì una virata proprio in direzione delle installazioni missilistiche pugliesi. Prima ancora che potesse essere intercettato dai caccia italiani, il Mig compì un atterraggio di fortuna in un campo in località Landone, nei pressi di Acquaviva delle Fonti (Bari). Il Mig terminò la sua corsa danneggiandosi contro i muretti a secco dei campi, sotto lo sguardo attonito di due contadini. Si scoprì che si trattava di una caccia bulgaro ai cui comandi era rimasto, ferito ma non in pericolo di vita, il sottotenente pilota Solakov. Trasportato in ospedale a Bari, il militare dichiarò di essere fuggito dal regima comunista di Sofia e di avere intenzione di chiedere asilo politico in Occidente. Temendo l'origine spionistica del volo, le apparecchiature fotografiche del caccia furono esaminate ma senza che queste potessero fornire elementi sulla missione, in quanto Solakov aveva di proposito azionato il, comando che bruciava le pellicole in caso di caduta in mani nemiche dell'aereo. Inizialmente comparsa su tutti i quotidiani nazionali, il seguito dell'indagine fu volutamente celata ai media in quanto in Italia la Democrazia Cristiana (e in primis Aldo Moro che era originario di quelle terre) voleva evitare tensioni insanabili con il Pci nell'anno che avrebbe inaugurato il periodo dei partiti di centro-sinistra.Gli altri due episodi si verificarono a poca distanza l'uno dall'altro ed entrambi in territorio friulano, sei anni dopo il caccia bulgaro attirato in Puglia. Il primo ebbe come teatro dei fatti il cielo di Osoppo il 14 agosto 1969, quando il radar del monte Scinauz non era ancora stato costruito. Protetto nell'ultima parte del volo dalle strette valli secondarie dell'Austria, un vecchio Mig 15 con le insegne dell'Aeronautica militare ungherese riuscì ad eludere volando radente al suolo i radar di Udine e di Concordia Sagittaria. Il pilota, molto abile ai comandi, aveva studiato le carte della zona individuando una pista di atterraggio costruita dalla Luftwaffe durante la guerra. Inadeguata per una caccia a reazione, fu utilizzata comunque da Biro, che grazie ad una manovra magistrale riuscì ad evitare le abitazioni di due muratori, distruggendo il carrello anteriore e uscendo sotto shock ma illeso. Raggiunto dai proprietari delle case, il pilota ungherese corse lontano dal caccia, in questo caso armato, le cui munizioni cominciarono ad esplodere distruggendolo parzialmente. Dall'episodio di Osoppo nacque l'esigenza di coprire il cono d'ombra delle montagne e di arrivare con i radar fino al confine ungherese, compito che sarà affidato alle apparecchiature del 17° Gruppo Radar del Monte Scinauz. Tuttavia, prima che i caccia italiani potessero partire su allarme, un altro episodio del tutto simile al precedente e a poca distanza da Osoppo si verificò l'anno successivo mentre il radar di Scinauz era ancora in fase di realizzazione. Anche in questo caso, era il 7 aprile 1970, la sagoma di un vetusto Mig- 15 sbucò dalle alpi friulane. Il pilota era un allievo di Biro, Sandor Zabocki, con il quale aveva preparato i piani per la riuscita fuga ad Osoppo. Anche Zabocki scelse una aviosuperficie in abbandono dalla guerra (ancora oggi esistente e visibile sulle mappe digitali), l'aeroporto di Risano che, in linea d'aria, si trova a poca distanza dalla base di Rivolto sede delle Frecce Tricolori. In quest'ultimo caso non vi fu neppure bisogno di far decollare gli intercettori italiani perché il pilota ebbe l'accortezza di qualificarsi via radio ai controllori e di dichiarare l'atterraggio di emergenza sulla pista dismessa. Dal 1972 l'occhio del monte Scinauz rese praticamente impossibile l'accesso ai cieli del nordest dei caccia provenienti dall'Ungheria, che non si presentarono mai più a toccare il suolo friulano. Oggi il sistema di protezione e difesa aerea affidato all'Aeronautica include molte delle installazioni nate durante gli anni della guerra fredda, ancora in funzione ma reumatizzate e controllate dalla base di Poggio Renatico nel ferrarese. I radar del monte Scinauz e del Monte telegrafo sono state dismessi e buona parte delle strutture sono ancora presenti come memoria di quegli anni in cui la terza guerra mondiale parve essere alle porte.
Solo che c’è un problemino: l’Ukrainska povstanska armiia, l’Esercito insurrezionale ucraino dell’acronimo, tra il 1943 e il 1945, insieme ai nazisti, perpetrò un autentico massacro contro i civili polacchi, ebrei inclusi, nelle regioni di Volinia, Galizia orientale, Polesia e Lublino. E lo fece con il sostegno della popolazione locale ucraina. Le vittime dell’Upa furono circa 100.000.
Perciò, stavolta, con l’ex comico, Tusk non riesce proprio a prenderla sul ridere. «La decisione di intitolare un’unità militare agli “Eroi dell’Upa”», ha tuonato il primo ministro di Varsavia, «è motivo di preoccupazione per le nostre relazioni e ferisce la nostra sensibilità storica». Stizzito pure il portavoce del ministero degli Esteri: «Questa decisione», ha lamentato Maciej Wewior, «offende la memoria delle vittime di questa organizzazione e mina il dialogo tra le nostre nazioni». La mossa di Zelensky ha mandato su tutte le furie anche il presidente della Repubblica polacco, Karol Nawrocki: il politico, vicino alla destra del partito Diritto e giustizia, si è detto «indignato» per la trovata di Zelensky, al quale ha proposto di «revocare l’Ordine dell’Aquila bianca», la più alta onorificenza nazionale, conferita al comandante in capo ucraino il 5 aprile 2023 dal predecessore di Nawrocki, Andrzej Duda. La questione sarà discussa l’8 giugno, quando si terrà la riunione del gruppo cavalleresco. Tusk, alla fine, ha provato a smorzare: «Se litighiamo sul passato, qualcun altro conquisterà il futuro. Il presidente dell’Ucraina deve finalmente capirlo. Anche il presidente della Polonia deve capirlo. Prima che sia troppo tardi». O prima che venga aperta l’autostrada che dovrebbe portare l’Ucraina nell’Unione europea. Alla faccia dello «Stato di diritto», già brandito come un grimaldello contro i governi sgraditi, dall’Ungheria alla stessa Polonia. Per non parlare della lotta alla corruzione: solo i socialisti spagnoli, su quel fronte, sembrano in grado di fare concorrenza all’esecutivo di Zelensky.
Nel bel mezzo di un conflitto in cui, per la prima volta da mesi, il Paese aggredito riprende l’iniziativa, anche grazie a una spregiudicata strategia di bombardamenti in profondità che non hanno risparmiato obiettivi civili, si è dunque riaccesa la polemica sulle ambigue origini del nazionalismo ucraino. Come ai tempi in cui, nelle acciaierie di Mariupol, il Battaglione Azov resisteva disperatamente agli assedianti russi, tra un’intervista agli ammirati reporter occidentali e una lettura edificante: i combattenti erano lodevolmente passati dal Mein Kampf al Mein Kant.
L’Upa, formazione paramilitare nata dopo l’aggressione nazista all’Unione sovietica, era legata all’Organizzazione dei nazionalisti ucraini, specie alla fazione di Stepan Bandera: collaborazionista, antisemita ossessionato dal complotto giudeo-bolscevico, eroe nazionale mancato, perché il titolo che gli fu assegnato nel 2010 dall’allora presidente, Viktor Yushchenko, venne annullato da un tribunale dopo le pesanti critiche di un’organizzazione per la memoria dell’Olocausto e dell’Unione europea. Che adesso tace imbarazzata e distratta dall’incidente del drone in Romania.
Sotto il comando di Roman Shukhevych, la milizia si rese protagonista della pulizia etnica a danno dei polacchi. L’Upa vedeva nell’invasione dei tedeschi l’opportunità di scalzare il dominatore sovietico e di fondare uno Stato nazionale; e in effetti, quando capì che l’indipendenza ucraina non era un interesse primario di Adolf Hitler, i suoi membri arrivarono a scontrarsi anche con le armate naziste.
Ufficialmente, Zelensky ha assegnato la qualifica che ha fatto infuriare Varsavia all’unità per le operazioni speciali Nord per i meriti nella difesa del Paese. Ma ciò che lascia davvero interdetti è un riferimento alla volontà di «ripristinare le tradizioni storiche dell’esercito nazionale». A Kiev - per fortuna di Kiev - non c’è Carlo Calenda, fresco di tatuaggio col simbolo delle forze armate ucraine, ma qui siamo ben oltre le provocazioni del generale Roberto Vannacci sulla X Mas: sarebbe come se Sergio Mattarella stabilisse che il Comsubin, il raggruppamento degli incursori di Marina, anziché a Teseo Tesei, debba essere intitolato a Junio Valerio Borghese, che guidò il corpo franco confluito nella Repubblica di Salò.
Tutto avviene, per di più, mentre l’Ucraina, candidata a entrare nell’Ue, si appresta a ricevere il prestito da 90 miliardi di euro, sbloccato grazie alla rimozione del veto ungherese da parte del nuovo premier, Péter Magyar. Il quale, a sua volta, otterrà 16 miliardi di fondi Ue congelati a Viktor Orbán, benché abbia incassato i complimenti del Cremlino, felice che Budapest continuerà a non inviare aiuti militari a Kiev. A questo punto, Magyar potrebbe persino venderselo come un gesto antifascista.
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Paolo Gentiloni (Ansa)
Quando Sergio Mattarella lascerà il Quirinale per scadenza del mandato, il discendente dei conti di Filottrano, Cingoli, Macerata e Tolentino avrà 75 anni, uno in più di Pier Ferdinando Casini, ma a differenza dell’ex segretario dell’Udc transitato nelle liste del Pd, Er Moviola, come lo chiamano i compagni, ha un discreto numero di sponsor, che cominciano con Romano Prodi e finiscono con un po’ di cancellerie che contano. E poi, Camomilla (è questo l’altro suo soprannome) piace anche all’attuale inquilino del Quirinale, perché i due provengono dalla stessa parrocchia, quella dei democristiani di sinistra.
Dunque, essendo questa l’ambizione, Gentiloni è impegnato a segnalarsi come riserva della Repubblica, pronta all’uso in caso di bisogno. E per farlo non perde occasione di mettersi in mostra, anche a scapito degli interessi nazionali. L’ultima prodezza è di ieri, sulla Stampa. Con un’intervista al quotidiano torinese, l’ex commissario Ue si è schierato apertamente contro qualsiasi concessione di flessibilità sui conti pubblici, criticando la scelta di Giorgia Meloni. Non contento, ha pure aperto le porte all’Ucraina nell’Unione europea. Una scelta che, come abbiamo spiegato ieri, per il nostro Paese oltre a essere una beffa sarebbe una catastrofe, in quanto Kiev si accaparrerebbe gran parte dei fondi agricoli messi a disposizione da Bruxelles, sottraendoli ai nostri coltivatori.
Gentiloni non dice come uscire dalla crisi energetica che rischia di travolgere l’Europa e di conseguenza l’Italia, la quale, a differenza della Francia, non ha fonti alternative al gas. Non spiega come finanziare gli investimenti pubblici nell’Intelligenza artificiale, come sollecitato ieri dal governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta. No, l’erede dei conti di Filottrano eccetera, che deve le sue fortune alle bizze di Matteo Renzi (il quale lo nominò ministro degli Esteri per fare un dispetto a Lapo Pistelli, di cui il Rottamatore stesso era stato portaborse, quindi lo indicò a Mattarella come suo sostituto nella vana speranza che gli scaldasse la poltrona in vista delle elezioni), respinge in blocco qualsiasi richiesta disturbi l’amata Ursula von der Leyen. E definisce ridicola la pretesa di flessibilità sulle regole di bilancio. Secondo lui, l’Italia (e anche l’Europa) dovrebbe procedere dritta verso il baratro e lamenta che i fondi messi a disposizione da Bruxelles con il Pnrr siano stati investiti, più che nel cambiamento, nei condomini. «Poche riforme e troppi soldi concentrati in un settore come le costruzioni, che non eccelle per incrementi di produttività». L’ex commissario ed ex premier del Pd dimentica tuttavia di dire che il Piano di rilancio e resilienza finanziato dalla commissione Ue di cui anche lui faceva parte fu abbozzato dal governo Conte, sorretto dai voti del Partito democratico, e dal governo Draghi, di cui pure il suo schieramento faceva parte. E quando questo giornale pubblicò l’elenco dei progetti, tra i quali figuravano campi di padel, parcheggi nei cimiteri e altre opere di dubbia utilità, non ricordo sue prese di posizione per denunciare sperperi o criticare gli interventi. Eppure, Gentiloni aveva la delega per gli Affari economici. Né ho memoria di sue vibrate proteste contro il Superbonus, altra ideona del governo giallorosso. Adesso però lo smemorato di Filottrano, Cingoli, Macerata e Tolentino dice che la scelta di «drammatizzare» le nostre esigenze di bilancio non la capisce.
Noi purtroppo capiamo benissimo: anche di fronte a una delle crisi energetiche più gravi della storia, l’ex esponente del Pdup, Partito di unità proletaria, formazione di estrema sinistra in cui militò prima di fare comunella con Francesco Rutelli nella Margherita, preferisce difendere i suoi interessi invece di quelli nazionali.
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Donald Trump (Ansa)
«L’Iran deve accettare di non dotarsi mai di armi nucleari o bombe atomiche. Lo Stretto di Hormuz deve essere immediatamente aperto, senza pedaggi, per il libero traffico marittimo in entrambe le direzioni», ha specificato il presidente statunitense, per poi aggiungere: «Tutte le mine acquatiche (bombe), se presenti, saranno neutralizzate (abbiamo già rimosso, tramite detonazione, numerose mine di questo tipo con i nostri potenti dragamine sottomarini). L’Iran completerà immediatamente la rimozione e/o la detonazione di tutte le mine rimanenti». «Le navi bloccate nello Stretto a causa del nostro blocco navale incredibile e senza precedenti, che ora verrà revocato, possono iniziare il processo di ritorno a casa!», ha proseguito. L’inquilino della Casa Bianca ha anche dichiarato che la «polvere nucleare» iraniana sarà «dissotterrata» e distrutta da Washington in coordinamento con l’Aiea e con la stessa Repubblica islamica.
L’altro ieri, Axios aveva riferito che Stati Uniti e Iran avevano raggiunto un accordo, ma che mancava ancora l’ok definitivo sia di Trump che della Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. Al di là dei dettagli già resi noti dalla testata, ieri il New York Times ha rivelato che, in caso, l’intesa prevedrebbe anche un fondo d’investimento postbellico da 300 miliardi di dollari, finalizzato alla ricostruzione economica di Teheran. Tutto questo, mentre, nella serata di mercoledì, era stato espresso cauto ottimismo da vari rappresentanti dell’amministrazione statunitense. «Non ci siamo ancora, ma ci siamo molto vicini. Continueremo a lavorarci su», aveva affermato JD Vance, riferendosi alla possibilità di un accordo tra Washington e Teheran. Al contempo, il vice capo dello staff della Casa Bianca, Stephen Miller, aveva detto che Trump risultava «direttamente e personalmente coinvolto nei negoziati». Nel frattempo, ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha ricevuto a Washington il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar. Non è del resto un mistero che il governo di Islamabad stia svolgendo un ruolo centrale per mediare un accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran.
Piuttosto fredda è invece apparsa la reazione di Teheran all’annuncio effettuato ieri dal presidente americano. Secondo l’agenzia di stampa iraniana Fars, la Repubblica islamica avrebbe, sì, confermato che l’accordo con gli Stati Uniti sarebbe nelle fasi finali di ratifica, ma ha anche aggiunto che non sarebbe stata ancora presa una decisione definitiva. La stessa testata ha inoltre riferito che, contrariamente a quanto asserito da Trump, nell’intesa non sarebbe prevista né la riapertura di Hormuz senza pedaggi né la distruzione del materiale atomico iraniano. Vale comunque la pena di ricordare che l’agenzia Fars è considerata assai vicina alle Guardie della rivoluzione: vale a dire a quel potere che, all’interno del regime khomeinista, è maggiormente favorevole a tenere la linea dura nei confronti degli Stati Uniti.
Un alto funzionario iraniano ha inoltre riferito a Reuters che le due parti avrebbero raggiunto una «intesa politica» ma che l’accordo vero e proprio non sarebbe ancora stato concluso. «Per quanto riguarda l’intesa, come ho detto parlando con voi, lo scambio di messaggi continua, ma non è stato ancora raggiunto un accordo definitivo», ha infine fatto sapere il ministero degli Esteri della Repubblica islamica.
Come che sia, nonostante i progressi diplomatici, Washington e Teheran non hanno rinunciato a mostrare i muscoli. Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Baqer Ghalibaf, ha detto che la Repubblica islamica «conquisterà i suoi diritti non attraverso il dialogo, ma con i missili». Dall’altra parte, il dipartimento del Tesoro americano ha imposto nuove sanzioni volte a colpire il greggio iraniano e, in particolare, le Guardie della rivoluzione. Al contempo, il dossier di Hormuz resta centrale. Proprio ieri, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha parlato con l’omologo dell’Oman, Badr Albusaidi, per discutere della «futura amministrazione» dello Stretto.
E così, mentre la situazione diplomatica ieri sera restava sospesa, i due contendenti tendono comunque ad avvicinarsi a causa dei rispettivi problemi. Trump ha necessità di chiudere il conflitto sia per scongiurare il pantano che per far abbassare il costo dell’energia. Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha invece bisogno di arrivare a un accordo per alleviare le significative sofferenze economiche in cui versa il regime khomeinista: in tal senso, nonostante l’opposizione dei pasdaran, spera nella diplomazia per ottenere la revoca delle sanzioni e lo sblocco dei fondi iraniani congelati. Vedremo quindi come si svilupperà la questione nelle prossime ore e nei prossimi giorni.
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Vladimir Putin (Ansa)
Sono insorti i leader europei e la Nato dopo che un drone, già bollato come russo, ha invaso lo spazio aereo rumeno colpendo un condominio. Non hanno però battuto ciglio quando a sconfinare sono stati i velivoli senza pilota ucraini.
L’incidente è stato annunciato dal ministero della Difesa rumeno: mentre nella notte la Russia stava attaccando l’Ucraina «in prossimità del confine fluviale» con la Romania, «uno di questi droni è entrato nello spazio aereo rumeno, è stato seguito dal radar fino alla parte meridionale della città di Galati e si è schiantato sul tetto di un condominio, provocando un incendio». A essere feriti leggermente sono stati una donna e un bambino. Poco dopo, il generale di brigata rumeno Gheorghe Maxim ha rivelato che il velivolo senza pilota ha percorso 10 km a bassa quota, scomparendo dai radar dopo quattro minuti. Per il generale si è trattato di un intervallo di tempo troppo breve per qualsiasi risposta tempestiva. Secondo il presidente della Romania, Nicusor Dan, si tratta «del più grave incidente di sicurezza» nel Paese «dall’inizio della guerra». Ritenendo Mosca «responsabile», l’ha tacciata di dimostrare «un totale disprezzo per il diritto internazionale e per la sicurezza dei cittadini di uno Stato membro della Nato». Ha poi comunicato che l’Alleanza atlantica è pronta a trasferire una parte delle sue attrezzature della difesa alla Romania in via provvisoria. Peraltro, è stato reso noto che il ministero degli Interni rumeno ha ordinato due velivoli da trasporto tattico C-27J Spartan di Leonardo. Nel frattempo, Bucarest ha dichiarato il console generale della Russia a Costanza «persona non grata», chiudendo il consolato generale russo. Solo nel pomeriggio il ministero della Difesa rumeno ha riferito che il drone è «probabilmente un Geran 2 di provenienza russa». Dan ha in seguito dichiarato che il drone era stato colpito dalla difesa aerea ucraina, facendogli cambiare traiettoria. Dan ha tuttavia sottolineato che la responsabilità dell’incidente ricade sulla Russia. Nonostante le dure dichiarazioni, Bucarest non ha considerato l’incidente come un attacco. Maxim ha infatti affermato: «Non stiamo subendo un attacco contro la Romania. Stiamo subendo le conseguenze di un conflitto che si sta svolgendo nelle vicinanze del nostro confine». E pure lo stesso presidente rumeno ha detto che il drone faceva parte di «uno sciame» di 43 velivoli senza pilota diretti contro l’Ucraina. Fattori che non sono considerati dall’Alleanza atlantica e dall’Europa. Il susseguirsi di reazioni a cascata è stato immediato. Non si può dire che sia successo lo stesso quando i droni ucraini si sono spinti nello spazio aereo dei Paesi baltici. Solo a marzo in Estonia i velivoli senza pilota ucraini hanno colpito la ciminiera di una centrale elettrica, mentre un altro drone si è schiantato in Lettonia. A maggio si sono verificati episodi simili. E solo pochi giorni fa un drone ucraino è precipitato in un campo della Lituania.
Poco importa ai vertici del Vecchio continente. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha assicurato che l’Alleanza «è pronta a difendere ogni centimetro del territorio alleato», ribadendo che «il comportamento sconsiderato della Russia è un pericolo per tutti noi».
Per il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, Mosca «ha superato un altro limite». Per il Regno Unito si tratta di un atto «pericoloso e sconsiderato». Il premier Giorgia Meloni ha definito l’episodio come «un atto gravissimo che dimostra come questa guerra di aggressione non risparmi nessuno, ignorando ogni limite e mettendo a rischio la sicurezza europea». «L’incursione dimostra ancora una volta la volontà della Russia di inasprire la situazione» ha detto il cancelliere tedesco, Friedrich Merz. La reazione forse più realista è stata espressa dal primo ministro slovacco, Robert Fico: «In assenza di un dialogo tra l’Ue e la Russia, qualsiasi drone vagante potrebbe portare a un’escalation che potremmo non essere in grado di gestire».
In tutto ciò Mosca si è detta disponibile a condurre un’indagine obiettiva sul drone caduto. A dirlo è stato lo stesso presidente russo, Vladimir Putin, che ha anche ricordato che quando i droni ucraini hanno invaso gli spazi aerei, è stato sempre detto: «I russi stanno attaccando». Ha quindi assicurato che «la Russia non minaccia i Paesi europei». Riguardo all’origine del drone, lo zar ha messo sul tavolo l’ipotesi che si tratti di un velivolo senza pilota ucraino deviato dalle difese elettroniche. A intervenire con frasi provocatorie è stato invece il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev: «Cittadini dei Paesi dell’Ue, sappiate che le vostre autorità sono entrate unilateralmente in guerra con la Russia. Il sonno tranquillo è finito».
Sul fronte del negoziatore europeo, Putin ha sostenuto che «gli europei non hanno ancora proposto nessuno». Nel dietro le quinte, sembra che il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko stia spingendo l’omologo francese, Emmanuel Macron, ad assumere tali vesti. Lukashenko ha infatti rivelato di aver detto a Macron: «Sei al potere da tanti anni! E chi altro c’è? Merz è un politico molto giovane. Anche Starmer. In Italia c’è una donna primo ministro. Vuoi addossare questo peso a una donna? Sei la forza trainante in Europa oggi».
A Putin non importa di Kiev nell’Ue. L’unico veto è l’ingresso nella Nato
L’adesione dell’Ucraina all’Unione europea pare uno di quei dossier che mettono d’accordo (quasi) tutti. Oltre a esserne propensi Kiev e Bruxelles, anche Mosca acconsente. Non è una novità, i russi lo ripetono dall’inizio della guerra. La presentazione ufficiale della domanda risale al 28 febbraio 2022, poco dopo l’inizio dell’invasione russa, ma solo nelle prossime settimane, in vista del vertice dei leader Ue del 18-19 giugno, la Commissione europea aprirà i primi capitoli negoziali con Kiev.
S’è fatto sentire il cambio di governo a Budapest, dove l’avvento del nuovo premier ungherese Péter Magyar, che incontrerà il 2 giugno il cancelliere tedesco Friedrich Merz: scoglio del veto del predecessore Viktor Orbàn è sparito. Proprio i russi, gli acerrimi nemici dell’Ucraina, non si sono mai opposti all’adesione di Kiev. E ciò nonostante il fatto che, fra le origini della crisi ucraina, ci sia stata nel 2014 la rivolta di piazza Maidan che rovesciò il governo del filorusso Viktor Janukovic proprio avendo come scintilla un mancato accordo d’associazione fra Kiev e l’Ue. L’evento fece slittare l’Ucraina dalla storica sfera d’influenza russa a quella occidentale. Ma col tempo parve sempre più chiaro ai russi che il vero rischio non era economico, bensì strategico-militare, ovvero l’ingresso nell’Alleanza Atlantica.
Non a caso già durante i negoziati russo-ucraini di Istanbul, nel marzo-aprile 2022, poi andati a monte, Mosca si espresse per l’ok a Kiev nella UE, purché restasse neutrale e non aderisse mai alla Nato. Pochi mesi dopo, intervenendo il 17 giugno 2022 al Forum di San Pietroburgo, il presidente Vladimir Putin disse: «L’Ue non è un blocco politico-militare, a differenza della Nato, e non abbiamo nulla in contrario all’adesione». Ricordò tuttavia: «La struttura economica dell’Ucraina richiederà ingenti sussidi, rischia di diventare colonia dell’Ue».
Punto importante ancora oggi, poiché la constatazione che il devastato Paese necessiterà di enormi spese, contribuisce a fare dell’assenso al suo ingresso nell’Ue una carta positiva in mano ai russi che permette loro di mostrarsi in parte «magnanimi», offrendo un importante nulla osta, e nel contempo di scansare la ricostruzione, che, secondo le stime potrebbe richiedere 500 miliardi di dollari. Negli anni non si sono contate le asserzioni di Mosca in tal senso. Il 18 febbraio 2025 il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov ha detto che «l’adesione all’Ue è un diritto sovrano di Kiev». Poi, il 2 settembre successivo, ancora Putin, incontrando a Pechino il premier slovacco Robert Fico, a margine delle celebrazioni per la fine della Seconda Guerra Mondiale, ha ribadito che «non siamo mai stati contrari all’Ucraina nell’Ue».
Il 16 dicembre scorso, indiscrezioni di funzionari statunitensi impegnati nei colloqui intermediati Mosca-Kiev hanno confermato «l’apertura della Russia a un’Ucraina nell’Unione come parte di un accordo di pace». Nel gennaio 2026, l’undicesimo dei 28 punti del piano del presidente Usa Donald Trump recitava: «L’Ucraina è idonea all’adesione all’Ue e otterrà un accesso preferenziale a breve termine al mercato europeo mentre questa questione viene valutata». La Russia, insomma, se fino al 2014 riteneva ancora possibile mantenere l’Ucraina sotto la sua sfera egemonica, ha da allora, e a maggior ragione con la lunga attuale guerra, rimodulato le sue priorità, riconoscendo che, se il Paese non è più recuperabile come mercato preferenziale, lo si può almeno tenere fuori dalla Nato, che è ciò che più conta.
Si prendano pure macerie e un’economia da ricostruire, a prezzo di miliardi che non Mosca, ma Bruxelles pagherà, riprendendoseli in parte strappando a Kiev concessioni economiche e indebitamenti semi-coloniali, devono pensare al Cremlino, purché non ci siano basi, né truppe occidentali sul territorio. Quanto all’Ue, che dell’Ucraina ha fatto ormai una questione di prestigio politico fondativo, ben contenta di guadagnare un simile territorio con numerosa popolazione, dovrà calcolarne freddamente l’effettiva convenienza.
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