True
2021-10-18
I radar italiani e la guerra fredda
True
Un radar An-Fps-8 in uso in Italia e un Mig-15 in volo (wikicommons)
Dopo il periodo di "buio" seguito alla fine della guerra nel 1945, la rinata Aeronautica Militare Italiana crebbe gradualmente di importanza a causa dell'acutizzarsi delle tensioni tra i blocchi alla base della Guerra Fredda. Già dal 1949, anno di fondazione del Patto Atlantico, le forze militari italiane ricevettero gli aiuti americani dei piani Oso (Off-shore Procurement) e Mdap (Mutual Defence Assistance Program). Gli italiani e l'Aeronautica furono immediatamente inclusi nella costruzione della rete di difesa, che prevederà poco più tardi l'installazione dei missili balistici. Dopo il 1950 gli stormi dell'AM riceveranno a titolo gratuito velivoli di fabbricazione americana, come i T-33 da trasporto e i caccia F-84 ed F-86. Il motivo della particolare attenzione di Washington alla struttura difensiva e in particolare di quella aerea era dovuta al fatto che l'Italia era situata in una posizione estremamente strategica, a "portata di tiro" dei paesi satellite dell'Unione Sovietica come Bulgaria ed Ungheria, nonché confinante con la Jugoslavia che, seppur non allineata a Mosca, era considerata un pericoloso vicino. Per coordinare le attività di difesa aerea e di intercettazione sul territorio italiano fu necessario potenziare le obsolete strutture della Dat, la Difesa aerea territoriale, integrandole progressivamente con il sistema unificato progettato dalla Nato che prevedeva un sistema di intercomunicazione tra apparecchiature radar in grado di coprire l'Europa occidentale e controllare a distanza l'eventuale provenienza dall'est di velivoli nemici con le insegne dei paesi del Patto di Varsavia. Il territorio nazionale fu diviso in settori, ognuno dei quali controllava una parte di spazio aereo per mezzo di un nome in codice. A capo dei diversi settori vi erano tre centri maggiori, o Roc (Regional Operation Center) situati nel nord, nel centro e nel sud d'Italia. Si trattava di centri di comando la cui sicurezza e segretezza fu particolarmente curata, spesso costruiti all'interno di gallerie a prova di attacco nucleare. Per quanto riguardava il nordest, la zona più sensibile per la vicinanza della Jugoslavia, il Roc fu costruito nelle viscere del monte Venda, una piccola altura non distante dai colli Euganei nel padovano. Costruito nei primi anni cinquanta, fu totalmente finanziato dagli Americani e prese il nome di 1° Roc (o Soc- Sector Operation Center) con il nome in codice Nato di "Rupe". Durante gli anni della massima attività operativa erano impiegati a turno circa 500 militari nelle specialità tecniche di Aiuto Controllore Difesa Aerea (Acda) e Vigilanza Aeronautica Militare (Vam). La struttura della base radar era impressionante, con il suo lungo tunnel a spirale che percorreva totalmente l'interno del monte per una lunghezza complessiva di oltre un chilometro. Si trattava di un punto nodale per il sistema di difesa aerea della Nato in quanto direttamente dipendente dal comando Airsouth, il centro di controllo che gestiva l'intera zona dell'Europa meridionale. Le sue strutture radar permettevano di controllare il traffico aereo fino alla zona di Roma, dove il controllo dello spazio era affidato al secondo grande centro, il 2° Roc/Soc di Monte Cavo, un'altura di 950 mt. dei Colli Albani, in provincia di Roma. Si trattava di un altro comando in bunker che oltre alle funzioni di controllo e interdizione si sarebbe dovuto occupar del rischiaramento dei reparti di volo dell'Aeronautica Militare in caso di guerra con i Paesi del blocco sovietico. All'interno della struttura, in caso di conflitto, avrebbero dovuto trasferirsi il Presidente della Repubblica, i membri del Governo italiano e le massime cariche per il mantenimento delle istituzioni democratiche i quali sarebbero stati alloggiati nel bunker antiatomico ricavato nel cuore del monte. A Sud, la vigilanza del cielo a oriente della Penisola era affidato al 3° Roc/Soc di Martina Franca in Puglia, posto a 50 metri di profondità nel sottosuolo, costruito nel 1953 e oggi sede del 16°Stormo.
La rete della copertura radar si completava con i cosiddetti Crc, o Control and Report Center, i quali riportavano i dati provenienti dalle installazioni radar al centro di controllo Nato di competenza. Si trovavano principalmente in zone isolate e montane con funzione di identificazione dei velivoli, un ruolo oggi ricoperto dagli aerei Awacs. Tra i più importanti e suggestivi furono i centri radar sorti sulle alture dell'Italia nord-orientale, data la posizione strategica della zona aerea da questi ultimi scandagliata.
Il primo in ordine cronologico fu il 16° Crc (poi dal 1986 Gram -Gruppo Radar Aeronautica Militare) inaugurato nel 1958 nei pressi del Plose, altura sopra Bressanone a 2.486 metri di quota, e battezzato Monte Telegrafo. La struttura era composta da una base logistica a valle in località Plancios e la base operativa a monte, collegate da un impianto funiviario dedicato che sorvolava gli impianti sciistici civili e raggiungeva la vetta dove era installato un impianto radar che aveva la funzione di coprire il cono d'ombra del radar dell'aeroporto di Udine-Campoformido, a cui fu assegnato il nome in codice "Bora". Monte Telegrafo dipendeva dal 1° Roc di Monte Venda ed era operato da circa 100 militari di leva tra Acda e Vam. L'impianto era un radar molto utilizzato in ambito Nato, del tipo An-Fps-8 con portata di circa 250 miglia nautiche in linea d'aria (463 Km) che permetteva di controllare il traffico aereo fin dentro ai confini dei Paesi oltrecortina, in Austria e in Baviera. Il Monte Telegrafo rimase in funzione fino al 1978 e quindi dismesso, essendo rimasto in funzione 24 ore su 24 tutti i giorni dell'anno. Le strutture sono ancora presenti, seppure in evidente stato di abbandono mentre il radar è stato smantellato dopo la dimissione
Un'installazione simile a quella di Bressanone si trovava sulle alpi carniche sopra l'abitato di Pontebba (Udine) a 2.000 metri di quota. Chiamato in codice "Cedrone" fu progettato nel 1969 per essere installato sulla cima del monte Scinauz, una montagna rocciosa ed impervia accessibile solo per mezzo di sentieri esposti e pericolosi. Come nel caso dell'impianto del Monte Telegrafo la stazione radar del Scinauz fu collegata tramite una funivia molto ardita, che nell'ultima lunga campata sorvolava la vallata a oltre 800 metri dal suolo (un record per l'epoca). Anche sul monte friulano fu installato il radar An-Fps/8 poi ammodernato col successivo Fps/88. A differenza però della stazione del 16° Cram del Plose, le apparecchiature dello Scinauz erano già remotizzate e controllate dalla base "Lame" di Concordia Sagittaria nei pressi di Portogruaro. Quest'ultima era un importante centro Nato nel compito di Early Warning e Crc, base del 13° Gruppo Radar dell'Aeronautica militare e sostituì nel 1968 il dismesso centro di Udine-Campoformido. Numerosi furono gli interventi di "Lame" durante gli anni della guerra fredda, nell'identificazione e intercettazione di velivoli non identificati, fuori rotta oppure senza la comunicazione del piano di volo. Numerosi furono gli allarmi "scramble" ai Reparti volo quando i caccia Jugoslavi lambivano di proposito lo spazio aereo per testare le capacità di reazione dell'aviazione italiana. L'aggiunta del radar del monte Scinauz permise di estendere il range del controllo dello spazio aereo fino all'Ungheria, dopo alcuni episodi avvenuti a cavallo tra gli anni 60 e 70 descritti di seguito. Il Monte Scinauz e il 17° Gruppo Radar che lo gestiva rimasero operativi fino a ben oltre la caduta del muro di Berlino, quando ne fu deciso l'abbandono definitivo nel 2001. Concordia Sagittaria (base Lame) è tuttora operativa come anche se remotizzata e controllata dal Comando Operativo Forze Aeree di Poggio Renatico (Ferrara) continuando l'attività come 113ma Squadriglia Radar Remota.
Sfuggire ai radar, per la libertà. I Mig atterrati in Italia.
Durante l'attività operativa del sistema di difesa aerea italiano negli anni della guerra fredda, vi furono numerose segnalazioni di aerei "sospetti" ai confini dello spazio aereo italiano, spesso identificati come caccia Jugoslavi in addestramento. Per tre volte le apparecchiature italiane captarono i segnali di jet non identificati che riuscirono a sorvolare i cieli italiani e ad atterrare nel territorio nazionale.
Il primo episodio, quello che si verificò nell'anno di maggior tensione tra i blocchi, avvenne nei cieli della Puglia il 20 gennaio 1962. Nelle prime ore del pomeriggio, proveniente dall'Adriatico, comparve la sagoma di un caccia poi identificato come un Mig-17. Agganciato dai radar di Gioia del Colle e dalle apparecchiature di early warning del 3°Roc di Martina Franca, il velivolo compì una virata proprio in direzione delle installazioni missilistiche pugliesi. Prima ancora che potesse essere intercettato dai caccia italiani, il Mig compì un atterraggio di fortuna in un campo in località Landone, nei pressi di Acquaviva delle Fonti (Bari). Il Mig terminò la sua corsa danneggiandosi contro i muretti a secco dei campi, sotto lo sguardo attonito di due contadini. Si scoprì che si trattava di una caccia bulgaro ai cui comandi era rimasto, ferito ma non in pericolo di vita, il sottotenente pilota Solakov. Trasportato in ospedale a Bari, il militare dichiarò di essere fuggito dal regima comunista di Sofia e di avere intenzione di chiedere asilo politico in Occidente. Temendo l'origine spionistica del volo, le apparecchiature fotografiche del caccia furono esaminate ma senza che queste potessero fornire elementi sulla missione, in quanto Solakov aveva di proposito azionato il, comando che bruciava le pellicole in caso di caduta in mani nemiche dell'aereo. Inizialmente comparsa su tutti i quotidiani nazionali, il seguito dell'indagine fu volutamente celata ai media in quanto in Italia la Democrazia Cristiana (e in primis Aldo Moro che era originario di quelle terre) voleva evitare tensioni insanabili con il Pci nell'anno che avrebbe inaugurato il periodo dei partiti di centro-sinistra.
Gli altri due episodi si verificarono a poca distanza l'uno dall'altro ed entrambi in territorio friulano, sei anni dopo il caccia bulgaro attirato in Puglia. Il primo ebbe come teatro dei fatti il cielo di Osoppo il 14 agosto 1969, quando il radar del monte Scinauz non era ancora stato costruito. Protetto nell'ultima parte del volo dalle strette valli secondarie dell'Austria, un vecchio Mig 15 con le insegne dell'Aeronautica militare ungherese riuscì ad eludere volando radente al suolo i radar di Udine e di Concordia Sagittaria. Il pilota, molto abile ai comandi, aveva studiato le carte della zona individuando una pista di atterraggio costruita dalla Luftwaffe durante la guerra. Inadeguata per una caccia a reazione, fu utilizzata comunque da Biro, che grazie ad una manovra magistrale riuscì ad evitare le abitazioni di due muratori, distruggendo il carrello anteriore e uscendo sotto shock ma illeso. Raggiunto dai proprietari delle case, il pilota ungherese corse lontano dal caccia, in questo caso armato, le cui munizioni cominciarono ad esplodere distruggendolo parzialmente. Dall'episodio di Osoppo nacque l'esigenza di coprire il cono d'ombra delle montagne e di arrivare con i radar fino al confine ungherese, compito che sarà affidato alle apparecchiature del 17° Gruppo Radar del Monte Scinauz.
Tuttavia, prima che i caccia italiani potessero partire su allarme, un altro episodio del tutto simile al precedente e a poca distanza da Osoppo si verificò l'anno successivo mentre il radar di Scinauz era ancora in fase di realizzazione. Anche in questo caso, era il 7 aprile 1970, la sagoma di un vetusto Mig- 15 sbucò dalle alpi friulane. Il pilota era un allievo di Biro, Sandor Zabocki, con il quale aveva preparato i piani per la riuscita fuga ad Osoppo. Anche Zabocki scelse una aviosuperficie in abbandono dalla guerra (ancora oggi esistente e visibile sulle mappe digitali), l'aeroporto di Risano che, in linea d'aria, si trova a poca distanza dalla base di Rivolto sede delle Frecce Tricolori. In quest'ultimo caso non vi fu neppure bisogno di far decollare gli intercettori italiani perché il pilota ebbe l'accortezza di qualificarsi via radio ai controllori e di dichiarare l'atterraggio di emergenza sulla pista dismessa. Dal 1972 l'occhio del monte Scinauz rese praticamente impossibile l'accesso ai cieli del nordest dei caccia provenienti dall'Ungheria, che non si presentarono mai più a toccare il suolo friulano.
Oggi il sistema di protezione e difesa aerea affidato all'Aeronautica include molte delle installazioni nate durante gli anni della guerra fredda, ancora in funzione ma reumatizzate e controllate dalla base di Poggio Renatico nel ferrarese. I radar del monte Scinauz e del Monte telegrafo sono state dismessi e buona parte delle strutture sono ancora presenti come memoria di quegli anni in cui la terza guerra mondiale parve essere alle porte.
Continua a leggereRiduci
Dal 1950 l'Italia fu un'area nevralgica nel conflitto tra i blocchi. L'attività e lo sviluppo dei radar dell'Aeronautica Militare nel sistema di difesa aerea della Nato.Dopo il periodo di "buio" seguito alla fine della guerra nel 1945, la rinata Aeronautica Militare Italiana crebbe gradualmente di importanza a causa dell'acutizzarsi delle tensioni tra i blocchi alla base della Guerra Fredda. Già dal 1949, anno di fondazione del Patto Atlantico, le forze militari italiane ricevettero gli aiuti americani dei piani Oso (Off-shore Procurement) e Mdap (Mutual Defence Assistance Program). Gli italiani e l'Aeronautica furono immediatamente inclusi nella costruzione della rete di difesa, che prevederà poco più tardi l'installazione dei missili balistici. Dopo il 1950 gli stormi dell'AM riceveranno a titolo gratuito velivoli di fabbricazione americana, come i T-33 da trasporto e i caccia F-84 ed F-86. Il motivo della particolare attenzione di Washington alla struttura difensiva e in particolare di quella aerea era dovuta al fatto che l'Italia era situata in una posizione estremamente strategica, a "portata di tiro" dei paesi satellite dell'Unione Sovietica come Bulgaria ed Ungheria, nonché confinante con la Jugoslavia che, seppur non allineata a Mosca, era considerata un pericoloso vicino. Per coordinare le attività di difesa aerea e di intercettazione sul territorio italiano fu necessario potenziare le obsolete strutture della Dat, la Difesa aerea territoriale, integrandole progressivamente con il sistema unificato progettato dalla Nato che prevedeva un sistema di intercomunicazione tra apparecchiature radar in grado di coprire l'Europa occidentale e controllare a distanza l'eventuale provenienza dall'est di velivoli nemici con le insegne dei paesi del Patto di Varsavia. Il territorio nazionale fu diviso in settori, ognuno dei quali controllava una parte di spazio aereo per mezzo di un nome in codice. A capo dei diversi settori vi erano tre centri maggiori, o Roc (Regional Operation Center) situati nel nord, nel centro e nel sud d'Italia. Si trattava di centri di comando la cui sicurezza e segretezza fu particolarmente curata, spesso costruiti all'interno di gallerie a prova di attacco nucleare. Per quanto riguardava il nordest, la zona più sensibile per la vicinanza della Jugoslavia, il Roc fu costruito nelle viscere del monte Venda, una piccola altura non distante dai colli Euganei nel padovano. Costruito nei primi anni cinquanta, fu totalmente finanziato dagli Americani e prese il nome di 1° Roc (o Soc- Sector Operation Center) con il nome in codice Nato di "Rupe". Durante gli anni della massima attività operativa erano impiegati a turno circa 500 militari nelle specialità tecniche di Aiuto Controllore Difesa Aerea (Acda) e Vigilanza Aeronautica Militare (Vam). La struttura della base radar era impressionante, con il suo lungo tunnel a spirale che percorreva totalmente l'interno del monte per una lunghezza complessiva di oltre un chilometro. Si trattava di un punto nodale per il sistema di difesa aerea della Nato in quanto direttamente dipendente dal comando Airsouth, il centro di controllo che gestiva l'intera zona dell'Europa meridionale. Le sue strutture radar permettevano di controllare il traffico aereo fino alla zona di Roma, dove il controllo dello spazio era affidato al secondo grande centro, il 2° Roc/Soc di Monte Cavo, un'altura di 950 mt. dei Colli Albani, in provincia di Roma. Si trattava di un altro comando in bunker che oltre alle funzioni di controllo e interdizione si sarebbe dovuto occupar del rischiaramento dei reparti di volo dell'Aeronautica Militare in caso di guerra con i Paesi del blocco sovietico. All'interno della struttura, in caso di conflitto, avrebbero dovuto trasferirsi il Presidente della Repubblica, i membri del Governo italiano e le massime cariche per il mantenimento delle istituzioni democratiche i quali sarebbero stati alloggiati nel bunker antiatomico ricavato nel cuore del monte. A Sud, la vigilanza del cielo a oriente della Penisola era affidato al 3° Roc/Soc di Martina Franca in Puglia, posto a 50 metri di profondità nel sottosuolo, costruito nel 1953 e oggi sede del 16°Stormo.La rete della copertura radar si completava con i cosiddetti Crc, o Control and Report Center, i quali riportavano i dati provenienti dalle installazioni radar al centro di controllo Nato di competenza. Si trovavano principalmente in zone isolate e montane con funzione di identificazione dei velivoli, un ruolo oggi ricoperto dagli aerei Awacs. Tra i più importanti e suggestivi furono i centri radar sorti sulle alture dell'Italia nord-orientale, data la posizione strategica della zona aerea da questi ultimi scandagliata. Il primo in ordine cronologico fu il 16° Crc (poi dal 1986 Gram -Gruppo Radar Aeronautica Militare) inaugurato nel 1958 nei pressi del Plose, altura sopra Bressanone a 2.486 metri di quota, e battezzato Monte Telegrafo. La struttura era composta da una base logistica a valle in località Plancios e la base operativa a monte, collegate da un impianto funiviario dedicato che sorvolava gli impianti sciistici civili e raggiungeva la vetta dove era installato un impianto radar che aveva la funzione di coprire il cono d'ombra del radar dell'aeroporto di Udine-Campoformido, a cui fu assegnato il nome in codice "Bora". Monte Telegrafo dipendeva dal 1° Roc di Monte Venda ed era operato da circa 100 militari di leva tra Acda e Vam. L'impianto era un radar molto utilizzato in ambito Nato, del tipo An-Fps-8 con portata di circa 250 miglia nautiche in linea d'aria (463 Km) che permetteva di controllare il traffico aereo fin dentro ai confini dei Paesi oltrecortina, in Austria e in Baviera. Il Monte Telegrafo rimase in funzione fino al 1978 e quindi dismesso, essendo rimasto in funzione 24 ore su 24 tutti i giorni dell'anno. Le strutture sono ancora presenti, seppure in evidente stato di abbandono mentre il radar è stato smantellato dopo la dimissioneUn'installazione simile a quella di Bressanone si trovava sulle alpi carniche sopra l'abitato di Pontebba (Udine) a 2.000 metri di quota. Chiamato in codice "Cedrone" fu progettato nel 1969 per essere installato sulla cima del monte Scinauz, una montagna rocciosa ed impervia accessibile solo per mezzo di sentieri esposti e pericolosi. Come nel caso dell'impianto del Monte Telegrafo la stazione radar del Scinauz fu collegata tramite una funivia molto ardita, che nell'ultima lunga campata sorvolava la vallata a oltre 800 metri dal suolo (un record per l'epoca). Anche sul monte friulano fu installato il radar An-Fps/8 poi ammodernato col successivo Fps/88. A differenza però della stazione del 16° Cram del Plose, le apparecchiature dello Scinauz erano già remotizzate e controllate dalla base "Lame" di Concordia Sagittaria nei pressi di Portogruaro. Quest'ultima era un importante centro Nato nel compito di Early Warning e Crc, base del 13° Gruppo Radar dell'Aeronautica militare e sostituì nel 1968 il dismesso centro di Udine-Campoformido. Numerosi furono gli interventi di "Lame" durante gli anni della guerra fredda, nell'identificazione e intercettazione di velivoli non identificati, fuori rotta oppure senza la comunicazione del piano di volo. Numerosi furono gli allarmi "scramble" ai Reparti volo quando i caccia Jugoslavi lambivano di proposito lo spazio aereo per testare le capacità di reazione dell'aviazione italiana. L'aggiunta del radar del monte Scinauz permise di estendere il range del controllo dello spazio aereo fino all'Ungheria, dopo alcuni episodi avvenuti a cavallo tra gli anni 60 e 70 descritti di seguito. Il Monte Scinauz e il 17° Gruppo Radar che lo gestiva rimasero operativi fino a ben oltre la caduta del muro di Berlino, quando ne fu deciso l'abbandono definitivo nel 2001. Concordia Sagittaria (base Lame) è tuttora operativa come anche se remotizzata e controllata dal Comando Operativo Forze Aeree di Poggio Renatico (Ferrara) continuando l'attività come 113ma Squadriglia Radar Remota.Sfuggire ai radar, per la libertà. I Mig atterrati in Italia.Durante l'attività operativa del sistema di difesa aerea italiano negli anni della guerra fredda, vi furono numerose segnalazioni di aerei "sospetti" ai confini dello spazio aereo italiano, spesso identificati come caccia Jugoslavi in addestramento. Per tre volte le apparecchiature italiane captarono i segnali di jet non identificati che riuscirono a sorvolare i cieli italiani e ad atterrare nel territorio nazionale. Il primo episodio, quello che si verificò nell'anno di maggior tensione tra i blocchi, avvenne nei cieli della Puglia il 20 gennaio 1962. Nelle prime ore del pomeriggio, proveniente dall'Adriatico, comparve la sagoma di un caccia poi identificato come un Mig-17. Agganciato dai radar di Gioia del Colle e dalle apparecchiature di early warning del 3°Roc di Martina Franca, il velivolo compì una virata proprio in direzione delle installazioni missilistiche pugliesi. Prima ancora che potesse essere intercettato dai caccia italiani, il Mig compì un atterraggio di fortuna in un campo in località Landone, nei pressi di Acquaviva delle Fonti (Bari). Il Mig terminò la sua corsa danneggiandosi contro i muretti a secco dei campi, sotto lo sguardo attonito di due contadini. Si scoprì che si trattava di una caccia bulgaro ai cui comandi era rimasto, ferito ma non in pericolo di vita, il sottotenente pilota Solakov. Trasportato in ospedale a Bari, il militare dichiarò di essere fuggito dal regima comunista di Sofia e di avere intenzione di chiedere asilo politico in Occidente. Temendo l'origine spionistica del volo, le apparecchiature fotografiche del caccia furono esaminate ma senza che queste potessero fornire elementi sulla missione, in quanto Solakov aveva di proposito azionato il, comando che bruciava le pellicole in caso di caduta in mani nemiche dell'aereo. Inizialmente comparsa su tutti i quotidiani nazionali, il seguito dell'indagine fu volutamente celata ai media in quanto in Italia la Democrazia Cristiana (e in primis Aldo Moro che era originario di quelle terre) voleva evitare tensioni insanabili con il Pci nell'anno che avrebbe inaugurato il periodo dei partiti di centro-sinistra.Gli altri due episodi si verificarono a poca distanza l'uno dall'altro ed entrambi in territorio friulano, sei anni dopo il caccia bulgaro attirato in Puglia. Il primo ebbe come teatro dei fatti il cielo di Osoppo il 14 agosto 1969, quando il radar del monte Scinauz non era ancora stato costruito. Protetto nell'ultima parte del volo dalle strette valli secondarie dell'Austria, un vecchio Mig 15 con le insegne dell'Aeronautica militare ungherese riuscì ad eludere volando radente al suolo i radar di Udine e di Concordia Sagittaria. Il pilota, molto abile ai comandi, aveva studiato le carte della zona individuando una pista di atterraggio costruita dalla Luftwaffe durante la guerra. Inadeguata per una caccia a reazione, fu utilizzata comunque da Biro, che grazie ad una manovra magistrale riuscì ad evitare le abitazioni di due muratori, distruggendo il carrello anteriore e uscendo sotto shock ma illeso. Raggiunto dai proprietari delle case, il pilota ungherese corse lontano dal caccia, in questo caso armato, le cui munizioni cominciarono ad esplodere distruggendolo parzialmente. Dall'episodio di Osoppo nacque l'esigenza di coprire il cono d'ombra delle montagne e di arrivare con i radar fino al confine ungherese, compito che sarà affidato alle apparecchiature del 17° Gruppo Radar del Monte Scinauz. Tuttavia, prima che i caccia italiani potessero partire su allarme, un altro episodio del tutto simile al precedente e a poca distanza da Osoppo si verificò l'anno successivo mentre il radar di Scinauz era ancora in fase di realizzazione. Anche in questo caso, era il 7 aprile 1970, la sagoma di un vetusto Mig- 15 sbucò dalle alpi friulane. Il pilota era un allievo di Biro, Sandor Zabocki, con il quale aveva preparato i piani per la riuscita fuga ad Osoppo. Anche Zabocki scelse una aviosuperficie in abbandono dalla guerra (ancora oggi esistente e visibile sulle mappe digitali), l'aeroporto di Risano che, in linea d'aria, si trova a poca distanza dalla base di Rivolto sede delle Frecce Tricolori. In quest'ultimo caso non vi fu neppure bisogno di far decollare gli intercettori italiani perché il pilota ebbe l'accortezza di qualificarsi via radio ai controllori e di dichiarare l'atterraggio di emergenza sulla pista dismessa. Dal 1972 l'occhio del monte Scinauz rese praticamente impossibile l'accesso ai cieli del nordest dei caccia provenienti dall'Ungheria, che non si presentarono mai più a toccare il suolo friulano. Oggi il sistema di protezione e difesa aerea affidato all'Aeronautica include molte delle installazioni nate durante gli anni della guerra fredda, ancora in funzione ma reumatizzate e controllate dalla base di Poggio Renatico nel ferrarese. I radar del monte Scinauz e del Monte telegrafo sono state dismessi e buona parte delle strutture sono ancora presenti come memoria di quegli anni in cui la terza guerra mondiale parve essere alle porte.
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
Continua a leggereRiduci
(Ansa)
Fare in fretta e fare bene: dopo il buon risultato del primo turno delle amministrative, il centrodestra punta tutto sulla legge elettorale per mettere all’angolo gli avversari. Innanzitutto, si obbligherà il centrosinistra a indicare il candidato premier prima delle elezioni, con tutte le conseguenze (nefaste, per loro) del caso. I risultati delle comunali, inoltre, al di là del voto dei centri più importanti, restituiscono una distribuzione dell’elettorato molto frammentata, con Pd, M5s, Avs e alleati che, correndo uniti a differenza del 2022, nei collegi soprattutto al Sud (basta leggere i risultati delle comunali in Campania) potrebbero fare il pieno di uninominali. Proprio gli uninominali, quindi, verranno eliminati nella nuova legge elettorale, che il centrodestra deve però approvare il prima possibile, per non consegnare al centrosinistra l’arma propagandistica del «parlate di cose che non interessano alla gente» e «volete cambiare in corsa le regole».
Alcune modifiche, quindi, verranno apportate al testo originario: le indiscrezioni parlano di un premio di maggioranza più contenuto e di una soglia per ottenerlo leggermente più alta del 40%, per non correre il rischio di una bocciatura da parte della Corte costituzionale. Le preferenze? Falso problema: come già sanno i lettori della Verità, basterà «bloccare» il cappello di lista per garantire l’elezione dei candidati scelti dalle segreterie di partito, lasciando gli altri a battersi per la speranza di un posto al sole. «Ci sono tre disegni di legge», spiega il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Nazario Pagano di Forza Italia, al termine dei lavori di ieri, «sui quali si è aperta la discussione generale e si sta svolgendo in commissione. Al suo esito, anche sulla scorta di ciò che è emerso dalle audizioni, molto variegate, i relatori trarranno le loro conseguenze ed è probabile che faranno le loro proposte. Delle modifiche saranno proposte, questo sì. A me non risulta che il testo sarà stravolto. C’è sempre stata la intenzione di coinvolgere le opposizioni», aggiunge Pagano, «io ero anche favorevole a un comitato ristretto ma se opponi sempre un niet sovietico a qualunque cose capite che è un problema». In Commissione non è mancata un po’ di bagarre, poiché le opposizioni, prendendo spunto dalle indiscrezioni di stampa su imminenti modifiche al testo in fase di valutazione, hanno chiesto di poter discutere su quello definitivo: «Se c’è un nuovo testo base», chiede il deputato del Pd Gianni Cuperlo, «perché iniziamo la discussione generale su un testo base che di fatto voi stessi dite che non c’è più? Su questo punto c’è stata un’oretta di schermaglie. I relatori sono intervenuti dicendo che ragionevolmente ci sarà un testo modificato ma di fatto ancora non c’è. Il presidente Pagano si è impuntato e ha avviato comunque la discussione generale che, ha detto, servirà a definire il nuovo testo che arriverà successivamente. Ma è un gioco dell’oca: se stanno discutendo sul nuovo testo base ci facciano sapere cosa prevede».
Il gioco delle parti: in realtà l’unica speranza per il centrosinistra è che la maggioranza perda tempo e arrivi «lunga», troppo a ridosso delle elezioni per procedere a modificare la legge. «Se c’è la volontà politica», sottolinea il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «ci sono i tempi. Non è un problema di tempi il percorso delle leggi, è sempre figlio della volontà politica». Sembrano invece superate le perplessità di Forza Italia, che non può certo sganciarsi da un’alleanza che sta in piedi, da più di 30 anni, non solo a livello nazionale ma anche in regioni e comuni. Il problema-Roberto Vannacci? Tutta fuffa: Forza Italia alla fine accetterà l’alleanza con chiunque, pur di vincere, incassare la sua quota di premio di maggioranza e restare al governo. Un «accordo sul programma» si trova sempre, come del resto lo troveranno nel centrosinistra, dove certo non mancano le distanze tra le visioni dei vari partiti.
A proposito di Vannacci: il generale non molla sulle preferenze, ma la nuova legge elettorale, manco a dirlo, gli sta benissimo: «A noi non interessano le altre dinamiche», commenta Vannacci, «la soglia di sbarramento la mettano dove vogliono. Ci piace il premio di maggioranza perché consegna governabilità al Paese, ma siamo assolutamente contrari al fatto che non si riprendano in considerazione le preferenze e che le preferenze non vengano reintrodotte. La sinistra, peraltro, deve tacere perché questa legge si chiama Rosatellum, deriva da Rosato che è un loro esimio rappresentante, quindi è stata la sinistra in primis a non volere le preferenze e siamo noi di Futuro nazionale invece ad avanzare questa istanza. Faremo tutti gli emendamenti, tutti gli ordini del giorno per farci ascoltare», aggiunge il leader di Fn, «anche se sappiamo che le dinamiche di potere, di palazzo e le mosse del cavallo delle segreterie dei partiti saranno difficili da superare».
Col pareggio Colle in mano ai cespugli. Ecco perché servono regole diverse
Naturalmente fare previsioni su un voto che arriverà fra un anno, senza sapere se la legge elettorale resterà in vigore oppure verrà modificata, è un esercizio rischioso. Eppure i sondaggi - per quel che valgono -accreditano sempre più uno scenario preciso: dalle elezioni politiche del 2027 potrebbe non uscire una maggioranza chiara. Centrodestra e centrosinistra rischiano di equivalersi. È questo il vero spettro che si aggira nelle stanze della politica italiana: il fantasma del pareggio. Se ne discute nei partiti, nelle coalizioni, nei retroscena parlamentari, nei sondaggi, utili a costruire strategie in vista del voto e sulle pagine dei giornali. Se ne parla soprattutto in relazione al difficile percorso che dovrebbe portare a una nuova legge elettorale, con l’obiettivo dichiarato di garantire una maggioranza stabile e un governo in grado di durare per l’intera legislatura. Ma il tema non riguarda soltanto il governo del Paese. Sullo sfondo c’è già il 2029, anno in cui il prossimo Parlamento sarà chiamato ad eleggere il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. È anche in funzione di quell’appuntamento decisivo che i partiti stanno ragionando sugli equilibri parlamentari. Il ricordo della non vittoria corre inevitabilmente al 2013, quando il risultato elettorale impedì a Pier Luigi Bersani di conquistare Palazzo Chigi e aprì una lunga stagione di governi eterogenei e larghe intese, alimentando smarrimento e sfiducia nell’elettorato. Per questo motivo, l’idea stessa di un nuovo pareggio viene letta da molti come il segnale di una crisi dei due poli e di una crescente sfiducia verso l’intero sistema politico. Ma chi spinge per desiderare questo ipotetico risultato? Sono senza dubbio tutte le forze centriste e i partiti di dimensioni minori (Azione, Italia viva, la parte riformista del Pd, ) che sperano di essere determinanti nella formazione di una alleanza di governo. In un Parlamento senza maggioranze autosufficienti, infatti, il loro peso politico potrebbe essere decisivo.
Da qui nasce il dibattito aperto nei diversi schieramenti tra «pareggisti» e «bipolaristi». Uno scontro che attraversa in particolare il centrosinistra. Da una parte c’è chi rifiuta qualsiasi dialogo con il governo Meloni sulla riforma elettorale, dall’altra chi ritiene inevitabile aprire un confronto per impedire una nuova stagione di instabilità.Nel Partito democratico l’arbitro di questa discussione sembra essere ancora Dario Franceschini. Secondo alcuni retroscena, l’ex ministro avrebbe invitato i dirigenti dem a riflettere sul fatto che rifiutarsi oggi di discutere con la Meloni sulla riforma elettorale non metterebbe comunque il Pd al riparo da un confronto con Fratelli d’Italia domani, in caso di pareggio. Una riflessione che non fa una grinza ma il dibattito si complica quando lo sguardo si sposta sul Qurinale.
I «pareggisti», infatti, sostengono che in caso di «non vittoria» dei due schieramenti sarebbe più semplice influire sulla scelta del nuovo presidente della Repubblica. Nel centrosinistra cresce il timore che una vittoria piena del centrodestra possa consegnare a Meloni anche il controllo della partita per il Quirinale. Una posizione questa che sembra comprensibile ma che mostra tutta la sua debolezza. Quasi una rinuncia preventiva a combattere per far prevalere il proprio schieramento politico nella contesa elettorale. È il segnale delle difficoltà e dell’assenza di ambizioni del cosiddetto campo largo. Solo pochi mesi fa, affascinati dall’esito del referendum sulla giustizia, erano pronti a campagne battagliere per scalzare il governo di centrodestra, oggi sembrano meno audaci. Probabilmente si è compreso che non esiste alcuna traslazione automatica dal voto referendario e quello politico, come dimostra del resto il test elettorale amministrativo del fine settimana appena trascorso. Non sappiamo se il messaggio ai duri e puri del centrosinistra, inviato da Franceschini, sia stato recepito. Sappiamo invece che una riforma elettorale appare sempre più necessaria per assicurare, indipendentemente da chi vincerà, un governo stabile e duraturo in una fase storica segnata da sfide economiche, sociali e internazionali sempre più complesse.
Continua a leggereRiduci