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2021-10-18
I radar italiani e la guerra fredda
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Un radar An-Fps-8 in uso in Italia e un Mig-15 in volo (wikicommons)
Dopo il periodo di "buio" seguito alla fine della guerra nel 1945, la rinata Aeronautica Militare Italiana crebbe gradualmente di importanza a causa dell'acutizzarsi delle tensioni tra i blocchi alla base della Guerra Fredda. Già dal 1949, anno di fondazione del Patto Atlantico, le forze militari italiane ricevettero gli aiuti americani dei piani Oso (Off-shore Procurement) e Mdap (Mutual Defence Assistance Program). Gli italiani e l'Aeronautica furono immediatamente inclusi nella costruzione della rete di difesa, che prevederà poco più tardi l'installazione dei missili balistici. Dopo il 1950 gli stormi dell'AM riceveranno a titolo gratuito velivoli di fabbricazione americana, come i T-33 da trasporto e i caccia F-84 ed F-86. Il motivo della particolare attenzione di Washington alla struttura difensiva e in particolare di quella aerea era dovuta al fatto che l'Italia era situata in una posizione estremamente strategica, a "portata di tiro" dei paesi satellite dell'Unione Sovietica come Bulgaria ed Ungheria, nonché confinante con la Jugoslavia che, seppur non allineata a Mosca, era considerata un pericoloso vicino. Per coordinare le attività di difesa aerea e di intercettazione sul territorio italiano fu necessario potenziare le obsolete strutture della Dat, la Difesa aerea territoriale, integrandole progressivamente con il sistema unificato progettato dalla Nato che prevedeva un sistema di intercomunicazione tra apparecchiature radar in grado di coprire l'Europa occidentale e controllare a distanza l'eventuale provenienza dall'est di velivoli nemici con le insegne dei paesi del Patto di Varsavia. Il territorio nazionale fu diviso in settori, ognuno dei quali controllava una parte di spazio aereo per mezzo di un nome in codice. A capo dei diversi settori vi erano tre centri maggiori, o Roc (Regional Operation Center) situati nel nord, nel centro e nel sud d'Italia. Si trattava di centri di comando la cui sicurezza e segretezza fu particolarmente curata, spesso costruiti all'interno di gallerie a prova di attacco nucleare. Per quanto riguardava il nordest, la zona più sensibile per la vicinanza della Jugoslavia, il Roc fu costruito nelle viscere del monte Venda, una piccola altura non distante dai colli Euganei nel padovano. Costruito nei primi anni cinquanta, fu totalmente finanziato dagli Americani e prese il nome di 1° Roc (o Soc- Sector Operation Center) con il nome in codice Nato di "Rupe". Durante gli anni della massima attività operativa erano impiegati a turno circa 500 militari nelle specialità tecniche di Aiuto Controllore Difesa Aerea (Acda) e Vigilanza Aeronautica Militare (Vam). La struttura della base radar era impressionante, con il suo lungo tunnel a spirale che percorreva totalmente l'interno del monte per una lunghezza complessiva di oltre un chilometro. Si trattava di un punto nodale per il sistema di difesa aerea della Nato in quanto direttamente dipendente dal comando Airsouth, il centro di controllo che gestiva l'intera zona dell'Europa meridionale. Le sue strutture radar permettevano di controllare il traffico aereo fino alla zona di Roma, dove il controllo dello spazio era affidato al secondo grande centro, il 2° Roc/Soc di Monte Cavo, un'altura di 950 mt. dei Colli Albani, in provincia di Roma. Si trattava di un altro comando in bunker che oltre alle funzioni di controllo e interdizione si sarebbe dovuto occupar del rischiaramento dei reparti di volo dell'Aeronautica Militare in caso di guerra con i Paesi del blocco sovietico. All'interno della struttura, in caso di conflitto, avrebbero dovuto trasferirsi il Presidente della Repubblica, i membri del Governo italiano e le massime cariche per il mantenimento delle istituzioni democratiche i quali sarebbero stati alloggiati nel bunker antiatomico ricavato nel cuore del monte. A Sud, la vigilanza del cielo a oriente della Penisola era affidato al 3° Roc/Soc di Martina Franca in Puglia, posto a 50 metri di profondità nel sottosuolo, costruito nel 1953 e oggi sede del 16°Stormo.
La rete della copertura radar si completava con i cosiddetti Crc, o Control and Report Center, i quali riportavano i dati provenienti dalle installazioni radar al centro di controllo Nato di competenza. Si trovavano principalmente in zone isolate e montane con funzione di identificazione dei velivoli, un ruolo oggi ricoperto dagli aerei Awacs. Tra i più importanti e suggestivi furono i centri radar sorti sulle alture dell'Italia nord-orientale, data la posizione strategica della zona aerea da questi ultimi scandagliata.
Il primo in ordine cronologico fu il 16° Crc (poi dal 1986 Gram -Gruppo Radar Aeronautica Militare) inaugurato nel 1958 nei pressi del Plose, altura sopra Bressanone a 2.486 metri di quota, e battezzato Monte Telegrafo. La struttura era composta da una base logistica a valle in località Plancios e la base operativa a monte, collegate da un impianto funiviario dedicato che sorvolava gli impianti sciistici civili e raggiungeva la vetta dove era installato un impianto radar che aveva la funzione di coprire il cono d'ombra del radar dell'aeroporto di Udine-Campoformido, a cui fu assegnato il nome in codice "Bora". Monte Telegrafo dipendeva dal 1° Roc di Monte Venda ed era operato da circa 100 militari di leva tra Acda e Vam. L'impianto era un radar molto utilizzato in ambito Nato, del tipo An-Fps-8 con portata di circa 250 miglia nautiche in linea d'aria (463 Km) che permetteva di controllare il traffico aereo fin dentro ai confini dei Paesi oltrecortina, in Austria e in Baviera. Il Monte Telegrafo rimase in funzione fino al 1978 e quindi dismesso, essendo rimasto in funzione 24 ore su 24 tutti i giorni dell'anno. Le strutture sono ancora presenti, seppure in evidente stato di abbandono mentre il radar è stato smantellato dopo la dimissione
Un'installazione simile a quella di Bressanone si trovava sulle alpi carniche sopra l'abitato di Pontebba (Udine) a 2.000 metri di quota. Chiamato in codice "Cedrone" fu progettato nel 1969 per essere installato sulla cima del monte Scinauz, una montagna rocciosa ed impervia accessibile solo per mezzo di sentieri esposti e pericolosi. Come nel caso dell'impianto del Monte Telegrafo la stazione radar del Scinauz fu collegata tramite una funivia molto ardita, che nell'ultima lunga campata sorvolava la vallata a oltre 800 metri dal suolo (un record per l'epoca). Anche sul monte friulano fu installato il radar An-Fps/8 poi ammodernato col successivo Fps/88. A differenza però della stazione del 16° Cram del Plose, le apparecchiature dello Scinauz erano già remotizzate e controllate dalla base "Lame" di Concordia Sagittaria nei pressi di Portogruaro. Quest'ultima era un importante centro Nato nel compito di Early Warning e Crc, base del 13° Gruppo Radar dell'Aeronautica militare e sostituì nel 1968 il dismesso centro di Udine-Campoformido. Numerosi furono gli interventi di "Lame" durante gli anni della guerra fredda, nell'identificazione e intercettazione di velivoli non identificati, fuori rotta oppure senza la comunicazione del piano di volo. Numerosi furono gli allarmi "scramble" ai Reparti volo quando i caccia Jugoslavi lambivano di proposito lo spazio aereo per testare le capacità di reazione dell'aviazione italiana. L'aggiunta del radar del monte Scinauz permise di estendere il range del controllo dello spazio aereo fino all'Ungheria, dopo alcuni episodi avvenuti a cavallo tra gli anni 60 e 70 descritti di seguito. Il Monte Scinauz e il 17° Gruppo Radar che lo gestiva rimasero operativi fino a ben oltre la caduta del muro di Berlino, quando ne fu deciso l'abbandono definitivo nel 2001. Concordia Sagittaria (base Lame) è tuttora operativa come anche se remotizzata e controllata dal Comando Operativo Forze Aeree di Poggio Renatico (Ferrara) continuando l'attività come 113ma Squadriglia Radar Remota.
Sfuggire ai radar, per la libertà. I Mig atterrati in Italia.
Durante l'attività operativa del sistema di difesa aerea italiano negli anni della guerra fredda, vi furono numerose segnalazioni di aerei "sospetti" ai confini dello spazio aereo italiano, spesso identificati come caccia Jugoslavi in addestramento. Per tre volte le apparecchiature italiane captarono i segnali di jet non identificati che riuscirono a sorvolare i cieli italiani e ad atterrare nel territorio nazionale.
Il primo episodio, quello che si verificò nell'anno di maggior tensione tra i blocchi, avvenne nei cieli della Puglia il 20 gennaio 1962. Nelle prime ore del pomeriggio, proveniente dall'Adriatico, comparve la sagoma di un caccia poi identificato come un Mig-17. Agganciato dai radar di Gioia del Colle e dalle apparecchiature di early warning del 3°Roc di Martina Franca, il velivolo compì una virata proprio in direzione delle installazioni missilistiche pugliesi. Prima ancora che potesse essere intercettato dai caccia italiani, il Mig compì un atterraggio di fortuna in un campo in località Landone, nei pressi di Acquaviva delle Fonti (Bari). Il Mig terminò la sua corsa danneggiandosi contro i muretti a secco dei campi, sotto lo sguardo attonito di due contadini. Si scoprì che si trattava di una caccia bulgaro ai cui comandi era rimasto, ferito ma non in pericolo di vita, il sottotenente pilota Solakov. Trasportato in ospedale a Bari, il militare dichiarò di essere fuggito dal regima comunista di Sofia e di avere intenzione di chiedere asilo politico in Occidente. Temendo l'origine spionistica del volo, le apparecchiature fotografiche del caccia furono esaminate ma senza che queste potessero fornire elementi sulla missione, in quanto Solakov aveva di proposito azionato il, comando che bruciava le pellicole in caso di caduta in mani nemiche dell'aereo. Inizialmente comparsa su tutti i quotidiani nazionali, il seguito dell'indagine fu volutamente celata ai media in quanto in Italia la Democrazia Cristiana (e in primis Aldo Moro che era originario di quelle terre) voleva evitare tensioni insanabili con il Pci nell'anno che avrebbe inaugurato il periodo dei partiti di centro-sinistra.
Gli altri due episodi si verificarono a poca distanza l'uno dall'altro ed entrambi in territorio friulano, sei anni dopo il caccia bulgaro attirato in Puglia. Il primo ebbe come teatro dei fatti il cielo di Osoppo il 14 agosto 1969, quando il radar del monte Scinauz non era ancora stato costruito. Protetto nell'ultima parte del volo dalle strette valli secondarie dell'Austria, un vecchio Mig 15 con le insegne dell'Aeronautica militare ungherese riuscì ad eludere volando radente al suolo i radar di Udine e di Concordia Sagittaria. Il pilota, molto abile ai comandi, aveva studiato le carte della zona individuando una pista di atterraggio costruita dalla Luftwaffe durante la guerra. Inadeguata per una caccia a reazione, fu utilizzata comunque da Biro, che grazie ad una manovra magistrale riuscì ad evitare le abitazioni di due muratori, distruggendo il carrello anteriore e uscendo sotto shock ma illeso. Raggiunto dai proprietari delle case, il pilota ungherese corse lontano dal caccia, in questo caso armato, le cui munizioni cominciarono ad esplodere distruggendolo parzialmente. Dall'episodio di Osoppo nacque l'esigenza di coprire il cono d'ombra delle montagne e di arrivare con i radar fino al confine ungherese, compito che sarà affidato alle apparecchiature del 17° Gruppo Radar del Monte Scinauz.
Tuttavia, prima che i caccia italiani potessero partire su allarme, un altro episodio del tutto simile al precedente e a poca distanza da Osoppo si verificò l'anno successivo mentre il radar di Scinauz era ancora in fase di realizzazione. Anche in questo caso, era il 7 aprile 1970, la sagoma di un vetusto Mig- 15 sbucò dalle alpi friulane. Il pilota era un allievo di Biro, Sandor Zabocki, con il quale aveva preparato i piani per la riuscita fuga ad Osoppo. Anche Zabocki scelse una aviosuperficie in abbandono dalla guerra (ancora oggi esistente e visibile sulle mappe digitali), l'aeroporto di Risano che, in linea d'aria, si trova a poca distanza dalla base di Rivolto sede delle Frecce Tricolori. In quest'ultimo caso non vi fu neppure bisogno di far decollare gli intercettori italiani perché il pilota ebbe l'accortezza di qualificarsi via radio ai controllori e di dichiarare l'atterraggio di emergenza sulla pista dismessa. Dal 1972 l'occhio del monte Scinauz rese praticamente impossibile l'accesso ai cieli del nordest dei caccia provenienti dall'Ungheria, che non si presentarono mai più a toccare il suolo friulano.
Oggi il sistema di protezione e difesa aerea affidato all'Aeronautica include molte delle installazioni nate durante gli anni della guerra fredda, ancora in funzione ma reumatizzate e controllate dalla base di Poggio Renatico nel ferrarese. I radar del monte Scinauz e del Monte telegrafo sono state dismessi e buona parte delle strutture sono ancora presenti come memoria di quegli anni in cui la terza guerra mondiale parve essere alle porte.
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Dal 1950 l'Italia fu un'area nevralgica nel conflitto tra i blocchi. L'attività e lo sviluppo dei radar dell'Aeronautica Militare nel sistema di difesa aerea della Nato.Dopo il periodo di "buio" seguito alla fine della guerra nel 1945, la rinata Aeronautica Militare Italiana crebbe gradualmente di importanza a causa dell'acutizzarsi delle tensioni tra i blocchi alla base della Guerra Fredda. Già dal 1949, anno di fondazione del Patto Atlantico, le forze militari italiane ricevettero gli aiuti americani dei piani Oso (Off-shore Procurement) e Mdap (Mutual Defence Assistance Program). Gli italiani e l'Aeronautica furono immediatamente inclusi nella costruzione della rete di difesa, che prevederà poco più tardi l'installazione dei missili balistici. Dopo il 1950 gli stormi dell'AM riceveranno a titolo gratuito velivoli di fabbricazione americana, come i T-33 da trasporto e i caccia F-84 ed F-86. Il motivo della particolare attenzione di Washington alla struttura difensiva e in particolare di quella aerea era dovuta al fatto che l'Italia era situata in una posizione estremamente strategica, a "portata di tiro" dei paesi satellite dell'Unione Sovietica come Bulgaria ed Ungheria, nonché confinante con la Jugoslavia che, seppur non allineata a Mosca, era considerata un pericoloso vicino. Per coordinare le attività di difesa aerea e di intercettazione sul territorio italiano fu necessario potenziare le obsolete strutture della Dat, la Difesa aerea territoriale, integrandole progressivamente con il sistema unificato progettato dalla Nato che prevedeva un sistema di intercomunicazione tra apparecchiature radar in grado di coprire l'Europa occidentale e controllare a distanza l'eventuale provenienza dall'est di velivoli nemici con le insegne dei paesi del Patto di Varsavia. Il territorio nazionale fu diviso in settori, ognuno dei quali controllava una parte di spazio aereo per mezzo di un nome in codice. A capo dei diversi settori vi erano tre centri maggiori, o Roc (Regional Operation Center) situati nel nord, nel centro e nel sud d'Italia. Si trattava di centri di comando la cui sicurezza e segretezza fu particolarmente curata, spesso costruiti all'interno di gallerie a prova di attacco nucleare. Per quanto riguardava il nordest, la zona più sensibile per la vicinanza della Jugoslavia, il Roc fu costruito nelle viscere del monte Venda, una piccola altura non distante dai colli Euganei nel padovano. Costruito nei primi anni cinquanta, fu totalmente finanziato dagli Americani e prese il nome di 1° Roc (o Soc- Sector Operation Center) con il nome in codice Nato di "Rupe". Durante gli anni della massima attività operativa erano impiegati a turno circa 500 militari nelle specialità tecniche di Aiuto Controllore Difesa Aerea (Acda) e Vigilanza Aeronautica Militare (Vam). La struttura della base radar era impressionante, con il suo lungo tunnel a spirale che percorreva totalmente l'interno del monte per una lunghezza complessiva di oltre un chilometro. Si trattava di un punto nodale per il sistema di difesa aerea della Nato in quanto direttamente dipendente dal comando Airsouth, il centro di controllo che gestiva l'intera zona dell'Europa meridionale. Le sue strutture radar permettevano di controllare il traffico aereo fino alla zona di Roma, dove il controllo dello spazio era affidato al secondo grande centro, il 2° Roc/Soc di Monte Cavo, un'altura di 950 mt. dei Colli Albani, in provincia di Roma. Si trattava di un altro comando in bunker che oltre alle funzioni di controllo e interdizione si sarebbe dovuto occupar del rischiaramento dei reparti di volo dell'Aeronautica Militare in caso di guerra con i Paesi del blocco sovietico. All'interno della struttura, in caso di conflitto, avrebbero dovuto trasferirsi il Presidente della Repubblica, i membri del Governo italiano e le massime cariche per il mantenimento delle istituzioni democratiche i quali sarebbero stati alloggiati nel bunker antiatomico ricavato nel cuore del monte. A Sud, la vigilanza del cielo a oriente della Penisola era affidato al 3° Roc/Soc di Martina Franca in Puglia, posto a 50 metri di profondità nel sottosuolo, costruito nel 1953 e oggi sede del 16°Stormo.La rete della copertura radar si completava con i cosiddetti Crc, o Control and Report Center, i quali riportavano i dati provenienti dalle installazioni radar al centro di controllo Nato di competenza. Si trovavano principalmente in zone isolate e montane con funzione di identificazione dei velivoli, un ruolo oggi ricoperto dagli aerei Awacs. Tra i più importanti e suggestivi furono i centri radar sorti sulle alture dell'Italia nord-orientale, data la posizione strategica della zona aerea da questi ultimi scandagliata. Il primo in ordine cronologico fu il 16° Crc (poi dal 1986 Gram -Gruppo Radar Aeronautica Militare) inaugurato nel 1958 nei pressi del Plose, altura sopra Bressanone a 2.486 metri di quota, e battezzato Monte Telegrafo. La struttura era composta da una base logistica a valle in località Plancios e la base operativa a monte, collegate da un impianto funiviario dedicato che sorvolava gli impianti sciistici civili e raggiungeva la vetta dove era installato un impianto radar che aveva la funzione di coprire il cono d'ombra del radar dell'aeroporto di Udine-Campoformido, a cui fu assegnato il nome in codice "Bora". Monte Telegrafo dipendeva dal 1° Roc di Monte Venda ed era operato da circa 100 militari di leva tra Acda e Vam. L'impianto era un radar molto utilizzato in ambito Nato, del tipo An-Fps-8 con portata di circa 250 miglia nautiche in linea d'aria (463 Km) che permetteva di controllare il traffico aereo fin dentro ai confini dei Paesi oltrecortina, in Austria e in Baviera. Il Monte Telegrafo rimase in funzione fino al 1978 e quindi dismesso, essendo rimasto in funzione 24 ore su 24 tutti i giorni dell'anno. Le strutture sono ancora presenti, seppure in evidente stato di abbandono mentre il radar è stato smantellato dopo la dimissioneUn'installazione simile a quella di Bressanone si trovava sulle alpi carniche sopra l'abitato di Pontebba (Udine) a 2.000 metri di quota. Chiamato in codice "Cedrone" fu progettato nel 1969 per essere installato sulla cima del monte Scinauz, una montagna rocciosa ed impervia accessibile solo per mezzo di sentieri esposti e pericolosi. Come nel caso dell'impianto del Monte Telegrafo la stazione radar del Scinauz fu collegata tramite una funivia molto ardita, che nell'ultima lunga campata sorvolava la vallata a oltre 800 metri dal suolo (un record per l'epoca). Anche sul monte friulano fu installato il radar An-Fps/8 poi ammodernato col successivo Fps/88. A differenza però della stazione del 16° Cram del Plose, le apparecchiature dello Scinauz erano già remotizzate e controllate dalla base "Lame" di Concordia Sagittaria nei pressi di Portogruaro. Quest'ultima era un importante centro Nato nel compito di Early Warning e Crc, base del 13° Gruppo Radar dell'Aeronautica militare e sostituì nel 1968 il dismesso centro di Udine-Campoformido. Numerosi furono gli interventi di "Lame" durante gli anni della guerra fredda, nell'identificazione e intercettazione di velivoli non identificati, fuori rotta oppure senza la comunicazione del piano di volo. Numerosi furono gli allarmi "scramble" ai Reparti volo quando i caccia Jugoslavi lambivano di proposito lo spazio aereo per testare le capacità di reazione dell'aviazione italiana. L'aggiunta del radar del monte Scinauz permise di estendere il range del controllo dello spazio aereo fino all'Ungheria, dopo alcuni episodi avvenuti a cavallo tra gli anni 60 e 70 descritti di seguito. Il Monte Scinauz e il 17° Gruppo Radar che lo gestiva rimasero operativi fino a ben oltre la caduta del muro di Berlino, quando ne fu deciso l'abbandono definitivo nel 2001. Concordia Sagittaria (base Lame) è tuttora operativa come anche se remotizzata e controllata dal Comando Operativo Forze Aeree di Poggio Renatico (Ferrara) continuando l'attività come 113ma Squadriglia Radar Remota.Sfuggire ai radar, per la libertà. I Mig atterrati in Italia.Durante l'attività operativa del sistema di difesa aerea italiano negli anni della guerra fredda, vi furono numerose segnalazioni di aerei "sospetti" ai confini dello spazio aereo italiano, spesso identificati come caccia Jugoslavi in addestramento. Per tre volte le apparecchiature italiane captarono i segnali di jet non identificati che riuscirono a sorvolare i cieli italiani e ad atterrare nel territorio nazionale. Il primo episodio, quello che si verificò nell'anno di maggior tensione tra i blocchi, avvenne nei cieli della Puglia il 20 gennaio 1962. Nelle prime ore del pomeriggio, proveniente dall'Adriatico, comparve la sagoma di un caccia poi identificato come un Mig-17. Agganciato dai radar di Gioia del Colle e dalle apparecchiature di early warning del 3°Roc di Martina Franca, il velivolo compì una virata proprio in direzione delle installazioni missilistiche pugliesi. Prima ancora che potesse essere intercettato dai caccia italiani, il Mig compì un atterraggio di fortuna in un campo in località Landone, nei pressi di Acquaviva delle Fonti (Bari). Il Mig terminò la sua corsa danneggiandosi contro i muretti a secco dei campi, sotto lo sguardo attonito di due contadini. Si scoprì che si trattava di una caccia bulgaro ai cui comandi era rimasto, ferito ma non in pericolo di vita, il sottotenente pilota Solakov. Trasportato in ospedale a Bari, il militare dichiarò di essere fuggito dal regima comunista di Sofia e di avere intenzione di chiedere asilo politico in Occidente. Temendo l'origine spionistica del volo, le apparecchiature fotografiche del caccia furono esaminate ma senza che queste potessero fornire elementi sulla missione, in quanto Solakov aveva di proposito azionato il, comando che bruciava le pellicole in caso di caduta in mani nemiche dell'aereo. Inizialmente comparsa su tutti i quotidiani nazionali, il seguito dell'indagine fu volutamente celata ai media in quanto in Italia la Democrazia Cristiana (e in primis Aldo Moro che era originario di quelle terre) voleva evitare tensioni insanabili con il Pci nell'anno che avrebbe inaugurato il periodo dei partiti di centro-sinistra.Gli altri due episodi si verificarono a poca distanza l'uno dall'altro ed entrambi in territorio friulano, sei anni dopo il caccia bulgaro attirato in Puglia. Il primo ebbe come teatro dei fatti il cielo di Osoppo il 14 agosto 1969, quando il radar del monte Scinauz non era ancora stato costruito. Protetto nell'ultima parte del volo dalle strette valli secondarie dell'Austria, un vecchio Mig 15 con le insegne dell'Aeronautica militare ungherese riuscì ad eludere volando radente al suolo i radar di Udine e di Concordia Sagittaria. Il pilota, molto abile ai comandi, aveva studiato le carte della zona individuando una pista di atterraggio costruita dalla Luftwaffe durante la guerra. Inadeguata per una caccia a reazione, fu utilizzata comunque da Biro, che grazie ad una manovra magistrale riuscì ad evitare le abitazioni di due muratori, distruggendo il carrello anteriore e uscendo sotto shock ma illeso. Raggiunto dai proprietari delle case, il pilota ungherese corse lontano dal caccia, in questo caso armato, le cui munizioni cominciarono ad esplodere distruggendolo parzialmente. Dall'episodio di Osoppo nacque l'esigenza di coprire il cono d'ombra delle montagne e di arrivare con i radar fino al confine ungherese, compito che sarà affidato alle apparecchiature del 17° Gruppo Radar del Monte Scinauz. Tuttavia, prima che i caccia italiani potessero partire su allarme, un altro episodio del tutto simile al precedente e a poca distanza da Osoppo si verificò l'anno successivo mentre il radar di Scinauz era ancora in fase di realizzazione. Anche in questo caso, era il 7 aprile 1970, la sagoma di un vetusto Mig- 15 sbucò dalle alpi friulane. Il pilota era un allievo di Biro, Sandor Zabocki, con il quale aveva preparato i piani per la riuscita fuga ad Osoppo. Anche Zabocki scelse una aviosuperficie in abbandono dalla guerra (ancora oggi esistente e visibile sulle mappe digitali), l'aeroporto di Risano che, in linea d'aria, si trova a poca distanza dalla base di Rivolto sede delle Frecce Tricolori. In quest'ultimo caso non vi fu neppure bisogno di far decollare gli intercettori italiani perché il pilota ebbe l'accortezza di qualificarsi via radio ai controllori e di dichiarare l'atterraggio di emergenza sulla pista dismessa. Dal 1972 l'occhio del monte Scinauz rese praticamente impossibile l'accesso ai cieli del nordest dei caccia provenienti dall'Ungheria, che non si presentarono mai più a toccare il suolo friulano. Oggi il sistema di protezione e difesa aerea affidato all'Aeronautica include molte delle installazioni nate durante gli anni della guerra fredda, ancora in funzione ma reumatizzate e controllate dalla base di Poggio Renatico nel ferrarese. I radar del monte Scinauz e del Monte telegrafo sono state dismessi e buona parte delle strutture sono ancora presenti come memoria di quegli anni in cui la terza guerra mondiale parve essere alle porte.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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