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2023-10-11
Tutte le aziende italiane che piacciono al Brasile
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Secondo l’associazione delle camere di commercio italiane all’estero, Il commercio bilaterale con il Brasile-Italia vale 5478,9 miliardi di dollari (l’ultimo dato è aggiornato alla fine del 2021). In particolare, due anni fa, c’è stata una crescita delle importazioni dal Brasile del 34,4% e le esportazioni brasiliane, invece, hanno avuto una crescita del 26,4% rispetto al 2020, particolarmente a causa della ripresa dell’economia dopo la fase più acuta della pandemia. I principali settori con le maggiori importazioni dal Brasile nel 2021 sono stati l’industria manifatturiera (per 5,4 miliardi di dollari), l’agricoltura (29,5 milioni di dollari) e altri prodotti (4,27 milioni di dollari).
In dettaglio, sono da segnalare le importazioni dal Brasile verso l’Italia di parti e accessori per autoveicoli e relativi motori che hanno avuto un valore Fob (dall’inglese “free on board”, che corrisponde al prezzo di mercato alla frontiera del paese esportatore) di 424 milioni di dollari, con un incremento del 75,20% rispetto al 2020. I motori a pistoni e i loro componenti avevano quindi un valore Fob di 323 milioni di dollari, in aumento del 69,11% rispetto al 2020. Lo stesso vale per i medicinali e prodotti farmaceutici diversi dai veterinari che hanno un valore 276 milioni, in aumento del 21,59% su base annua.
I principali settori con le maggiori esportazioni dal Brasile nel 2021 sono stati l’industria manifatturiera (2,2 milioni di dollari), l’agricoltura (928 milioni di dollari), l’industria estrattiva (662 milioni di dollari) e altri prodotti (35,3 milioni di dollari).
Tra queste spiccano le esportazioni di cellulosa, con un valore di 383 milioni di dollari, in crescita del 24,79% rispetto all’anno precedente; Il caffè tostato (477 milioni di dollari), in aumento del 14,38% rispetto al 2020, la soia (382milioni), in crescita dell’81,04% rispetto al 2020, Il ferro e i suoi concentrati 412 milioni di dollari), una crescita record del 169,28%.
Non stupisce, insomma, che le aziende italiano che fanno affari “verdeoro” non manchino. Alcune di queste sono tra le più storiche per il Belpaese come Tim, Pirelli, Stellantis, Enel, Ferrero, Leonardo, Fincantieri, Luxottica, Bonfiglioli, Prada, Armani, Valentino, Intesa San Paolo, Unicredit, Generali, Alitalia, Eataly, Barilla, Campari, Illy e Almaviva e Magnaghi Aeronautica. Alcune di queste hanno interi stabilimenti che danno lavoro a migliaia di lavoratori.
Luxottica, ad esempio, è presente in Brasile dall'inizio degli anni Novanta. Possiede uno stabilimento produttivo a Campinas, un polo logistico a Jundiai e distribuisce in tutto il Paese. Barilla è presente in Brasile dal 1995 e produce e distribuisce i suoi prodotti in seguito alla firma di un accordo con la società Santista Alimentos.
Che dire poi di Tim Brasil, controllata del gruppo Tim, che ha chiuso il 2022 ricavi in crescita del 19,5%, a quota 21,6 miliardi di reais, pari a 3,6 miliardi di euro, superando le stime degli analisti. L’ebitda è salito del 17,2%, superando i 10,2 miliardi di reais (1,79 miliardi di euro), con una marginalità pari al 47,4% del fatturato, ai vertici del settore.
Tra le aziende italiane che hanno da sempre interessi in Brasile non può mancare la Fiat, oggi Stellantis. Il gruppo italo francese ha raggiunto la quota di mercato record del 32,3% nel primo semestre 2023 con la sola Fiat che vale il 22% del mercato. Il gruppo ha uno stabilimento a Goiana che dà lavoro a 13.000 persone.
Pirelli è invece tra le aziende italiane una di quelle che sta da più tempo in Brasile. Il gruppo è presente in loco dal 1929, da quando cioè la società ha comprato la Conac - Companhia Nacional de Artefactos de Cobre, piccola società brasiliana operante nel settore dei conduttori elettrici con sede a San Bernardo, non lontano da San Paolo. Oggi il settore Pneumatici Pirelli produce in Brasile oltre 18 milioni di pneumatici l'anno, impiegando circa 6200 dipendenti nelle sei fabbriche del Paese. Il settore Cavi e Sistemi Pirelli detiene in Brasile quattro fabbriche -tutte nello Stato di San Paolo, circa 1.000 dipendenti in totale- che operano nella produzione di cavi e sistemi sia energia sia telecomunicazioni. Infine, a Feira de Santana, nello stato di Bahia, a un centinaio di chilometri dalla capitale Salvador de Bahia, Pirelli è dal 1986 attiva nella produzione di pneumatici.
Italo-brasiliani. Dalla fatica dei campi al successo nell'impresa
Secondo fonti ufficiali, ad oggi sarebbero circa 30 milioni i cittadini brasiliani di origini italiane con una discendenza calcolata in almeno uno dei parenti più prossimi. I rami di un grande albero, cresciuto dalle prime radici che attecchirono saldamente in quella terra al di là dell’oceano a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.
L’avventura della comunità italiana in Brasile iniziò anche prima dell’Unità d’Italia, seppur non in modo così massiccio come fu la grande ondata tra i secoli XIX e XX. Nel Regno delle Due Sicilie ebbe modo di promuovere l’immigrazione verso il Brasile l’allora reggente di quelle terre ancora per la maggior parte selvagge, Teresa Cristina di Borbone, sul trono dal 1843 al 1889 fino all’avvento della Prima repubblica. La sovrana, che si distinse per finezza intellettuale e pratica del mecenatismo, fece di Rio de Janeiro un polo della cultura mondiale e una metropoli rinnovata nell’urbanistica che richiamava i gusti della capitale più amata dell’epoca, Parigi. A Rio Teresa Cristina chiamò alla sua corte molti pittori scultori ed architetti italiani, che rappresentarono il primo nucleo, seppur ancora molto ristretto, di lavoratori italiani in Brasile.
La prima grande ondata migratoria dalla Penisola al Sudamerica (e in buona percentuale verso il Brasile) si manifestò nella seconda metà dell’Ottocento quando l’Italia era unita da pochi anni. Fu principalmente la miseria a spingere gli italiani a lasciare la propria terra per trovarne altra oltreoceano, soprattutto dopo la grande crisi agraria che colpì duramente la penisola nei primi anni postunitari. Dai 1.700 emigranti registrati nel 1872 si passò agli oltre 25mila nel 1888, attratti dall’avventura brasiliana in particolare dagli eventi che interessarono il Paese carioca in quel periodo. Nel 1871 infatti, la madrepatria portoghese emanò la legge che aboliva la schiavitù in patria e nelle colonie (nota come legge del «Ventre Libre») liberando di conseguenza il mercato del lavoro in particolare nel settore agrario allora in forte espansione. Alla chiamata risposero in particolar modo i contadini del Nord Italia, dal Piemonte al Friuli, spinti sull’orlo della fame dalla crisi agraria. L’attrazione verso quelle terre lontane dove grandi estensioni produttive si stavano sviluppando fu talmente forte da creare una nuova organizzazione del «mercato» migratorio tra le due nazioni. Esempio su tutti l’emigrazione sussidiata messa in atto da un emigrato trentino, Pietro Tabacchi. Emigrato negli anni Settanta del secolo XIX, aveva fatto fortuna con l’export di legname e con il commercio del caffè. La rapida espansione delle sue attività lo portò a compiere un viaggio nelle sue terre natali la fine di reclutare mano d’opera fidata tra gli agricoltori del Triveneto. Con sé, Tabacchi portò una «dote» di finanziamenti ottenuti dal governo dello stato di Espirito Santo che permettevano di garantire agli emigranti il viaggio pagato e non soltanto. Una volta sbarcati a Porto Alegre, gli emigranti veneti avrebbero avuto vitto e alloggio iniziali in cambio di un contratto di almeno un anno nelle coltivazioni del magnate italo-brasiliano. In più, al termine del periodo, i coloni avrebbero potuto acquistare appezzamenti a prezzo agevolato. L’idea di Tabacchi iniziò sotto i migliori auspici, ma solamente pochi anni dopo fallì a causa principalmente della durezza del clima e all’ammutinamento di gruppi di coloni insoddisfatti delle condizioni di lavoro. Nel 1902 il Governo italiano, per iniziativa del ministro Giulio Prinetti, mise al bando il sistema ideato dal trentino.
Nonostante le difficoltà come quelle incontrate nel primo periodo dell’emigrazione di massa degli italiani, alcune zone del Brasile (come il Rio Grande do Sul) furono profondamente segnate dalla presenza dei coloni del Nord della Penisola. Il paesaggio agricolo attorno agli insediamenti caratterizzati da dignitose casette in legno, mutò radicalmente per l’introduzione di colture e tecniche importate dagli italiani, in particolare la vite. Pur in mancanza di molti servizi fondamentali igienico sanitari e di un’adeguata struttura scolastica, i veneti con i lombardi i piemontesi e i friulani resero fertile e coltivata una terra precedentemente occupata da una fitta foresta tropicale. Il progressivo acquisto degli appezzamenti fece crescere negli anni una comunità di piccoli proprietari terrieri che riuscirono a raggiungere un relativo benessere nei luoghi fino a pochi anni prima caratterizzati dalla pratica della schiavitù.
Anche nel settore dell’industria, che in Brasile vide la luce nei primi anni del Novecento, gli immigrati italiani ebbero un ruolo preponderante nella crescita dell’economia della nazione. Principalmente concentrata nella provincia di San Paolo, la manifattura industriale vide l’occupazione di italo-brasiliani crescere fino a coprire il 90% della mano d’opera, alimentata da un flusso migratorio che rimase vivo per i primi decenni del secolo XX.
Nel 1935 un censimento indicò che gli italo-brasiliani avevano raggiunto la cifra ragguardevole di 3 milioni di persone. Una potenza oltre che economica, anche politica. Ancora molto legati alle vicende della madrepatria, gli italiani in Brasile approvarono l’opera del fascismo in Italia e all’estero, rispondendo alle esigenze della madrepatria non solo con le rimesse economiche, ma anche con donazioni come in occasione della guerra d’Etiopia. Per il regime l’accresciuta influenza degli italiani era una buona occasione per consolidare l’immagine del governo all’estero. Molti furono i gruppi fascisti (nel 1934 erano oltre 80) concentrati soprattutto a San Paolo, attraverso i quali dall’Italia giungevano sovvenzioni per le scuole italiane dove la dottrina fascista era materia di studio e per le dimostrazioni pubbliche sui progressi della madrepatria guidata dal Duce. Tale fu la presa che la nuova potenza europea ebbe in Sudamerica, che anche in Brasile nacque un partito di ispirazione fascista, l’AIB (Açao Integralista Brasilera) caratterizzata da molti aspetti mutuati dal regime fascista ma caratterizzata allo stesso tempo da una forte spinta unitaria e nazionalista. Il leader era Plinio Salgado, un giovane intellettuale anticomunista che raggruppò attorno a sé un gruppo di professionisti e studiosi affascinati dall’autoritarismo e dal nazionalismo d’Europa. Il partito da lui fondato, che usava il saluto romano e aveva una organizzazione paramilitare nelle «camicie verdi» fu inizialmente appoggiato sia dall’Ambasciata italiana che dall’astro nascente di Vetulio Vargas. Nel 1937 quest’ultimo prese il potere con un colpo di mano, appoggiato anche dall’AIB di Salgado, che fece inizialmente pensare ad un avvicinamento del Brasile ai regimi europei. Fu la guerra a cambiare completamente la situazione. L’Estado Novo, il Brasile autoritario di Vargas, rimase fuori dalla chiamata dell’Asse e nel 1942 si alleò agli Stati Uniti di Roosevelt. Per gli ex alleati dell’AIB fu l’inizio della fine e con loro furono colpiti anche gli italo-brasiliani considerati nemici in patria. I loro beni furono congelati, anche se restituiti appena dopo la fine del conflitto. Il flusso migratorio, arrestatosi durante gli anni bellici, prese una direzione idealmente contraria. Nel 1944 mise piede in Italia un contingente della «Força Expeditionaria Brasileira» che si unì agli Alleati nell’ultima fase della campagna d’Italia. Con le truppe arrivò anche un contingente dell’aviazione militare, il 1°Grupo de Aviaciòn de Caça, che si rese protagonista delle ultime incursioni aeree sulla Pianura Padana e su Milano.
L’ondata migratoria dall’Italia al Brasile riprese nei primi anni Cinquanta, pur meno massiccia e incisiva di quella di mezzo secolo prima. Il Brasile postbellico non era più la terra promessa che avevano cercato i contadini veneti, ma un paese che avrebbe vissuto una lunga crisi a causa del fallimento delle politiche agricole e industriali del Paese. La maggior parte dei nuovi immigrati italiani era infatti composta da operai che venivano chiamati in Brasile direttamente da aziende italiane che avevano impiantato sedi in diversi settori, tra cui quello meccanico.
A fermare il flusso migratorio tra Italia e Brasile furono le mutate condizioni socioeconomiche dei due Paesi a partire dagli anni Sessanta. L’Italia del miracolo economico entrava in una fase di piena industrializzazione mentre il Brasile entrava nella dittatura militare della cosiddetta Quinta repubblica nel clima di tensione internazionale della Guerra Fredda. Dagli anni Settanta in avanti il flusso dei migranti italiani si arrestò completamente ma quei rami cresciuti nei decenni lasciarono in terra carioca moltissimi semi.
Nel lungo periodo dell’emigrazione di massa tra i due Paesi, molte furono le figure di successo emerse dalla comunità italo-brasiliana. Alcune di queste ebbero una risonanza nazionale e in taluni casi anche al di fuori dei confini nazionali. Nei primi anni dell’emigrazione italiana spiccò la figura di Antonio Jannuzzi, uno scalpellino calabrese emigrato con la famiglia nel 1874. Dotato di talento particolare, riuscì ad inserirsi nel fermento della nuova Rio de Janeiro in campo edilizio con la grande rivoluzione urbanistica sul modello parigino. Apprezzato dagli architetti e dagli ingegneri, con la sua impresa di costruzioni firmò molti dei maestosi edifici costruiti alla fine del secolo XIX. Tra questi il Molinho Fluminense, l’Igreja Metodista e il Palacio do Barao di Rio Negro (1903) oltre a molti edifici sulle avenidas di Rio. Da emigrante che aveva assorbito le idee paternalistiche della fine del secolo cercò di opporsi a quella che ancora oggi rappresenta una piaga sociale caratteristica delle megalopoli brasiliane, la «favelizzazione». Jannuzzi cercò di costruire case e quartieri per lavoratori ma le vicende avverse che colpirono i suoi affari (un crollo in un suo grande cantiere fece 43 morti) portarono al fallimento di quell’esperimento all’avanguardia.
A cavallo tra il secolo XIX e il XX si impose la figura pubblica di un altro emigrante italiano, Pasquale Segreto. La sua fu una storia sfavillante, che riempì le pagine dei giornali brasiliani dell’epoca. Nato in provincia di Salerno, nel 1883 lasciò l’Italia per il Brasile accettando il primo umile lavoro di strillone. Avvicinatosi all’ambiente dello spettacolo, fu testimone delle dimostrazioni dei fratelli Lumières nella capitale carioca. Grazie al suo spirito di iniziativa e all’inclinazione al rischio, fu in grado di ottenere la concessione per la riproduzione delle pellicole dei pionieri francesi, fondando il primo cinematografo di Rio de Janeiro, il «Salao de Novidades de Paris». Il successo che ebbe la prima sala fu il trampolino di lancio per una grande avventura imprenditoriale e in pochi anni fu proprietario di sale in tutto il Brasile, oltre che produttore teatrale nell’epoca d’oro della rivista. Una curiosità legata a Segreto: appassionato di cultura orientale conosciuta durante la sua attività di imprenditore dello spettacolo, fu il primo ad importare in Brasile l’antica arte marziale giapponese del Ju-Jitsu.
Il più conosciuto e ammirato di tutti gli italo-brasiliani di successo fu certamente Francesco Matarazzo. Un aneddoto sintetizza quanto importante divenne agli occhi del popolo carioca: si narra che i genitori brasiliani degli anni trenta e quaranta rispondessero ai figli che chiedevano loro troppo denaro con la frase «non siamo mica Matarazzo!». La fortuna di tycoon dell’italo-brasiliano nacque da un barile di lardo. Era tutto ciò che aveva quando lasciò la famiglia di piccoli proprietari terrieri di Castellabate (Salerno) assieme ai fratelli. Durante il viaggio il carico della nave andò perduto, ma non il suo spirito di cercatore indefesso di fortuna. Iniziò la costruzione del suo impero nella cittadina di Sorocaba nei pressi di San Paolo, dove mosse i primi passi con l’importazione di grano dagli Stati Uniti, mentre il fratello ampliava l’attività con una fabbrica di lardo a Porto Alegre. Presto si unirono a lui altri 41 italo-brasiliani come soci di quello che sarebbe diventato uno dei gruppi industriali più floridi del Sudamerica dei primi anni del Novecento. Capace di costruire un’economia di scala, diversificò la produzione che spaziava dal frumento ai contenitori per alimenti, al tessile. Nel 1911 le filiali coprivano tutto il continente americano, con circa 200 società collegate. Con lo scoppio della Grande Guerra Matarazzo guadagnò fama anche in Italia, inviando aiuti in denaro e alimenti, tanto che fu insignito di medaglia dal governo italiano e del titolo di Conte da Vittorio Emanuele III. Nel primo dopoguerra il suo business si ingrandì ulteriormente, accanto alla nomina di primo presidente degli industriali della provincia di San Paolo. Quando morì nel 1937 per un attacco di uremia, Francesco Marrazzo era l’uomo più ricco del Brasile. Sopra di lui soltanto i bilanci della provincia paulista.
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L’Italia è il quindicesimo partner commerciale del Brasile per esportazioni. I rapporti tra i due Paesi sono sempre stati molto floridi, anche ora che è tornata l’amministrazione Lula.Storia e storie degli italo-brasiliani: gli emigranti che fecero grande il Paese e l'eredità culturale ed economica di una delle più grandi comunità etniche del Sudamerica.Lo speciale contiene due articoli. Secondo l’associazione delle camere di commercio italiane all’estero, Il commercio bilaterale con il Brasile-Italia vale 5478,9 miliardi di dollari (l’ultimo dato è aggiornato alla fine del 2021). In particolare, due anni fa, c’è stata una crescita delle importazioni dal Brasile del 34,4% e le esportazioni brasiliane, invece, hanno avuto una crescita del 26,4% rispetto al 2020, particolarmente a causa della ripresa dell’economia dopo la fase più acuta della pandemia. I principali settori con le maggiori importazioni dal Brasile nel 2021 sono stati l’industria manifatturiera (per 5,4 miliardi di dollari), l’agricoltura (29,5 milioni di dollari) e altri prodotti (4,27 milioni di dollari).In dettaglio, sono da segnalare le importazioni dal Brasile verso l’Italia di parti e accessori per autoveicoli e relativi motori che hanno avuto un valore Fob (dall’inglese “free on board”, che corrisponde al prezzo di mercato alla frontiera del paese esportatore) di 424 milioni di dollari, con un incremento del 75,20% rispetto al 2020. I motori a pistoni e i loro componenti avevano quindi un valore Fob di 323 milioni di dollari, in aumento del 69,11% rispetto al 2020. Lo stesso vale per i medicinali e prodotti farmaceutici diversi dai veterinari che hanno un valore 276 milioni, in aumento del 21,59% su base annua. I principali settori con le maggiori esportazioni dal Brasile nel 2021 sono stati l’industria manifatturiera (2,2 milioni di dollari), l’agricoltura (928 milioni di dollari), l’industria estrattiva (662 milioni di dollari) e altri prodotti (35,3 milioni di dollari).Tra queste spiccano le esportazioni di cellulosa, con un valore di 383 milioni di dollari, in crescita del 24,79% rispetto all’anno precedente; Il caffè tostato (477 milioni di dollari), in aumento del 14,38% rispetto al 2020, la soia (382milioni), in crescita dell’81,04% rispetto al 2020, Il ferro e i suoi concentrati 412 milioni di dollari), una crescita record del 169,28%. Non stupisce, insomma, che le aziende italiano che fanno affari “verdeoro” non manchino. Alcune di queste sono tra le più storiche per il Belpaese come Tim, Pirelli, Stellantis, Enel, Ferrero, Leonardo, Fincantieri, Luxottica, Bonfiglioli, Prada, Armani, Valentino, Intesa San Paolo, Unicredit, Generali, Alitalia, Eataly, Barilla, Campari, Illy e Almaviva e Magnaghi Aeronautica. Alcune di queste hanno interi stabilimenti che danno lavoro a migliaia di lavoratori. Luxottica, ad esempio, è presente in Brasile dall'inizio degli anni Novanta. Possiede uno stabilimento produttivo a Campinas, un polo logistico a Jundiai e distribuisce in tutto il Paese. Barilla è presente in Brasile dal 1995 e produce e distribuisce i suoi prodotti in seguito alla firma di un accordo con la società Santista Alimentos.Che dire poi di Tim Brasil, controllata del gruppo Tim, che ha chiuso il 2022 ricavi in crescita del 19,5%, a quota 21,6 miliardi di reais, pari a 3,6 miliardi di euro, superando le stime degli analisti. L’ebitda è salito del 17,2%, superando i 10,2 miliardi di reais (1,79 miliardi di euro), con una marginalità pari al 47,4% del fatturato, ai vertici del settore.Tra le aziende italiane che hanno da sempre interessi in Brasile non può mancare la Fiat, oggi Stellantis. Il gruppo italo francese ha raggiunto la quota di mercato record del 32,3% nel primo semestre 2023 con la sola Fiat che vale il 22% del mercato. Il gruppo ha uno stabilimento a Goiana che dà lavoro a 13.000 persone.Pirelli è invece tra le aziende italiane una di quelle che sta da più tempo in Brasile. Il gruppo è presente in loco dal 1929, da quando cioè la società ha comprato la Conac - Companhia Nacional de Artefactos de Cobre, piccola società brasiliana operante nel settore dei conduttori elettrici con sede a San Bernardo, non lontano da San Paolo. Oggi il settore Pneumatici Pirelli produce in Brasile oltre 18 milioni di pneumatici l'anno, impiegando circa 6200 dipendenti nelle sei fabbriche del Paese. Il settore Cavi e Sistemi Pirelli detiene in Brasile quattro fabbriche -tutte nello Stato di San Paolo, circa 1.000 dipendenti in totale- che operano nella produzione di cavi e sistemi sia energia sia telecomunicazioni. Infine, a Feira de Santana, nello stato di Bahia, a un centinaio di chilometri dalla capitale Salvador de Bahia, Pirelli è dal 1986 attiva nella produzione di pneumatici.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-brasile-commercio-2665875475.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="italo-brasiliani-dalla-fatica-dei-campi-al-successo-nell-impresa" data-post-id="2665875475" data-published-at="1696957502" data-use-pagination="False"> Italo-brasiliani. 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La sovrana, che si distinse per finezza intellettuale e pratica del mecenatismo, fece di Rio de Janeiro un polo della cultura mondiale e una metropoli rinnovata nell’urbanistica che richiamava i gusti della capitale più amata dell’epoca, Parigi. A Rio Teresa Cristina chiamò alla sua corte molti pittori scultori ed architetti italiani, che rappresentarono il primo nucleo, seppur ancora molto ristretto, di lavoratori italiani in Brasile. La prima grande ondata migratoria dalla Penisola al Sudamerica (e in buona percentuale verso il Brasile) si manifestò nella seconda metà dell’Ottocento quando l’Italia era unita da pochi anni. Fu principalmente la miseria a spingere gli italiani a lasciare la propria terra per trovarne altra oltreoceano, soprattutto dopo la grande crisi agraria che colpì duramente la penisola nei primi anni postunitari. Dai 1.700 emigranti registrati nel 1872 si passò agli oltre 25mila nel 1888, attratti dall’avventura brasiliana in particolare dagli eventi che interessarono il Paese carioca in quel periodo. Nel 1871 infatti, la madrepatria portoghese emanò la legge che aboliva la schiavitù in patria e nelle colonie (nota come legge del «Ventre Libre») liberando di conseguenza il mercato del lavoro in particolare nel settore agrario allora in forte espansione. Alla chiamata risposero in particolar modo i contadini del Nord Italia, dal Piemonte al Friuli, spinti sull’orlo della fame dalla crisi agraria. L’attrazione verso quelle terre lontane dove grandi estensioni produttive si stavano sviluppando fu talmente forte da creare una nuova organizzazione del «mercato» migratorio tra le due nazioni. Esempio su tutti l’emigrazione sussidiata messa in atto da un emigrato trentino, Pietro Tabacchi. Emigrato negli anni Settanta del secolo XIX, aveva fatto fortuna con l’export di legname e con il commercio del caffè. La rapida espansione delle sue attività lo portò a compiere un viaggio nelle sue terre natali la fine di reclutare mano d’opera fidata tra gli agricoltori del Triveneto. Con sé, Tabacchi portò una «dote» di finanziamenti ottenuti dal governo dello stato di Espirito Santo che permettevano di garantire agli emigranti il viaggio pagato e non soltanto. Una volta sbarcati a Porto Alegre, gli emigranti veneti avrebbero avuto vitto e alloggio iniziali in cambio di un contratto di almeno un anno nelle coltivazioni del magnate italo-brasiliano. In più, al termine del periodo, i coloni avrebbero potuto acquistare appezzamenti a prezzo agevolato. L’idea di Tabacchi iniziò sotto i migliori auspici, ma solamente pochi anni dopo fallì a causa principalmente della durezza del clima e all’ammutinamento di gruppi di coloni insoddisfatti delle condizioni di lavoro. Nel 1902 il Governo italiano, per iniziativa del ministro Giulio Prinetti, mise al bando il sistema ideato dal trentino. Nonostante le difficoltà come quelle incontrate nel primo periodo dell’emigrazione di massa degli italiani, alcune zone del Brasile (come il Rio Grande do Sul) furono profondamente segnate dalla presenza dei coloni del Nord della Penisola. Il paesaggio agricolo attorno agli insediamenti caratterizzati da dignitose casette in legno, mutò radicalmente per l’introduzione di colture e tecniche importate dagli italiani, in particolare la vite. Pur in mancanza di molti servizi fondamentali igienico sanitari e di un’adeguata struttura scolastica, i veneti con i lombardi i piemontesi e i friulani resero fertile e coltivata una terra precedentemente occupata da una fitta foresta tropicale. Il progressivo acquisto degli appezzamenti fece crescere negli anni una comunità di piccoli proprietari terrieri che riuscirono a raggiungere un relativo benessere nei luoghi fino a pochi anni prima caratterizzati dalla pratica della schiavitù. Anche nel settore dell’industria, che in Brasile vide la luce nei primi anni del Novecento, gli immigrati italiani ebbero un ruolo preponderante nella crescita dell’economia della nazione. Principalmente concentrata nella provincia di San Paolo, la manifattura industriale vide l’occupazione di italo-brasiliani crescere fino a coprire il 90% della mano d’opera, alimentata da un flusso migratorio che rimase vivo per i primi decenni del secolo XX. Nel 1935 un censimento indicò che gli italo-brasiliani avevano raggiunto la cifra ragguardevole di 3 milioni di persone. Una potenza oltre che economica, anche politica. Ancora molto legati alle vicende della madrepatria, gli italiani in Brasile approvarono l’opera del fascismo in Italia e all’estero, rispondendo alle esigenze della madrepatria non solo con le rimesse economiche, ma anche con donazioni come in occasione della guerra d’Etiopia. Per il regime l’accresciuta influenza degli italiani era una buona occasione per consolidare l’immagine del governo all’estero. Molti furono i gruppi fascisti (nel 1934 erano oltre 80) concentrati soprattutto a San Paolo, attraverso i quali dall’Italia giungevano sovvenzioni per le scuole italiane dove la dottrina fascista era materia di studio e per le dimostrazioni pubbliche sui progressi della madrepatria guidata dal Duce. Tale fu la presa che la nuova potenza europea ebbe in Sudamerica, che anche in Brasile nacque un partito di ispirazione fascista, l’AIB (Açao Integralista Brasilera) caratterizzata da molti aspetti mutuati dal regime fascista ma caratterizzata allo stesso tempo da una forte spinta unitaria e nazionalista. Il leader era Plinio Salgado, un giovane intellettuale anticomunista che raggruppò attorno a sé un gruppo di professionisti e studiosi affascinati dall’autoritarismo e dal nazionalismo d’Europa. Il partito da lui fondato, che usava il saluto romano e aveva una organizzazione paramilitare nelle «camicie verdi» fu inizialmente appoggiato sia dall’Ambasciata italiana che dall’astro nascente di Vetulio Vargas. Nel 1937 quest’ultimo prese il potere con un colpo di mano, appoggiato anche dall’AIB di Salgado, che fece inizialmente pensare ad un avvicinamento del Brasile ai regimi europei. Fu la guerra a cambiare completamente la situazione. L’Estado Novo, il Brasile autoritario di Vargas, rimase fuori dalla chiamata dell’Asse e nel 1942 si alleò agli Stati Uniti di Roosevelt. Per gli ex alleati dell’AIB fu l’inizio della fine e con loro furono colpiti anche gli italo-brasiliani considerati nemici in patria. I loro beni furono congelati, anche se restituiti appena dopo la fine del conflitto. Il flusso migratorio, arrestatosi durante gli anni bellici, prese una direzione idealmente contraria. Nel 1944 mise piede in Italia un contingente della «Força Expeditionaria Brasileira» che si unì agli Alleati nell’ultima fase della campagna d’Italia. Con le truppe arrivò anche un contingente dell’aviazione militare, il 1°Grupo de Aviaciòn de Caça, che si rese protagonista delle ultime incursioni aeree sulla Pianura Padana e su Milano. L’ondata migratoria dall’Italia al Brasile riprese nei primi anni Cinquanta, pur meno massiccia e incisiva di quella di mezzo secolo prima. Il Brasile postbellico non era più la terra promessa che avevano cercato i contadini veneti, ma un paese che avrebbe vissuto una lunga crisi a causa del fallimento delle politiche agricole e industriali del Paese. La maggior parte dei nuovi immigrati italiani era infatti composta da operai che venivano chiamati in Brasile direttamente da aziende italiane che avevano impiantato sedi in diversi settori, tra cui quello meccanico.A fermare il flusso migratorio tra Italia e Brasile furono le mutate condizioni socioeconomiche dei due Paesi a partire dagli anni Sessanta. L’Italia del miracolo economico entrava in una fase di piena industrializzazione mentre il Brasile entrava nella dittatura militare della cosiddetta Quinta repubblica nel clima di tensione internazionale della Guerra Fredda. Dagli anni Settanta in avanti il flusso dei migranti italiani si arrestò completamente ma quei rami cresciuti nei decenni lasciarono in terra carioca moltissimi semi. Nel lungo periodo dell’emigrazione di massa tra i due Paesi, molte furono le figure di successo emerse dalla comunità italo-brasiliana. Alcune di queste ebbero una risonanza nazionale e in taluni casi anche al di fuori dei confini nazionali. Nei primi anni dell’emigrazione italiana spiccò la figura di Antonio Jannuzzi, uno scalpellino calabrese emigrato con la famiglia nel 1874. Dotato di talento particolare, riuscì ad inserirsi nel fermento della nuova Rio de Janeiro in campo edilizio con la grande rivoluzione urbanistica sul modello parigino. Apprezzato dagli architetti e dagli ingegneri, con la sua impresa di costruzioni firmò molti dei maestosi edifici costruiti alla fine del secolo XIX. Tra questi il Molinho Fluminense, l’Igreja Metodista e il Palacio do Barao di Rio Negro (1903) oltre a molti edifici sulle avenidas di Rio. Da emigrante che aveva assorbito le idee paternalistiche della fine del secolo cercò di opporsi a quella che ancora oggi rappresenta una piaga sociale caratteristica delle megalopoli brasiliane, la «favelizzazione». Jannuzzi cercò di costruire case e quartieri per lavoratori ma le vicende avverse che colpirono i suoi affari (un crollo in un suo grande cantiere fece 43 morti) portarono al fallimento di quell’esperimento all’avanguardia. A cavallo tra il secolo XIX e il XX si impose la figura pubblica di un altro emigrante italiano, Pasquale Segreto. La sua fu una storia sfavillante, che riempì le pagine dei giornali brasiliani dell’epoca. Nato in provincia di Salerno, nel 1883 lasciò l’Italia per il Brasile accettando il primo umile lavoro di strillone. Avvicinatosi all’ambiente dello spettacolo, fu testimone delle dimostrazioni dei fratelli Lumières nella capitale carioca. Grazie al suo spirito di iniziativa e all’inclinazione al rischio, fu in grado di ottenere la concessione per la riproduzione delle pellicole dei pionieri francesi, fondando il primo cinematografo di Rio de Janeiro, il «Salao de Novidades de Paris». Il successo che ebbe la prima sala fu il trampolino di lancio per una grande avventura imprenditoriale e in pochi anni fu proprietario di sale in tutto il Brasile, oltre che produttore teatrale nell’epoca d’oro della rivista. Una curiosità legata a Segreto: appassionato di cultura orientale conosciuta durante la sua attività di imprenditore dello spettacolo, fu il primo ad importare in Brasile l’antica arte marziale giapponese del Ju-Jitsu.Il più conosciuto e ammirato di tutti gli italo-brasiliani di successo fu certamente Francesco Matarazzo. Un aneddoto sintetizza quanto importante divenne agli occhi del popolo carioca: si narra che i genitori brasiliani degli anni trenta e quaranta rispondessero ai figli che chiedevano loro troppo denaro con la frase «non siamo mica Matarazzo!». La fortuna di tycoon dell’italo-brasiliano nacque da un barile di lardo. Era tutto ciò che aveva quando lasciò la famiglia di piccoli proprietari terrieri di Castellabate (Salerno) assieme ai fratelli. Durante il viaggio il carico della nave andò perduto, ma non il suo spirito di cercatore indefesso di fortuna. Iniziò la costruzione del suo impero nella cittadina di Sorocaba nei pressi di San Paolo, dove mosse i primi passi con l’importazione di grano dagli Stati Uniti, mentre il fratello ampliava l’attività con una fabbrica di lardo a Porto Alegre. Presto si unirono a lui altri 41 italo-brasiliani come soci di quello che sarebbe diventato uno dei gruppi industriali più floridi del Sudamerica dei primi anni del Novecento. Capace di costruire un’economia di scala, diversificò la produzione che spaziava dal frumento ai contenitori per alimenti, al tessile. Nel 1911 le filiali coprivano tutto il continente americano, con circa 200 società collegate. Con lo scoppio della Grande Guerra Matarazzo guadagnò fama anche in Italia, inviando aiuti in denaro e alimenti, tanto che fu insignito di medaglia dal governo italiano e del titolo di Conte da Vittorio Emanuele III. Nel primo dopoguerra il suo business si ingrandì ulteriormente, accanto alla nomina di primo presidente degli industriali della provincia di San Paolo. Quando morì nel 1937 per un attacco di uremia, Francesco Marrazzo era l’uomo più ricco del Brasile. Sopra di lui soltanto i bilanci della provincia paulista.
I soccorsi a Modena. Nel riquadro, Salim El Koudri (Ansa)
Sebbene le modalità della strage siano le stesse usate negli attentati che hanno già insanguinato l’Europa, la versione ufficiale punta a escludere qualsiasi correlazione con il terrorismo, declassando la faccenda a tragico evento, con un ancor più tragico autore. Il quadretto consolatorio diffuso nei primi giorni, tuttavia, vacilla di fronte ad alcuni dati di fatto. Il primo è costituito dai messaggi che l’autore della strage inviò tempo fa all’Università di Modena. Voleva lavorare, non come magazziniere, ma come impiegato. E non lontano da casa, bensì in città. E voleva anche uno stipendio adeguato, che non gli lasciasse in tasca solo 500 euro al mese. Insomma, un lavoro comodo e ben pagato. E siccome l’ateneo non offriva un’assunzione adeguata alle sue esigenze, El Koudri aveva insultato Gesù Cristo, promettendo di bruciarlo. E le minacce, ovviamente, erano accompagnate da epiteti tipo «cristiani di merda», «bastardi», eccetera.
Era frustrato, ci spiegano oggi. Voleva un lavoro che la nostra società non era in grado di dargli. Come ho scritto, colpa nostra, dunque. Perché promettiamo integrazione e poi, invece, diamo emarginazione. In realtà, il caso El Koudri dimostra una cosa opposta, ovvero che non basta l’integrazione a evitarci casi come quello di Modena. Mi spiego. Il marocchino che sabato pomeriggio ha deciso di travolgere quanti più passanti possibile aveva la cittadinanza italiana e aveva studiato in Italia, laureandosi in Economia. Sulla carta, dunque, era un immigrato che ce l’aveva fatta. Anzi, un immigrato di seconda generazione, la cui famiglia era riuscita a trovare un lavoro e una sistemazione prima in Lombardia e poi in Emilia-Romagna, ovvero in due delle Regioni più ricche e con un mercato del lavoro in grado di assorbire i giovani. Peccato che le aspettative di El Koudri fossero altre. A lui non bastava avere in tasca la carta d’identità italiana e il diritto di votare. Voleva un lavoro all’altezza dei suoi studi, come vogliono migliaia di giovani laureati italiani. I quali, però, anche se frustrati, non prendono l’auto e si lanciano contro la folla.
Aggiungo di più. Ogni tanto le statistiche ci informano che in Italia è in aumento la povertà. Ma basta approfondire i dati per scoprire che se le famiglie italiane con un reddito da fame rappresentano il 6,2% della popolazione, quelle composte esclusivamente da stranieri superano il 35%. Non è tutto: sempre l’Istat ci aggiorna sulle percentuali di disoccupati, che per quanto riguarda gli italiani viaggiano intorno al 6%, ma se si tratta di stranieri siamo al 10. Che cosa voglio dire con queste percentuali? Che siamo seduti su una polveriera, perché è evidente che, avendo aperto le porte a un’immigrazione non governata, abbiamo aumentato il numero di chi non ha un lavoro, un’identità e un futuro. Sempre secondo l’Istat, gli stranieri in povertà sono 1,8 milioni e da queste cifre si ricava anche il numero di extracomunitari che non studiano e non lavorano. Se la percentuale fra i giovani italiani è pari al 12,9%, per gli immigrati di prima e seconda generazione si passa al 38,5.
C’è altro da aggiungere? Sì, ovvero che Salim El Koudri ha cambiato legale. Da ieri ad assisterlo è Fausto Gianelli, coordinatore dei giuristi democratici di Modena, membro del Comitato esecutivo dell’Associazione europea degli avvocati per la democrazia e i diritti umani, nonché difensore di Abu Rawwa, il marocchino coinvolto nell’inchiesta sui finanziamenti ad Hamas. E l’avvocato Gianelli tiene a farci sapere che il suo assistito ha chiesto la Bibbia. Seguirà perizia per dimostrare che è incapace di intendere e volere.
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La strada del centro di Modena dove Salim El Koudry ha falciato la folla (Ansa)
Se ben ricordate, non più tardi di un anno fa il Partito democratico invitò a votare al referendum per dimezzare (da 5 a 10) gli anni di residenza continuativa necessari per concedere la cittadinanza italiana agli stranieri: «Oltre due milioni di persone che potrebbero accedere allo status di cittadini e cittadine dopo tanti anni di lavoro, studio e residenza ininterrotta in Italia», dicevano i dem. Sempre il Pd, ormai da tempo immemore, insiste a proporre nuove leggi: lo ius soli prima, lo ius scholae poi, quest’ultimo tornato in auge proprio in queste ore (e non solo grazie alla sinistra, vedi Forza Italia). L’idea sarebbe quella di riconoscere la cittadinanza ai minori nati in Italia o arrivati da bambini (fino ai 12 anni), dopo che abbiano completato almeno 5 anni di ciclo scolastico. A sostegno di queste proposte, i progressisti amano ribadire come la cittadinanza sia assolutamente necessaria per consentire agli stranieri di sentirsi compiutamente parte della nostra comunità. In ogni talk show, da anni a questa parte, c’è sempre qualcuno che prende la parola per spiegare a noi poveri ignoranti quanto sia importante donare ai giovani figli di immigrati lo status di italiani: solo così, dicono commossi, questi potranno sentirsi pienamente italiani. Spesso c’è pure qualche sussiegoso maestrino pronto a sostenere che, se tanti figli di stranieri delinquono, è proprio perché sono i giustamente emarginati, ferocemente privati della condizione di italiani che spetterebbe loro di diritto. Eppure guarda un po’ che cosa è accaduto a Modena. Abbiamo un tale, Salim El Koudry, che è italiano da quando ha 14 anni, cosa effettivamente possibile anche in assenza di nuove leggi. Costui ha frequentato le nostre scuole, compresa l’università, si è addirittura laureato. È stato accolto e trasformato in italiano grazie all’ambito pezzo di carta. In buona sostanza è esattamente il «nuovo italiano» che Pd e sinistra variegata da sempre propongono di costruire grazie a norme permissive e «accoglienti». Ma si è lanciato a cento all’ora con la macchina contro i passanti inermi.
Quando pensa agli italiani, Salim, non pensa a un «noi», ma a un «loro». Pensa ai «bastardi cristiani» che vorrebbe uccidere. Pensa a quelli, gli oppressori occidentali, che non gli danno il lavoro che lui desidera, pagato quanto desidera. Salim è italiano, la sua cittadinanza dice così. Ma vi sembra integrato? Pare proprio di no. Anzi, peggio: aveva in mente di disintegrare fisicamente un bel po’ di innocenti, e in parte ci è riuscito. Persino a sinistra qualcuno, ieri, certificava la sua condizione di corpo estraneo. «In un Paese che non riesce a gestire l’immigrazione, in cui la xenofobia e il razzismo sono presenti, c’è il rischio che una nuova generazione non si senta integrata e noi su questo dobbiamo lavorare, non come esimente, come scusa per chi ha commesso un reato, ma per evitare questa disgregazione», ha detto Michele De Pascale, governatore dell’Emilia Romagna. «È un piccolo frammento di disgregazione, quello che è successo a Modena». Beh, che sia disgregazione è evidente. Ma razzismo e xenofobia non c’entrano un tubo: Salim godeva di tutte le condizioni di cui, secondo la sinistra, ogni figlio di stranieri dovrebbe godere, a partire proprio dalla cittadinanza. Come la mettiamo allora? Se fosse vero ciò che per anni ci hanno ripetuto i sinceri democratici, Salim non dovrebbe avere alcun problema. Forte del titolo ottenuto a 14 anni, dovrebbe essere felice e soddisfatto. «Uno di noi». E invece vuole ucciderci, ci percepisce radicalmente altri, e ostili.
Ciò dimostra quel che già sapevamo, e che ripetevamo quasi mai creduti. La cittadinanza non è affatto veicolo di integrazione. Al massimo può essere vero il contrario, e cioè che una volta integrati si può ottenere la cittadinanza come approdo ultimo di un percorso serio e severo. Salim El Koudry, ci risulta, era cittadino marocchino. Ed era italiano, ma solo sulla carta. Lo è diventato senza ius scholae, ed è la dimostrazione vivente di quali conseguenze potrebbe avere una norma simile. Conseguenze che alcuni modenesi si porteranno incise nel corpo per tutta la vita.
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Nel riquadro l'avvocato Fausto Gianelli. Sullo sfondo un'immagine degli scontri durante il G8 di Genova nel 2001 (Ansa)
Le prime tracce mediatiche della sua militanza in ambito legale risalgono al 22 luglio del 2001, nel pieno delle polemiche per gli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti al G8 di Genova. In un lancio d’agenzia che riprendeva una nota scritta da «numerosi avvocati del Gsf (Genova social forum, ndr), riuniti nel gruppo dei Giuristi democratici, denunciano che la polizia impedisce loro di entrare all’interno della scuola Pascoli per assistere alla perquisizione pur essendo, a loro dire, stati nominati come legali dai giovani in stato di fermo», si poteva leggere una dichiarazione del legale di El Koudri. «L’articolo 41 del testo unico di pubblica sicurezza», dichiarava allora l’ avvocato Fausto Gianelli di Modena, «prevede che alle perquisizioni per armi ed esplosivi come questa, sia presente il legale. Invece la polizia ci impedisce di entrare. Siamo qui da un’ora e mezza e non siamo potuti entrare. Continuiamo a vedere uscire giovani con ferite e macchie di sangue fresco e abbiamo motivo di ritenere che all’interno ci siano violenze continuate da parte delle forze dell’ordine».
L’anno dopo Gianelli partecipa a un incontro organizzato dall’Associazione internazionale degli avvocati democratici (Iadl), insieme con l’Unione araba degli avvocati (con base al Cairo), sulla tematica dei detenuti palestinesi in Israele.
Nei mesi scorsi il legale modenese ha assunto la difesa di Abu Rawwa Adel Ibrahim Salameh, immobiliarista residente a Sassuolo, nel Modenese, arrestato (e poi scarcerato su disposizione del Riesame di Genova) nell’ambito dell’inchiesta avviata nel capoluogo ligure sui presunti finanziamenti ad Hamas raccolti in Italia attraverso organizzazioni benefiche. Durante le indagini era emerso che l’uomo, dipendente di un’associazione di beneficenza, era intestatario di una quarantina di immobili nel Modenese e nel Reggiano. Dopo l’arresto, l’indagato si era difeso sostenendo di non aver mai sospettato che tali somme potessero finanziare il terrorismo. Dopo la conferma della scarcerazione da parte della Cassazione, il legale, in una nota firmata insieme ai difensori di altri indagati, aveva dichiarato: «Pare evidente che il tribunale dovrà riconsiderare le posizioni degli indagati per i quali era stato provato solo l’invio a Gaza di aiuti alimentari e di denaro destinato ad attività umanitarie di sostegno alla popolazione civile».
Nel 2024, invece, Gianelli aveva assunto la difesa di quattro militanti di Extintion rebellion, finiti a processo per aver turbato la messa nel giorno del patrono San Geminiano, all’interno del Duomo di Modena, leggendo brani di papa Francesco.
Nell’ottobre scorso il nome del legale di El Koudri compare tra i firmatari dell’esposto alla Corte penale internazionale contro il premier Giorgia Meloni, i ministri degli Esteri e della Difesa, Antonio Tajani e Guido Crosetto, e l’allora amministratore delegato di Leonardo, Roberto Cingolani, accusati di concorso nel presunto genocidio perpetrato da Israele a Gaza nei confronti del popolo palestinese. E sempre su questo tema, nel febbraio di quest’anno, Gianelli è intervenuto alla Camera nella discussa conferenza stampa durante la quale Francesca Albanese ha presentato il suo rapporto su Gaza.
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Elly Schlein (Ansa)
Il dibattito si terrà oggi, con il titolo «L’attacco contro i cittadini a Modena: proteggere gli spazi pubblici e prevenire la violenza nell’Ue». Respinta la richiesta del gruppo dei Patrioti per l’Europa e della Lega, che aveva proposto un dibattito dal titolo «Attacchi terroristici di Modena: necessità urgente degli Stati membri di intensificare le misure contro l’islamismo domestico e di rendere più stringenti i criteri di rilascio delle cittadinanze». Sensibilità diverse nel centrodestra: il leader della Lega, Matteo Salvini, affonda i colpi: «Per il fatto che Salim El Koudri sia italiano», dice Salvini a Radio 24, «peggio mi sento. Se va in giro col coltello in macchina, falcia la gente a 100 all’ora in centro a Modena e scrive “bastardi cristiani” e inneggia ad Allah in arabo su profili chiusi da Facebook, e ce ne vuole di impegno perché Facebook chiuda i profili, evidentemente è ancora più grave. Non era un disadattato che viveva sotto un ponte isolato dal resto del mondo, addirittura era laureato. Il permesso di soggiorno e la cittadinanza sono atti di fiducia del popolo italiano se questa fiducia viene a mancare devo poter intervenire».
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ieri era a Modena per mandare un «messaggio di solidarietà alla città» e incontrare «coloro che sono intervenuti per bloccare questa persona che provocato un danno enorme alla città, un atto gravissimo. Chi non è cittadino italiano e delinque deve essere espulso, questo è chiaro». La cittadinanza come premio agli stranieri intervenuti per bloccare El Koudri? «Ci sono delle regole per dare la cittadinanza italiana», taglia corto Tajani, «meritano un riconoscimento. Se poi avranno i titoli per avere la cittadinanza italiana, questo è un altro discorso».
Dal canto suo il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, fa il punto della situazione: «Eravamo, siamo ancora un po’ preoccupati per la giusta collocazione del fatto», sottolinea Piantedosi, «dell’episodio, perché è del tutto evidente che la tragicità dello stesso rimane qualsiasi sia stata la motivazione, sia chiaro. Però è evidente che, se noi avessimo preso consapevolezza che per la prima volta ci era sfuggito qualcosa nel sistema di prevenzione antiterrorismo, in qualche modo ce ne saremmo preoccupati un po’ di più».
In una intervista al Resto del Carlino, Piantedosi allarga il discorso: «Abbiamo visto immagini che ci interrogano», argomenta il titolare del Viminale, «destano impressione, ci obbligano a fermarci e a riflettere. Ma anche l’orgoglio per la reazione dei cittadini, per il comportamento corale di forze dell’ordine e soccorsi. E ho due consapevolezze: se tutto sarà confermato, il sistema antiterrorismo non ha rivelato falle; c’è invece un tema vero e serio di disagio sociale che richiede un rafforzamento dei presidi di sicurezza in relazione alla salute mentale». E la remigrazione? «Stiamo lavorando ai rimpatri degli stranieri che delinquono», osserva Piantedosi, ma qui stiamo parlando di un cittadino italiano. Condivido l’attenzione del vicepremier Matteo Salvini per una gestione più sostenibile dell’immigrazione, ma qui è un’altra cosa, stiamo parlando di altro».
A proposito della salute mentale di Salim El Koudri, è il presidente dell’Emilia-Romagna, Michele De Pascale, a fare il punto della situazione: «Dai dati in nostro possesso in questo momento», spiega De Pascale a Radio24, «le visite i referti e gli incontri che erano stati fatti diversi anni fa, in nessun modo facevano presagire elementi di violenza perché, a volte, anche il disagio psichico ha delle evoluzioni che sono imprevedibili e quindi che, fino a un certo punto, non è ipotizzabile che ci siano elementi di violenza e poi, dalla sera alla mattina o in poco tempo, in pochi mesi, la situazione evolve. Tutti ci dobbiamo chiedere che cosa possiamo fare di più e di meglio per mettere nelle condizioni gli operatori di poter lavorare», aggiunge De Pascale, «che non vuol dire azzerare il rischio, però non possiamo neanche dire non si può far nulla». Chi parla di «becere strumentalizzazioni della destra» è Elly Schlein, che attacca: «Sulla destra ha fallito e deve mettere al centro il tema della salute mentale, in un Paese in cui mancano 12.000 professionisti».
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