True
2023-10-11
Tutte le aziende italiane che piacciono al Brasile
True
Secondo l’associazione delle camere di commercio italiane all’estero, Il commercio bilaterale con il Brasile-Italia vale 5478,9 miliardi di dollari (l’ultimo dato è aggiornato alla fine del 2021). In particolare, due anni fa, c’è stata una crescita delle importazioni dal Brasile del 34,4% e le esportazioni brasiliane, invece, hanno avuto una crescita del 26,4% rispetto al 2020, particolarmente a causa della ripresa dell’economia dopo la fase più acuta della pandemia. I principali settori con le maggiori importazioni dal Brasile nel 2021 sono stati l’industria manifatturiera (per 5,4 miliardi di dollari), l’agricoltura (29,5 milioni di dollari) e altri prodotti (4,27 milioni di dollari).
In dettaglio, sono da segnalare le importazioni dal Brasile verso l’Italia di parti e accessori per autoveicoli e relativi motori che hanno avuto un valore Fob (dall’inglese “free on board”, che corrisponde al prezzo di mercato alla frontiera del paese esportatore) di 424 milioni di dollari, con un incremento del 75,20% rispetto al 2020. I motori a pistoni e i loro componenti avevano quindi un valore Fob di 323 milioni di dollari, in aumento del 69,11% rispetto al 2020. Lo stesso vale per i medicinali e prodotti farmaceutici diversi dai veterinari che hanno un valore 276 milioni, in aumento del 21,59% su base annua.
I principali settori con le maggiori esportazioni dal Brasile nel 2021 sono stati l’industria manifatturiera (2,2 milioni di dollari), l’agricoltura (928 milioni di dollari), l’industria estrattiva (662 milioni di dollari) e altri prodotti (35,3 milioni di dollari).
Tra queste spiccano le esportazioni di cellulosa, con un valore di 383 milioni di dollari, in crescita del 24,79% rispetto all’anno precedente; Il caffè tostato (477 milioni di dollari), in aumento del 14,38% rispetto al 2020, la soia (382milioni), in crescita dell’81,04% rispetto al 2020, Il ferro e i suoi concentrati 412 milioni di dollari), una crescita record del 169,28%.
Non stupisce, insomma, che le aziende italiano che fanno affari “verdeoro” non manchino. Alcune di queste sono tra le più storiche per il Belpaese come Tim, Pirelli, Stellantis, Enel, Ferrero, Leonardo, Fincantieri, Luxottica, Bonfiglioli, Prada, Armani, Valentino, Intesa San Paolo, Unicredit, Generali, Alitalia, Eataly, Barilla, Campari, Illy e Almaviva e Magnaghi Aeronautica. Alcune di queste hanno interi stabilimenti che danno lavoro a migliaia di lavoratori.
Luxottica, ad esempio, è presente in Brasile dall'inizio degli anni Novanta. Possiede uno stabilimento produttivo a Campinas, un polo logistico a Jundiai e distribuisce in tutto il Paese. Barilla è presente in Brasile dal 1995 e produce e distribuisce i suoi prodotti in seguito alla firma di un accordo con la società Santista Alimentos.
Che dire poi di Tim Brasil, controllata del gruppo Tim, che ha chiuso il 2022 ricavi in crescita del 19,5%, a quota 21,6 miliardi di reais, pari a 3,6 miliardi di euro, superando le stime degli analisti. L’ebitda è salito del 17,2%, superando i 10,2 miliardi di reais (1,79 miliardi di euro), con una marginalità pari al 47,4% del fatturato, ai vertici del settore.
Tra le aziende italiane che hanno da sempre interessi in Brasile non può mancare la Fiat, oggi Stellantis. Il gruppo italo francese ha raggiunto la quota di mercato record del 32,3% nel primo semestre 2023 con la sola Fiat che vale il 22% del mercato. Il gruppo ha uno stabilimento a Goiana che dà lavoro a 13.000 persone.
Pirelli è invece tra le aziende italiane una di quelle che sta da più tempo in Brasile. Il gruppo è presente in loco dal 1929, da quando cioè la società ha comprato la Conac - Companhia Nacional de Artefactos de Cobre, piccola società brasiliana operante nel settore dei conduttori elettrici con sede a San Bernardo, non lontano da San Paolo. Oggi il settore Pneumatici Pirelli produce in Brasile oltre 18 milioni di pneumatici l'anno, impiegando circa 6200 dipendenti nelle sei fabbriche del Paese. Il settore Cavi e Sistemi Pirelli detiene in Brasile quattro fabbriche -tutte nello Stato di San Paolo, circa 1.000 dipendenti in totale- che operano nella produzione di cavi e sistemi sia energia sia telecomunicazioni. Infine, a Feira de Santana, nello stato di Bahia, a un centinaio di chilometri dalla capitale Salvador de Bahia, Pirelli è dal 1986 attiva nella produzione di pneumatici.
Italo-brasiliani. Dalla fatica dei campi al successo nell'impresa
Secondo fonti ufficiali, ad oggi sarebbero circa 30 milioni i cittadini brasiliani di origini italiane con una discendenza calcolata in almeno uno dei parenti più prossimi. I rami di un grande albero, cresciuto dalle prime radici che attecchirono saldamente in quella terra al di là dell’oceano a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.
L’avventura della comunità italiana in Brasile iniziò anche prima dell’Unità d’Italia, seppur non in modo così massiccio come fu la grande ondata tra i secoli XIX e XX. Nel Regno delle Due Sicilie ebbe modo di promuovere l’immigrazione verso il Brasile l’allora reggente di quelle terre ancora per la maggior parte selvagge, Teresa Cristina di Borbone, sul trono dal 1843 al 1889 fino all’avvento della Prima repubblica. La sovrana, che si distinse per finezza intellettuale e pratica del mecenatismo, fece di Rio de Janeiro un polo della cultura mondiale e una metropoli rinnovata nell’urbanistica che richiamava i gusti della capitale più amata dell’epoca, Parigi. A Rio Teresa Cristina chiamò alla sua corte molti pittori scultori ed architetti italiani, che rappresentarono il primo nucleo, seppur ancora molto ristretto, di lavoratori italiani in Brasile.
La prima grande ondata migratoria dalla Penisola al Sudamerica (e in buona percentuale verso il Brasile) si manifestò nella seconda metà dell’Ottocento quando l’Italia era unita da pochi anni. Fu principalmente la miseria a spingere gli italiani a lasciare la propria terra per trovarne altra oltreoceano, soprattutto dopo la grande crisi agraria che colpì duramente la penisola nei primi anni postunitari. Dai 1.700 emigranti registrati nel 1872 si passò agli oltre 25mila nel 1888, attratti dall’avventura brasiliana in particolare dagli eventi che interessarono il Paese carioca in quel periodo. Nel 1871 infatti, la madrepatria portoghese emanò la legge che aboliva la schiavitù in patria e nelle colonie (nota come legge del «Ventre Libre») liberando di conseguenza il mercato del lavoro in particolare nel settore agrario allora in forte espansione. Alla chiamata risposero in particolar modo i contadini del Nord Italia, dal Piemonte al Friuli, spinti sull’orlo della fame dalla crisi agraria. L’attrazione verso quelle terre lontane dove grandi estensioni produttive si stavano sviluppando fu talmente forte da creare una nuova organizzazione del «mercato» migratorio tra le due nazioni. Esempio su tutti l’emigrazione sussidiata messa in atto da un emigrato trentino, Pietro Tabacchi. Emigrato negli anni Settanta del secolo XIX, aveva fatto fortuna con l’export di legname e con il commercio del caffè. La rapida espansione delle sue attività lo portò a compiere un viaggio nelle sue terre natali la fine di reclutare mano d’opera fidata tra gli agricoltori del Triveneto. Con sé, Tabacchi portò una «dote» di finanziamenti ottenuti dal governo dello stato di Espirito Santo che permettevano di garantire agli emigranti il viaggio pagato e non soltanto. Una volta sbarcati a Porto Alegre, gli emigranti veneti avrebbero avuto vitto e alloggio iniziali in cambio di un contratto di almeno un anno nelle coltivazioni del magnate italo-brasiliano. In più, al termine del periodo, i coloni avrebbero potuto acquistare appezzamenti a prezzo agevolato. L’idea di Tabacchi iniziò sotto i migliori auspici, ma solamente pochi anni dopo fallì a causa principalmente della durezza del clima e all’ammutinamento di gruppi di coloni insoddisfatti delle condizioni di lavoro. Nel 1902 il Governo italiano, per iniziativa del ministro Giulio Prinetti, mise al bando il sistema ideato dal trentino.
Nonostante le difficoltà come quelle incontrate nel primo periodo dell’emigrazione di massa degli italiani, alcune zone del Brasile (come il Rio Grande do Sul) furono profondamente segnate dalla presenza dei coloni del Nord della Penisola. Il paesaggio agricolo attorno agli insediamenti caratterizzati da dignitose casette in legno, mutò radicalmente per l’introduzione di colture e tecniche importate dagli italiani, in particolare la vite. Pur in mancanza di molti servizi fondamentali igienico sanitari e di un’adeguata struttura scolastica, i veneti con i lombardi i piemontesi e i friulani resero fertile e coltivata una terra precedentemente occupata da una fitta foresta tropicale. Il progressivo acquisto degli appezzamenti fece crescere negli anni una comunità di piccoli proprietari terrieri che riuscirono a raggiungere un relativo benessere nei luoghi fino a pochi anni prima caratterizzati dalla pratica della schiavitù.
Anche nel settore dell’industria, che in Brasile vide la luce nei primi anni del Novecento, gli immigrati italiani ebbero un ruolo preponderante nella crescita dell’economia della nazione. Principalmente concentrata nella provincia di San Paolo, la manifattura industriale vide l’occupazione di italo-brasiliani crescere fino a coprire il 90% della mano d’opera, alimentata da un flusso migratorio che rimase vivo per i primi decenni del secolo XX.
Nel 1935 un censimento indicò che gli italo-brasiliani avevano raggiunto la cifra ragguardevole di 3 milioni di persone. Una potenza oltre che economica, anche politica. Ancora molto legati alle vicende della madrepatria, gli italiani in Brasile approvarono l’opera del fascismo in Italia e all’estero, rispondendo alle esigenze della madrepatria non solo con le rimesse economiche, ma anche con donazioni come in occasione della guerra d’Etiopia. Per il regime l’accresciuta influenza degli italiani era una buona occasione per consolidare l’immagine del governo all’estero. Molti furono i gruppi fascisti (nel 1934 erano oltre 80) concentrati soprattutto a San Paolo, attraverso i quali dall’Italia giungevano sovvenzioni per le scuole italiane dove la dottrina fascista era materia di studio e per le dimostrazioni pubbliche sui progressi della madrepatria guidata dal Duce. Tale fu la presa che la nuova potenza europea ebbe in Sudamerica, che anche in Brasile nacque un partito di ispirazione fascista, l’AIB (Açao Integralista Brasilera) caratterizzata da molti aspetti mutuati dal regime fascista ma caratterizzata allo stesso tempo da una forte spinta unitaria e nazionalista. Il leader era Plinio Salgado, un giovane intellettuale anticomunista che raggruppò attorno a sé un gruppo di professionisti e studiosi affascinati dall’autoritarismo e dal nazionalismo d’Europa. Il partito da lui fondato, che usava il saluto romano e aveva una organizzazione paramilitare nelle «camicie verdi» fu inizialmente appoggiato sia dall’Ambasciata italiana che dall’astro nascente di Vetulio Vargas. Nel 1937 quest’ultimo prese il potere con un colpo di mano, appoggiato anche dall’AIB di Salgado, che fece inizialmente pensare ad un avvicinamento del Brasile ai regimi europei. Fu la guerra a cambiare completamente la situazione. L’Estado Novo, il Brasile autoritario di Vargas, rimase fuori dalla chiamata dell’Asse e nel 1942 si alleò agli Stati Uniti di Roosevelt. Per gli ex alleati dell’AIB fu l’inizio della fine e con loro furono colpiti anche gli italo-brasiliani considerati nemici in patria. I loro beni furono congelati, anche se restituiti appena dopo la fine del conflitto. Il flusso migratorio, arrestatosi durante gli anni bellici, prese una direzione idealmente contraria. Nel 1944 mise piede in Italia un contingente della «Força Expeditionaria Brasileira» che si unì agli Alleati nell’ultima fase della campagna d’Italia. Con le truppe arrivò anche un contingente dell’aviazione militare, il 1°Grupo de Aviaciòn de Caça, che si rese protagonista delle ultime incursioni aeree sulla Pianura Padana e su Milano.
L’ondata migratoria dall’Italia al Brasile riprese nei primi anni Cinquanta, pur meno massiccia e incisiva di quella di mezzo secolo prima. Il Brasile postbellico non era più la terra promessa che avevano cercato i contadini veneti, ma un paese che avrebbe vissuto una lunga crisi a causa del fallimento delle politiche agricole e industriali del Paese. La maggior parte dei nuovi immigrati italiani era infatti composta da operai che venivano chiamati in Brasile direttamente da aziende italiane che avevano impiantato sedi in diversi settori, tra cui quello meccanico.
A fermare il flusso migratorio tra Italia e Brasile furono le mutate condizioni socioeconomiche dei due Paesi a partire dagli anni Sessanta. L’Italia del miracolo economico entrava in una fase di piena industrializzazione mentre il Brasile entrava nella dittatura militare della cosiddetta Quinta repubblica nel clima di tensione internazionale della Guerra Fredda. Dagli anni Settanta in avanti il flusso dei migranti italiani si arrestò completamente ma quei rami cresciuti nei decenni lasciarono in terra carioca moltissimi semi.
Nel lungo periodo dell’emigrazione di massa tra i due Paesi, molte furono le figure di successo emerse dalla comunità italo-brasiliana. Alcune di queste ebbero una risonanza nazionale e in taluni casi anche al di fuori dei confini nazionali. Nei primi anni dell’emigrazione italiana spiccò la figura di Antonio Jannuzzi, uno scalpellino calabrese emigrato con la famiglia nel 1874. Dotato di talento particolare, riuscì ad inserirsi nel fermento della nuova Rio de Janeiro in campo edilizio con la grande rivoluzione urbanistica sul modello parigino. Apprezzato dagli architetti e dagli ingegneri, con la sua impresa di costruzioni firmò molti dei maestosi edifici costruiti alla fine del secolo XIX. Tra questi il Molinho Fluminense, l’Igreja Metodista e il Palacio do Barao di Rio Negro (1903) oltre a molti edifici sulle avenidas di Rio. Da emigrante che aveva assorbito le idee paternalistiche della fine del secolo cercò di opporsi a quella che ancora oggi rappresenta una piaga sociale caratteristica delle megalopoli brasiliane, la «favelizzazione». Jannuzzi cercò di costruire case e quartieri per lavoratori ma le vicende avverse che colpirono i suoi affari (un crollo in un suo grande cantiere fece 43 morti) portarono al fallimento di quell’esperimento all’avanguardia.
A cavallo tra il secolo XIX e il XX si impose la figura pubblica di un altro emigrante italiano, Pasquale Segreto. La sua fu una storia sfavillante, che riempì le pagine dei giornali brasiliani dell’epoca. Nato in provincia di Salerno, nel 1883 lasciò l’Italia per il Brasile accettando il primo umile lavoro di strillone. Avvicinatosi all’ambiente dello spettacolo, fu testimone delle dimostrazioni dei fratelli Lumières nella capitale carioca. Grazie al suo spirito di iniziativa e all’inclinazione al rischio, fu in grado di ottenere la concessione per la riproduzione delle pellicole dei pionieri francesi, fondando il primo cinematografo di Rio de Janeiro, il «Salao de Novidades de Paris». Il successo che ebbe la prima sala fu il trampolino di lancio per una grande avventura imprenditoriale e in pochi anni fu proprietario di sale in tutto il Brasile, oltre che produttore teatrale nell’epoca d’oro della rivista. Una curiosità legata a Segreto: appassionato di cultura orientale conosciuta durante la sua attività di imprenditore dello spettacolo, fu il primo ad importare in Brasile l’antica arte marziale giapponese del Ju-Jitsu.
Il più conosciuto e ammirato di tutti gli italo-brasiliani di successo fu certamente Francesco Matarazzo. Un aneddoto sintetizza quanto importante divenne agli occhi del popolo carioca: si narra che i genitori brasiliani degli anni trenta e quaranta rispondessero ai figli che chiedevano loro troppo denaro con la frase «non siamo mica Matarazzo!». La fortuna di tycoon dell’italo-brasiliano nacque da un barile di lardo. Era tutto ciò che aveva quando lasciò la famiglia di piccoli proprietari terrieri di Castellabate (Salerno) assieme ai fratelli. Durante il viaggio il carico della nave andò perduto, ma non il suo spirito di cercatore indefesso di fortuna. Iniziò la costruzione del suo impero nella cittadina di Sorocaba nei pressi di San Paolo, dove mosse i primi passi con l’importazione di grano dagli Stati Uniti, mentre il fratello ampliava l’attività con una fabbrica di lardo a Porto Alegre. Presto si unirono a lui altri 41 italo-brasiliani come soci di quello che sarebbe diventato uno dei gruppi industriali più floridi del Sudamerica dei primi anni del Novecento. Capace di costruire un’economia di scala, diversificò la produzione che spaziava dal frumento ai contenitori per alimenti, al tessile. Nel 1911 le filiali coprivano tutto il continente americano, con circa 200 società collegate. Con lo scoppio della Grande Guerra Matarazzo guadagnò fama anche in Italia, inviando aiuti in denaro e alimenti, tanto che fu insignito di medaglia dal governo italiano e del titolo di Conte da Vittorio Emanuele III. Nel primo dopoguerra il suo business si ingrandì ulteriormente, accanto alla nomina di primo presidente degli industriali della provincia di San Paolo. Quando morì nel 1937 per un attacco di uremia, Francesco Marrazzo era l’uomo più ricco del Brasile. Sopra di lui soltanto i bilanci della provincia paulista.
Continua a leggereRiduci
L’Italia è il quindicesimo partner commerciale del Brasile per esportazioni. I rapporti tra i due Paesi sono sempre stati molto floridi, anche ora che è tornata l’amministrazione Lula.Storia e storie degli italo-brasiliani: gli emigranti che fecero grande il Paese e l'eredità culturale ed economica di una delle più grandi comunità etniche del Sudamerica.Lo speciale contiene due articoli. Secondo l’associazione delle camere di commercio italiane all’estero, Il commercio bilaterale con il Brasile-Italia vale 5478,9 miliardi di dollari (l’ultimo dato è aggiornato alla fine del 2021). In particolare, due anni fa, c’è stata una crescita delle importazioni dal Brasile del 34,4% e le esportazioni brasiliane, invece, hanno avuto una crescita del 26,4% rispetto al 2020, particolarmente a causa della ripresa dell’economia dopo la fase più acuta della pandemia. I principali settori con le maggiori importazioni dal Brasile nel 2021 sono stati l’industria manifatturiera (per 5,4 miliardi di dollari), l’agricoltura (29,5 milioni di dollari) e altri prodotti (4,27 milioni di dollari).In dettaglio, sono da segnalare le importazioni dal Brasile verso l’Italia di parti e accessori per autoveicoli e relativi motori che hanno avuto un valore Fob (dall’inglese “free on board”, che corrisponde al prezzo di mercato alla frontiera del paese esportatore) di 424 milioni di dollari, con un incremento del 75,20% rispetto al 2020. I motori a pistoni e i loro componenti avevano quindi un valore Fob di 323 milioni di dollari, in aumento del 69,11% rispetto al 2020. Lo stesso vale per i medicinali e prodotti farmaceutici diversi dai veterinari che hanno un valore 276 milioni, in aumento del 21,59% su base annua. I principali settori con le maggiori esportazioni dal Brasile nel 2021 sono stati l’industria manifatturiera (2,2 milioni di dollari), l’agricoltura (928 milioni di dollari), l’industria estrattiva (662 milioni di dollari) e altri prodotti (35,3 milioni di dollari).Tra queste spiccano le esportazioni di cellulosa, con un valore di 383 milioni di dollari, in crescita del 24,79% rispetto all’anno precedente; Il caffè tostato (477 milioni di dollari), in aumento del 14,38% rispetto al 2020, la soia (382milioni), in crescita dell’81,04% rispetto al 2020, Il ferro e i suoi concentrati 412 milioni di dollari), una crescita record del 169,28%. Non stupisce, insomma, che le aziende italiano che fanno affari “verdeoro” non manchino. Alcune di queste sono tra le più storiche per il Belpaese come Tim, Pirelli, Stellantis, Enel, Ferrero, Leonardo, Fincantieri, Luxottica, Bonfiglioli, Prada, Armani, Valentino, Intesa San Paolo, Unicredit, Generali, Alitalia, Eataly, Barilla, Campari, Illy e Almaviva e Magnaghi Aeronautica. Alcune di queste hanno interi stabilimenti che danno lavoro a migliaia di lavoratori. Luxottica, ad esempio, è presente in Brasile dall'inizio degli anni Novanta. Possiede uno stabilimento produttivo a Campinas, un polo logistico a Jundiai e distribuisce in tutto il Paese. Barilla è presente in Brasile dal 1995 e produce e distribuisce i suoi prodotti in seguito alla firma di un accordo con la società Santista Alimentos.Che dire poi di Tim Brasil, controllata del gruppo Tim, che ha chiuso il 2022 ricavi in crescita del 19,5%, a quota 21,6 miliardi di reais, pari a 3,6 miliardi di euro, superando le stime degli analisti. L’ebitda è salito del 17,2%, superando i 10,2 miliardi di reais (1,79 miliardi di euro), con una marginalità pari al 47,4% del fatturato, ai vertici del settore.Tra le aziende italiane che hanno da sempre interessi in Brasile non può mancare la Fiat, oggi Stellantis. Il gruppo italo francese ha raggiunto la quota di mercato record del 32,3% nel primo semestre 2023 con la sola Fiat che vale il 22% del mercato. Il gruppo ha uno stabilimento a Goiana che dà lavoro a 13.000 persone.Pirelli è invece tra le aziende italiane una di quelle che sta da più tempo in Brasile. Il gruppo è presente in loco dal 1929, da quando cioè la società ha comprato la Conac - Companhia Nacional de Artefactos de Cobre, piccola società brasiliana operante nel settore dei conduttori elettrici con sede a San Bernardo, non lontano da San Paolo. Oggi il settore Pneumatici Pirelli produce in Brasile oltre 18 milioni di pneumatici l'anno, impiegando circa 6200 dipendenti nelle sei fabbriche del Paese. Il settore Cavi e Sistemi Pirelli detiene in Brasile quattro fabbriche -tutte nello Stato di San Paolo, circa 1.000 dipendenti in totale- che operano nella produzione di cavi e sistemi sia energia sia telecomunicazioni. Infine, a Feira de Santana, nello stato di Bahia, a un centinaio di chilometri dalla capitale Salvador de Bahia, Pirelli è dal 1986 attiva nella produzione di pneumatici.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-brasile-commercio-2665875475.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="italo-brasiliani-dalla-fatica-dei-campi-al-successo-nell-impresa" data-post-id="2665875475" data-published-at="1696957502" data-use-pagination="False"> Italo-brasiliani. Dalla fatica dei campi al successo nell'impresa Secondo fonti ufficiali, ad oggi sarebbero circa 30 milioni i cittadini brasiliani di origini italiane con una discendenza calcolata in almeno uno dei parenti più prossimi. I rami di un grande albero, cresciuto dalle prime radici che attecchirono saldamente in quella terra al di là dell’oceano a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.L’avventura della comunità italiana in Brasile iniziò anche prima dell’Unità d’Italia, seppur non in modo così massiccio come fu la grande ondata tra i secoli XIX e XX. Nel Regno delle Due Sicilie ebbe modo di promuovere l’immigrazione verso il Brasile l’allora reggente di quelle terre ancora per la maggior parte selvagge, Teresa Cristina di Borbone, sul trono dal 1843 al 1889 fino all’avvento della Prima repubblica. La sovrana, che si distinse per finezza intellettuale e pratica del mecenatismo, fece di Rio de Janeiro un polo della cultura mondiale e una metropoli rinnovata nell’urbanistica che richiamava i gusti della capitale più amata dell’epoca, Parigi. A Rio Teresa Cristina chiamò alla sua corte molti pittori scultori ed architetti italiani, che rappresentarono il primo nucleo, seppur ancora molto ristretto, di lavoratori italiani in Brasile. La prima grande ondata migratoria dalla Penisola al Sudamerica (e in buona percentuale verso il Brasile) si manifestò nella seconda metà dell’Ottocento quando l’Italia era unita da pochi anni. Fu principalmente la miseria a spingere gli italiani a lasciare la propria terra per trovarne altra oltreoceano, soprattutto dopo la grande crisi agraria che colpì duramente la penisola nei primi anni postunitari. Dai 1.700 emigranti registrati nel 1872 si passò agli oltre 25mila nel 1888, attratti dall’avventura brasiliana in particolare dagli eventi che interessarono il Paese carioca in quel periodo. Nel 1871 infatti, la madrepatria portoghese emanò la legge che aboliva la schiavitù in patria e nelle colonie (nota come legge del «Ventre Libre») liberando di conseguenza il mercato del lavoro in particolare nel settore agrario allora in forte espansione. Alla chiamata risposero in particolar modo i contadini del Nord Italia, dal Piemonte al Friuli, spinti sull’orlo della fame dalla crisi agraria. L’attrazione verso quelle terre lontane dove grandi estensioni produttive si stavano sviluppando fu talmente forte da creare una nuova organizzazione del «mercato» migratorio tra le due nazioni. Esempio su tutti l’emigrazione sussidiata messa in atto da un emigrato trentino, Pietro Tabacchi. Emigrato negli anni Settanta del secolo XIX, aveva fatto fortuna con l’export di legname e con il commercio del caffè. La rapida espansione delle sue attività lo portò a compiere un viaggio nelle sue terre natali la fine di reclutare mano d’opera fidata tra gli agricoltori del Triveneto. Con sé, Tabacchi portò una «dote» di finanziamenti ottenuti dal governo dello stato di Espirito Santo che permettevano di garantire agli emigranti il viaggio pagato e non soltanto. Una volta sbarcati a Porto Alegre, gli emigranti veneti avrebbero avuto vitto e alloggio iniziali in cambio di un contratto di almeno un anno nelle coltivazioni del magnate italo-brasiliano. In più, al termine del periodo, i coloni avrebbero potuto acquistare appezzamenti a prezzo agevolato. L’idea di Tabacchi iniziò sotto i migliori auspici, ma solamente pochi anni dopo fallì a causa principalmente della durezza del clima e all’ammutinamento di gruppi di coloni insoddisfatti delle condizioni di lavoro. Nel 1902 il Governo italiano, per iniziativa del ministro Giulio Prinetti, mise al bando il sistema ideato dal trentino. Nonostante le difficoltà come quelle incontrate nel primo periodo dell’emigrazione di massa degli italiani, alcune zone del Brasile (come il Rio Grande do Sul) furono profondamente segnate dalla presenza dei coloni del Nord della Penisola. Il paesaggio agricolo attorno agli insediamenti caratterizzati da dignitose casette in legno, mutò radicalmente per l’introduzione di colture e tecniche importate dagli italiani, in particolare la vite. Pur in mancanza di molti servizi fondamentali igienico sanitari e di un’adeguata struttura scolastica, i veneti con i lombardi i piemontesi e i friulani resero fertile e coltivata una terra precedentemente occupata da una fitta foresta tropicale. Il progressivo acquisto degli appezzamenti fece crescere negli anni una comunità di piccoli proprietari terrieri che riuscirono a raggiungere un relativo benessere nei luoghi fino a pochi anni prima caratterizzati dalla pratica della schiavitù. Anche nel settore dell’industria, che in Brasile vide la luce nei primi anni del Novecento, gli immigrati italiani ebbero un ruolo preponderante nella crescita dell’economia della nazione. Principalmente concentrata nella provincia di San Paolo, la manifattura industriale vide l’occupazione di italo-brasiliani crescere fino a coprire il 90% della mano d’opera, alimentata da un flusso migratorio che rimase vivo per i primi decenni del secolo XX. Nel 1935 un censimento indicò che gli italo-brasiliani avevano raggiunto la cifra ragguardevole di 3 milioni di persone. Una potenza oltre che economica, anche politica. Ancora molto legati alle vicende della madrepatria, gli italiani in Brasile approvarono l’opera del fascismo in Italia e all’estero, rispondendo alle esigenze della madrepatria non solo con le rimesse economiche, ma anche con donazioni come in occasione della guerra d’Etiopia. Per il regime l’accresciuta influenza degli italiani era una buona occasione per consolidare l’immagine del governo all’estero. Molti furono i gruppi fascisti (nel 1934 erano oltre 80) concentrati soprattutto a San Paolo, attraverso i quali dall’Italia giungevano sovvenzioni per le scuole italiane dove la dottrina fascista era materia di studio e per le dimostrazioni pubbliche sui progressi della madrepatria guidata dal Duce. Tale fu la presa che la nuova potenza europea ebbe in Sudamerica, che anche in Brasile nacque un partito di ispirazione fascista, l’AIB (Açao Integralista Brasilera) caratterizzata da molti aspetti mutuati dal regime fascista ma caratterizzata allo stesso tempo da una forte spinta unitaria e nazionalista. Il leader era Plinio Salgado, un giovane intellettuale anticomunista che raggruppò attorno a sé un gruppo di professionisti e studiosi affascinati dall’autoritarismo e dal nazionalismo d’Europa. Il partito da lui fondato, che usava il saluto romano e aveva una organizzazione paramilitare nelle «camicie verdi» fu inizialmente appoggiato sia dall’Ambasciata italiana che dall’astro nascente di Vetulio Vargas. Nel 1937 quest’ultimo prese il potere con un colpo di mano, appoggiato anche dall’AIB di Salgado, che fece inizialmente pensare ad un avvicinamento del Brasile ai regimi europei. Fu la guerra a cambiare completamente la situazione. L’Estado Novo, il Brasile autoritario di Vargas, rimase fuori dalla chiamata dell’Asse e nel 1942 si alleò agli Stati Uniti di Roosevelt. Per gli ex alleati dell’AIB fu l’inizio della fine e con loro furono colpiti anche gli italo-brasiliani considerati nemici in patria. I loro beni furono congelati, anche se restituiti appena dopo la fine del conflitto. Il flusso migratorio, arrestatosi durante gli anni bellici, prese una direzione idealmente contraria. Nel 1944 mise piede in Italia un contingente della «Força Expeditionaria Brasileira» che si unì agli Alleati nell’ultima fase della campagna d’Italia. Con le truppe arrivò anche un contingente dell’aviazione militare, il 1°Grupo de Aviaciòn de Caça, che si rese protagonista delle ultime incursioni aeree sulla Pianura Padana e su Milano. L’ondata migratoria dall’Italia al Brasile riprese nei primi anni Cinquanta, pur meno massiccia e incisiva di quella di mezzo secolo prima. Il Brasile postbellico non era più la terra promessa che avevano cercato i contadini veneti, ma un paese che avrebbe vissuto una lunga crisi a causa del fallimento delle politiche agricole e industriali del Paese. La maggior parte dei nuovi immigrati italiani era infatti composta da operai che venivano chiamati in Brasile direttamente da aziende italiane che avevano impiantato sedi in diversi settori, tra cui quello meccanico.A fermare il flusso migratorio tra Italia e Brasile furono le mutate condizioni socioeconomiche dei due Paesi a partire dagli anni Sessanta. L’Italia del miracolo economico entrava in una fase di piena industrializzazione mentre il Brasile entrava nella dittatura militare della cosiddetta Quinta repubblica nel clima di tensione internazionale della Guerra Fredda. Dagli anni Settanta in avanti il flusso dei migranti italiani si arrestò completamente ma quei rami cresciuti nei decenni lasciarono in terra carioca moltissimi semi. Nel lungo periodo dell’emigrazione di massa tra i due Paesi, molte furono le figure di successo emerse dalla comunità italo-brasiliana. Alcune di queste ebbero una risonanza nazionale e in taluni casi anche al di fuori dei confini nazionali. Nei primi anni dell’emigrazione italiana spiccò la figura di Antonio Jannuzzi, uno scalpellino calabrese emigrato con la famiglia nel 1874. Dotato di talento particolare, riuscì ad inserirsi nel fermento della nuova Rio de Janeiro in campo edilizio con la grande rivoluzione urbanistica sul modello parigino. Apprezzato dagli architetti e dagli ingegneri, con la sua impresa di costruzioni firmò molti dei maestosi edifici costruiti alla fine del secolo XIX. Tra questi il Molinho Fluminense, l’Igreja Metodista e il Palacio do Barao di Rio Negro (1903) oltre a molti edifici sulle avenidas di Rio. Da emigrante che aveva assorbito le idee paternalistiche della fine del secolo cercò di opporsi a quella che ancora oggi rappresenta una piaga sociale caratteristica delle megalopoli brasiliane, la «favelizzazione». Jannuzzi cercò di costruire case e quartieri per lavoratori ma le vicende avverse che colpirono i suoi affari (un crollo in un suo grande cantiere fece 43 morti) portarono al fallimento di quell’esperimento all’avanguardia. A cavallo tra il secolo XIX e il XX si impose la figura pubblica di un altro emigrante italiano, Pasquale Segreto. La sua fu una storia sfavillante, che riempì le pagine dei giornali brasiliani dell’epoca. Nato in provincia di Salerno, nel 1883 lasciò l’Italia per il Brasile accettando il primo umile lavoro di strillone. Avvicinatosi all’ambiente dello spettacolo, fu testimone delle dimostrazioni dei fratelli Lumières nella capitale carioca. Grazie al suo spirito di iniziativa e all’inclinazione al rischio, fu in grado di ottenere la concessione per la riproduzione delle pellicole dei pionieri francesi, fondando il primo cinematografo di Rio de Janeiro, il «Salao de Novidades de Paris». Il successo che ebbe la prima sala fu il trampolino di lancio per una grande avventura imprenditoriale e in pochi anni fu proprietario di sale in tutto il Brasile, oltre che produttore teatrale nell’epoca d’oro della rivista. Una curiosità legata a Segreto: appassionato di cultura orientale conosciuta durante la sua attività di imprenditore dello spettacolo, fu il primo ad importare in Brasile l’antica arte marziale giapponese del Ju-Jitsu.Il più conosciuto e ammirato di tutti gli italo-brasiliani di successo fu certamente Francesco Matarazzo. Un aneddoto sintetizza quanto importante divenne agli occhi del popolo carioca: si narra che i genitori brasiliani degli anni trenta e quaranta rispondessero ai figli che chiedevano loro troppo denaro con la frase «non siamo mica Matarazzo!». La fortuna di tycoon dell’italo-brasiliano nacque da un barile di lardo. Era tutto ciò che aveva quando lasciò la famiglia di piccoli proprietari terrieri di Castellabate (Salerno) assieme ai fratelli. Durante il viaggio il carico della nave andò perduto, ma non il suo spirito di cercatore indefesso di fortuna. Iniziò la costruzione del suo impero nella cittadina di Sorocaba nei pressi di San Paolo, dove mosse i primi passi con l’importazione di grano dagli Stati Uniti, mentre il fratello ampliava l’attività con una fabbrica di lardo a Porto Alegre. Presto si unirono a lui altri 41 italo-brasiliani come soci di quello che sarebbe diventato uno dei gruppi industriali più floridi del Sudamerica dei primi anni del Novecento. Capace di costruire un’economia di scala, diversificò la produzione che spaziava dal frumento ai contenitori per alimenti, al tessile. Nel 1911 le filiali coprivano tutto il continente americano, con circa 200 società collegate. Con lo scoppio della Grande Guerra Matarazzo guadagnò fama anche in Italia, inviando aiuti in denaro e alimenti, tanto che fu insignito di medaglia dal governo italiano e del titolo di Conte da Vittorio Emanuele III. Nel primo dopoguerra il suo business si ingrandì ulteriormente, accanto alla nomina di primo presidente degli industriali della provincia di San Paolo. Quando morì nel 1937 per un attacco di uremia, Francesco Marrazzo era l’uomo più ricco del Brasile. Sopra di lui soltanto i bilanci della provincia paulista.
Il presidente Usa Donald Trump è atterrato a Pechino per un vertice con Xi Jinping. Si tratta della prima visita di un presidente americano in Cina da quasi un decennio, in un incontro volto a ridurre le tensioni tra le due superpotenze.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è arrivato a Pechino, dove è atteso per un vertice di alto profilo con il leader cinese Xi Jinping. L’incontro si inserisce in un contesto di forti tensioni tra Washington e Pechino e punta ad avviare un confronto diretto tra le due principali potenze globali.
Si tratta della prima visita di un presidente americano in Cina dopo quasi dieci anni, un passaggio considerato significativo sul piano diplomatico. Trump è atterrato all’aeroporto internazionale della capitale cinese a bordo dell’Air Force One, dando così avvio a una missione osservata con grande attenzione dalla comunità internazionale. All’arrivo a Pechino, Trump è stato accolto dal vice presidente cinese Han Zheng in una cerimonia sulla pista dell’aeroporto, tra tappeto rosso, saluti ufficiali e la presenza di una delegazione di bambini. Subito dopo lo sbarco dall’Air Force One, il tycoon ha stretto la mano al suo omologo cinese e ha ricevuto un omaggio floreale prima di salire sulla limousine presidenziale.
Sul piano geopolitico, da Pechino è arrivato un messaggio di apertura alla collaborazione: il ministero degli Esteri ha parlato di una volontà di «gestire le divergenze e ampliare la cooperazione» con Washington. Un clima che si inserisce in un contesto internazionale teso, segnato anche dalle dichiarazioni provenienti dall’Iran, dove un portavoce militare ha ipotizzato un possibile aumento dell’arricchimento dell’uranio fino al 90% in caso di nuova escalation. Secondo alcune indiscrezioni rilanciate dai media statunitensi, inoltre, l’amministrazione americana starebbe valutando nuove opzioni operative in caso di fallimento delle attuali trattative, con l’ipotesi di una ridefinizione delle operazioni militari legate allo scenario iraniano. Sullo sfondo, l’agenda della visita di Trump a Pechino include anche colloqui sul Medio Oriente e sulla questione di Taiwan, dossier centrali nei rapporti tra le due superpotenze.
Continua a leggereRiduci
Friedrich Merz (Ansa)
Davanti a lui, a Berlino, i 400 delegati sindacali fremono, contestano e rimandano al mittente la ricetta; nessuna voglia di lacrime e sangue dopo 30 anni di benessere diffuso. La scena mai vista prima nella storia è il fulcro dello speech del cancelliere al congresso della Federazione dei Sindacati (Dgb) e segna due punti critici: il no alle riforme e il crollo della popolarità dopo solo un anno di governo.
«Aumentare la produttività, diminuire l’assenteismo, riformare la Sanità pubblica, tagliare le pensioni». Lo scenario molto italiano (do you remember la stagione Mario Monti?) fa sanguinare le orecchie di chi ascolta. Ma la verità di Merz non può aspettare oltre. «Abbiamo fallito nel modernizzare il nostro Paese, adesso ne paghiamo le conseguenze. La sfida più difficile sarà la riforma del sistema pensionistico obbligatorio. La commissione di esperti incaricata presenterà le sue proposte fra qualche settimana, le decisioni arriveranno in estate. Un lavoratore non può sostenere il costo di due pensionati. Nulla di tutto ciò è dovuto a cattiveria da parte mia o del governo federale, si tratta semplicemente di demografia e matematica. I problemi strutturali rimandati per anni si sono aggravati».
In una tumultuosa mattina di maggio la Germania scende definitivamente dal piedistallo. E scopre che le otto ore giornaliere di lavoro sono poche (la proposta è di arrivare a 12 con compensazioni settimanali), che la leggendaria produttività è crollata a livelli mediterranei. E che, come sottolinea un Merz sempre più in imbarazzo, «gli alti costi e la burocrazia stanno danneggiando le imprese mettendo a rischio i posti di lavoro e la prosperità delle generazioni future». Per i rappresentanti dei lavoratori è uno shock senza precedenti. Da sempre favorevoli alle riforme nei convegni, nei Paesi ad alto tasso di sviluppo i sindacati di ogni latitudine sono i garanti dell’immobilismo, del corporativismo, del privilegio. Così, dopo avere dormito sugli allori, fischiano, urlano e andranno in piazza.
Dopo due anni di recessione, gli indicatori hanno fatto segnare una crescita troppo flebile per essere rassicurante. E la prima conseguenza del giro di vite annunciato a Berlino è il crollo dei consensi. L’ultimo sondaggio Forsa, pubblicato dalla Bild, è una sentenza: dopo soli 12 mesi di governo la coalizione annaspa, con i conservatori di Cdu-Csu al 22% e i socialisti di Spd (responsabili del ballo sul Titanic) al 12%. Tutto ciò mentre Alternative für Deutschland vola al 27%. A livello personale Merz è al 13%. Commento dei sondaggisti: «Ci sono stati picchi negativi anche per i cancellieri precedenti, ma che qualcuno scendesse sotto il 15% non si era mai visto. I partiti di governo hanno perso un terzo della loro già risicata sostanza, un altro dato mai visto».
Sembra uno scherzo della nemesi. Qualche giorno fa il cancelliere, che a differenza di molti suoi colleghi ha il pregio di dire ciò che pensa (più o meno come Giancarlo Giorgetti), ha dichiarato con aria depressa: «Mi capita di svegliarmi la mattina e chiedermi se questo non sia solo un brutto sogno». La locomotiva si è fermata su un binario morto per quattro motivi sotto gli occhi di tutti, che riguardano anche la geopolitica internazionale.
Ecco i pilastri della prosperità che oggi vacillano. 1) La sovranità energetica è un ricordo, il gas russo a basso costo non c’è più e l’attentato angloamericano al Nordstream 2 (con manovalanza ucraina) ha dato il colpo di grazia; 2) l’ombrello militare americano sta sparendo per via del disimpegno di Donald Trump e gli investimenti sono concentrati sulla difesa (1.000 miliardi); 3) la potenza esclusivamente economica mostra la corda per il crollo delle esportazioni e dell’automotive; 4) la supremazia politica nei confronti dell’Unione europea con diktat di indirizzo (regole draconiane per gli altri, solo sviluppo per Berlino) è diventata un boomerang. A tal punto che il Bundestag ha dovuto sconfessare l’amato Patto di stabilità e iniziare la stagione del debito, sconfessando le strategie di Angela Merkel e del falco Wolfgang Schauble.
Gli errori a ripetizione sul Green deal alla base del suicidio energetico (rinnovabili) e di quello industriale (auto elettriche) hanno fatto il resto. Con l’ottusa complicità di Ursula von del Leyen, peraltro teleguidata da Berlino mentre si gettava dal balcone. Come va ripetendo da anni Alberto Bagnai, «i tedeschi non tornano indietro solo per non ammettere di avere sbagliato, esattamente come 85 anni fa». Questa volta hanno tagliato il ramo sul quale erano seduti. E le bordate di fischi dei sindacati a Merz hanno il rumore di un tonfo.
Continua a leggereRiduci
Keir Starmer (Ansa)
Lui, per ora, resiste, attaccandosi a un cavillo: per farlo fuori da segretario serve che il 20% dei deputati lo sfiduci e candidino un altro leader. Come numeri ci siamo, ma formalmente non sarebbe stata ancora avviata la procedura formale prevista dallo statuto. E il soldato Keir, finché non lo mandano a casa dalla guida del partito, non esce neppure dal bunker del governo.
Starmer ha riunito il suo governo alle 10 del mattino e raccontano che sia stata una riunione tesa, con alcuni ministri che manco guardavano negli occhi il premier, arrabbiato perché anche i suoi alleati più fedeli da due giorni gli stavano consigliando di annunciare la data delle dimissioni, se non altro per placare le acque. Ma questa soluzione a Starmer non piace perché teme che gli sia concesso solo il tempo necessario a uno dei suoi possibili rivali di partito, il popolarissimo sindaco di Manchester Andy Burnham, per ottenere un seggio alle suppletive (basterebbe far dimettere un fedelissimo), tornare deputato (come da regolamento) e poi soffiargli la segreteria.
Mentre faceva tutti questi calcoli, il premier veniva mollato da quattro membri del governo: tre donne e un figlio di immigrati. Se ne sono andate Alex Davies-Jones, ministro per le Vittime e la violenza contro donne e ragazze, Jess Phillips, ministro per la Tutela dei minori, e Miatta Fahnbulleh, ministro per le Comunità. E a fine pomeriggio molla anche un pezzo da novanta come il vice della Salute, Zubir Ahmed, chirurgo, cinque figli, scozzese di nascita e figlio di un tassista pakistano. Ahmed era il simbolo del tentativo di rimettere in piedi la sanità pubblica, ma ieri se n’è andato scrivendo a Starmer: «È chiaro ormai da un po’ di giorni che la gente ha irrimediabilmente perso fiducia in te come primo ministero». Meno duro, ma comunque micidiale, l’addio per lettera di una fedelissima come Jess Phillips: «Sei una brava persona, ma ho toccato con mano che questo non basta». E poi gli spiega chiaramente che il suo tempo è finito quando aggiunge: «Non vedo quel cambiamento che volevo e quindi non posso continuare a fare il ministro sotto l’attuale leadership». Mentre l’ex collega Miatta Fahnbulleh, economista e liberiana di nascita, invitava il premier a «organizzare una transizione ordinata». Transizione che al momento il premier non ha nessuna intenzione di assecondare. Anche se l’Economist, per dire, ieri pomeriggio lo dava già per perso («Sir Starmer is on the way out») e il Guardian si divertiva a dedicare il suo approfondimento del giorno al seguente tema: «Perché tutti odiano Keir Starmer?».
Con i sondaggi che danno sempre il partito di Nigel Farage dieci punti sopra il Labour, si può provare a spiegare questa crisi, con il partito spaccato in due. Il motivo più immediato è la sconfitta elettorale rimediata la scorsa settimana, con i laburisti che hanno perso 1.500 consiglieri nelle elezioni locali in Inghilterra e che hanno ceduto il Galles, oltre ad aver registrato il peggior risultato di sempre al Parlamento scozzese. E poi c’è lo scandalo per la disgraziata nomina ad ambasciatore Usa di un vecchio arnese come Peter Mandelson, travolto dallo scandalo Epstein. Molti deputati laburisti, quando hanno scoperto i legami dell’ex ministro con il finanziere pedofilo, si sono rivoltati con Starmer. E forse non è un caso che tre ministri dimessi su quattro siano donne, più restie a perdonare certi comportamenti. La Phillips, ministro per la Tutela dei minori, non ci è passata sopra: «La saga di Mandelson quando è venuta a galla ha spinto il premier ad agire per renderci più credibili (su quei temi, ndr). Io non perderò mai l’occasione di una crisi per portare a casa progressi in favore delle donne e delle ragazze e quindi sono state fatte richieste e alcune sono state soddisfatte».
Se la giornata campale di Starmer e del suo governo non ha toccato più di tanto sterlina e Borsa, che hanno chiuso sostanzialmente invariate, i titoli pubblici a 10 anni sono saliti al 5,1% di rendimento, ovvero sui massimi dal luglio 2008, mentre i rendimenti delle obbligazioni trentennali sono schizzati al 5,8%, record dal lontano 1998. I mercati temono che un nuovo leader laburista non sappia fare a meno, per vincere, di promettere un aumento della spesa pubblica. Oppure che metta nuove tasse. Chi possa prendere il posto di Starmer, ammesso che non sia necessario mandargli il notaio del partito per schiodarlo dall’ufficio, non è ancora chiaro. Il rivale che teme di più è il sindaco di Manchester, Burnham (56 anni) , ma il premier si guarda le spalle anche dal rampante ministro della Salute Wes Streeting (43 anni), ala destra del partito e con un solo handicap: è anche lui vicino a Mandelson. Oggi Starmer e Streeting si incontreranno, dopo che ieri non si sono quasi rivolti la parola.
Continua a leggereRiduci
(IStock)
Come quella di Marco Cavaleri, direttore del dipartimento rischi per la salute pubblica e della task force emergenze dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema), pubblicata ieri su Repubblica. «I vaccini a mRna messi a punto contro il Covid stimolano meglio il sistema immunitario», ha sostenuto il già responsabile dell’area vaccini e prevenzione delle malattie infettive dell’agenzia europea.
Un’affermazione in netto contrasto con la ricerca di coorte pubblicata su The Lancet nel febbraio 2022 e basata sui registri dell’intera popolazione svedese, che dimostrò come l’efficacia pratica dei vaccini Covid contro l’infezione sintomatica fosse svanita nel tempo, passando dal 92% nei giorni da 15 a 30 dopo la 2° dose fino alla perdita di efficacia significativa a partire dai 7 mesi.
In Italia, una pubblicazione dell’Istituto superiore di sanità (Iss) sul British Medical Journal (BMJ) nel febbraio 2022, mostrava come nell’arco di 8-9 mesi anche nella media della popolazione italiana di età 40-59 anni la protezione dei vaccinati con 2 dosi scendeva appena sopra al livello dei non vaccinati, e dai 60 anni in poi addirittura sotto a quel livello. Un declino anche maggiore si è avuto nella popolazione ad alto rischio, con una discesa di un significativo -44% sotto al livello dei non vaccinati, a 8-9 mesi dalla 2° dose.
Nel Regno Unito, prendendo in esame le settimane dalla 36° del 2021 alla 13° 2022, la crescita di infezioni tra i vaccinati è stata impressionante, fino al +275% degli ultimi sette giorni resi disponibili. Poi, la Uk Health Security Agency comunicò di non pubblicare più questa tabella; però intanto, per chi voleva capire, era evidente che la protezione non solo calava ma diventava negativa.
La Commissione medico-scientifica indipendente (Cmsi) ha cercato di comprendere il perché di questa inversione, non certo addebitabile a un allentamento delle precauzioni individuali, e l’ipotesi ritenuta più plausibile è che sia dovuta a un deterioramento del sistema immunitario. Un deterioramento che «andrebbe incluso tra gli effetti avversi molto gravi di queste vaccinazioni ripetute», fa notare da anni la Cmsi.
Pure in Italia, secondo i dati dell’Iss, ad esempio con 3 dosi i vaccinati tra 40 e 59 anni si infettarono rapidamente di più, fino a superare le infezioni dei non vaccinati entro aprile 2022, e arrivare alla prima settimana del 2023 a +70% di casi positivi rispetto ai non vaccinati. Quindi, già a gennaio-marzo 2022 era chiaro che i vaccini non riducevano affatto la trasmissione, anzi. Dopo poche settimane dall’ultima dose trasmettevano l’infezione più dei non vaccinati. Altro che vaccinazione che riduce un po’ la trasmissione del virus, come ha dichiarato in audizione l’ex dg dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Nicola Magrini.
Quindi, come si fa a proporre oggi ancora la narrazione che «i vaccini a mRna messi a punto contro il Covid stimolano meglio il sistema immunitario»? Non solo. Nell’audizione in commissione parlamentare d’inchiesta di Eugenio Serravalle, presidente dell’Associazione di studi e informazioni sulla salute, il medico ha evidenziato i danni provocati alla popolazione in età pediatrica con la vaccinazione Covid.
Eppure, i segnali non mancavano. Nell’analisi retrospettiva nazionale su dati individuali di tutti i bambini italiani (3,6 milioni) pubblicata su The Lancet e relativa all’efficacia del vaccino BNT162b2 contro l’infezione da Sars-CoV-2 e il Covid-19 grave, con il monitoraggio dal 17 gennaio al 13 aprile 2022 si ammetteva che in fascia 5-11 anni i vaccini hanno efficacia pratica (Ve) inferiore rispetto ad altre età, e che la protezione dall’infezione scende al 38,7% tra 0 e 14 giorni dal completamento del ciclo primario, per calare al 21,2% «tra 43 e 84 giorni».
Serviva almeno a proteggere dal Covid grave? Niente affatto, si fermava al 41,1%. Invece, nel report esteso dell’Iss del 6 aprile 2022, i bambini tra 5-11 anni si infettavano il 21,6 % in più rispetto ai non vaccinati, non 21,2% in meno come si è fatto credere su Lancet. Se la vaccinazione Covid per i giovanissimi era inutile, mai abbastanza si parla degli eventi avversi che ha prodotto. Il dottor Serravalle ha citato diversi studi, ma soprattutto ha insistito sulla non attendibilità della farmacovigilanza passiva dell’Aifa che riporta una frequenza di segnalazioni più di 1.000 volte inferiore al sistema di monitoraggio v-safe gestito dai Cdc statunitensi.
«Serravalle ha spiegato che nelle persone in età pediatrica il rischio legato alla contrazione del virus era molto basso, ma nonostante ciò furono oggetto, dai 12 anni in su, della campagna vaccinale di massa impostata dall’allora governo», ha dichiarato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, ricordando che «attraverso il super green pass fu impedito a ragazzi molto giovani, “colpevoli” di non essere vaccinati, di poter svolgere attività sportive […] questa politica sproporzionata rispetto al beneficio atteso fu estremamente grave».
Intanto, il gup di Roma ha dichiarato il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione per l’ex numero due dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ed ex direttore generale del ministero della Salute Ranieri Guerra, per l’allora direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute Giuseppe Ruocco e per la dirigente del ministero della Salute Maria Grazia Pompa. La decisione riguarda lo stralcio delle indagini, trasmesse dai pm di Bergamo e Brescia per competenza territoriale nella capitale, relative al piano pandemico e alla gestione dell’emergenza Covid.
Continua a leggereRiduci