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2023-10-11
Tutte le aziende italiane che piacciono al Brasile
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Secondo l’associazione delle camere di commercio italiane all’estero, Il commercio bilaterale con il Brasile-Italia vale 5478,9 miliardi di dollari (l’ultimo dato è aggiornato alla fine del 2021). In particolare, due anni fa, c’è stata una crescita delle importazioni dal Brasile del 34,4% e le esportazioni brasiliane, invece, hanno avuto una crescita del 26,4% rispetto al 2020, particolarmente a causa della ripresa dell’economia dopo la fase più acuta della pandemia. I principali settori con le maggiori importazioni dal Brasile nel 2021 sono stati l’industria manifatturiera (per 5,4 miliardi di dollari), l’agricoltura (29,5 milioni di dollari) e altri prodotti (4,27 milioni di dollari).
In dettaglio, sono da segnalare le importazioni dal Brasile verso l’Italia di parti e accessori per autoveicoli e relativi motori che hanno avuto un valore Fob (dall’inglese “free on board”, che corrisponde al prezzo di mercato alla frontiera del paese esportatore) di 424 milioni di dollari, con un incremento del 75,20% rispetto al 2020. I motori a pistoni e i loro componenti avevano quindi un valore Fob di 323 milioni di dollari, in aumento del 69,11% rispetto al 2020. Lo stesso vale per i medicinali e prodotti farmaceutici diversi dai veterinari che hanno un valore 276 milioni, in aumento del 21,59% su base annua.
I principali settori con le maggiori esportazioni dal Brasile nel 2021 sono stati l’industria manifatturiera (2,2 milioni di dollari), l’agricoltura (928 milioni di dollari), l’industria estrattiva (662 milioni di dollari) e altri prodotti (35,3 milioni di dollari).
Tra queste spiccano le esportazioni di cellulosa, con un valore di 383 milioni di dollari, in crescita del 24,79% rispetto all’anno precedente; Il caffè tostato (477 milioni di dollari), in aumento del 14,38% rispetto al 2020, la soia (382milioni), in crescita dell’81,04% rispetto al 2020, Il ferro e i suoi concentrati 412 milioni di dollari), una crescita record del 169,28%.
Non stupisce, insomma, che le aziende italiano che fanno affari “verdeoro” non manchino. Alcune di queste sono tra le più storiche per il Belpaese come Tim, Pirelli, Stellantis, Enel, Ferrero, Leonardo, Fincantieri, Luxottica, Bonfiglioli, Prada, Armani, Valentino, Intesa San Paolo, Unicredit, Generali, Alitalia, Eataly, Barilla, Campari, Illy e Almaviva e Magnaghi Aeronautica. Alcune di queste hanno interi stabilimenti che danno lavoro a migliaia di lavoratori.
Luxottica, ad esempio, è presente in Brasile dall'inizio degli anni Novanta. Possiede uno stabilimento produttivo a Campinas, un polo logistico a Jundiai e distribuisce in tutto il Paese. Barilla è presente in Brasile dal 1995 e produce e distribuisce i suoi prodotti in seguito alla firma di un accordo con la società Santista Alimentos.
Che dire poi di Tim Brasil, controllata del gruppo Tim, che ha chiuso il 2022 ricavi in crescita del 19,5%, a quota 21,6 miliardi di reais, pari a 3,6 miliardi di euro, superando le stime degli analisti. L’ebitda è salito del 17,2%, superando i 10,2 miliardi di reais (1,79 miliardi di euro), con una marginalità pari al 47,4% del fatturato, ai vertici del settore.
Tra le aziende italiane che hanno da sempre interessi in Brasile non può mancare la Fiat, oggi Stellantis. Il gruppo italo francese ha raggiunto la quota di mercato record del 32,3% nel primo semestre 2023 con la sola Fiat che vale il 22% del mercato. Il gruppo ha uno stabilimento a Goiana che dà lavoro a 13.000 persone.
Pirelli è invece tra le aziende italiane una di quelle che sta da più tempo in Brasile. Il gruppo è presente in loco dal 1929, da quando cioè la società ha comprato la Conac - Companhia Nacional de Artefactos de Cobre, piccola società brasiliana operante nel settore dei conduttori elettrici con sede a San Bernardo, non lontano da San Paolo. Oggi il settore Pneumatici Pirelli produce in Brasile oltre 18 milioni di pneumatici l'anno, impiegando circa 6200 dipendenti nelle sei fabbriche del Paese. Il settore Cavi e Sistemi Pirelli detiene in Brasile quattro fabbriche -tutte nello Stato di San Paolo, circa 1.000 dipendenti in totale- che operano nella produzione di cavi e sistemi sia energia sia telecomunicazioni. Infine, a Feira de Santana, nello stato di Bahia, a un centinaio di chilometri dalla capitale Salvador de Bahia, Pirelli è dal 1986 attiva nella produzione di pneumatici.
Italo-brasiliani. Dalla fatica dei campi al successo nell'impresa
Secondo fonti ufficiali, ad oggi sarebbero circa 30 milioni i cittadini brasiliani di origini italiane con una discendenza calcolata in almeno uno dei parenti più prossimi. I rami di un grande albero, cresciuto dalle prime radici che attecchirono saldamente in quella terra al di là dell’oceano a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.
L’avventura della comunità italiana in Brasile iniziò anche prima dell’Unità d’Italia, seppur non in modo così massiccio come fu la grande ondata tra i secoli XIX e XX. Nel Regno delle Due Sicilie ebbe modo di promuovere l’immigrazione verso il Brasile l’allora reggente di quelle terre ancora per la maggior parte selvagge, Teresa Cristina di Borbone, sul trono dal 1843 al 1889 fino all’avvento della Prima repubblica. La sovrana, che si distinse per finezza intellettuale e pratica del mecenatismo, fece di Rio de Janeiro un polo della cultura mondiale e una metropoli rinnovata nell’urbanistica che richiamava i gusti della capitale più amata dell’epoca, Parigi. A Rio Teresa Cristina chiamò alla sua corte molti pittori scultori ed architetti italiani, che rappresentarono il primo nucleo, seppur ancora molto ristretto, di lavoratori italiani in Brasile.
La prima grande ondata migratoria dalla Penisola al Sudamerica (e in buona percentuale verso il Brasile) si manifestò nella seconda metà dell’Ottocento quando l’Italia era unita da pochi anni. Fu principalmente la miseria a spingere gli italiani a lasciare la propria terra per trovarne altra oltreoceano, soprattutto dopo la grande crisi agraria che colpì duramente la penisola nei primi anni postunitari. Dai 1.700 emigranti registrati nel 1872 si passò agli oltre 25mila nel 1888, attratti dall’avventura brasiliana in particolare dagli eventi che interessarono il Paese carioca in quel periodo. Nel 1871 infatti, la madrepatria portoghese emanò la legge che aboliva la schiavitù in patria e nelle colonie (nota come legge del «Ventre Libre») liberando di conseguenza il mercato del lavoro in particolare nel settore agrario allora in forte espansione. Alla chiamata risposero in particolar modo i contadini del Nord Italia, dal Piemonte al Friuli, spinti sull’orlo della fame dalla crisi agraria. L’attrazione verso quelle terre lontane dove grandi estensioni produttive si stavano sviluppando fu talmente forte da creare una nuova organizzazione del «mercato» migratorio tra le due nazioni. Esempio su tutti l’emigrazione sussidiata messa in atto da un emigrato trentino, Pietro Tabacchi. Emigrato negli anni Settanta del secolo XIX, aveva fatto fortuna con l’export di legname e con il commercio del caffè. La rapida espansione delle sue attività lo portò a compiere un viaggio nelle sue terre natali la fine di reclutare mano d’opera fidata tra gli agricoltori del Triveneto. Con sé, Tabacchi portò una «dote» di finanziamenti ottenuti dal governo dello stato di Espirito Santo che permettevano di garantire agli emigranti il viaggio pagato e non soltanto. Una volta sbarcati a Porto Alegre, gli emigranti veneti avrebbero avuto vitto e alloggio iniziali in cambio di un contratto di almeno un anno nelle coltivazioni del magnate italo-brasiliano. In più, al termine del periodo, i coloni avrebbero potuto acquistare appezzamenti a prezzo agevolato. L’idea di Tabacchi iniziò sotto i migliori auspici, ma solamente pochi anni dopo fallì a causa principalmente della durezza del clima e all’ammutinamento di gruppi di coloni insoddisfatti delle condizioni di lavoro. Nel 1902 il Governo italiano, per iniziativa del ministro Giulio Prinetti, mise al bando il sistema ideato dal trentino.
Nonostante le difficoltà come quelle incontrate nel primo periodo dell’emigrazione di massa degli italiani, alcune zone del Brasile (come il Rio Grande do Sul) furono profondamente segnate dalla presenza dei coloni del Nord della Penisola. Il paesaggio agricolo attorno agli insediamenti caratterizzati da dignitose casette in legno, mutò radicalmente per l’introduzione di colture e tecniche importate dagli italiani, in particolare la vite. Pur in mancanza di molti servizi fondamentali igienico sanitari e di un’adeguata struttura scolastica, i veneti con i lombardi i piemontesi e i friulani resero fertile e coltivata una terra precedentemente occupata da una fitta foresta tropicale. Il progressivo acquisto degli appezzamenti fece crescere negli anni una comunità di piccoli proprietari terrieri che riuscirono a raggiungere un relativo benessere nei luoghi fino a pochi anni prima caratterizzati dalla pratica della schiavitù.
Anche nel settore dell’industria, che in Brasile vide la luce nei primi anni del Novecento, gli immigrati italiani ebbero un ruolo preponderante nella crescita dell’economia della nazione. Principalmente concentrata nella provincia di San Paolo, la manifattura industriale vide l’occupazione di italo-brasiliani crescere fino a coprire il 90% della mano d’opera, alimentata da un flusso migratorio che rimase vivo per i primi decenni del secolo XX.
Nel 1935 un censimento indicò che gli italo-brasiliani avevano raggiunto la cifra ragguardevole di 3 milioni di persone. Una potenza oltre che economica, anche politica. Ancora molto legati alle vicende della madrepatria, gli italiani in Brasile approvarono l’opera del fascismo in Italia e all’estero, rispondendo alle esigenze della madrepatria non solo con le rimesse economiche, ma anche con donazioni come in occasione della guerra d’Etiopia. Per il regime l’accresciuta influenza degli italiani era una buona occasione per consolidare l’immagine del governo all’estero. Molti furono i gruppi fascisti (nel 1934 erano oltre 80) concentrati soprattutto a San Paolo, attraverso i quali dall’Italia giungevano sovvenzioni per le scuole italiane dove la dottrina fascista era materia di studio e per le dimostrazioni pubbliche sui progressi della madrepatria guidata dal Duce. Tale fu la presa che la nuova potenza europea ebbe in Sudamerica, che anche in Brasile nacque un partito di ispirazione fascista, l’AIB (Açao Integralista Brasilera) caratterizzata da molti aspetti mutuati dal regime fascista ma caratterizzata allo stesso tempo da una forte spinta unitaria e nazionalista. Il leader era Plinio Salgado, un giovane intellettuale anticomunista che raggruppò attorno a sé un gruppo di professionisti e studiosi affascinati dall’autoritarismo e dal nazionalismo d’Europa. Il partito da lui fondato, che usava il saluto romano e aveva una organizzazione paramilitare nelle «camicie verdi» fu inizialmente appoggiato sia dall’Ambasciata italiana che dall’astro nascente di Vetulio Vargas. Nel 1937 quest’ultimo prese il potere con un colpo di mano, appoggiato anche dall’AIB di Salgado, che fece inizialmente pensare ad un avvicinamento del Brasile ai regimi europei. Fu la guerra a cambiare completamente la situazione. L’Estado Novo, il Brasile autoritario di Vargas, rimase fuori dalla chiamata dell’Asse e nel 1942 si alleò agli Stati Uniti di Roosevelt. Per gli ex alleati dell’AIB fu l’inizio della fine e con loro furono colpiti anche gli italo-brasiliani considerati nemici in patria. I loro beni furono congelati, anche se restituiti appena dopo la fine del conflitto. Il flusso migratorio, arrestatosi durante gli anni bellici, prese una direzione idealmente contraria. Nel 1944 mise piede in Italia un contingente della «Força Expeditionaria Brasileira» che si unì agli Alleati nell’ultima fase della campagna d’Italia. Con le truppe arrivò anche un contingente dell’aviazione militare, il 1°Grupo de Aviaciòn de Caça, che si rese protagonista delle ultime incursioni aeree sulla Pianura Padana e su Milano.
L’ondata migratoria dall’Italia al Brasile riprese nei primi anni Cinquanta, pur meno massiccia e incisiva di quella di mezzo secolo prima. Il Brasile postbellico non era più la terra promessa che avevano cercato i contadini veneti, ma un paese che avrebbe vissuto una lunga crisi a causa del fallimento delle politiche agricole e industriali del Paese. La maggior parte dei nuovi immigrati italiani era infatti composta da operai che venivano chiamati in Brasile direttamente da aziende italiane che avevano impiantato sedi in diversi settori, tra cui quello meccanico.
A fermare il flusso migratorio tra Italia e Brasile furono le mutate condizioni socioeconomiche dei due Paesi a partire dagli anni Sessanta. L’Italia del miracolo economico entrava in una fase di piena industrializzazione mentre il Brasile entrava nella dittatura militare della cosiddetta Quinta repubblica nel clima di tensione internazionale della Guerra Fredda. Dagli anni Settanta in avanti il flusso dei migranti italiani si arrestò completamente ma quei rami cresciuti nei decenni lasciarono in terra carioca moltissimi semi.
Nel lungo periodo dell’emigrazione di massa tra i due Paesi, molte furono le figure di successo emerse dalla comunità italo-brasiliana. Alcune di queste ebbero una risonanza nazionale e in taluni casi anche al di fuori dei confini nazionali. Nei primi anni dell’emigrazione italiana spiccò la figura di Antonio Jannuzzi, uno scalpellino calabrese emigrato con la famiglia nel 1874. Dotato di talento particolare, riuscì ad inserirsi nel fermento della nuova Rio de Janeiro in campo edilizio con la grande rivoluzione urbanistica sul modello parigino. Apprezzato dagli architetti e dagli ingegneri, con la sua impresa di costruzioni firmò molti dei maestosi edifici costruiti alla fine del secolo XIX. Tra questi il Molinho Fluminense, l’Igreja Metodista e il Palacio do Barao di Rio Negro (1903) oltre a molti edifici sulle avenidas di Rio. Da emigrante che aveva assorbito le idee paternalistiche della fine del secolo cercò di opporsi a quella che ancora oggi rappresenta una piaga sociale caratteristica delle megalopoli brasiliane, la «favelizzazione». Jannuzzi cercò di costruire case e quartieri per lavoratori ma le vicende avverse che colpirono i suoi affari (un crollo in un suo grande cantiere fece 43 morti) portarono al fallimento di quell’esperimento all’avanguardia.
A cavallo tra il secolo XIX e il XX si impose la figura pubblica di un altro emigrante italiano, Pasquale Segreto. La sua fu una storia sfavillante, che riempì le pagine dei giornali brasiliani dell’epoca. Nato in provincia di Salerno, nel 1883 lasciò l’Italia per il Brasile accettando il primo umile lavoro di strillone. Avvicinatosi all’ambiente dello spettacolo, fu testimone delle dimostrazioni dei fratelli Lumières nella capitale carioca. Grazie al suo spirito di iniziativa e all’inclinazione al rischio, fu in grado di ottenere la concessione per la riproduzione delle pellicole dei pionieri francesi, fondando il primo cinematografo di Rio de Janeiro, il «Salao de Novidades de Paris». Il successo che ebbe la prima sala fu il trampolino di lancio per una grande avventura imprenditoriale e in pochi anni fu proprietario di sale in tutto il Brasile, oltre che produttore teatrale nell’epoca d’oro della rivista. Una curiosità legata a Segreto: appassionato di cultura orientale conosciuta durante la sua attività di imprenditore dello spettacolo, fu il primo ad importare in Brasile l’antica arte marziale giapponese del Ju-Jitsu.
Il più conosciuto e ammirato di tutti gli italo-brasiliani di successo fu certamente Francesco Matarazzo. Un aneddoto sintetizza quanto importante divenne agli occhi del popolo carioca: si narra che i genitori brasiliani degli anni trenta e quaranta rispondessero ai figli che chiedevano loro troppo denaro con la frase «non siamo mica Matarazzo!». La fortuna di tycoon dell’italo-brasiliano nacque da un barile di lardo. Era tutto ciò che aveva quando lasciò la famiglia di piccoli proprietari terrieri di Castellabate (Salerno) assieme ai fratelli. Durante il viaggio il carico della nave andò perduto, ma non il suo spirito di cercatore indefesso di fortuna. Iniziò la costruzione del suo impero nella cittadina di Sorocaba nei pressi di San Paolo, dove mosse i primi passi con l’importazione di grano dagli Stati Uniti, mentre il fratello ampliava l’attività con una fabbrica di lardo a Porto Alegre. Presto si unirono a lui altri 41 italo-brasiliani come soci di quello che sarebbe diventato uno dei gruppi industriali più floridi del Sudamerica dei primi anni del Novecento. Capace di costruire un’economia di scala, diversificò la produzione che spaziava dal frumento ai contenitori per alimenti, al tessile. Nel 1911 le filiali coprivano tutto il continente americano, con circa 200 società collegate. Con lo scoppio della Grande Guerra Matarazzo guadagnò fama anche in Italia, inviando aiuti in denaro e alimenti, tanto che fu insignito di medaglia dal governo italiano e del titolo di Conte da Vittorio Emanuele III. Nel primo dopoguerra il suo business si ingrandì ulteriormente, accanto alla nomina di primo presidente degli industriali della provincia di San Paolo. Quando morì nel 1937 per un attacco di uremia, Francesco Marrazzo era l’uomo più ricco del Brasile. Sopra di lui soltanto i bilanci della provincia paulista.
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L’Italia è il quindicesimo partner commerciale del Brasile per esportazioni. I rapporti tra i due Paesi sono sempre stati molto floridi, anche ora che è tornata l’amministrazione Lula.Storia e storie degli italo-brasiliani: gli emigranti che fecero grande il Paese e l'eredità culturale ed economica di una delle più grandi comunità etniche del Sudamerica.Lo speciale contiene due articoli. Secondo l’associazione delle camere di commercio italiane all’estero, Il commercio bilaterale con il Brasile-Italia vale 5478,9 miliardi di dollari (l’ultimo dato è aggiornato alla fine del 2021). In particolare, due anni fa, c’è stata una crescita delle importazioni dal Brasile del 34,4% e le esportazioni brasiliane, invece, hanno avuto una crescita del 26,4% rispetto al 2020, particolarmente a causa della ripresa dell’economia dopo la fase più acuta della pandemia. I principali settori con le maggiori importazioni dal Brasile nel 2021 sono stati l’industria manifatturiera (per 5,4 miliardi di dollari), l’agricoltura (29,5 milioni di dollari) e altri prodotti (4,27 milioni di dollari).In dettaglio, sono da segnalare le importazioni dal Brasile verso l’Italia di parti e accessori per autoveicoli e relativi motori che hanno avuto un valore Fob (dall’inglese “free on board”, che corrisponde al prezzo di mercato alla frontiera del paese esportatore) di 424 milioni di dollari, con un incremento del 75,20% rispetto al 2020. I motori a pistoni e i loro componenti avevano quindi un valore Fob di 323 milioni di dollari, in aumento del 69,11% rispetto al 2020. Lo stesso vale per i medicinali e prodotti farmaceutici diversi dai veterinari che hanno un valore 276 milioni, in aumento del 21,59% su base annua. I principali settori con le maggiori esportazioni dal Brasile nel 2021 sono stati l’industria manifatturiera (2,2 milioni di dollari), l’agricoltura (928 milioni di dollari), l’industria estrattiva (662 milioni di dollari) e altri prodotti (35,3 milioni di dollari).Tra queste spiccano le esportazioni di cellulosa, con un valore di 383 milioni di dollari, in crescita del 24,79% rispetto all’anno precedente; Il caffè tostato (477 milioni di dollari), in aumento del 14,38% rispetto al 2020, la soia (382milioni), in crescita dell’81,04% rispetto al 2020, Il ferro e i suoi concentrati 412 milioni di dollari), una crescita record del 169,28%. Non stupisce, insomma, che le aziende italiano che fanno affari “verdeoro” non manchino. Alcune di queste sono tra le più storiche per il Belpaese come Tim, Pirelli, Stellantis, Enel, Ferrero, Leonardo, Fincantieri, Luxottica, Bonfiglioli, Prada, Armani, Valentino, Intesa San Paolo, Unicredit, Generali, Alitalia, Eataly, Barilla, Campari, Illy e Almaviva e Magnaghi Aeronautica. Alcune di queste hanno interi stabilimenti che danno lavoro a migliaia di lavoratori. Luxottica, ad esempio, è presente in Brasile dall'inizio degli anni Novanta. Possiede uno stabilimento produttivo a Campinas, un polo logistico a Jundiai e distribuisce in tutto il Paese. Barilla è presente in Brasile dal 1995 e produce e distribuisce i suoi prodotti in seguito alla firma di un accordo con la società Santista Alimentos.Che dire poi di Tim Brasil, controllata del gruppo Tim, che ha chiuso il 2022 ricavi in crescita del 19,5%, a quota 21,6 miliardi di reais, pari a 3,6 miliardi di euro, superando le stime degli analisti. L’ebitda è salito del 17,2%, superando i 10,2 miliardi di reais (1,79 miliardi di euro), con una marginalità pari al 47,4% del fatturato, ai vertici del settore.Tra le aziende italiane che hanno da sempre interessi in Brasile non può mancare la Fiat, oggi Stellantis. Il gruppo italo francese ha raggiunto la quota di mercato record del 32,3% nel primo semestre 2023 con la sola Fiat che vale il 22% del mercato. Il gruppo ha uno stabilimento a Goiana che dà lavoro a 13.000 persone.Pirelli è invece tra le aziende italiane una di quelle che sta da più tempo in Brasile. Il gruppo è presente in loco dal 1929, da quando cioè la società ha comprato la Conac - Companhia Nacional de Artefactos de Cobre, piccola società brasiliana operante nel settore dei conduttori elettrici con sede a San Bernardo, non lontano da San Paolo. Oggi il settore Pneumatici Pirelli produce in Brasile oltre 18 milioni di pneumatici l'anno, impiegando circa 6200 dipendenti nelle sei fabbriche del Paese. Il settore Cavi e Sistemi Pirelli detiene in Brasile quattro fabbriche -tutte nello Stato di San Paolo, circa 1.000 dipendenti in totale- che operano nella produzione di cavi e sistemi sia energia sia telecomunicazioni. Infine, a Feira de Santana, nello stato di Bahia, a un centinaio di chilometri dalla capitale Salvador de Bahia, Pirelli è dal 1986 attiva nella produzione di pneumatici.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/italia-brasile-commercio-2665875475.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="italo-brasiliani-dalla-fatica-dei-campi-al-successo-nell-impresa" data-post-id="2665875475" data-published-at="1696957502" data-use-pagination="False"> Italo-brasiliani. 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La sovrana, che si distinse per finezza intellettuale e pratica del mecenatismo, fece di Rio de Janeiro un polo della cultura mondiale e una metropoli rinnovata nell’urbanistica che richiamava i gusti della capitale più amata dell’epoca, Parigi. A Rio Teresa Cristina chiamò alla sua corte molti pittori scultori ed architetti italiani, che rappresentarono il primo nucleo, seppur ancora molto ristretto, di lavoratori italiani in Brasile. La prima grande ondata migratoria dalla Penisola al Sudamerica (e in buona percentuale verso il Brasile) si manifestò nella seconda metà dell’Ottocento quando l’Italia era unita da pochi anni. Fu principalmente la miseria a spingere gli italiani a lasciare la propria terra per trovarne altra oltreoceano, soprattutto dopo la grande crisi agraria che colpì duramente la penisola nei primi anni postunitari. Dai 1.700 emigranti registrati nel 1872 si passò agli oltre 25mila nel 1888, attratti dall’avventura brasiliana in particolare dagli eventi che interessarono il Paese carioca in quel periodo. Nel 1871 infatti, la madrepatria portoghese emanò la legge che aboliva la schiavitù in patria e nelle colonie (nota come legge del «Ventre Libre») liberando di conseguenza il mercato del lavoro in particolare nel settore agrario allora in forte espansione. Alla chiamata risposero in particolar modo i contadini del Nord Italia, dal Piemonte al Friuli, spinti sull’orlo della fame dalla crisi agraria. L’attrazione verso quelle terre lontane dove grandi estensioni produttive si stavano sviluppando fu talmente forte da creare una nuova organizzazione del «mercato» migratorio tra le due nazioni. Esempio su tutti l’emigrazione sussidiata messa in atto da un emigrato trentino, Pietro Tabacchi. Emigrato negli anni Settanta del secolo XIX, aveva fatto fortuna con l’export di legname e con il commercio del caffè. La rapida espansione delle sue attività lo portò a compiere un viaggio nelle sue terre natali la fine di reclutare mano d’opera fidata tra gli agricoltori del Triveneto. Con sé, Tabacchi portò una «dote» di finanziamenti ottenuti dal governo dello stato di Espirito Santo che permettevano di garantire agli emigranti il viaggio pagato e non soltanto. Una volta sbarcati a Porto Alegre, gli emigranti veneti avrebbero avuto vitto e alloggio iniziali in cambio di un contratto di almeno un anno nelle coltivazioni del magnate italo-brasiliano. In più, al termine del periodo, i coloni avrebbero potuto acquistare appezzamenti a prezzo agevolato. L’idea di Tabacchi iniziò sotto i migliori auspici, ma solamente pochi anni dopo fallì a causa principalmente della durezza del clima e all’ammutinamento di gruppi di coloni insoddisfatti delle condizioni di lavoro. Nel 1902 il Governo italiano, per iniziativa del ministro Giulio Prinetti, mise al bando il sistema ideato dal trentino. Nonostante le difficoltà come quelle incontrate nel primo periodo dell’emigrazione di massa degli italiani, alcune zone del Brasile (come il Rio Grande do Sul) furono profondamente segnate dalla presenza dei coloni del Nord della Penisola. Il paesaggio agricolo attorno agli insediamenti caratterizzati da dignitose casette in legno, mutò radicalmente per l’introduzione di colture e tecniche importate dagli italiani, in particolare la vite. Pur in mancanza di molti servizi fondamentali igienico sanitari e di un’adeguata struttura scolastica, i veneti con i lombardi i piemontesi e i friulani resero fertile e coltivata una terra precedentemente occupata da una fitta foresta tropicale. Il progressivo acquisto degli appezzamenti fece crescere negli anni una comunità di piccoli proprietari terrieri che riuscirono a raggiungere un relativo benessere nei luoghi fino a pochi anni prima caratterizzati dalla pratica della schiavitù. Anche nel settore dell’industria, che in Brasile vide la luce nei primi anni del Novecento, gli immigrati italiani ebbero un ruolo preponderante nella crescita dell’economia della nazione. Principalmente concentrata nella provincia di San Paolo, la manifattura industriale vide l’occupazione di italo-brasiliani crescere fino a coprire il 90% della mano d’opera, alimentata da un flusso migratorio che rimase vivo per i primi decenni del secolo XX. Nel 1935 un censimento indicò che gli italo-brasiliani avevano raggiunto la cifra ragguardevole di 3 milioni di persone. Una potenza oltre che economica, anche politica. Ancora molto legati alle vicende della madrepatria, gli italiani in Brasile approvarono l’opera del fascismo in Italia e all’estero, rispondendo alle esigenze della madrepatria non solo con le rimesse economiche, ma anche con donazioni come in occasione della guerra d’Etiopia. Per il regime l’accresciuta influenza degli italiani era una buona occasione per consolidare l’immagine del governo all’estero. Molti furono i gruppi fascisti (nel 1934 erano oltre 80) concentrati soprattutto a San Paolo, attraverso i quali dall’Italia giungevano sovvenzioni per le scuole italiane dove la dottrina fascista era materia di studio e per le dimostrazioni pubbliche sui progressi della madrepatria guidata dal Duce. Tale fu la presa che la nuova potenza europea ebbe in Sudamerica, che anche in Brasile nacque un partito di ispirazione fascista, l’AIB (Açao Integralista Brasilera) caratterizzata da molti aspetti mutuati dal regime fascista ma caratterizzata allo stesso tempo da una forte spinta unitaria e nazionalista. Il leader era Plinio Salgado, un giovane intellettuale anticomunista che raggruppò attorno a sé un gruppo di professionisti e studiosi affascinati dall’autoritarismo e dal nazionalismo d’Europa. Il partito da lui fondato, che usava il saluto romano e aveva una organizzazione paramilitare nelle «camicie verdi» fu inizialmente appoggiato sia dall’Ambasciata italiana che dall’astro nascente di Vetulio Vargas. Nel 1937 quest’ultimo prese il potere con un colpo di mano, appoggiato anche dall’AIB di Salgado, che fece inizialmente pensare ad un avvicinamento del Brasile ai regimi europei. Fu la guerra a cambiare completamente la situazione. L’Estado Novo, il Brasile autoritario di Vargas, rimase fuori dalla chiamata dell’Asse e nel 1942 si alleò agli Stati Uniti di Roosevelt. Per gli ex alleati dell’AIB fu l’inizio della fine e con loro furono colpiti anche gli italo-brasiliani considerati nemici in patria. I loro beni furono congelati, anche se restituiti appena dopo la fine del conflitto. Il flusso migratorio, arrestatosi durante gli anni bellici, prese una direzione idealmente contraria. Nel 1944 mise piede in Italia un contingente della «Força Expeditionaria Brasileira» che si unì agli Alleati nell’ultima fase della campagna d’Italia. Con le truppe arrivò anche un contingente dell’aviazione militare, il 1°Grupo de Aviaciòn de Caça, che si rese protagonista delle ultime incursioni aeree sulla Pianura Padana e su Milano. L’ondata migratoria dall’Italia al Brasile riprese nei primi anni Cinquanta, pur meno massiccia e incisiva di quella di mezzo secolo prima. Il Brasile postbellico non era più la terra promessa che avevano cercato i contadini veneti, ma un paese che avrebbe vissuto una lunga crisi a causa del fallimento delle politiche agricole e industriali del Paese. La maggior parte dei nuovi immigrati italiani era infatti composta da operai che venivano chiamati in Brasile direttamente da aziende italiane che avevano impiantato sedi in diversi settori, tra cui quello meccanico.A fermare il flusso migratorio tra Italia e Brasile furono le mutate condizioni socioeconomiche dei due Paesi a partire dagli anni Sessanta. L’Italia del miracolo economico entrava in una fase di piena industrializzazione mentre il Brasile entrava nella dittatura militare della cosiddetta Quinta repubblica nel clima di tensione internazionale della Guerra Fredda. Dagli anni Settanta in avanti il flusso dei migranti italiani si arrestò completamente ma quei rami cresciuti nei decenni lasciarono in terra carioca moltissimi semi. Nel lungo periodo dell’emigrazione di massa tra i due Paesi, molte furono le figure di successo emerse dalla comunità italo-brasiliana. Alcune di queste ebbero una risonanza nazionale e in taluni casi anche al di fuori dei confini nazionali. Nei primi anni dell’emigrazione italiana spiccò la figura di Antonio Jannuzzi, uno scalpellino calabrese emigrato con la famiglia nel 1874. Dotato di talento particolare, riuscì ad inserirsi nel fermento della nuova Rio de Janeiro in campo edilizio con la grande rivoluzione urbanistica sul modello parigino. Apprezzato dagli architetti e dagli ingegneri, con la sua impresa di costruzioni firmò molti dei maestosi edifici costruiti alla fine del secolo XIX. Tra questi il Molinho Fluminense, l’Igreja Metodista e il Palacio do Barao di Rio Negro (1903) oltre a molti edifici sulle avenidas di Rio. Da emigrante che aveva assorbito le idee paternalistiche della fine del secolo cercò di opporsi a quella che ancora oggi rappresenta una piaga sociale caratteristica delle megalopoli brasiliane, la «favelizzazione». Jannuzzi cercò di costruire case e quartieri per lavoratori ma le vicende avverse che colpirono i suoi affari (un crollo in un suo grande cantiere fece 43 morti) portarono al fallimento di quell’esperimento all’avanguardia. A cavallo tra il secolo XIX e il XX si impose la figura pubblica di un altro emigrante italiano, Pasquale Segreto. La sua fu una storia sfavillante, che riempì le pagine dei giornali brasiliani dell’epoca. Nato in provincia di Salerno, nel 1883 lasciò l’Italia per il Brasile accettando il primo umile lavoro di strillone. Avvicinatosi all’ambiente dello spettacolo, fu testimone delle dimostrazioni dei fratelli Lumières nella capitale carioca. Grazie al suo spirito di iniziativa e all’inclinazione al rischio, fu in grado di ottenere la concessione per la riproduzione delle pellicole dei pionieri francesi, fondando il primo cinematografo di Rio de Janeiro, il «Salao de Novidades de Paris». Il successo che ebbe la prima sala fu il trampolino di lancio per una grande avventura imprenditoriale e in pochi anni fu proprietario di sale in tutto il Brasile, oltre che produttore teatrale nell’epoca d’oro della rivista. Una curiosità legata a Segreto: appassionato di cultura orientale conosciuta durante la sua attività di imprenditore dello spettacolo, fu il primo ad importare in Brasile l’antica arte marziale giapponese del Ju-Jitsu.Il più conosciuto e ammirato di tutti gli italo-brasiliani di successo fu certamente Francesco Matarazzo. Un aneddoto sintetizza quanto importante divenne agli occhi del popolo carioca: si narra che i genitori brasiliani degli anni trenta e quaranta rispondessero ai figli che chiedevano loro troppo denaro con la frase «non siamo mica Matarazzo!». La fortuna di tycoon dell’italo-brasiliano nacque da un barile di lardo. Era tutto ciò che aveva quando lasciò la famiglia di piccoli proprietari terrieri di Castellabate (Salerno) assieme ai fratelli. Durante il viaggio il carico della nave andò perduto, ma non il suo spirito di cercatore indefesso di fortuna. Iniziò la costruzione del suo impero nella cittadina di Sorocaba nei pressi di San Paolo, dove mosse i primi passi con l’importazione di grano dagli Stati Uniti, mentre il fratello ampliava l’attività con una fabbrica di lardo a Porto Alegre. Presto si unirono a lui altri 41 italo-brasiliani come soci di quello che sarebbe diventato uno dei gruppi industriali più floridi del Sudamerica dei primi anni del Novecento. Capace di costruire un’economia di scala, diversificò la produzione che spaziava dal frumento ai contenitori per alimenti, al tessile. Nel 1911 le filiali coprivano tutto il continente americano, con circa 200 società collegate. Con lo scoppio della Grande Guerra Matarazzo guadagnò fama anche in Italia, inviando aiuti in denaro e alimenti, tanto che fu insignito di medaglia dal governo italiano e del titolo di Conte da Vittorio Emanuele III. Nel primo dopoguerra il suo business si ingrandì ulteriormente, accanto alla nomina di primo presidente degli industriali della provincia di San Paolo. Quando morì nel 1937 per un attacco di uremia, Francesco Marrazzo era l’uomo più ricco del Brasile. Sopra di lui soltanto i bilanci della provincia paulista.
Christine Lagarde (Ansa)
È la versione monetaria del «non correte tutti verso l’uscita, le porte restano aperte». In altre parole, la Bce sta costruendo un sistema per evitare vendite obbligate prima ancora che qualcuno pensi di farle. Psicologia dei mercati. Mentre a Bruxelles si discute con tono solenne di integrazione dei mercati dei capitali e di mobilitare il risparmio europeo c’è chi ha deciso di affrontare la questione da un’angolazione sorprendente. I Paesi Bassi hanno scelto di cambiare radicalmente il modo in cui tassano le rendite finanziarie, comprese le criptovalute La riforma entrerà in vigore nel 2028 ma ha già acceso un dibattito degno di un seminario di filosofia morale.
La Camera dei Rappresentanti dei Paesi Bassi ha approvato una riforma che certo non agevola gli investimenti. Non sarà tassato solo l’incasso, ma anche ciò che aumenta di valore. Se il portafoglio cresce, anche senza vendere nulla, per il fisco quel guadagno esiste già. È reddito. È imponibile.
È la tassazione dell’arricchimento potenziale. Una metafisica fiscale che Platone avrebbe probabilmente apprezzato. E non importa se questo sistema porterà a vendite forzate visto che i risparmiatori potrebbero essere privi della liquidità necessaria per pagare la tassa.
Il vecchio sistema - che applicava rendimenti teorici stabiliti dallo Stato - era stato demolito dalla magistratura perché giudicato lesivo del diritto di proprietà.
Immobili e partecipazioni in start-up restano fuori. Continueranno a essere tassate solo al momento della vendita - segno che l’economia reale va trattata con cautela. La ricchezza finanziaria, invece, può essere misurata anno per anno, quasi fosse un termometro sociale. Anche le cripto entrano nel perimetro. E qui non è difficile leggere la preoccupazione delle autorità per un fenomeno che cresce più rapidamente delle categorie fiscali tradizionali.
La Nederlandsche Bank ha registrato l’aumento costante degli investimenti digitali tra famiglie e istituzioni, segnale che il confine tra risparmio e speculazione diventa sempre più sfumato. La banca calcola un ammontare di 1,2 miliardi nell’ottobre 2025, rispetto agli 81 milioni di fine 2020. Il settore finanziario deteneva ulteriori 113 milioni di euro in criptovalute direttamente in portafoglio nel terzo trimestre del 2025. Il segretario di Stato al Tesoro, Eugène Heijnen, ha difeso la riforma pur riconoscendo che si poteva fare meglio. Ma il fisco non poteva rinunciare ai 2,3 miliardi di tasse
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Auro Bulbarelli (Ansa)
Insomma aveva pagato il pegno di aver divulgato una notizia vera e accertata, senza il permesso del Quirinale. Da qui il cartellino giallo nei suoi confronti e l’avvicendamento in corsa con il direttore Paolo Petrecca al microfono. Con tutto quel che ormai è cronaca acquisita e che persino il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri ha commentato negativamente. Ridategli il microfono, scrivevamo ieri. E così sarà: sarà proprio Auro Bulbarelli, cronista sportivo di lungo corso, a raccontare la cerimonia di chiusura dei giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026. Non è una nostra vittoria, sia chiaro: non siamo così presuntuosi. Chiedevamo soltanto di rimettere le cose in ordine visto che Bulbarelli era stato designato come «voce» per la cerimonia di inaugurazione e poi sostituito per una colpa che non era una colpa: aver «spoilerato» il siparietto tra il capo dello Stato Sergio Mattarella e Valentino Rossi. Insomma aveva pagato il pegno di aver divulgato una notizia vera e accertata, senza il permesso del Quirinale. Da qui il cartellino giallo nei suoi confronti e l’avvicendamento in corsa con il direttore Paolo Petrecca al microfono. Con tutto quel che ormai è cronaca acquisita e che persino il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri ha commentato negativamente.
Poiché nell’appello di ieri ci eravamo rivolti al Quirinale e soprattutto ai vertici Rai, sia all’amministratore delegato Giampaolo Rossi sia allo stesso Paolo Petrecca, chiedendo di riparare l’ingiustizia ai danni di un giornalista che aveva soltanto fatto il suo dovere, ora è giusto riconoscere loro il merito di questa scelta.
Lo ribadiamo: non crediamo di aver influito sulla scelta, se non in quella minuscola porzione che in tanti avranno portato alla causa, però la parola data va onorata: Rossi e Petrecca hanno compiuto la scelta più opportuna e più corretta e se l’hanno concordata con il Colle tanto meglio perché nemmeno lassù ci stavano facendo una bella figura: davvero si può penalizzare la Rai e i telespettatori perché viene anticipato lo sketch tra Mattarella e Valentino Rossi sul tram? Sembra difficile da accettare però questo era accaduto. E l’opposizione, cui non era sembrato vero poter azzannare il direttore di RaiSport compiendo il più facile degli attacchi, in questi giorni di polemiche non ha mai speso una parola a favore di Bulbarelli, neutralizzando così ogni suo commento e ogni suo giudizio velato di difesa dell’azienda e delle professionalità.
Dalla Schlein a Conte, nessuno ha difeso il diritto di Bulbarelli di raccontare - come da prima decisione interna all’azienda, sia chiaro - la cerimonia di inaugurazione; così come, da Conte alla Schlein, nessuno ha fatto cenni critici circa il ruolo del Quirinale rispetto alla esclusione. E questo vale anche per la presidente della commissione di Vigilanza Rai, Barbara Floridia (Cinquestelle), la quale non perde occasione per ergersi a paladina della tv pubblica: perché non ha chiesto lumi sulla esclusione di Bulbarelli? Perché non ha voluto vedere la consequenzialità dei fatti, ovvero l’anticipazione giornalistica del ruolo di Mattarella, le polemiche per lo spoiler «non concordato» (come se fosse un obbligo deontologico; e non lo è) e infine la collocazione in panchina del giornalista colpevole, perché?
Dunque, sono stati l’ad Giampaolo Rossi e il direttore Paolo Petrecca a rimediare ad una ingiustizia e a favorire il ritorno di colui che il pubblico Rai ha conosciuto nel tempo come voce autorevole del ciclismo. Pertanto, proprio noi che non risparmiamo critiche al primo e al secondo non vogliamo mancare di parola: ridate il microfono al collega Auro e ve ne renderemo merito. Così è: grazie per la scelta, è una vittoria di tutti. È una vittoria per Bulbarelli, designato in prima battuta per l’inaugurazione e quindi assolutamente competente anche per raccontare la chiusura. È una vittoria per i vertici, perché spengono le polemiche lasciando le opposizioni e i critici col cerino in mano. È una vittoria per la Rai perché la professionalità delle risorse interne torna alla sua sacrosanta valorizzazione. Ed è - last but not least - una vittoria per i telespettatori, siano essi appassionati di sport o solo curiosi delle grandi kermesse, poiché gli eventi seguono una loro liturgia che necessita di bravi giornalisti. La Rai, cui va riconosciuto il merito di una copertura importante, non poteva uscire dalle Olimpiadi con la «patacca» della ormai famigerata telecronaca di inaugurazione: doveva riscattare se stessa e chi dal divano ha scelto la tv pubblica rispetto ad altri broadcast che pure trasmettevano in chiaro i Giochi invernali. Il successo di ascolto vale come riconoscimento assegnato dai telespettatori. Finalmente il cerchio si chiude con Auro Bulbarelli che torna al suo posto di telecronista: lo spirito olimpico ha convinto anche coloro che, per reazione, avevano scelto l’opzione peggiore. Ora pensiamo al medagliere affinché sia il più ricco possibile. Così la festa di chiusura sarà ancora più bella.
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Il linguista Noam Chomsky in una foto con Jeffrey Epstein contenuta nei file Epstein e pubblicata dalla House Oversight Committee (Ansa)
Siamo solo all’inizio, gli Epstein files rilasciati sono milioni e pare ce ne siano altri 2 milioni ancora secretati, ma finora sono proprio le figure degli intellettuali quelle più tragicamente interessanti per comprendere l’abisso di orrore che si spalanca sotto l’isola di Epstein. Molti in questi giorni stanno citando il Marchese de Sade come chiave di lettura del mondo che ruotava attorno a Epstein ma, se per molti versi tale interpretazione è legittima, in sostanza si tratta di un’approssimazione che le menti sane sono costrette ad attuare perché disorientate dal teatro del Male. Sade, come intuì Pierre Klossowski, era una figura profondamente influenzata dalla morale e per tutta la vita perseguì la dissacrazione come dimostrazione illuminista della rivincita dell’uomo su Dio; Sade cercava l’isolamento per poter soddisfare i propri impulsi psicotici i quali, infatti, erano enormemente più distruttivi e trasgressivi nella sua fantasia che nella sua vita. Al contrario, l’interesse dominante che guidava Epstein erano i rapporti di potere, le reti, le relazioni, in un costante tentativo di coinvolgere sempre più pedofili e sempre più potenti in una rete che tendeva costantemente all’espansione, noncurante dei rischi, noncurante della sorveglianza, troppo al vertice del potere mondiale per preoccuparsi dei poteri avversi che avrebbero potuto contrastarla.
Sade rimane dentro il Cristianesimo e, soprattutto, dentro la teologia morale: è il giustificatore del peccato contro la debolezza dell’etica, perché tutti in realtà vorrebbero peccare ma solo i libertini ammettono che così facendo assecondano la Natura, unica e ultima realtà garante della grande forza che governa l’universo: la Distruzione. Epstein mette in piedi un sistema di potere che è un dispositivo magico, non basato sulla «rivalsa contro Dio» di Sade bensì totalmente fondato sull’idea di esseri umani come «magazzino» - Bestand, direbbe Heidegger - che possono essere utilizzati senza limite, senza cura e senza conseguenze per soddisfare i propri desideri perversi e raggiungere il fine magico del «superamento impunito del limite». Sta qui il cuore satanista del mondo che emerge dagli Epstein files, un mondo dove ciò che viene a mancare è l’idea stessa di «inappropriabile», un mondo in cui gli orchi delle fiabe non solo oltrepassano la pagina per divenire reali, ma trovano la loro nicchia di realtà ai vertici del potere mondiale, una fantasia alla quale nemmeno Sade attribuiva plausibilità e che lasciava alle pagine più utopiche della sua letteratura.
Il vero osceno di Epstein non consiste tanto nel suo essere il fornitore di perversioni per ricchi e potenti, quanto nell’esser riuscito a porre il Male al vertice del mondo, con l’adesione proprio di quegli intellettuali che questo mondo hanno teorizzato, non tanto pensandolo come estrema realizzazione di Sade quanto di coerente esito di Julien de La Mettrie, l’illuminista che scrisse L’uomo macchina, il teorico del materialismo nichilista che riduce l’uomo a un meccanismo guidato da piacere e dolore e che spiega ogni «morale relativa» in termini di istinto. Ed è proprio qui, in questo Illuminismo meccanicista, che bisogna guardare per capire gli esiti nichilisti del Novecento per come sono stati apertamente evocati dal Sessantotto della «trasgressione in funzione antiborghese» e della Tecnica indipendente da ogni limite umano, unica religione plausibile per un mondo di uomini-macchina dove i deboli sono semplicemente «magazzino» dei potenti, senza alcuna giustificazione o limite morale, anzi utilizzati proprio per dimostrare l’inconsistenza di ogni limite.
E così non deve affatto stupire l’adesione ideologica di Noam Chomsky al mondo di Jeffrey Epstein «mio miglior amico», così come non stupisce quella di Jack Lang, altro simbolo di quella «cultura del Sessantotto» che ha fatto del nichilismo il proprio rivendicato punto di riferimento e che ha provato a vendere al popolino una «morale laica e civile» per tenerlo buono mentre loro andavano da Epstein. In fondo nelle mail del guru della New Age, Deepak Chopra, dove si legge l’interesse per le feste «per soli peccatori» perché in fondo «Dio è un costrutto culturale ma le belle ragazze no», non c’è niente di incoerente: era detto tutto fin dall’inizio, anche in quel caso si è trattato di vendere prodotti ideologici di consumo al popolo per tenerlo buono mentre le élite novecentesche vivevano come i malvagi hanno sempre fatto, costruendo dispositivi di potere e piacere sulla base del pensiero calcolante, quello che riesce a soddisfare i bisogni dell’uomo-macchina sin nei minimi dettagli. Ma se un altro mondo esiste, esso non potrà che porsi in alternativa essenziale al pensiero calcolante, riconoscendo innanzitutto che l’uomo-macchina è l’esatto opposto della verità.
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