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2022-07-15
In Israele buco nell’acqua di Biden sull’Iran
Joe Biden (Ansa)
Prosegue il tour mediorientale di Joe Biden. Il presidente americano è atteso oggi in Arabia saudita, mentre ieri ha incontrato a Gerusalemme il premier israeliano, Yair Lapid, e il presidente israeliano Isaac Herzog. Un viaggio che, nel complesso, continua a rivelarsi in salita per l’inquilino della Casa Bianca.
È pur vero che Biden e Lapid hanno mostrato una significativa sintonia. Mercoledì è stata annunciata la creazione di un comitato bilaterale per promuovere la collaborazione tecnologica, mentre ieri i due leader hanno siglato la «Dichiarazione di Gerusalemme sul partenariato strategico Usa-Israele»: un documento volto, tra le altre cose, a rafforzare la cooperazione bilaterale, rendere più efficace il contrasto all’antisemitismo e a estendere gli accordi di Abramo.
Eppure un dossier ha continuato a incombere sulla tappa israeliana del presidente americano: l’Iran. Anche qui, a prima vista, sembrerebbe esserci piena sintonia. Nella suddetta Dichiarazione, i due Paesi si sono infatti impegnati a scongiurare l’eventualità che Teheran possa entrare in possesso dell’arma nucleare. Inoltre, mercoledì, l’inquilino della Casa Bianca non ha escluso il ricorso all’uso della forza contro il regime degli ayatollah, pur precisando che, in caso, si tratterebbe dell’«ultima risorsa»: in questo quadro, il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, ha minacciato ieri una «risposta dura» contro gli Usa e i loro alleati regionali.
Ciononostante, dietro i sorrisi, si è registrata qualche dissonanza tra Biden e Lapid. Ieri, poco prima che iniziasse la conferenza stampa congiunta, il premier israeliano aveva dichiarato: «Abbiamo discusso della minaccia iraniana e di quello che pensiamo sia la cosa giusta da fare per assicurarci, cosa che condividiamo, che non ci sarà un Iran nucleare. Questa non è solo una minaccia per Israele, ma per il mondo». Parole che lasciano intendere come, da parte israeliana, si continui a nutrire significativa ostilità verso l’accordo sul nucleare del 2015: accordo che, siglato da Barack Obama, fu abbandonato da Donald Trump nel 2018 e che Biden ha cercato di ripristinare attraverso colloqui indiretti con Teheran a partire dall’anno scorso.
Un accordo a cui, nonostante le trattative attualmente in salita, il presidente americano non sembra disposto a rinunciare. Interpellato appositamente sull’eventualità di una deadline per rilanciarlo, ieri ha affermato: «Aspettiamo la loro risposta (degli iraniani, ndr). Non sono sicuro quando arriverà, ma non aspetteremo per sempre». Parole che, per quanto severe nei confronti di Teheran, non hanno tuttavia gettato a mare la possibilità di ripristinare quell’intesa che, oltre ad essere pericolosa per la stabilità mediorientale e per l’esistenza di Israele, è anche contraddittoria: l’Iran è infatti uno stretto alleato della Russia e ha annunciato a marzo che aiuterà il Cremlino contro le sanzioni occidentali. Lo stesso consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, ha di recente reso noto che Teheran starebbe per fornire droni militari a Mosca.
È in questo contesto che ieri Lapid ha incalzato Biden sulla deterrenza. «L’unica cosa che fermerà l’Iran è sapere che, se continuerà a sviluppare il suo programma nucleare, il mondo libero userà la forza. L’unico modo per fermarli è mettere sul tavolo una minaccia militare credibile», ha detto il premier israeliano. «Continuo a credere che la diplomazia sia la via migliore», ha affermato il presidente americano, facendo così emergere la propria divergenza con Lapid. Divergenza che potrebbe addirittura aumentare, nel caso Benjamin Netanyahu dovesse tornare premier a novembre: quello stesso Netanyahu che storicamente non intrattiene relazioni idilliache con l’attuale presidente americano (sebbene i due abbiano avuto un colloquio ieri). A conferma della divergenza di vedute, il Times of Israel ha riferito, citando fonti governative, la «frustrazione» di Israele su come Biden ha affrontato il dossier iraniano.
Continua, intanto, l’imbarazzo per la visita odierna in Arabia saudita, dove Biden incontrerà il principe ereditario Mohammad bin Salman. «Le mie opinioni su Khashoggi sono state assolutamente chiare e non ho mai rinunciato a parlare di diritti umani», ha detto il presidente americano ieri. «Il motivo per cui andrò in Arabia Saudita è per promuovere gli interessi degli Stati Uniti», ha aggiunto. Una svolta realista, che mal si concilia tuttavia con il recente passato. In campagna elettorale, Biden aveva promesso che avrebbe reso Riad un «paria», accusando Trump di farsela con i dittatori e garantendo che, da presidente, avrebbe lottato contro le autocrazie. Ora, messo in ginocchio dalla crisi energetica, il presidente spera nell’aiuto dei sauditi, in considerazione del loro peso politico in seno all’Opec. Sauditi che nel frattempo hanno tuttavia consolidato i rapporti con Mosca e Pechino. Non mancano infine le turbolenze di politica interna per Biden. Alcuni esponenti dem non hanno digerito il suo imminente incontro con bin Salman, mentre nell’Asinello rischiano di riesplodere gli attriti tra l’ala centrista (filoisraeliana) e quella più a sinistra (filopalestinese). Un bel problema per il presidente, la cui leadership appare sempre più traballante: un tema non solo politico, ma anche di salute, visto che nella stessa visita israeliana Biden è apparso talvolta balbettante e non esente da gaffes. Con la sua distensione iraniana, il presidente americano ha reso il Medio Oriente più instabile di come lo aveva trovato. E i suoi equilibrismi rischiano adesso di far perdere agli Usa ulteriore influenza sull’area.
I russi hanno conquistato Siversk. Alleanza Corea del Nord-Cremlino
L’Ucraina tenta di respingere le accuse riguardanti i «percorsi» seguiti dalle armi fornite dall’Occidente. Dopo che la Ue ha istituito un hub in Moldavia per la lotta al contrabbando di armi, che pare stiano finendo nelle mani dei trafficanti, anche il capo dell’ufficio del presidente Volodymyr Zelensky, Andriy Yermak, propone di creare una commissione speciale per controllare cosa stia accadendo. In precedenza, un membro del gruppo di hacker russo RaHDIt, aveva dichiarato che l’intelligence ucraina sta lavorando con criminali e contrabbandieri per rivendere le armi occidentali sul mercato nero.
Ipotesi accreditata in parte dalla stessa Unione europea attraverso la creazione di un organismo per contrastare il fenomeno. Ora Kiev sembra intenzionata a fare luce sul punto. Mentre la questione armi scotta sempre di più, sul fronte delle alleanze la Corea del Nord si stringe alla Russia, riconoscendo formalmente l’indipendenza delle due repubbliche popolari separatiste filorusse di Donetsk e Lugansk. La Corea del Nord è la terza nazione al mondo a procedere al riconoscimento, dopo Russia e Siria.
In risposta alla mossa della Corea del Nord, l’Ucraina ha interrotto i rapporti diplomatici con Pyongyang. Sul riconoscimento del Donbass ha rincarato la dose anche il vice ministro degli Esteri russo Andrey Rudenko. «Un futuro accordo con l’Ucraina deve prevedere il suo status di Paese non allineato, privo di nucleare, riconoscere le realtà territoriali, compreso l’attuale status di Crimea, Repubblica di Donetsk, Repubblica di Lugansk». Si tenta, invece, di arginare la crisi sul fronte lituano: le merci russe sanzionate potranno di nuovo transitare sul territorio verso Kaliningrad, come affermato dal ministero degli Esteri lituano che ha invertito la sua politica sulla base delle nuove linee guida della Commissione europea.
Il governatore di Kaliningrad, Alikhanov, ha scritto che le nuove linee guida Ue sono «solo il primo passo» per risolvere lo stallo: «Continueremo a lavorare per la completa rimozione delle restrizioni». Mentre le alleanze si consolidano e le decisioni Ue mutano, sul campo restano morti e feriti. Sarebbe di oltre 20 il numero delle vittime dell’attacco missilistico russo sulla città di Vinnytsia: tra loro ci sono tre bambini. Lo ha affermato il vice capo dell’ufficio del presidente ucraino, Tymoshenko, aggiungendo che «i russi hanno colpito con missili Kalibr lanciati da un sottomarino schierato nel Mar Nero». Il servizio di emergenza statale ucraino è ancora alla ricerca di almeno 46 dispersi. Nell’oblast di Donetsk, le truppe russe e quelle separatiste affermano di essere entrate a Siversk. Missili sono stati lanciati dai russi sulla zona industriale di Kramatorsk. La situazione è tragica anche nel Sud del Paese, ma in questo caso le vittime sono state causate dai contrattacchi di Kiev, che hanno colpito Novaya Kakhovka, città occupata dai russi nella regione di Kherson.
«La vita era quasi tornata alla normalità e ci stavamo preparando per il nuovo anno scolastico. Gli ultimi attacchi missilistici ucraini hanno distrutto metà della città», ha dichiarato Vladimir Leontyev, capo dell’amministrazione militare-civile del distretto, insediato dai russi. Attacchi di Mosca sono stati uditi invece a Mykolaiv: secondo le prime informazioni sarebbe stato colpito un hotel.
Nel frattempo, è in uscita un rapporto dell’Osce che si dice «preoccupata» per il trattamento riservato da Mosca ai civili ucraini nei «campi di filtraggio», progettati per identificare i sospettati di legami con le autorità di Kiev. Il rapporto va a sommarsi alle accuse di crimini di guerra sulle quali si stanno confrontando i ministri di 40 Paesi in Olanda, nel corso della «Ukraine accountability conference». I ministri incontreranno il procuratore capo della Corte penale internazionale per discutere di come portare davanti alla giustizia i responsabili di crimini di guerra. Il governo britannico uscente di Boris Johnson ha stanziato 2,5 milioni di sterline per l’indagine. La vicinanza all’Ucraina è stata ribadita ancora una volta da papa Francesco, che ha chiesto che non cali l’attenzione sul conflitto.
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La linea morbida degli Stati Uniti non piace al premier Yair Lapid: «Per fermare il suo programma nucleare dobbiamo far sapere a Teheran che il mondo può usare la forza». Ma il presidente americano vuole la via diplomatica. E oggi arriva in Arabia Saudita.Alleanza Corea del Nord-Russia: Pyongyang riconosce le repubbliche di Donetsk e Lugansk. Ancora morti tra i civili.Lo speciale contiene due articoli.Prosegue il tour mediorientale di Joe Biden. Il presidente americano è atteso oggi in Arabia saudita, mentre ieri ha incontrato a Gerusalemme il premier israeliano, Yair Lapid, e il presidente israeliano Isaac Herzog. Un viaggio che, nel complesso, continua a rivelarsi in salita per l’inquilino della Casa Bianca. È pur vero che Biden e Lapid hanno mostrato una significativa sintonia. Mercoledì è stata annunciata la creazione di un comitato bilaterale per promuovere la collaborazione tecnologica, mentre ieri i due leader hanno siglato la «Dichiarazione di Gerusalemme sul partenariato strategico Usa-Israele»: un documento volto, tra le altre cose, a rafforzare la cooperazione bilaterale, rendere più efficace il contrasto all’antisemitismo e a estendere gli accordi di Abramo. Eppure un dossier ha continuato a incombere sulla tappa israeliana del presidente americano: l’Iran. Anche qui, a prima vista, sembrerebbe esserci piena sintonia. Nella suddetta Dichiarazione, i due Paesi si sono infatti impegnati a scongiurare l’eventualità che Teheran possa entrare in possesso dell’arma nucleare. Inoltre, mercoledì, l’inquilino della Casa Bianca non ha escluso il ricorso all’uso della forza contro il regime degli ayatollah, pur precisando che, in caso, si tratterebbe dell’«ultima risorsa»: in questo quadro, il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, ha minacciato ieri una «risposta dura» contro gli Usa e i loro alleati regionali. Ciononostante, dietro i sorrisi, si è registrata qualche dissonanza tra Biden e Lapid. Ieri, poco prima che iniziasse la conferenza stampa congiunta, il premier israeliano aveva dichiarato: «Abbiamo discusso della minaccia iraniana e di quello che pensiamo sia la cosa giusta da fare per assicurarci, cosa che condividiamo, che non ci sarà un Iran nucleare. Questa non è solo una minaccia per Israele, ma per il mondo». Parole che lasciano intendere come, da parte israeliana, si continui a nutrire significativa ostilità verso l’accordo sul nucleare del 2015: accordo che, siglato da Barack Obama, fu abbandonato da Donald Trump nel 2018 e che Biden ha cercato di ripristinare attraverso colloqui indiretti con Teheran a partire dall’anno scorso. Un accordo a cui, nonostante le trattative attualmente in salita, il presidente americano non sembra disposto a rinunciare. Interpellato appositamente sull’eventualità di una deadline per rilanciarlo, ieri ha affermato: «Aspettiamo la loro risposta (degli iraniani, ndr). Non sono sicuro quando arriverà, ma non aspetteremo per sempre». Parole che, per quanto severe nei confronti di Teheran, non hanno tuttavia gettato a mare la possibilità di ripristinare quell’intesa che, oltre ad essere pericolosa per la stabilità mediorientale e per l’esistenza di Israele, è anche contraddittoria: l’Iran è infatti uno stretto alleato della Russia e ha annunciato a marzo che aiuterà il Cremlino contro le sanzioni occidentali. Lo stesso consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, ha di recente reso noto che Teheran starebbe per fornire droni militari a Mosca. È in questo contesto che ieri Lapid ha incalzato Biden sulla deterrenza. «L’unica cosa che fermerà l’Iran è sapere che, se continuerà a sviluppare il suo programma nucleare, il mondo libero userà la forza. L’unico modo per fermarli è mettere sul tavolo una minaccia militare credibile», ha detto il premier israeliano. «Continuo a credere che la diplomazia sia la via migliore», ha affermato il presidente americano, facendo così emergere la propria divergenza con Lapid. Divergenza che potrebbe addirittura aumentare, nel caso Benjamin Netanyahu dovesse tornare premier a novembre: quello stesso Netanyahu che storicamente non intrattiene relazioni idilliache con l’attuale presidente americano (sebbene i due abbiano avuto un colloquio ieri). A conferma della divergenza di vedute, il Times of Israel ha riferito, citando fonti governative, la «frustrazione» di Israele su come Biden ha affrontato il dossier iraniano. Continua, intanto, l’imbarazzo per la visita odierna in Arabia saudita, dove Biden incontrerà il principe ereditario Mohammad bin Salman. «Le mie opinioni su Khashoggi sono state assolutamente chiare e non ho mai rinunciato a parlare di diritti umani», ha detto il presidente americano ieri. «Il motivo per cui andrò in Arabia Saudita è per promuovere gli interessi degli Stati Uniti», ha aggiunto. Una svolta realista, che mal si concilia tuttavia con il recente passato. In campagna elettorale, Biden aveva promesso che avrebbe reso Riad un «paria», accusando Trump di farsela con i dittatori e garantendo che, da presidente, avrebbe lottato contro le autocrazie. Ora, messo in ginocchio dalla crisi energetica, il presidente spera nell’aiuto dei sauditi, in considerazione del loro peso politico in seno all’Opec. Sauditi che nel frattempo hanno tuttavia consolidato i rapporti con Mosca e Pechino. Non mancano infine le turbolenze di politica interna per Biden. Alcuni esponenti dem non hanno digerito il suo imminente incontro con bin Salman, mentre nell’Asinello rischiano di riesplodere gli attriti tra l’ala centrista (filoisraeliana) e quella più a sinistra (filopalestinese). Un bel problema per il presidente, la cui leadership appare sempre più traballante: un tema non solo politico, ma anche di salute, visto che nella stessa visita israeliana Biden è apparso talvolta balbettante e non esente da gaffes. Con la sua distensione iraniana, il presidente americano ha reso il Medio Oriente più instabile di come lo aveva trovato. E i suoi equilibrismi rischiano adesso di far perdere agli Usa ulteriore influenza sull’area.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/israele-buco-acqua-biden-iran-2657676983.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-russi-hanno-conquistato-siversk-alleanza-corea-del-nord-cremlino" data-post-id="2657676983" data-published-at="1657872066" data-use-pagination="False"> I russi hanno conquistato Siversk. Alleanza Corea del Nord-Cremlino L’Ucraina tenta di respingere le accuse riguardanti i «percorsi» seguiti dalle armi fornite dall’Occidente. Dopo che la Ue ha istituito un hub in Moldavia per la lotta al contrabbando di armi, che pare stiano finendo nelle mani dei trafficanti, anche il capo dell’ufficio del presidente Volodymyr Zelensky, Andriy Yermak, propone di creare una commissione speciale per controllare cosa stia accadendo. In precedenza, un membro del gruppo di hacker russo RaHDIt, aveva dichiarato che l’intelligence ucraina sta lavorando con criminali e contrabbandieri per rivendere le armi occidentali sul mercato nero. Ipotesi accreditata in parte dalla stessa Unione europea attraverso la creazione di un organismo per contrastare il fenomeno. Ora Kiev sembra intenzionata a fare luce sul punto. Mentre la questione armi scotta sempre di più, sul fronte delle alleanze la Corea del Nord si stringe alla Russia, riconoscendo formalmente l’indipendenza delle due repubbliche popolari separatiste filorusse di Donetsk e Lugansk. La Corea del Nord è la terza nazione al mondo a procedere al riconoscimento, dopo Russia e Siria. In risposta alla mossa della Corea del Nord, l’Ucraina ha interrotto i rapporti diplomatici con Pyongyang. Sul riconoscimento del Donbass ha rincarato la dose anche il vice ministro degli Esteri russo Andrey Rudenko. «Un futuro accordo con l’Ucraina deve prevedere il suo status di Paese non allineato, privo di nucleare, riconoscere le realtà territoriali, compreso l’attuale status di Crimea, Repubblica di Donetsk, Repubblica di Lugansk». Si tenta, invece, di arginare la crisi sul fronte lituano: le merci russe sanzionate potranno di nuovo transitare sul territorio verso Kaliningrad, come affermato dal ministero degli Esteri lituano che ha invertito la sua politica sulla base delle nuove linee guida della Commissione europea. Il governatore di Kaliningrad, Alikhanov, ha scritto che le nuove linee guida Ue sono «solo il primo passo» per risolvere lo stallo: «Continueremo a lavorare per la completa rimozione delle restrizioni». Mentre le alleanze si consolidano e le decisioni Ue mutano, sul campo restano morti e feriti. Sarebbe di oltre 20 il numero delle vittime dell’attacco missilistico russo sulla città di Vinnytsia: tra loro ci sono tre bambini. Lo ha affermato il vice capo dell’ufficio del presidente ucraino, Tymoshenko, aggiungendo che «i russi hanno colpito con missili Kalibr lanciati da un sottomarino schierato nel Mar Nero». Il servizio di emergenza statale ucraino è ancora alla ricerca di almeno 46 dispersi. Nell’oblast di Donetsk, le truppe russe e quelle separatiste affermano di essere entrate a Siversk. Missili sono stati lanciati dai russi sulla zona industriale di Kramatorsk. La situazione è tragica anche nel Sud del Paese, ma in questo caso le vittime sono state causate dai contrattacchi di Kiev, che hanno colpito Novaya Kakhovka, città occupata dai russi nella regione di Kherson. «La vita era quasi tornata alla normalità e ci stavamo preparando per il nuovo anno scolastico. Gli ultimi attacchi missilistici ucraini hanno distrutto metà della città», ha dichiarato Vladimir Leontyev, capo dell’amministrazione militare-civile del distretto, insediato dai russi. Attacchi di Mosca sono stati uditi invece a Mykolaiv: secondo le prime informazioni sarebbe stato colpito un hotel. Nel frattempo, è in uscita un rapporto dell’Osce che si dice «preoccupata» per il trattamento riservato da Mosca ai civili ucraini nei «campi di filtraggio», progettati per identificare i sospettati di legami con le autorità di Kiev. Il rapporto va a sommarsi alle accuse di crimini di guerra sulle quali si stanno confrontando i ministri di 40 Paesi in Olanda, nel corso della «Ukraine accountability conference». I ministri incontreranno il procuratore capo della Corte penale internazionale per discutere di come portare davanti alla giustizia i responsabili di crimini di guerra. Il governo britannico uscente di Boris Johnson ha stanziato 2,5 milioni di sterline per l’indagine. La vicinanza all’Ucraina è stata ribadita ancora una volta da papa Francesco, che ha chiesto che non cali l’attenzione sul conflitto.
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Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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