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2022-07-15
In Israele buco nell’acqua di Biden sull’Iran
Joe Biden (Ansa)
Prosegue il tour mediorientale di Joe Biden. Il presidente americano è atteso oggi in Arabia saudita, mentre ieri ha incontrato a Gerusalemme il premier israeliano, Yair Lapid, e il presidente israeliano Isaac Herzog. Un viaggio che, nel complesso, continua a rivelarsi in salita per l’inquilino della Casa Bianca.
È pur vero che Biden e Lapid hanno mostrato una significativa sintonia. Mercoledì è stata annunciata la creazione di un comitato bilaterale per promuovere la collaborazione tecnologica, mentre ieri i due leader hanno siglato la «Dichiarazione di Gerusalemme sul partenariato strategico Usa-Israele»: un documento volto, tra le altre cose, a rafforzare la cooperazione bilaterale, rendere più efficace il contrasto all’antisemitismo e a estendere gli accordi di Abramo.
Eppure un dossier ha continuato a incombere sulla tappa israeliana del presidente americano: l’Iran. Anche qui, a prima vista, sembrerebbe esserci piena sintonia. Nella suddetta Dichiarazione, i due Paesi si sono infatti impegnati a scongiurare l’eventualità che Teheran possa entrare in possesso dell’arma nucleare. Inoltre, mercoledì, l’inquilino della Casa Bianca non ha escluso il ricorso all’uso della forza contro il regime degli ayatollah, pur precisando che, in caso, si tratterebbe dell’«ultima risorsa»: in questo quadro, il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, ha minacciato ieri una «risposta dura» contro gli Usa e i loro alleati regionali.
Ciononostante, dietro i sorrisi, si è registrata qualche dissonanza tra Biden e Lapid. Ieri, poco prima che iniziasse la conferenza stampa congiunta, il premier israeliano aveva dichiarato: «Abbiamo discusso della minaccia iraniana e di quello che pensiamo sia la cosa giusta da fare per assicurarci, cosa che condividiamo, che non ci sarà un Iran nucleare. Questa non è solo una minaccia per Israele, ma per il mondo». Parole che lasciano intendere come, da parte israeliana, si continui a nutrire significativa ostilità verso l’accordo sul nucleare del 2015: accordo che, siglato da Barack Obama, fu abbandonato da Donald Trump nel 2018 e che Biden ha cercato di ripristinare attraverso colloqui indiretti con Teheran a partire dall’anno scorso.
Un accordo a cui, nonostante le trattative attualmente in salita, il presidente americano non sembra disposto a rinunciare. Interpellato appositamente sull’eventualità di una deadline per rilanciarlo, ieri ha affermato: «Aspettiamo la loro risposta (degli iraniani, ndr). Non sono sicuro quando arriverà, ma non aspetteremo per sempre». Parole che, per quanto severe nei confronti di Teheran, non hanno tuttavia gettato a mare la possibilità di ripristinare quell’intesa che, oltre ad essere pericolosa per la stabilità mediorientale e per l’esistenza di Israele, è anche contraddittoria: l’Iran è infatti uno stretto alleato della Russia e ha annunciato a marzo che aiuterà il Cremlino contro le sanzioni occidentali. Lo stesso consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, ha di recente reso noto che Teheran starebbe per fornire droni militari a Mosca.
È in questo contesto che ieri Lapid ha incalzato Biden sulla deterrenza. «L’unica cosa che fermerà l’Iran è sapere che, se continuerà a sviluppare il suo programma nucleare, il mondo libero userà la forza. L’unico modo per fermarli è mettere sul tavolo una minaccia militare credibile», ha detto il premier israeliano. «Continuo a credere che la diplomazia sia la via migliore», ha affermato il presidente americano, facendo così emergere la propria divergenza con Lapid. Divergenza che potrebbe addirittura aumentare, nel caso Benjamin Netanyahu dovesse tornare premier a novembre: quello stesso Netanyahu che storicamente non intrattiene relazioni idilliache con l’attuale presidente americano (sebbene i due abbiano avuto un colloquio ieri). A conferma della divergenza di vedute, il Times of Israel ha riferito, citando fonti governative, la «frustrazione» di Israele su come Biden ha affrontato il dossier iraniano.
Continua, intanto, l’imbarazzo per la visita odierna in Arabia saudita, dove Biden incontrerà il principe ereditario Mohammad bin Salman. «Le mie opinioni su Khashoggi sono state assolutamente chiare e non ho mai rinunciato a parlare di diritti umani», ha detto il presidente americano ieri. «Il motivo per cui andrò in Arabia Saudita è per promuovere gli interessi degli Stati Uniti», ha aggiunto. Una svolta realista, che mal si concilia tuttavia con il recente passato. In campagna elettorale, Biden aveva promesso che avrebbe reso Riad un «paria», accusando Trump di farsela con i dittatori e garantendo che, da presidente, avrebbe lottato contro le autocrazie. Ora, messo in ginocchio dalla crisi energetica, il presidente spera nell’aiuto dei sauditi, in considerazione del loro peso politico in seno all’Opec. Sauditi che nel frattempo hanno tuttavia consolidato i rapporti con Mosca e Pechino. Non mancano infine le turbolenze di politica interna per Biden. Alcuni esponenti dem non hanno digerito il suo imminente incontro con bin Salman, mentre nell’Asinello rischiano di riesplodere gli attriti tra l’ala centrista (filoisraeliana) e quella più a sinistra (filopalestinese). Un bel problema per il presidente, la cui leadership appare sempre più traballante: un tema non solo politico, ma anche di salute, visto che nella stessa visita israeliana Biden è apparso talvolta balbettante e non esente da gaffes. Con la sua distensione iraniana, il presidente americano ha reso il Medio Oriente più instabile di come lo aveva trovato. E i suoi equilibrismi rischiano adesso di far perdere agli Usa ulteriore influenza sull’area.
I russi hanno conquistato Siversk. Alleanza Corea del Nord-Cremlino
L’Ucraina tenta di respingere le accuse riguardanti i «percorsi» seguiti dalle armi fornite dall’Occidente. Dopo che la Ue ha istituito un hub in Moldavia per la lotta al contrabbando di armi, che pare stiano finendo nelle mani dei trafficanti, anche il capo dell’ufficio del presidente Volodymyr Zelensky, Andriy Yermak, propone di creare una commissione speciale per controllare cosa stia accadendo. In precedenza, un membro del gruppo di hacker russo RaHDIt, aveva dichiarato che l’intelligence ucraina sta lavorando con criminali e contrabbandieri per rivendere le armi occidentali sul mercato nero.
Ipotesi accreditata in parte dalla stessa Unione europea attraverso la creazione di un organismo per contrastare il fenomeno. Ora Kiev sembra intenzionata a fare luce sul punto. Mentre la questione armi scotta sempre di più, sul fronte delle alleanze la Corea del Nord si stringe alla Russia, riconoscendo formalmente l’indipendenza delle due repubbliche popolari separatiste filorusse di Donetsk e Lugansk. La Corea del Nord è la terza nazione al mondo a procedere al riconoscimento, dopo Russia e Siria.
In risposta alla mossa della Corea del Nord, l’Ucraina ha interrotto i rapporti diplomatici con Pyongyang. Sul riconoscimento del Donbass ha rincarato la dose anche il vice ministro degli Esteri russo Andrey Rudenko. «Un futuro accordo con l’Ucraina deve prevedere il suo status di Paese non allineato, privo di nucleare, riconoscere le realtà territoriali, compreso l’attuale status di Crimea, Repubblica di Donetsk, Repubblica di Lugansk». Si tenta, invece, di arginare la crisi sul fronte lituano: le merci russe sanzionate potranno di nuovo transitare sul territorio verso Kaliningrad, come affermato dal ministero degli Esteri lituano che ha invertito la sua politica sulla base delle nuove linee guida della Commissione europea.
Il governatore di Kaliningrad, Alikhanov, ha scritto che le nuove linee guida Ue sono «solo il primo passo» per risolvere lo stallo: «Continueremo a lavorare per la completa rimozione delle restrizioni». Mentre le alleanze si consolidano e le decisioni Ue mutano, sul campo restano morti e feriti. Sarebbe di oltre 20 il numero delle vittime dell’attacco missilistico russo sulla città di Vinnytsia: tra loro ci sono tre bambini. Lo ha affermato il vice capo dell’ufficio del presidente ucraino, Tymoshenko, aggiungendo che «i russi hanno colpito con missili Kalibr lanciati da un sottomarino schierato nel Mar Nero». Il servizio di emergenza statale ucraino è ancora alla ricerca di almeno 46 dispersi. Nell’oblast di Donetsk, le truppe russe e quelle separatiste affermano di essere entrate a Siversk. Missili sono stati lanciati dai russi sulla zona industriale di Kramatorsk. La situazione è tragica anche nel Sud del Paese, ma in questo caso le vittime sono state causate dai contrattacchi di Kiev, che hanno colpito Novaya Kakhovka, città occupata dai russi nella regione di Kherson.
«La vita era quasi tornata alla normalità e ci stavamo preparando per il nuovo anno scolastico. Gli ultimi attacchi missilistici ucraini hanno distrutto metà della città», ha dichiarato Vladimir Leontyev, capo dell’amministrazione militare-civile del distretto, insediato dai russi. Attacchi di Mosca sono stati uditi invece a Mykolaiv: secondo le prime informazioni sarebbe stato colpito un hotel.
Nel frattempo, è in uscita un rapporto dell’Osce che si dice «preoccupata» per il trattamento riservato da Mosca ai civili ucraini nei «campi di filtraggio», progettati per identificare i sospettati di legami con le autorità di Kiev. Il rapporto va a sommarsi alle accuse di crimini di guerra sulle quali si stanno confrontando i ministri di 40 Paesi in Olanda, nel corso della «Ukraine accountability conference». I ministri incontreranno il procuratore capo della Corte penale internazionale per discutere di come portare davanti alla giustizia i responsabili di crimini di guerra. Il governo britannico uscente di Boris Johnson ha stanziato 2,5 milioni di sterline per l’indagine. La vicinanza all’Ucraina è stata ribadita ancora una volta da papa Francesco, che ha chiesto che non cali l’attenzione sul conflitto.
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La linea morbida degli Stati Uniti non piace al premier Yair Lapid: «Per fermare il suo programma nucleare dobbiamo far sapere a Teheran che il mondo può usare la forza». Ma il presidente americano vuole la via diplomatica. E oggi arriva in Arabia Saudita.Alleanza Corea del Nord-Russia: Pyongyang riconosce le repubbliche di Donetsk e Lugansk. Ancora morti tra i civili.Lo speciale contiene due articoli.Prosegue il tour mediorientale di Joe Biden. Il presidente americano è atteso oggi in Arabia saudita, mentre ieri ha incontrato a Gerusalemme il premier israeliano, Yair Lapid, e il presidente israeliano Isaac Herzog. Un viaggio che, nel complesso, continua a rivelarsi in salita per l’inquilino della Casa Bianca. È pur vero che Biden e Lapid hanno mostrato una significativa sintonia. Mercoledì è stata annunciata la creazione di un comitato bilaterale per promuovere la collaborazione tecnologica, mentre ieri i due leader hanno siglato la «Dichiarazione di Gerusalemme sul partenariato strategico Usa-Israele»: un documento volto, tra le altre cose, a rafforzare la cooperazione bilaterale, rendere più efficace il contrasto all’antisemitismo e a estendere gli accordi di Abramo. Eppure un dossier ha continuato a incombere sulla tappa israeliana del presidente americano: l’Iran. Anche qui, a prima vista, sembrerebbe esserci piena sintonia. Nella suddetta Dichiarazione, i due Paesi si sono infatti impegnati a scongiurare l’eventualità che Teheran possa entrare in possesso dell’arma nucleare. Inoltre, mercoledì, l’inquilino della Casa Bianca non ha escluso il ricorso all’uso della forza contro il regime degli ayatollah, pur precisando che, in caso, si tratterebbe dell’«ultima risorsa»: in questo quadro, il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, ha minacciato ieri una «risposta dura» contro gli Usa e i loro alleati regionali. Ciononostante, dietro i sorrisi, si è registrata qualche dissonanza tra Biden e Lapid. Ieri, poco prima che iniziasse la conferenza stampa congiunta, il premier israeliano aveva dichiarato: «Abbiamo discusso della minaccia iraniana e di quello che pensiamo sia la cosa giusta da fare per assicurarci, cosa che condividiamo, che non ci sarà un Iran nucleare. Questa non è solo una minaccia per Israele, ma per il mondo». Parole che lasciano intendere come, da parte israeliana, si continui a nutrire significativa ostilità verso l’accordo sul nucleare del 2015: accordo che, siglato da Barack Obama, fu abbandonato da Donald Trump nel 2018 e che Biden ha cercato di ripristinare attraverso colloqui indiretti con Teheran a partire dall’anno scorso. Un accordo a cui, nonostante le trattative attualmente in salita, il presidente americano non sembra disposto a rinunciare. Interpellato appositamente sull’eventualità di una deadline per rilanciarlo, ieri ha affermato: «Aspettiamo la loro risposta (degli iraniani, ndr). Non sono sicuro quando arriverà, ma non aspetteremo per sempre». Parole che, per quanto severe nei confronti di Teheran, non hanno tuttavia gettato a mare la possibilità di ripristinare quell’intesa che, oltre ad essere pericolosa per la stabilità mediorientale e per l’esistenza di Israele, è anche contraddittoria: l’Iran è infatti uno stretto alleato della Russia e ha annunciato a marzo che aiuterà il Cremlino contro le sanzioni occidentali. Lo stesso consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, ha di recente reso noto che Teheran starebbe per fornire droni militari a Mosca. È in questo contesto che ieri Lapid ha incalzato Biden sulla deterrenza. «L’unica cosa che fermerà l’Iran è sapere che, se continuerà a sviluppare il suo programma nucleare, il mondo libero userà la forza. L’unico modo per fermarli è mettere sul tavolo una minaccia militare credibile», ha detto il premier israeliano. «Continuo a credere che la diplomazia sia la via migliore», ha affermato il presidente americano, facendo così emergere la propria divergenza con Lapid. Divergenza che potrebbe addirittura aumentare, nel caso Benjamin Netanyahu dovesse tornare premier a novembre: quello stesso Netanyahu che storicamente non intrattiene relazioni idilliache con l’attuale presidente americano (sebbene i due abbiano avuto un colloquio ieri). A conferma della divergenza di vedute, il Times of Israel ha riferito, citando fonti governative, la «frustrazione» di Israele su come Biden ha affrontato il dossier iraniano. Continua, intanto, l’imbarazzo per la visita odierna in Arabia saudita, dove Biden incontrerà il principe ereditario Mohammad bin Salman. «Le mie opinioni su Khashoggi sono state assolutamente chiare e non ho mai rinunciato a parlare di diritti umani», ha detto il presidente americano ieri. «Il motivo per cui andrò in Arabia Saudita è per promuovere gli interessi degli Stati Uniti», ha aggiunto. Una svolta realista, che mal si concilia tuttavia con il recente passato. In campagna elettorale, Biden aveva promesso che avrebbe reso Riad un «paria», accusando Trump di farsela con i dittatori e garantendo che, da presidente, avrebbe lottato contro le autocrazie. Ora, messo in ginocchio dalla crisi energetica, il presidente spera nell’aiuto dei sauditi, in considerazione del loro peso politico in seno all’Opec. Sauditi che nel frattempo hanno tuttavia consolidato i rapporti con Mosca e Pechino. Non mancano infine le turbolenze di politica interna per Biden. Alcuni esponenti dem non hanno digerito il suo imminente incontro con bin Salman, mentre nell’Asinello rischiano di riesplodere gli attriti tra l’ala centrista (filoisraeliana) e quella più a sinistra (filopalestinese). Un bel problema per il presidente, la cui leadership appare sempre più traballante: un tema non solo politico, ma anche di salute, visto che nella stessa visita israeliana Biden è apparso talvolta balbettante e non esente da gaffes. Con la sua distensione iraniana, il presidente americano ha reso il Medio Oriente più instabile di come lo aveva trovato. E i suoi equilibrismi rischiano adesso di far perdere agli Usa ulteriore influenza sull’area.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/israele-buco-acqua-biden-iran-2657676983.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-russi-hanno-conquistato-siversk-alleanza-corea-del-nord-cremlino" data-post-id="2657676983" data-published-at="1657872066" data-use-pagination="False"> I russi hanno conquistato Siversk. Alleanza Corea del Nord-Cremlino L’Ucraina tenta di respingere le accuse riguardanti i «percorsi» seguiti dalle armi fornite dall’Occidente. Dopo che la Ue ha istituito un hub in Moldavia per la lotta al contrabbando di armi, che pare stiano finendo nelle mani dei trafficanti, anche il capo dell’ufficio del presidente Volodymyr Zelensky, Andriy Yermak, propone di creare una commissione speciale per controllare cosa stia accadendo. In precedenza, un membro del gruppo di hacker russo RaHDIt, aveva dichiarato che l’intelligence ucraina sta lavorando con criminali e contrabbandieri per rivendere le armi occidentali sul mercato nero. Ipotesi accreditata in parte dalla stessa Unione europea attraverso la creazione di un organismo per contrastare il fenomeno. Ora Kiev sembra intenzionata a fare luce sul punto. Mentre la questione armi scotta sempre di più, sul fronte delle alleanze la Corea del Nord si stringe alla Russia, riconoscendo formalmente l’indipendenza delle due repubbliche popolari separatiste filorusse di Donetsk e Lugansk. La Corea del Nord è la terza nazione al mondo a procedere al riconoscimento, dopo Russia e Siria. In risposta alla mossa della Corea del Nord, l’Ucraina ha interrotto i rapporti diplomatici con Pyongyang. Sul riconoscimento del Donbass ha rincarato la dose anche il vice ministro degli Esteri russo Andrey Rudenko. «Un futuro accordo con l’Ucraina deve prevedere il suo status di Paese non allineato, privo di nucleare, riconoscere le realtà territoriali, compreso l’attuale status di Crimea, Repubblica di Donetsk, Repubblica di Lugansk». Si tenta, invece, di arginare la crisi sul fronte lituano: le merci russe sanzionate potranno di nuovo transitare sul territorio verso Kaliningrad, come affermato dal ministero degli Esteri lituano che ha invertito la sua politica sulla base delle nuove linee guida della Commissione europea. Il governatore di Kaliningrad, Alikhanov, ha scritto che le nuove linee guida Ue sono «solo il primo passo» per risolvere lo stallo: «Continueremo a lavorare per la completa rimozione delle restrizioni». Mentre le alleanze si consolidano e le decisioni Ue mutano, sul campo restano morti e feriti. Sarebbe di oltre 20 il numero delle vittime dell’attacco missilistico russo sulla città di Vinnytsia: tra loro ci sono tre bambini. Lo ha affermato il vice capo dell’ufficio del presidente ucraino, Tymoshenko, aggiungendo che «i russi hanno colpito con missili Kalibr lanciati da un sottomarino schierato nel Mar Nero». Il servizio di emergenza statale ucraino è ancora alla ricerca di almeno 46 dispersi. Nell’oblast di Donetsk, le truppe russe e quelle separatiste affermano di essere entrate a Siversk. Missili sono stati lanciati dai russi sulla zona industriale di Kramatorsk. La situazione è tragica anche nel Sud del Paese, ma in questo caso le vittime sono state causate dai contrattacchi di Kiev, che hanno colpito Novaya Kakhovka, città occupata dai russi nella regione di Kherson. «La vita era quasi tornata alla normalità e ci stavamo preparando per il nuovo anno scolastico. Gli ultimi attacchi missilistici ucraini hanno distrutto metà della città», ha dichiarato Vladimir Leontyev, capo dell’amministrazione militare-civile del distretto, insediato dai russi. Attacchi di Mosca sono stati uditi invece a Mykolaiv: secondo le prime informazioni sarebbe stato colpito un hotel. Nel frattempo, è in uscita un rapporto dell’Osce che si dice «preoccupata» per il trattamento riservato da Mosca ai civili ucraini nei «campi di filtraggio», progettati per identificare i sospettati di legami con le autorità di Kiev. Il rapporto va a sommarsi alle accuse di crimini di guerra sulle quali si stanno confrontando i ministri di 40 Paesi in Olanda, nel corso della «Ukraine accountability conference». I ministri incontreranno il procuratore capo della Corte penale internazionale per discutere di come portare davanti alla giustizia i responsabili di crimini di guerra. Il governo britannico uscente di Boris Johnson ha stanziato 2,5 milioni di sterline per l’indagine. La vicinanza all’Ucraina è stata ribadita ancora una volta da papa Francesco, che ha chiesto che non cali l’attenzione sul conflitto.
Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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