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2022-07-15
In Israele buco nell’acqua di Biden sull’Iran
Joe Biden (Ansa)
Prosegue il tour mediorientale di Joe Biden. Il presidente americano è atteso oggi in Arabia saudita, mentre ieri ha incontrato a Gerusalemme il premier israeliano, Yair Lapid, e il presidente israeliano Isaac Herzog. Un viaggio che, nel complesso, continua a rivelarsi in salita per l’inquilino della Casa Bianca.
È pur vero che Biden e Lapid hanno mostrato una significativa sintonia. Mercoledì è stata annunciata la creazione di un comitato bilaterale per promuovere la collaborazione tecnologica, mentre ieri i due leader hanno siglato la «Dichiarazione di Gerusalemme sul partenariato strategico Usa-Israele»: un documento volto, tra le altre cose, a rafforzare la cooperazione bilaterale, rendere più efficace il contrasto all’antisemitismo e a estendere gli accordi di Abramo.
Eppure un dossier ha continuato a incombere sulla tappa israeliana del presidente americano: l’Iran. Anche qui, a prima vista, sembrerebbe esserci piena sintonia. Nella suddetta Dichiarazione, i due Paesi si sono infatti impegnati a scongiurare l’eventualità che Teheran possa entrare in possesso dell’arma nucleare. Inoltre, mercoledì, l’inquilino della Casa Bianca non ha escluso il ricorso all’uso della forza contro il regime degli ayatollah, pur precisando che, in caso, si tratterebbe dell’«ultima risorsa»: in questo quadro, il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, ha minacciato ieri una «risposta dura» contro gli Usa e i loro alleati regionali.
Ciononostante, dietro i sorrisi, si è registrata qualche dissonanza tra Biden e Lapid. Ieri, poco prima che iniziasse la conferenza stampa congiunta, il premier israeliano aveva dichiarato: «Abbiamo discusso della minaccia iraniana e di quello che pensiamo sia la cosa giusta da fare per assicurarci, cosa che condividiamo, che non ci sarà un Iran nucleare. Questa non è solo una minaccia per Israele, ma per il mondo». Parole che lasciano intendere come, da parte israeliana, si continui a nutrire significativa ostilità verso l’accordo sul nucleare del 2015: accordo che, siglato da Barack Obama, fu abbandonato da Donald Trump nel 2018 e che Biden ha cercato di ripristinare attraverso colloqui indiretti con Teheran a partire dall’anno scorso.
Un accordo a cui, nonostante le trattative attualmente in salita, il presidente americano non sembra disposto a rinunciare. Interpellato appositamente sull’eventualità di una deadline per rilanciarlo, ieri ha affermato: «Aspettiamo la loro risposta (degli iraniani, ndr). Non sono sicuro quando arriverà, ma non aspetteremo per sempre». Parole che, per quanto severe nei confronti di Teheran, non hanno tuttavia gettato a mare la possibilità di ripristinare quell’intesa che, oltre ad essere pericolosa per la stabilità mediorientale e per l’esistenza di Israele, è anche contraddittoria: l’Iran è infatti uno stretto alleato della Russia e ha annunciato a marzo che aiuterà il Cremlino contro le sanzioni occidentali. Lo stesso consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, ha di recente reso noto che Teheran starebbe per fornire droni militari a Mosca.
È in questo contesto che ieri Lapid ha incalzato Biden sulla deterrenza. «L’unica cosa che fermerà l’Iran è sapere che, se continuerà a sviluppare il suo programma nucleare, il mondo libero userà la forza. L’unico modo per fermarli è mettere sul tavolo una minaccia militare credibile», ha detto il premier israeliano. «Continuo a credere che la diplomazia sia la via migliore», ha affermato il presidente americano, facendo così emergere la propria divergenza con Lapid. Divergenza che potrebbe addirittura aumentare, nel caso Benjamin Netanyahu dovesse tornare premier a novembre: quello stesso Netanyahu che storicamente non intrattiene relazioni idilliache con l’attuale presidente americano (sebbene i due abbiano avuto un colloquio ieri). A conferma della divergenza di vedute, il Times of Israel ha riferito, citando fonti governative, la «frustrazione» di Israele su come Biden ha affrontato il dossier iraniano.
Continua, intanto, l’imbarazzo per la visita odierna in Arabia saudita, dove Biden incontrerà il principe ereditario Mohammad bin Salman. «Le mie opinioni su Khashoggi sono state assolutamente chiare e non ho mai rinunciato a parlare di diritti umani», ha detto il presidente americano ieri. «Il motivo per cui andrò in Arabia Saudita è per promuovere gli interessi degli Stati Uniti», ha aggiunto. Una svolta realista, che mal si concilia tuttavia con il recente passato. In campagna elettorale, Biden aveva promesso che avrebbe reso Riad un «paria», accusando Trump di farsela con i dittatori e garantendo che, da presidente, avrebbe lottato contro le autocrazie. Ora, messo in ginocchio dalla crisi energetica, il presidente spera nell’aiuto dei sauditi, in considerazione del loro peso politico in seno all’Opec. Sauditi che nel frattempo hanno tuttavia consolidato i rapporti con Mosca e Pechino. Non mancano infine le turbolenze di politica interna per Biden. Alcuni esponenti dem non hanno digerito il suo imminente incontro con bin Salman, mentre nell’Asinello rischiano di riesplodere gli attriti tra l’ala centrista (filoisraeliana) e quella più a sinistra (filopalestinese). Un bel problema per il presidente, la cui leadership appare sempre più traballante: un tema non solo politico, ma anche di salute, visto che nella stessa visita israeliana Biden è apparso talvolta balbettante e non esente da gaffes. Con la sua distensione iraniana, il presidente americano ha reso il Medio Oriente più instabile di come lo aveva trovato. E i suoi equilibrismi rischiano adesso di far perdere agli Usa ulteriore influenza sull’area.
I russi hanno conquistato Siversk. Alleanza Corea del Nord-Cremlino
L’Ucraina tenta di respingere le accuse riguardanti i «percorsi» seguiti dalle armi fornite dall’Occidente. Dopo che la Ue ha istituito un hub in Moldavia per la lotta al contrabbando di armi, che pare stiano finendo nelle mani dei trafficanti, anche il capo dell’ufficio del presidente Volodymyr Zelensky, Andriy Yermak, propone di creare una commissione speciale per controllare cosa stia accadendo. In precedenza, un membro del gruppo di hacker russo RaHDIt, aveva dichiarato che l’intelligence ucraina sta lavorando con criminali e contrabbandieri per rivendere le armi occidentali sul mercato nero.
Ipotesi accreditata in parte dalla stessa Unione europea attraverso la creazione di un organismo per contrastare il fenomeno. Ora Kiev sembra intenzionata a fare luce sul punto. Mentre la questione armi scotta sempre di più, sul fronte delle alleanze la Corea del Nord si stringe alla Russia, riconoscendo formalmente l’indipendenza delle due repubbliche popolari separatiste filorusse di Donetsk e Lugansk. La Corea del Nord è la terza nazione al mondo a procedere al riconoscimento, dopo Russia e Siria.
In risposta alla mossa della Corea del Nord, l’Ucraina ha interrotto i rapporti diplomatici con Pyongyang. Sul riconoscimento del Donbass ha rincarato la dose anche il vice ministro degli Esteri russo Andrey Rudenko. «Un futuro accordo con l’Ucraina deve prevedere il suo status di Paese non allineato, privo di nucleare, riconoscere le realtà territoriali, compreso l’attuale status di Crimea, Repubblica di Donetsk, Repubblica di Lugansk». Si tenta, invece, di arginare la crisi sul fronte lituano: le merci russe sanzionate potranno di nuovo transitare sul territorio verso Kaliningrad, come affermato dal ministero degli Esteri lituano che ha invertito la sua politica sulla base delle nuove linee guida della Commissione europea.
Il governatore di Kaliningrad, Alikhanov, ha scritto che le nuove linee guida Ue sono «solo il primo passo» per risolvere lo stallo: «Continueremo a lavorare per la completa rimozione delle restrizioni». Mentre le alleanze si consolidano e le decisioni Ue mutano, sul campo restano morti e feriti. Sarebbe di oltre 20 il numero delle vittime dell’attacco missilistico russo sulla città di Vinnytsia: tra loro ci sono tre bambini. Lo ha affermato il vice capo dell’ufficio del presidente ucraino, Tymoshenko, aggiungendo che «i russi hanno colpito con missili Kalibr lanciati da un sottomarino schierato nel Mar Nero». Il servizio di emergenza statale ucraino è ancora alla ricerca di almeno 46 dispersi. Nell’oblast di Donetsk, le truppe russe e quelle separatiste affermano di essere entrate a Siversk. Missili sono stati lanciati dai russi sulla zona industriale di Kramatorsk. La situazione è tragica anche nel Sud del Paese, ma in questo caso le vittime sono state causate dai contrattacchi di Kiev, che hanno colpito Novaya Kakhovka, città occupata dai russi nella regione di Kherson.
«La vita era quasi tornata alla normalità e ci stavamo preparando per il nuovo anno scolastico. Gli ultimi attacchi missilistici ucraini hanno distrutto metà della città», ha dichiarato Vladimir Leontyev, capo dell’amministrazione militare-civile del distretto, insediato dai russi. Attacchi di Mosca sono stati uditi invece a Mykolaiv: secondo le prime informazioni sarebbe stato colpito un hotel.
Nel frattempo, è in uscita un rapporto dell’Osce che si dice «preoccupata» per il trattamento riservato da Mosca ai civili ucraini nei «campi di filtraggio», progettati per identificare i sospettati di legami con le autorità di Kiev. Il rapporto va a sommarsi alle accuse di crimini di guerra sulle quali si stanno confrontando i ministri di 40 Paesi in Olanda, nel corso della «Ukraine accountability conference». I ministri incontreranno il procuratore capo della Corte penale internazionale per discutere di come portare davanti alla giustizia i responsabili di crimini di guerra. Il governo britannico uscente di Boris Johnson ha stanziato 2,5 milioni di sterline per l’indagine. La vicinanza all’Ucraina è stata ribadita ancora una volta da papa Francesco, che ha chiesto che non cali l’attenzione sul conflitto.
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La linea morbida degli Stati Uniti non piace al premier Yair Lapid: «Per fermare il suo programma nucleare dobbiamo far sapere a Teheran che il mondo può usare la forza». Ma il presidente americano vuole la via diplomatica. E oggi arriva in Arabia Saudita.Alleanza Corea del Nord-Russia: Pyongyang riconosce le repubbliche di Donetsk e Lugansk. Ancora morti tra i civili.Lo speciale contiene due articoli.Prosegue il tour mediorientale di Joe Biden. Il presidente americano è atteso oggi in Arabia saudita, mentre ieri ha incontrato a Gerusalemme il premier israeliano, Yair Lapid, e il presidente israeliano Isaac Herzog. Un viaggio che, nel complesso, continua a rivelarsi in salita per l’inquilino della Casa Bianca. È pur vero che Biden e Lapid hanno mostrato una significativa sintonia. Mercoledì è stata annunciata la creazione di un comitato bilaterale per promuovere la collaborazione tecnologica, mentre ieri i due leader hanno siglato la «Dichiarazione di Gerusalemme sul partenariato strategico Usa-Israele»: un documento volto, tra le altre cose, a rafforzare la cooperazione bilaterale, rendere più efficace il contrasto all’antisemitismo e a estendere gli accordi di Abramo. Eppure un dossier ha continuato a incombere sulla tappa israeliana del presidente americano: l’Iran. Anche qui, a prima vista, sembrerebbe esserci piena sintonia. Nella suddetta Dichiarazione, i due Paesi si sono infatti impegnati a scongiurare l’eventualità che Teheran possa entrare in possesso dell’arma nucleare. Inoltre, mercoledì, l’inquilino della Casa Bianca non ha escluso il ricorso all’uso della forza contro il regime degli ayatollah, pur precisando che, in caso, si tratterebbe dell’«ultima risorsa»: in questo quadro, il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, ha minacciato ieri una «risposta dura» contro gli Usa e i loro alleati regionali. Ciononostante, dietro i sorrisi, si è registrata qualche dissonanza tra Biden e Lapid. Ieri, poco prima che iniziasse la conferenza stampa congiunta, il premier israeliano aveva dichiarato: «Abbiamo discusso della minaccia iraniana e di quello che pensiamo sia la cosa giusta da fare per assicurarci, cosa che condividiamo, che non ci sarà un Iran nucleare. Questa non è solo una minaccia per Israele, ma per il mondo». Parole che lasciano intendere come, da parte israeliana, si continui a nutrire significativa ostilità verso l’accordo sul nucleare del 2015: accordo che, siglato da Barack Obama, fu abbandonato da Donald Trump nel 2018 e che Biden ha cercato di ripristinare attraverso colloqui indiretti con Teheran a partire dall’anno scorso. Un accordo a cui, nonostante le trattative attualmente in salita, il presidente americano non sembra disposto a rinunciare. Interpellato appositamente sull’eventualità di una deadline per rilanciarlo, ieri ha affermato: «Aspettiamo la loro risposta (degli iraniani, ndr). Non sono sicuro quando arriverà, ma non aspetteremo per sempre». Parole che, per quanto severe nei confronti di Teheran, non hanno tuttavia gettato a mare la possibilità di ripristinare quell’intesa che, oltre ad essere pericolosa per la stabilità mediorientale e per l’esistenza di Israele, è anche contraddittoria: l’Iran è infatti uno stretto alleato della Russia e ha annunciato a marzo che aiuterà il Cremlino contro le sanzioni occidentali. Lo stesso consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, ha di recente reso noto che Teheran starebbe per fornire droni militari a Mosca. È in questo contesto che ieri Lapid ha incalzato Biden sulla deterrenza. «L’unica cosa che fermerà l’Iran è sapere che, se continuerà a sviluppare il suo programma nucleare, il mondo libero userà la forza. L’unico modo per fermarli è mettere sul tavolo una minaccia militare credibile», ha detto il premier israeliano. «Continuo a credere che la diplomazia sia la via migliore», ha affermato il presidente americano, facendo così emergere la propria divergenza con Lapid. Divergenza che potrebbe addirittura aumentare, nel caso Benjamin Netanyahu dovesse tornare premier a novembre: quello stesso Netanyahu che storicamente non intrattiene relazioni idilliache con l’attuale presidente americano (sebbene i due abbiano avuto un colloquio ieri). A conferma della divergenza di vedute, il Times of Israel ha riferito, citando fonti governative, la «frustrazione» di Israele su come Biden ha affrontato il dossier iraniano. Continua, intanto, l’imbarazzo per la visita odierna in Arabia saudita, dove Biden incontrerà il principe ereditario Mohammad bin Salman. «Le mie opinioni su Khashoggi sono state assolutamente chiare e non ho mai rinunciato a parlare di diritti umani», ha detto il presidente americano ieri. «Il motivo per cui andrò in Arabia Saudita è per promuovere gli interessi degli Stati Uniti», ha aggiunto. Una svolta realista, che mal si concilia tuttavia con il recente passato. In campagna elettorale, Biden aveva promesso che avrebbe reso Riad un «paria», accusando Trump di farsela con i dittatori e garantendo che, da presidente, avrebbe lottato contro le autocrazie. Ora, messo in ginocchio dalla crisi energetica, il presidente spera nell’aiuto dei sauditi, in considerazione del loro peso politico in seno all’Opec. Sauditi che nel frattempo hanno tuttavia consolidato i rapporti con Mosca e Pechino. Non mancano infine le turbolenze di politica interna per Biden. Alcuni esponenti dem non hanno digerito il suo imminente incontro con bin Salman, mentre nell’Asinello rischiano di riesplodere gli attriti tra l’ala centrista (filoisraeliana) e quella più a sinistra (filopalestinese). Un bel problema per il presidente, la cui leadership appare sempre più traballante: un tema non solo politico, ma anche di salute, visto che nella stessa visita israeliana Biden è apparso talvolta balbettante e non esente da gaffes. Con la sua distensione iraniana, il presidente americano ha reso il Medio Oriente più instabile di come lo aveva trovato. E i suoi equilibrismi rischiano adesso di far perdere agli Usa ulteriore influenza sull’area.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/israele-buco-acqua-biden-iran-2657676983.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-russi-hanno-conquistato-siversk-alleanza-corea-del-nord-cremlino" data-post-id="2657676983" data-published-at="1657872066" data-use-pagination="False"> I russi hanno conquistato Siversk. Alleanza Corea del Nord-Cremlino L’Ucraina tenta di respingere le accuse riguardanti i «percorsi» seguiti dalle armi fornite dall’Occidente. Dopo che la Ue ha istituito un hub in Moldavia per la lotta al contrabbando di armi, che pare stiano finendo nelle mani dei trafficanti, anche il capo dell’ufficio del presidente Volodymyr Zelensky, Andriy Yermak, propone di creare una commissione speciale per controllare cosa stia accadendo. In precedenza, un membro del gruppo di hacker russo RaHDIt, aveva dichiarato che l’intelligence ucraina sta lavorando con criminali e contrabbandieri per rivendere le armi occidentali sul mercato nero. Ipotesi accreditata in parte dalla stessa Unione europea attraverso la creazione di un organismo per contrastare il fenomeno. Ora Kiev sembra intenzionata a fare luce sul punto. Mentre la questione armi scotta sempre di più, sul fronte delle alleanze la Corea del Nord si stringe alla Russia, riconoscendo formalmente l’indipendenza delle due repubbliche popolari separatiste filorusse di Donetsk e Lugansk. La Corea del Nord è la terza nazione al mondo a procedere al riconoscimento, dopo Russia e Siria. In risposta alla mossa della Corea del Nord, l’Ucraina ha interrotto i rapporti diplomatici con Pyongyang. Sul riconoscimento del Donbass ha rincarato la dose anche il vice ministro degli Esteri russo Andrey Rudenko. «Un futuro accordo con l’Ucraina deve prevedere il suo status di Paese non allineato, privo di nucleare, riconoscere le realtà territoriali, compreso l’attuale status di Crimea, Repubblica di Donetsk, Repubblica di Lugansk». Si tenta, invece, di arginare la crisi sul fronte lituano: le merci russe sanzionate potranno di nuovo transitare sul territorio verso Kaliningrad, come affermato dal ministero degli Esteri lituano che ha invertito la sua politica sulla base delle nuove linee guida della Commissione europea. Il governatore di Kaliningrad, Alikhanov, ha scritto che le nuove linee guida Ue sono «solo il primo passo» per risolvere lo stallo: «Continueremo a lavorare per la completa rimozione delle restrizioni». Mentre le alleanze si consolidano e le decisioni Ue mutano, sul campo restano morti e feriti. Sarebbe di oltre 20 il numero delle vittime dell’attacco missilistico russo sulla città di Vinnytsia: tra loro ci sono tre bambini. Lo ha affermato il vice capo dell’ufficio del presidente ucraino, Tymoshenko, aggiungendo che «i russi hanno colpito con missili Kalibr lanciati da un sottomarino schierato nel Mar Nero». Il servizio di emergenza statale ucraino è ancora alla ricerca di almeno 46 dispersi. Nell’oblast di Donetsk, le truppe russe e quelle separatiste affermano di essere entrate a Siversk. Missili sono stati lanciati dai russi sulla zona industriale di Kramatorsk. La situazione è tragica anche nel Sud del Paese, ma in questo caso le vittime sono state causate dai contrattacchi di Kiev, che hanno colpito Novaya Kakhovka, città occupata dai russi nella regione di Kherson. «La vita era quasi tornata alla normalità e ci stavamo preparando per il nuovo anno scolastico. Gli ultimi attacchi missilistici ucraini hanno distrutto metà della città», ha dichiarato Vladimir Leontyev, capo dell’amministrazione militare-civile del distretto, insediato dai russi. Attacchi di Mosca sono stati uditi invece a Mykolaiv: secondo le prime informazioni sarebbe stato colpito un hotel. Nel frattempo, è in uscita un rapporto dell’Osce che si dice «preoccupata» per il trattamento riservato da Mosca ai civili ucraini nei «campi di filtraggio», progettati per identificare i sospettati di legami con le autorità di Kiev. Il rapporto va a sommarsi alle accuse di crimini di guerra sulle quali si stanno confrontando i ministri di 40 Paesi in Olanda, nel corso della «Ukraine accountability conference». I ministri incontreranno il procuratore capo della Corte penale internazionale per discutere di come portare davanti alla giustizia i responsabili di crimini di guerra. Il governo britannico uscente di Boris Johnson ha stanziato 2,5 milioni di sterline per l’indagine. La vicinanza all’Ucraina è stata ribadita ancora una volta da papa Francesco, che ha chiesto che non cali l’attenzione sul conflitto.
Auro Bulbarelli (Ansa)
L’altro giorno lo aveva ben raccontato il direttore Belpietro. Se Petrecca si è ritrovato davanti a quel microfono più grande di lui è stato perché qualcuno, quello stesso microfono, lo aveva sfilato a Bulbarelli. Chi glielo ha tolto? In tanti, diciamo. Ma in primis il Quirinale. Sembra paradossale ma quello stesso Mattarella che oggi è narrato con enfasi come il talismano degli azzurri olimpici, il portafortuna nazionale; lo stesso Mattarella campione del pop che riceve i protagonisti del prossimo festival di Sanremo; ecco, proprio lui, si sarebbe infastidito per le anticipazioni giornalistiche date da Bulbarelli circa il ruolo del capo dello Stato nella vigilia dell’inaugurazione. Un ruolo istituzionale ma anche giocoso per lo sketch con Valentino Rossi sul tram, lo stesso che ha fatto scorrere fiumi di inchiostro gentile e melenso.
Auro Bulbarelli aveva anticipato le notizie che riguardavano i passaggi del presidente nella cerimonia e il Quirinale si sarebbe «rabbuiato» chiedendo così l’intervento a chi di dovere (i più alti vertici della Rai), colpevole di non aver saputo preservare il riserbo su scaletta e protocollo. Sembrerà strano vista la leggerezza dell’accaduto - mica stavamo parlando della rivelazione di chissà quali segreti di Stato - ma il telecronista Bulbarelli è stato tagliato fuori proprio per aver dato una notizia, anche a costo (sicuramente involontario) di rompere l’embargo e la religiosità della scaletta. Quindi sono cominciate le interlocuzioni, anzi una specie di staffetta olimpica, tra Quirinale, organizzatori delle Olimpiadi invernali e vertici di viale Mazzini per sbattere in faccia ad Auro il cartellino giallo e sfilargli il ruolo di telecronista per la prima olimpica. Petrecca ha poi completato il pasticcio.
Va bene che col secondo mandato di Mattarella al Quirinale non siamo lontani da una specie di «monarchia mattarelliana» (nemmeno al potente presidente degli Stati Uniti è concesso un potere per 14 anni) ma arrivare addirittura a protestare con i vertici della tv pubblica perché un giornalista ha svelato il ruolo attivo di Mattarella nella cerimonia inaugurale ci sembra davvero un eccesso, la cui gravità è persino superiore alla decisione, autolesionista, dei vertici Rai di sostituire un telecronista navigato che si era ben preparato.
La rimostranza del Quirinale per lo «strappo» alla riservatezza è un fatto grave che non può passare sotto silenzio. Arriviamo così ai silenzi e alla complicità dell’opposizione, i cui membri in Vigilanza Rai stanno montando la polemica contro Petrecca senza tuttavia aver mai speso una parola di solidarietà nei confronti di Auro Bulbarelli, a dimostrazione di una stucchevole sudditanza verso il Colle. Centrosinistra e Cinque stelle non possono limitarsi ad accusare Petrecca - al quale non facciamo il minimo sconto: telecronaca pessima, approccio sciatto e presuntuoso, incapacità e inadeguatezza a restare nel ruolo di direttore di Rai Sport - e affermare che Bulbarelli ha commesso una gaffe, pensando di uscire da questa vicenda come quelli bravi o come i difensori della competenza: no, se importasse loro delle professionalità dovrebbero difendere chi è stato estromesso dal Quirinale. Invece stanno politicizzando oltremisura e stanno tenendo lo stesso atteggiamento del centrodestra: se quelli di Fratelli d’Italia sbagliano nel non chiedere il passo indietro di Petrecca, il Pd e compagnia sbaglia nel non risarcire Bulbarelli, che era stato incaricato di raccontare la cerimonia di inaugurazione.
Allora, visto che questo bravo collega sta pagando un prezzo professionale alto, lo diciamo noi: la diretta della cerimonia di chiusura dei giochi olimpici invernali dev’essere affidata a Bulbarelli, giornalista che paga per aver dato delle notizie, e non certo perché, come sta dicendo la sinistra con la complicità dei vertici Rai, ha fatto delle gaffe o ha esposto la Rai a una figuraccia. Non è così, la figuraccia - purtroppo - l’ha fatta Petrecca e l’ha fatta fare Petrecca, Bulbarelli ha solo anticipato le notizie che riguardavano Mattarella come insegnano i vecchi maestri: chi ha una notizia la racconta. Se Petrecca volesse recuperare un bel po’ di faccia e un bel po’ di dignità dovrebbe riassegnare la telecronaca a Bulbarelli e dirlo apertamente. Se ciò accadesse significherebbe che anche l’amministratore delegato Giampaolo Rossi sarebbe d’accordo.
Pertanto, si ridia il microfono ad Auro Bulbarelli nella speranza anche di poter festeggiare un medagliere olimpico sempre più pesante e brillante.
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Laura Pausini, Carlo Conti e Sergio Mattarella (Ansa)
Nero come lo stato dell’ordine pubblico, con i violenti in piazza giustificati dai rossi, mentre il governo (nero anch’esso) sforna decreti sicurezza. Meno male che Sergio c’è, verrebbe da cantare tutti in coro, parafrasando l’inno a Berlusconi. Meno male che c’è il presidente di tutti gli italiani, con quella sua «forza tranquilla», per citare un classico manifesto della Dc dei tempi d’oro. I giornali coprono Mattarella di miele e melassa da giorni e sembra che le medaglie le abbia vinte lui. E tra dieci giorni arriva Sanremo, totem nazionalpopolare, ed ecco che il capo dello Stato ieri ha tolto la giacca vento e ha rimesso la grisaglia per benedire Carlo Conti e Laura Pausini nei saloni del Quirinale. Ormai, Mattarella presenzia più dell’amico Emmanuel Macron, che però è a caccia di voti. Il fatto è che Mattarella lava più bianco. Lava le colpe di una politica rissosa e cacofonica, e anche la Pausini si presenta al suo cospetto di bianco vestita, insieme a Conti, il bravo presentatore. È la prima volta in assoluto che i protagonisti di Sanremo vengono ricevuti ufficialmente sul Colle. Sarà un precedente interessante, specie se un giorno il Comune ligure dovesse decidere di affidare il Festival a Mediaset, che per Mattarella, quand’era ministro ai tempi del decreto tv, era l’Impero del Male. Tre anni fa, era stato il primo capo dello Stato a partecipare a Sanremo. Era stata un’idea di Amadeus, che per rendere gloria ai 75 anni della Costituzione di uno dei paesi più canterini del mondo aveva ingaggiato Roberto Benigni.
Il comico che unifica e non graffia trovò il modo di citare Bernardo Mattarella tra i padri costituenti e il presidente si commosse in eurovisione.
Ieri, al Quirinale, sono sfilati una ventina di artisti (cantando Azzurro davanti al presidente) che saliranno sul palco della Città dei fiori, tra cui J-Ax con cappello da cowboy e pantaloni con le frange, Dargen D’Amico con gli occhiali fucsia, Mara Sattei vestita in nero ministeriale ma con borsetta in lurex ed Elettra Lamborghini in total white. Conti, al termine dell’incontro, non si è tenuto: «È stato bellissimo, molto emozionante, io che non mi emoziono mai mi sono emozionato». E Mattarella? Era contento? Conti giura di sì: «Il presidente è stato meraviglioso e ha detto cose straordinarie sulla musica. Mi hanno colpito le sue parole sempre attente, precise, puntuali. Ho fatto l’esempio che Sanremo è come le Olimpiadi della musica». Mentre la Pausini è uscita come trasfigurata: «Ha detto cose bellissime sulla musica popolare (…) È un presidente pop». La rassegna stampa di ieri era degna della Corea del Nord di Kim Jong-un, il capo di Stato ritratto sempre trionfante, sulle nevi come nei campi. La Stampa ha dedicato un paginone al seguente tema: «Tutti gli ori del presidente». Spacciando l’esistenza di «un effetto Mattarella che distribuisce tranquillità ed è una calamita per gli atleti». Ma lui, va detto, resta umile: «Porto fortuna? Non è merito mio. Sarebbe appropriazione indebita». Anche spiritoso. Il Corriere della Sera ha arruolato per la laudatio Walter Veltroni, che in questa presenza benigna sulle nevi ha visto l’apprezzamento della gente «per una figura paterna, sempre presente, pieno di cure per la sua comunità, testimone di rettitudine e portatore di una rigorosa moderazione».
E nelle cronache da Cortina, c’è spazio per i toni messianici: «Lui, il presidente-amuleto, il giorno dei miracoli lo aveva visto arrivare». Brignone e Lollobrigida erano nei suoi pensieri lungimiranti e benedicenti». Quanto a Repubblica, ecco il giusto encomio al Quirinale: «Mattarella primo tifoso e talismano degli atleti». Non male anche la prima pagina del Messaggero, che mette in foto il presidente con la Brignone e titola: «Mattarella abbraccia Federica: «Contavo sulla tua rinascita». Presidente accolto come una rockstar». Ma sì, pop o rock, l’importante è far capire ai lettori che Mattarella è su un altro livello. Perfino le vignette, Corriere in testa, che dovrebbero fare satira, per il Mattarella Madonna delle nevi si fanno turibolo.
Adesso ci manca solo che questa sera il presidente compaia in tribuna d’onore a San Siro per Inter-Juventus, il derby d’Italia. In ogni caso, Mattarella che presenzia a cose ha davanti a sé un calendario invitante: venerdì 3 aprile potrebbe accompagnare un altro signore vestito di bianco, papa Leone, nella Via Crucis al Colosseo. Prima, il 21 marzo, potrebbe materializzarsi al traguardo della Maratona di Roma e stringere la mano alle runner e ai runner. Poi, se volesse impegnarsi, potrebbe aiutare la povera Nazionale di calcio a qualificarsi per i Mondiali. Mondiali che sono in programma in estate in Canada, Messico e Stati Uniti. Anche lì, con Mattarella in tribuna, tutto può succedere. Solo cose belle, ovviamente. E ovviamente siamo tutti contenti che al Colle ci sia un uomo pieno di energie, nonostante i capelli bianchi. Ma sono energie un po’ sprecate, per i suoi poteri, perché sono energie da campagna elettorale. Il suo iperpresenzialismo di questi ultimi giorni serve a creargli un’immagine apparentemente apolitica, ma alla fine gli consegna una leva formidabile sulla politica stessa. Mai una parola fuori posto, certo. Ma adesso è in ogni posto.
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