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2018-03-27
Niente visite alla figlia malata perché c’è una donna velata in stanza
LaPresse
La convivenza forzata fra popoli e culture differenti è già difficile nella vita quotidiana, in condizioni di normalità, figuriamoci in situazioni di emergenza, quando la condivisione di spazi comuni si fa obbligata. Tipo in ospedale.
Lo si è visto - ma non è il primo caso del genere - in Austria, dove un padre è stato costretto dai medici a rinunciare a vedere in ospedale la figlia malata a causa delle richieste di un'altra ricoverata, musulmana radicale. La figlia ventitreenne dell'uomo, gravemente malata di sclerosi multipla, si trovava infatti nella stessa stanza di un'islamica osservante, che non gradiva la presenza di un uomo in camera. E questo nonostante fosse presente una tenda divisoria tra i due letti. Il signor Robert Salfenauer non ha quindi potuto salutare la figlia Chiara. Quando l'immigrata si è accorta che nella stanza era presente un uomo ha infatti iniziato a urlare fino a che Salfenauer non è stato costretto dal personale a uscire dalla stanza. Per parlare un po' con la figlia si è fermato sulla soglia, restando nel corridoio, ma anche in questo caso la paziente islamica ha richiesto l'intervento degli infermieri. Una situazione non simpatica, anche a causa della malattia particolarmente grave della giovane. Chiara si è ammalata cinque anni fa di sclerosi multipla. Ammessa a un programma di ricerca presso l'Allgemeines Krankenhaus di Vienna, l'ospedale generale, la ragazza deve andare in clinica per una notte ogni sei mesi. Il farmaco che le viene somministrato, infatti, ha effetti collaterali potenzialmente pericolosi, quindi in queste sedute la giovane è sempre accompagnata dai genitori. Che, già provati dall'esperienza, non meritavano certo di dover fare i conti con le follie dell'Austria multiculturale.
«Siamo rimasti scioccati dal fatto che una musulmana radicale abbia potuto condizionare la vita di un ospedale a Vienna. Di fatto ha potuto decidere che non potessi vedere mia figlia. Eppure ogni forma di radicalismo dovrebbe essere combattuta», ha detto l'uomo. Salfenauer, che di professione fa l'avvocato, il giorno dopo l'incidente si è mosso legalmente. La direzione del nosocomio, dal canto suo, ha dichiarato di essere giunta, dopo aver sentito tutte le testimonianze, a una «visione d'insieme dell'incidente». Che sarebbe questa: «Il padre della giovane paziente voleva guardare oltre la tenda divisoria mentre la donna velata pompava il latte per il suo neonato». Ma Salfenauer ha respinto l'accusa: «Non ho mai provato a guardare oltre la tenda divisoria. Ci sono dei testimoni». Ma, come dicevamo, non è la prima volta che siamo costretti a raccontare episodi simili. lo scorso febbraio, a Parma, un'anziana paziente italiana era stata sfrattata dall'ospedale per volere della vicina di letto musulmana. Secondo quanto aveva raccontato allora La Gazzetta di Parma, una donna di 89 anni, ricoverata all'ospedale maggiore della città emiliana nel reparto maxillo-facciale, sarebbe stata costretta a cambiare stanza dopo le insistenze di una paziente albanese di religione musulmana.
Il problema, anche questa volta, sarebbe sorto per la presenza di un uomo, nello specifico il figlio dell'anziana. Non potendo rimanere in stanza con un uomo, la straniera avrebbe chiesto che la paziente con cui condivideva la camera venisse spostata. Secondo quanto riportato dalla figlia della paziente italiana, la discussione si sarebbe fatta accesa, fino a che l'infermiera di turno avrebbe spostato l'ottantanovenne in un'altra stanza. Sembra, inoltre, che la donna albanese sia rimasta per altre due notti in stanza da sola mentre c'erano pazienti anche in corridoio. La direzione dell'ospedale cercò di chiarire la vicenda, seppur in modo piuttosto sibillino. «Il trasferimento della signora nella stanza a fianco, dal letto 7 al letto 9 non è ovviamente stato imposto ai famigliari della signora, ma è stato eseguito insieme a loro; tant'è che da quanto verificato il nipote della paziente si è dimostrato molto gentile con gli infermieri aiutandoli a spostare gli oggetti della nonna, presenti sopra al comodino», spiegò Giuseppe La Torre, coordinatore infermieristico dell'unità operativa. Lo spostamento, quindi, era effettivamente avvenuto, l'ospedale si limitò a chiarire che esso fosse avvenuto in tutta calma, senza peraltro specificare se invece, in precedenza, si fossero avuti effettivi momenti di tensione.
Ma sulla motivazione religiosa dello spostamento non arrivò alcuna smentita: «Il trasferimento è stato concordato dall'equipe e veniva incontro alle rispettive esigenze. Ci sembra del tutto ragionevole mantenere un clima sereno e collaborativo da parte di tutti, in special modo quando questo non causa disagi ai pazienti e ai loro congiunti», commentò Enrico Sesenna, direttore della chirurgia maxillo facciale.
Allarme terrorismo: l’intelligence teme attentati per Pasqua
Il pericolo terroristico che arriva dalla Tunisia e che, come svela una silenziosa indagine della Procura di Messina, si propaga nelle carceri italiane tramite islamisti radicalizzati, ha prodotto un innalzamento del livello di pericolo e fatto scattare l'allarme pasquale della intelligence italiana. Verranno incrementate le misure di sicurezza a Roma e al Vaticano. Il nervo è scoperto.
E così l'altro giorno è bastata una lettera anonima arrivata all'ambasciata italiana a Tunisi per far partire la caccia all'uomo per Atef Mathlouthi, indicato come presunto terrorista pronto a colpire a Roma. L'uomo, già arrestato a Palermo per spaccio di droga e poi rientrato nel suo Paese, è inseguito da tre mandati di cattura e finirebbe in carcere nel caso mettesse piede in Italia. L'allarme per fortuna è rientrato in fretta. Ma quella è solo l'ultima delle segnalazioni che l'intelligence tunisina ha girato ai servizi di sicurezza italiani. Tra gennaio e marzo sono già sette i tunisini rimpatriati con provvedimento del ministro dell'Interno per motivi di sicurezza (sono 25 le espulsioni dal 2017). Due erano ritenuti contigui all'Isis e sono stati individuati a Ravenna, dove frequentavano i circoli culturali musulmani. Un altro, che viveva a Nettuno, è stato indicato come «elemento in contatto con esponenti dell'autoproclamato Stato islamico». Il quarto uomo intratteneva comunicazioni con appartenenti all'Isis in Francia ed è stato rintracciato ad Anzio.
È alla sua seconda espulsione, invece, il tunisino residente a Vimercate (Monza-Brianza) e rimandato a casa il 6 marzo (l'altra espulsione risale al 2015) perché in contatto con un foreign fighter in Siria. Secondo l'Aise, il servizio di sicurezza che si occupa di minaccia estera, era pronto a un «gesto eclatante». Gli ultimi due erano detenuti in carcere a Padova e Palermo e lavoravano da imam radicali tra i detenuti. L'attenzione dell'intelligence e della Procura nazionale antiterrorismo è concentrata in Sicilia. Lì, un'indagine condotta in gran silenzio dai magistrati di Messina sta andando avanti grazie ad alcune segnalazioni provenienti dall'ambiente penitenziario, bacino definito ricco «di spunti investigativi e di vere e proprie notizie di reato».
La segnalazione firmata dal Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, riguarda scritti e disegni «di soggetti di religione islamica detenuti per favoreggiamento all'immigrazione clandestina» che hanno portato a iscrizioni nel registro degli indagati per il reato di 270 bis, ossia associazione con finalità di terrorismo. Il monitoraggio del Dap ha evidenziato «segnali concreti di radicalizzazione e attività di proselitismo», scrivono i magistrati, «anche attraverso il ricorso a condotte violente nei confronti di altri detenuti di origine musulmana che non intendevano adeguarsi ai comportamenti strettamente ortodossi da loro imposti».
La rotta Tunisia-Italia, insomma, è da allarme rosso. Con il calo dei flussi dalla Libia c'è stato, nel 2017, un aumento del 492 per cento delle partenze tunisine rispetto al 2016. E quest'anno sono già sbarcati 1.187 tunisini su un totale di 6.161 migranti arrivati (il 19 per cento del totale). Nell'ultima relazione al Parlamento gli 007 hanno segnalato che «rispetto agli arrivi dalla Libia, quelli originati dalla Tunisia presentano caratteri peculiari: prevedono sbarchi “occulti", effettuati sotto costa per eludere la sorveglianza marittima aumentando con ciò, di fatto, la possibilità di infiltrazione di elementi criminali e terroristici». Ma la jihad tunisina è attiva anche sul web.
Porta lì un'indagine aperta dalla Procura di Salerno per un accesso abusivo al sistema informatico del Comune di Mercato San Severino «che aveva determinato», scrivono i pm Silvio Marco Guarriello e Rocco Alfano, «in luogo della normale visione del sito istituzionale del Comune, la comparsa di immagini di bambini feriti e mutilati». A rivendicare l'azione è stato «il sedicente gruppo Tunisian cyber resistance al fallaga team». E da allora gli 007 hanno messo sotto osservazione diverse campagne di influenza on line sospette, molte delle quali sono targate Tunisia.
Fabio Amendolara
Gli stregoni nigeriani combattono i trafficanti

L'unica sala cinematografica che si trova lungo la chilometrica strada Airpot road accanto al Palazzo del re (oba) nella città di Benin city, in Nigeria, cuore pulsante della criminalità organizzata per il traffico di esseri umani, è a qualche centinaio di metri dall'hotel che mi vede ospite ormai da quasi undici anni.
Il cinema ormai chiuso non poteva essere luogo adatto, oltre al caldo insopportabile, per proiettare La terza madre ultimo film della trilogia delle tre madri di Dario Argento sul tema della stregoneria, perché i film italiani sono assolutamente sconosciuti e non hanno mai toccato suolo nigeriano, e neppure The Prestige, diretto da Christopher Nolan una storia di maghi e magie dal momento che Hollywood è al terzo posto nella classifica, dopo Bollywood e Nollywood. Inoltre i film europei e americani li si può assaporare solo nella nuovissima multisala che si trova dalla parte opposta della città. Poteva allora essere una pièce teatrale nello storico teatro nazionale rinnovato una paio di anni fa e ubicato nello stesso ampio spazio del Centro culturale tradizionale di Benin City accanto al cinema. E invece no.
Quel giorno cinema e teatro erano silenti. L'intrattenimento invece era proprio sul lato opposto della strada, nel Palazzo del re, oba appunto, anzi del nuovo oba Eware II salito al trono da qualche mese. Nella storia, l'area dove oggi sorge Benin city faceva parte del regno del Benin (da non confondere con la repubblica del Benin) divenuto poi tutt'uno con lo la Nigeria con il nome di Edo state. E pensare che Benin city si chiamava «Ubinu», ma fu l'invasione dei portoghesi, giunti via mare e approdati al vicinissimo porto marittimo, che cambiò il nome della città. «Ubinu» veniva pronunciato così male dai portoghesi che lo trasformarono in Benin. Benin city è una città africana, amante delle tradizioni, di quasi due milioni di abitanti. È ben conosciuta in Italia e nel mondo per l'elevatissimo numero di migranti che cominciarono a partire verso l'occidente circa mille anni fa proprio con l'arrivo dei portoghesi.
È una città che quasi tutti in occidente sanno trovare sulla cartina geografica. Infatti il porto marittimo distante pochi chilometri da Benin city, verso la fine del 1400 fu il primo crocevia della tratta degli schiavi verso l'Europa. In quegli anni regnava un certo oba Eware detto «il Grande». Appunto grande viaggiatore e grande combattente e nello stesso tempo anche grande mediatore per il popolo. Aveva però introdotto una nuova legge che obbligava gli uomini sposati a non fare figli per tre anni. Quando realizzò che la popolazione stava riducendosi velocemente, fece realizzare un fosso molto profondo tutto intorno alla città in modo da non consentire ai cittadini di migrare. Oba Eware aveva nel suo regno i più grandi maghi di tutti i tempi.
Grazie alle loro gesta e pratiche «magiche» durante il periodo della tratta di schiavi, furono divinizzati. Tornando ai tempi nostri, la città di Benin city è rimasta tale e quale a quella di centinaia di anni fa ma l'oba attuale, Eware II in virtù delle gesta del suo antenato è un grande viaggiatore e ancor più grande mediatore. Prima di essere incoronato oba fu ambasciatore in Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia, Angola, Albania e in Italia. Il palazzo dell'oba è un enorme area con cortile e una serie di palazzine con tetti in lamierino e ubicate sul lato meno trafficato di Airport road, la strada che porta all'aeroporto di Benin city. Il cortile che può contenere migliaia di persone per eventi straordinari. Oba Eware II, re e non sacerdote o santone, appunto grazie alla sua spiccata mediazione, ha voluto organizzare, dopo circa 600 anni un incontro che volesse riproporre le gesta del suo antenato. Il 9 marzo del 2018, oba Eware II ha ricevuto a palazzo tutti i «native doctor» dell'Edo state, per il più grande rituale vudù della storia del nostro pianeta. Un'adunata generale di maghi, maghe, streghe e stregoni, i «native doctor» (termine che non si può tradurre in «dottori» e neppure in «preti»), per un evento storico unico. Il fine: agire attraverso pratiche ritualistiche voodoo contro trafficanti di esseri umani e cosche criminali in Africa e all'estero per liberare definitivamente tutte le donne schiavizzate e incatenate psicologicamente da rituali malvagi animisti come il juju. Molte giovani, vittime di imbrogli ancora oggi, cercano di lasciare le famiglie per scappare verso l'occidente. E non pensiate siano incolte e con basso livello scolastico. Molte di loro provengono proprio dalle varie università del territorio nigeriano e dal vicino Niger.
Il mega evento è stato programmato non solo dall'oba di Benin city in qualità di mediatore (non è né un santone e neppure un sacerdote) ma anche con il governo federale dello stato di Edo e l'Oim, l'Organizzazione internazionale per le migrazioni nel mondo. Insieme per esercitare una pressione mediatica senza precedenti. Insomma un grande set cinematografico del reale da proporre in tv, via Internet, attraverso Whatsapp, Youtube etc... Un grande evento ritualistico mediatico con tanto di inviti a tutti i capi dei villaggi, principi, duchi e via dicendo. Ogni mago e maga portava i propri «strumenti di lavoro» dal villaggio e dal proprio santuario: ossa, legni, polveri, conchiglie, escrementi e «intrugli magici» più che altro miscelati al «distillato secco più venduto in Nigeria», il gin, da sputare durante l'esibizione. Nessun animale coinvolto. Ogni maga e mago, ogni sciamano con la propria tunica rossa si è esibito con altri colleghi per creare un' enorme energia benigna e annientare tutte le forze maligne che oggi tengono imprigionate le schiave nel mondo. Parole e preghiere, oggetti e polveri magiche, alcool e superstizione si sono combinati insieme per produrre un campo di energia trasportato dai media. L'effetto ha raggiunto così tutti nigeriani in occidente e in oriente. Lo stesso messaggio dall'oba quel giorno proclamava «libere» tutte le donne incatenate in schiavitù coatta. E inoltre nessun obbligo di versare denaro per esigere la propria libertà. Riscatto annullato. Che sia dunque terminata tutto d'un colpo una lunghissima storia di prostituzione, migrazione e criminalità organizzata proveniente dall'Africa e iniziata addiritturanel lontano 1400?
Ho voluto chiamare al telefono in questi giorni un «native doctor» di Benin city che conosco. Mi ha detto: «Qualora questa grande cerimonia ritualistica non avesse funzionato sono pronti ad una sessione vudù di massa molto più potente». C'è da dire che da Torino a Palermo le ragazze da qualche giorno (anche alcuni ragazzi) vittime del traffico di esseri umani, stanno cominciando ad avvicinarsi agli sportelli degli uffici delle varie associazioni di volontariato di provincia per presentare denuncia contro i trafficanti e le madame. Dunque sembra che funzioni. Ma forse non per tutti. C'è da dire che in Italia il sistema di accoglienza funziona così male che le stesse ospiti dei Centri di accoglienza straordinaria, essendo libere di poter girovagare e uscire a loro piacimento, si prostituiscono per poter incassare. E molte volte per portare alle loro madame cammuffate da richiedenti asilo politico all'interno delle strutture, i profitti dovuti. Praticamente questi Cas sono dei centri di prostituzione a tutti gli effetti e non esiste alcun controllo. E per di più siamo in Italia. E qui l'oba purtroppo non può fare molto. I nuovi politici sì.
Alberto Cicala da Benin city (Nigeria)
Razzismo migrante: nelle banlieue gli arabi non vogliono altri africani
Un africano a spasso per il quartiere, nudo. La scena, vista spesso anche nelle nostre città, avviene a Seine-Saint-Denis. Per poco tempo, però: il tizio che ci ha provato, immigrato di fresco arrivo, finisce all'ospedale con il cranio fracassato. Qualcuno gli ha spaccato una bottiglia in testa. Ma non parlate di raid razzista: a fare «giustizia» ci hanno pensato i padroni del quartiere. Africani, pure loro, ma di lunga data, spesso di seconda o terza generazione. Coloro che fanno il bello e il cattivo tempo in certi quartieri di Parigi dove lo Stato non mette più piede. Quando non se la prendono con i poliziotti o con qualche petit blanc finito troppo lontano da casa, i padroni della banlieue hanno un nemico: i «Lampédouz».
Questo termine dispregiativo, chiaramente derivato dal nome della nostra isola di Lampedusa, indica quelli che sono appena sbarcati, gli ultimi arrivati, gli sradicati, gli alienati, coloro che non riescono a inserirsi nelle reti claniche che innervano le periferie francesi africanizzate. Quelli che rovinano il fragile equilibrio sociale, religioso e anche criminale delle banlieue. Su questa realtà, è appena uscito in Francia, a firma di Manon Quérouil-Bruneel, La Part du ghetto (Fayard), di cui Le Figaro magazine ha pubblicato ampi stralci qualche giorno fa. Qui scopriamo questa realtà che contraddice potentemente la narrazione sull'Europa razzista e sul bianco nemico di questa négritude sempre umana, simpatica, desiderosa di arricchire il prossimo, socialmente e culturalmente. Vecchi immigrati contro nuovi, quindi, africani contro africani. «La nuova violenza che agita regolarmente il quartiere», scrive Quérouil-Bruneel, «è quella che oppone questi giovani con un background nell'immigrazione ai nuovi arrivati: spesso uomini soli, che dormono in occupazioni all'ombra delle grandi case popolari o si ammassano in appartamenti insalubri affittati dai mercanti di sonno. Vivono e lavorano in nero nei cantieri, vendendo sigarette di contrabbando, scippando borse o telefonini. Ma i furti commessi nel quartiere scatenano sempre rappresaglie, a colpi di mazze da baseball e spranghe di ferro. I giovani della zona scendono in strada in gruppo e pestano tutti i migranti che incontrano».
Malek, abitante storico del quartiere, esprime la logica spietata ma lineare di questo ordine feroce: «Siamo già tutti in una galera, non possiamo accogliere tutta la miseria del mondo». È questa la realtà di Seine-Saint-Denis, dipartimento che costituiva un tempo il cuore rosso della cintura operaia a nord di Parigi e che, ormai da anni, non è più in Europa. Oggi è abitato da quasi 1,6 milioni di persone, con una densità di 6.748 abitanti per chilometro quadrato. Il 30% degli abitanti ha meno di 20 anni. Secondo i dati riportati dallo studioso Christophe Guilluy, tra il 1968 e il 2005, i giovani di origine straniera vi sono passati dal 18,8% al 50,1%. Qui, i bambini di cui entrambi i genitori sono nati in Francia sono passati, nello stesso periodo, da 41% al 13,5%.
Questa periferia non è più quella raccontata nel 1995 da L'odio di Mathieu Kassovitz. «I giovani non bruciano più le auto, fanno affari senza troppo clamore, coscienti che i tafferugli nuocciono al business». Cioè allo spaccio di hashish. Cocaina o eroina si smerciano, ma lontano dal quartiere. Qualche anno fa, un tizio della zona ha aperto una rivendita di crack sul territorio. Lo hanno fatto chiudere. Non la gendarmeria, ma i capi del quartiere. Omar, algerino, padre di Malek, non si è mai abituato a tutto ciò: «Una volta qui c'erano boulangerie tradizionali, macellerie equine, ragazze in minogonna. Io non mi sentivo algerino o francese, ma operaio». Negli anni Novanta sarebbe arrivato il ripiego religioso, il rifiuto della cultura francese, il salafismo onnipresente. E, infine, la jihad. Delizie di quel che è chiamato «vivre ensemble». Ma sempre più spesso, come dice Renaud Camus, fra «vivre» e «ensemble» bisogna fare una scelta.
Adriano Scianca
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In una clinica viennese una musulmana non tollera la presenza di maschi nella camera. Così i medici proibiscono alla ragazza affetta da sclerosi multipla di stare con suo padre. Intanto, Pasqua si avvicina e l'intelligence teme attentati. Cronache da Benin city e dalle banlieue francesi.Lo speciale contiene quattro articoliLa convivenza forzata fra popoli e culture differenti è già difficile nella vita quotidiana, in condizioni di normalità, figuriamoci in situazioni di emergenza, quando la condivisione di spazi comuni si fa obbligata. Tipo in ospedale. Lo si è visto - ma non è il primo caso del genere - in Austria, dove un padre è stato costretto dai medici a rinunciare a vedere in ospedale la figlia malata a causa delle richieste di un'altra ricoverata, musulmana radicale. La figlia ventitreenne dell'uomo, gravemente malata di sclerosi multipla, si trovava infatti nella stessa stanza di un'islamica osservante, che non gradiva la presenza di un uomo in camera. E questo nonostante fosse presente una tenda divisoria tra i due letti. Il signor Robert Salfenauer non ha quindi potuto salutare la figlia Chiara. Quando l'immigrata si è accorta che nella stanza era presente un uomo ha infatti iniziato a urlare fino a che Salfenauer non è stato costretto dal personale a uscire dalla stanza. Per parlare un po' con la figlia si è fermato sulla soglia, restando nel corridoio, ma anche in questo caso la paziente islamica ha richiesto l'intervento degli infermieri. Una situazione non simpatica, anche a causa della malattia particolarmente grave della giovane. Chiara si è ammalata cinque anni fa di sclerosi multipla. Ammessa a un programma di ricerca presso l'Allgemeines Krankenhaus di Vienna, l'ospedale generale, la ragazza deve andare in clinica per una notte ogni sei mesi. Il farmaco che le viene somministrato, infatti, ha effetti collaterali potenzialmente pericolosi, quindi in queste sedute la giovane è sempre accompagnata dai genitori. Che, già provati dall'esperienza, non meritavano certo di dover fare i conti con le follie dell'Austria multiculturale. «Siamo rimasti scioccati dal fatto che una musulmana radicale abbia potuto condizionare la vita di un ospedale a Vienna. Di fatto ha potuto decidere che non potessi vedere mia figlia. Eppure ogni forma di radicalismo dovrebbe essere combattuta», ha detto l'uomo. Salfenauer, che di professione fa l'avvocato, il giorno dopo l'incidente si è mosso legalmente. La direzione del nosocomio, dal canto suo, ha dichiarato di essere giunta, dopo aver sentito tutte le testimonianze, a una «visione d'insieme dell'incidente». Che sarebbe questa: «Il padre della giovane paziente voleva guardare oltre la tenda divisoria mentre la donna velata pompava il latte per il suo neonato». Ma Salfenauer ha respinto l'accusa: «Non ho mai provato a guardare oltre la tenda divisoria. Ci sono dei testimoni». Ma, come dicevamo, non è la prima volta che siamo costretti a raccontare episodi simili. lo scorso febbraio, a Parma, un'anziana paziente italiana era stata sfrattata dall'ospedale per volere della vicina di letto musulmana. Secondo quanto aveva raccontato allora La Gazzetta di Parma, una donna di 89 anni, ricoverata all'ospedale maggiore della città emiliana nel reparto maxillo-facciale, sarebbe stata costretta a cambiare stanza dopo le insistenze di una paziente albanese di religione musulmana. Il problema, anche questa volta, sarebbe sorto per la presenza di un uomo, nello specifico il figlio dell'anziana. Non potendo rimanere in stanza con un uomo, la straniera avrebbe chiesto che la paziente con cui condivideva la camera venisse spostata. Secondo quanto riportato dalla figlia della paziente italiana, la discussione si sarebbe fatta accesa, fino a che l'infermiera di turno avrebbe spostato l'ottantanovenne in un'altra stanza. Sembra, inoltre, che la donna albanese sia rimasta per altre due notti in stanza da sola mentre c'erano pazienti anche in corridoio. La direzione dell'ospedale cercò di chiarire la vicenda, seppur in modo piuttosto sibillino. «Il trasferimento della signora nella stanza a fianco, dal letto 7 al letto 9 non è ovviamente stato imposto ai famigliari della signora, ma è stato eseguito insieme a loro; tant'è che da quanto verificato il nipote della paziente si è dimostrato molto gentile con gli infermieri aiutandoli a spostare gli oggetti della nonna, presenti sopra al comodino», spiegò Giuseppe La Torre, coordinatore infermieristico dell'unità operativa. Lo spostamento, quindi, era effettivamente avvenuto, l'ospedale si limitò a chiarire che esso fosse avvenuto in tutta calma, senza peraltro specificare se invece, in precedenza, si fossero avuti effettivi momenti di tensione. 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Un altro, che viveva a Nettuno, è stato indicato come «elemento in contatto con esponenti dell'autoproclamato Stato islamico». Il quarto uomo intratteneva comunicazioni con appartenenti all'Isis in Francia ed è stato rintracciato ad Anzio. È alla sua seconda espulsione, invece, il tunisino residente a Vimercate (Monza-Brianza) e rimandato a casa il 6 marzo (l'altra espulsione risale al 2015) perché in contatto con un foreign fighter in Siria. Secondo l'Aise, il servizio di sicurezza che si occupa di minaccia estera, era pronto a un «gesto eclatante». Gli ultimi due erano detenuti in carcere a Padova e Palermo e lavoravano da imam radicali tra i detenuti. L'attenzione dell'intelligence e della Procura nazionale antiterrorismo è concentrata in Sicilia. Lì, un'indagine condotta in gran silenzio dai magistrati di Messina sta andando avanti grazie ad alcune segnalazioni provenienti dall'ambiente penitenziario, bacino definito ricco «di spunti investigativi e di vere e proprie notizie di reato». La segnalazione firmata dal Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, riguarda scritti e disegni «di soggetti di religione islamica detenuti per favoreggiamento all'immigrazione clandestina» che hanno portato a iscrizioni nel registro degli indagati per il reato di 270 bis, ossia associazione con finalità di terrorismo. Il monitoraggio del Dap ha evidenziato «segnali concreti di radicalizzazione e attività di proselitismo», scrivono i magistrati, «anche attraverso il ricorso a condotte violente nei confronti di altri detenuti di origine musulmana che non intendevano adeguarsi ai comportamenti strettamente ortodossi da loro imposti». La rotta Tunisia-Italia, insomma, è da allarme rosso. Con il calo dei flussi dalla Libia c'è stato, nel 2017, un aumento del 492 per cento delle partenze tunisine rispetto al 2016. E quest'anno sono già sbarcati 1.187 tunisini su un totale di 6.161 migranti arrivati (il 19 per cento del totale). Nell'ultima relazione al Parlamento gli 007 hanno segnalato che «rispetto agli arrivi dalla Libia, quelli originati dalla Tunisia presentano caratteri peculiari: prevedono sbarchi “occulti", effettuati sotto costa per eludere la sorveglianza marittima aumentando con ciò, di fatto, la possibilità di infiltrazione di elementi criminali e terroristici». Ma la jihad tunisina è attiva anche sul web. Porta lì un'indagine aperta dalla Procura di Salerno per un accesso abusivo al sistema informatico del Comune di Mercato San Severino «che aveva determinato», scrivono i pm Silvio Marco Guarriello e Rocco Alfano, «in luogo della normale visione del sito istituzionale del Comune, la comparsa di immagini di bambini feriti e mutilati». A rivendicare l'azione è stato «il sedicente gruppo Tunisian cyber resistance al fallaga team». E da allora gli 007 hanno messo sotto osservazione diverse campagne di influenza on line sospette, molte delle quali sono targate Tunisia. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/islam-vienna-ospedale-divieto-2553267359.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="gli-stregoni-nigeriani-combattono-i-trafficanti" data-post-id="2553267359" data-published-at="1781260410" data-use-pagination="False"> Gli stregoni nigeriani combattono i trafficanti L'unica sala cinematografica che si trova lungo la chilometrica strada Airpot road accanto al Palazzo del re (oba) nella città di Benin city, in Nigeria, cuore pulsante della criminalità organizzata per il traffico di esseri umani, è a qualche centinaio di metri dall'hotel che mi vede ospite ormai da quasi undici anni. Il cinema ormai chiuso non poteva essere luogo adatto, oltre al caldo insopportabile, per proiettare La terza madre ultimo film della trilogia delle tre madri di Dario Argento sul tema della stregoneria, perché i film italiani sono assolutamente sconosciuti e non hanno mai toccato suolo nigeriano, e neppure The Prestige, diretto da Christopher Nolan una storia di maghi e magie dal momento che Hollywood è al terzo posto nella classifica, dopo Bollywood e Nollywood. Inoltre i film europei e americani li si può assaporare solo nella nuovissima multisala che si trova dalla parte opposta della città. Poteva allora essere una pièce teatrale nello storico teatro nazionale rinnovato una paio di anni fa e ubicato nello stesso ampio spazio del Centro culturale tradizionale di Benin City accanto al cinema. E invece no. Quel giorno cinema e teatro erano silenti. L'intrattenimento invece era proprio sul lato opposto della strada, nel Palazzo del re, oba appunto, anzi del nuovo oba Eware II salito al trono da qualche mese. Nella storia, l'area dove oggi sorge Benin city faceva parte del regno del Benin (da non confondere con la repubblica del Benin) divenuto poi tutt'uno con lo la Nigeria con il nome di Edo state. E pensare che Benin city si chiamava «Ubinu», ma fu l'invasione dei portoghesi, giunti via mare e approdati al vicinissimo porto marittimo, che cambiò il nome della città. «Ubinu» veniva pronunciato così male dai portoghesi che lo trasformarono in Benin. Benin city è una città africana, amante delle tradizioni, di quasi due milioni di abitanti. È ben conosciuta in Italia e nel mondo per l'elevatissimo numero di migranti che cominciarono a partire verso l'occidente circa mille anni fa proprio con l'arrivo dei portoghesi. È una città che quasi tutti in occidente sanno trovare sulla cartina geografica. Infatti il porto marittimo distante pochi chilometri da Benin city, verso la fine del 1400 fu il primo crocevia della tratta degli schiavi verso l'Europa. In quegli anni regnava un certo oba Eware detto «il Grande». Appunto grande viaggiatore e grande combattente e nello stesso tempo anche grande mediatore per il popolo. Aveva però introdotto una nuova legge che obbligava gli uomini sposati a non fare figli per tre anni. Quando realizzò che la popolazione stava riducendosi velocemente, fece realizzare un fosso molto profondo tutto intorno alla città in modo da non consentire ai cittadini di migrare. Oba Eware aveva nel suo regno i più grandi maghi di tutti i tempi. Grazie alle loro gesta e pratiche «magiche» durante il periodo della tratta di schiavi, furono divinizzati. Tornando ai tempi nostri, la città di Benin city è rimasta tale e quale a quella di centinaia di anni fa ma l'oba attuale, Eware II in virtù delle gesta del suo antenato è un grande viaggiatore e ancor più grande mediatore. Prima di essere incoronato oba fu ambasciatore in Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia, Angola, Albania e in Italia. Il palazzo dell'oba è un enorme area con cortile e una serie di palazzine con tetti in lamierino e ubicate sul lato meno trafficato di Airport road, la strada che porta all'aeroporto di Benin city. Il cortile che può contenere migliaia di persone per eventi straordinari. Oba Eware II, re e non sacerdote o santone, appunto grazie alla sua spiccata mediazione, ha voluto organizzare, dopo circa 600 anni un incontro che volesse riproporre le gesta del suo antenato. Il 9 marzo del 2018, oba Eware II ha ricevuto a palazzo tutti i «native doctor» dell'Edo state, per il più grande rituale vudù della storia del nostro pianeta. Un'adunata generale di maghi, maghe, streghe e stregoni, i «native doctor» (termine che non si può tradurre in «dottori» e neppure in «preti»), per un evento storico unico. Il fine: agire attraverso pratiche ritualistiche voodoo contro trafficanti di esseri umani e cosche criminali in Africa e all'estero per liberare definitivamente tutte le donne schiavizzate e incatenate psicologicamente da rituali malvagi animisti come il juju. Molte giovani, vittime di imbrogli ancora oggi, cercano di lasciare le famiglie per scappare verso l'occidente. E non pensiate siano incolte e con basso livello scolastico. Molte di loro provengono proprio dalle varie università del territorio nigeriano e dal vicino Niger. Il mega evento è stato programmato non solo dall'oba di Benin city in qualità di mediatore (non è né un santone e neppure un sacerdote) ma anche con il governo federale dello stato di Edo e l'Oim, l'Organizzazione internazionale per le migrazioni nel mondo. Insieme per esercitare una pressione mediatica senza precedenti. Insomma un grande set cinematografico del reale da proporre in tv, via Internet, attraverso Whatsapp, Youtube etc... Un grande evento ritualistico mediatico con tanto di inviti a tutti i capi dei villaggi, principi, duchi e via dicendo. Ogni mago e maga portava i propri «strumenti di lavoro» dal villaggio e dal proprio santuario: ossa, legni, polveri, conchiglie, escrementi e «intrugli magici» più che altro miscelati al «distillato secco più venduto in Nigeria», il gin, da sputare durante l'esibizione. Nessun animale coinvolto. Ogni maga e mago, ogni sciamano con la propria tunica rossa si è esibito con altri colleghi per creare un' enorme energia benigna e annientare tutte le forze maligne che oggi tengono imprigionate le schiave nel mondo. Parole e preghiere, oggetti e polveri magiche, alcool e superstizione si sono combinati insieme per produrre un campo di energia trasportato dai media. L'effetto ha raggiunto così tutti nigeriani in occidente e in oriente. Lo stesso messaggio dall'oba quel giorno proclamava «libere» tutte le donne incatenate in schiavitù coatta. E inoltre nessun obbligo di versare denaro per esigere la propria libertà. Riscatto annullato. Che sia dunque terminata tutto d'un colpo una lunghissima storia di prostituzione, migrazione e criminalità organizzata proveniente dall'Africa e iniziata addiritturanel lontano 1400? Ho voluto chiamare al telefono in questi giorni un «native doctor» di Benin city che conosco. Mi ha detto: «Qualora questa grande cerimonia ritualistica non avesse funzionato sono pronti ad una sessione vudù di massa molto più potente». C'è da dire che da Torino a Palermo le ragazze da qualche giorno (anche alcuni ragazzi) vittime del traffico di esseri umani, stanno cominciando ad avvicinarsi agli sportelli degli uffici delle varie associazioni di volontariato di provincia per presentare denuncia contro i trafficanti e le madame. Dunque sembra che funzioni. Ma forse non per tutti. C'è da dire che in Italia il sistema di accoglienza funziona così male che le stesse ospiti dei Centri di accoglienza straordinaria, essendo libere di poter girovagare e uscire a loro piacimento, si prostituiscono per poter incassare. E molte volte per portare alle loro madame cammuffate da richiedenti asilo politico all'interno delle strutture, i profitti dovuti. Praticamente questi Cas sono dei centri di prostituzione a tutti gli effetti e non esiste alcun controllo. E per di più siamo in Italia. E qui l'oba purtroppo non può fare molto. I nuovi politici sì. Alberto Cicala da Benin city (Nigeria) <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/islam-vienna-ospedale-divieto-2553267359.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="razzismo-migrante-nelle-banlieue-gli-arabi-non-vogliono-altri-africani" data-post-id="2553267359" data-published-at="1781260410" data-use-pagination="False"> Razzismo migrante: nelle banlieue gli arabi non vogliono altri africani Un africano a spasso per il quartiere, nudo. La scena, vista spesso anche nelle nostre città, avviene a Seine-Saint-Denis. Per poco tempo, però: il tizio che ci ha provato, immigrato di fresco arrivo, finisce all'ospedale con il cranio fracassato. Qualcuno gli ha spaccato una bottiglia in testa. Ma non parlate di raid razzista: a fare «giustizia» ci hanno pensato i padroni del quartiere. Africani, pure loro, ma di lunga data, spesso di seconda o terza generazione. Coloro che fanno il bello e il cattivo tempo in certi quartieri di Parigi dove lo Stato non mette più piede. Quando non se la prendono con i poliziotti o con qualche petit blanc finito troppo lontano da casa, i padroni della banlieue hanno un nemico: i «Lampédouz». Questo termine dispregiativo, chiaramente derivato dal nome della nostra isola di Lampedusa, indica quelli che sono appena sbarcati, gli ultimi arrivati, gli sradicati, gli alienati, coloro che non riescono a inserirsi nelle reti claniche che innervano le periferie francesi africanizzate. Quelli che rovinano il fragile equilibrio sociale, religioso e anche criminale delle banlieue. Su questa realtà, è appena uscito in Francia, a firma di Manon Quérouil-Bruneel, La Part du ghetto (Fayard), di cui Le Figaro magazine ha pubblicato ampi stralci qualche giorno fa. Qui scopriamo questa realtà che contraddice potentemente la narrazione sull'Europa razzista e sul bianco nemico di questa négritude sempre umana, simpatica, desiderosa di arricchire il prossimo, socialmente e culturalmente. Vecchi immigrati contro nuovi, quindi, africani contro africani. «La nuova violenza che agita regolarmente il quartiere», scrive Quérouil-Bruneel, «è quella che oppone questi giovani con un background nell'immigrazione ai nuovi arrivati: spesso uomini soli, che dormono in occupazioni all'ombra delle grandi case popolari o si ammassano in appartamenti insalubri affittati dai mercanti di sonno. Vivono e lavorano in nero nei cantieri, vendendo sigarette di contrabbando, scippando borse o telefonini. Ma i furti commessi nel quartiere scatenano sempre rappresaglie, a colpi di mazze da baseball e spranghe di ferro. I giovani della zona scendono in strada in gruppo e pestano tutti i migranti che incontrano». Malek, abitante storico del quartiere, esprime la logica spietata ma lineare di questo ordine feroce: «Siamo già tutti in una galera, non possiamo accogliere tutta la miseria del mondo». È questa la realtà di Seine-Saint-Denis, dipartimento che costituiva un tempo il cuore rosso della cintura operaia a nord di Parigi e che, ormai da anni, non è più in Europa. Oggi è abitato da quasi 1,6 milioni di persone, con una densità di 6.748 abitanti per chilometro quadrato. Il 30% degli abitanti ha meno di 20 anni. Secondo i dati riportati dallo studioso Christophe Guilluy, tra il 1968 e il 2005, i giovani di origine straniera vi sono passati dal 18,8% al 50,1%. Qui, i bambini di cui entrambi i genitori sono nati in Francia sono passati, nello stesso periodo, da 41% al 13,5%. Questa periferia non è più quella raccontata nel 1995 da L'odio di Mathieu Kassovitz. «I giovani non bruciano più le auto, fanno affari senza troppo clamore, coscienti che i tafferugli nuocciono al business». Cioè allo spaccio di hashish. Cocaina o eroina si smerciano, ma lontano dal quartiere. Qualche anno fa, un tizio della zona ha aperto una rivendita di crack sul territorio. Lo hanno fatto chiudere. Non la gendarmeria, ma i capi del quartiere. Omar, algerino, padre di Malek, non si è mai abituato a tutto ciò: «Una volta qui c'erano boulangerie tradizionali, macellerie equine, ragazze in minogonna. Io non mi sentivo algerino o francese, ma operaio». Negli anni Novanta sarebbe arrivato il ripiego religioso, il rifiuto della cultura francese, il salafismo onnipresente. E, infine, la jihad. Delizie di quel che è chiamato «vivre ensemble». Ma sempre più spesso, come dice Renaud Camus, fra «vivre» e «ensemble» bisogna fare una scelta. Adriano Scianca
Vladimir Putin (Ansa)
Fatto sta che ieri, nelle sue comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue del 18 e 19 giugno, il presidente del Consiglio, reduce dall’irritante esclusione dal vertice E3 con Volodymyr Zelensky, ha espresso chiaramente la sua preferenza per un’iniziativa diplomatica comune nei confronti di Mosca: «L’Unione europea», ha detto il premier, «deve essere pronta a guidare questo dialogo, mentre farebbe un errore a subirlo». Sia se a guidare le danze fossero gli Stati Uniti da soli, sia se, per le manie di protagonismo di certi leader nazionali, si procedesse «a tentoni, con formati variabili» che producono «frammentazione, confusione, debolezza». «Ma per farlo», ha aggiunto l’inquilina di Palazzo Chigi, «una volta stabilito quale sia, dal nostro punto di vista, l’obiettivo finale del negoziato, occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale». È un aspetto su cui si registra una convergenza più rara che unica con Sergio Mattarella, secondo il quale è «molto opportuno che l’Unione europea, nei confronti dell’Ucraina e della Russia, si presenti con una voce sola». Opinione che, non a caso, il presidente ha espresso al pranzo di ieri con il premier. Ma ora che pure Francia, Germania e Regno Unito si sono decisi a intavolare una trattativa, tanto che, ieri, hanno spedito i loro ambasciatori al ministero degli Esteri russo, la sfida complicata è proprio quella di scegliere una figura adatta, che metta d’accordo tutti gli Stati membri dell’Ue e magari pure Londra.
È escluso che l’incarico possa essere ricoperto dall’Alto rappresentante di Bruxelles, Kaja Kallas. Oltranzista nei confronti del Cremlino, nonostante il passato sovietico della sua famiglia, adesso è ulteriormente delegittimata da chi briga per liquidarla, prendendo atto della sua irrilevanza. Il Financial Times ha infatti svelato che Parigi e Berlino, stizzite per l’«inefficacia» del servizio diplomatico Ue, sarebbero pronte a ritrasferire il grosso delle sue competenze alla Commissione, o in capo agli Stati membri. E, soprattutto, a sottrargli un budget da oltre un miliardo di euro. L’autorevolezza per andare da Vladimir Putin, la Kallas non ce l’ha affatto; anzi, la sua parabola certifica che l’Unione europea rimane priva di una politica estera. E questo è un ostacolo serio, se l’obiettivo è raggiungere un accordo ampio, superando le coalizioni ristrette.
A fine maggio, il quotidiano britannico aveva messo in cima alla lista dei potenziali mediatori il sempreverde «nonno» della Repubblica italiana: Mario Draghi. Affidargli un ruolo del genere potrebbe avere un qualche impatto anche sulla successione al Colle, nel 2029. L’ex banchiere potrebbe trovarsi impelagato in un lungo e difficile processo politico, che finirebbe per tenerlo lontano dal Quirinale. Il che lascerebbe campo più libero a un’alternativa più organica al centrodestra - ammettendo che il centrodestra si trovi, fra due anni e mezzo, nella posizione di dare le carte. Addirittura, un eventuale fallimento della mediazione potrebbe bruciare per la seconda volta l’ascesa di Draghi; la prima, era bastata la ricandidatura di Sergio Mattarella. Viceversa, un successo storico lo renderebbe la scelta naturale per subentrare all’attuale capo dello Stato. E la Meloni potrebbe intestarselo, facendo valere i buoni rapporti che ha intrattenuto con il suo predecessore.
Al di là dei risvolti e dei calcoli di politica interna, il limite alla missione di Draghi sarebbero le sue scarse credenziali nei confronti dello zar. La Federazione russa ha mandato segnali contraddittori. Ha biasimato l’Europa per la rinuncia al dialogo, ma poi ha bocciato ogni papabile interlocutore, a eccezione dell’ex cancelliere tedesco socialdemocratico, Gerhard Schröder, che ha il problema opposto: è troppo compromesso con Mosca per avere la fiducia dell’Ue.
Fermo restando che le intenzioni di Putin, come da tradizioni di Oltrecortina, non sono cristalline, e che la Russia potrebbe semplicemente considerare Bruxelles troppo ininfluente per sedersi a un tavolo che verrebbe gestito solo dalle grandi potenze imperiali, un altro ex capo del governo proveniente dalla Germania è stato più volte tirato in ballo: si tratta di Angela Merkel, la principale artefice del vecchio asse Berlino-Mosca, fondato sulle forniture energetiche a basso costo, ma anche responsabile e rea confessa del matrimonio infelice con un «nemico dell’Europa», come lei stessa definì lo zar nel 2024. La Russia, per di più, le rimprovera di aver propiziato gli accordi di Minsk, con cui si pose fine alla prima guerra nel Donbass, dodici anni fa: lungi dall’aver posto le basi per una pace duratura, quei patti, secondo Putin, consentirono a Kiev di beneficiare di una tregua tattica, che l’Ucraina ha utilizzato per prepararsi al successivo scontro con Mosca. Inoltre, meno di un mese fa, la stessa Merkel, pur dicendosi rammaricata perché l’Europa non stava «facendo sufficiente uso del suo potenziale diplomatico», aveva escluso di poter intervenire in prima persona: riferendosi al precedente negoziato, aveva precisato che esso era stato possibile «solo perché avevamo il potere politico, perché eravamo capi di governo. C’è bisogno di quel potere». Lei, ora, è fuori dai giochi.
Gli altri nomi circolati nelle ultime settimane sembrano di secondo piano. E se ciò, da un lato, li libera da eredità pesanti, dall’altro li rende poco credibili al cospetto di Putin: l’ex presidente finlandese, Sauli Niinistö, o il premier in carica, Alexander Stubb. L’inviato europeo, ha concluso ieri Antonio Tajani, «non lo decide né Putin né i Paesi da soli, ma tutta l’Unione europea».
Ci sarebbe, in effetti, da scongiurare l’ipotesi forse più indigeribile: che Emmanuel Macron, in uscita dall’Eliseo, ai giardinetti preferisca una dacia, pur di continuare a nutrire il suo ego.
Per il momento, se l’Ue non ha avuto il coraggio di dissociarsi dai volenterosi («In effetti i negoziati stanno avvenendo in diversi formati, in diversi luoghi, anche a diversi livelli», si è limitata a confermare ieri una portavoce della Commissione), la Russia li ha ricevuti per umiliarli: i membri dell’E3, ha tuonato Maria Zakharova, «stanno perseguendo una linea d’azione volta a impedire la creazione delle condizioni per i negoziati su una pace veramente globale, giusta e duratura». Sicuri ci si debba rammaricare che la Meloni sia uscita dal gruppo?
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
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Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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