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2018-03-27
Niente visite alla figlia malata perché c’è una donna velata in stanza
LaPresse
La convivenza forzata fra popoli e culture differenti è già difficile nella vita quotidiana, in condizioni di normalità, figuriamoci in situazioni di emergenza, quando la condivisione di spazi comuni si fa obbligata. Tipo in ospedale.
Lo si è visto - ma non è il primo caso del genere - in Austria, dove un padre è stato costretto dai medici a rinunciare a vedere in ospedale la figlia malata a causa delle richieste di un'altra ricoverata, musulmana radicale. La figlia ventitreenne dell'uomo, gravemente malata di sclerosi multipla, si trovava infatti nella stessa stanza di un'islamica osservante, che non gradiva la presenza di un uomo in camera. E questo nonostante fosse presente una tenda divisoria tra i due letti. Il signor Robert Salfenauer non ha quindi potuto salutare la figlia Chiara. Quando l'immigrata si è accorta che nella stanza era presente un uomo ha infatti iniziato a urlare fino a che Salfenauer non è stato costretto dal personale a uscire dalla stanza. Per parlare un po' con la figlia si è fermato sulla soglia, restando nel corridoio, ma anche in questo caso la paziente islamica ha richiesto l'intervento degli infermieri. Una situazione non simpatica, anche a causa della malattia particolarmente grave della giovane. Chiara si è ammalata cinque anni fa di sclerosi multipla. Ammessa a un programma di ricerca presso l'Allgemeines Krankenhaus di Vienna, l'ospedale generale, la ragazza deve andare in clinica per una notte ogni sei mesi. Il farmaco che le viene somministrato, infatti, ha effetti collaterali potenzialmente pericolosi, quindi in queste sedute la giovane è sempre accompagnata dai genitori. Che, già provati dall'esperienza, non meritavano certo di dover fare i conti con le follie dell'Austria multiculturale.
«Siamo rimasti scioccati dal fatto che una musulmana radicale abbia potuto condizionare la vita di un ospedale a Vienna. Di fatto ha potuto decidere che non potessi vedere mia figlia. Eppure ogni forma di radicalismo dovrebbe essere combattuta», ha detto l'uomo. Salfenauer, che di professione fa l'avvocato, il giorno dopo l'incidente si è mosso legalmente. La direzione del nosocomio, dal canto suo, ha dichiarato di essere giunta, dopo aver sentito tutte le testimonianze, a una «visione d'insieme dell'incidente». Che sarebbe questa: «Il padre della giovane paziente voleva guardare oltre la tenda divisoria mentre la donna velata pompava il latte per il suo neonato». Ma Salfenauer ha respinto l'accusa: «Non ho mai provato a guardare oltre la tenda divisoria. Ci sono dei testimoni». Ma, come dicevamo, non è la prima volta che siamo costretti a raccontare episodi simili. lo scorso febbraio, a Parma, un'anziana paziente italiana era stata sfrattata dall'ospedale per volere della vicina di letto musulmana. Secondo quanto aveva raccontato allora La Gazzetta di Parma, una donna di 89 anni, ricoverata all'ospedale maggiore della città emiliana nel reparto maxillo-facciale, sarebbe stata costretta a cambiare stanza dopo le insistenze di una paziente albanese di religione musulmana.
Il problema, anche questa volta, sarebbe sorto per la presenza di un uomo, nello specifico il figlio dell'anziana. Non potendo rimanere in stanza con un uomo, la straniera avrebbe chiesto che la paziente con cui condivideva la camera venisse spostata. Secondo quanto riportato dalla figlia della paziente italiana, la discussione si sarebbe fatta accesa, fino a che l'infermiera di turno avrebbe spostato l'ottantanovenne in un'altra stanza. Sembra, inoltre, che la donna albanese sia rimasta per altre due notti in stanza da sola mentre c'erano pazienti anche in corridoio. La direzione dell'ospedale cercò di chiarire la vicenda, seppur in modo piuttosto sibillino. «Il trasferimento della signora nella stanza a fianco, dal letto 7 al letto 9 non è ovviamente stato imposto ai famigliari della signora, ma è stato eseguito insieme a loro; tant'è che da quanto verificato il nipote della paziente si è dimostrato molto gentile con gli infermieri aiutandoli a spostare gli oggetti della nonna, presenti sopra al comodino», spiegò Giuseppe La Torre, coordinatore infermieristico dell'unità operativa. Lo spostamento, quindi, era effettivamente avvenuto, l'ospedale si limitò a chiarire che esso fosse avvenuto in tutta calma, senza peraltro specificare se invece, in precedenza, si fossero avuti effettivi momenti di tensione.
Ma sulla motivazione religiosa dello spostamento non arrivò alcuna smentita: «Il trasferimento è stato concordato dall'equipe e veniva incontro alle rispettive esigenze. Ci sembra del tutto ragionevole mantenere un clima sereno e collaborativo da parte di tutti, in special modo quando questo non causa disagi ai pazienti e ai loro congiunti», commentò Enrico Sesenna, direttore della chirurgia maxillo facciale.
Allarme terrorismo: l’intelligence teme attentati per Pasqua
Il pericolo terroristico che arriva dalla Tunisia e che, come svela una silenziosa indagine della Procura di Messina, si propaga nelle carceri italiane tramite islamisti radicalizzati, ha prodotto un innalzamento del livello di pericolo e fatto scattare l'allarme pasquale della intelligence italiana. Verranno incrementate le misure di sicurezza a Roma e al Vaticano. Il nervo è scoperto.
E così l'altro giorno è bastata una lettera anonima arrivata all'ambasciata italiana a Tunisi per far partire la caccia all'uomo per Atef Mathlouthi, indicato come presunto terrorista pronto a colpire a Roma. L'uomo, già arrestato a Palermo per spaccio di droga e poi rientrato nel suo Paese, è inseguito da tre mandati di cattura e finirebbe in carcere nel caso mettesse piede in Italia. L'allarme per fortuna è rientrato in fretta. Ma quella è solo l'ultima delle segnalazioni che l'intelligence tunisina ha girato ai servizi di sicurezza italiani. Tra gennaio e marzo sono già sette i tunisini rimpatriati con provvedimento del ministro dell'Interno per motivi di sicurezza (sono 25 le espulsioni dal 2017). Due erano ritenuti contigui all'Isis e sono stati individuati a Ravenna, dove frequentavano i circoli culturali musulmani. Un altro, che viveva a Nettuno, è stato indicato come «elemento in contatto con esponenti dell'autoproclamato Stato islamico». Il quarto uomo intratteneva comunicazioni con appartenenti all'Isis in Francia ed è stato rintracciato ad Anzio.
È alla sua seconda espulsione, invece, il tunisino residente a Vimercate (Monza-Brianza) e rimandato a casa il 6 marzo (l'altra espulsione risale al 2015) perché in contatto con un foreign fighter in Siria. Secondo l'Aise, il servizio di sicurezza che si occupa di minaccia estera, era pronto a un «gesto eclatante». Gli ultimi due erano detenuti in carcere a Padova e Palermo e lavoravano da imam radicali tra i detenuti. L'attenzione dell'intelligence e della Procura nazionale antiterrorismo è concentrata in Sicilia. Lì, un'indagine condotta in gran silenzio dai magistrati di Messina sta andando avanti grazie ad alcune segnalazioni provenienti dall'ambiente penitenziario, bacino definito ricco «di spunti investigativi e di vere e proprie notizie di reato».
La segnalazione firmata dal Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, riguarda scritti e disegni «di soggetti di religione islamica detenuti per favoreggiamento all'immigrazione clandestina» che hanno portato a iscrizioni nel registro degli indagati per il reato di 270 bis, ossia associazione con finalità di terrorismo. Il monitoraggio del Dap ha evidenziato «segnali concreti di radicalizzazione e attività di proselitismo», scrivono i magistrati, «anche attraverso il ricorso a condotte violente nei confronti di altri detenuti di origine musulmana che non intendevano adeguarsi ai comportamenti strettamente ortodossi da loro imposti».
La rotta Tunisia-Italia, insomma, è da allarme rosso. Con il calo dei flussi dalla Libia c'è stato, nel 2017, un aumento del 492 per cento delle partenze tunisine rispetto al 2016. E quest'anno sono già sbarcati 1.187 tunisini su un totale di 6.161 migranti arrivati (il 19 per cento del totale). Nell'ultima relazione al Parlamento gli 007 hanno segnalato che «rispetto agli arrivi dalla Libia, quelli originati dalla Tunisia presentano caratteri peculiari: prevedono sbarchi “occulti", effettuati sotto costa per eludere la sorveglianza marittima aumentando con ciò, di fatto, la possibilità di infiltrazione di elementi criminali e terroristici». Ma la jihad tunisina è attiva anche sul web.
Porta lì un'indagine aperta dalla Procura di Salerno per un accesso abusivo al sistema informatico del Comune di Mercato San Severino «che aveva determinato», scrivono i pm Silvio Marco Guarriello e Rocco Alfano, «in luogo della normale visione del sito istituzionale del Comune, la comparsa di immagini di bambini feriti e mutilati». A rivendicare l'azione è stato «il sedicente gruppo Tunisian cyber resistance al fallaga team». E da allora gli 007 hanno messo sotto osservazione diverse campagne di influenza on line sospette, molte delle quali sono targate Tunisia.
Fabio Amendolara
Gli stregoni nigeriani combattono i trafficanti

L'unica sala cinematografica che si trova lungo la chilometrica strada Airpot road accanto al Palazzo del re (oba) nella città di Benin city, in Nigeria, cuore pulsante della criminalità organizzata per il traffico di esseri umani, è a qualche centinaio di metri dall'hotel che mi vede ospite ormai da quasi undici anni.
Il cinema ormai chiuso non poteva essere luogo adatto, oltre al caldo insopportabile, per proiettare La terza madre ultimo film della trilogia delle tre madri di Dario Argento sul tema della stregoneria, perché i film italiani sono assolutamente sconosciuti e non hanno mai toccato suolo nigeriano, e neppure The Prestige, diretto da Christopher Nolan una storia di maghi e magie dal momento che Hollywood è al terzo posto nella classifica, dopo Bollywood e Nollywood. Inoltre i film europei e americani li si può assaporare solo nella nuovissima multisala che si trova dalla parte opposta della città. Poteva allora essere una pièce teatrale nello storico teatro nazionale rinnovato una paio di anni fa e ubicato nello stesso ampio spazio del Centro culturale tradizionale di Benin City accanto al cinema. E invece no.
Quel giorno cinema e teatro erano silenti. L'intrattenimento invece era proprio sul lato opposto della strada, nel Palazzo del re, oba appunto, anzi del nuovo oba Eware II salito al trono da qualche mese. Nella storia, l'area dove oggi sorge Benin city faceva parte del regno del Benin (da non confondere con la repubblica del Benin) divenuto poi tutt'uno con lo la Nigeria con il nome di Edo state. E pensare che Benin city si chiamava «Ubinu», ma fu l'invasione dei portoghesi, giunti via mare e approdati al vicinissimo porto marittimo, che cambiò il nome della città. «Ubinu» veniva pronunciato così male dai portoghesi che lo trasformarono in Benin. Benin city è una città africana, amante delle tradizioni, di quasi due milioni di abitanti. È ben conosciuta in Italia e nel mondo per l'elevatissimo numero di migranti che cominciarono a partire verso l'occidente circa mille anni fa proprio con l'arrivo dei portoghesi.
È una città che quasi tutti in occidente sanno trovare sulla cartina geografica. Infatti il porto marittimo distante pochi chilometri da Benin city, verso la fine del 1400 fu il primo crocevia della tratta degli schiavi verso l'Europa. In quegli anni regnava un certo oba Eware detto «il Grande». Appunto grande viaggiatore e grande combattente e nello stesso tempo anche grande mediatore per il popolo. Aveva però introdotto una nuova legge che obbligava gli uomini sposati a non fare figli per tre anni. Quando realizzò che la popolazione stava riducendosi velocemente, fece realizzare un fosso molto profondo tutto intorno alla città in modo da non consentire ai cittadini di migrare. Oba Eware aveva nel suo regno i più grandi maghi di tutti i tempi.
Grazie alle loro gesta e pratiche «magiche» durante il periodo della tratta di schiavi, furono divinizzati. Tornando ai tempi nostri, la città di Benin city è rimasta tale e quale a quella di centinaia di anni fa ma l'oba attuale, Eware II in virtù delle gesta del suo antenato è un grande viaggiatore e ancor più grande mediatore. Prima di essere incoronato oba fu ambasciatore in Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia, Angola, Albania e in Italia. Il palazzo dell'oba è un enorme area con cortile e una serie di palazzine con tetti in lamierino e ubicate sul lato meno trafficato di Airport road, la strada che porta all'aeroporto di Benin city. Il cortile che può contenere migliaia di persone per eventi straordinari. Oba Eware II, re e non sacerdote o santone, appunto grazie alla sua spiccata mediazione, ha voluto organizzare, dopo circa 600 anni un incontro che volesse riproporre le gesta del suo antenato. Il 9 marzo del 2018, oba Eware II ha ricevuto a palazzo tutti i «native doctor» dell'Edo state, per il più grande rituale vudù della storia del nostro pianeta. Un'adunata generale di maghi, maghe, streghe e stregoni, i «native doctor» (termine che non si può tradurre in «dottori» e neppure in «preti»), per un evento storico unico. Il fine: agire attraverso pratiche ritualistiche voodoo contro trafficanti di esseri umani e cosche criminali in Africa e all'estero per liberare definitivamente tutte le donne schiavizzate e incatenate psicologicamente da rituali malvagi animisti come il juju. Molte giovani, vittime di imbrogli ancora oggi, cercano di lasciare le famiglie per scappare verso l'occidente. E non pensiate siano incolte e con basso livello scolastico. Molte di loro provengono proprio dalle varie università del territorio nigeriano e dal vicino Niger.
Il mega evento è stato programmato non solo dall'oba di Benin city in qualità di mediatore (non è né un santone e neppure un sacerdote) ma anche con il governo federale dello stato di Edo e l'Oim, l'Organizzazione internazionale per le migrazioni nel mondo. Insieme per esercitare una pressione mediatica senza precedenti. Insomma un grande set cinematografico del reale da proporre in tv, via Internet, attraverso Whatsapp, Youtube etc... Un grande evento ritualistico mediatico con tanto di inviti a tutti i capi dei villaggi, principi, duchi e via dicendo. Ogni mago e maga portava i propri «strumenti di lavoro» dal villaggio e dal proprio santuario: ossa, legni, polveri, conchiglie, escrementi e «intrugli magici» più che altro miscelati al «distillato secco più venduto in Nigeria», il gin, da sputare durante l'esibizione. Nessun animale coinvolto. Ogni maga e mago, ogni sciamano con la propria tunica rossa si è esibito con altri colleghi per creare un' enorme energia benigna e annientare tutte le forze maligne che oggi tengono imprigionate le schiave nel mondo. Parole e preghiere, oggetti e polveri magiche, alcool e superstizione si sono combinati insieme per produrre un campo di energia trasportato dai media. L'effetto ha raggiunto così tutti nigeriani in occidente e in oriente. Lo stesso messaggio dall'oba quel giorno proclamava «libere» tutte le donne incatenate in schiavitù coatta. E inoltre nessun obbligo di versare denaro per esigere la propria libertà. Riscatto annullato. Che sia dunque terminata tutto d'un colpo una lunghissima storia di prostituzione, migrazione e criminalità organizzata proveniente dall'Africa e iniziata addiritturanel lontano 1400?
Ho voluto chiamare al telefono in questi giorni un «native doctor» di Benin city che conosco. Mi ha detto: «Qualora questa grande cerimonia ritualistica non avesse funzionato sono pronti ad una sessione vudù di massa molto più potente». C'è da dire che da Torino a Palermo le ragazze da qualche giorno (anche alcuni ragazzi) vittime del traffico di esseri umani, stanno cominciando ad avvicinarsi agli sportelli degli uffici delle varie associazioni di volontariato di provincia per presentare denuncia contro i trafficanti e le madame. Dunque sembra che funzioni. Ma forse non per tutti. C'è da dire che in Italia il sistema di accoglienza funziona così male che le stesse ospiti dei Centri di accoglienza straordinaria, essendo libere di poter girovagare e uscire a loro piacimento, si prostituiscono per poter incassare. E molte volte per portare alle loro madame cammuffate da richiedenti asilo politico all'interno delle strutture, i profitti dovuti. Praticamente questi Cas sono dei centri di prostituzione a tutti gli effetti e non esiste alcun controllo. E per di più siamo in Italia. E qui l'oba purtroppo non può fare molto. I nuovi politici sì.
Alberto Cicala da Benin city (Nigeria)
Razzismo migrante: nelle banlieue gli arabi non vogliono altri africani
Un africano a spasso per il quartiere, nudo. La scena, vista spesso anche nelle nostre città, avviene a Seine-Saint-Denis. Per poco tempo, però: il tizio che ci ha provato, immigrato di fresco arrivo, finisce all'ospedale con il cranio fracassato. Qualcuno gli ha spaccato una bottiglia in testa. Ma non parlate di raid razzista: a fare «giustizia» ci hanno pensato i padroni del quartiere. Africani, pure loro, ma di lunga data, spesso di seconda o terza generazione. Coloro che fanno il bello e il cattivo tempo in certi quartieri di Parigi dove lo Stato non mette più piede. Quando non se la prendono con i poliziotti o con qualche petit blanc finito troppo lontano da casa, i padroni della banlieue hanno un nemico: i «Lampédouz».
Questo termine dispregiativo, chiaramente derivato dal nome della nostra isola di Lampedusa, indica quelli che sono appena sbarcati, gli ultimi arrivati, gli sradicati, gli alienati, coloro che non riescono a inserirsi nelle reti claniche che innervano le periferie francesi africanizzate. Quelli che rovinano il fragile equilibrio sociale, religioso e anche criminale delle banlieue. Su questa realtà, è appena uscito in Francia, a firma di Manon Quérouil-Bruneel, La Part du ghetto (Fayard), di cui Le Figaro magazine ha pubblicato ampi stralci qualche giorno fa. Qui scopriamo questa realtà che contraddice potentemente la narrazione sull'Europa razzista e sul bianco nemico di questa négritude sempre umana, simpatica, desiderosa di arricchire il prossimo, socialmente e culturalmente. Vecchi immigrati contro nuovi, quindi, africani contro africani. «La nuova violenza che agita regolarmente il quartiere», scrive Quérouil-Bruneel, «è quella che oppone questi giovani con un background nell'immigrazione ai nuovi arrivati: spesso uomini soli, che dormono in occupazioni all'ombra delle grandi case popolari o si ammassano in appartamenti insalubri affittati dai mercanti di sonno. Vivono e lavorano in nero nei cantieri, vendendo sigarette di contrabbando, scippando borse o telefonini. Ma i furti commessi nel quartiere scatenano sempre rappresaglie, a colpi di mazze da baseball e spranghe di ferro. I giovani della zona scendono in strada in gruppo e pestano tutti i migranti che incontrano».
Malek, abitante storico del quartiere, esprime la logica spietata ma lineare di questo ordine feroce: «Siamo già tutti in una galera, non possiamo accogliere tutta la miseria del mondo». È questa la realtà di Seine-Saint-Denis, dipartimento che costituiva un tempo il cuore rosso della cintura operaia a nord di Parigi e che, ormai da anni, non è più in Europa. Oggi è abitato da quasi 1,6 milioni di persone, con una densità di 6.748 abitanti per chilometro quadrato. Il 30% degli abitanti ha meno di 20 anni. Secondo i dati riportati dallo studioso Christophe Guilluy, tra il 1968 e il 2005, i giovani di origine straniera vi sono passati dal 18,8% al 50,1%. Qui, i bambini di cui entrambi i genitori sono nati in Francia sono passati, nello stesso periodo, da 41% al 13,5%.
Questa periferia non è più quella raccontata nel 1995 da L'odio di Mathieu Kassovitz. «I giovani non bruciano più le auto, fanno affari senza troppo clamore, coscienti che i tafferugli nuocciono al business». Cioè allo spaccio di hashish. Cocaina o eroina si smerciano, ma lontano dal quartiere. Qualche anno fa, un tizio della zona ha aperto una rivendita di crack sul territorio. Lo hanno fatto chiudere. Non la gendarmeria, ma i capi del quartiere. Omar, algerino, padre di Malek, non si è mai abituato a tutto ciò: «Una volta qui c'erano boulangerie tradizionali, macellerie equine, ragazze in minogonna. Io non mi sentivo algerino o francese, ma operaio». Negli anni Novanta sarebbe arrivato il ripiego religioso, il rifiuto della cultura francese, il salafismo onnipresente. E, infine, la jihad. Delizie di quel che è chiamato «vivre ensemble». Ma sempre più spesso, come dice Renaud Camus, fra «vivre» e «ensemble» bisogna fare una scelta.
Adriano Scianca
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In una clinica viennese una musulmana non tollera la presenza di maschi nella camera. Così i medici proibiscono alla ragazza affetta da sclerosi multipla di stare con suo padre. Intanto, Pasqua si avvicina e l'intelligence teme attentati. Cronache da Benin city e dalle banlieue francesi.Lo speciale contiene quattro articoliLa convivenza forzata fra popoli e culture differenti è già difficile nella vita quotidiana, in condizioni di normalità, figuriamoci in situazioni di emergenza, quando la condivisione di spazi comuni si fa obbligata. Tipo in ospedale. Lo si è visto - ma non è il primo caso del genere - in Austria, dove un padre è stato costretto dai medici a rinunciare a vedere in ospedale la figlia malata a causa delle richieste di un'altra ricoverata, musulmana radicale. La figlia ventitreenne dell'uomo, gravemente malata di sclerosi multipla, si trovava infatti nella stessa stanza di un'islamica osservante, che non gradiva la presenza di un uomo in camera. E questo nonostante fosse presente una tenda divisoria tra i due letti. Il signor Robert Salfenauer non ha quindi potuto salutare la figlia Chiara. Quando l'immigrata si è accorta che nella stanza era presente un uomo ha infatti iniziato a urlare fino a che Salfenauer non è stato costretto dal personale a uscire dalla stanza. Per parlare un po' con la figlia si è fermato sulla soglia, restando nel corridoio, ma anche in questo caso la paziente islamica ha richiesto l'intervento degli infermieri. Una situazione non simpatica, anche a causa della malattia particolarmente grave della giovane. Chiara si è ammalata cinque anni fa di sclerosi multipla. Ammessa a un programma di ricerca presso l'Allgemeines Krankenhaus di Vienna, l'ospedale generale, la ragazza deve andare in clinica per una notte ogni sei mesi. Il farmaco che le viene somministrato, infatti, ha effetti collaterali potenzialmente pericolosi, quindi in queste sedute la giovane è sempre accompagnata dai genitori. Che, già provati dall'esperienza, non meritavano certo di dover fare i conti con le follie dell'Austria multiculturale. «Siamo rimasti scioccati dal fatto che una musulmana radicale abbia potuto condizionare la vita di un ospedale a Vienna. Di fatto ha potuto decidere che non potessi vedere mia figlia. Eppure ogni forma di radicalismo dovrebbe essere combattuta», ha detto l'uomo. Salfenauer, che di professione fa l'avvocato, il giorno dopo l'incidente si è mosso legalmente. La direzione del nosocomio, dal canto suo, ha dichiarato di essere giunta, dopo aver sentito tutte le testimonianze, a una «visione d'insieme dell'incidente». Che sarebbe questa: «Il padre della giovane paziente voleva guardare oltre la tenda divisoria mentre la donna velata pompava il latte per il suo neonato». Ma Salfenauer ha respinto l'accusa: «Non ho mai provato a guardare oltre la tenda divisoria. Ci sono dei testimoni». Ma, come dicevamo, non è la prima volta che siamo costretti a raccontare episodi simili. lo scorso febbraio, a Parma, un'anziana paziente italiana era stata sfrattata dall'ospedale per volere della vicina di letto musulmana. Secondo quanto aveva raccontato allora La Gazzetta di Parma, una donna di 89 anni, ricoverata all'ospedale maggiore della città emiliana nel reparto maxillo-facciale, sarebbe stata costretta a cambiare stanza dopo le insistenze di una paziente albanese di religione musulmana. Il problema, anche questa volta, sarebbe sorto per la presenza di un uomo, nello specifico il figlio dell'anziana. Non potendo rimanere in stanza con un uomo, la straniera avrebbe chiesto che la paziente con cui condivideva la camera venisse spostata. Secondo quanto riportato dalla figlia della paziente italiana, la discussione si sarebbe fatta accesa, fino a che l'infermiera di turno avrebbe spostato l'ottantanovenne in un'altra stanza. Sembra, inoltre, che la donna albanese sia rimasta per altre due notti in stanza da sola mentre c'erano pazienti anche in corridoio. La direzione dell'ospedale cercò di chiarire la vicenda, seppur in modo piuttosto sibillino. «Il trasferimento della signora nella stanza a fianco, dal letto 7 al letto 9 non è ovviamente stato imposto ai famigliari della signora, ma è stato eseguito insieme a loro; tant'è che da quanto verificato il nipote della paziente si è dimostrato molto gentile con gli infermieri aiutandoli a spostare gli oggetti della nonna, presenti sopra al comodino», spiegò Giuseppe La Torre, coordinatore infermieristico dell'unità operativa. Lo spostamento, quindi, era effettivamente avvenuto, l'ospedale si limitò a chiarire che esso fosse avvenuto in tutta calma, senza peraltro specificare se invece, in precedenza, si fossero avuti effettivi momenti di tensione. Ma sulla motivazione religiosa dello spostamento non arrivò alcuna smentita: «Il trasferimento è stato concordato dall'equipe e veniva incontro alle rispettive esigenze. 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Un altro, che viveva a Nettuno, è stato indicato come «elemento in contatto con esponenti dell'autoproclamato Stato islamico». Il quarto uomo intratteneva comunicazioni con appartenenti all'Isis in Francia ed è stato rintracciato ad Anzio. È alla sua seconda espulsione, invece, il tunisino residente a Vimercate (Monza-Brianza) e rimandato a casa il 6 marzo (l'altra espulsione risale al 2015) perché in contatto con un foreign fighter in Siria. Secondo l'Aise, il servizio di sicurezza che si occupa di minaccia estera, era pronto a un «gesto eclatante». Gli ultimi due erano detenuti in carcere a Padova e Palermo e lavoravano da imam radicali tra i detenuti. L'attenzione dell'intelligence e della Procura nazionale antiterrorismo è concentrata in Sicilia. Lì, un'indagine condotta in gran silenzio dai magistrati di Messina sta andando avanti grazie ad alcune segnalazioni provenienti dall'ambiente penitenziario, bacino definito ricco «di spunti investigativi e di vere e proprie notizie di reato». La segnalazione firmata dal Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, riguarda scritti e disegni «di soggetti di religione islamica detenuti per favoreggiamento all'immigrazione clandestina» che hanno portato a iscrizioni nel registro degli indagati per il reato di 270 bis, ossia associazione con finalità di terrorismo. Il monitoraggio del Dap ha evidenziato «segnali concreti di radicalizzazione e attività di proselitismo», scrivono i magistrati, «anche attraverso il ricorso a condotte violente nei confronti di altri detenuti di origine musulmana che non intendevano adeguarsi ai comportamenti strettamente ortodossi da loro imposti». La rotta Tunisia-Italia, insomma, è da allarme rosso. Con il calo dei flussi dalla Libia c'è stato, nel 2017, un aumento del 492 per cento delle partenze tunisine rispetto al 2016. E quest'anno sono già sbarcati 1.187 tunisini su un totale di 6.161 migranti arrivati (il 19 per cento del totale). Nell'ultima relazione al Parlamento gli 007 hanno segnalato che «rispetto agli arrivi dalla Libia, quelli originati dalla Tunisia presentano caratteri peculiari: prevedono sbarchi “occulti", effettuati sotto costa per eludere la sorveglianza marittima aumentando con ciò, di fatto, la possibilità di infiltrazione di elementi criminali e terroristici». Ma la jihad tunisina è attiva anche sul web. Porta lì un'indagine aperta dalla Procura di Salerno per un accesso abusivo al sistema informatico del Comune di Mercato San Severino «che aveva determinato», scrivono i pm Silvio Marco Guarriello e Rocco Alfano, «in luogo della normale visione del sito istituzionale del Comune, la comparsa di immagini di bambini feriti e mutilati». A rivendicare l'azione è stato «il sedicente gruppo Tunisian cyber resistance al fallaga team». E da allora gli 007 hanno messo sotto osservazione diverse campagne di influenza on line sospette, molte delle quali sono targate Tunisia. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/islam-vienna-ospedale-divieto-2553267359.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="gli-stregoni-nigeriani-combattono-i-trafficanti" data-post-id="2553267359" data-published-at="1778408075" data-use-pagination="False"> Gli stregoni nigeriani combattono i trafficanti L'unica sala cinematografica che si trova lungo la chilometrica strada Airpot road accanto al Palazzo del re (oba) nella città di Benin city, in Nigeria, cuore pulsante della criminalità organizzata per il traffico di esseri umani, è a qualche centinaio di metri dall'hotel che mi vede ospite ormai da quasi undici anni. Il cinema ormai chiuso non poteva essere luogo adatto, oltre al caldo insopportabile, per proiettare La terza madre ultimo film della trilogia delle tre madri di Dario Argento sul tema della stregoneria, perché i film italiani sono assolutamente sconosciuti e non hanno mai toccato suolo nigeriano, e neppure The Prestige, diretto da Christopher Nolan una storia di maghi e magie dal momento che Hollywood è al terzo posto nella classifica, dopo Bollywood e Nollywood. Inoltre i film europei e americani li si può assaporare solo nella nuovissima multisala che si trova dalla parte opposta della città. Poteva allora essere una pièce teatrale nello storico teatro nazionale rinnovato una paio di anni fa e ubicato nello stesso ampio spazio del Centro culturale tradizionale di Benin City accanto al cinema. E invece no. Quel giorno cinema e teatro erano silenti. L'intrattenimento invece era proprio sul lato opposto della strada, nel Palazzo del re, oba appunto, anzi del nuovo oba Eware II salito al trono da qualche mese. Nella storia, l'area dove oggi sorge Benin city faceva parte del regno del Benin (da non confondere con la repubblica del Benin) divenuto poi tutt'uno con lo la Nigeria con il nome di Edo state. E pensare che Benin city si chiamava «Ubinu», ma fu l'invasione dei portoghesi, giunti via mare e approdati al vicinissimo porto marittimo, che cambiò il nome della città. «Ubinu» veniva pronunciato così male dai portoghesi che lo trasformarono in Benin. Benin city è una città africana, amante delle tradizioni, di quasi due milioni di abitanti. È ben conosciuta in Italia e nel mondo per l'elevatissimo numero di migranti che cominciarono a partire verso l'occidente circa mille anni fa proprio con l'arrivo dei portoghesi. È una città che quasi tutti in occidente sanno trovare sulla cartina geografica. Infatti il porto marittimo distante pochi chilometri da Benin city, verso la fine del 1400 fu il primo crocevia della tratta degli schiavi verso l'Europa. In quegli anni regnava un certo oba Eware detto «il Grande». Appunto grande viaggiatore e grande combattente e nello stesso tempo anche grande mediatore per il popolo. Aveva però introdotto una nuova legge che obbligava gli uomini sposati a non fare figli per tre anni. Quando realizzò che la popolazione stava riducendosi velocemente, fece realizzare un fosso molto profondo tutto intorno alla città in modo da non consentire ai cittadini di migrare. Oba Eware aveva nel suo regno i più grandi maghi di tutti i tempi. Grazie alle loro gesta e pratiche «magiche» durante il periodo della tratta di schiavi, furono divinizzati. Tornando ai tempi nostri, la città di Benin city è rimasta tale e quale a quella di centinaia di anni fa ma l'oba attuale, Eware II in virtù delle gesta del suo antenato è un grande viaggiatore e ancor più grande mediatore. Prima di essere incoronato oba fu ambasciatore in Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia, Angola, Albania e in Italia. Il palazzo dell'oba è un enorme area con cortile e una serie di palazzine con tetti in lamierino e ubicate sul lato meno trafficato di Airport road, la strada che porta all'aeroporto di Benin city. Il cortile che può contenere migliaia di persone per eventi straordinari. Oba Eware II, re e non sacerdote o santone, appunto grazie alla sua spiccata mediazione, ha voluto organizzare, dopo circa 600 anni un incontro che volesse riproporre le gesta del suo antenato. Il 9 marzo del 2018, oba Eware II ha ricevuto a palazzo tutti i «native doctor» dell'Edo state, per il più grande rituale vudù della storia del nostro pianeta. Un'adunata generale di maghi, maghe, streghe e stregoni, i «native doctor» (termine che non si può tradurre in «dottori» e neppure in «preti»), per un evento storico unico. Il fine: agire attraverso pratiche ritualistiche voodoo contro trafficanti di esseri umani e cosche criminali in Africa e all'estero per liberare definitivamente tutte le donne schiavizzate e incatenate psicologicamente da rituali malvagi animisti come il juju. Molte giovani, vittime di imbrogli ancora oggi, cercano di lasciare le famiglie per scappare verso l'occidente. E non pensiate siano incolte e con basso livello scolastico. Molte di loro provengono proprio dalle varie università del territorio nigeriano e dal vicino Niger. Il mega evento è stato programmato non solo dall'oba di Benin city in qualità di mediatore (non è né un santone e neppure un sacerdote) ma anche con il governo federale dello stato di Edo e l'Oim, l'Organizzazione internazionale per le migrazioni nel mondo. Insieme per esercitare una pressione mediatica senza precedenti. Insomma un grande set cinematografico del reale da proporre in tv, via Internet, attraverso Whatsapp, Youtube etc... Un grande evento ritualistico mediatico con tanto di inviti a tutti i capi dei villaggi, principi, duchi e via dicendo. Ogni mago e maga portava i propri «strumenti di lavoro» dal villaggio e dal proprio santuario: ossa, legni, polveri, conchiglie, escrementi e «intrugli magici» più che altro miscelati al «distillato secco più venduto in Nigeria», il gin, da sputare durante l'esibizione. Nessun animale coinvolto. Ogni maga e mago, ogni sciamano con la propria tunica rossa si è esibito con altri colleghi per creare un' enorme energia benigna e annientare tutte le forze maligne che oggi tengono imprigionate le schiave nel mondo. Parole e preghiere, oggetti e polveri magiche, alcool e superstizione si sono combinati insieme per produrre un campo di energia trasportato dai media. L'effetto ha raggiunto così tutti nigeriani in occidente e in oriente. Lo stesso messaggio dall'oba quel giorno proclamava «libere» tutte le donne incatenate in schiavitù coatta. E inoltre nessun obbligo di versare denaro per esigere la propria libertà. Riscatto annullato. Che sia dunque terminata tutto d'un colpo una lunghissima storia di prostituzione, migrazione e criminalità organizzata proveniente dall'Africa e iniziata addiritturanel lontano 1400? Ho voluto chiamare al telefono in questi giorni un «native doctor» di Benin city che conosco. Mi ha detto: «Qualora questa grande cerimonia ritualistica non avesse funzionato sono pronti ad una sessione vudù di massa molto più potente». C'è da dire che da Torino a Palermo le ragazze da qualche giorno (anche alcuni ragazzi) vittime del traffico di esseri umani, stanno cominciando ad avvicinarsi agli sportelli degli uffici delle varie associazioni di volontariato di provincia per presentare denuncia contro i trafficanti e le madame. Dunque sembra che funzioni. Ma forse non per tutti. C'è da dire che in Italia il sistema di accoglienza funziona così male che le stesse ospiti dei Centri di accoglienza straordinaria, essendo libere di poter girovagare e uscire a loro piacimento, si prostituiscono per poter incassare. E molte volte per portare alle loro madame cammuffate da richiedenti asilo politico all'interno delle strutture, i profitti dovuti. Praticamente questi Cas sono dei centri di prostituzione a tutti gli effetti e non esiste alcun controllo. E per di più siamo in Italia. E qui l'oba purtroppo non può fare molto. I nuovi politici sì. Alberto Cicala da Benin city (Nigeria) <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/islam-vienna-ospedale-divieto-2553267359.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="razzismo-migrante-nelle-banlieue-gli-arabi-non-vogliono-altri-africani" data-post-id="2553267359" data-published-at="1778408075" data-use-pagination="False"> Razzismo migrante: nelle banlieue gli arabi non vogliono altri africani Un africano a spasso per il quartiere, nudo. La scena, vista spesso anche nelle nostre città, avviene a Seine-Saint-Denis. Per poco tempo, però: il tizio che ci ha provato, immigrato di fresco arrivo, finisce all'ospedale con il cranio fracassato. Qualcuno gli ha spaccato una bottiglia in testa. Ma non parlate di raid razzista: a fare «giustizia» ci hanno pensato i padroni del quartiere. Africani, pure loro, ma di lunga data, spesso di seconda o terza generazione. Coloro che fanno il bello e il cattivo tempo in certi quartieri di Parigi dove lo Stato non mette più piede. Quando non se la prendono con i poliziotti o con qualche petit blanc finito troppo lontano da casa, i padroni della banlieue hanno un nemico: i «Lampédouz». Questo termine dispregiativo, chiaramente derivato dal nome della nostra isola di Lampedusa, indica quelli che sono appena sbarcati, gli ultimi arrivati, gli sradicati, gli alienati, coloro che non riescono a inserirsi nelle reti claniche che innervano le periferie francesi africanizzate. Quelli che rovinano il fragile equilibrio sociale, religioso e anche criminale delle banlieue. Su questa realtà, è appena uscito in Francia, a firma di Manon Quérouil-Bruneel, La Part du ghetto (Fayard), di cui Le Figaro magazine ha pubblicato ampi stralci qualche giorno fa. Qui scopriamo questa realtà che contraddice potentemente la narrazione sull'Europa razzista e sul bianco nemico di questa négritude sempre umana, simpatica, desiderosa di arricchire il prossimo, socialmente e culturalmente. Vecchi immigrati contro nuovi, quindi, africani contro africani. «La nuova violenza che agita regolarmente il quartiere», scrive Quérouil-Bruneel, «è quella che oppone questi giovani con un background nell'immigrazione ai nuovi arrivati: spesso uomini soli, che dormono in occupazioni all'ombra delle grandi case popolari o si ammassano in appartamenti insalubri affittati dai mercanti di sonno. Vivono e lavorano in nero nei cantieri, vendendo sigarette di contrabbando, scippando borse o telefonini. Ma i furti commessi nel quartiere scatenano sempre rappresaglie, a colpi di mazze da baseball e spranghe di ferro. I giovani della zona scendono in strada in gruppo e pestano tutti i migranti che incontrano». Malek, abitante storico del quartiere, esprime la logica spietata ma lineare di questo ordine feroce: «Siamo già tutti in una galera, non possiamo accogliere tutta la miseria del mondo». È questa la realtà di Seine-Saint-Denis, dipartimento che costituiva un tempo il cuore rosso della cintura operaia a nord di Parigi e che, ormai da anni, non è più in Europa. Oggi è abitato da quasi 1,6 milioni di persone, con una densità di 6.748 abitanti per chilometro quadrato. Il 30% degli abitanti ha meno di 20 anni. Secondo i dati riportati dallo studioso Christophe Guilluy, tra il 1968 e il 2005, i giovani di origine straniera vi sono passati dal 18,8% al 50,1%. Qui, i bambini di cui entrambi i genitori sono nati in Francia sono passati, nello stesso periodo, da 41% al 13,5%. Questa periferia non è più quella raccontata nel 1995 da L'odio di Mathieu Kassovitz. «I giovani non bruciano più le auto, fanno affari senza troppo clamore, coscienti che i tafferugli nuocciono al business». Cioè allo spaccio di hashish. Cocaina o eroina si smerciano, ma lontano dal quartiere. Qualche anno fa, un tizio della zona ha aperto una rivendita di crack sul territorio. Lo hanno fatto chiudere. Non la gendarmeria, ma i capi del quartiere. Omar, algerino, padre di Malek, non si è mai abituato a tutto ciò: «Una volta qui c'erano boulangerie tradizionali, macellerie equine, ragazze in minogonna. Io non mi sentivo algerino o francese, ma operaio». Negli anni Novanta sarebbe arrivato il ripiego religioso, il rifiuto della cultura francese, il salafismo onnipresente. E, infine, la jihad. Delizie di quel che è chiamato «vivre ensemble». Ma sempre più spesso, come dice Renaud Camus, fra «vivre» e «ensemble» bisogna fare una scelta. Adriano Scianca
(IStock)
Perché ottimismo? Questi giovani si sono definiti come gruppo informale di interazioni per la ricerca di un nuovo e forte potere cognitivo capace di fornire soluzioni ai problemi del cambio di mondo in atto. Il gruppo - caratterizzato dal motto «soluzioni e non problemi» - si è formato nello scorso biennio, con ora circa un centinaio di persone in rete, per costruire occasioni di apprendimento che andassero oltre i programmi scolastici. Non hanno voluto darsi né una struttura né un nome per evitare burocrazie e, soprattutto, divisioni politiche/partitiche. Ma come siete organizzati, ho chiesto? Risposta: attraverso un indirizzario, una chat e annunci ad invito aperto per programmi di studio. Voi dieci siete uno di questi (sotto)gruppi spontanei con una specifica missione di ricerca, quale? E perché siete venuti da me? Risposta: perché lei, oltre alla scenaristica di contingenza, si occupa con il suo think tank di scenari macro e di lungo termine, chiamati «analisi di destino». Quindi volete un’analisi di destino in relazione al cambiamento di mondo in atto? Risposta: anche, ma principalmente perché vogliamo capire cosa studiare nel nostro prossimo futuro universitario, noi accomunati dall’obiettivo di conquistare non solo un dottorato di ricerca, ma una competenza futurizzante reale. Volete diventare professori? Risposta: forse, ma l’obiettivo che ci accomuna è l’innovazione in qualunque luogo possa avere effetti sistemici, in particolare il «governo della profezia». Una triestina: adesso spero capisca che siamo venuti da lei perché nei suoi scritti sostiene che governare la profezia permette di estrarre capitale dal futuro per utilizzarlo in un presente allo scopo di costruire quel futuro stesso. Cosa dovremmo studiare e dove? Ho dato loro risposte, sottolineando anche l’importanza di una educazione morale oltre che tecnica perché il governo di una profezia, utile per la concentrazione di risorse finalizzate, implica un progetto di salvazione.
Qui la prima sorpresa. Un padovano mi spiega che proprio la consapevolezza tra i dieci colleghi che una salvezza collettiva/sistemica sia condizione per quella individuale ha generato l’attenzione del (sotto)gruppo per la metodologia di governo della profezia, in sintesi la manutenzione della speranza diffusa socialmente. Questo ci è ben chiaro - ha detto con enfasi corroborata da cenni di assenso di tutti - e mi permetta di anticipare la risposta ad una sua domanda: sì siamo cristiani, speriamo nella salvazione in Cielo, ma riteniamo nostra missione aumentare la probabilità di salvazione in Terra per più persone possibile. Abbiamo annotato che lei non è credente, ma anche che ha scritto come sia fondamentale credere in qualcosa capace di migliorare la condizione umana e di sostenere il cristianesimo pur non credendo nella sua offerta teologica. Così come lei raccomanda di governare la profezia per motivi tecnici di capitalizzazione del progresso, noi raccomandiamo di cercare l’armonizzazione tra i fattori di salvazione materiale. Non solo con la carità, ma con la tecnica. In tal senso la nostra ricerca di potere cognitivo è spinta da una missione morale. Dove la mia sorpresa? Ho chiesto, scettico, quanto fosse diffuso tra i loro coetanei questo senso di missione. Due risposte: molto più di quanto appaia; basta parlare con i nostri coetanei della rilevanza di ognuno di noi per darci un futuro degno e si riesce ad ottenere da loro attenzione. Nuovi missionari, ho scherzato. Reazione: no, tutti noi giovani cerchiamo un posto nella società, cadendo nella passività se non si trovano stimoli. Mi sono sentito studente di fronte al giovane che mi dava una lezione come fosse professore.
Seconda sorpresa è stata l’intensità con cui questi giovani cercavano non solo conoscenza, ma metodi per non perdere troppa informazione nel necessario processo di sintesi per poter maneggiare un’enorme massa di dati ed estrarne un significato non solo scientificamente confutabile, ma anche proiettabile in termini probabilistici. Ragazzi di liceo consapevoli di temi di ricerca evoluta tipicamente universitaria. Ho chiesto e mi hanno risposto che seguono i corsi universitari on line.
Non annoio il lettore con le tecnicalità di questo incontro, ma ci tengo a condividere quello che ho imparato io - vecchio professore universitario ancora attivo in ricerca - dalla lezione di questi giovani liceali, anche segnalazione per chi si occupa di politica educativa. In breve: a) sperimentare una riduzione dei tempi di formazione utilizzando reti ed intelligenza artificiale perché le nuove tecnologie permettono un’accelerazione ed espansione degli accessi conoscitivi; b) fornire strumenti di autoformazione fin dalla più giovane età che poi saranno utili per la formazione continua durante tutto il corso della vita; c) inserire nei programmi di educazione secondaria lezioni universitarie; d) aumentare i concorsi competitivi per nuove idee. Vedo già movimento verso questa direzione, ma ritengo vada accelerato per adeguare il potere cognitivo di massa alla rivoluzione tecnologica in atto, sempre più rapida. Tornando, in conclusione, al mio mestiere tipico segnalo che la competizione economica/commerciale tra sistemi economici nazionali sarà sempre più determinata dal potere cognitivo/tecnologico residente. L’incontro con i liceali detto sopra mi ha dato più ottimismo per il destino dell’Italia. E li ringrazio.
www.carlopelanda.com
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Il ministro dell’Economia lo ha ripetuto anche ieri, alla cerimonia per il giuramento degli allievi ufficiali dell’Accademia della Guardia di finanza di Bergamo: «Viviamo in un’epoca complessa», ha sottolineato Giorgetti, «segnata da tensioni geopolitiche, guerre commerciali, conflitti bellici, transizioni energetiche, trasformazioni tecnologiche e instabilità finanziarie. Tutti fattori che incidono profondamente sugli equilibri economici, sociali e sulla sicurezza finanziaria dei Paesi. La storia economica ci mostra innanzitutto i meccanismi di lungo periodo. Fenomeni come la globalizzazione, le guerre commerciali e le disuguagliane non nascono oggi. Hanno radici profonde. Le dinamiche osservate ad esempio durante la grande depressione del ‘29», ha aggiunto il ministro dell’Economia, «o dopo la seconda guerra mondiale, così come quelle seguite allo shock petrolifero del 1973, alla crisi finanziaria del 2008 o dei debiti sovrani del 2010, aiutano a comprendere come gli Stati reagiscono a shock sistemici, quali politiche funzionano e quali rischiano invece di aggravare la crisi». L’ha presa alla lontana, Giorgetti, citando tra l’altro esempi estremamente significativi, per poi arrivare al punto: «La storia economica ci insegna anche a cogliere le connessioni tra crisi economiche e trasformazioni sociali del passato», ha argomentato, «che hanno spesso generato cambiamenti profondi, in alcuni casi offrendo opportunità per realizzare importanti riforme in campo sociale ed economico, ma nei casi peggiori hanno generato anche instabilità politica e conflitti. La consapevolezza che oggi le regole globali, dal commercio alla finanza alla governance possono cambiare in un contesto segnato da forte incertezza, richiede prudenza e senso di responsabilità ma deve anche necessariamente aprire spazio a soluzioni innovative e realistiche, senza preconcetti o ideologie fini a se stesse». Si potrebbe sintetizzare: «Cari amici della Commissione Ue, non so più come dirvelo: se restiamo legati alle regole ordinarie in tempi straordinari, come la storia insegna, siamo morti».
Ma a Bruxelles continuano a non voler ascoltare, anzi peggio: come abbiamo scritto ieri, sembrano pure prenderci in giro, giocherellando coi decimali. Il rapporto deficit/Pil 2025, certificato dall’Istat, è al 3,1%, e l’Italia quindi resta sotto procedura di infrazione, per uno 0,1%. Ma attraverso la Stampa, il Commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, ha giocato a fare la parte del misericordioso, sottolineando che a settembre, se i dati cambiassero, la Commissione potrebbe rivedere le sue decisioni. «Teoricamente è possibile», ha detto Dombrovskis, «potrebbero esserci alcune rivalutazioni dei dati in autunno, alla luce dei numeri definitivi del Superbonus. E quindi potrebbero esserci degli sviluppi». Un modo come un altro per frenare, anzi bloccare, qualsiasi ipotesi di uno scostamento di bilancio da parte del governo italiano per fronteggiare la crisi energetica e dare respiro a famiglie e imprese. State buoni, ha detto in pratica Dombrovskis, che a settembre vi diamo lo zuccherino. Zuccherino amarissimo, tra l’altro, perché in ogni caso l’Italia dovrebbe poi restare al di sotto del 3% almeno fino al 2028. Tra l’altro, la Commissione non farebbe nessun «omaggio» all’Italia: come ha spiegato alla Verità la deputata di Fdi Ylenja Lucaselli, capogruppo in Commissione Bilancio e figura chiave nelle politiche economiche del partito, il rapporto deficit/Pil dell’Italia è già, di fatto, inferiore all’3,1%. L’Istat infatti arrotonda i decimali. Fino al 3,04%, diventa il 3; noi eravamo al 3,07% ed è diventato 3,1. La differenza tra 3,04 e 3,07 sono 600 milioni di euro, la esatta cifra che l’Agenzia delle Entrate ha comunicato all’Istat come ammontare di soldi bloccati per il Superbonus ma che non saranno mai erogati perché si tratta di truffe. L’Istat non ne ha tenuto conto, ma dovrà correggere la stima, e quindi a settembre torneremo al 3%. Tutto qui.
Intanto, si fa quel che si può: il Mef ha comunicato che è in corso di pubblicazione il decreto ministeriale che proroga fino al 22 maggio prossimo l’attuale taglio delle accise sui carburanti in scadenza ieri. Il taglio sarà di 20 centesimi al litro per il gasolio e di 5 centesimi al litro per la benzina.
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Ecco una preparazione co coniuga la Primavera con un classico della cucina di magro: il baccalà con i ceci. Se si afa in questo modo il piatto acquista freschezza e diventa saporito pur rimanendo nutriente e leggero. Si prepara in pochissimi minuti e il successo è garantito.
Ingredienti – 500 gr di baccalà già ammollato, 300 gr di ceci già lesati, 200 gr di fave, 5 o 6 foglie di salvia, almeno tre spicchi d’aglio, sale, pepe, olio extravergine di oliva qb.
Preparazione – In una capace padella scaldate in un generoso giro di olio extravergine di oliva gli spicchi d’aglio e la salvia. Andate a fuoco moderato perché si deve aromatizzare il grasso, ma non devono prendere colore le verdure. Versate in padella i ceci scolati e fate prendere sapore. Aggiustate di sale e di pepe. Nel frattempo mettete a sbollentare le fave che avrete sgusciato. Basta che prendano il bollore per un minuto. Ritiratele, ma non scolate l’acqua di cottura che vi sarà utile. Ora prendete i ceci e sistemateli in un bicchiere da frullatore con un po’ di acqua di cottura delle fave e un altro cucchiaio di extravergine. Con il frullatore a immersione riduceteli in crema. Nella padella dove sono rimasti aglio e salvia fate scottare a fuoco vivace il baccalà che avrete fatto in quattro pezzi per circa sei minuti dalla parte della pelle e quattro dalla parte della polpa. Nel frattempo freddate le fave e sbucciatele ulteriormente. E’ facilissimo: basta incidere la parte superiore del frutto e fare una leggerissima pressione; vedrete che “l’anima” uscirà da sola. Ora impiattate. Mettete a specchio sul piatto una generosa quantità di crema di ceci adagiatevi sopra un trancio di baccalà, fate cadere una manciata di fave e aggiustate di abbondante pepe e ancora un giro di olio extravergine a crudo.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di sbucciare per due volte le fave.
Abbinamento – Certamente un bianco e ci siamo ispirati alle città del baccalà: Verdicchio dei Castelli di Jesi pensando ad Ancona, Vermentino della Costa degli Etruschi pensando a Livorno, Soave pensando a Venezia, una Biancolella d’Ischia pensando a Napoli.
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