True
2018-03-27
Niente visite alla figlia malata perché c’è una donna velata in stanza
LaPresse
La convivenza forzata fra popoli e culture differenti è già difficile nella vita quotidiana, in condizioni di normalità, figuriamoci in situazioni di emergenza, quando la condivisione di spazi comuni si fa obbligata. Tipo in ospedale.
Lo si è visto - ma non è il primo caso del genere - in Austria, dove un padre è stato costretto dai medici a rinunciare a vedere in ospedale la figlia malata a causa delle richieste di un'altra ricoverata, musulmana radicale. La figlia ventitreenne dell'uomo, gravemente malata di sclerosi multipla, si trovava infatti nella stessa stanza di un'islamica osservante, che non gradiva la presenza di un uomo in camera. E questo nonostante fosse presente una tenda divisoria tra i due letti. Il signor Robert Salfenauer non ha quindi potuto salutare la figlia Chiara. Quando l'immigrata si è accorta che nella stanza era presente un uomo ha infatti iniziato a urlare fino a che Salfenauer non è stato costretto dal personale a uscire dalla stanza. Per parlare un po' con la figlia si è fermato sulla soglia, restando nel corridoio, ma anche in questo caso la paziente islamica ha richiesto l'intervento degli infermieri. Una situazione non simpatica, anche a causa della malattia particolarmente grave della giovane. Chiara si è ammalata cinque anni fa di sclerosi multipla. Ammessa a un programma di ricerca presso l'Allgemeines Krankenhaus di Vienna, l'ospedale generale, la ragazza deve andare in clinica per una notte ogni sei mesi. Il farmaco che le viene somministrato, infatti, ha effetti collaterali potenzialmente pericolosi, quindi in queste sedute la giovane è sempre accompagnata dai genitori. Che, già provati dall'esperienza, non meritavano certo di dover fare i conti con le follie dell'Austria multiculturale.
«Siamo rimasti scioccati dal fatto che una musulmana radicale abbia potuto condizionare la vita di un ospedale a Vienna. Di fatto ha potuto decidere che non potessi vedere mia figlia. Eppure ogni forma di radicalismo dovrebbe essere combattuta», ha detto l'uomo. Salfenauer, che di professione fa l'avvocato, il giorno dopo l'incidente si è mosso legalmente. La direzione del nosocomio, dal canto suo, ha dichiarato di essere giunta, dopo aver sentito tutte le testimonianze, a una «visione d'insieme dell'incidente». Che sarebbe questa: «Il padre della giovane paziente voleva guardare oltre la tenda divisoria mentre la donna velata pompava il latte per il suo neonato». Ma Salfenauer ha respinto l'accusa: «Non ho mai provato a guardare oltre la tenda divisoria. Ci sono dei testimoni». Ma, come dicevamo, non è la prima volta che siamo costretti a raccontare episodi simili. lo scorso febbraio, a Parma, un'anziana paziente italiana era stata sfrattata dall'ospedale per volere della vicina di letto musulmana. Secondo quanto aveva raccontato allora La Gazzetta di Parma, una donna di 89 anni, ricoverata all'ospedale maggiore della città emiliana nel reparto maxillo-facciale, sarebbe stata costretta a cambiare stanza dopo le insistenze di una paziente albanese di religione musulmana.
Il problema, anche questa volta, sarebbe sorto per la presenza di un uomo, nello specifico il figlio dell'anziana. Non potendo rimanere in stanza con un uomo, la straniera avrebbe chiesto che la paziente con cui condivideva la camera venisse spostata. Secondo quanto riportato dalla figlia della paziente italiana, la discussione si sarebbe fatta accesa, fino a che l'infermiera di turno avrebbe spostato l'ottantanovenne in un'altra stanza. Sembra, inoltre, che la donna albanese sia rimasta per altre due notti in stanza da sola mentre c'erano pazienti anche in corridoio. La direzione dell'ospedale cercò di chiarire la vicenda, seppur in modo piuttosto sibillino. «Il trasferimento della signora nella stanza a fianco, dal letto 7 al letto 9 non è ovviamente stato imposto ai famigliari della signora, ma è stato eseguito insieme a loro; tant'è che da quanto verificato il nipote della paziente si è dimostrato molto gentile con gli infermieri aiutandoli a spostare gli oggetti della nonna, presenti sopra al comodino», spiegò Giuseppe La Torre, coordinatore infermieristico dell'unità operativa. Lo spostamento, quindi, era effettivamente avvenuto, l'ospedale si limitò a chiarire che esso fosse avvenuto in tutta calma, senza peraltro specificare se invece, in precedenza, si fossero avuti effettivi momenti di tensione.
Ma sulla motivazione religiosa dello spostamento non arrivò alcuna smentita: «Il trasferimento è stato concordato dall'equipe e veniva incontro alle rispettive esigenze. Ci sembra del tutto ragionevole mantenere un clima sereno e collaborativo da parte di tutti, in special modo quando questo non causa disagi ai pazienti e ai loro congiunti», commentò Enrico Sesenna, direttore della chirurgia maxillo facciale.
Allarme terrorismo: l’intelligence teme attentati per Pasqua
Il pericolo terroristico che arriva dalla Tunisia e che, come svela una silenziosa indagine della Procura di Messina, si propaga nelle carceri italiane tramite islamisti radicalizzati, ha prodotto un innalzamento del livello di pericolo e fatto scattare l'allarme pasquale della intelligence italiana. Verranno incrementate le misure di sicurezza a Roma e al Vaticano. Il nervo è scoperto.
E così l'altro giorno è bastata una lettera anonima arrivata all'ambasciata italiana a Tunisi per far partire la caccia all'uomo per Atef Mathlouthi, indicato come presunto terrorista pronto a colpire a Roma. L'uomo, già arrestato a Palermo per spaccio di droga e poi rientrato nel suo Paese, è inseguito da tre mandati di cattura e finirebbe in carcere nel caso mettesse piede in Italia. L'allarme per fortuna è rientrato in fretta. Ma quella è solo l'ultima delle segnalazioni che l'intelligence tunisina ha girato ai servizi di sicurezza italiani. Tra gennaio e marzo sono già sette i tunisini rimpatriati con provvedimento del ministro dell'Interno per motivi di sicurezza (sono 25 le espulsioni dal 2017). Due erano ritenuti contigui all'Isis e sono stati individuati a Ravenna, dove frequentavano i circoli culturali musulmani. Un altro, che viveva a Nettuno, è stato indicato come «elemento in contatto con esponenti dell'autoproclamato Stato islamico». Il quarto uomo intratteneva comunicazioni con appartenenti all'Isis in Francia ed è stato rintracciato ad Anzio.
È alla sua seconda espulsione, invece, il tunisino residente a Vimercate (Monza-Brianza) e rimandato a casa il 6 marzo (l'altra espulsione risale al 2015) perché in contatto con un foreign fighter in Siria. Secondo l'Aise, il servizio di sicurezza che si occupa di minaccia estera, era pronto a un «gesto eclatante». Gli ultimi due erano detenuti in carcere a Padova e Palermo e lavoravano da imam radicali tra i detenuti. L'attenzione dell'intelligence e della Procura nazionale antiterrorismo è concentrata in Sicilia. Lì, un'indagine condotta in gran silenzio dai magistrati di Messina sta andando avanti grazie ad alcune segnalazioni provenienti dall'ambiente penitenziario, bacino definito ricco «di spunti investigativi e di vere e proprie notizie di reato».
La segnalazione firmata dal Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, riguarda scritti e disegni «di soggetti di religione islamica detenuti per favoreggiamento all'immigrazione clandestina» che hanno portato a iscrizioni nel registro degli indagati per il reato di 270 bis, ossia associazione con finalità di terrorismo. Il monitoraggio del Dap ha evidenziato «segnali concreti di radicalizzazione e attività di proselitismo», scrivono i magistrati, «anche attraverso il ricorso a condotte violente nei confronti di altri detenuti di origine musulmana che non intendevano adeguarsi ai comportamenti strettamente ortodossi da loro imposti».
La rotta Tunisia-Italia, insomma, è da allarme rosso. Con il calo dei flussi dalla Libia c'è stato, nel 2017, un aumento del 492 per cento delle partenze tunisine rispetto al 2016. E quest'anno sono già sbarcati 1.187 tunisini su un totale di 6.161 migranti arrivati (il 19 per cento del totale). Nell'ultima relazione al Parlamento gli 007 hanno segnalato che «rispetto agli arrivi dalla Libia, quelli originati dalla Tunisia presentano caratteri peculiari: prevedono sbarchi “occulti", effettuati sotto costa per eludere la sorveglianza marittima aumentando con ciò, di fatto, la possibilità di infiltrazione di elementi criminali e terroristici». Ma la jihad tunisina è attiva anche sul web.
Porta lì un'indagine aperta dalla Procura di Salerno per un accesso abusivo al sistema informatico del Comune di Mercato San Severino «che aveva determinato», scrivono i pm Silvio Marco Guarriello e Rocco Alfano, «in luogo della normale visione del sito istituzionale del Comune, la comparsa di immagini di bambini feriti e mutilati». A rivendicare l'azione è stato «il sedicente gruppo Tunisian cyber resistance al fallaga team». E da allora gli 007 hanno messo sotto osservazione diverse campagne di influenza on line sospette, molte delle quali sono targate Tunisia.
Fabio Amendolara
Gli stregoni nigeriani combattono i trafficanti

L'unica sala cinematografica che si trova lungo la chilometrica strada Airpot road accanto al Palazzo del re (oba) nella città di Benin city, in Nigeria, cuore pulsante della criminalità organizzata per il traffico di esseri umani, è a qualche centinaio di metri dall'hotel che mi vede ospite ormai da quasi undici anni.
Il cinema ormai chiuso non poteva essere luogo adatto, oltre al caldo insopportabile, per proiettare La terza madre ultimo film della trilogia delle tre madri di Dario Argento sul tema della stregoneria, perché i film italiani sono assolutamente sconosciuti e non hanno mai toccato suolo nigeriano, e neppure The Prestige, diretto da Christopher Nolan una storia di maghi e magie dal momento che Hollywood è al terzo posto nella classifica, dopo Bollywood e Nollywood. Inoltre i film europei e americani li si può assaporare solo nella nuovissima multisala che si trova dalla parte opposta della città. Poteva allora essere una pièce teatrale nello storico teatro nazionale rinnovato una paio di anni fa e ubicato nello stesso ampio spazio del Centro culturale tradizionale di Benin City accanto al cinema. E invece no.
Quel giorno cinema e teatro erano silenti. L'intrattenimento invece era proprio sul lato opposto della strada, nel Palazzo del re, oba appunto, anzi del nuovo oba Eware II salito al trono da qualche mese. Nella storia, l'area dove oggi sorge Benin city faceva parte del regno del Benin (da non confondere con la repubblica del Benin) divenuto poi tutt'uno con lo la Nigeria con il nome di Edo state. E pensare che Benin city si chiamava «Ubinu», ma fu l'invasione dei portoghesi, giunti via mare e approdati al vicinissimo porto marittimo, che cambiò il nome della città. «Ubinu» veniva pronunciato così male dai portoghesi che lo trasformarono in Benin. Benin city è una città africana, amante delle tradizioni, di quasi due milioni di abitanti. È ben conosciuta in Italia e nel mondo per l'elevatissimo numero di migranti che cominciarono a partire verso l'occidente circa mille anni fa proprio con l'arrivo dei portoghesi.
È una città che quasi tutti in occidente sanno trovare sulla cartina geografica. Infatti il porto marittimo distante pochi chilometri da Benin city, verso la fine del 1400 fu il primo crocevia della tratta degli schiavi verso l'Europa. In quegli anni regnava un certo oba Eware detto «il Grande». Appunto grande viaggiatore e grande combattente e nello stesso tempo anche grande mediatore per il popolo. Aveva però introdotto una nuova legge che obbligava gli uomini sposati a non fare figli per tre anni. Quando realizzò che la popolazione stava riducendosi velocemente, fece realizzare un fosso molto profondo tutto intorno alla città in modo da non consentire ai cittadini di migrare. Oba Eware aveva nel suo regno i più grandi maghi di tutti i tempi.
Grazie alle loro gesta e pratiche «magiche» durante il periodo della tratta di schiavi, furono divinizzati. Tornando ai tempi nostri, la città di Benin city è rimasta tale e quale a quella di centinaia di anni fa ma l'oba attuale, Eware II in virtù delle gesta del suo antenato è un grande viaggiatore e ancor più grande mediatore. Prima di essere incoronato oba fu ambasciatore in Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia, Angola, Albania e in Italia. Il palazzo dell'oba è un enorme area con cortile e una serie di palazzine con tetti in lamierino e ubicate sul lato meno trafficato di Airport road, la strada che porta all'aeroporto di Benin city. Il cortile che può contenere migliaia di persone per eventi straordinari. Oba Eware II, re e non sacerdote o santone, appunto grazie alla sua spiccata mediazione, ha voluto organizzare, dopo circa 600 anni un incontro che volesse riproporre le gesta del suo antenato. Il 9 marzo del 2018, oba Eware II ha ricevuto a palazzo tutti i «native doctor» dell'Edo state, per il più grande rituale vudù della storia del nostro pianeta. Un'adunata generale di maghi, maghe, streghe e stregoni, i «native doctor» (termine che non si può tradurre in «dottori» e neppure in «preti»), per un evento storico unico. Il fine: agire attraverso pratiche ritualistiche voodoo contro trafficanti di esseri umani e cosche criminali in Africa e all'estero per liberare definitivamente tutte le donne schiavizzate e incatenate psicologicamente da rituali malvagi animisti come il juju. Molte giovani, vittime di imbrogli ancora oggi, cercano di lasciare le famiglie per scappare verso l'occidente. E non pensiate siano incolte e con basso livello scolastico. Molte di loro provengono proprio dalle varie università del territorio nigeriano e dal vicino Niger.
Il mega evento è stato programmato non solo dall'oba di Benin city in qualità di mediatore (non è né un santone e neppure un sacerdote) ma anche con il governo federale dello stato di Edo e l'Oim, l'Organizzazione internazionale per le migrazioni nel mondo. Insieme per esercitare una pressione mediatica senza precedenti. Insomma un grande set cinematografico del reale da proporre in tv, via Internet, attraverso Whatsapp, Youtube etc... Un grande evento ritualistico mediatico con tanto di inviti a tutti i capi dei villaggi, principi, duchi e via dicendo. Ogni mago e maga portava i propri «strumenti di lavoro» dal villaggio e dal proprio santuario: ossa, legni, polveri, conchiglie, escrementi e «intrugli magici» più che altro miscelati al «distillato secco più venduto in Nigeria», il gin, da sputare durante l'esibizione. Nessun animale coinvolto. Ogni maga e mago, ogni sciamano con la propria tunica rossa si è esibito con altri colleghi per creare un' enorme energia benigna e annientare tutte le forze maligne che oggi tengono imprigionate le schiave nel mondo. Parole e preghiere, oggetti e polveri magiche, alcool e superstizione si sono combinati insieme per produrre un campo di energia trasportato dai media. L'effetto ha raggiunto così tutti nigeriani in occidente e in oriente. Lo stesso messaggio dall'oba quel giorno proclamava «libere» tutte le donne incatenate in schiavitù coatta. E inoltre nessun obbligo di versare denaro per esigere la propria libertà. Riscatto annullato. Che sia dunque terminata tutto d'un colpo una lunghissima storia di prostituzione, migrazione e criminalità organizzata proveniente dall'Africa e iniziata addiritturanel lontano 1400?
Ho voluto chiamare al telefono in questi giorni un «native doctor» di Benin city che conosco. Mi ha detto: «Qualora questa grande cerimonia ritualistica non avesse funzionato sono pronti ad una sessione vudù di massa molto più potente». C'è da dire che da Torino a Palermo le ragazze da qualche giorno (anche alcuni ragazzi) vittime del traffico di esseri umani, stanno cominciando ad avvicinarsi agli sportelli degli uffici delle varie associazioni di volontariato di provincia per presentare denuncia contro i trafficanti e le madame. Dunque sembra che funzioni. Ma forse non per tutti. C'è da dire che in Italia il sistema di accoglienza funziona così male che le stesse ospiti dei Centri di accoglienza straordinaria, essendo libere di poter girovagare e uscire a loro piacimento, si prostituiscono per poter incassare. E molte volte per portare alle loro madame cammuffate da richiedenti asilo politico all'interno delle strutture, i profitti dovuti. Praticamente questi Cas sono dei centri di prostituzione a tutti gli effetti e non esiste alcun controllo. E per di più siamo in Italia. E qui l'oba purtroppo non può fare molto. I nuovi politici sì.
Alberto Cicala da Benin city (Nigeria)
Razzismo migrante: nelle banlieue gli arabi non vogliono altri africani
Un africano a spasso per il quartiere, nudo. La scena, vista spesso anche nelle nostre città, avviene a Seine-Saint-Denis. Per poco tempo, però: il tizio che ci ha provato, immigrato di fresco arrivo, finisce all'ospedale con il cranio fracassato. Qualcuno gli ha spaccato una bottiglia in testa. Ma non parlate di raid razzista: a fare «giustizia» ci hanno pensato i padroni del quartiere. Africani, pure loro, ma di lunga data, spesso di seconda o terza generazione. Coloro che fanno il bello e il cattivo tempo in certi quartieri di Parigi dove lo Stato non mette più piede. Quando non se la prendono con i poliziotti o con qualche petit blanc finito troppo lontano da casa, i padroni della banlieue hanno un nemico: i «Lampédouz».
Questo termine dispregiativo, chiaramente derivato dal nome della nostra isola di Lampedusa, indica quelli che sono appena sbarcati, gli ultimi arrivati, gli sradicati, gli alienati, coloro che non riescono a inserirsi nelle reti claniche che innervano le periferie francesi africanizzate. Quelli che rovinano il fragile equilibrio sociale, religioso e anche criminale delle banlieue. Su questa realtà, è appena uscito in Francia, a firma di Manon Quérouil-Bruneel, La Part du ghetto (Fayard), di cui Le Figaro magazine ha pubblicato ampi stralci qualche giorno fa. Qui scopriamo questa realtà che contraddice potentemente la narrazione sull'Europa razzista e sul bianco nemico di questa négritude sempre umana, simpatica, desiderosa di arricchire il prossimo, socialmente e culturalmente. Vecchi immigrati contro nuovi, quindi, africani contro africani. «La nuova violenza che agita regolarmente il quartiere», scrive Quérouil-Bruneel, «è quella che oppone questi giovani con un background nell'immigrazione ai nuovi arrivati: spesso uomini soli, che dormono in occupazioni all'ombra delle grandi case popolari o si ammassano in appartamenti insalubri affittati dai mercanti di sonno. Vivono e lavorano in nero nei cantieri, vendendo sigarette di contrabbando, scippando borse o telefonini. Ma i furti commessi nel quartiere scatenano sempre rappresaglie, a colpi di mazze da baseball e spranghe di ferro. I giovani della zona scendono in strada in gruppo e pestano tutti i migranti che incontrano».
Malek, abitante storico del quartiere, esprime la logica spietata ma lineare di questo ordine feroce: «Siamo già tutti in una galera, non possiamo accogliere tutta la miseria del mondo». È questa la realtà di Seine-Saint-Denis, dipartimento che costituiva un tempo il cuore rosso della cintura operaia a nord di Parigi e che, ormai da anni, non è più in Europa. Oggi è abitato da quasi 1,6 milioni di persone, con una densità di 6.748 abitanti per chilometro quadrato. Il 30% degli abitanti ha meno di 20 anni. Secondo i dati riportati dallo studioso Christophe Guilluy, tra il 1968 e il 2005, i giovani di origine straniera vi sono passati dal 18,8% al 50,1%. Qui, i bambini di cui entrambi i genitori sono nati in Francia sono passati, nello stesso periodo, da 41% al 13,5%.
Questa periferia non è più quella raccontata nel 1995 da L'odio di Mathieu Kassovitz. «I giovani non bruciano più le auto, fanno affari senza troppo clamore, coscienti che i tafferugli nuocciono al business». Cioè allo spaccio di hashish. Cocaina o eroina si smerciano, ma lontano dal quartiere. Qualche anno fa, un tizio della zona ha aperto una rivendita di crack sul territorio. Lo hanno fatto chiudere. Non la gendarmeria, ma i capi del quartiere. Omar, algerino, padre di Malek, non si è mai abituato a tutto ciò: «Una volta qui c'erano boulangerie tradizionali, macellerie equine, ragazze in minogonna. Io non mi sentivo algerino o francese, ma operaio». Negli anni Novanta sarebbe arrivato il ripiego religioso, il rifiuto della cultura francese, il salafismo onnipresente. E, infine, la jihad. Delizie di quel che è chiamato «vivre ensemble». Ma sempre più spesso, come dice Renaud Camus, fra «vivre» e «ensemble» bisogna fare una scelta.
Adriano Scianca
Related Articles Around the Web
Continua a leggereRiduci
In una clinica viennese una musulmana non tollera la presenza di maschi nella camera. Così i medici proibiscono alla ragazza affetta da sclerosi multipla di stare con suo padre. Intanto, Pasqua si avvicina e l'intelligence teme attentati. Cronache da Benin city e dalle banlieue francesi.Lo speciale contiene quattro articoliLa convivenza forzata fra popoli e culture differenti è già difficile nella vita quotidiana, in condizioni di normalità, figuriamoci in situazioni di emergenza, quando la condivisione di spazi comuni si fa obbligata. Tipo in ospedale. Lo si è visto - ma non è il primo caso del genere - in Austria, dove un padre è stato costretto dai medici a rinunciare a vedere in ospedale la figlia malata a causa delle richieste di un'altra ricoverata, musulmana radicale. La figlia ventitreenne dell'uomo, gravemente malata di sclerosi multipla, si trovava infatti nella stessa stanza di un'islamica osservante, che non gradiva la presenza di un uomo in camera. E questo nonostante fosse presente una tenda divisoria tra i due letti. Il signor Robert Salfenauer non ha quindi potuto salutare la figlia Chiara. Quando l'immigrata si è accorta che nella stanza era presente un uomo ha infatti iniziato a urlare fino a che Salfenauer non è stato costretto dal personale a uscire dalla stanza. Per parlare un po' con la figlia si è fermato sulla soglia, restando nel corridoio, ma anche in questo caso la paziente islamica ha richiesto l'intervento degli infermieri. Una situazione non simpatica, anche a causa della malattia particolarmente grave della giovane. Chiara si è ammalata cinque anni fa di sclerosi multipla. Ammessa a un programma di ricerca presso l'Allgemeines Krankenhaus di Vienna, l'ospedale generale, la ragazza deve andare in clinica per una notte ogni sei mesi. Il farmaco che le viene somministrato, infatti, ha effetti collaterali potenzialmente pericolosi, quindi in queste sedute la giovane è sempre accompagnata dai genitori. Che, già provati dall'esperienza, non meritavano certo di dover fare i conti con le follie dell'Austria multiculturale. «Siamo rimasti scioccati dal fatto che una musulmana radicale abbia potuto condizionare la vita di un ospedale a Vienna. Di fatto ha potuto decidere che non potessi vedere mia figlia. Eppure ogni forma di radicalismo dovrebbe essere combattuta», ha detto l'uomo. Salfenauer, che di professione fa l'avvocato, il giorno dopo l'incidente si è mosso legalmente. La direzione del nosocomio, dal canto suo, ha dichiarato di essere giunta, dopo aver sentito tutte le testimonianze, a una «visione d'insieme dell'incidente». Che sarebbe questa: «Il padre della giovane paziente voleva guardare oltre la tenda divisoria mentre la donna velata pompava il latte per il suo neonato». Ma Salfenauer ha respinto l'accusa: «Non ho mai provato a guardare oltre la tenda divisoria. Ci sono dei testimoni». Ma, come dicevamo, non è la prima volta che siamo costretti a raccontare episodi simili. lo scorso febbraio, a Parma, un'anziana paziente italiana era stata sfrattata dall'ospedale per volere della vicina di letto musulmana. Secondo quanto aveva raccontato allora La Gazzetta di Parma, una donna di 89 anni, ricoverata all'ospedale maggiore della città emiliana nel reparto maxillo-facciale, sarebbe stata costretta a cambiare stanza dopo le insistenze di una paziente albanese di religione musulmana. Il problema, anche questa volta, sarebbe sorto per la presenza di un uomo, nello specifico il figlio dell'anziana. Non potendo rimanere in stanza con un uomo, la straniera avrebbe chiesto che la paziente con cui condivideva la camera venisse spostata. Secondo quanto riportato dalla figlia della paziente italiana, la discussione si sarebbe fatta accesa, fino a che l'infermiera di turno avrebbe spostato l'ottantanovenne in un'altra stanza. Sembra, inoltre, che la donna albanese sia rimasta per altre due notti in stanza da sola mentre c'erano pazienti anche in corridoio. La direzione dell'ospedale cercò di chiarire la vicenda, seppur in modo piuttosto sibillino. «Il trasferimento della signora nella stanza a fianco, dal letto 7 al letto 9 non è ovviamente stato imposto ai famigliari della signora, ma è stato eseguito insieme a loro; tant'è che da quanto verificato il nipote della paziente si è dimostrato molto gentile con gli infermieri aiutandoli a spostare gli oggetti della nonna, presenti sopra al comodino», spiegò Giuseppe La Torre, coordinatore infermieristico dell'unità operativa. Lo spostamento, quindi, era effettivamente avvenuto, l'ospedale si limitò a chiarire che esso fosse avvenuto in tutta calma, senza peraltro specificare se invece, in precedenza, si fossero avuti effettivi momenti di tensione. Ma sulla motivazione religiosa dello spostamento non arrivò alcuna smentita: «Il trasferimento è stato concordato dall'equipe e veniva incontro alle rispettive esigenze. Ci sembra del tutto ragionevole mantenere un clima sereno e collaborativo da parte di tutti, in special modo quando questo non causa disagi ai pazienti e ai loro congiunti», commentò Enrico Sesenna, direttore della chirurgia maxillo facciale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/islam-vienna-ospedale-divieto-2553267359.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="allarme-terrorismo-lintelligence-teme-attentati-per-pasqua" data-post-id="2553267359" data-published-at="1781918342" data-use-pagination="False"> Allarme terrorismo: l’intelligence teme attentati per Pasqua Il pericolo terroristico che arriva dalla Tunisia e che, come svela una silenziosa indagine della Procura di Messina, si propaga nelle carceri italiane tramite islamisti radicalizzati, ha prodotto un innalzamento del livello di pericolo e fatto scattare l'allarme pasquale della intelligence italiana. Verranno incrementate le misure di sicurezza a Roma e al Vaticano. Il nervo è scoperto. E così l'altro giorno è bastata una lettera anonima arrivata all'ambasciata italiana a Tunisi per far partire la caccia all'uomo per Atef Mathlouthi, indicato come presunto terrorista pronto a colpire a Roma. L'uomo, già arrestato a Palermo per spaccio di droga e poi rientrato nel suo Paese, è inseguito da tre mandati di cattura e finirebbe in carcere nel caso mettesse piede in Italia. L'allarme per fortuna è rientrato in fretta. Ma quella è solo l'ultima delle segnalazioni che l'intelligence tunisina ha girato ai servizi di sicurezza italiani. Tra gennaio e marzo sono già sette i tunisini rimpatriati con provvedimento del ministro dell'Interno per motivi di sicurezza (sono 25 le espulsioni dal 2017). Due erano ritenuti contigui all'Isis e sono stati individuati a Ravenna, dove frequentavano i circoli culturali musulmani. Un altro, che viveva a Nettuno, è stato indicato come «elemento in contatto con esponenti dell'autoproclamato Stato islamico». Il quarto uomo intratteneva comunicazioni con appartenenti all'Isis in Francia ed è stato rintracciato ad Anzio. È alla sua seconda espulsione, invece, il tunisino residente a Vimercate (Monza-Brianza) e rimandato a casa il 6 marzo (l'altra espulsione risale al 2015) perché in contatto con un foreign fighter in Siria. Secondo l'Aise, il servizio di sicurezza che si occupa di minaccia estera, era pronto a un «gesto eclatante». Gli ultimi due erano detenuti in carcere a Padova e Palermo e lavoravano da imam radicali tra i detenuti. L'attenzione dell'intelligence e della Procura nazionale antiterrorismo è concentrata in Sicilia. Lì, un'indagine condotta in gran silenzio dai magistrati di Messina sta andando avanti grazie ad alcune segnalazioni provenienti dall'ambiente penitenziario, bacino definito ricco «di spunti investigativi e di vere e proprie notizie di reato». La segnalazione firmata dal Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, riguarda scritti e disegni «di soggetti di religione islamica detenuti per favoreggiamento all'immigrazione clandestina» che hanno portato a iscrizioni nel registro degli indagati per il reato di 270 bis, ossia associazione con finalità di terrorismo. Il monitoraggio del Dap ha evidenziato «segnali concreti di radicalizzazione e attività di proselitismo», scrivono i magistrati, «anche attraverso il ricorso a condotte violente nei confronti di altri detenuti di origine musulmana che non intendevano adeguarsi ai comportamenti strettamente ortodossi da loro imposti». La rotta Tunisia-Italia, insomma, è da allarme rosso. Con il calo dei flussi dalla Libia c'è stato, nel 2017, un aumento del 492 per cento delle partenze tunisine rispetto al 2016. E quest'anno sono già sbarcati 1.187 tunisini su un totale di 6.161 migranti arrivati (il 19 per cento del totale). Nell'ultima relazione al Parlamento gli 007 hanno segnalato che «rispetto agli arrivi dalla Libia, quelli originati dalla Tunisia presentano caratteri peculiari: prevedono sbarchi “occulti", effettuati sotto costa per eludere la sorveglianza marittima aumentando con ciò, di fatto, la possibilità di infiltrazione di elementi criminali e terroristici». Ma la jihad tunisina è attiva anche sul web. Porta lì un'indagine aperta dalla Procura di Salerno per un accesso abusivo al sistema informatico del Comune di Mercato San Severino «che aveva determinato», scrivono i pm Silvio Marco Guarriello e Rocco Alfano, «in luogo della normale visione del sito istituzionale del Comune, la comparsa di immagini di bambini feriti e mutilati». A rivendicare l'azione è stato «il sedicente gruppo Tunisian cyber resistance al fallaga team». E da allora gli 007 hanno messo sotto osservazione diverse campagne di influenza on line sospette, molte delle quali sono targate Tunisia. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/islam-vienna-ospedale-divieto-2553267359.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="gli-stregoni-nigeriani-combattono-i-trafficanti" data-post-id="2553267359" data-published-at="1781918342" data-use-pagination="False"> Gli stregoni nigeriani combattono i trafficanti L'unica sala cinematografica che si trova lungo la chilometrica strada Airpot road accanto al Palazzo del re (oba) nella città di Benin city, in Nigeria, cuore pulsante della criminalità organizzata per il traffico di esseri umani, è a qualche centinaio di metri dall'hotel che mi vede ospite ormai da quasi undici anni. Il cinema ormai chiuso non poteva essere luogo adatto, oltre al caldo insopportabile, per proiettare La terza madre ultimo film della trilogia delle tre madri di Dario Argento sul tema della stregoneria, perché i film italiani sono assolutamente sconosciuti e non hanno mai toccato suolo nigeriano, e neppure The Prestige, diretto da Christopher Nolan una storia di maghi e magie dal momento che Hollywood è al terzo posto nella classifica, dopo Bollywood e Nollywood. Inoltre i film europei e americani li si può assaporare solo nella nuovissima multisala che si trova dalla parte opposta della città. Poteva allora essere una pièce teatrale nello storico teatro nazionale rinnovato una paio di anni fa e ubicato nello stesso ampio spazio del Centro culturale tradizionale di Benin City accanto al cinema. E invece no. Quel giorno cinema e teatro erano silenti. L'intrattenimento invece era proprio sul lato opposto della strada, nel Palazzo del re, oba appunto, anzi del nuovo oba Eware II salito al trono da qualche mese. Nella storia, l'area dove oggi sorge Benin city faceva parte del regno del Benin (da non confondere con la repubblica del Benin) divenuto poi tutt'uno con lo la Nigeria con il nome di Edo state. E pensare che Benin city si chiamava «Ubinu», ma fu l'invasione dei portoghesi, giunti via mare e approdati al vicinissimo porto marittimo, che cambiò il nome della città. «Ubinu» veniva pronunciato così male dai portoghesi che lo trasformarono in Benin. Benin city è una città africana, amante delle tradizioni, di quasi due milioni di abitanti. È ben conosciuta in Italia e nel mondo per l'elevatissimo numero di migranti che cominciarono a partire verso l'occidente circa mille anni fa proprio con l'arrivo dei portoghesi. È una città che quasi tutti in occidente sanno trovare sulla cartina geografica. Infatti il porto marittimo distante pochi chilometri da Benin city, verso la fine del 1400 fu il primo crocevia della tratta degli schiavi verso l'Europa. In quegli anni regnava un certo oba Eware detto «il Grande». Appunto grande viaggiatore e grande combattente e nello stesso tempo anche grande mediatore per il popolo. Aveva però introdotto una nuova legge che obbligava gli uomini sposati a non fare figli per tre anni. Quando realizzò che la popolazione stava riducendosi velocemente, fece realizzare un fosso molto profondo tutto intorno alla città in modo da non consentire ai cittadini di migrare. Oba Eware aveva nel suo regno i più grandi maghi di tutti i tempi. Grazie alle loro gesta e pratiche «magiche» durante il periodo della tratta di schiavi, furono divinizzati. Tornando ai tempi nostri, la città di Benin city è rimasta tale e quale a quella di centinaia di anni fa ma l'oba attuale, Eware II in virtù delle gesta del suo antenato è un grande viaggiatore e ancor più grande mediatore. Prima di essere incoronato oba fu ambasciatore in Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia, Angola, Albania e in Italia. Il palazzo dell'oba è un enorme area con cortile e una serie di palazzine con tetti in lamierino e ubicate sul lato meno trafficato di Airport road, la strada che porta all'aeroporto di Benin city. Il cortile che può contenere migliaia di persone per eventi straordinari. Oba Eware II, re e non sacerdote o santone, appunto grazie alla sua spiccata mediazione, ha voluto organizzare, dopo circa 600 anni un incontro che volesse riproporre le gesta del suo antenato. Il 9 marzo del 2018, oba Eware II ha ricevuto a palazzo tutti i «native doctor» dell'Edo state, per il più grande rituale vudù della storia del nostro pianeta. Un'adunata generale di maghi, maghe, streghe e stregoni, i «native doctor» (termine che non si può tradurre in «dottori» e neppure in «preti»), per un evento storico unico. Il fine: agire attraverso pratiche ritualistiche voodoo contro trafficanti di esseri umani e cosche criminali in Africa e all'estero per liberare definitivamente tutte le donne schiavizzate e incatenate psicologicamente da rituali malvagi animisti come il juju. Molte giovani, vittime di imbrogli ancora oggi, cercano di lasciare le famiglie per scappare verso l'occidente. E non pensiate siano incolte e con basso livello scolastico. Molte di loro provengono proprio dalle varie università del territorio nigeriano e dal vicino Niger. Il mega evento è stato programmato non solo dall'oba di Benin city in qualità di mediatore (non è né un santone e neppure un sacerdote) ma anche con il governo federale dello stato di Edo e l'Oim, l'Organizzazione internazionale per le migrazioni nel mondo. Insieme per esercitare una pressione mediatica senza precedenti. Insomma un grande set cinematografico del reale da proporre in tv, via Internet, attraverso Whatsapp, Youtube etc... Un grande evento ritualistico mediatico con tanto di inviti a tutti i capi dei villaggi, principi, duchi e via dicendo. Ogni mago e maga portava i propri «strumenti di lavoro» dal villaggio e dal proprio santuario: ossa, legni, polveri, conchiglie, escrementi e «intrugli magici» più che altro miscelati al «distillato secco più venduto in Nigeria», il gin, da sputare durante l'esibizione. Nessun animale coinvolto. Ogni maga e mago, ogni sciamano con la propria tunica rossa si è esibito con altri colleghi per creare un' enorme energia benigna e annientare tutte le forze maligne che oggi tengono imprigionate le schiave nel mondo. Parole e preghiere, oggetti e polveri magiche, alcool e superstizione si sono combinati insieme per produrre un campo di energia trasportato dai media. L'effetto ha raggiunto così tutti nigeriani in occidente e in oriente. Lo stesso messaggio dall'oba quel giorno proclamava «libere» tutte le donne incatenate in schiavitù coatta. E inoltre nessun obbligo di versare denaro per esigere la propria libertà. Riscatto annullato. Che sia dunque terminata tutto d'un colpo una lunghissima storia di prostituzione, migrazione e criminalità organizzata proveniente dall'Africa e iniziata addiritturanel lontano 1400? Ho voluto chiamare al telefono in questi giorni un «native doctor» di Benin city che conosco. Mi ha detto: «Qualora questa grande cerimonia ritualistica non avesse funzionato sono pronti ad una sessione vudù di massa molto più potente». C'è da dire che da Torino a Palermo le ragazze da qualche giorno (anche alcuni ragazzi) vittime del traffico di esseri umani, stanno cominciando ad avvicinarsi agli sportelli degli uffici delle varie associazioni di volontariato di provincia per presentare denuncia contro i trafficanti e le madame. Dunque sembra che funzioni. Ma forse non per tutti. C'è da dire che in Italia il sistema di accoglienza funziona così male che le stesse ospiti dei Centri di accoglienza straordinaria, essendo libere di poter girovagare e uscire a loro piacimento, si prostituiscono per poter incassare. E molte volte per portare alle loro madame cammuffate da richiedenti asilo politico all'interno delle strutture, i profitti dovuti. Praticamente questi Cas sono dei centri di prostituzione a tutti gli effetti e non esiste alcun controllo. E per di più siamo in Italia. E qui l'oba purtroppo non può fare molto. I nuovi politici sì. Alberto Cicala da Benin city (Nigeria) <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/islam-vienna-ospedale-divieto-2553267359.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="razzismo-migrante-nelle-banlieue-gli-arabi-non-vogliono-altri-africani" data-post-id="2553267359" data-published-at="1781918342" data-use-pagination="False"> Razzismo migrante: nelle banlieue gli arabi non vogliono altri africani Un africano a spasso per il quartiere, nudo. La scena, vista spesso anche nelle nostre città, avviene a Seine-Saint-Denis. Per poco tempo, però: il tizio che ci ha provato, immigrato di fresco arrivo, finisce all'ospedale con il cranio fracassato. Qualcuno gli ha spaccato una bottiglia in testa. Ma non parlate di raid razzista: a fare «giustizia» ci hanno pensato i padroni del quartiere. Africani, pure loro, ma di lunga data, spesso di seconda o terza generazione. Coloro che fanno il bello e il cattivo tempo in certi quartieri di Parigi dove lo Stato non mette più piede. Quando non se la prendono con i poliziotti o con qualche petit blanc finito troppo lontano da casa, i padroni della banlieue hanno un nemico: i «Lampédouz». Questo termine dispregiativo, chiaramente derivato dal nome della nostra isola di Lampedusa, indica quelli che sono appena sbarcati, gli ultimi arrivati, gli sradicati, gli alienati, coloro che non riescono a inserirsi nelle reti claniche che innervano le periferie francesi africanizzate. Quelli che rovinano il fragile equilibrio sociale, religioso e anche criminale delle banlieue. Su questa realtà, è appena uscito in Francia, a firma di Manon Quérouil-Bruneel, La Part du ghetto (Fayard), di cui Le Figaro magazine ha pubblicato ampi stralci qualche giorno fa. Qui scopriamo questa realtà che contraddice potentemente la narrazione sull'Europa razzista e sul bianco nemico di questa négritude sempre umana, simpatica, desiderosa di arricchire il prossimo, socialmente e culturalmente. Vecchi immigrati contro nuovi, quindi, africani contro africani. «La nuova violenza che agita regolarmente il quartiere», scrive Quérouil-Bruneel, «è quella che oppone questi giovani con un background nell'immigrazione ai nuovi arrivati: spesso uomini soli, che dormono in occupazioni all'ombra delle grandi case popolari o si ammassano in appartamenti insalubri affittati dai mercanti di sonno. Vivono e lavorano in nero nei cantieri, vendendo sigarette di contrabbando, scippando borse o telefonini. Ma i furti commessi nel quartiere scatenano sempre rappresaglie, a colpi di mazze da baseball e spranghe di ferro. I giovani della zona scendono in strada in gruppo e pestano tutti i migranti che incontrano». Malek, abitante storico del quartiere, esprime la logica spietata ma lineare di questo ordine feroce: «Siamo già tutti in una galera, non possiamo accogliere tutta la miseria del mondo». È questa la realtà di Seine-Saint-Denis, dipartimento che costituiva un tempo il cuore rosso della cintura operaia a nord di Parigi e che, ormai da anni, non è più in Europa. Oggi è abitato da quasi 1,6 milioni di persone, con una densità di 6.748 abitanti per chilometro quadrato. Il 30% degli abitanti ha meno di 20 anni. Secondo i dati riportati dallo studioso Christophe Guilluy, tra il 1968 e il 2005, i giovani di origine straniera vi sono passati dal 18,8% al 50,1%. Qui, i bambini di cui entrambi i genitori sono nati in Francia sono passati, nello stesso periodo, da 41% al 13,5%. Questa periferia non è più quella raccontata nel 1995 da L'odio di Mathieu Kassovitz. «I giovani non bruciano più le auto, fanno affari senza troppo clamore, coscienti che i tafferugli nuocciono al business». Cioè allo spaccio di hashish. Cocaina o eroina si smerciano, ma lontano dal quartiere. Qualche anno fa, un tizio della zona ha aperto una rivendita di crack sul territorio. Lo hanno fatto chiudere. Non la gendarmeria, ma i capi del quartiere. Omar, algerino, padre di Malek, non si è mai abituato a tutto ciò: «Una volta qui c'erano boulangerie tradizionali, macellerie equine, ragazze in minogonna. Io non mi sentivo algerino o francese, ma operaio». Negli anni Novanta sarebbe arrivato il ripiego religioso, il rifiuto della cultura francese, il salafismo onnipresente. E, infine, la jihad. Delizie di quel che è chiamato «vivre ensemble». Ma sempre più spesso, come dice Renaud Camus, fra «vivre» e «ensemble» bisogna fare una scelta. Adriano Scianca
Igor Protti (Getty Images)
È accaduto a Igor Protti, bomber di popolo, non benedetto dalle stelle come Maradona o Gianni Rivera - suo idolo di ragazzino - ma con una carriera costruita a suon di sgroppate da record: 669 gare e 257 gol, unico calciatore diventato capocannoniere della Serie A militando in una squadra poi retrocessa, il Bari, e unico, assieme a quel Dario Hubner che con lui incarna la cifra stilistica dei centravanti identitari degli anni Novanta, ad aver vinto la classifica dei goleador nella massima serie, ma anche in B e in C1. «Oggi sarebbe capitano della nazionale», dice Paolo Di Canio, quasi a sottolineare la differenza tra l’epoca in cui gli azzurri potevano permettersi di non convocare un super-bomber e la triste attualità in cui sono costretti a elemosinare i servigi di un Moise Kean qualunque. Protti è morto ieri a 58 anni, rosicchiato da un tumore al colon diagnosticato nel luglio 2025, dieci giorni dopo aver terminato di girare Igor, l’eroe romantico del calcio, documentario di Luca Dal Canto sulla sua parabola da eroe di tre mondi: Rimini, città dove è nato il 24 settembre 1967, Livorno, dove è sbocciato e poi ha concluso la carriera, oltre a Bari, in cui si è guadagnato il soprannome di «Zar», un tutt’uno con la vocazione del capoluogo pugliese a dominare il levante. «Questo splendido viaggio, come ogni partita, è arrivato al fischio finale, sperando sia un arrivederci e non un addio», ha sospirato nel suo ultimo messaggio. Il tempo per rivederlo ci sarà: domani la salma sarà esposta allo stadio Romeo Neri di Rimini, poi al Picchi di Livorno, dopodiché verrà cremata, le ceneri raggiungeranno lo stadio San Nicola di Bari prima di essere disperse nel suo mar Adriatico. Lo stesso mare che lo ha visto debuttare a 17 anni in prima squadra con la casacca del Rimini, sfidando in C1 la Spal.
A schierarlo titolare è Arrigo Sacchi, ma Igor, ai tempi centrocampista offensivo con inventiva autonoma, non convince il vate di Fusignano. Troppo anarchico, muscoli fragili (un anno dopo lo chiameranno «bimbo»), mal si adatta al rigore dogmatico con cui il futuro allenatore del Milan addestra gli adepti del suo calcio oracolare. Lui non si scoraggia. Ha già imparato che non si servono pasti gratis il giorno in cui papà Flavio - è il 1978 - lo porta con sé in cantiere. Igor desidera un pallone modello Tango, quello dei Mondiali d’Argentina, il padre glielo regala dopo qualche giornata di lavoro simbolica, «sufficiente a impartirmi la prima lezione di vita». Dopo Rimini, approda al Livorno, tre campionati in C1 e lo spostamento un po’ più avanti nello scacchiere di gioco. Arriva la Virescit di Bergamo, e il Messina, in cui riceve l’eredità del goleador delle Notti Magiche, Totò Schillaci: 113 presenze e 35 reti in serie B coi siciliani. La fama di predatore d’area, caratteristica di atleti come lui, come Hubner, come Beppe Signori, Sandro Tovalieri, la prolifica schiatta di attaccanti nostrani forgiati col lavoro nei vivai e gli incoraggiamenti di una comunità, si diffonde. Lo cerca il Bari, è il 1992. Protti rimane lì per quattro campionati, due in serie cadetta, due in A.
Coi compagni, il brasiliano Gerson, il colombiano Guerrero, inventa l’esultanza del trenino («Fu un’idea di Guerrero», ricordava), rimasta nell’immaginario collettivo per decenni. I pugliesi di Fascetti vengono retrocessi, ma lo Zar è capocannoniere del campionato superando Weah e Batistuta. La sua fame di gol contagia gli appetiti dell’Inter, i nerazzurri quell’estate non riescono a liberarsi del fardello Zamorano, e Protti approda alla Lazio di Zdenek Zeman. Segna la rete dell’1-1 nel derby con la Roma, e però il rapporto col tecnico boemo non decolla: come Sacchi, il tabagista mistagogo del miracolo foggiano pretende devozione ascetica al modulo. «A stagione in corso arrivò Dino Zoff, grande personaggio, grande umanità», spiega Igor. Tuttavia nella rosa biancoceleste la concorrenza è sfiancante. L’anno successivo fa una capatina a Napoli: i partenopei sono in piena disgrazia societaria post-Maradona e post-Ferlaino, la squadra cambia quattro allenatori in una stagione, Igor si fa male a una caviglia, riesce comunque a indossare la maglia numero 10 del genio argentino prima che venga ritirata definitivamente. Dieci come Maradona e Rivera, il sogno di bimbo si concretizza con la stessa ostinazione con cui anelava al pallone Tango.
A 32 anni si imbarca nella sua nuova giovinezza: inizia il sodalizio con mister Mazzarri a Livorno, assieme a Cristiano Lucarelli forma una coppia offensiva da cineteca e vince due volte la classifica bomber di serie C (nel 2001 con 20 gol e nel 2002 con 27), poi quella di B, infine, dopo 55 anni, gli amaranto tornano in A. A festeggiarli c’è Carlo Azeglio Ciampi, ultrà aristocratico di una curva barricadiera, arcigna, rossissima, che come tutte le curve delle città di provincia, di qualsiasi colore siano, rappresenta l’ontologia di un essere sociale prosciugato dal mercatismo globale. Si ritira a 38 anni, si dedica per un po’ al beach soccer, fa il dirigente societario nell’amata Livorno che domani esporrà il lutto cittadino. L’ultimo suo grande gol: aver accompagnato la figlia Noemi all’altare. «Oggi il calcio è diventato uno sport individuale all’interno di un gruppo, prima invece era uno sport di gruppo», ha ricordato lui in un’intervista recente. Prendano nota in Figc.
Continua a leggereRiduci
@Renault
Prima dell’occupazione nel secondo conflitto bellico globale, le fabbriche producevano veicoli da ricognizione e carri come l’R35. Dopo il crollo della linea Maginot e lo sventolio della svastica sulla Tour Eiffel, gli stabilimenti Renault di Billancourt furono requisiti dai nazisti. Louis Renault fu costretto a convertire la produzione industriale per costruire veicoli militari, autocarri e componenti destinati alla Germania.
Nel 2026 la storia si ripete. La conversione dell’industria automotive in settore bellico è una strategia intrapresa da governi e costruttori per fronteggiare la crisi di sovrapproduzione (dovuta alla concorrenza cinese), il calo del mercato (segnato dalle illogiche disposizioni green di Bruxelles) e le esigenze di riarmo europeo patrocinate sempre dalla Commissione, visto che la spinta verso l’economia di guerra è guidata da piani di investimento comunitari. In Germania, per esempio, Volkswagen ha avviato trattative per convertire lo stabilimento di Osnabrück alla produzione di sistemi missilistici, mentre il governo tedesco valuta l’acquisizione di altri impianti tramite colossi della Difesa come Rheinmetall.
Se la linea italiana, per ora, rifugge da uno simile scenario, in Francia non la pensano così. Seguendo un po’ le smanie militare del presidente uscente, Emmanuel Macron, in settimana Renault insieme a Thales (colosso della Difesa francese, la Leonardo transalpina) entra nel settore della mobilità militare con 4Troop, un prototipo di veicolo civile multi-ruolo sviluppato per rispondere alle nuove esigenze operative delle forze armate terrestri.
Il mezzo è stato presentato al salone Eurosatory 2026 e combina una piattaforma derivata dalla produzione di serie Renault con le tecnologie di comunicazione, comando e supporto decisionale di Thales. «Il progetto punta a sfruttare la rapidità produttiva e le economie di scala dell’industria automobilistica civile per offrire alle forze armate una soluzione più flessibile e meno costosa rispetto ai tradizionali programmi militari. Il veicolo integra comunicazioni sicure, connettività tattica, coordinamento multi-sensore e strumenti di supporto alle decisioni potenziati dall’intelligenza artificiale», hanno comunicato le due società in una nota stampa.
Non più carri armati dalle linee produttive della Régie, dunque, ma auto «ibride»: metà vettura normale, metà mezzo militare. Presentato in versione ibrida a trazione integrale, 4Troop è in grado di gestire droni e robot, elaborare grandi quantità di dati e operare come centro di comando mobile configurabile in funzione della missione. Tra gli impieghi previsti figurano ricognizione, coordinamento sul campo, scorta, supporto logistico e controllo di aree sensibili. Il sistema vehicle-to-load consente, inoltre, di alimentare apparecchiature elettriche direttamente sul teatro operativo. Insomma, da auto a power bank il passo è breve. Secondo Renault, la soluzione può essere adattata a diversi veicoli della gamma, dai Suv ai veicoli commerciali, garantendo tempi rapidi di implementazione e sfruttando la rete post-vendita del gruppo per manutenzione e supporto logistico.
Ma non solo auto militari. Renault e Thales hanno firmato anche un accordo per la produzione di droni. Pardon, di un «sistema di munizioni telecomandate a corto raggio» chiamato Toutatis. Può «essere utilizzato dalle truppe sbarcate e lanciato da varie piattaforme (veicoli da combattimento, velivoli o piattaforme navali). Resistente alle interferenze elettromagnetiche e dotato di testata militare intercambiabile in funzione della missione, è in grado di neutralizzare bersagli come veicoli da combattimento, continuando a conferire potere decisionale all’uomo. In grado di funzionare anche tra gli sciami di droni, Toutatis è un sistema che si adatta alle evoluzioni delle esigenze operative», spiegano da Boulogne-Billancourt, sede storica di Renault. La produzione di queste munizioni telecomandate potrebbe cominciare dal 2027, con una capacità di 1.000 unità al mese fin dal primo anno.
In Francia un po’ tutti si stanno mettendo l’elmetto. Patrice Caine, ceo di Thales, spiega che la partnership «risponde alle esigenze delle forze armate e ai requisiti di un’economia di guerra». Proprio così: «economia di guerra». Al posto della giardinetta, dunque, anche Parigi sceglie il veicolo tattico innovativo. Che non si troverà in alcun autosalone. Non ancora.
Continua a leggereRiduci
Don D'Avino e Papa Leone XIV (Ansa)
Aveva solo due anni quando, nel 1988, Lefebvre ordinò quattro nuovi vescovi, venendo scomunicato. Tra due settimane la storia si ripeterà. E, forse, i vescovi della Fsspx saranno nuovamente scomunicati. «Sto considerando di fare ancora un altro appello, a dire non fate questo, cerchiamo di vivere la comunione nella Chiesa ma è la loro scelta, bisogna rendersi conto di ciò che significa per loro e per la Chiesa, certamente la divisione fra i cristiani è sempre dolorosa», ha detto recentemente papa Leone XIV.
Don Gabriele, come mai la Fsspx è arrivata a questo?
«A causa di un processo molto lungo che non è una sorpresa per noi e per il mondo tradizionalista che ci conosce. La necessità viene dalla situazione grave in cui versa la Chiesa ormai da più di 60 anni, quindi dal Concilio Vaticano II. Le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio si iscrivono perfettamente nella logica delle scelte del nostro fondatore, monsignor Lefebvre, che, nel 1988, aveva fatto lo stesso. Non sono una novità e, anzi, costituiscono semplicemente la continuazione della nostra opera. Lo stato di necessità grave in cui versa la Chiesa è la causa delle nostre scelte. Di tutte le nostre scelte. Quella non solo di compiere le consacrazioni episcopali il prossimo primo luglio, ma anche quella di celebrare la messa nelle cappelle dove si riuniscono dei fedeli che ci chiamano per celebrare in rito antico, dare loro i sacramenti, il catechismo, eccetera. Tutte cose che noi facciamo senza chiedere il permesso agli ordinari del luogo: perché ce lo rifiuterebbero come qualche volta è successo. E poi c’è una necessità interna: i nostri vescovi, che attualmente sono ridotti a due, sono diventati un po’ anziani, e chiaramente non potranno a lungo sostenere il ministero delle cresime e delle ordinazioni in giro per il mondo».
Però rispetto al pontificato di Bergoglio qualcosa è cambiato in meglio oppure no?
«Sì, anche se siamo ancora in una fase un po’ prematura del pontificato di Papa Leone per dare dei giudizi completi su tutto il pensiero e la linea del pontificato. Adesso lo possiamo fare per papa Francesco, con un po’ di distanza temporale. Per Leone è ancora un po’ difficile da fare. Però è anche vero che abbiamo già tanti segnali in questo primo anno di pontificato».
Per esempio?
«Una prosecuzione della pastorale in favore dell’ecologismo e dei migranti, temi che erano comunque cari a papa Francesco. Ma poi anche certe scelte ecclesiologiche come la nomina delle donne nei ruoli chiave di certi dicasteri, o addirittura alla testa dei dicasteri, come per esempio alla vita consacrata dove c’è una suora. Cose che sono perfettamente nella linea di Francesco. Non dobbiamo inoltre considerare solo le scelte personali di un Pontefice, ma anche la situazione generale qui verso la Chiesa, che è la cosa che a noi sta particolarmente a cuore. Quindi tutte le deviazioni concrete della pastorale, che derivano dalle nuove dottrine del Vaticano II, che vengono costantemente applicate. L’attenzione per esempio al mondo Lgbt. Penso solo al fatto che qualche giorno fa il cardinale Delpini ha celebrato una messa nel quartiere dei gay di Milano per la comunità gay, con tanti manifesti che annunciavano l’evento. Tutto questo è la pastorale quotidiana incarnata nelle diocesi ed è estremamente grave».
Ci sono dei gruppi, penso ad esempio alla Fraternità san Pietro, che sono in piena comunione con la Chiesa e che riescono a portare avanti la pastorale tradizionale. Perché con voi il caso è diverso?
«È molto semplice. Bisogna considerare la pastorale degli istituti Ecclesia Dei nel loro complesso, quindi non nella loro singola celebrazione domenicale. Ci sono chiaramente tanti ottimi sacerdoti, sicuramente la celebrazione della messa è la stessa che facciamo noi, questo è chiaro. Ma l’origine di queste comunità, specialmente la Fraternità san Pietro, si riscontra proprio in quel gesto del 1988 di monsignor Lefebvre. La Fraternità san Pietro è nata quando alcuni sacerdoti, che erano membri della Fraternità san Pio X, decisero di non seguire monsignor Lefebvre perché non ritenevano che lo stato in cui versava la Chiesa giustificasse fino a tal punto un gesto del genere. È una valutazione che però ha dato luogo a un sistema, quello dell’istituto Ecclesia Dei, per cui è vero che si viene riconosciuti e che si ricevono anche chiese per celebrare la messa, però a un prezzo molto caro: quello del silenzio. La differenza è proprio questa: a loro è imposto il silenzio sulla predicazione integrale della fede, che comprende anche la condanna degli errori».
Che errori vede lei nella predicazione attuale?
«Penso per esempio alla Mater Populi Fidelis, il documento che relativizza certe dottrine tradizionali come la corredenzione e la mediazione universale. Anzi: non le relativizza, le nega proprio. E l’Ecclesia Dei non ha minimamente levato la voce per difenderle. Ecco, noi riteniamo che invece i cattolici debbano avere la piena libertà di professare integralmente la fede e di condannare gli errori».
Da qui al primo luglio sperate che ci sia un intervento diplomatico o di altro tipo per provare a comporre la situazione?
«Credo che non ci sia più niente da aspettarsi. Il superiore generale, don Davide Pagliarani, ha ribadito anche recentemente che il suo grande desiderio sarebbe sempre quello di poter incontrare personalmente papa Leone, al posto di continuare a procedere con una serie di dialoghi senza fine, che era la proposta del Cardinal Fernandez. Lui invece ha detto: intavoliamo prima una serie di dialoghi, sospendete le consacrazioni episcopali e poi se ne parla. Noi riteniamo però che ci sia una vera urgenza e che non sia più il tempo del dialogo».
Lo volevate davvero?
«Già nel 2018, quando don Pagliarani divenne il superiore generale. Però si interruppe proprio per la volontà della Santa Sede perché il dicastero della Dottrina della Fede rifiutò di continuare il dialogo visto che non c’era in vista nessuna regolarizzazione canonica. Speriamo sempre di poter incontrare il Papa, però verosimilmente credo che i giochi siano ormai fatti».
Ma chi è il vostro interlocutore oggi in Vaticano?
«Per volere stesso della Santa Sede l’unico incontro che ha avuto luogo, dopo l’annuncio pubblico delle consacrazioni, è stato tra il Cardinal Fernandez e il superiore generale, don Pagliarani. Questo per volontà della Santa Sede, che non ha voluto che ci fossero altri interlocutori né da una parte né dall’altra, ma che ci interfacciassimo in questo modo. È stato un loro volere esplicito, a cui noi ovviamente abbiamo ottemperato. Quindi non abbiamo contatti neanche ufficiosi».
Voi vi sentite in comunione con la Chiesa? Siete fedeli al successore di Pietro?
«Noi ci sentiamo pienamente in comunione con la Chiesa nella misura in cui questo significa aderire perfettamente a tutta la fede cattolica integrale all’insegnamento di sempre, quindi in continuità cronologica con tutti i Papi del passato e ugualmente nel pieno riconoscimento dell’autorità, dei pastori che guidano attualmente la Chiesa, quindi il Papa, i vescovi. Questo deve essere chiaro e noi l’abbiamo detto più e più volte, ma è bene sempre ribadirlo. Noi nominiamo il Papa regnante nel canone della Messa e il vescovo locale nel luogo in cui ci troviamo quando celebriamo. Ciò però non toglie che rifiutiamo di aderire alla nuova pastorale, alle nuove dottrine, alla nuova morale. E quindi, pur riconoscendo l’autorità, non ne seguiamo gli insegnamenti che possono essere perniciosi per la fede o per la morale».
I quattro futuri vescovi vengono da Stati Uniti, Svizzera e Francia. C’è anche un’indicazione di apostolato, di zone in cui la fraternità punta particolarmente, dietro questa scelta?
«Si possono individuare vari punti in questa selezione: prima di tutto l’età. Tranne nel caso di uno di loro che è già più maturo, gli altri tre sono molto giovani. Poi c’è la differenza di nazionalità, che si spiega con la necessità per noi di svolgere il ministero nei cinque continenti dove siamo presenti, quindi anche la differenza linguistica e culturale è importante. Tutti e quattro i vescovi, come già all’epoca, saranno chiamati a conferire le cresime e le ordinazioni sacerdotali, diaconali e gli altri ordini in tutto il mondo».
Che la Chiesa sia in crisi di vocazioni è palese. Quali sono i numeri della Fsspx?
«Dal 1970, quando siamo stati fondati, la Fraternità è sempre stata costantemente in crescita. Non abbiamo numeri esplosivi però sono sempre stati costanti e in aumento: la nostra congregazione conta ad oggi circa 730 sacerdoti. Poi abbiamo circa 200 suore, 200 seminaristi e altrettanti frati. Il dato dei sacerdoti è quello che colpisce di più perché chiaramente sono loro che sono chiamati a svolgere il ministero. Siamo presenti in 70 Paesi del mondo e circa 700 luoghi in cui diciamo messa».
Quindi, se ho ben capito, ormai il dato è tratto, non si torna più indietro, ci saranno le consacrazioni e, di fatto, si tornerà alla situazione pre-Benedetto XVI con le scomuniche?
«Non sappiamo con certezza come reagirà la Santa Sede. Il 13 maggio il Cardinal Fernandez aveva mandato una nota dal Dicastero della dottrina della fede, ricordando che le consacrazioni episcopali determineranno una scomunica, come fu nel 1988. Perché dirlo con diversi mesi d’anticipo? Forse c’è l’idea di non fare qualcosa di eclatante perché penso che la Santa Sede si renda conto che parlare di scomunica e di scisma per il mondo della tradizione quando poi nello stesso momento il Papa riceve in gran pompa una donna anglicana vestita da vescovo e che rappresenta una delle comunità scismatiche per eccellenza, è veramente una cosa troppo contraddittoria. Può darsi che vogliano mantenere un profilo non troppo alto. Ma tutto è possibile. In ogni caso, dal loro punto di vista, dal punto di vista della Santa Sede, si ritornerà alla situazione analoga a quella prima di Benedetto XVI mentre dal nostro punto di vista, semplicemente, continuerà sulla stessa linea di sempre».
Continua a leggereRiduci
(Stellantis)
Lo Smart compact van (Smc) sarà dotato di un sistema di propulsione flessibile che offrirà sia un nuovo motore elettrico, con un’autonomia fino a 270 km, sia tre motori endotermici (due diesel e uno a benzina). L’apertura degli ordini è prevista per settembre, con il lancio sul mercato previsto a partire da novembre, mentre una versione mild-hybrid sarà disponibile a partire dal prossimo anno. I nuovi modelli si chiameranno Citroën Berlingo van first, Fiat professional Doblò Easypro, Opel Combo start, Peugeot Partner active. Come spiegato da Eric Laforge, global senior vice president di Stellantis Pro One, «essere leader implica una grande responsabilità: i clienti si aspettano l’eccellenza, inclusi quelli che dobbiamo ancora conquistare. Per questo, ascoltando attentamente i loro feedback, abbiamo sviluppato un veicolo razionale, confortevole e modulare, capace di offrire soluzioni originali che rappresentano una vera unique selling proposition».
Pur mantenendo la medesima architettura di base, il design esterno introduce un ampio, distintivo paraurti anteriore, studiato per migliorare la protezione del veicolo. All’interno, pannelli porta e plancia sono stati completamente riprogettati per ottimizzare l’utilizzo degli spazi e l’ergonomia dei comandi.
Secondo le analisi di Stellantis, il 40% dei clienti non è interessato a una configurazione a tre posti e che i professionisti viaggiano da soli per circa l’90% del tempo lavorativo. Da qui la decisione di introdurre una dotazione di serie rivoluzionaria nel nuovo compact van unica nel segmento e in grado di offrire più spazio, maggiore funzionalità e un valore superiore: il Flexiseat. Quest’ultimo è un sedile passeggero modulare ribaltabile che consente di aumentare il volume di carico. Può essere abbinato al Modutable, ideale come supporto pratico per un ufficio mobile o per una superficie d’appoggio durante le pause. La nuova versione introduce anche una gamma di ulteriori soluzioni innovative, tra cui: Moduconsole, una console centrale removibile istantaneamente e facilmente riponibile nell’area di carico, dotata di portabicchieri e vano chiuso, adattabile a diversi utilizzi (piccoli attrezzi, tablet, smartphone e caricatore, documenti...); Dashbox, plancia con due vani portaoggetti chiusi e portabicchieri; Drivedrawer, cassetto sotto il sedile per riporre in modo discreto notebook, laptop o tablet; Moduwork, configurazione con terzo sedile centrale che consente di ospitare fino a tre persone. Quando non necessario, il sedile centrale si trasforma per aumentare la funzionalità: integra un vano chiuso e può essere combinato con sedile passeggero e tavolino ribaltabile, oppure sfruttare lo spazio per il trasporto di oggetti lunghi.
Le dimensioni esterne e interne restano invariate, con due lunghezze disponibili, una portata utile da 750 kg a 1 tonnellata e un volume di carico compreso tra 3,3 e 4,4 metri cubi. Tornando alle motorizzazioni, Stellantis si è ancora una volta basata sui feedback dei clienti, adottando una strategia multi-energia finalizzata a facilitare la transizione verso l’elettrificazione, garantendo al contempo l’accessibilità economica. Da qui la decisione di puntare ancora sul diesel, indispensabile per chi lavora su strada.
Il tutto sarà proposto a un livello di prezzo altamente competitivo, assicura Stellantis, inferiore rispetto al resto della gamma sia per i motori termici sia per quelli Bev, grazie alle economie di scala e a una forte attenzione all’efficienza dei costi.
Continua a leggereRiduci