Da Benin City (Nigeria)
Quest'anno la pioggia non sembra aver dato tregua al Centrafrica e più precisamente alla Nigeria. Forse non tutti sanno che con il periodo delle piogge il traffico di esseri umani regredisce parecchio. Sta di fatto che l'unica strada che collega Benin City con la capitale Abuja ai centri amministrativi e commerciali di Lagos e Port Harcourt è in condizioni precarie. Alla partenza verso l'Occidente molti dei giovani migranti portano con sé i propri risparmi, ma il loro passaggio verso i porti africani è conosciuto da molti criminali. Sull' unica via di comunicazione che ha le sembianze di una superstrada il mezzo di trasporto deve avere un'andatura sostenuta poiché attraversa vaste foreste tropicali dove bande criminali travestite da poliziotti e gruppi di terroristi incappucciati sono pronti ad attaccare tutti i veicoli che hanno un'andatura lenta.
Ultimamente le aree fluviali del Niger nell'area di Benin City sono state evacuate a causa di una esondazione distruttiva che ha messo in ginocchio l'intero Stato dell'Edo. Un milione di persone hanno dovuto abbandonare le proprie baracche, la propria regione, diventando profughe. Ciò ha reso impossibili gli aiuti umanitari internazionali. Le associazioni nazionali sono senza soldi e si preoccupano ognuna di portare a casa ciò che resta da spartizioni internazionali. Mi permetto di aprire una parentesi. Forse non tutti sanno che quando si gettano i vestiti usati in uno dei cassonetti della Caritas o altre associazioni umanitarie non si dovrebbe più pensare di aver donato inutili pezzi di stoffa alle genti povere del terzo mondo. Si deve essere consapevoli di aver incrementato il business della filiera commerciale che parte dall'Italia e arriva dopo un lunghissimo viaggio all'ambulante africano che si è indebitato per ricevere la merce, gli indumenti gettati via nel nostro Paese.
Al nord l'organizzazione criminale di Boko Haram miete ancora vittime, è insaziabile, mentre l'Unicef a Benin City organizza seminari per i giornalisti nigeriani con la speranza di riuscire nell'intento di sensibilizzazione globale. Purtroppo le notizie dall'Italia non arrivano facilmente in Nigeria. Interi nuclei familiari si riuniscono nelle proprie baracche durante il giorno concentrando le proprie energie sulla lettura delle mappe di Google, seguendo sentieri e strade visualizzate sul monitor del telefono o del computer. Il governo locale non conosce le problematiche reali dell'immigrazione in Italia, ma se pure le conoscesse non sarebbe interessato.
Mi sono permesso di fare una domanda a un gruppo di giornalisti e reporter di una televisione governativa nigeriana: «In Italia abbiamo avuto dei casi criminali in cui donne e giovani sono state tagliate a pezzi per essere forse utilizzate in rituali Voodoo».
La risposta è stata: «Dio mio, sono pratiche ritualistiche utilizzate molto in Nigeria! Certo non eravamo al corrente che in Italia tali rituali si compissero.».
Intanto sta terminando il lunghissimo periodo delle piogge. Il sole torna a splendere inesorabile per tutto il giorno dalle 6 di mattina fino alle 20 circa e la vita lentamente torna alla normalità sotto i benamati 45 gradi all'ombra.
Ora i negromanti si stanno riorganizzando per benedire i nuovi giovani migranti pronti alla partenza e in cerca di chimere, moltissimi sono i mariti che mandano le mogli e i figli in perlustrazione in Italia per cercare di «conquistare» il permesso di soggiorno e poi arrivare legalmente attraverso il ricongiungimento familiare, inoltre ci sono donne ossessionate dalla ricchezza facile che sono state relegate nelle baracche durante il lunghissimo inverno e ora sono pronte per intraprendere la strada della prostituzione. Insomma i casi sono innumerevoli.
L'estate dunque è alle porte e per i trafficanti inizia il giro di perlustrazione dei villaggi. Nel mio mestiere di regista e cineoperatore ma anche di responsabile di progetti umanitari in Nigeria mi sono trovato spesso e volentieri a riprendere nuclei familiari anche monogenitore con almeno undici o quattordici figli. Alla domanda cosa volessero fare nella vita i capifamiglia prendevano la parola e rispondevano all'unaminità: «Preghiamo l'arrivo di un bianco che se li porti in occidente affinché studino e diventino ricchi, guarda mia figlia se la vuoi dammi 200 dollari». Fu un progetto di film molto interessante, successivamente il materiale raccolto servì alla Scuola di cinema per giovani di strada dell'associazione Mater Africa per la cooperazione internazionale per produrre insieme agli studenti il documentario reportage EZ babies from Africa che per l'appunto raccontava la vendita dei bambini nei villaggi lungo il corso del fiume Niger.
E a tale riguardo mi chiedo se uno dei ragazzi proveniente da quei villaggi dell'entroterra nigeriana fosse faccia a faccia con un funzionario pubblico per la richiesta di un permesso di soggiorno o di asilo politico come potrebbe svolgersi il colloquio ?
Solo qualche settimana fa ho incontrato un funzionario del ministero dell'Interno, viceprefetto di una città piemontese di poco più di 100.000 abitanti per capire come poter attuare un progetto di comunicazione radiofonica in lingua Pidgin english per migranti africani. Una trasmissione radiofonica dinamica che possa informare i migranti sulla vita sociale in città ma anche trasmettere notizie importanti a livello nazionale come il reddito di cittadinanza e via dicendo. Ebbene il viceprefetto mi disse che i colloqui con i migranti, e in special modo i nigeriani, vengono condotti senza altre presenze, eventualmente - in alcuni casi - con la sola interprete. Una volta ascoltato il migrante, ha la facoltà lui soltanto di accordare il permesso di soggiorno o la richiesta d'asilo.
Pur impietrito chiesi successivamente al funzionario se fosse mai stato in Nigeria ma mi rispose: «Mai. Caro Cicala, avessi l'opportunità ci andrei per capire meglio questi giovani africani...».
Detto ciò ho pensato di scrivere e mettere a punto un progetto di formazione ed empowerment per il ministero dell'Interno italiano. Progetto che presenterei a Matteo Salvini magari attraverso il partito Fratelli d'Italia che so essere molto sensibile a proposte del genere. È un progetto di formazione con escursione e training in Nigeria, per toccare con mano la realtà di luoghi raccontati dai migranti. Con l'aiuto di dirigenti nigeriani di organizzazioni governative e funzionari ministeriali, si offrirebbe la possibilità alle forze dell'ordine, ai carabinieri e a tutti coloro che svolgono un quotidiano lavoro di dialogo con i migranti africani in Italia, di essere finalmente in grado di giudicare senza compromessi e senza pregiudizi. Il progetto oltre ad un iter formativo in Italia con docenti esperti di migrazione proseguirebbe in Nigeria dapprima in capitale ad Abuja, per poi passare a confrontarsi con le realtà di Benin City e Lagos.
Un viaggio di formazione organizzato in Nigeria per addetti ai lavori potrebbe cambiare la situazione di permessi erronei emessi a gogò e dare un forte contributo propositivo e psicologico a chi è in prima linea a difendere l'Italia.
Benin City, Nigeria. In Nigeria è inverno. Pioggia a bomba giorno e notte, non quella solita che siamo abituati a vedere in occidente ma proiettili dal cielo. Nella capitale Abuja le temperature variano tra i 20 gradi la notte e i 25 gradi durante il giorno. Alle ore 19 è buio pesto.
La situazione politica, economica e sociale è un disastro senza precedenti.
I militanti di Boko Haram continuano la disperata guerriglia contro i cristiani e musulmani: 12 cattolici e 31 donne sono state uccise in poco più di una settimana. Ma ogni giorno i media nigeriani annunciano uccisioni nei punti caldi del territorio africano con vittime innocenti. Tra il centro nord e l'area di Benin City si cerca di rianimare la situazione attraverso rituali che ormai conosciamo ma che sono destinati a divenire sempre più pesanti in termini di sacrifici sezionando corpi umani per asportare loro fegato, cuore, seni e altre parti organiche pregiate ai fini ritualistici.
Ma i maghi e negromanti più ostinati che fanno uso di vodoo ai giovani che sono pronti a fuggire da clandestini vengono banditi dall'Oba (il «re», massima autorità religiosa del popolo Edo).
Un video di cui non viene rivelata la provenienza esatta mostra la situazione drammatica di un villaggio che riesce a sopravvivere mangiando i resti di altri esseri umani. Mentre al nord i grandi poteri economici stabiliscono il valore del cambio monetario, in nero, il Paese non si riprende affatto. Si pensi solo che l'importazione dei prodotti alimentari dall'estero è proibita poiché si cerca di motivare il mercato agricolo interno dando ai migranti in rientro dall'Europa un lavoro sicuro. E di questo ne abbiamo già discusso in un altro articolo. Purtroppo i fondi del governo nigeriano preferibilmente vanno alle imprese che in qualche modo restituiscono parte di esso. Le aziende agricole più oneste che comunque sono realtà importanti rimangono fuori dal giro.
Allo stesso modo i progetti «inventati» dai vari governi federali per il contrasto all'emigrazione clandestina sono il nuovo metodo per garantire ingenti introiti al Paese.
Gli svariati milioni di euro donati dall'Italia al Governo nigeriano con l'accordo di mantenere vivo un team di uomini delle forze dell'ordine per contrastare la costante migrazione verso l'Italia pare sia stato un totale fallimento. I soldi della donazione sono serviti apparentemente per far partire il progetto avviato inizialmente per rispondere alle esigenze del capofila ma poi in realtà divenuto un fondo per sperperare il denaro a fini privati. Ciò che si sa è che il 90 per cento della donazione fatta dall'Italia è stata utilizzata per la costruzione di decine di ville private nell'area residenziale di Benin City.
Sono stato in una delle tante balere della città ricettacolo di coloro che si ritrovano a fuggire la noia di una baraccopoli di più di due milioni di abitanti che rimane senza luce elettrica per gran parte della giornata e della notte. I promotori del turismo illegale sono onnipresente. Pattuiscono un prezzo a seconda della destinazione e l'Italia al momento è piuttosto cara. Attualmente si cerca di promuovere i viaggi in Belgio. Costa molto meno e si possono avere i documenti con visto di due anni. È necessario compilare il solito modulo. Il costo per visto, documenti necessari e trasporto si aggira, per il Belgio, intorno ai 600.000 Naira ovvero al cambio in nero circa 1.500 euro. E il giro di affari è più fiorente di un anno fa. Bisogna solo provare per credere.
Il cardinale John Olorunfemi Onaiyekan in una videointervista durante il nostro incontro dichiara di non è assolutamente soddisfatto della situazione del suo Paese: «È sempre più in mano ai fuorilegge e quanto sta succedendo con i fondi donati dall'Europa è vero. Il mese scorso in Vaticano abbiamo avuto un congresso a cui hanno partecipato anche gli arcivescovi nigeriani. Quando il ministro britannico ci ha domandato come stavano procedendo i progetti con i dieci milioni di sterline donate dal governo britannico alla Chiesa cattolica nigeriana ci siamo resi conto dell'ennesimo imbroglio. La Chiesa non ha mai ricevuto quei soldi e pare che una certa percentuale sia stata incassata da Salvation army che non ha nulla a che fare con la Chiesa cattolica. Ora abbiamo avviato un'inchiesta in Vaticano per capire dove sia andata a finire questa ingente somma di denaro. In questo Paese prima di tutto bisogna cambiare il governo poiché quello attuale non è in grado di cambiare il Paese in meglio. La corruzione ha raggiunto livelli mai visti».
«Ora che le elezioni sono vicine», continua il cardinale, «pensiamo al peggio. Praticamente se nessuno farà nulla verranno truccate nuovamente. Succede così ormai da tempo. Migliaia di ragazzini dagli 8 anni in su vengono invitati dai vicini Stati del Ciad e del Niger in cambio di qualche soldo. Solo così il partito è sicuro di garantirsi la maggioranza e vincere le elezioni. Appena questi giovani elettori abusivi entrano in Nigeria viene rilasciata loro una tessera elettorale stampata al momento. Dopo il voto rientrano nel proprio Paese ma alcuni rimangono vagando per le strade a elemosinare. La situazione non può migliorare se si va avanti così. La migrazione non verrà arrestata se non esistono leggi e forze politiche che fermamente vogliono arrestare il flusso dal nostro Paese». È ovvio che per quelli che semplicemente vogliono scappare per pochi soldi la situazione migliore è di passare il confine con i documenti di altri nigerini invitati alle elezioni truccate.
Una stazione radiofonica locale trasmette un talkshow in diretta. Guarda caso proprio sul tema dei viaggi in Europa. Lo speaker spiega al pubblico in ascolto che per viaggiare ad esempio in Francia o in Italia o in Germania serve conoscere le regole principali e le abitudini locali di ciascun paese per non avere problemi con la gente e la Polizia. Spiega inoltre che le agenzie che si occupano di programmare l'intero viaggio fino alla destinazione finale garantiscono al cliente, a seconda della destinazione scelta, un briefing prima della partenza. Tra un brano musicale e l'altro parecchi ascoltatori chiamano per avere informazioni sui vari Paesi europei e nuovamente è il Belgio una delle mete più gettonate al momento.
Per far fronte al problema della migrazione verso l'Italia, il Maeci - il ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale - ha inviato un nuovo console generale d'Italia a Lagos, Maurizio Busanelli, un uomo metodico ed esperto in problematiche internazionali sui visti. È la persona che dovrebbe portare un aiuto concreto al controllo dei visti per l'Italia e relative falsificazioni.
Per ciò che riguarda gli aiuti umanitari, invece, la palla dovrebbe passare alle Ong e Onlus italiane che lavorano in Nigeria per garantire funzionalità ai progetti, snellire i bandi per gli aiuti internazionali senza dover necessariamente depositare ingenti donazioni su conti correnti truccati di un Paese gentile ma corrotto come la Nigeria.
Lo speciale contiene quattro articoli
La convivenza forzata fra popoli e culture differenti è già difficile nella vita quotidiana, in condizioni di normalità, figuriamoci in situazioni di emergenza, quando la condivisione di spazi comuni si fa obbligata. Tipo in ospedale.
Lo si è visto - ma non è il primo caso del genere - in Austria, dove un padre è stato costretto dai medici a rinunciare a vedere in ospedale la figlia malata a causa delle richieste di un'altra ricoverata, musulmana radicale. La figlia ventitreenne dell'uomo, gravemente malata di sclerosi multipla, si trovava infatti nella stessa stanza di un'islamica osservante, che non gradiva la presenza di un uomo in camera. E questo nonostante fosse presente una tenda divisoria tra i due letti. Il signor Robert Salfenauer non ha quindi potuto salutare la figlia Chiara. Quando l'immigrata si è accorta che nella stanza era presente un uomo ha infatti iniziato a urlare fino a che Salfenauer non è stato costretto dal personale a uscire dalla stanza. Per parlare un po' con la figlia si è fermato sulla soglia, restando nel corridoio, ma anche in questo caso la paziente islamica ha richiesto l'intervento degli infermieri. Una situazione non simpatica, anche a causa della malattia particolarmente grave della giovane. Chiara si è ammalata cinque anni fa di sclerosi multipla. Ammessa a un programma di ricerca presso l'Allgemeines Krankenhaus di Vienna, l'ospedale generale, la ragazza deve andare in clinica per una notte ogni sei mesi. Il farmaco che le viene somministrato, infatti, ha effetti collaterali potenzialmente pericolosi, quindi in queste sedute la giovane è sempre accompagnata dai genitori. Che, già provati dall'esperienza, non meritavano certo di dover fare i conti con le follie dell'Austria multiculturale.
«Siamo rimasti scioccati dal fatto che una musulmana radicale abbia potuto condizionare la vita di un ospedale a Vienna. Di fatto ha potuto decidere che non potessi vedere mia figlia. Eppure ogni forma di radicalismo dovrebbe essere combattuta», ha detto l'uomo. Salfenauer, che di professione fa l'avvocato, il giorno dopo l'incidente si è mosso legalmente. La direzione del nosocomio, dal canto suo, ha dichiarato di essere giunta, dopo aver sentito tutte le testimonianze, a una «visione d'insieme dell'incidente». Che sarebbe questa: «Il padre della giovane paziente voleva guardare oltre la tenda divisoria mentre la donna velata pompava il latte per il suo neonato». Ma Salfenauer ha respinto l'accusa: «Non ho mai provato a guardare oltre la tenda divisoria. Ci sono dei testimoni». Ma, come dicevamo, non è la prima volta che siamo costretti a raccontare episodi simili. lo scorso febbraio, a Parma, un'anziana paziente italiana era stata sfrattata dall'ospedale per volere della vicina di letto musulmana. Secondo quanto aveva raccontato allora La Gazzetta di Parma, una donna di 89 anni, ricoverata all'ospedale maggiore della città emiliana nel reparto maxillo-facciale, sarebbe stata costretta a cambiare stanza dopo le insistenze di una paziente albanese di religione musulmana.
Il problema, anche questa volta, sarebbe sorto per la presenza di un uomo, nello specifico il figlio dell'anziana. Non potendo rimanere in stanza con un uomo, la straniera avrebbe chiesto che la paziente con cui condivideva la camera venisse spostata. Secondo quanto riportato dalla figlia della paziente italiana, la discussione si sarebbe fatta accesa, fino a che l'infermiera di turno avrebbe spostato l'ottantanovenne in un'altra stanza. Sembra, inoltre, che la donna albanese sia rimasta per altre due notti in stanza da sola mentre c'erano pazienti anche in corridoio. La direzione dell'ospedale cercò di chiarire la vicenda, seppur in modo piuttosto sibillino. «Il trasferimento della signora nella stanza a fianco, dal letto 7 al letto 9 non è ovviamente stato imposto ai famigliari della signora, ma è stato eseguito insieme a loro; tant'è che da quanto verificato il nipote della paziente si è dimostrato molto gentile con gli infermieri aiutandoli a spostare gli oggetti della nonna, presenti sopra al comodino», spiegò Giuseppe La Torre, coordinatore infermieristico dell'unità operativa. Lo spostamento, quindi, era effettivamente avvenuto, l'ospedale si limitò a chiarire che esso fosse avvenuto in tutta calma, senza peraltro specificare se invece, in precedenza, si fossero avuti effettivi momenti di tensione.
Ma sulla motivazione religiosa dello spostamento non arrivò alcuna smentita: «Il trasferimento è stato concordato dall'equipe e veniva incontro alle rispettive esigenze. Ci sembra del tutto ragionevole mantenere un clima sereno e collaborativo da parte di tutti, in special modo quando questo non causa disagi ai pazienti e ai loro congiunti», commentò Enrico Sesenna, direttore della chirurgia maxillo facciale.
Allarme terrorismo: l’intelligence teme attentati per Pasqua
E così l'altro giorno è bastata una lettera anonima arrivata all'ambasciata italiana a Tunisi per far partire la caccia all'uomo per Atef Mathlouthi, indicato come presunto terrorista pronto a colpire a Roma. L'uomo, già arrestato a Palermo per spaccio di droga e poi rientrato nel suo Paese, è inseguito da tre mandati di cattura e finirebbe in carcere nel caso mettesse piede in Italia. L'allarme per fortuna è rientrato in fretta. Ma quella è solo l'ultima delle segnalazioni che l'intelligence tunisina ha girato ai servizi di sicurezza italiani. Tra gennaio e marzo sono già sette i tunisini rimpatriati con provvedimento del ministro dell'Interno per motivi di sicurezza (sono 25 le espulsioni dal 2017). Due erano ritenuti contigui all'Isis e sono stati individuati a Ravenna, dove frequentavano i circoli culturali musulmani. Un altro, che viveva a Nettuno, è stato indicato come «elemento in contatto con esponenti dell'autoproclamato Stato islamico». Il quarto uomo intratteneva comunicazioni con appartenenti all'Isis in Francia ed è stato rintracciato ad Anzio.
È alla sua seconda espulsione, invece, il tunisino residente a Vimercate (Monza-Brianza) e rimandato a casa il 6 marzo (l'altra espulsione risale al 2015) perché in contatto con un foreign fighter in Siria. Secondo l'Aise, il servizio di sicurezza che si occupa di minaccia estera, era pronto a un «gesto eclatante». Gli ultimi due erano detenuti in carcere a Padova e Palermo e lavoravano da imam radicali tra i detenuti. L'attenzione dell'intelligence e della Procura nazionale antiterrorismo è concentrata in Sicilia. Lì, un'indagine condotta in gran silenzio dai magistrati di Messina sta andando avanti grazie ad alcune segnalazioni provenienti dall'ambiente penitenziario, bacino definito ricco «di spunti investigativi e di vere e proprie notizie di reato».
La segnalazione firmata dal Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, riguarda scritti e disegni «di soggetti di religione islamica detenuti per favoreggiamento all'immigrazione clandestina» che hanno portato a iscrizioni nel registro degli indagati per il reato di 270 bis, ossia associazione con finalità di terrorismo. Il monitoraggio del Dap ha evidenziato «segnali concreti di radicalizzazione e attività di proselitismo», scrivono i magistrati, «anche attraverso il ricorso a condotte violente nei confronti di altri detenuti di origine musulmana che non intendevano adeguarsi ai comportamenti strettamente ortodossi da loro imposti».
La rotta Tunisia-Italia, insomma, è da allarme rosso. Con il calo dei flussi dalla Libia c'è stato, nel 2017, un aumento del 492 per cento delle partenze tunisine rispetto al 2016. E quest'anno sono già sbarcati 1.187 tunisini su un totale di 6.161 migranti arrivati (il 19 per cento del totale). Nell'ultima relazione al Parlamento gli 007 hanno segnalato che «rispetto agli arrivi dalla Libia, quelli originati dalla Tunisia presentano caratteri peculiari: prevedono sbarchi “occulti", effettuati sotto costa per eludere la sorveglianza marittima aumentando con ciò, di fatto, la possibilità di infiltrazione di elementi criminali e terroristici». Ma la jihad tunisina è attiva anche sul web.
Porta lì un'indagine aperta dalla Procura di Salerno per un accesso abusivo al sistema informatico del Comune di Mercato San Severino «che aveva determinato», scrivono i pm Silvio Marco Guarriello e Rocco Alfano, «in luogo della normale visione del sito istituzionale del Comune, la comparsa di immagini di bambini feriti e mutilati». A rivendicare l'azione è stato «il sedicente gruppo Tunisian cyber resistance al fallaga team». E da allora gli 007 hanno messo sotto osservazione diverse campagne di influenza on line sospette, molte delle quali sono targate Tunisia.
Fabio Amendolara
Gli stregoni nigeriani combattono i trafficanti

Il cinema ormai chiuso non poteva essere luogo adatto, oltre al caldo insopportabile, per proiettare La terza madre ultimo film della trilogia delle tre madri di Dario Argento sul tema della stregoneria, perché i film italiani sono assolutamente sconosciuti e non hanno mai toccato suolo nigeriano, e neppure The Prestige, diretto da Christopher Nolan una storia di maghi e magie dal momento che Hollywood è al terzo posto nella classifica, dopo Bollywood e Nollywood. Inoltre i film europei e americani li si può assaporare solo nella nuovissima multisala che si trova dalla parte opposta della città. Poteva allora essere una pièce teatrale nello storico teatro nazionale rinnovato una paio di anni fa e ubicato nello stesso ampio spazio del Centro culturale tradizionale di Benin City accanto al cinema. E invece no.
Quel giorno cinema e teatro erano silenti. L'intrattenimento invece era proprio sul lato opposto della strada, nel Palazzo del re, oba appunto, anzi del nuovo oba Eware II salito al trono da qualche mese. Nella storia, l'area dove oggi sorge Benin city faceva parte del regno del Benin (da non confondere con la repubblica del Benin) divenuto poi tutt'uno con lo la Nigeria con il nome di Edo state. E pensare che Benin city si chiamava «Ubinu», ma fu l'invasione dei portoghesi, giunti via mare e approdati al vicinissimo porto marittimo, che cambiò il nome della città. «Ubinu» veniva pronunciato così male dai portoghesi che lo trasformarono in Benin. Benin city è una città africana, amante delle tradizioni, di quasi due milioni di abitanti. È ben conosciuta in Italia e nel mondo per l'elevatissimo numero di migranti che cominciarono a partire verso l'occidente circa mille anni fa proprio con l'arrivo dei portoghesi.
È una città che quasi tutti in occidente sanno trovare sulla cartina geografica. Infatti il porto marittimo distante pochi chilometri da Benin city, verso la fine del 1400 fu il primo crocevia della tratta degli schiavi verso l'Europa. In quegli anni regnava un certo oba Eware detto «il Grande». Appunto grande viaggiatore e grande combattente e nello stesso tempo anche grande mediatore per il popolo. Aveva però introdotto una nuova legge che obbligava gli uomini sposati a non fare figli per tre anni. Quando realizzò che la popolazione stava riducendosi velocemente, fece realizzare un fosso molto profondo tutto intorno alla città in modo da non consentire ai cittadini di migrare. Oba Eware aveva nel suo regno i più grandi maghi di tutti i tempi.
Grazie alle loro gesta e pratiche «magiche» durante il periodo della tratta di schiavi, furono divinizzati. Tornando ai tempi nostri, la città di Benin city è rimasta tale e quale a quella di centinaia di anni fa ma l'oba attuale, Eware II in virtù delle gesta del suo antenato è un grande viaggiatore e ancor più grande mediatore. Prima di essere incoronato oba fu ambasciatore in Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia, Angola, Albania e in Italia. Il palazzo dell'oba è un enorme area con cortile e una serie di palazzine con tetti in lamierino e ubicate sul lato meno trafficato di Airport road, la strada che porta all'aeroporto di Benin city. Il cortile che può contenere migliaia di persone per eventi straordinari. Oba Eware II, re e non sacerdote o santone, appunto grazie alla sua spiccata mediazione, ha voluto organizzare, dopo circa 600 anni un incontro che volesse riproporre le gesta del suo antenato. Il 9 marzo del 2018, oba Eware II ha ricevuto a palazzo tutti i «native doctor» dell'Edo state, per il più grande rituale vudù della storia del nostro pianeta. Un'adunata generale di maghi, maghe, streghe e stregoni, i «native doctor» (termine che non si può tradurre in «dottori» e neppure in «preti»), per un evento storico unico. Il fine: agire attraverso pratiche ritualistiche voodoo contro trafficanti di esseri umani e cosche criminali in Africa e all'estero per liberare definitivamente tutte le donne schiavizzate e incatenate psicologicamente da rituali malvagi animisti come il juju. Molte giovani, vittime di imbrogli ancora oggi, cercano di lasciare le famiglie per scappare verso l'occidente. E non pensiate siano incolte e con basso livello scolastico. Molte di loro provengono proprio dalle varie università del territorio nigeriano e dal vicino Niger.
Il mega evento è stato programmato non solo dall'oba di Benin city in qualità di mediatore (non è né un santone e neppure un sacerdote) ma anche con il governo federale dello stato di Edo e l'Oim, l'Organizzazione internazionale per le migrazioni nel mondo. Insieme per esercitare una pressione mediatica senza precedenti. Insomma un grande set cinematografico del reale da proporre in tv, via Internet, attraverso Whatsapp, Youtube etc... Un grande evento ritualistico mediatico con tanto di inviti a tutti i capi dei villaggi, principi, duchi e via dicendo. Ogni mago e maga portava i propri «strumenti di lavoro» dal villaggio e dal proprio santuario: ossa, legni, polveri, conchiglie, escrementi e «intrugli magici» più che altro miscelati al «distillato secco più venduto in Nigeria», il gin, da sputare durante l'esibizione. Nessun animale coinvolto. Ogni maga e mago, ogni sciamano con la propria tunica rossa si è esibito con altri colleghi per creare un' enorme energia benigna e annientare tutte le forze maligne che oggi tengono imprigionate le schiave nel mondo. Parole e preghiere, oggetti e polveri magiche, alcool e superstizione si sono combinati insieme per produrre un campo di energia trasportato dai media. L'effetto ha raggiunto così tutti nigeriani in occidente e in oriente. Lo stesso messaggio dall'oba quel giorno proclamava «libere» tutte le donne incatenate in schiavitù coatta. E inoltre nessun obbligo di versare denaro per esigere la propria libertà. Riscatto annullato. Che sia dunque terminata tutto d'un colpo una lunghissima storia di prostituzione, migrazione e criminalità organizzata proveniente dall'Africa e iniziata addiritturanel lontano 1400?
Ho voluto chiamare al telefono in questi giorni un «native doctor» di Benin city che conosco. Mi ha detto: «Qualora questa grande cerimonia ritualistica non avesse funzionato sono pronti ad una sessione vudù di massa molto più potente». C'è da dire che da Torino a Palermo le ragazze da qualche giorno (anche alcuni ragazzi) vittime del traffico di esseri umani, stanno cominciando ad avvicinarsi agli sportelli degli uffici delle varie associazioni di volontariato di provincia per presentare denuncia contro i trafficanti e le madame. Dunque sembra che funzioni. Ma forse non per tutti. C'è da dire che in Italia il sistema di accoglienza funziona così male che le stesse ospiti dei Centri di accoglienza straordinaria, essendo libere di poter girovagare e uscire a loro piacimento, si prostituiscono per poter incassare. E molte volte per portare alle loro madame cammuffate da richiedenti asilo politico all'interno delle strutture, i profitti dovuti. Praticamente questi Cas sono dei centri di prostituzione a tutti gli effetti e non esiste alcun controllo. E per di più siamo in Italia. E qui l'oba purtroppo non può fare molto. I nuovi politici sì.
Alberto Cicala da Benin city (Nigeria)
Razzismo migrante: nelle banlieue gli arabi non vogliono altri africani
Un africano a spasso per il quartiere, nudo. La scena, vista spesso anche nelle nostre città, avviene a Seine-Saint-Denis. Per poco tempo, però: il tizio che ci ha provato, immigrato di fresco arrivo, finisce all'ospedale con il cranio fracassato. Qualcuno gli ha spaccato una bottiglia in testa. Ma non parlate di raid razzista: a fare «giustizia» ci hanno pensato i padroni del quartiere. Africani, pure loro, ma di lunga data, spesso di seconda o terza generazione. Coloro che fanno il bello e il cattivo tempo in certi quartieri di Parigi dove lo Stato non mette più piede. Quando non se la prendono con i poliziotti o con qualche petit blanc finito troppo lontano da casa, i padroni della banlieue hanno un nemico: i «Lampédouz».
Questo termine dispregiativo, chiaramente derivato dal nome della nostra isola di Lampedusa, indica quelli che sono appena sbarcati, gli ultimi arrivati, gli sradicati, gli alienati, coloro che non riescono a inserirsi nelle reti claniche che innervano le periferie francesi africanizzate. Quelli che rovinano il fragile equilibrio sociale, religioso e anche criminale delle banlieue. Su questa realtà, è appena uscito in Francia, a firma di Manon Quérouil-Bruneel, La Part du ghetto (Fayard), di cui Le Figaro magazine ha pubblicato ampi stralci qualche giorno fa. Qui scopriamo questa realtà che contraddice potentemente la narrazione sull'Europa razzista e sul bianco nemico di questa négritude sempre umana, simpatica, desiderosa di arricchire il prossimo, socialmente e culturalmente. Vecchi immigrati contro nuovi, quindi, africani contro africani. «La nuova violenza che agita regolarmente il quartiere», scrive Quérouil-Bruneel, «è quella che oppone questi giovani con un background nell'immigrazione ai nuovi arrivati: spesso uomini soli, che dormono in occupazioni all'ombra delle grandi case popolari o si ammassano in appartamenti insalubri affittati dai mercanti di sonno. Vivono e lavorano in nero nei cantieri, vendendo sigarette di contrabbando, scippando borse o telefonini. Ma i furti commessi nel quartiere scatenano sempre rappresaglie, a colpi di mazze da baseball e spranghe di ferro. I giovani della zona scendono in strada in gruppo e pestano tutti i migranti che incontrano».
Malek, abitante storico del quartiere, esprime la logica spietata ma lineare di questo ordine feroce: «Siamo già tutti in una galera, non possiamo accogliere tutta la miseria del mondo». È questa la realtà di Seine-Saint-Denis, dipartimento che costituiva un tempo il cuore rosso della cintura operaia a nord di Parigi e che, ormai da anni, non è più in Europa. Oggi è abitato da quasi 1,6 milioni di persone, con una densità di 6.748 abitanti per chilometro quadrato. Il 30% degli abitanti ha meno di 20 anni. Secondo i dati riportati dallo studioso Christophe Guilluy, tra il 1968 e il 2005, i giovani di origine straniera vi sono passati dal 18,8% al 50,1%. Qui, i bambini di cui entrambi i genitori sono nati in Francia sono passati, nello stesso periodo, da 41% al 13,5%.
Questa periferia non è più quella raccontata nel 1995 da L'odio di Mathieu Kassovitz. «I giovani non bruciano più le auto, fanno affari senza troppo clamore, coscienti che i tafferugli nuocciono al business». Cioè allo spaccio di hashish. Cocaina o eroina si smerciano, ma lontano dal quartiere. Qualche anno fa, un tizio della zona ha aperto una rivendita di crack sul territorio. Lo hanno fatto chiudere. Non la gendarmeria, ma i capi del quartiere. Omar, algerino, padre di Malek, non si è mai abituato a tutto ciò: «Una volta qui c'erano boulangerie tradizionali, macellerie equine, ragazze in minogonna. Io non mi sentivo algerino o francese, ma operaio». Negli anni Novanta sarebbe arrivato il ripiego religioso, il rifiuto della cultura francese, il salafismo onnipresente. E, infine, la jihad. Delizie di quel che è chiamato «vivre ensemble». Ma sempre più spesso, come dice Renaud Camus, fra «vivre» e «ensemble» bisogna fare una scelta.
Adriano Scianca





