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2020-09-13
«Iscrizione rifiutata, non c’è spazio». Niente scuola per centinaia di ragazzi
Ansa
- Solo a Milano e provincia, calpestato il diritto allo studio di 82 studenti per mancanza di aule. Un genitore: «Se domani si presentano i carabinieri cosa dico?». Eppure la Chiesa aveva offerto il suo aiuto allo Stato.
- Anche se il 12 agosto erano stati annunciati gli accordi con 11 imprese, a 30 giorni di distanza non si conoscono i nomi e i dettagli. E l'Agenzia ammette: «Sono stati sottoscritti il 27», quindi dopo la scadenza del bando. Intanto la Lega porta in Procura il caso Nexus.
- Per la maggior parte degli allievi più fragili le lezioni non ricominceranno. Matteo Salvini: «260.000 famiglie abbandonate». Le Onlus: «Norme impossibili per il 50% di loro».
- I dirigenti: «200.000 su 2,4 milioni». Protesta del primo cittadino di Brugine (Padova).
Lo speciale contiene quattro articoli.
Respinta da tutti i licei. Francesca, chiamiamola così, domani sarà costretta a rimanere a casa perché nella grande Milano non c'è un posto per lei all'artistico. Da nessuna parte. Vuole frequentare il secondo anno, ma le sue domande sono cadute nel vuoto. «Siamo spiacenti di comunicarle che, considerata l'attuale situazione, non siamo in grado di accettare nuove iscrizioni o nuovi inserimenti», ha risposto la vicepreside dell'Umberto Boccioni, in zona Fiera. Stesso rifiuto dal Brera: «Siamo spiacenti di comunicare che non è più possibile accettare iscrizioni nelle nostre classi seconde, per l'elevato numero di alunni già frequentanti», ha fatto sapere il dirigente scolastico, Emilia Ametrano, che perlomeno ci ha messo il nome, la faccia, nel rifiutare la quattordicenne. L'istituto Caravaggio non si è degnato di rispondere, deve dare per scontato che si sappia che non vuole nuovi iscritti.
«È una vergogna che mia figlia non possa studiare», esclama il padre, da tre mesi alla ricerca di soluzioni per evitare l'umiliazione a Francesca, quando lunedì i suoi ex compagni riprenderanno la scuola e lei sarà invece costretta a casa. «Pensi che c'è stato addirittura chi mi ha suggerito di farle cambiare indirizzo, iscrivendola al classico. Così forse non avrà problemi a trovare posto. Ma stiamo scherzando? Perché dovrei calpestare il diritto allo studio di mia figlia? Un diritto “sulla base dei propri interessi e delle capacità"». Francesca, che come tanti altri studenti ha problemi di dislessia, aveva frequentato il primo quadrimestre in un altro liceo artistico meneghino per poi proseguire gli studi come privatista, in piena pandemia Covid-19. Ha ottenuto l'idoneità al secondo anno, il suo impegno non viene riconosciuto. «L'hanno respinta non perché è dislessica, ci mancherebbe», precisa il padre, «ma perché non c'è proprio posto». La maggior parte degli studenti è stata promossa, i pochi bocciati a fine di un anno scolastico interrotto dall'emergenza sanitaria non sono bastati ad «alleggerire» le classi e gli istituti chiudono gli accessi.
Francesca non è la sola a dover restare a casa domani. Nella sola provincia di Milano, 82 ragazzi per lo più delle superiori non hanno un'iscrizione a un liceo o a una scuola media. Il dato, che proviene dall'ufficio scolastico territoriale, si riferisce soprattutto a ragazzi delle superiori che si sono visti rifiutare l'iscrizione. Per loro i cancelli resteranno chiusi. Gli uffici scolastici milanesi sono in affanno, sanno che è una vergogna enorme, un sopruso perché il diritto allo studio è garantito dalla Costituzione, ma non riescono a trovare posti. La Verità è riuscita a sapere che i casi di ragazzi senza scuola erano inizialmente più di 120. Alcune situazioni, circa una quarantina, sono state risolte, ma lunedì 14 sono ancora 82 gli studenti per i quali non suonerà la campanella. Se questi sono i numeri riferiti a Milano, possiamo immaginare le centinaia di situazioni analoghe in tutta Italia. Eppure in agosto, una circolare del ministero invitava «le istituzioni scolastiche a farsi parte attiva nell'aiutare la famiglia a trovare un'altra sistemazione consona anche attraverso il supporto degli ambiti territoriali degli Usr». C'erano stati i primi rifiuti ad accettare iscrizioni da parte di famiglie che non potevano più sostenere i costi di una paritaria, o che avevano cambiato residenza per questioni lavorative. Tra i tanti, il famoso liceo classico di Roma Ennio Quirino Visconti aveva detto stop a nuovi studenti. L'avviso rimane ancora, nella home page della scuola: «In relazione alla riorganizzazione degli spazi imposta dalla pandemia, e visti i numeri considerevoli degli studenti già iscritti, si comunica che al momento attuale non è possibile accogliere alcuna ulteriore richiesta di iscrizione per nessuno dei cinque anni di corso». Eppure già a fine luglio il direttore dell'Usr Lazio, Rocco Pinneri, aveva raccomandato ai presidi di non rifiutare le iscrizioni. Il ministero precisava: «Resta in ogni caso fermo il dovere di assicurare il diritto all'istruzione».
Oltre ad aule che mancano, a banchi e mascherine che non arrivano, c'è dunque un'emergenza ancor più grave: ragazzi che non possono studiare perché le scuole non li vogliono. Non hanno posto. Se mancavano gli spazi, c'erano sempre le oltre 12.000 scuole paritarie che per mesi hanno messo a disposizione le proprie aule, senza ricevere un cenno di riscontro dal ministro Azzolina. L'ha ricordato e ribadito anche il presidente della Cei: «La Chiesa italiana ha dato piena disponibilità alle istituzioni per concedere eventuali spazi per la scuola», ha detto il cardinale Gualtiero Bassetti. Aggiungendo: «Siamo disponibili a dare tutto ciò che abbiamo per la formazione e l'educazione dei nostri giovani».
Commenta amaro il papà di Francesca: «I carabinieri potrebbero presentarsi a casa e chiedermi come mai mia figlia non è a scuola. Ha 14 anni, è in una fascia di età in cui è tenuta all'obbligo di istruzione. Passerei per un genitore irresponsabile».
Invitalia resta muta sui contratti dei banchi
Domani per la maggior parte degli alunni delle scuole italiane suonerà la prima campanella post lockdown. Ma ieri all'appello mancavano ancora i nomi delle undici aziende, con annessi dettagli, che hanno fornito i 2,4 milioni di banchi monoposto, sia tradizionali che con sedute innovative (ovvero con le ruote) dopo il bando di gara europeo indetto dal commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri. In una lettera al Sole 24 Ore dello scorso 27 agosto, Arcuri aveva assicurato che «non appena terminate» le procedure di affidamento, «i riferimenti contrattuali» sarebbero stati pubblicati sul sito del commissario, «nei tempi previsti dalla legge, ovvero nei 30 giorni successivi alla loro sottoscrizione». Il comunicato stampa con cui erano stati annunciati gli undici vincitori del bando risale al 12 agosto, appunto a un mese fa. Eppure a ieri, di nomi e contratti sul sito di Invitalia nemmeno l'ombra.
Gli uffici del commissario, interpellati ieri dalla Verità, precisano che «la decorrenza dei termini va fatta partire dalla sottoscrizione del contratto, non dall'aggiudicazione». In sostanza, il 12 agosto sarebbe stato solo comunicato alle undici aziende prescelte che ce l'avevano fatta. In quella nota ufficiale si legge che sono stati «definiti» ben undici contratti di affidamento ad aziende e raggruppamenti di imprese per la fornitura dei 2,4 milioni di banchi monoposto, sia tradizionali che con «sedute innovative» (ovvero con le ruote). Prendiamo quindi atto che «definiti» non significava sottoscritti, ma solo aggiudicati.
Morale: tra scadenza del bando e stipula dei singoli contratti è passato un certo lasso di tempo. Quanto? Da Invitalia spiegano anche che, in base a quanto scritto da Arcuri al Sole, il calcolo del mese va fatto partire dal 27 agosto, quando tutti i contratti sarebbero stati firmati. «Sono stati già sottoscritti undici contratti di affidamento con tutte le specifiche di consegna in termini di tempi e destinazioni», scrive il commissario al quotidiano di Confindustria. Resta da chiarire il caso dell'azienda Nexus di Ostia con un solo dipendente sollevato dalla Verità dopo l'interrogazione presentata dalla Lega il 3 settembre: agli esponenti del Carroccio l'assegnazione dell'appalto da 45 milioni risulta essere partita il 26 agosto e poi ritirata per «problemi tecnici». Peraltro, Invitalia aveva scritto alla Verità, precisando che «il contratto non è stato mai perfezionato (quindi, mai firmato?, ndr) e comunque già ritirato dal commissario», senza però specificare quando.
In ogni caso bisognerà attendere il 27 settembre per scoprire sul sito di Invitalia tutti i particolari degli accordi e i nomi delle aziende. A oggi ci sono molte altre domande ancora senza risposta. Non si hanno informazioni su chi fornirà il lotto A per i banchi e sedie monoposto e chi il lotto B per i banchi con le ruote, zero dettagli su quanti banchi verranno prodotti all'estero e quanti nel nostro Paese. Quando sono stati chiusi i contratti e fino a quando sono state negoziate le condizioni? I singoli appalti sono stati preceduti dalla fase tecnica chiamata «dialogo competitivo», in cui l'appaltante si mette seduto con i possibili fornitori e cerca di scrivere il testo nel miglior modo possibile? Oppure il bando pubblico è stato integrato a posteriori con una trattativa ulteriore, dato che nessuna azienda aderente era in grado di rispettarne tutte le condizioni (ipotesi espressamente prevista dal Codice appalti)? Saltato il contratto con l'azienda di Ostia, saltano anche quei 180.000 banchi che avrebbe dovuto fornire entro la fine del mese: le strutture del commissario Arcuri hanno già trovato l'accordo con un'altra impresa? Le verifiche sui requisiti richiesti dal bando sono state fatte tutte prima dell'assegnazione dei contratti o dopo?
Due giorni fa sul tema è tornata alla carica la Lega, con una seconda interrogazione: «Sui contratti per la fornitura dei banchi alle scuole ancora troppi punti oscuri. Dopo le criticità sul caso Nexus emerse grazie a una nostra interrogazione, Invitalia si è precipitata a comunicare alla stampa che il contratto è stato ritirato dal commissario Arcuri. Ma resta ancora un mistero come, quando e in base a quali motivazioni, visto che noi ne abbiamo segnalate parecchie. Così come restano altre domande ancora senza risposta», hanno scritto i deputati della Lega in commissione Finanze, in commissione Cultura, Scienza e Istruzione e gli altri deputati del Carroccio del Lazio. Nei primi giorni della settimana, riferiscono inoltre fonti vicine al partito di Matteo Salvini, il caso verrà portato in Procura facendo partire le denunce sulla vicenda dell'appalto con la società di Ostia.
Nel frattempo, continuano ad arrivare segnalazioni di ritardi sulla consegna dei banchi: «si parla di 200.000 consegnati su 2.400.000», ha detto ieri il rappresentante dei presidi, Antonello Giannelli. Nel comunicato di Invitalia del 12 agosto si assicurava che la fornitura «è in grado di superare complessivamente l'intero fabbisogno richiesto dai dirigenti scolastici italiani». Speriamo.
Dimenticati anche gli alunni disabili
Domani le lezioni ricominceranno anche per i circa 260.000 alunni con disabilità, circa il 3% del totale. Nei giorni scorsi le associazioni dei genitori hanno alzato più volte la voce per i loro figli più fragili che, già provati dall'isolamento del lockdown, rischiano di essere ulteriormente penalizzati.
Ieri anche il leader della Lega, Matteo Salvini, ha rivolto un «appello accorato al ministro Azzolina», prendendo la difesa dei ragazzi e delle ragazze con disabilità e delle loro famiglie «che soffrono più delle altre le troppe incertezze». In Piemonte ci sono 15.049 alunni con problemi di disabilità, sono quasi 7.000 in Liguria, 8.000 in Calabria. Salvini ha messo in fila le tante (troppe) cose che, alla vigilia della riapertura della scuola, non funzionano. «Mancano circa 50.000 insegnanti di sostegno specializzati in tutto il Paese, il trasporto pubblico è indebolito da tagli e restrizioni che mettono a rischio la frequenza scolastica, l'eventuale isolamento o quarantena avrà effetti devastanti su studenti e genitori e le linee guida sono lacunose, escludono le famiglie e non garantiscono progetti inclusivi».
Certo non sono tempi facili, l'epidemia di coronavirus ha sconvolto ogni cosa, ma è anche vero che «gli studenti disabili e le loro famiglie non sono invisibili e non meritano di essere cancellati come il governo ha fatto con il ministero ad hoc voluto dalla Lega», ha tuonato Salvini, ricordando che «è necessario un impegno anche economico concreto, serio, efficace». I problemi negli anni passati, «dopo il virus e la chiusura, saranno ancora più grandi», ha osservato il leader leghista formulando la domanda che anche molti genitori si sono posti in queste settimane: «Cosa ha fatto il ministro negli ultimi sei mesi, ha dormito?».
Come fa notare Toni Nocchetti, presidente dell'associazione Tutti a scuola, domani la scuola non potrà partire «per il 92% degli studenti con un ritardo cognitivo e di sicuro non potrà cominciare per il 50% degli alunni disabili che ha una condizione di gravità certificata». È una verità scomoda, dolorosamente scomoda, ma terribilmente vera. «Mascherine e distanziamento», continua Nocchetti, «sono criteri giusti e obbligati in questo periodo, ma non rappresentano la soluzione. I nostri figli più fragili non potranno mai indossare una mascherina o essere impediti negli spostamenti e nelle relazioni con i loro compagni». Questa è la triste verità a cui si deve aggiungere anche il problema degli insegnanti di sostegno, figura di riferimento per gli studenti più fragili e prevista nella «scuola inclusiva» per garantire la «continuità didattica». Peccato che nel 60 per cento dei casi verrà cambiato - come accusa un dossier di Tuttoscuola - nonostante la crescita spropositata degli insegnanti di sostegno che, con i precari, hanno raggiunto quota 185.000.
La responsabile del dicastero dell'Istruzione, Lucia Azzolina, che ieri ha mostrato una maglietta con l'infelice scritta «Che fatica la vita da ministra», minimizza sulla questione. «L'importante è tornare a scuola sapendo che è un anno straordinario», ha detto al Corriere tv, osservando che «dobbiamo trovare l'equilibrio tra il ritornare a scuola minimizzando i rischi e chiedere sacrifici alle famiglie». Nessuna parola sui disabili che, in molti casi, non avranno nemmeno il servizio di trasporto, sostituito con un bonus economico, che non è esattamente la stessa cosa. «La scuola degli anni passati non era perfetta», si è difeso il ministro. La colpa è sempre degli altri.
Poche consegne e pessima qualità. Presidi e sindaci lanciano l’allarme
Dopo il sindaco di Cadoneghe, anche il primo cittadino di Brugine ha commentato sui social il disappunto per i banchi a rotelle. Ieri, nell'altro Comune del Padovano ne erano arrivati 80. «Finalmente i nostri ragazzi saranno sicuri e adopereranno dei banchi ultramoderni», ironizzava Michele Giraldo, muovendoli sulle rotelle «senza alcun vincolo» e poi sedendosi, con il tavolinetto incorporato che blocca ogni movimento. «Credo che questi banchi siano la dimostrazione del fallimento del nostro Stato», esclamava il sindaco di centrodestra. Non soddisfatto della critica, rincarava la dose, definendo i banchi «uno dei più grandi sprechi che la nostra nazione ha conosciuto. Spero non venga ripetuto negli anni a venire. Siamo di fronte a un governo e a un ministro che hanno fatto di tutto per mettere in difficoltà i Comuni dove stanno per iniziare le scuole». Giraldo concludeva il breve video con un messaggio per l'Azzolina: «Caro ministro, questa volta sei stata bocciata». Tra le migliaia di commenti al suo filmato, Cristina Minoja suggerisce di «rivenderli», mentre Annamaria Romanello non le manda a dire: «Che schifo, quelli non sono banchi, possibile che nessuno del governo si ricordi che a scuola si usano libri e quaderni?». Ana Carolina Capolingua osserva: «Da voi in Veneto sono arrivati, da noi in Sicilia forse la prima fornitura sarà a settembre 2021». Valerio Flavio rivolge il pensiero agli alunni: «In caso di terremoto... figuriamoci, dove si riparano i bambini?».
Insomma, i nuovi banchi bassi e super leggeri non sembrano piacere. Alla Verità il sindaco di Cadoneghe, Marco Schiesaro, commentava di non sapere «come faranno dei ragazzini a restare seduti per ore su quelle seggiole rotanti. E se sono un po' robusti di costituzione che cosa accadrà? Le sedute si rompono e gli alunni si fanno del male». Schiesaro è deciso a restituire i banchi a Invitalia, ha promesso di farlo già domani. Ieri mostrava su Facebook quale aspetto abbia un'aula con le sedute a rotelle e scriveva in un post: «Ci hanno raccontato che dovevano liberare l'Italia dalla plastica. Che la plastica andava combattuta. La plastica è dannosa. Avevano ipotizzato di tassare le aziende italiane produttrici di prodotti plastici. Ora, invece, propongono alla scuola banchi monoposto, non regolabili. Tutti rigorosamente in plastica». Quando arrivano i nuovi banchi, sono accolti da critiche. Ma soprattutto continuano a mancare un po' dappertutto. «Sulla consegna riceviamo segnalazioni di ritardi, si parla di 200.000 consegnati su 2.400.000», riferiva ieri Antonello Giannelli, presidente dell'Anp, l'associazione nazionale presidi. Sul fronte degli spazi alternativi per gli studenti, ha detto che «si stanno recuperando, ma non abbiamo ancora dati certi». Massimo Stella, responsabile commerciale della Estel group di Thiene, in provincia di Vicenza, una delle aziende vincitrici dell'appalto europeo, ha spiegato di aver consegnato il 12 per cento dei 200.000 banchi che si è impegnato a fornire entro il 30 ottobre. «Molte scuole non hanno concluso le igienizzazioni e la sistemazione delle aule», riferisce, parlando di «grossi problemi nel tenere in deposito scatoloni di banchi che occupano enorme spazio». Secondo il Cts, il banco monoposto è una delle misure utili per consentire il distanziamento fra gli studenti, ma domani saranno pochissime le scuole in grado di accogliere gli alunni con questi nuovi arredi. Bisognerà ricorrere alle mascherine e questo è l'altro fronte dolorosa perché si ignora quante ne siano state consegnate.
Solo a Milano e provincia, calpestato il diritto allo studio di 82 studenti per mancanza di aule. Un genitore: «Se domani si presentano i carabinieri cosa dico?». Eppure la Chiesa aveva offerto il suo aiuto allo Stato.Anche se il 12 agosto erano stati annunciati gli accordi con 11 imprese, a 30 giorni di distanza non si conoscono i nomi e i dettagli. E l'Agenzia ammette: «Sono stati sottoscritti il 27», quindi dopo la scadenza del bando. Intanto la Lega porta in Procura il caso Nexus.Per la maggior parte degli allievi più fragili le lezioni non ricominceranno. Matteo Salvini: «260.000 famiglie abbandonate». Le Onlus: «Norme impossibili per il 50% di loro».I dirigenti: «200.000 su 2,4 milioni». Protesta del primo cittadino di Brugine (Padova).Lo speciale contiene quattro articoli.Respinta da tutti i licei. Francesca, chiamiamola così, domani sarà costretta a rimanere a casa perché nella grande Milano non c'è un posto per lei all'artistico. Da nessuna parte. Vuole frequentare il secondo anno, ma le sue domande sono cadute nel vuoto. «Siamo spiacenti di comunicarle che, considerata l'attuale situazione, non siamo in grado di accettare nuove iscrizioni o nuovi inserimenti», ha risposto la vicepreside dell'Umberto Boccioni, in zona Fiera. Stesso rifiuto dal Brera: «Siamo spiacenti di comunicare che non è più possibile accettare iscrizioni nelle nostre classi seconde, per l'elevato numero di alunni già frequentanti», ha fatto sapere il dirigente scolastico, Emilia Ametrano, che perlomeno ci ha messo il nome, la faccia, nel rifiutare la quattordicenne. L'istituto Caravaggio non si è degnato di rispondere, deve dare per scontato che si sappia che non vuole nuovi iscritti. «È una vergogna che mia figlia non possa studiare», esclama il padre, da tre mesi alla ricerca di soluzioni per evitare l'umiliazione a Francesca, quando lunedì i suoi ex compagni riprenderanno la scuola e lei sarà invece costretta a casa. «Pensi che c'è stato addirittura chi mi ha suggerito di farle cambiare indirizzo, iscrivendola al classico. Così forse non avrà problemi a trovare posto. Ma stiamo scherzando? Perché dovrei calpestare il diritto allo studio di mia figlia? Un diritto “sulla base dei propri interessi e delle capacità"». Francesca, che come tanti altri studenti ha problemi di dislessia, aveva frequentato il primo quadrimestre in un altro liceo artistico meneghino per poi proseguire gli studi come privatista, in piena pandemia Covid-19. Ha ottenuto l'idoneità al secondo anno, il suo impegno non viene riconosciuto. «L'hanno respinta non perché è dislessica, ci mancherebbe», precisa il padre, «ma perché non c'è proprio posto». La maggior parte degli studenti è stata promossa, i pochi bocciati a fine di un anno scolastico interrotto dall'emergenza sanitaria non sono bastati ad «alleggerire» le classi e gli istituti chiudono gli accessi. Francesca non è la sola a dover restare a casa domani. Nella sola provincia di Milano, 82 ragazzi per lo più delle superiori non hanno un'iscrizione a un liceo o a una scuola media. Il dato, che proviene dall'ufficio scolastico territoriale, si riferisce soprattutto a ragazzi delle superiori che si sono visti rifiutare l'iscrizione. Per loro i cancelli resteranno chiusi. Gli uffici scolastici milanesi sono in affanno, sanno che è una vergogna enorme, un sopruso perché il diritto allo studio è garantito dalla Costituzione, ma non riescono a trovare posti. La Verità è riuscita a sapere che i casi di ragazzi senza scuola erano inizialmente più di 120. Alcune situazioni, circa una quarantina, sono state risolte, ma lunedì 14 sono ancora 82 gli studenti per i quali non suonerà la campanella. Se questi sono i numeri riferiti a Milano, possiamo immaginare le centinaia di situazioni analoghe in tutta Italia. Eppure in agosto, una circolare del ministero invitava «le istituzioni scolastiche a farsi parte attiva nell'aiutare la famiglia a trovare un'altra sistemazione consona anche attraverso il supporto degli ambiti territoriali degli Usr». C'erano stati i primi rifiuti ad accettare iscrizioni da parte di famiglie che non potevano più sostenere i costi di una paritaria, o che avevano cambiato residenza per questioni lavorative. Tra i tanti, il famoso liceo classico di Roma Ennio Quirino Visconti aveva detto stop a nuovi studenti. L'avviso rimane ancora, nella home page della scuola: «In relazione alla riorganizzazione degli spazi imposta dalla pandemia, e visti i numeri considerevoli degli studenti già iscritti, si comunica che al momento attuale non è possibile accogliere alcuna ulteriore richiesta di iscrizione per nessuno dei cinque anni di corso». Eppure già a fine luglio il direttore dell'Usr Lazio, Rocco Pinneri, aveva raccomandato ai presidi di non rifiutare le iscrizioni. Il ministero precisava: «Resta in ogni caso fermo il dovere di assicurare il diritto all'istruzione». Oltre ad aule che mancano, a banchi e mascherine che non arrivano, c'è dunque un'emergenza ancor più grave: ragazzi che non possono studiare perché le scuole non li vogliono. Non hanno posto. Se mancavano gli spazi, c'erano sempre le oltre 12.000 scuole paritarie che per mesi hanno messo a disposizione le proprie aule, senza ricevere un cenno di riscontro dal ministro Azzolina. L'ha ricordato e ribadito anche il presidente della Cei: «La Chiesa italiana ha dato piena disponibilità alle istituzioni per concedere eventuali spazi per la scuola», ha detto il cardinale Gualtiero Bassetti. Aggiungendo: «Siamo disponibili a dare tutto ciò che abbiamo per la formazione e l'educazione dei nostri giovani». Commenta amaro il papà di Francesca: «I carabinieri potrebbero presentarsi a casa e chiedermi come mai mia figlia non è a scuola. Ha 14 anni, è in una fascia di età in cui è tenuta all'obbligo di istruzione. 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In una lettera al Sole 24 Ore dello scorso 27 agosto, Arcuri aveva assicurato che «non appena terminate» le procedure di affidamento, «i riferimenti contrattuali» sarebbero stati pubblicati sul sito del commissario, «nei tempi previsti dalla legge, ovvero nei 30 giorni successivi alla loro sottoscrizione». Il comunicato stampa con cui erano stati annunciati gli undici vincitori del bando risale al 12 agosto, appunto a un mese fa. Eppure a ieri, di nomi e contratti sul sito di Invitalia nemmeno l'ombra. Gli uffici del commissario, interpellati ieri dalla Verità, precisano che «la decorrenza dei termini va fatta partire dalla sottoscrizione del contratto, non dall'aggiudicazione». In sostanza, il 12 agosto sarebbe stato solo comunicato alle undici aziende prescelte che ce l'avevano fatta. In quella nota ufficiale si legge che sono stati «definiti» ben undici contratti di affidamento ad aziende e raggruppamenti di imprese per la fornitura dei 2,4 milioni di banchi monoposto, sia tradizionali che con «sedute innovative» (ovvero con le ruote). Prendiamo quindi atto che «definiti» non significava sottoscritti, ma solo aggiudicati. Morale: tra scadenza del bando e stipula dei singoli contratti è passato un certo lasso di tempo. Quanto? Da Invitalia spiegano anche che, in base a quanto scritto da Arcuri al Sole, il calcolo del mese va fatto partire dal 27 agosto, quando tutti i contratti sarebbero stati firmati. «Sono stati già sottoscritti undici contratti di affidamento con tutte le specifiche di consegna in termini di tempi e destinazioni», scrive il commissario al quotidiano di Confindustria. Resta da chiarire il caso dell'azienda Nexus di Ostia con un solo dipendente sollevato dalla Verità dopo l'interrogazione presentata dalla Lega il 3 settembre: agli esponenti del Carroccio l'assegnazione dell'appalto da 45 milioni risulta essere partita il 26 agosto e poi ritirata per «problemi tecnici». Peraltro, Invitalia aveva scritto alla Verità, precisando che «il contratto non è stato mai perfezionato (quindi, mai firmato?, ndr) e comunque già ritirato dal commissario», senza però specificare quando. In ogni caso bisognerà attendere il 27 settembre per scoprire sul sito di Invitalia tutti i particolari degli accordi e i nomi delle aziende. A oggi ci sono molte altre domande ancora senza risposta. Non si hanno informazioni su chi fornirà il lotto A per i banchi e sedie monoposto e chi il lotto B per i banchi con le ruote, zero dettagli su quanti banchi verranno prodotti all'estero e quanti nel nostro Paese. Quando sono stati chiusi i contratti e fino a quando sono state negoziate le condizioni? I singoli appalti sono stati preceduti dalla fase tecnica chiamata «dialogo competitivo», in cui l'appaltante si mette seduto con i possibili fornitori e cerca di scrivere il testo nel miglior modo possibile? Oppure il bando pubblico è stato integrato a posteriori con una trattativa ulteriore, dato che nessuna azienda aderente era in grado di rispettarne tutte le condizioni (ipotesi espressamente prevista dal Codice appalti)? Saltato il contratto con l'azienda di Ostia, saltano anche quei 180.000 banchi che avrebbe dovuto fornire entro la fine del mese: le strutture del commissario Arcuri hanno già trovato l'accordo con un'altra impresa? Le verifiche sui requisiti richiesti dal bando sono state fatte tutte prima dell'assegnazione dei contratti o dopo? Due giorni fa sul tema è tornata alla carica la Lega, con una seconda interrogazione: «Sui contratti per la fornitura dei banchi alle scuole ancora troppi punti oscuri. Dopo le criticità sul caso Nexus emerse grazie a una nostra interrogazione, Invitalia si è precipitata a comunicare alla stampa che il contratto è stato ritirato dal commissario Arcuri. Ma resta ancora un mistero come, quando e in base a quali motivazioni, visto che noi ne abbiamo segnalate parecchie. Così come restano altre domande ancora senza risposta», hanno scritto i deputati della Lega in commissione Finanze, in commissione Cultura, Scienza e Istruzione e gli altri deputati del Carroccio del Lazio. Nei primi giorni della settimana, riferiscono inoltre fonti vicine al partito di Matteo Salvini, il caso verrà portato in Procura facendo partire le denunce sulla vicenda dell'appalto con la società di Ostia. Nel frattempo, continuano ad arrivare segnalazioni di ritardi sulla consegna dei banchi: «si parla di 200.000 consegnati su 2.400.000», ha detto ieri il rappresentante dei presidi, Antonello Giannelli. Nel comunicato di Invitalia del 12 agosto si assicurava che la fornitura «è in grado di superare complessivamente l'intero fabbisogno richiesto dai dirigenti scolastici italiani». Speriamo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/iscrizione-rifiutata-non-ce-spazio-niente-scuola-per-centinaia-di-ragazzi-2647614035.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="dimenticati-anche-gli-alunni-disabili" data-post-id="2647614035" data-published-at="1599945963" data-use-pagination="False"> Dimenticati anche gli alunni disabili Domani le lezioni ricominceranno anche per i circa 260.000 alunni con disabilità, circa il 3% del totale. Nei giorni scorsi le associazioni dei genitori hanno alzato più volte la voce per i loro figli più fragili che, già provati dall'isolamento del lockdown, rischiano di essere ulteriormente penalizzati. Ieri anche il leader della Lega, Matteo Salvini, ha rivolto un «appello accorato al ministro Azzolina», prendendo la difesa dei ragazzi e delle ragazze con disabilità e delle loro famiglie «che soffrono più delle altre le troppe incertezze». In Piemonte ci sono 15.049 alunni con problemi di disabilità, sono quasi 7.000 in Liguria, 8.000 in Calabria. Salvini ha messo in fila le tante (troppe) cose che, alla vigilia della riapertura della scuola, non funzionano. «Mancano circa 50.000 insegnanti di sostegno specializzati in tutto il Paese, il trasporto pubblico è indebolito da tagli e restrizioni che mettono a rischio la frequenza scolastica, l'eventuale isolamento o quarantena avrà effetti devastanti su studenti e genitori e le linee guida sono lacunose, escludono le famiglie e non garantiscono progetti inclusivi». Certo non sono tempi facili, l'epidemia di coronavirus ha sconvolto ogni cosa, ma è anche vero che «gli studenti disabili e le loro famiglie non sono invisibili e non meritano di essere cancellati come il governo ha fatto con il ministero ad hoc voluto dalla Lega», ha tuonato Salvini, ricordando che «è necessario un impegno anche economico concreto, serio, efficace». I problemi negli anni passati, «dopo il virus e la chiusura, saranno ancora più grandi», ha osservato il leader leghista formulando la domanda che anche molti genitori si sono posti in queste settimane: «Cosa ha fatto il ministro negli ultimi sei mesi, ha dormito?». Come fa notare Toni Nocchetti, presidente dell'associazione Tutti a scuola, domani la scuola non potrà partire «per il 92% degli studenti con un ritardo cognitivo e di sicuro non potrà cominciare per il 50% degli alunni disabili che ha una condizione di gravità certificata». È una verità scomoda, dolorosamente scomoda, ma terribilmente vera. «Mascherine e distanziamento», continua Nocchetti, «sono criteri giusti e obbligati in questo periodo, ma non rappresentano la soluzione. I nostri figli più fragili non potranno mai indossare una mascherina o essere impediti negli spostamenti e nelle relazioni con i loro compagni». Questa è la triste verità a cui si deve aggiungere anche il problema degli insegnanti di sostegno, figura di riferimento per gli studenti più fragili e prevista nella «scuola inclusiva» per garantire la «continuità didattica». Peccato che nel 60 per cento dei casi verrà cambiato - come accusa un dossier di Tuttoscuola - nonostante la crescita spropositata degli insegnanti di sostegno che, con i precari, hanno raggiunto quota 185.000. La responsabile del dicastero dell'Istruzione, Lucia Azzolina, che ieri ha mostrato una maglietta con l'infelice scritta «Che fatica la vita da ministra», minimizza sulla questione. «L'importante è tornare a scuola sapendo che è un anno straordinario», ha detto al Corriere tv, osservando che «dobbiamo trovare l'equilibrio tra il ritornare a scuola minimizzando i rischi e chiedere sacrifici alle famiglie». Nessuna parola sui disabili che, in molti casi, non avranno nemmeno il servizio di trasporto, sostituito con un bonus economico, che non è esattamente la stessa cosa. «La scuola degli anni passati non era perfetta», si è difeso il ministro. La colpa è sempre degli altri. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/iscrizione-rifiutata-non-ce-spazio-niente-scuola-per-centinaia-di-ragazzi-2647614035.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="poche-consegne-e-pessima-qualita-presidi-e-sindaci-lanciano-lallarme" data-post-id="2647614035" data-published-at="1599945963" data-use-pagination="False"> Poche consegne e pessima qualità. Presidi e sindaci lanciano l’allarme Dopo il sindaco di Cadoneghe, anche il primo cittadino di Brugine ha commentato sui social il disappunto per i banchi a rotelle. Ieri, nell'altro Comune del Padovano ne erano arrivati 80. «Finalmente i nostri ragazzi saranno sicuri e adopereranno dei banchi ultramoderni», ironizzava Michele Giraldo, muovendoli sulle rotelle «senza alcun vincolo» e poi sedendosi, con il tavolinetto incorporato che blocca ogni movimento. «Credo che questi banchi siano la dimostrazione del fallimento del nostro Stato», esclamava il sindaco di centrodestra. Non soddisfatto della critica, rincarava la dose, definendo i banchi «uno dei più grandi sprechi che la nostra nazione ha conosciuto. Spero non venga ripetuto negli anni a venire. Siamo di fronte a un governo e a un ministro che hanno fatto di tutto per mettere in difficoltà i Comuni dove stanno per iniziare le scuole». Giraldo concludeva il breve video con un messaggio per l'Azzolina: «Caro ministro, questa volta sei stata bocciata». Tra le migliaia di commenti al suo filmato, Cristina Minoja suggerisce di «rivenderli», mentre Annamaria Romanello non le manda a dire: «Che schifo, quelli non sono banchi, possibile che nessuno del governo si ricordi che a scuola si usano libri e quaderni?». Ana Carolina Capolingua osserva: «Da voi in Veneto sono arrivati, da noi in Sicilia forse la prima fornitura sarà a settembre 2021». Valerio Flavio rivolge il pensiero agli alunni: «In caso di terremoto... figuriamoci, dove si riparano i bambini?». Insomma, i nuovi banchi bassi e super leggeri non sembrano piacere. Alla Verità il sindaco di Cadoneghe, Marco Schiesaro, commentava di non sapere «come faranno dei ragazzini a restare seduti per ore su quelle seggiole rotanti. E se sono un po' robusti di costituzione che cosa accadrà? Le sedute si rompono e gli alunni si fanno del male». Schiesaro è deciso a restituire i banchi a Invitalia, ha promesso di farlo già domani. Ieri mostrava su Facebook quale aspetto abbia un'aula con le sedute a rotelle e scriveva in un post: «Ci hanno raccontato che dovevano liberare l'Italia dalla plastica. Che la plastica andava combattuta. La plastica è dannosa. Avevano ipotizzato di tassare le aziende italiane produttrici di prodotti plastici. Ora, invece, propongono alla scuola banchi monoposto, non regolabili. Tutti rigorosamente in plastica». Quando arrivano i nuovi banchi, sono accolti da critiche. Ma soprattutto continuano a mancare un po' dappertutto. «Sulla consegna riceviamo segnalazioni di ritardi, si parla di 200.000 consegnati su 2.400.000», riferiva ieri Antonello Giannelli, presidente dell'Anp, l'associazione nazionale presidi. Sul fronte degli spazi alternativi per gli studenti, ha detto che «si stanno recuperando, ma non abbiamo ancora dati certi». Massimo Stella, responsabile commerciale della Estel group di Thiene, in provincia di Vicenza, una delle aziende vincitrici dell'appalto europeo, ha spiegato di aver consegnato il 12 per cento dei 200.000 banchi che si è impegnato a fornire entro il 30 ottobre. «Molte scuole non hanno concluso le igienizzazioni e la sistemazione delle aule», riferisce, parlando di «grossi problemi nel tenere in deposito scatoloni di banchi che occupano enorme spazio». Secondo il Cts, il banco monoposto è una delle misure utili per consentire il distanziamento fra gli studenti, ma domani saranno pochissime le scuole in grado di accogliere gli alunni con questi nuovi arredi. Bisognerà ricorrere alle mascherine e questo è l'altro fronte dolorosa perché si ignora quante ne siano state consegnate.
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Veniamo al profeta, Pellegrino Artusi, il Garibaldi della cucina tricolore. Scrivendo il libro La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene (1891), l’uomo di Forlimpopoli trapiantato a Firenze creò un’identità gastronomica comune nel Paese da poco unificato, raccogliendo le ricette tradizionali delle varie Regioni - e subregioni - italiane valorizzando le tipicità e diffondendone la conoscenza. È così che suscitò uno slancio di orgoglio nazionale per le diverse cucine italiane che, nei secoli, si sono caratterizzate ognuna in maniera diversa, attraverso i vari coinvolgimenti storici, la civiltà contadina, la cucina di corte (anche papale), quella borghese, le benefiche infiltrazioni e contaminazioni di popoli e cucine d’oltralpe e d’oltremare, e, perché no, anche attraverso la fame e la povertà.
Orio Vergani, il custode, giornalista e scrittore milanese (1898-1960), è una figura di grande rilievo nella storia della cucina patria. Fu lui insieme ad altri innamorati a intuire negli anni Cinquanta del secolo scorso il rischio che correvano le buone tavole del Bel Paese minacciate dalla omologazione e dall’appiattimento dei gusti, insidiate da una cucina industriale e standardizzata. Fu lui a distinguere i pericoli nel turismo di massa e nell’alta marea della modernizzazione. Il timore e l’allarme sacrosanto di Vergani erano dettati dalla paura di perdere a tavola l’autenticità, la qualità e il legame col territorio della nostra tradizione gastronomica. Per combattere la minaccia, l’invitato speciale fondò nel 1953 l’Accademia italiana della cucina sottolineando già nel nome la diversità dell’arte culinaria nelle varie parti d’Italia.
L’Accademia, istituzione culturale della Repubblica italiana, continua al giorno d’oggi, con le sue delegazioni in sessanta Paesi del mondo e gli 8.000 soci, a portare avanti il buon nome della cucina italiana. Non è un caso se a sostenere il progetto all’Unesco siano stati tre attori, due dei quali legati al «profeta» romagnolo e al «custode» milanese: la Fondazione Casa Artusi di Forlimpopoli e l’Accademia italiana della cucina nata, appunto, dall’intuizione di Orio Vergani. Terzo attore è la rivista La cucina Italiana, fondata nel 1929. Paolo Petroni, presidente dell’Accademia, commenta: «Il riconoscimento dell’Unesco rappresenta una grandissima medaglia al valore, per noi. La festeggeremo il terzo giovedì di marzo in tutte le delegazioni del mondo e nelle sedi diplomatiche con una cena basata sulla convivialità e sulla socialità. Il menu? Libero. Ogni delegazione lo rapporterà al territorio e alla tradizione.
L’Unesco ha riconosciuto la cucina italiana patrimonio immateriale andando oltre alle ricette e al semplice nutrimento, considerandola un sistema culturale, rafforzando il ruolo dell’Italia come ambasciatrice di un modello culturale nel mondo in quanto la nostra cucina è una pratica sociale viva, che trasmette memoria, identità e legame con il territorio, valorizzando la convivialità, i rituali, la condivisione famigliare, come il pranzo della domenica, la stagionalità e i gesti quotidiani, oltre a promuovere inclusione e sostenibilità attraverso ricette antispreco tramandate da generazione in generazione. Il riconoscimento non celebra piatti specifici come è stato fatto con altri Paesi, ma l’intera arte culinaria e culturale che lega comunità, famiglie e territori attraverso il cibo. Riconosce l’intelligenza delle ricette tradizionali nate dalla povertà contadina, che insegnano a non sprecare nulla, un concetto di sostenibilità ancestrale. Incarna il legame tra la natura, le risorse locali e le tradizioni culturali, riflettendo la diversità dei paesaggi italiani».
Peccato che non tutti la pensino così, vedi l’attacco del critico e scrittore britannico di gastronomia Giles Coren sul Times. Dopo aver bene intinto la penna nell’iperbole, nella satira e nell’insulto, Coren è partito all’attacco alla baionetta contro, parole sue, il riconoscimento assegnato dall’Unesco, riconoscimento prevedibile, servile, ottuso e irritante. Dice l’opinionista prendendosela anche con i suoi connazionali snob: «Da quando scrivo di ristoranti, combatto contro la presunta supremazia del cibo italiano. Perché è un mito, un miraggio, una bugia alimentata da inglesi dell’alta borghesia che, all’inizio degli anni Novanta, trasferirono le loro residenze estive in Toscana».
Risponde Petroni: «Credo che l’articolo di Coren sia una burla, lo scherzo di uno che in fondo, e lo ha dimostrato in altri articoli, apprezza la cucina italiana. Per etichettare il tutto come burla, basta leggere la parte in cui elogia la cucina inglese candidandola al riconoscimento Unesco per il valore culturale del “toast bruciato appena prima che scatti l’allarme antincendio”, gli “spaghetti con il ketchup”, il “Barolo britannico”, i “noodles cinesi incollati alla tovaglia” e altre perle di questo genere. C’è da sottolineare, invece, che la risposta dell’Unesco è stata unanime: i 24 membri del comitato intergovernativo per la salvaguardia del Patrimonio culturale immateriale hanno votato all’unanimità in favore della cucina italiana. Non c’è stato nemmeno un astenuto. La prima richiesta fu bocciata. Nel 2023 l’abbiamo ripresentata. È la parola “immateriale” che ci bloccò. È difficile definire una cucina immateriale senza cadere nel materiale. Per esempio l’Unesco non ha dato il riconoscimento alla pizza in quanto pizza, ma all’arte napoletana della pizza. Il cammino è stato molto difficile ma, alla fine, siamo riusciti a unificare la pratica quotidiana, i gesti, le parole, i rituali di una cucina variegata e il risultato c’è stato. La cucina italiana è la prima premiata dall’Unesco in tutta la sua interezza».
Se Coren ha scherzato, Alberto Grandi, docente all’Università di Parma, autore del libro La cucina italiana non esiste, è andato giù pesante nell’articolo su The Guardian. Basta il titolo per capire quanto: «Il mito della cucina tradizionale italiana ha sedotto il mondo. La verità è ben diversa». «Grandi è arrivato a dire che la pizza l’hanno inventata gli americani e che il vero grana si trova nel Wisconsin. Che la cucina italiana non risalga al tempo dei Romani lo sanno tutti. Prima della scoperta dell’America, la cucina era un’altra cosa. Quella odierna nasce nell’Ottocento da forni e fornelli borghesi. Se si rimane alla civiltà contadina, si rimane alle zuppe o poco più. Le classi povere non avevano carne da mangiare». Petroni conclude levandosi un sassolino dalla scarpa: l’esultanza dei cuochi stellati, i «cappelloni», come li chiama, è comprensibile ma loro non c’entrano: «Sono contento che approvino il riconoscimento, ma sia chiaro che questo va alla cucina italiana famigliare, domestica».
A chi si deve il maggior merito del riconoscimento Unesco? «A Maddalena Fossati, la direttrice de La cucina italiana. È stata lei a rivolgersi all’Accademia e alla Fondazione Casa Artusi. Il documento l’abbiamo preparato con il prezioso aiuto di Massimo Montanari, accademico onorario, docente all’Università di Bologna, e presentato con il sostegno del sottosegretario alla Cultura, Gianmarco Mazzi».
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Gianluigi Cimmino (Imagoeconomica)
Yamamay ha sempre scelto testimonial molto riconoscibili. Oggi il volto del brand è Rose Villain. Perché questa scelta?
«Negli ultimi tre anni ci siamo avvicinati a due canali di comunicazione molto forti e credibili per i giovani: la musica e lo sport. Oggi, dopo il crollo del mondo degli influencer tradizionali, è fondamentale scegliere un volto autentico, coerente e riconoscibile. Gran parte dei nostri investimenti recenti è andata proprio in questa direzione. Rose Villain rappresenta la musica, ma anche una bellezza femminile non scontata: ha un sorriso meraviglioso, un fisico prorompente che rispecchia le nostre consumatrici, donne che si riconoscono nel brand anche per la vestibilità, che riteniamo tra le migliori sul mercato. È una voce importante, un personaggio completo. Inoltre, il mondo musicale oggi vive molto di collaborazioni: lo stesso concetto che abbiamo voluto trasmettere nella campagna, usando il termine «featuring», tipico delle collaborazioni tra artisti. Non a caso, Rose Villain aveva già collaborato con artisti come Geolier, che è stato nostro testimonial l’anno scorso».
I volti famosi fanno vendere di più o il loro valore è soprattutto simbolico e di posizionamento del brand?
«Oggi direi soprattutto posizionamento e coerenza del messaggio. La vendita non dipende più solo dalla pubblicità: per vendere bisogna essere impeccabili sul prodotto, sul prezzo, sull’assortimento. Viviamo un momento di consumi non esaltanti, quindi è necessario lavorare su tutte le leve. Non è che una persona vede lo spot e corre subito in negozio. È un periodo “da elmetto” per il settore retail».
È una situazione comune a molti brand, in questo momento.
«Assolutamente sì. Noi non possiamo lamentarci: anche questo Natale è stato positivo. Però per portare le persone in negozio bisogna investire sempre di più. Il traffico non è più una costante: meno persone nei centri commerciali, meno in strada, meno negli outlet. Per intercettare quel traffico serve investire in offerte, comunicazione, social, utilizzando tutti gli strumenti che permettono soprattutto ai giovani di arrivare in negozio, magari grazie a una promozione mirata».
Guardando al passato, c’è stato un testimonial che ha segnato una svolta per Yamamay?
«Sicuramente Jennifer Lopez: è stato uno dei primi casi in cui una celebrità ha firmato una capsule collection. All’epoca era qualcosa di totalmente nuovo e ci ha dato una visibilità internazionale enorme. Per il mondo maschile, Cristiano Ronaldo ha rappresentato un altro grande salto di qualità. Detto questo, Yamamay è nata fin dall’inizio con una visione molto chiara».
Come è iniziata questa avventura imprenditoriale?
«Con l’incoscienza di un ragazzo di 28 anni che rescinde un importante contratto da manager perché vuole fare l’imprenditore. Ho coinvolto tutta la famiglia in questo sogno: creare un’azienda di intimo, un settore che ho sempre amato. Dico spesso che ero già un grande consumatore, soprattutto perché l’intimo è uno dei regali più fatti. Oggi posso dire di aver realizzato un sogno».
Oggi Yamamay è un marchio internazionale. Quanti negozi avete nel mondo?
«Circa 600 negozi in totale. Di questi, 430 sono in Italia e circa 170 all’estero».
Il vostro è un settore molto competitivo. Qual è oggi il vostro principale elemento di differenziazione?
«Il rapporto qualità-prezzo. Abbiamo scelto di non seguire la strada degli aumenti facili nel post Covid, quando il mercato lo permetteva. Abbiamo continuato invece a investire su prodotto, innovazione, collaborazioni e sostenibilità. Posso dire con orgoglio che Yamamay è uno dei marchi di intimo più sostenibili sul mercato. La sostenibilità per noi non è una moda né uno strumento di marketing: è un valore intrinseco. Anche perché abbiamo in casa una delle massime esperte del settore, mia sorella Barbara, e siamo molto attenti a non fare greenwashing».
Quali sono le direttrici di crescita future?
«Sicuramente l’internazionale, più come presenza reale che come notorietà, e il digitale: l’e-commerce è un canale dove possiamo crescere ancora molto. Inoltre stiamo investendo tantissimo nel menswear. È un mercato in forte evoluzione: l’uomo oggi compra da solo, non delega più alla compagna o alla mamma. È un cambiamento culturale profondo e la crescita sarà a doppia cifra nei prossimi anni. La società è cambiata, è più eterogenea, e noi dobbiamo seguirne le evoluzioni. Penso anche al mondo Lgbtq+, che è storicamente un grande consumatore di intimo e a cui guardiamo con grande attenzione».
Capodanno è un momento simbolico anche per l’intimo. Che consiglio d’acquisto dai ai vostri clienti per iniziare bene l’anno?
«Un consiglio semplicissimo: indossate intimo rosso a Capodanno. Mutande, boxer, slip… non importa. È una tradizione che non va persa, anzi va rafforzata. Il rosso porta amore, ricchezza e salute. E le tradizioni belle vanno rispettate».
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