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2026-03-12
L’Iran mina Hormuz: «Non passerà nulla». Colpite tre navi cargo
La promessa del regime iraniano di impedire «a un singolo litro di petrolio di passare attraverso lo Stretto di Hormuz» è stata preceduta dagli attacchi contro tre navi.
A rivelare l’aggressione nel corridoio strategico è stata l’agenzia che monitora la sicurezza marittima, la United Kingdom maritime trade operations (Ukmto): senza fornire dettagli sulla nazionalità, ha comunicato che tre imbarcazioni sono state colpite da «proiettili sconosciuti». Nel corso della giornata è emerso che due delle navi colpite sono di proprietà thailandese e greca, mentre il mistero riguarda l’origine della terza nave. A detta dei pasdaran sarebbe israeliana, ma secondo diversi media sono stati registrati lievi danni su una nave giapponese ancorata nel Golfo Persico, distante circa 97 km dallo Stretto.
La prima ad aver confermato l’attacco contro un’imbarcazione del proprio Paese è stata la Marina della Thailandia. Ha reso noto che la nave portarinfuse Mayuree Naree, battente bandiera thailandese e salpata da un porto degli Emirati Arabi Uniti, è stata presa di mira mentre si trovava in transito nello Stretto di Hormuz. Con la nave che andava a fuoco, si sono attivati i soccorsi della Marina dell’Oman: hanno messo in salvo 20 marinai, mentre altri tre risultano dispersi. L’operatore thailandese della nave, Precious shipping, ha affermato che chi manca all’appello potrebbe essere «intrappolato nella sala macchine».
Poco dopo, le Guardie rivoluzionarie iraniane, tramite il comandante navale dei pasdaran Alireza Tangsiri, hanno rivendicato di aver bersagliato la Mayuree Naree, colpevole di aver «tentato di passare illegalmente lo Stretto», è stata colpita «dopo gli avvertimenti delle forze navali».
Ma a detta dei pasdaran è stata anche attaccata «la nave liberiana Express Room, di proprietà di Israele». La nota del regime ribadisce che «gli aggressori, gli Stati Uniti e i loro alleati, non hanno il diritto di attraversare» il corridoio marittimo. In merito alla nave israeliana non sono però arrivate dichiarazioni ufficiali da parte di Israele. Dall’altra parte, Reuters e il Japan Times hanno riferito che la nave One Majesty, battente bandiera giapponese, ha registrato alcuni danni a causa di «un proiettile sconosciuto a 25 miglia nautiche a Nord-Ovest di Ras Al Khaimah», negli Emirati Arabi Uniti.
La terza imbarcazione, su cui i pasdaran non hanno rivendicato l’attacco, sarebbe invece greca. La Ukmto ha per prima reso noto che una nave è stata colpita da un proiettile a 50 miglia nautiche a Nord-Ovest di Dubai. E stando a quanto riferito dal quotidiano greco Naftemporiki, si tratterebbe della Star Gwyneth: batte bandiera delle Isole Marshall, ma è di proprietà della compagnia di navigazione greca Star Bulk Carriers. L’equipaggio è riuscito a mettersi in salvo, mentre la nave è stata colpita allo scafo.
Nel frattempo, resta costante l’attenzione degli Stati Uniti sulle rappresaglie iraniane nello Stretto, ma anche nei porti civili in cui è attiva la marina dell’Iran. A lanciare l’allerta è stato il Comando centrale americano: ha invitato la popolazione civile a evitare «subito tutte le strutture portuali in cui operano le forze navali iraniane» visto che il regime «sta utilizzando i porti civili lungo lo Stretto di Hormuz per condurre operazioni militari che minacciano il traffico marittimo internazionale». Ma non è tutto. Dopo che il Comando centrale degli Stati Uniti ha annunciato di aver eliminato 16 posamine iraniane collocate vicino allo Stretto, Reuters ha svelato che Teheran ha già piazzato una dozzina di mine nell’area. Una fonte ha spiegato all’agenzia britannica che è nota l’ubicazione della maggior parte degli esplosivi. E secondo la Cnn, l’Iran sarebbe ancora in possesso di oltre l’80% delle sue posamine e piccole imbarcazioni.
Dall’altra parte, Teheran ha puntato il dito contro gli Stati Uniti e Israele, ritenuti responsabili dell’attacco con missili a «un’ambulanza marittima» iraniana «di stanza al molo dell’isola di Hormuz». Alle accuse si aggiungono le minacce di uno scenario che preoccupa la tenuta dell’economia globale. Il portavoce del quartier generale del comando militare di Teheran, Ebrahim Zolfaqari, ha infatti avvertito: «Preparatevi al raggiungimento dei 200 dollari al barile perché il prezzo del petrolio dipende dalla sicurezza regionale che avete destabilizzato».
A restringere il campo delle opzioni che si potrebbero utilizzare per tamponare la crisi è stato il presidente francese, Emmanuel Macron. Intervenendo in videoconferenza al vertice del G7 ha sottolineato che il blocco dello Stretto di Hormuz «non giustifica in nessun caso la revoca delle sanzioni» contro la Russia. Parallelamente, il ministro della Difesa spagnolo, Margarita Robles, ha affermato che Madrid non invierà mezzi navali a Hormuz, ma si limiterà a continuare l’impegno «in missioni dell’Alleanza atlantica» in cui si trovano «i cacciamine» spagnoli.
I 400 milioni di barili sbloccati non colmeranno le perdite dal Golfo
Dopo avere smerciato per anni la bufala dell’imminente picco della domanda di petrolio, l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) ha annunciato ieri il rilascio coordinato di 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche dei Paesi membri. La misura di emergenza è stata presa per mettere una toppa all’interruzione dei flussi energetici dal Golfo Persico dopo la crisi nello Stretto di Hormuz. Sull’orlo del panico, l’Iea sottolinea che si tratta del più grande rilascio di scorte mai organizzato dall’agenzia dalla sua fondazione negli anni Settanta.
Quattrocento milioni di barili rappresentano una circa un terzo delle riserve strategiche degli Stati membri dell’Iea, mentre altri 600 milioni di barili sono le riserve commerciali obbligatorie.
Sembra molto, ma il numero assoluto dice poco, perché più dell’ammontare totale del rilascio delle scorte occorre capire la velocità con cui queste arriveranno sui mercati. Oggi il mondo consuma poco più di 100 milioni di barili di petrolio al giorno (mil. bbl/g), e dallo stretto di Hormuz passa circa il 20% di quel quantitativo, pari a circa 20 mil. bbl/g.
Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Iran utilizzano infatti questo corridoio per esportare quasi tutta la loro produzione, anche di prodotti distillati e raffinati.
Da qualche giorno l’Arabia Saudita ha intensificato l’uso dell’oleodotto East-West, che collega i campi petroliferi della provincia orientale al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Questa infrastruttura permette di esportare una parte del petrolio saudita evitando il passaggio nello Stretto di Hormuz. La capacità disponibile è limitata rispetto ai flussi normali, però consente una riduzione dell’ammanco di circa 4 mil. bbl/g. Il deficit è quindi valutabile attorno a 16 mil. bbl/g, che potrebbe essere anche un po’ più basso se è vero che alcune petroliere cinesi dirette in Cina con carichi di petrolio iraniano sono passate dallo Stretto di Hormuz senza danni in questi giorni. Ipotizziamo quindi un ammanco di 14 mil. bbl/g.
Se i 400 milioni di barili venissero distribuiti nell’arco di un mese, il sistema globale dovrebbe immettere sul mercato circa 13 mil. bbl/g, che di fatto sanerebbe il deficit. Una portata di questo tipo, però, è pura fantasia, perché richiederebbe una capacità logistica straordinaria nei terminali di stoccaggio, nei porti e nelle raffinerie, che nella realtà non esiste.
Uno scenario più plausibile è quello di un rilascio attorno ai 4 milioni di barili al giorno, livelli compatibili con precedenti operazioni coordinate dell’Iea.
In questo modo, il rilascio sarebbe esaurito in 100 giorni e non sarebbe comunque sufficiente a risanare il deficit giornaliero, che resterebbe pari a 10 mil. bbl/g.
L’annuncio Iea, dunque, ha già il fiato corto, anche per un altro motivo. Il petrolio non è tutto uguale. Il greggio che si origina dai Paesi del Golfo Persico è di qualità cosiddetta medium o medium-light, cioè con certa densità di olio rispetto all’acqua, misurata su una scala stabilita dall’Api (American Petroleum Institute). Un grado Api sopra 31 designa un greggio leggero, mentre valori sotto 22 indicano un petrolio pesante. Il greggio arabo è a 33,4 (light), quello iracheno a 30 (medium), quello iraniano a 28 (medium-heavy), quello del Kuwait a 31 (medium). Il petrolio americano Wti ha invece un grado Api 39,5, molto leggero, il Brent sopra i 38, lo shale oil americano arriva anche a un grado di leggerezza 42. Gradi diversi di greggio danno origine a diverse rese in termini di benzina, gasolio e prodotti vari.
Questo comporta che le raffinerie non possono passare da un greggio all’altro come se nulla fosse. Ci sono dei costi per modificare i trattamenti o gli impianti, e non tutte le riserve potranno essere utilizzate da tutte le raffinerie. Non è dato sapere al momento la qualità dei greggi contenuti nelle riserve che saranno rilasciate, e questo è tutt’altro che un dettaglio. Insomma, i dubbi permangono, tant’è che al di là dell’effetto notizia durato pochi minuti, i prezzi del petrolio ieri non sono scesi, con il Brent che è risalito del 5% sopra i 92 dollari al barile.
Al momento, poi, Iraq, Kuwait e Arabia Saudita hanno annunciato tagli alla produzione per un totale di circa 6 mil. bbl/g, perché non riescono più ad accumulare nelle scarse strutture di stoccaggio il petrolio che non riescono a spedire. Il risultato è che se anche la guerra finisse domani, gli strascichi della turbolenza si protrarrebbero per mesi.
Il sistema energetico internazionale, quindi, conta di funzionare nelle prossime settimane grazie a due strumenti temporanei. Il primo è il rilascio delle scorte strategiche, il secondo è la deviazione di una parte delle esportazioni saudite verso il Mar Rosso. Entrambe le misure consentono di mantenere attivi i flussi, ma si tratta di strumenti che comprano un po’ di tempo, senza eliminare il problema di fondo. La struttura del commercio petrolifero globale rimane fortemente dipendente dal passaggio nello Stretto di Hormuz.
La normalizzazione del mercato energetico richiede il ripristino della navigazione nello Stretto. Senza la riapertura del corridoio marittimo attraverso cui transitano le esportazioni del Golfo, il sistema petrolifero internazionale rimane esposto a una riduzione prolungata dell’offerta. Il che significa avere un problema enorme.
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Teheran rivendica due raid e minaccia: «Greggio a 200 dollari» Stati Uniti pronti ad attaccare anche i porti civili lungo lo Stretto.L’Agenzia internazionale per l’Energia libera un terzo delle riserve G7. Ma è solo una mossa per tirare a campare, con tempi d’uso lunghi e complessi, pompando una quantità ridotta e sperando nel Mar Rosso.Lo speciale contiene due articoliLa promessa del regime iraniano di impedire «a un singolo litro di petrolio di passare attraverso lo Stretto di Hormuz» è stata preceduta dagli attacchi contro tre navi. A rivelare l’aggressione nel corridoio strategico è stata l’agenzia che monitora la sicurezza marittima, la United Kingdom maritime trade operations (Ukmto): senza fornire dettagli sulla nazionalità, ha comunicato che tre imbarcazioni sono state colpite da «proiettili sconosciuti». Nel corso della giornata è emerso che due delle navi colpite sono di proprietà thailandese e greca, mentre il mistero riguarda l’origine della terza nave. A detta dei pasdaran sarebbe israeliana, ma secondo diversi media sono stati registrati lievi danni su una nave giapponese ancorata nel Golfo Persico, distante circa 97 km dallo Stretto. La prima ad aver confermato l’attacco contro un’imbarcazione del proprio Paese è stata la Marina della Thailandia. Ha reso noto che la nave portarinfuse Mayuree Naree, battente bandiera thailandese e salpata da un porto degli Emirati Arabi Uniti, è stata presa di mira mentre si trovava in transito nello Stretto di Hormuz. Con la nave che andava a fuoco, si sono attivati i soccorsi della Marina dell’Oman: hanno messo in salvo 20 marinai, mentre altri tre risultano dispersi. L’operatore thailandese della nave, Precious shipping, ha affermato che chi manca all’appello potrebbe essere «intrappolato nella sala macchine». Poco dopo, le Guardie rivoluzionarie iraniane, tramite il comandante navale dei pasdaran Alireza Tangsiri, hanno rivendicato di aver bersagliato la Mayuree Naree, colpevole di aver «tentato di passare illegalmente lo Stretto», è stata colpita «dopo gli avvertimenti delle forze navali». Ma a detta dei pasdaran è stata anche attaccata «la nave liberiana Express Room, di proprietà di Israele». La nota del regime ribadisce che «gli aggressori, gli Stati Uniti e i loro alleati, non hanno il diritto di attraversare» il corridoio marittimo. In merito alla nave israeliana non sono però arrivate dichiarazioni ufficiali da parte di Israele. Dall’altra parte, Reuters e il Japan Times hanno riferito che la nave One Majesty, battente bandiera giapponese, ha registrato alcuni danni a causa di «un proiettile sconosciuto a 25 miglia nautiche a Nord-Ovest di Ras Al Khaimah», negli Emirati Arabi Uniti. La terza imbarcazione, su cui i pasdaran non hanno rivendicato l’attacco, sarebbe invece greca. La Ukmto ha per prima reso noto che una nave è stata colpita da un proiettile a 50 miglia nautiche a Nord-Ovest di Dubai. E stando a quanto riferito dal quotidiano greco Naftemporiki, si tratterebbe della Star Gwyneth: batte bandiera delle Isole Marshall, ma è di proprietà della compagnia di navigazione greca Star Bulk Carriers. L’equipaggio è riuscito a mettersi in salvo, mentre la nave è stata colpita allo scafo. Nel frattempo, resta costante l’attenzione degli Stati Uniti sulle rappresaglie iraniane nello Stretto, ma anche nei porti civili in cui è attiva la marina dell’Iran. A lanciare l’allerta è stato il Comando centrale americano: ha invitato la popolazione civile a evitare «subito tutte le strutture portuali in cui operano le forze navali iraniane» visto che il regime «sta utilizzando i porti civili lungo lo Stretto di Hormuz per condurre operazioni militari che minacciano il traffico marittimo internazionale». Ma non è tutto. Dopo che il Comando centrale degli Stati Uniti ha annunciato di aver eliminato 16 posamine iraniane collocate vicino allo Stretto, Reuters ha svelato che Teheran ha già piazzato una dozzina di mine nell’area. Una fonte ha spiegato all’agenzia britannica che è nota l’ubicazione della maggior parte degli esplosivi. E secondo la Cnn, l’Iran sarebbe ancora in possesso di oltre l’80% delle sue posamine e piccole imbarcazioni. Dall’altra parte, Teheran ha puntato il dito contro gli Stati Uniti e Israele, ritenuti responsabili dell’attacco con missili a «un’ambulanza marittima» iraniana «di stanza al molo dell’isola di Hormuz». Alle accuse si aggiungono le minacce di uno scenario che preoccupa la tenuta dell’economia globale. Il portavoce del quartier generale del comando militare di Teheran, Ebrahim Zolfaqari, ha infatti avvertito: «Preparatevi al raggiungimento dei 200 dollari al barile perché il prezzo del petrolio dipende dalla sicurezza regionale che avete destabilizzato».A restringere il campo delle opzioni che si potrebbero utilizzare per tamponare la crisi è stato il presidente francese, Emmanuel Macron. Intervenendo in videoconferenza al vertice del G7 ha sottolineato che il blocco dello Stretto di Hormuz «non giustifica in nessun caso la revoca delle sanzioni» contro la Russia. Parallelamente, il ministro della Difesa spagnolo, Margarita Robles, ha affermato che Madrid non invierà mezzi navali a Hormuz, ma si limiterà a continuare l’impegno «in missioni dell’Alleanza atlantica» in cui si trovano «i cacciamine» spagnoli. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/iran-mine-stretto-hormuz-navi-2676086817.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-400-milioni-di-barili-sbloccati-non-colmeranno-le-perdite-dal-golfo" data-post-id="2676086817" data-published-at="1773294741" data-use-pagination="False"> I 400 milioni di barili sbloccati non colmeranno le perdite dal Golfo Dopo avere smerciato per anni la bufala dell’imminente picco della domanda di petrolio, l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) ha annunciato ieri il rilascio coordinato di 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche dei Paesi membri. La misura di emergenza è stata presa per mettere una toppa all’interruzione dei flussi energetici dal Golfo Persico dopo la crisi nello Stretto di Hormuz. Sull’orlo del panico, l’Iea sottolinea che si tratta del più grande rilascio di scorte mai organizzato dall’agenzia dalla sua fondazione negli anni Settanta.Quattrocento milioni di barili rappresentano una circa un terzo delle riserve strategiche degli Stati membri dell’Iea, mentre altri 600 milioni di barili sono le riserve commerciali obbligatorie.Sembra molto, ma il numero assoluto dice poco, perché più dell’ammontare totale del rilascio delle scorte occorre capire la velocità con cui queste arriveranno sui mercati. Oggi il mondo consuma poco più di 100 milioni di barili di petrolio al giorno (mil. bbl/g), e dallo stretto di Hormuz passa circa il 20% di quel quantitativo, pari a circa 20 mil. bbl/g.Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Iran utilizzano infatti questo corridoio per esportare quasi tutta la loro produzione, anche di prodotti distillati e raffinati.Da qualche giorno l’Arabia Saudita ha intensificato l’uso dell’oleodotto East-West, che collega i campi petroliferi della provincia orientale al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Questa infrastruttura permette di esportare una parte del petrolio saudita evitando il passaggio nello Stretto di Hormuz. La capacità disponibile è limitata rispetto ai flussi normali, però consente una riduzione dell’ammanco di circa 4 mil. bbl/g. Il deficit è quindi valutabile attorno a 16 mil. bbl/g, che potrebbe essere anche un po’ più basso se è vero che alcune petroliere cinesi dirette in Cina con carichi di petrolio iraniano sono passate dallo Stretto di Hormuz senza danni in questi giorni. Ipotizziamo quindi un ammanco di 14 mil. bbl/g.Se i 400 milioni di barili venissero distribuiti nell’arco di un mese, il sistema globale dovrebbe immettere sul mercato circa 13 mil. bbl/g, che di fatto sanerebbe il deficit. Una portata di questo tipo, però, è pura fantasia, perché richiederebbe una capacità logistica straordinaria nei terminali di stoccaggio, nei porti e nelle raffinerie, che nella realtà non esiste.Uno scenario più plausibile è quello di un rilascio attorno ai 4 milioni di barili al giorno, livelli compatibili con precedenti operazioni coordinate dell’Iea.In questo modo, il rilascio sarebbe esaurito in 100 giorni e non sarebbe comunque sufficiente a risanare il deficit giornaliero, che resterebbe pari a 10 mil. bbl/g.L’annuncio Iea, dunque, ha già il fiato corto, anche per un altro motivo. Il petrolio non è tutto uguale. Il greggio che si origina dai Paesi del Golfo Persico è di qualità cosiddetta medium o medium-light, cioè con certa densità di olio rispetto all’acqua, misurata su una scala stabilita dall’Api (American Petroleum Institute). Un grado Api sopra 31 designa un greggio leggero, mentre valori sotto 22 indicano un petrolio pesante. Il greggio arabo è a 33,4 (light), quello iracheno a 30 (medium), quello iraniano a 28 (medium-heavy), quello del Kuwait a 31 (medium). Il petrolio americano Wti ha invece un grado Api 39,5, molto leggero, il Brent sopra i 38, lo shale oil americano arriva anche a un grado di leggerezza 42. Gradi diversi di greggio danno origine a diverse rese in termini di benzina, gasolio e prodotti vari.Questo comporta che le raffinerie non possono passare da un greggio all’altro come se nulla fosse. Ci sono dei costi per modificare i trattamenti o gli impianti, e non tutte le riserve potranno essere utilizzate da tutte le raffinerie. Non è dato sapere al momento la qualità dei greggi contenuti nelle riserve che saranno rilasciate, e questo è tutt’altro che un dettaglio. Insomma, i dubbi permangono, tant’è che al di là dell’effetto notizia durato pochi minuti, i prezzi del petrolio ieri non sono scesi, con il Brent che è risalito del 5% sopra i 92 dollari al barile.Al momento, poi, Iraq, Kuwait e Arabia Saudita hanno annunciato tagli alla produzione per un totale di circa 6 mil. bbl/g, perché non riescono più ad accumulare nelle scarse strutture di stoccaggio il petrolio che non riescono a spedire. Il risultato è che se anche la guerra finisse domani, gli strascichi della turbolenza si protrarrebbero per mesi.Il sistema energetico internazionale, quindi, conta di funzionare nelle prossime settimane grazie a due strumenti temporanei. Il primo è il rilascio delle scorte strategiche, il secondo è la deviazione di una parte delle esportazioni saudite verso il Mar Rosso. Entrambe le misure consentono di mantenere attivi i flussi, ma si tratta di strumenti che comprano un po’ di tempo, senza eliminare il problema di fondo. La struttura del commercio petrolifero globale rimane fortemente dipendente dal passaggio nello Stretto di Hormuz.La normalizzazione del mercato energetico richiede il ripristino della navigazione nello Stretto. Senza la riapertura del corridoio marittimo attraverso cui transitano le esportazioni del Golfo, il sistema petrolifero internazionale rimane esposto a una riduzione prolungata dell’offerta. Il che significa avere un problema enorme.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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