Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 12 marzo con Carlo Cambi
Donald Trump (Ansa)
Il presidente Usa prova a rassicurare gli americani colpiti dai rincari: «Il conflitto terminerà presto». L’Fbi teme raid in California.
È una quadra non semplice quella che Donald Trump deve trovare sulla crisi iraniana: una quadra che ruota principalmente attorno alla questione petrolifera. Da una parte, secondo il Wall Street Journal, vari consiglieri del presidente americano lo stanno esortando a chiudere in fretta la faccenda, essendo preoccupati per l’aumento del prezzo del greggio: una situazione che, visto l’incremento del costo della benzina negli Stati Uniti, potrebbe avere ricadute assai problematiche per il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre.
È in tal senso che ieri, parlando con Axios, l’inquilino della Casa Bianca è tornato ad affermare che il conflitto terminerà «presto», sostenendo che «non c’è più praticamente nulla da colpire» in Iran. D’altronde, sempre ieri, Centcom rendeva noto di aver finora colpito 5.500 obiettivi nel Paese, tra cui oltre 60 navi.
Eppure, mentre l’Fbi teme attacchi di droni iraniani in California, questa exit strategy potrebbe incorrere in uno scoglio: lo Stretto di Hormuz. Secondo fonti d’intelligence statunitense sentite dalla Cnn, il regime khomeinista avrebbe infatti iniziato a piazzare mine nell’area. Una notizia, che, nella serata di martedì, aveva innescato la dura reazione di Trump. «Se l’Iran ha posizionato delle mine nello Stretto di Hormuz, e non abbiamo notizie in merito, vogliamo che vengano rimosse immediatamente! Se per qualsiasi motivo sono state posizionate delle mine e non vengono rimosse immediatamente, le conseguenze militari per l’Iran saranno a un livello mai visto prima», aveva tuonato su Truth, per poi proseguire: «Stiamo utilizzando la stessa tecnologia e le stesse capacità missilistiche impiegate contro i trafficanti di droga per eliminare definitivamente qualsiasi imbarcazione o nave che tenti di minare lo Stretto di Hormuz». «Sono lieto di annunciare che nelle ultime ore abbiamo colpito e completamente distrutto dieci imbarcazioni e/o navi posamine inattive, e ne seguiranno altre», aveva aggiunto, sempre martedì, poco dopo.
È in questo quadro che, ieri, Trump ha esortato le petroliere a usare lo Stretto. «Penso che dovrebbero usarlo, abbiamo distrutto quasi tutte le loro navi posamine in una notte», ha detto, riferendosi agli iraniani, per poi tornare a minacciare di interrompere i rapporti commerciali con Madrid, da lui accusata di «non collaborare affatto». Sempre ieri, Centcom ha esortato i civili a evitare i porti situati nello Stretto di Hormuz, che vengono usati dal regime khomeinista per «condurre operazioni militari che minacciano la navigazione internazionale».
Ora, non è un mistero che da Hormuz passi circa il 20% del greggio a livello mondiale. In tal senso, i pasdaran puntano a rendere la vita dura alle imbarcazioni americane nell’area proprio per mettere in difficoltà Trump sul fronte interno. Il presidente si trova quindi davanti a un dilemma. Da una parte, vuole affrettare la fine delle ostilità per portare il prezzo del petrolio a scendere. Dall’altra, non può escludere interventi armati ad Hormuz, per neutralizzare i tentativi iraniani di tenere alto il costo del greggio. È del resto in quest’ottica che l’amministrazione statunitense sta valutando da giorni la possibilità di scortare le petroliere che transitano nello Stretto. «Se ci verrà assegnato il compito di scortare, valuteremo la gamma di opzioni per definire le condizioni militari necessarie per poterlo fare», ha affermato, l’altro ieri, il capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine, mentre il segretario dell’Interno americano, Doug Burgum, ha annunciato che le compagnie petrolifere Usa aumenteranno presto la produzione.
D’altronde, la questione del greggio è stata anche al centro di attriti tra Washington e Gerusalemme. Gli attacchi israeliani alle infrastrutture petrolifere iraniane avevano infatti irritato l’amministrazione Trump che, secondo Axios, ha chiesto lunedì alla Stato ebraico di astenersi da simili operazioni in futuro. Stando alla testata, una delle motivazioni che hanno spinto Washington a lamentarsi con Gerusalemme sarebbe da ricercarsi nel fatto che «Trump intende cooperare con il settore petrolifero iraniano dopo la guerra, in modo simile all’approccio adottato con il Venezuela». Sotto questo aspetto, l’obiettivo della Casa Bianca è chiaro: abbassare il prezzo del greggio e colpire la Cina sotto due aspetti, vale a dire l’approvvigionamento petrolifero e la tutela del predominio del dollaro nelle transazioni energetiche.
È anche in questo senso che Trump sta cercando di arrivare a una soluzione venezuelana per il futuro politico-istituzionale dell’Iran. Il presidente americano vuole evitare un regime change alla Bush jr sia per non rimanere impelagato in costose operazioni di nation building sia per avere un interlocutore «interno» che, adeguatamente «addomesticato», garantisca la stabilità e, quindi, la cooperazione con Washington sul dossier petrolifero. Quello che Trump sta cercando è, in altre parole, una Delcy Rodriguez in salsa iraniana. Lo stesso Israele, che originariamente era più propenso per un cambio di regime in senso classico, sembrerebbe ultimamente essersi allineato alla posizione della Casa Bianca.
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Ansa
Oltre 600 morti per i raid Idf a Beirut. Giorgia Meloni: rivedere le regole d’ingaggio dell’Unifil.
Il ministero della Sanità libanese ha aggiornato il numero delle persone uccise dall’inizio degli attacchi delle Idf: sono 634. Parallelamente, il governo di Beirut ha fornito anche le cifre degli sfollati, arrivati a oltre 800.000. Una cifra molto significativa in un Paese che ha meno di sette milioni di abitanti.
L’aviazione israeliana sta continuando a martellare la valle della Bekaa, roccaforte di Hezbollah nel Libano orientale, dove l’ultimo raid ha causato la morte di sette persone e il ferimento di altre 18. In questo caso, le vittime apparterrebbero, secondo l’agenzia di stampa nazionale Nna, a una famiglia siriana di rifugiati che abitava nel villaggio di Tamnine el-Tahta. Tel Aviv ha individuato tre obiettivi principali in Libano: l’area a Sud nel governatorato di Tiro, la periferia meridionale di Beirut, in particolare il quartiere di Dahieh e la valle delle Bekaa, sul confine siriano. Quest’ultima ha visto anche due operazioni con gli elicotteri, mentre gli ultimi attacchi a Sud hanno preso di mira il villaggio di Ash-Shihabiyah, dove Israele ha già eliminato alcuni leader della Forza Radwan, il gruppo d’élite del movimento sciita filo iraniano.
A Beirut tre missili hanno sventato un palazzo nel centro cittadino sospettato di essere un centro di comando di Hamas. L’Idf ha emesso un nuovo ordine di evacuazione per gli abitanti della periferia meridionale della capitale, mentre Hezbollah ha ribadito la fedeltà alla nuova Guida suprema e ha dichiarato di aver adottato misure ferme ed efficaci per resistere contro l’occupazione, l’aggressione e l’oppressione. L’esercito israeliano ha risposto che «non esiterà a prendere di mira chiunque si trovi nelle vicinanze dei membri di Hezbollah, delle loro strutture o dei loro mezzi di combattimento».
L’ambasciatore israeliano all’Onu ha detto che «Hezbollah non vuole difendere il Libano, ma servire gli interessi iraniani». Il Partito di Dio ha già lanciato contro Tel Aviv 880 razzi, alcune decine di fronti e missili anticarro; l’Idf si sta preparando a un significativo aumento di lanci.
Al Jazeera ha annunciato che nuovi attacchi aerei israeliani hanno colpito altre due città nel Libano meridionale, Toul, nel distretto di Nabatieh, e Zrarieh, nel distretto di Sidone.
L’esercito nazionale libanese si sta ritirando da diverse zone del Sud della nazione per evitare situazioni di conflitto, perché, nonostante i numerosi appelli del governo di Beirut di lasciare il monopolio della forza alle forze armate, la situazione sul campo rimane fuori controllo. L’Onu, per bocca del capo degli affari politici, ha chiesto ad Hezbollah di cessare i suoi attacchi contro Israele e di cooperare con gli sforzi del governo per affermare la piena autorità statale. Allo stesso tempo Tel Aviv deve interrompere la sua campagna militare in Libano e ritirare le sue forze dal territorio.
Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha affrontato il tema del Libano nel suo discorso al Senato esprimendo preoccupazione per la missione delle Nazioni Unite Unifil, che vede la presenza di oltre 1.000 militari italiani, e perplessità sulle regole di ingaggio che la missione ha sempre avuto ma che non erano e non sarebbero sufficienti per la crisi attuale.
Meloni ha chiesto che la sicurezza del personale delle Nazioni Unite venga garantita in ogni momento, facendo una richiesta specifica a Israele e condannando l’attacco che ha colpito il contingente ghanese.
Una preoccupazione condivisa dall’ambasciatore francese all’Onu, anche a nome di tutte le nazioni partecipanti all’Unifil. Lapidarie, invece, le parole di Donald Trump, che ha dichiarato: «Noi amiamo il Libano e il popolo libanese, ma dobbiamo liberarci di Hezbollah», facendo capire che il conflitto nel Paese dei Cedri non sarà breve.
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Papa Leone XIV ha ricevuto il cardinale Dominique Joseph Mathieu, costretto a lasciare l’Iran dopo la chiusura dell’ambasciata italiana (Ansa)
Khamenei jr deve ancora mostrarsi al popolo. La spiegazione degli ayatollah: «Si è rotto un piede e ha contusioni al volto». Dall’Ue sanzioni contro funzionari e organizzazioni (ma non c’è Mojtaba). Teheran avverte: possiamo affondare le navi Usa.
Una gigantesca esplosione ha illuminato il cielo sopra Qom nel pomeriggio di ieri, mentre la campagna militare condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran continuava a intensificarsi. L’offensiva ha colpito diversi centri del Paese e segna una nuova fase del conflitto, mentre all’interno della Repubblica islamica cresce l’incertezza sulla reale tenuta del potere. Uno degli attacchi più pesanti ha interessato la città di Tabriz, nel Nord-ovest dell’Iran. Secondo quanto riferito dall’agenzia iraniana Tasnim, il bombardamento ha colpito il quartiere residenziale di Saffronieh provocando tre morti e quattro feriti. Nelle stesse ore raid aerei hanno colpito anche l’area di Isfahan, dove per tutta la giornata si sono susseguiti attacchi contro diversi obiettivi. Durante la notte l’offensiva si è concentrata sulla capitale.
A Teheran è stato distrutto il principale data center della Bank Sepah, la più grande banca iraniana nonché istituto utilizzato dal regime per gestire i pagamenti destinati alle forze armate e agli apparati di sicurezza. La risposta delle autorità iraniane è stata immediata. Teheran ha minacciato ritorsioni contro banche e infrastrutture economiche in tutta la regione. Nel frattempo, nelle principali città del Paese sono stati dispiegati veicoli militari pesantemente armati e convogli con mitragliatrici pattugliano i centri urbani mentre il regime tenta di prevenire eventuali proteste interne. Sempre ieri Teheran ha ospitato una grande cerimonia funebre per alcuni alti funzionari e comandanti militari uccisi nei bombardamenti. I feretri sono stati trasportati lungo Piazza della Rivoluzione davanti a una folla mobilitata dal regime per uno dei funerali di Stato più imponenti degli ultimi anni.
ll presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha invitato le forze armate a combattere con determinazione, richiamando un insegnamento attribuito all’imam Ali sulla necessità di restare saldi anche nei momenti più difficili. Dietro questa mobilitazione propagandistica resta però un interrogativo che il regime non riesce a dissipare: dove si trova davvero Mojtaba Khamenei? L’8 marzo l’Assemblea degli esperti lo ha indicato come nuova Guida suprema dopo la morte del padre Ali Khamenei, ma da allora il nuovo leader non è mai apparso in pubblico né ha diffuso messaggi video. La stessa nomina sarebbe avvenuta in un clima di forti pressioni interne. Secondo diverse ricostruzioni provenienti da ambienti vicini all’opposizione iraniana, i servizi segreti delle Guardie rivoluzionarie avrebbero minacciato alcuni membri dell’Assemblea degli esperti e persino le loro famiglie per costringerli ad approvare rapidamente la successione. I pasdaran, vero pilastro militare e politico della Repubblica islamica, avrebbero così imposto la scelta di Mojtaba Khamenei per mantenere il controllo del sistema di potere dopo la morte della precedente Guida suprema. I media ufficiali hanno ammesso che Mojtaba sarebbe rimasto ferito nei primi giorni della guerra. Una fonte governativa citata dalla Cnn sostiene che avrebbe riportato «la frattura di un piede e alcune ferite minori, tra cui contusioni al volto e un livido attorno all’occhio». Una versione che molti osservatori giudicano poco convincente. Il regime sostiene che la Guida suprema non si mostri per ragioni di sicurezza, ma questa spiegazione appare sempre più fragile e alimenta il sospetto che le autorità stiano guadagnando tempo. Sui social network tra gli iraniani della diaspora circolano commenti ironici sulla figura di un leader che nessuno ha ancora visto.
Nel frattempo la propaganda ufficiale continua a diffondere dichiarazioni trionfalistiche. Il comandante della marina dei Guardiani della Rivoluzione, Sardar Alì Fadavi, ha affermato che l’Iran dispone di nuovi missili da crociera capaci di essere lanciati anche da sott’acqua e di colpire navi americane entro un raggio di 700 chilometri. Anche sul piano diplomatico la tensione continua a crescere. L’Unione europea ha approvato nuove sanzioni contro altri 19 funzionari e organizzazioni iraniane accusati di violazioni dei diritti umani, mentre il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha definito le misure «assurde e illegali». Tra loro, però, non c’è Mojtaba Khamenei che in Europa può contare su un patrimonio di multimilionario.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato in un’intervista che restano ormai pochi obiettivi da colpire in Iran e che la guerra potrebbe concludersi presto. Tuttavia, secondo fonti israeliane citate dalla Reuters, a Gerusalemme non vi è alcuna certezza che il conflitto porterà davvero al collasso del regime in tempi brevi. La guerra sta producendo conseguenze anche sul piano diplomatico e umanitario. Diversi Paesi stanno evacuando il personale dalle ambasciate a Teheran. Anche la Svizzera ha deciso di chiudere temporaneamente la propria sede diplomatica.
La crisi è arrivata anche in Vaticano. Papa Leone XIV ha ricevuto il cardinale Dominique Joseph Mathieu, costretto a lasciare l’Iran dopo la chiusura dell’ambasciata italiana. Il pontefice ha voluto ascoltare dal presule una testimonianza diretta sulla situazione nel Paese, segnata dalla sofferenza della popolazione civile e dalle difficoltà della piccola comunità cattolica rimasta intrappolata nel conflitto che nelle prossime ore potrebbe ulteriormente allargarsi.
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- Il premier invita Bruxelles a «sospendere urgentemente gli Ets sul termoelettrico». Offre dialogo sincero al centrosinistra, ma dice al Pd di non essere «strabico» sulle bombe: «Quelle di Clinton andavano bene?».
- Dopo aver ammesso che il conflitto è costato 3 miliardi ai contribuenti, Ursula Von der Leyen conferma che la Commissione non farà nulla contro l’inflazione, tenendo una linea ecologista. Procedura d’infrazione per 19 Paesi (Italia compresa) sul piano dell’edilizia verde.
Lo speciale contiene due articoli
Responsabilità, pragmatismo e disponibilità (respinta) a un tavolo di confronto con le opposizioni. Una Giorgia Meloni versione soft, nelle sue comunicazioni al Senato sulla crisi in Medio Oriente e in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo. «Siamo di fronte al venir meno di un ordine mondiale condiviso. Si tratta di un processo in corso da tempo», sottolinea la Meloni, «ma che ha avuto, a mio avviso, un punto di svolta ben preciso. Ovvero, l’invasione di una nazione vicina da parte di un membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La destabilizzazione globale che ne è derivata», aggiunge, «ha avuto le sue ripercussioni in Medio Oriente, dove pure l’attuale conflittualità ha una data d’inizio chiara, e non è quella del 28 febbraio 2026, ma il 7 ottobre 2023. È l’attacco, barbaro e folle, al territorio israeliano da parte di Hamas. Un attacco letale e sofisticato che è stato possibile grazie al sostegno fornito dall’Iran a questo gruppo terroristico. È in questo contesto di crisi strutturale del sistema internazionale», osserva il premier, «gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale, che dobbiamo collocare anche l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano. Un intervento al quale l’Italia non prende parte e non intende prendere parte».
Da Pd, M5s e Avs arriva la richiesta di non usare le basi americane in Italia. «A oggi», risponde la Meloni, «non è pervenuta alcuna richiesta per l’uso delle basi militari americane in Italia per scopi oltre quelli previsti dagli accordi, e in questo caso la decisione spetterebbe al Parlamento. E ribadisco che non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra». «La Meloni», attacca il capogruppo di Avs al Senato, Peppe De Cristofaro, «non può dire nulla perché è subalterna al suo alleato americano. Ha schierato l’Italia a totale sostegno di Donald Trump, offendendo la storia politica e diplomatica del nostro Paese».
Passiamo al tema dei prezzi dei carburanti: «Il governo italiano ha investito 5 miliardi di euro per calmierare i prezzi delle bollette. Il messaggio che voglio dare, agli italiani», avverte il premier, «ma anche a chi dovesse pensare di sfruttare questa situazione per arricchirsi sulla pelle dei cittadini e delle imprese è: faremo tutto quello che possiamo per impedire che si speculi sulla crisi, compreso, se necessario, recuperare i proventi della speculazione con una maggiore tassazione delle aziende che ne fossero responsabili». Ma l’Europa non può far finta di niente: «In molte nazioni europee», ricorda Giorgia Meloni, «una parte rilevante del costo dell’energia è legato, direttamente o indirettamente, al sistema europeo di tassazione del carbonio, il cosiddetto Ets. Un sistema che necessita di una revisione per correggere una serie di meccanismi che oggi, in un significativo numero di Stati membri, Italia inclusa, gonfiano artificialmente il prezzo dell’elettricità, con punte che, per la nostra nazione, toccano i 30 euro per Mwh, un quarto dell’intero costo dell’elettricità. Perché gli Ets sono di fatto una “tassa” voluta dall’Europa che dovrebbe gravare solo sulle modalità più inquinanti di produzione di energia, come quelle di origine fossile, ma finisce per determinare il prezzo di tutte le forme di energia. A livello europeo», sottolinea, «stiamo chiedendo di sospendere urgentemente l’applicazione dell’Ets alla produzione di elettricità da fonti termiche, cioè dal termoelettrico».
La svolta politica della Meloni è quando afferma di essere «disponibile a un tavolo con le opposizioni». Appello raccolto solo da Italia viva e Azione. «Il tavolo c’è già oggi in Parlamento», commenta il leader del M5s Giuseppe Conte, «a cosa serve una sfilata a Palazzo Chigi, per essere presi in giro, come per il salario minimo? Qual è il posizionamento dell’Italia sulla guerra? Ditecelo adesso, non è che veniamo a Chigi e ci facciamo due chiacchiere. Se un ministro va in ferie quando l’attacco Usa è imminente che informazioni dobbiamo prendere?».
I numeri. L’Aula del Senato approva la risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni della premier con 102 Sì, 66 No e un astenuto. In sede di replica alla Camera, in serata, la Meloni sottolinea che «l’Agenzia Internazionale per l’energia ha appena annunciato di aver deciso all’unanimità di immettere sul mercato 400 milioni di barili di riserve strategiche». Una scelta presa da una riunione del G7 che si è tenuta in videoconferenza nel pomeriggio. Ai deputati dem che hanno criticato l’intervento Usa in Iran, la Meloni risponde tagliente: «Viva gli americani che liberano l’Europa dal nazifascismo ma no agli americani che liberano dalla dittatura altri popoli in altre parti del mondo. Viva i bombardamenti degli Stati Uniti di Bill Clinton alla Serbia per fermare i massacri di civili in Kosovo, con la partecipazione italiana a quei bombardamenti senza passare dal Parlamento», argomenta la Meloni, «ma no agli interventi militari per fermare i massacri in Iran e in altre parti del mondo. Io francamente non condivido questo strabismo».
Tocca a Conte l’attacco finale: «Le manca il coraggio e la schiena dritta», dice il leader M5s alla Meloni, «perché sopraffatta dall’essere subordinata a Trump».
Ma l’Ue è sorda e pensa solo alle case green
Mentre la guerra in Iran brucia centinaia di miliardi sui mercati europei, manda alle stelle il prezzo del petrolio e infiamma le bollette, dalla Commissione europea non si registra alcuna iniziativa per arginare la speculazione e l’inflazione ma solo fumose manifestazioni di intenti. Anzi, si lamenta la dipendenza energetica dell’Ue, dimenticando che questa è il frutto di politiche ecologiste che hanno messo al bando il nucleare e lo sfruttamento minerario e si ribadisce la traiettoria del Green deal, ovvero la conferma del meccanismo Ets e la sollecitazione a incrementare le rinnovabili e a smarcarsi dalle fonti fossili. In piena emergenza, inoltre, la Commissione Ue non trova niente di meglio che tornare a occuparsi delle case green bacchettando quei Paesi che ancora non hanno presentato un piano di ristrutturazione del patrimonio edilizio.
Intervenendo alla plenaria dell’Europarlamento a Strasburgo, in vista del Consiglio europeo del 19-20 marzo, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha fatto il punto sugli effetti energetici della guerra in Iran. «Dall’inizio del conflitto i prezzi del gas sono aumentati del 50% e quelli del petrolio del 27%. Dieci giorni di guerra sono già costati ai contribuenti europei 3 miliardi di euro in più per le importazioni di combustibili fossili. Questo è il prezzo della nostra dipendenza», ha evidenziato, sottolineando allo stesso tempo che tornare agli approvvigionamenti russi «sarebbe un errore strategico, ci renderebbe più dipendenti, più vulnerabili e più deboli. Disponiamo di fonti energetiche domestiche, le rinnovabili e il nucleare (la riabilitazione dell’atomo da parte di Ursula von der Leyen è recente, ndr). I loro prezzi sono rimasti invariati negli ultimi dieci giorni». Quindi barra dritta sull’agenda del Green deal, senza cedimenti. «Dobbiamo mantenere la rotta sulla nostra strategia di lungo periodo. Possiamo certamente essere più pragmatici e più intelligenti nella sua attuazione, ma la direzione di marcia è quella giusta», ha aggiunto. Una dichiarazione che arriva dopo che gli Usa hanno dato il via libera all’alleggerimento temporaneo delle sanzioni sul petrolio russo a beneficio dell’India e il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha ventilato la prospettiva di riconsiderare le misure sanzionatorie sul petrolio russo.
Von der Leyen ha parlato anche dell’Ets, il meccanismo di scambio delle quote di CO2, il pilastro Ue per ridurre le emissioni di gas serra, su cui i 27 si sono divisi negli ultimi mesi. La presidente è stata categorica chiudendo la porta a quella sospensione che il premier, Giorgia Meloni, chiederà alla riunione del Consiglio europeo. «Senza l’Ets oggi consumeremmo 100 miliardi di metri cubi di gas in più, rendendoci ancora più vulnerabili e dipendenti. Abbiamo quindi bisogno dell’Ets», ha detto Von der Leyen, dando come unica concessione possibile la possibilità di «modernizzarlo». Un termine che dice tutto e niente. La presidente indica le opzioni allo studio: «Un uso migliore dei power purchase agreement, i Ppa (contratti di acquisto di energia a lungo termine, 5-20 anni stipulati tra un produttore di energia rinnovabile e aziende, ndr), misure di aiuti di Stato, possibili sussidi o tetti al prezzo del gas». Von der Leyen ha ricordato poi che «il costo dell’energia stessa rappresenta oltre il 56% della bolletta, gli oneri di rete il 18%, tasse e prelievi il 15%, e i costi del carbonio, in media intorno all’11%».
Di fronte all’emergenza energetica, Bruxelles non solo non riesce a dare risposte efficaci ma non trova di meglio da fare che bacchettare quei Paesi che non hanno rispettato le scadenze dettate dalla direttiva sulle case green. La Commissione ha inviato lettere di costituzione in mora a 19 Stati membri (tra cui Italia, Belgio, Germania, Francia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Svezia) per non aver presentato entro il 31 dicembre 2025 le loro bozze di Piani nazionali di ristrutturazione degli edifici, previsti dalla direttiva sulla prestazione energetica nell’edilizia. L’obiettivo è trasformare il patrimonio edilizio europeo in un parco decarbonizzato entro il 2050. Gli Stati membri interessati hanno due mesi per rispondere. In assenza di progressi, Bruxelles potrà procedere con un parere motivato. «La notizia non è l’avvio delle procedure d’infrazione, bensì che questi Paesi hanno voltato le spalle a Ursula sulle case green», hanno commentato Paolo Borchia, capodelegazione della Lega, e Isabella Tovaglieri, relatrice ombra del provvedimento. «Ursula tira per la giacca i proprietari di case, chiamati a scucire sull’unghia dai 60 ai 100.000 euro per mettersi a norma. Alla fine, a restare col cerino in mano è stata lei».
Ursula von der Leyen ha ribadito infine la sua posizione generale sulla guerra in Iran senza citare né Usa né Israele. Ha parlato soltanto della responsabilità del regime iraniano e dell’Ayatollah Khamenei, che «ha governato attraverso la repressione, la violenza e la paura e ha sponsorizzato il terrorismo in tutta la regione e persino sul suolo europeo». Per questo «non si dovrebbero versare lacrime per un regime del genere». Viene confermata, dunque, la sua propensione a sostenere il cambio di regime.
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