- Teheran rivendica due raid e minaccia: «Greggio a 200 dollari» Stati Uniti pronti ad attaccare anche i porti civili lungo lo Stretto.
- L’Agenzia internazionale per l’Energia libera un terzo delle riserve G7. Ma è solo una mossa per tirare a campare, con tempi d’uso lunghi e complessi, pompando una quantità ridotta e sperando nel Mar Rosso.
Lo speciale contiene due articoli
La promessa del regime iraniano di impedire «a un singolo litro di petrolio di passare attraverso lo Stretto di Hormuz» è stata preceduta dagli attacchi contro tre navi.
A rivelare l’aggressione nel corridoio strategico è stata l’agenzia che monitora la sicurezza marittima, la United Kingdom maritime trade operations (Ukmto): senza fornire dettagli sulla nazionalità, ha comunicato che tre imbarcazioni sono state colpite da «proiettili sconosciuti». Nel corso della giornata è emerso che due delle navi colpite sono di proprietà thailandese e greca, mentre il mistero riguarda l’origine della terza nave. A detta dei pasdaran sarebbe israeliana, ma secondo diversi media sono stati registrati lievi danni su una nave giapponese ancorata nel Golfo Persico, distante circa 97 km dallo Stretto.
La prima ad aver confermato l’attacco contro un’imbarcazione del proprio Paese è stata la Marina della Thailandia. Ha reso noto che la nave portarinfuse Mayuree Naree, battente bandiera thailandese e salpata da un porto degli Emirati Arabi Uniti, è stata presa di mira mentre si trovava in transito nello Stretto di Hormuz. Con la nave che andava a fuoco, si sono attivati i soccorsi della Marina dell’Oman: hanno messo in salvo 20 marinai, mentre altri tre risultano dispersi. L’operatore thailandese della nave, Precious shipping, ha affermato che chi manca all’appello potrebbe essere «intrappolato nella sala macchine».
Poco dopo, le Guardie rivoluzionarie iraniane, tramite il comandante navale dei pasdaran Alireza Tangsiri, hanno rivendicato di aver bersagliato la Mayuree Naree, colpevole di aver «tentato di passare illegalmente lo Stretto», è stata colpita «dopo gli avvertimenti delle forze navali».
Ma a detta dei pasdaran è stata anche attaccata «la nave liberiana Express Room, di proprietà di Israele». La nota del regime ribadisce che «gli aggressori, gli Stati Uniti e i loro alleati, non hanno il diritto di attraversare» il corridoio marittimo. In merito alla nave israeliana non sono però arrivate dichiarazioni ufficiali da parte di Israele. Dall’altra parte, Reuters e il Japan Times hanno riferito che la nave One Majesty, battente bandiera giapponese, ha registrato alcuni danni a causa di «un proiettile sconosciuto a 25 miglia nautiche a Nord-Ovest di Ras Al Khaimah», negli Emirati Arabi Uniti.
La terza imbarcazione, su cui i pasdaran non hanno rivendicato l’attacco, sarebbe invece greca. La Ukmto ha per prima reso noto che una nave è stata colpita da un proiettile a 50 miglia nautiche a Nord-Ovest di Dubai. E stando a quanto riferito dal quotidiano greco Naftemporiki, si tratterebbe della Star Gwyneth: batte bandiera delle Isole Marshall, ma è di proprietà della compagnia di navigazione greca Star Bulk Carriers. L’equipaggio è riuscito a mettersi in salvo, mentre la nave è stata colpita allo scafo.
Nel frattempo, resta costante l’attenzione degli Stati Uniti sulle rappresaglie iraniane nello Stretto, ma anche nei porti civili in cui è attiva la marina dell’Iran. A lanciare l’allerta è stato il Comando centrale americano: ha invitato la popolazione civile a evitare «subito tutte le strutture portuali in cui operano le forze navali iraniane» visto che il regime «sta utilizzando i porti civili lungo lo Stretto di Hormuz per condurre operazioni militari che minacciano il traffico marittimo internazionale». Ma non è tutto. Dopo che il Comando centrale degli Stati Uniti ha annunciato di aver eliminato 16 posamine iraniane collocate vicino allo Stretto, Reuters ha svelato che Teheran ha già piazzato una dozzina di mine nell’area. Una fonte ha spiegato all’agenzia britannica che è nota l’ubicazione della maggior parte degli esplosivi. E secondo la Cnn, l’Iran sarebbe ancora in possesso di oltre l’80% delle sue posamine e piccole imbarcazioni.
Dall’altra parte, Teheran ha puntato il dito contro gli Stati Uniti e Israele, ritenuti responsabili dell’attacco con missili a «un’ambulanza marittima» iraniana «di stanza al molo dell’isola di Hormuz». Alle accuse si aggiungono le minacce di uno scenario che preoccupa la tenuta dell’economia globale. Il portavoce del quartier generale del comando militare di Teheran, Ebrahim Zolfaqari, ha infatti avvertito: «Preparatevi al raggiungimento dei 200 dollari al barile perché il prezzo del petrolio dipende dalla sicurezza regionale che avete destabilizzato».
A restringere il campo delle opzioni che si potrebbero utilizzare per tamponare la crisi è stato il presidente francese, Emmanuel Macron. Intervenendo in videoconferenza al vertice del G7 ha sottolineato che il blocco dello Stretto di Hormuz «non giustifica in nessun caso la revoca delle sanzioni» contro la Russia. Parallelamente, il ministro della Difesa spagnolo, Margarita Robles, ha affermato che Madrid non invierà mezzi navali a Hormuz, ma si limiterà a continuare l’impegno «in missioni dell’Alleanza atlantica» in cui si trovano «i cacciamine» spagnoli.
I 400 milioni di barili sbloccati non colmeranno le perdite dal Golfo
Dopo avere smerciato per anni la bufala dell’imminente picco della domanda di petrolio, l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) ha annunciato ieri il rilascio coordinato di 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche dei Paesi membri. La misura di emergenza è stata presa per mettere una toppa all’interruzione dei flussi energetici dal Golfo Persico dopo la crisi nello Stretto di Hormuz. Sull’orlo del panico, l’Iea sottolinea che si tratta del più grande rilascio di scorte mai organizzato dall’agenzia dalla sua fondazione negli anni Settanta.
Quattrocento milioni di barili rappresentano una circa un terzo delle riserve strategiche degli Stati membri dell’Iea, mentre altri 600 milioni di barili sono le riserve commerciali obbligatorie.
Sembra molto, ma il numero assoluto dice poco, perché più dell’ammontare totale del rilascio delle scorte occorre capire la velocità con cui queste arriveranno sui mercati. Oggi il mondo consuma poco più di 100 milioni di barili di petrolio al giorno (mil. bbl/g), e dallo stretto di Hormuz passa circa il 20% di quel quantitativo, pari a circa 20 mil. bbl/g.
Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Iran utilizzano infatti questo corridoio per esportare quasi tutta la loro produzione, anche di prodotti distillati e raffinati.
Da qualche giorno l’Arabia Saudita ha intensificato l’uso dell’oleodotto East-West, che collega i campi petroliferi della provincia orientale al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Questa infrastruttura permette di esportare una parte del petrolio saudita evitando il passaggio nello Stretto di Hormuz. La capacità disponibile è limitata rispetto ai flussi normali, però consente una riduzione dell’ammanco di circa 4 mil. bbl/g. Il deficit è quindi valutabile attorno a 16 mil. bbl/g, che potrebbe essere anche un po’ più basso se è vero che alcune petroliere cinesi dirette in Cina con carichi di petrolio iraniano sono passate dallo Stretto di Hormuz senza danni in questi giorni. Ipotizziamo quindi un ammanco di 14 mil. bbl/g.
Se i 400 milioni di barili venissero distribuiti nell’arco di un mese, il sistema globale dovrebbe immettere sul mercato circa 13 mil. bbl/g, che di fatto sanerebbe il deficit. Una portata di questo tipo, però, è pura fantasia, perché richiederebbe una capacità logistica straordinaria nei terminali di stoccaggio, nei porti e nelle raffinerie, che nella realtà non esiste.
Uno scenario più plausibile è quello di un rilascio attorno ai 4 milioni di barili al giorno, livelli compatibili con precedenti operazioni coordinate dell’Iea.
In questo modo, il rilascio sarebbe esaurito in 100 giorni e non sarebbe comunque sufficiente a risanare il deficit giornaliero, che resterebbe pari a 10 mil. bbl/g.
L’annuncio Iea, dunque, ha già il fiato corto, anche per un altro motivo. Il petrolio non è tutto uguale. Il greggio che si origina dai Paesi del Golfo Persico è di qualità cosiddetta medium o medium-light, cioè con certa densità di olio rispetto all’acqua, misurata su una scala stabilita dall’Api (American Petroleum Institute). Un grado Api sopra 31 designa un greggio leggero, mentre valori sotto 22 indicano un petrolio pesante. Il greggio arabo è a 33,4 (light), quello iracheno a 30 (medium), quello iraniano a 28 (medium-heavy), quello del Kuwait a 31 (medium). Il petrolio americano Wti ha invece un grado Api 39,5, molto leggero, il Brent sopra i 38, lo shale oil americano arriva anche a un grado di leggerezza 42. Gradi diversi di greggio danno origine a diverse rese in termini di benzina, gasolio e prodotti vari.
Questo comporta che le raffinerie non possono passare da un greggio all’altro come se nulla fosse. Ci sono dei costi per modificare i trattamenti o gli impianti, e non tutte le riserve potranno essere utilizzate da tutte le raffinerie. Non è dato sapere al momento la qualità dei greggi contenuti nelle riserve che saranno rilasciate, e questo è tutt’altro che un dettaglio. Insomma, i dubbi permangono, tant’è che al di là dell’effetto notizia durato pochi minuti, i prezzi del petrolio ieri non sono scesi, con il Brent che è risalito del 5% sopra i 92 dollari al barile.
Al momento, poi, Iraq, Kuwait e Arabia Saudita hanno annunciato tagli alla produzione per un totale di circa 6 mil. bbl/g, perché non riescono più ad accumulare nelle scarse strutture di stoccaggio il petrolio che non riescono a spedire. Il risultato è che se anche la guerra finisse domani, gli strascichi della turbolenza si protrarrebbero per mesi.
Il sistema energetico internazionale, quindi, conta di funzionare nelle prossime settimane grazie a due strumenti temporanei. Il primo è il rilascio delle scorte strategiche, il secondo è la deviazione di una parte delle esportazioni saudite verso il Mar Rosso. Entrambe le misure consentono di mantenere attivi i flussi, ma si tratta di strumenti che comprano un po’ di tempo, senza eliminare il problema di fondo. La struttura del commercio petrolifero globale rimane fortemente dipendente dal passaggio nello Stretto di Hormuz.
La normalizzazione del mercato energetico richiede il ripristino della navigazione nello Stretto. Senza la riapertura del corridoio marittimo attraverso cui transitano le esportazioni del Golfo, il sistema petrolifero internazionale rimane esposto a una riduzione prolungata dell’offerta. Il che significa avere un problema enorme.





