Teheran mostra ancora i muscoli con gli Usa: «Lo Stretto di Hormuz è nostro e non si cede»

Mentre a livello diplomatico gli Stati Uniti e la Cina cercano di trovare la quadra sullo Stretto di Hormuz, sul campo il regime iraniano continua a tenere in pugno il canale marittimo. Mentre sei Paesi arabi (Bahrein, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati, Qatar e Giordania) chiedono un risarcimento all’Iran, l’ultima a pagare a caro prezzo le tensioni è stata una nave, sequestrata al largo della costa degli Emirati Arabi Uniti: due fonti hanno riferito a Reuters che si tratterebbe dell’imbarcazione Hui Chuan, battente bandiera dell’Honduras.
Stando a quanto riferito dalla società britannica di sicurezza marittima Vanguard Tech, l’imbarcazione sarebbe «stata presa da personale iraniano mentre era all’ancora». Intanto, le autorità dell’India hanno comunicato che la nave attaccata mercoledì è affondata al largo delle coste dell’Oman. Il regime iraniano, tramite il primo vicepresidente, Reza Aref, è invece tornato a ribadire che è proprietario dello Stretto e non lo cederà «a nessun prezzo». Di certo Teheran si aspetta affari d’oro. Il portavoce dell’Esercito, Mohammad Akraminia, ha dichiarato che il controllo su Hormuz «raddoppierà il reddito petrolifero del Paese».
E mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, veniva accolto dall’omologo cinese, Xi Jinping, con «un caloroso benvenuto», l’agenzia iraniana Fars ha annunciato che sono in vigore nuovi protocolli per consentire il transito delle navi cinesi nello Stretto. Dall’altra parte, gli Stati Uniti hanno rivendicato «un successo clamoroso» nel blocco dei porti iraniani. A vedere il regime «agli sgoccioli» è stato il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent: «Nessuna delle loro navi riesce a uscire o a entrare: di conseguenza, non sono in grado di stoccare petrolio in mare aperto e inizieranno a interrompere la loro produzione». L’ammiraglio a capo del Centcom, Brad Cooper, ha poi rivelato che gli Stati Uniti hanno distrutto «161 unità navali» e «oltre il 90% di un imponente arsenale di mine navali» dell’Iran.
Ma in questa zona grigia in cui entrambe le parti sbandierano risultati, Israele si tiene pronto a riprendere i combattimenti. A dirlo è stato il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz: «Dobbiamo portare a termine gli obiettivi della campagna. Siamo pronti all’eventualità di dover intervenire nuovamente a stretto giro». La conferma è arrivata anche da Axios: Tel Aviv questo weekend sarà in stato di massima allerta nel caso in cui Trump decidesse di riprendere i bombardamenti. Nel frattempo, sul fronte libanese, le Idf hanno chiesto agli abitanti di otto località nel Libano meridionale di lasciare le proprie case. A livello diplomatico invece si è tenuto a Washington il terzo round di colloqui diretti tra Israele e il Libano. Peraltro, al Consiglio di sicurezza dell’Onu, Beirut ha presentato per la prima volta una denuncia contro l’Iran per interferenza negli affari interni del Paese e per aver trascinato il Libano nella guerra contro Israele.
Un ulteriore elemento che complica il quadro in Medio Oriente è la questione dei presunti contatti tra il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e il governo emiratino in chiave anti iraniana. Se gli Emirati Arabi Uniti «smentiscono le voci che circolano riguardo a una visita di Netanyahu nel Paese», il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, non ha invece dubbi. «Gli Emirati Arabi Uniti hanno partecipato a questi attacchi». Ed è per questo che considera Abu Dhabi «un partner attivo in questa aggressione». A rincarare la dose è stato anche l’ex portavoce del premier israeliano, Ziv Agmon: Netanyahu sarebbe stato ricevuto ad Abu Dhabi «con gli onori di un re». Intanto l’Arabia Saudita pensa a come dirimere le tensioni, soprattutto quando la presenza americana si ridurrà. Secondo il Financial Times, Riad ha infatti affrontato con gli alleati occidentali la possibilità di introdurre un patto di non aggressione tra l’Iran e i Paesi del Golfo. Anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha esortato Teheran a «ristabilire le relazioni con i Paesi del Golfo», esortando l’Iran a «negoziare in buona fede».






