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2024-04-19
Le sviolinate dem hanno rafforzato Teheran
Federica Mogherini e Hassan Rowhani a Teheran nel 2015 (Ansa)
L’aggressività dell’Iran non minaccia soltanto Israele ma, attraverso i suoi proxy, il regime khomeinista sta destabilizzando l’intero scacchiere mediorientale. Una pericolosità, quella di Teheran, che - come ricordato l’altro ieri su queste colonne da Maurizio Belpietro - è cresciuta innanzitutto a causa dell’appeasement condotto dalle amministrazioni americane di Barack Obama e di Joe Biden. Ma attenzione: la responsabilità è anche della sinistra europea.
Nel 2015, Martin Schulz, alto esponente del Pse e all’epoca presidente dell’Europarlamento, si recò nella Repubblica islamica, per «intensificare il dialogo tra l’Ue e l’Iran». Sempre nel 2015, l’allora Alto rappresentante Ue per la politica estera, Federica Mogherini, fu tra i principali negoziatori del controverso accordo sul nucleare con Teheran (Jcpoa). Anche la Mogherini era in quota Pse e aveva ottenuto il suo incarico europeo su indicazione dell’allora premier Matteo Renzi, di cui era stata ministro degli Esteri.
Non a caso, quando Donald Trump lasciò il Jcpoa nel 2018, il Pse si lamentò. «Il Partito dei socialisti europei si rammarica profondamente della decisione del presidente Trump di ritirare gli Usa dall’accordo sul nucleare con l’Iran», recitava una nota dell’epoca. «Questo impulso a distruggere non ci sta portando da nessuna parte», dichiarò la Mogherini, riferendosi all’allora presidente americano. Prese di distanza da Trump arrivarono anche dall’allora premier italiano, Paolo Gentiloni, e dall’attuale Spitzenkandidat del Pse -appoggiato da Elly Schlein - Nicolas Schmit. Era inoltre il 2020, quando il capodelegazione del Pd all’Europarlamento, Brando Benifei, definì il Jcpoa «il maggior risultato della politica estera europea degli ultimi anni». Ancora nel 2022, la deputata dem, Lia Quartapelle, criticava Trump per aver abbandonato quell’accordo. Appartenente al Pse è anche il successore della Mogherini, Josep Borrell, che, da quando è entrato in carica, ha spesso auspicato un ripristino del Jcpoa: una posizione, la sua, che non sembra mutata dopo il 7 ottobre. Secondo il Tehran Times, a fine marzo, ha infatti avuto una telefonata con il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, auspicando una ripresa dei colloqui sul nucleare.
Al netto della retorica sui diritti umani, ad avere delle responsabilità sono anche alcune figure presenti nella lista «Stati Uniti d’Europa», in campo per le prossime europee. Ci riferiamo, in particolare, a Renzi e a Emma Bonino. Renzi, quando era premier e ancora a capo del Pd, prima espresse «soddisfazione» per il raggiungimento del Jcpoa, poi, nel 2016, si recò a Teheran dove firmò sei accordi economici. Quello stesso anno, approfittando del clima di distensione, l’allora governatrice dem del Friuli-Venezia Giulia, Debora Serracchiani, annunciò tre intese di collaborazione tra la Repubblica islamica e il porto di Trieste. Nel dicembre 2013, Emma Bonino, all’epoca ministro degli Esteri del governo Letta, andò in visita in Iran: fu il primo titolare della Farnesina a farlo nell’arco di ben dieci anni. Appena pochi giorni prima del viaggio della Bonino, Massimo D’Alema si era recato a Teheran, dove aveva incontrato l’allora ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif: quello stesso Zarif che sarebbe diventato uno degli architetti del Jcpoa. Guarda caso, recentemente intervistato su La 7, D’Alema ha detto che, se fosse americano, a novembre voterebbe per Biden, il quale, nonostante qualche sanzione, si è ben guardato dal ripristinare la politica della «massima pressione» su Teheran, attuata dal predecessore.
Certo, la sinistra europea si è sempre trincerata dietro la tesi, secondo cui il Jcpoa sarebbe una questione distinta da quella della violazione dei diritti umani, perpetrata dal regime khomeinista. Peccato però che le cose non stiano così. Ripristinare (o cercare di ripristinare) quel controverso accordo significa rafforzare politicamente, diplomaticamente ed economicamente quello stesso regime che reprime internamente il dissenso, minaccia Israele e destabilizza l’intera regione con i suoi proxy. Criticare gli ayatollah per la violazione dei diritti umani ed essere al contempo favorevoli al Jcpoa, come fa la sinistra europea, è un’eclatante contraddizione. Borrell oggi dice di valutare sanzioni contro Teheran, mentre Gentiloni accusa i khomeinisti di una «escalation senza precedenti». Eppure le loro politiche non hanno mai fatto granché per arginare realmente l’aggressività degli ayatollah.
E non è finita qui. La tesi secondo cui la pericolosità iraniana sarebbe stata alimentata dalla linea dura di Trump è smentita dai fatti. Dal 2021, Biden ha intrapreso un appeasement in piena regola verso Teheran, avviando colloqui indiretti sul nucleare, togliendo gli Huthi dalla lista delle entità terroristiche, sospendendo varie sanzioni e sbloccando asset iraniani precedentemente congelati. Risultato: l’Iran ha rafforzato i legami con Mosca e Pechino, continuando a foraggiare Hamas e gli altri proxy. Inoltre, facendo leva sull’attacco del 7 ottobre, i khomeinisti sono riusciti nell’intento di far deragliare, almeno per ora, il processo di normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita. La politica dei dem americani e della sinistra europea si è, insomma, rivelata un totale fallimento. Tenere fuori il Pse dalla prossima Commissione Ue è fondamentale anche per far sì che Bruxelles cambi finalmente rotta in politica estera. A maggior ragione se Trump dovesse vincere a novembre: esattamente quello che gli ayatollah e D’Alema non vogliono.
Giallo sull’accordo Biden-Netanyahu «Attaccate Rafah, non gli ayatollah»
Secondo alcune indiscrezioni rilanciate da fonti egiziane e del Qatar, gli Stati Uniti avrebbero accettato il piano di Israele di invadere Rafah «a condizione di non lanciare un’offensiva su larga scala contro l’Iran». In realtà è una mezza verità, perché, come scrive Axios, «nelle ultime settimane, diversi gruppi di lavoro di livello inferiore si sono incontrati virtualmente per discutere i piani operativi delle forze di difesa israeliane per Rafah e proposte umanitarie».
Ieri sera i colloqui sono saliti di livello con la presenza del consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca (preoccupata per i civili), Jake Sullivan, il ministro per gli affari strategici di Israele, Ron Dermer, e il consigliere per la sicurezza nazionale, Tzachi Hanegbi.
Ma cosa troveranno le truppe delle Forze di difesa israeliane a Rafah? Secondo il Times of Israel, sono rimasti quattro battaglioni dell’organizzazione terroristica (1.500-2.000 uomini) e oltre 1 milione di civili, molti dei quali si sono rifugiati lì a causa dei combattimenti nella Striscia. Rafah è anche l’ultimo nascondiglio dei leader di Hamas, Yaya Sinwar e Mohammed Deif, che si fanno scudo degli ostaggi israeliani ancora in vita e che sperano ancora di riuscire a fuggire in Egitto, per poi raggiungere l’Algeria, la Tunisia oppure la Turchia. Quanti sono gli ostaggi ancora vivi? Funzionari statunitensi e israeliani hanno chiarito a Nbc News che «potrebbero essere vivi molti meno ostaggi di quanto sia pubblicamente noto»; mentre un parente di uno di loro, che ha parlato sotto anonimato, ha detto che i funzionari della sicurezza israeliani hanno mostrato agli americani che sanno dove si trovano molti degli ostaggi, ma che questi sono tenuti in movimento.
In vista della possibile operazione a Rafah, Hamas ora prova a giocarsi di nuovo la carta delle trattative; secondo quanto riporta l’emittente israeliana Kan, l’alto funzionario Mousa Abu Marzouk ha affermato che «Hamas non si è ritirata dai colloqui indiretti con Israele e non si è ancora raggiunta una situazione di stallo».
Secondo l’emittente americana Abc, Israele non attaccherà l’Iran prima della Pasqua ebraica, che quest’anno inizierà la sera del 22 aprile e terminerà il 30 aprile, però «tutto potrebbe cambiare in base all’evoluzione della situazione sul terreno». Gli iraniani, che temono comunque una reazione israeliana, continuano a minacciare e ieri è toccato al comandante dell’aeronautica militare del Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica (Irgc), Amir Ali Hazijadeh, che all’agenzia Tasmin News ha affermato: «Abbiamo colpito i sionisti con vecchie armi dalla potenza minima. Non abbiamo utilizzato nemmeno i missili balistici Khorramshahr-4, Sejil, Haj Qasem , Kheibar Shekan e il missile ipersonico 2 (presumibilmente Fattah, ndr)». Minacce anche da parte di Hahmad Haghtalab, comandante dei pasdaran: «Se Israele attacca i nostri siti nucleari, certamente risponderemo. I siti nucleari israeliani sono stati identificati, se necessario potremmo rivedere la nostra dottrina nucleare».
Mentre scriviamo decine di terroristi sono stati eliminati e oltre 100 infrastrutture terroristiche sono state decimate nel centro della Striscia di Gaza. Infine, dopo quelle americane, per l’Iran sono in arrivo nuove sanzioni da parte dell’Unione europea, «in particolare in relazione ai veicoli aerei senza pilota e ai missili» e della Gran Bretagna, che ha annunciato «una nuova serie di sanzioni contro figure chiave del regime iraniano».
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Se l’Iran è in grado di destabilizzare il Medio Oriente è anche grazie agli assist della sinistra europea e Usa. Dalla Mogherini a Borrell, passando per Renzi e D’Alema: così la trattativa verso un’intesa sul nucleare ha nutrito le ambizioni dei pasdaran.Axios smentisce il «baratto» tra Biden e Netanyahu su Rafah e Iran. Il regime minaccia: «Raid sui siti nucleari? Reagiremo».Lo speciale contiene due articoli.L’aggressività dell’Iran non minaccia soltanto Israele ma, attraverso i suoi proxy, il regime khomeinista sta destabilizzando l’intero scacchiere mediorientale. Una pericolosità, quella di Teheran, che - come ricordato l’altro ieri su queste colonne da Maurizio Belpietro - è cresciuta innanzitutto a causa dell’appeasement condotto dalle amministrazioni americane di Barack Obama e di Joe Biden. Ma attenzione: la responsabilità è anche della sinistra europea.Nel 2015, Martin Schulz, alto esponente del Pse e all’epoca presidente dell’Europarlamento, si recò nella Repubblica islamica, per «intensificare il dialogo tra l’Ue e l’Iran». Sempre nel 2015, l’allora Alto rappresentante Ue per la politica estera, Federica Mogherini, fu tra i principali negoziatori del controverso accordo sul nucleare con Teheran (Jcpoa). Anche la Mogherini era in quota Pse e aveva ottenuto il suo incarico europeo su indicazione dell’allora premier Matteo Renzi, di cui era stata ministro degli Esteri.Non a caso, quando Donald Trump lasciò il Jcpoa nel 2018, il Pse si lamentò. «Il Partito dei socialisti europei si rammarica profondamente della decisione del presidente Trump di ritirare gli Usa dall’accordo sul nucleare con l’Iran», recitava una nota dell’epoca. «Questo impulso a distruggere non ci sta portando da nessuna parte», dichiarò la Mogherini, riferendosi all’allora presidente americano. Prese di distanza da Trump arrivarono anche dall’allora premier italiano, Paolo Gentiloni, e dall’attuale Spitzenkandidat del Pse -appoggiato da Elly Schlein - Nicolas Schmit. Era inoltre il 2020, quando il capodelegazione del Pd all’Europarlamento, Brando Benifei, definì il Jcpoa «il maggior risultato della politica estera europea degli ultimi anni». Ancora nel 2022, la deputata dem, Lia Quartapelle, criticava Trump per aver abbandonato quell’accordo. Appartenente al Pse è anche il successore della Mogherini, Josep Borrell, che, da quando è entrato in carica, ha spesso auspicato un ripristino del Jcpoa: una posizione, la sua, che non sembra mutata dopo il 7 ottobre. Secondo il Tehran Times, a fine marzo, ha infatti avuto una telefonata con il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, auspicando una ripresa dei colloqui sul nucleare.Al netto della retorica sui diritti umani, ad avere delle responsabilità sono anche alcune figure presenti nella lista «Stati Uniti d’Europa», in campo per le prossime europee. Ci riferiamo, in particolare, a Renzi e a Emma Bonino. Renzi, quando era premier e ancora a capo del Pd, prima espresse «soddisfazione» per il raggiungimento del Jcpoa, poi, nel 2016, si recò a Teheran dove firmò sei accordi economici. Quello stesso anno, approfittando del clima di distensione, l’allora governatrice dem del Friuli-Venezia Giulia, Debora Serracchiani, annunciò tre intese di collaborazione tra la Repubblica islamica e il porto di Trieste. Nel dicembre 2013, Emma Bonino, all’epoca ministro degli Esteri del governo Letta, andò in visita in Iran: fu il primo titolare della Farnesina a farlo nell’arco di ben dieci anni. Appena pochi giorni prima del viaggio della Bonino, Massimo D’Alema si era recato a Teheran, dove aveva incontrato l’allora ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif: quello stesso Zarif che sarebbe diventato uno degli architetti del Jcpoa. Guarda caso, recentemente intervistato su La 7, D’Alema ha detto che, se fosse americano, a novembre voterebbe per Biden, il quale, nonostante qualche sanzione, si è ben guardato dal ripristinare la politica della «massima pressione» su Teheran, attuata dal predecessore.Certo, la sinistra europea si è sempre trincerata dietro la tesi, secondo cui il Jcpoa sarebbe una questione distinta da quella della violazione dei diritti umani, perpetrata dal regime khomeinista. Peccato però che le cose non stiano così. Ripristinare (o cercare di ripristinare) quel controverso accordo significa rafforzare politicamente, diplomaticamente ed economicamente quello stesso regime che reprime internamente il dissenso, minaccia Israele e destabilizza l’intera regione con i suoi proxy. Criticare gli ayatollah per la violazione dei diritti umani ed essere al contempo favorevoli al Jcpoa, come fa la sinistra europea, è un’eclatante contraddizione. Borrell oggi dice di valutare sanzioni contro Teheran, mentre Gentiloni accusa i khomeinisti di una «escalation senza precedenti». Eppure le loro politiche non hanno mai fatto granché per arginare realmente l’aggressività degli ayatollah.E non è finita qui. La tesi secondo cui la pericolosità iraniana sarebbe stata alimentata dalla linea dura di Trump è smentita dai fatti. Dal 2021, Biden ha intrapreso un appeasement in piena regola verso Teheran, avviando colloqui indiretti sul nucleare, togliendo gli Huthi dalla lista delle entità terroristiche, sospendendo varie sanzioni e sbloccando asset iraniani precedentemente congelati. Risultato: l’Iran ha rafforzato i legami con Mosca e Pechino, continuando a foraggiare Hamas e gli altri proxy. Inoltre, facendo leva sull’attacco del 7 ottobre, i khomeinisti sono riusciti nell’intento di far deragliare, almeno per ora, il processo di normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita. La politica dei dem americani e della sinistra europea si è, insomma, rivelata un totale fallimento. Tenere fuori il Pse dalla prossima Commissione Ue è fondamentale anche per far sì che Bruxelles cambi finalmente rotta in politica estera. A maggior ragione se Trump dovesse vincere a novembre: esattamente quello che gli ayatollah e D’Alema non vogliono.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/iran-democratici-2667816763.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giallo-sullaccordo-biden-netanyahu-attaccate-rafah-non-gli-ayatollah" data-post-id="2667816763" data-published-at="1713529297" data-use-pagination="False"> Giallo sull’accordo Biden-Netanyahu «Attaccate Rafah, non gli ayatollah» Secondo alcune indiscrezioni rilanciate da fonti egiziane e del Qatar, gli Stati Uniti avrebbero accettato il piano di Israele di invadere Rafah «a condizione di non lanciare un’offensiva su larga scala contro l’Iran». In realtà è una mezza verità, perché, come scrive Axios, «nelle ultime settimane, diversi gruppi di lavoro di livello inferiore si sono incontrati virtualmente per discutere i piani operativi delle forze di difesa israeliane per Rafah e proposte umanitarie». Ieri sera i colloqui sono saliti di livello con la presenza del consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca (preoccupata per i civili), Jake Sullivan, il ministro per gli affari strategici di Israele, Ron Dermer, e il consigliere per la sicurezza nazionale, Tzachi Hanegbi. Ma cosa troveranno le truppe delle Forze di difesa israeliane a Rafah? Secondo il Times of Israel, sono rimasti quattro battaglioni dell’organizzazione terroristica (1.500-2.000 uomini) e oltre 1 milione di civili, molti dei quali si sono rifugiati lì a causa dei combattimenti nella Striscia. Rafah è anche l’ultimo nascondiglio dei leader di Hamas, Yaya Sinwar e Mohammed Deif, che si fanno scudo degli ostaggi israeliani ancora in vita e che sperano ancora di riuscire a fuggire in Egitto, per poi raggiungere l’Algeria, la Tunisia oppure la Turchia. Quanti sono gli ostaggi ancora vivi? Funzionari statunitensi e israeliani hanno chiarito a Nbc News che «potrebbero essere vivi molti meno ostaggi di quanto sia pubblicamente noto»; mentre un parente di uno di loro, che ha parlato sotto anonimato, ha detto che i funzionari della sicurezza israeliani hanno mostrato agli americani che sanno dove si trovano molti degli ostaggi, ma che questi sono tenuti in movimento. In vista della possibile operazione a Rafah, Hamas ora prova a giocarsi di nuovo la carta delle trattative; secondo quanto riporta l’emittente israeliana Kan, l’alto funzionario Mousa Abu Marzouk ha affermato che «Hamas non si è ritirata dai colloqui indiretti con Israele e non si è ancora raggiunta una situazione di stallo». Secondo l’emittente americana Abc, Israele non attaccherà l’Iran prima della Pasqua ebraica, che quest’anno inizierà la sera del 22 aprile e terminerà il 30 aprile, però «tutto potrebbe cambiare in base all’evoluzione della situazione sul terreno». Gli iraniani, che temono comunque una reazione israeliana, continuano a minacciare e ieri è toccato al comandante dell’aeronautica militare del Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica (Irgc), Amir Ali Hazijadeh, che all’agenzia Tasmin News ha affermato: «Abbiamo colpito i sionisti con vecchie armi dalla potenza minima. Non abbiamo utilizzato nemmeno i missili balistici Khorramshahr-4, Sejil, Haj Qasem , Kheibar Shekan e il missile ipersonico 2 (presumibilmente Fattah, ndr)». Minacce anche da parte di Hahmad Haghtalab, comandante dei pasdaran: «Se Israele attacca i nostri siti nucleari, certamente risponderemo. I siti nucleari israeliani sono stati identificati, se necessario potremmo rivedere la nostra dottrina nucleare». Mentre scriviamo decine di terroristi sono stati eliminati e oltre 100 infrastrutture terroristiche sono state decimate nel centro della Striscia di Gaza. Infine, dopo quelle americane, per l’Iran sono in arrivo nuove sanzioni da parte dell’Unione europea, «in particolare in relazione ai veicoli aerei senza pilota e ai missili» e della Gran Bretagna, che ha annunciato «una nuova serie di sanzioni contro figure chiave del regime iraniano».
Idris Elba (Ansa)
Il naso lungo e dritto scendeva fino a un labbro superiore corto, sotto il quale c’era una bocca larga e finemente disegnata ma crudele. La linea della mascella era dritta e ferma». Così Ian Fleming descrive James Bond in Dalla Russia con amore. È la prima volta che appare, così nel dettaglio, il viso di 007. Un uomo qualunque, tanto che lo scrittore britannico aveva deciso di battezzarlo con il nome di un ornitologo. Non appariscente, quindi. Un uomo con un volto e un fisico normali. Che passa inosservato, o quasi, come si conviene a un agente segreto. Più simile al primo attore che lo ha impersonificato, Sean Connery, che all’ultimo, Daniel Craig.
Ma adesso che anche Craig è uscito di scena, chi lo sostituirà? Qualcuno ha proposto una donna, del resto già intravista in No time to die. «È solo un numero», risponde Lashana Lynch a un esterrefatto Craig dopo che quest’ultimo è venuto a sapere che non è più lui 007, ma lei. Qualcun altro, invece, ha fatto il nome di un attore afro, Idris Elba, il quale però ha messo le cose in chiaro in un’intervista concessa a Gq: «Bond è talmente irreale che un pizzico di realismo ci sta bene, ma non cerchiamo di renderlo politicamente corretto. Credo che si debba rimanere fedeli alla propria essenza. Non bisogna cercare di assecondare i gusti del pubblico. Bisogna essere semplicemente Bond».
Non ci sarà quindi, almeno secondo Elba, alcun 007 afro. E neppure politicamente corretto. Anche perché non avrebbe senso. Il personaggio inventato da Fleming, infatti, è un bianco squisitamente britannico. Un uomo disposto a rischiare la pelle per la regina e per quel che resta dell’impero britannico. E il cui profilo, già nei primi film, è stato parecchio ammorbidito. Su Bond, infatti, Fleming ha riversato tutto sé stesso. Le proprie paure, le proprie passioni. E pure le proprie perversioni. Nei libri è addirittura un sadico, proprio come il suo inventore. Indossa vestiti su misura, realizzati dai migliori sarti di Londra. Beve il Vesper Martini in onore della donna che ha amato, Vesper Lynd appunto, e che gli è stata strappata («la puttana è morta», dirà alla fine di Casinò royale, mentre invece stava morendo dentro lui). Nei romanzi si parla di cocktail e di buon vino, ma non si fa mai riferimento alla birra, che pure appare in uno degli ultimi film, il già citato No time to die, ma solo per una questione di pubblicità (povero James, costretto a sorseggiare con la bottiglia verde in bella vista pur di campare). C’è tanto caviale su pane tostato e ideali ormai vecchi e sepolti. C’è un uomo che è ben lontano dalla figura del super eroe che emerge dai film. Soffre di accidia, si abbatte ed è ferito più volte. Viene addirittura spedito in un centro per disintossicarsi di tutto il cibo e i drink che ha nel corpo ed è costretto a bere strani intrugli dietetici. E infine, dopo essersi innamorato, pensa addirittura di smettere di fare l’agente segreto. Bond è tutto questo. Un personaggio della letteratura inglese del Dopoguerra. E ne conserva i dolori e le speranze. È figlio dei bombardamenti su Londra e della noia di Fleming, l’uomo che voleva essere James Bond.
Sbagliava il personaggio della Lynch a dire, in No time to die, che 007 è solo un numero. È un pezzo di storia britannica. Un brandello di Union Jack che si ostina a resistere, anche se rovinato dal tempo.
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Franco Prodi (Imagoeconomica)
Oppure quando, per fronteggiare alcune crisi degli anni Settanta, nonché l’abbandono del nucleare, si costruirono alcune centrali a policombustibile che, con semplici modifiche ai bruciatori, avrebbero potuto generare elettricità da questo o quel combustibile (gas naturale, petrolio, carbone), a seconda della convenienza, e poi, arrivò la sinistra e dispose ogni impedimento per l’uso del carbone? Scelte scriteriate che ogni tanto si fanno a casa nostra, direte. D’accordo sullo «scriteriate», un po’ meno su «ogni tanto», ché l’elenco è ben lungo. Ecco un altro esempio fresco di questi giorni: per misteriosi motivi la Regione Puglia sta smantellando un modernissimo sistema di radar che avrebbe giovato al monitoraggio degli eventi meteorologici. Il che è tanto più misterioso, posto che quelli che stanno commettendo il delitto sono gli stessi che piangono perché non si fa abbastanza per contrastare quegli eventi. Quei radar li aveva predisposti il professor Franco Prodi.
Professor Prodi, alla Regione Puglia stanno rottamando alcuni radar di avanzato livello tecnologico che lei stesso aveva voluto. È così?
«Sì, è così. La fisica dell’Atmosfera è centrale nel sistema clima, ma studia anche il meteo e i sistemi di precipitazione. Lo strumento principale della ricerca sperimentale è il radar meteorologico. Era il 2010 quando preparavo un progetto in risposta ad un bando della Regione Puglia su fondi europei. Il progetto si chiamava “Rivona. Rischi per il volo e nowcasting aeroportuale”, e risultò vincitore del bando. Tra il 2012 e il 2014, realizzammo quanto il progetto prometteva: installazione di due radar meteorologici di avanzate caratteristiche, collocati a distanza ottimale dall’aeroporto di Brindisi (a Torchiarolo e a Mesagne), su direzioni a 90 gradi fra loro, multiparametrici, Doppler e sincronizzabili».
Cosa ci facevate con quei radar?
«Per esempio, col radar basato in Torchiarolo studiammo i temporali e i sistemi precipitanti, e presentammo interessanti risultati alle conferenze di radarmeteorologia a Breckenridge (Colorado) e a Norman (Oklahoma)».
Per quanto tempo sono stati utilizzati?
«Non per molto. Per ragioni misteriose, sebbene fino al 2010 io avessi diretto l’Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) del Cnr, decisero di assegnare quelle apparecchiature radar ai ricercatori della sezione di Roma dell’Isac, fino ad allora totalmente estranei al progetto stesso. Purtroppo, questi si rivelarono presto incapaci di gestire quelle strumentazioni - e non posso dargliene una colpa, visto che non l’avevano progettato loro - tanto che dalla data del loro coinvolgimento dal radar di Torchiarolo non uscì più alcuna immagine».
E l’altro radar, quello di Mesagne?
«Sebbene noi lo avessimo consegnato completato, esso non fu mai neanche attivato, per la stessa ragione per la quale l’altro fu messo da parte».
Le conseguenze?
«Anche se il mio gruppo aveva disegnato specificatamente il progetto per la sicurezza dei voli, quei radar e i metodi della radarmeteorologia avrebbero avuto ricadute benefiche importanti in tutti gli altri settori, nella gestione dei rischi meteorologici (alluvioni, temporali distruttivi e grandine), in agricoltura per l’irrigazione, nella gestione dei bacini idroelettrici, nel traffico terrestre, marittimo e ferroviario».
E oggi cosa sta succedendo?
«Un fatto gravissimo. Utilizzando fondi del Pnrr, la Regione Puglia, attraverso la cessione in comodato dell’area di Torchiarolo, sta consentendo l’installazione, da parte della Protezione civile regionale, di un radar di caratteristiche inferiori al radar esistente. Sembrerebbe per restare nei tempi di scadenza (fine giugno) previsti per l’utilizzo di quei fondi Pnrr. In pratica, pur di spendere denaro pubblico disponibile, si sta ignorando che attrezzatura migliore di quella che si vorrebbe installare nuova esiste già».
Ma non avrebbero potuto installare il nuovo radar in altra zona e continuare a beneficiare di quelli più avanzati che esistono già?
«Esatto. Il radar della Protezione civile potrebbe tuttora essere installato in altra località. Una adatta potrebbe essere Grottaglie: la Regione avrebbe tre radar e non commetterebbe il delitto di rottamarne due che sono di grande valore tecnico-scientifico».
Da quel che capisco, chi li ha avuti in carico non sembra sappia usarli. Ma i proprietari dei radar avanzati non hanno battuto ciglio?
«Il proprietario è il Cnr, ma a quanto pare la direzione Isac-Cnr ha preferito subire l’umiliazione. Ed è un’umiliazione alla scienza in generale, cosa cui ormai siamo abituati da quando i decisori politici, soprattutto quelli locali brillano di insipienza. Pensi che hanno venduto la cosa all’opinione pubblica come un miglioramento del progetto che stanno smantellando».
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 giugno 2026. La capogruppo di Fdi in Commissione Covid Alice Buonguerrieri rivela gli ultimi clamorosi sviluppi emersi dalle audizioni.