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2024-04-19
Le sviolinate dem hanno rafforzato Teheran
Federica Mogherini e Hassan Rowhani a Teheran nel 2015 (Ansa)
L’aggressività dell’Iran non minaccia soltanto Israele ma, attraverso i suoi proxy, il regime khomeinista sta destabilizzando l’intero scacchiere mediorientale. Una pericolosità, quella di Teheran, che - come ricordato l’altro ieri su queste colonne da Maurizio Belpietro - è cresciuta innanzitutto a causa dell’appeasement condotto dalle amministrazioni americane di Barack Obama e di Joe Biden. Ma attenzione: la responsabilità è anche della sinistra europea.
Nel 2015, Martin Schulz, alto esponente del Pse e all’epoca presidente dell’Europarlamento, si recò nella Repubblica islamica, per «intensificare il dialogo tra l’Ue e l’Iran». Sempre nel 2015, l’allora Alto rappresentante Ue per la politica estera, Federica Mogherini, fu tra i principali negoziatori del controverso accordo sul nucleare con Teheran (Jcpoa). Anche la Mogherini era in quota Pse e aveva ottenuto il suo incarico europeo su indicazione dell’allora premier Matteo Renzi, di cui era stata ministro degli Esteri.
Non a caso, quando Donald Trump lasciò il Jcpoa nel 2018, il Pse si lamentò. «Il Partito dei socialisti europei si rammarica profondamente della decisione del presidente Trump di ritirare gli Usa dall’accordo sul nucleare con l’Iran», recitava una nota dell’epoca. «Questo impulso a distruggere non ci sta portando da nessuna parte», dichiarò la Mogherini, riferendosi all’allora presidente americano. Prese di distanza da Trump arrivarono anche dall’allora premier italiano, Paolo Gentiloni, e dall’attuale Spitzenkandidat del Pse -appoggiato da Elly Schlein - Nicolas Schmit. Era inoltre il 2020, quando il capodelegazione del Pd all’Europarlamento, Brando Benifei, definì il Jcpoa «il maggior risultato della politica estera europea degli ultimi anni». Ancora nel 2022, la deputata dem, Lia Quartapelle, criticava Trump per aver abbandonato quell’accordo. Appartenente al Pse è anche il successore della Mogherini, Josep Borrell, che, da quando è entrato in carica, ha spesso auspicato un ripristino del Jcpoa: una posizione, la sua, che non sembra mutata dopo il 7 ottobre. Secondo il Tehran Times, a fine marzo, ha infatti avuto una telefonata con il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, auspicando una ripresa dei colloqui sul nucleare.
Al netto della retorica sui diritti umani, ad avere delle responsabilità sono anche alcune figure presenti nella lista «Stati Uniti d’Europa», in campo per le prossime europee. Ci riferiamo, in particolare, a Renzi e a Emma Bonino. Renzi, quando era premier e ancora a capo del Pd, prima espresse «soddisfazione» per il raggiungimento del Jcpoa, poi, nel 2016, si recò a Teheran dove firmò sei accordi economici. Quello stesso anno, approfittando del clima di distensione, l’allora governatrice dem del Friuli-Venezia Giulia, Debora Serracchiani, annunciò tre intese di collaborazione tra la Repubblica islamica e il porto di Trieste. Nel dicembre 2013, Emma Bonino, all’epoca ministro degli Esteri del governo Letta, andò in visita in Iran: fu il primo titolare della Farnesina a farlo nell’arco di ben dieci anni. Appena pochi giorni prima del viaggio della Bonino, Massimo D’Alema si era recato a Teheran, dove aveva incontrato l’allora ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif: quello stesso Zarif che sarebbe diventato uno degli architetti del Jcpoa. Guarda caso, recentemente intervistato su La 7, D’Alema ha detto che, se fosse americano, a novembre voterebbe per Biden, il quale, nonostante qualche sanzione, si è ben guardato dal ripristinare la politica della «massima pressione» su Teheran, attuata dal predecessore.
Certo, la sinistra europea si è sempre trincerata dietro la tesi, secondo cui il Jcpoa sarebbe una questione distinta da quella della violazione dei diritti umani, perpetrata dal regime khomeinista. Peccato però che le cose non stiano così. Ripristinare (o cercare di ripristinare) quel controverso accordo significa rafforzare politicamente, diplomaticamente ed economicamente quello stesso regime che reprime internamente il dissenso, minaccia Israele e destabilizza l’intera regione con i suoi proxy. Criticare gli ayatollah per la violazione dei diritti umani ed essere al contempo favorevoli al Jcpoa, come fa la sinistra europea, è un’eclatante contraddizione. Borrell oggi dice di valutare sanzioni contro Teheran, mentre Gentiloni accusa i khomeinisti di una «escalation senza precedenti». Eppure le loro politiche non hanno mai fatto granché per arginare realmente l’aggressività degli ayatollah.
E non è finita qui. La tesi secondo cui la pericolosità iraniana sarebbe stata alimentata dalla linea dura di Trump è smentita dai fatti. Dal 2021, Biden ha intrapreso un appeasement in piena regola verso Teheran, avviando colloqui indiretti sul nucleare, togliendo gli Huthi dalla lista delle entità terroristiche, sospendendo varie sanzioni e sbloccando asset iraniani precedentemente congelati. Risultato: l’Iran ha rafforzato i legami con Mosca e Pechino, continuando a foraggiare Hamas e gli altri proxy. Inoltre, facendo leva sull’attacco del 7 ottobre, i khomeinisti sono riusciti nell’intento di far deragliare, almeno per ora, il processo di normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita. La politica dei dem americani e della sinistra europea si è, insomma, rivelata un totale fallimento. Tenere fuori il Pse dalla prossima Commissione Ue è fondamentale anche per far sì che Bruxelles cambi finalmente rotta in politica estera. A maggior ragione se Trump dovesse vincere a novembre: esattamente quello che gli ayatollah e D’Alema non vogliono.
Giallo sull’accordo Biden-Netanyahu «Attaccate Rafah, non gli ayatollah»
Secondo alcune indiscrezioni rilanciate da fonti egiziane e del Qatar, gli Stati Uniti avrebbero accettato il piano di Israele di invadere Rafah «a condizione di non lanciare un’offensiva su larga scala contro l’Iran». In realtà è una mezza verità, perché, come scrive Axios, «nelle ultime settimane, diversi gruppi di lavoro di livello inferiore si sono incontrati virtualmente per discutere i piani operativi delle forze di difesa israeliane per Rafah e proposte umanitarie».
Ieri sera i colloqui sono saliti di livello con la presenza del consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca (preoccupata per i civili), Jake Sullivan, il ministro per gli affari strategici di Israele, Ron Dermer, e il consigliere per la sicurezza nazionale, Tzachi Hanegbi.
Ma cosa troveranno le truppe delle Forze di difesa israeliane a Rafah? Secondo il Times of Israel, sono rimasti quattro battaglioni dell’organizzazione terroristica (1.500-2.000 uomini) e oltre 1 milione di civili, molti dei quali si sono rifugiati lì a causa dei combattimenti nella Striscia. Rafah è anche l’ultimo nascondiglio dei leader di Hamas, Yaya Sinwar e Mohammed Deif, che si fanno scudo degli ostaggi israeliani ancora in vita e che sperano ancora di riuscire a fuggire in Egitto, per poi raggiungere l’Algeria, la Tunisia oppure la Turchia. Quanti sono gli ostaggi ancora vivi? Funzionari statunitensi e israeliani hanno chiarito a Nbc News che «potrebbero essere vivi molti meno ostaggi di quanto sia pubblicamente noto»; mentre un parente di uno di loro, che ha parlato sotto anonimato, ha detto che i funzionari della sicurezza israeliani hanno mostrato agli americani che sanno dove si trovano molti degli ostaggi, ma che questi sono tenuti in movimento.
In vista della possibile operazione a Rafah, Hamas ora prova a giocarsi di nuovo la carta delle trattative; secondo quanto riporta l’emittente israeliana Kan, l’alto funzionario Mousa Abu Marzouk ha affermato che «Hamas non si è ritirata dai colloqui indiretti con Israele e non si è ancora raggiunta una situazione di stallo».
Secondo l’emittente americana Abc, Israele non attaccherà l’Iran prima della Pasqua ebraica, che quest’anno inizierà la sera del 22 aprile e terminerà il 30 aprile, però «tutto potrebbe cambiare in base all’evoluzione della situazione sul terreno». Gli iraniani, che temono comunque una reazione israeliana, continuano a minacciare e ieri è toccato al comandante dell’aeronautica militare del Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica (Irgc), Amir Ali Hazijadeh, che all’agenzia Tasmin News ha affermato: «Abbiamo colpito i sionisti con vecchie armi dalla potenza minima. Non abbiamo utilizzato nemmeno i missili balistici Khorramshahr-4, Sejil, Haj Qasem , Kheibar Shekan e il missile ipersonico 2 (presumibilmente Fattah, ndr)». Minacce anche da parte di Hahmad Haghtalab, comandante dei pasdaran: «Se Israele attacca i nostri siti nucleari, certamente risponderemo. I siti nucleari israeliani sono stati identificati, se necessario potremmo rivedere la nostra dottrina nucleare».
Mentre scriviamo decine di terroristi sono stati eliminati e oltre 100 infrastrutture terroristiche sono state decimate nel centro della Striscia di Gaza. Infine, dopo quelle americane, per l’Iran sono in arrivo nuove sanzioni da parte dell’Unione europea, «in particolare in relazione ai veicoli aerei senza pilota e ai missili» e della Gran Bretagna, che ha annunciato «una nuova serie di sanzioni contro figure chiave del regime iraniano».
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Se l’Iran è in grado di destabilizzare il Medio Oriente è anche grazie agli assist della sinistra europea e Usa. Dalla Mogherini a Borrell, passando per Renzi e D’Alema: così la trattativa verso un’intesa sul nucleare ha nutrito le ambizioni dei pasdaran.Axios smentisce il «baratto» tra Biden e Netanyahu su Rafah e Iran. Il regime minaccia: «Raid sui siti nucleari? Reagiremo».Lo speciale contiene due articoli.L’aggressività dell’Iran non minaccia soltanto Israele ma, attraverso i suoi proxy, il regime khomeinista sta destabilizzando l’intero scacchiere mediorientale. Una pericolosità, quella di Teheran, che - come ricordato l’altro ieri su queste colonne da Maurizio Belpietro - è cresciuta innanzitutto a causa dell’appeasement condotto dalle amministrazioni americane di Barack Obama e di Joe Biden. Ma attenzione: la responsabilità è anche della sinistra europea.Nel 2015, Martin Schulz, alto esponente del Pse e all’epoca presidente dell’Europarlamento, si recò nella Repubblica islamica, per «intensificare il dialogo tra l’Ue e l’Iran». Sempre nel 2015, l’allora Alto rappresentante Ue per la politica estera, Federica Mogherini, fu tra i principali negoziatori del controverso accordo sul nucleare con Teheran (Jcpoa). Anche la Mogherini era in quota Pse e aveva ottenuto il suo incarico europeo su indicazione dell’allora premier Matteo Renzi, di cui era stata ministro degli Esteri.Non a caso, quando Donald Trump lasciò il Jcpoa nel 2018, il Pse si lamentò. «Il Partito dei socialisti europei si rammarica profondamente della decisione del presidente Trump di ritirare gli Usa dall’accordo sul nucleare con l’Iran», recitava una nota dell’epoca. «Questo impulso a distruggere non ci sta portando da nessuna parte», dichiarò la Mogherini, riferendosi all’allora presidente americano. Prese di distanza da Trump arrivarono anche dall’allora premier italiano, Paolo Gentiloni, e dall’attuale Spitzenkandidat del Pse -appoggiato da Elly Schlein - Nicolas Schmit. Era inoltre il 2020, quando il capodelegazione del Pd all’Europarlamento, Brando Benifei, definì il Jcpoa «il maggior risultato della politica estera europea degli ultimi anni». Ancora nel 2022, la deputata dem, Lia Quartapelle, criticava Trump per aver abbandonato quell’accordo. Appartenente al Pse è anche il successore della Mogherini, Josep Borrell, che, da quando è entrato in carica, ha spesso auspicato un ripristino del Jcpoa: una posizione, la sua, che non sembra mutata dopo il 7 ottobre. Secondo il Tehran Times, a fine marzo, ha infatti avuto una telefonata con il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, auspicando una ripresa dei colloqui sul nucleare.Al netto della retorica sui diritti umani, ad avere delle responsabilità sono anche alcune figure presenti nella lista «Stati Uniti d’Europa», in campo per le prossime europee. Ci riferiamo, in particolare, a Renzi e a Emma Bonino. Renzi, quando era premier e ancora a capo del Pd, prima espresse «soddisfazione» per il raggiungimento del Jcpoa, poi, nel 2016, si recò a Teheran dove firmò sei accordi economici. Quello stesso anno, approfittando del clima di distensione, l’allora governatrice dem del Friuli-Venezia Giulia, Debora Serracchiani, annunciò tre intese di collaborazione tra la Repubblica islamica e il porto di Trieste. Nel dicembre 2013, Emma Bonino, all’epoca ministro degli Esteri del governo Letta, andò in visita in Iran: fu il primo titolare della Farnesina a farlo nell’arco di ben dieci anni. Appena pochi giorni prima del viaggio della Bonino, Massimo D’Alema si era recato a Teheran, dove aveva incontrato l’allora ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif: quello stesso Zarif che sarebbe diventato uno degli architetti del Jcpoa. Guarda caso, recentemente intervistato su La 7, D’Alema ha detto che, se fosse americano, a novembre voterebbe per Biden, il quale, nonostante qualche sanzione, si è ben guardato dal ripristinare la politica della «massima pressione» su Teheran, attuata dal predecessore.Certo, la sinistra europea si è sempre trincerata dietro la tesi, secondo cui il Jcpoa sarebbe una questione distinta da quella della violazione dei diritti umani, perpetrata dal regime khomeinista. Peccato però che le cose non stiano così. Ripristinare (o cercare di ripristinare) quel controverso accordo significa rafforzare politicamente, diplomaticamente ed economicamente quello stesso regime che reprime internamente il dissenso, minaccia Israele e destabilizza l’intera regione con i suoi proxy. Criticare gli ayatollah per la violazione dei diritti umani ed essere al contempo favorevoli al Jcpoa, come fa la sinistra europea, è un’eclatante contraddizione. Borrell oggi dice di valutare sanzioni contro Teheran, mentre Gentiloni accusa i khomeinisti di una «escalation senza precedenti». Eppure le loro politiche non hanno mai fatto granché per arginare realmente l’aggressività degli ayatollah.E non è finita qui. La tesi secondo cui la pericolosità iraniana sarebbe stata alimentata dalla linea dura di Trump è smentita dai fatti. Dal 2021, Biden ha intrapreso un appeasement in piena regola verso Teheran, avviando colloqui indiretti sul nucleare, togliendo gli Huthi dalla lista delle entità terroristiche, sospendendo varie sanzioni e sbloccando asset iraniani precedentemente congelati. Risultato: l’Iran ha rafforzato i legami con Mosca e Pechino, continuando a foraggiare Hamas e gli altri proxy. Inoltre, facendo leva sull’attacco del 7 ottobre, i khomeinisti sono riusciti nell’intento di far deragliare, almeno per ora, il processo di normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita. La politica dei dem americani e della sinistra europea si è, insomma, rivelata un totale fallimento. Tenere fuori il Pse dalla prossima Commissione Ue è fondamentale anche per far sì che Bruxelles cambi finalmente rotta in politica estera. 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In realtà è una mezza verità, perché, come scrive Axios, «nelle ultime settimane, diversi gruppi di lavoro di livello inferiore si sono incontrati virtualmente per discutere i piani operativi delle forze di difesa israeliane per Rafah e proposte umanitarie». Ieri sera i colloqui sono saliti di livello con la presenza del consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca (preoccupata per i civili), Jake Sullivan, il ministro per gli affari strategici di Israele, Ron Dermer, e il consigliere per la sicurezza nazionale, Tzachi Hanegbi. Ma cosa troveranno le truppe delle Forze di difesa israeliane a Rafah? Secondo il Times of Israel, sono rimasti quattro battaglioni dell’organizzazione terroristica (1.500-2.000 uomini) e oltre 1 milione di civili, molti dei quali si sono rifugiati lì a causa dei combattimenti nella Striscia. Rafah è anche l’ultimo nascondiglio dei leader di Hamas, Yaya Sinwar e Mohammed Deif, che si fanno scudo degli ostaggi israeliani ancora in vita e che sperano ancora di riuscire a fuggire in Egitto, per poi raggiungere l’Algeria, la Tunisia oppure la Turchia. Quanti sono gli ostaggi ancora vivi? Funzionari statunitensi e israeliani hanno chiarito a Nbc News che «potrebbero essere vivi molti meno ostaggi di quanto sia pubblicamente noto»; mentre un parente di uno di loro, che ha parlato sotto anonimato, ha detto che i funzionari della sicurezza israeliani hanno mostrato agli americani che sanno dove si trovano molti degli ostaggi, ma che questi sono tenuti in movimento. In vista della possibile operazione a Rafah, Hamas ora prova a giocarsi di nuovo la carta delle trattative; secondo quanto riporta l’emittente israeliana Kan, l’alto funzionario Mousa Abu Marzouk ha affermato che «Hamas non si è ritirata dai colloqui indiretti con Israele e non si è ancora raggiunta una situazione di stallo». Secondo l’emittente americana Abc, Israele non attaccherà l’Iran prima della Pasqua ebraica, che quest’anno inizierà la sera del 22 aprile e terminerà il 30 aprile, però «tutto potrebbe cambiare in base all’evoluzione della situazione sul terreno». Gli iraniani, che temono comunque una reazione israeliana, continuano a minacciare e ieri è toccato al comandante dell’aeronautica militare del Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica (Irgc), Amir Ali Hazijadeh, che all’agenzia Tasmin News ha affermato: «Abbiamo colpito i sionisti con vecchie armi dalla potenza minima. Non abbiamo utilizzato nemmeno i missili balistici Khorramshahr-4, Sejil, Haj Qasem , Kheibar Shekan e il missile ipersonico 2 (presumibilmente Fattah, ndr)». Minacce anche da parte di Hahmad Haghtalab, comandante dei pasdaran: «Se Israele attacca i nostri siti nucleari, certamente risponderemo. I siti nucleari israeliani sono stati identificati, se necessario potremmo rivedere la nostra dottrina nucleare». Mentre scriviamo decine di terroristi sono stati eliminati e oltre 100 infrastrutture terroristiche sono state decimate nel centro della Striscia di Gaza. Infine, dopo quelle americane, per l’Iran sono in arrivo nuove sanzioni da parte dell’Unione europea, «in particolare in relazione ai veicoli aerei senza pilota e ai missili» e della Gran Bretagna, che ha annunciato «una nuova serie di sanzioni contro figure chiave del regime iraniano».
L'abbordaggio di una nave della Flotilla da parte dell'Idf (Ansa)
Che quella della Global Sumud Flotilla sia una missione politica e non umanitaria è ormai certezza. Lo dicono gli stessi attivisti, lo dimostrano i cortei pro Pal a sostegno delle imbarcazioni con le foto del presidente del Consiglio Giorgia Meloni a testa in giù o persino imbrattate o bruciate. E infine lo si evince dai fiumi di comunicati battuti dalle opposizioni nelle ultime ore dopo il fermo delle navi da parte dell’Idf, l’esercito israeliano. «Stiamo seguendo la vicenda da questa notte con la nostra ambasciata a Tel Aviv, con il nostro consolato, con l’ambasciata italiana a Cipro. Abbiamo già mandato i nostri messaggi. Chiediamo e abbiamo chiesto che venissero comunque tutelati i nostri concittadini, liberati il prima possibile così come è accaduto per l’episodio di qualche settimana fa» ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dimostrando di intervenire prontamente anche in questa ennesima occasione. E poi severo, non ha mancato di commentare l’azione di Israele: «Abbiamo mandato un messaggio chiaro a Israele: devono fare in modo di rispettare le regole e il diritto internazionale». Già al mattino il vicepremier aveva chiesto all’Unità di crisi, alle ambasciate d’Italia a Tel Aviv, Ankara e Nicosia di effettuare tutti i passi necessari «per tutelare l’incolumità degli italiani e assisterli in caso di sbarco». Dodici le persone fermate dei 35 connazionali imbarcati e come sempre accaduto, lo Stato si è messo in moto per tutelarli. Insomma tanto lavoro per una missione che mette in pericolo la sicurezza di molte persone con il solo fine di innescare un moto di proteste da parte delle opposizioni contro il governo italiano.
Così anche questa volta: il copione è già scritto. A cominciare dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein. «Il nuovo attacco contro la Flotilla rappresenta l’ennesimo atto di pirateria in acque internazionali del governo israeliano. Il governo italiano e l’Unione europea devono lavorare con ogni canale per la liberazione immediata di tutti gli attivisti sequestrati, che non devono essere portati in Israele. E devono lavorare anche per sbloccare tutti gli aiuti umanitari necessari ai palestinesi, che non stanno arrivando. Ma ricordiamolo ancora una volta: non bastano le parole, se non arriveranno sanzioni vere, il governo israeliano continuerà a violare il diritto internazionale con un inaccettabile senso di impunità». Il più scatenato è Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi Sinistra, che parla persino di «atto di terrorismo internazionale». Parole che per chi il terrorismo lo conosce davvero, come il popolo ebraico, risultano rivoltanti. «Israele abbordando la flottiglia conferma il suo disprezzo nei confronti del diritto internazionale» ha proseguito Fratoianni, «non basta una blanda condanna, serve che il governo italiano si attivi subito per garantire l’incolumità degli equipaggi».
Non mancano tre le decine di comunicati, anche quelle del Movimento 5 stelle che ha uno dei suoi esponenti a bordo, il parlamentare Dario Carotenuto. «Il governo italiano, mostrando ancora una volta mancanza totale di dignità e coraggio, non condanna l’ennesimo atto illegale di pirateria condotto da Israele» denunciano i deputati e i senatori del M5s. «Tajani si è limitato a chiedere garanzie sull’incolumità dei nostri concittadini, tacendo su tutto il resto e quindi implicitamente approvando l’azione criminale di Israele». E poi immancabile il commento dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, oggi parlamentare del Pd che però se la prende con l’Unione europea: «L’Ue tace, quindi acconsente. Non è accettabile che il governo israeliano goda di totale impunità qualsiasi cosa faccia contro chiunque la faccia e ovunque la faccia. Netanyahu e il suo governo vanno fermati con tutti i mezzi economici, diplomatici e politici».
E mentre si levavano le proteste delle opposizioni che invocano il rispetto del diritto internazionale, a Milano durante il corteo a sostegno della Flotilla, sfilavano cartelli con la bandiera di Israele, il simbolo della Nato e le immagini di Giorgia Meloni e del ministro della Difesa Guido Crosetto imbrattati con vernice rossa. Dal palco gli organizzatori hanno detto: «Contro le barbarie, contro questo impero, la resistenza è l’unica cosa che ci può salvare. Resistenza è Palestina, è Libano, è Iran».
Il corteo era organizzato per lo sciopero generale indetto della Usb in solidarietà alla Flotilla. «Sciopero generale. Nemmeno un chiodo per il genocidio. Insorgiamo, resistiamo, blocchiamo tutto. Rompere ogni rapporto con il sionismo» si leggeva su uno striscione mentre si scandivano slogan contro Meloni, il governo italiano e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Per quello che è successo a Modena, per le novità emerse, invece, piazze vuote e zero comunicati dalle opposizioni. Le missioni dei fricchettoni pro Pal sembrano essere l’unica priorità di questa sinistra.
Nel blitz di Israele fermati 12 nostri connazionali
Ieri le forze speciali israeliane hanno fermato e preso il controllo di parte della Global Sumud Flotilla, il convoglio navale partito dalla Turchia con l’obiettivo dichiarato di raggiungere la Striscia di Gaza. L’operazione è avvenuta al largo di Cipro e ha coinvolto decine di imbarcazioni con a bordo centinaia di attivisti filopalestinesi. A quanto si apprende, sono 12 gli italiani intercettati nell’operazione dell’Idf contro la Flotilla, sui 35 connazionali presenti su 21 imbarcazioni. Secondo quanto mostrato dalle dirette streaming diffuse dagli organizzatori, i militari dell’Idf sono saliti a bordo delle navi in assetto tattico mentre gli attivisti, indossando giubbotti di salvataggio, alzavano le mani in segno di resa. Dettaglio non secondario è il fatto che in molti casi si tratta di persone che si sono imbarcate per la seconda o terza volta. Insomma, si tratta di professionisti ormai rodati.
Israele ha scelto di bloccare la flottiglia lontano dalle coste di Gaza, replicando uno schema già adottato in passato contro convogli diretti verso l’enclave palestinese. Gli attivisti fermati sono stati trasferiti su una nave utilizzata come centro di detenzione temporaneo in mare, in attesa del successivo trasferimento nel porto israeliano di Ashdod. Alcune imbarcazioni, però, continuavano ancora a trasmettere immagini in diretta mentre l’operazione era in corso. Nei filmati pubblicati online si vedono diversi attivisti gettare i telefoni cellulari in acqua poco prima dell’abbordaggio da parte delle unità israeliane armate. Alla missione avrebbero preso parte circa 50 barche e almeno 500 persone provenienti da diversi Paesi, Italia compresa. L’agenzia di stampa statale turca ha riferito che i responsabili della spedizione avevano perso i contatti con almeno 23 imbarcazioni dopo l’intervento della marina israeliana. Secondo fonti della sicurezza di Gerusalemme, l’obiettivo iniziale non era sequestrare l’intera flottiglia, ma concentrarsi sulle circa venti navi considerate principali, nella convinzione che le altre avrebbero invertito la rotta una volta compreso che l’operazione israeliana era in corso. Alcune delle imbarcazioni sono riuscite a evitare l’intercettazione israeliana e si stanno dirigendo verso l’Egitto. La decisione, presa dagli organizzatori della Global Sumud Flotilla, sarebbe servita a consentire alle barche ancora operative di riorganizzarsi prima delle prossime iniziative. Tra le navi dirette verso le coste egiziane c’è anche quella su cui si trova il deputato del Movimento 5 stelle Dario Carotenuto, unico esponente politico italiano presente nella spedizione.
Una portavoce della flottiglia, intervistata dall’emittente qatariota Al-Araby, ha confermato di aver perso i collegamenti con gran parte delle imbarcazioni fermate. «Ci aspettavamo che Israele intervenisse per impedire alla flottiglia di raggiungere Gaza», ha dichiarato, accusando lo Stato ebraico di «violazione del diritto marittimo internazionale» e di «pirateria contro navi civili». Prima dell’operazione, il ministero degli Esteri israeliano aveva definito la flottiglia una «provocazione politica» più che una reale missione umanitaria, sostenendo che il convoglio avesse l’obiettivo di favorire Hamas sul piano mediatico e politico. Nel comunicato venivano citati anche i gruppi turchi Mavi Marmara e Ihh, quest’ultimo considerato da Israele un’organizzazione terroristica. Tel Aviv ha ribadito che non consentirà violazioni del blocco navale su Gaza e aveva avvertito del rischio di possibili tensioni durante gli abbordaggi. Israele aveva inoltre tentato, senza successo, di fermare la missione attraverso pressioni diplomatiche sulla Turchia. Nelle settimane precedenti la marina israeliana aveva già bloccato un’altra flottiglia vicino a Creta e, secondo fonti della sicurezza, questa volta i partecipanti fermati potrebbero restare detenuti più a lungo.
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«La navigazione entro i confini dello Stretto di Hormuz, precedentemente stabiliti dalle Forze armate e dalle autorità della Repubblica islamica dell’Iran, è subordinata al pieno coordinamento con tali entità e il passaggio senza autorizzazione sarà considerato illegale», ha dichiarato il nuovo ente. Non solo. I pasdaran hanno anche minacciato di far pagare l’uso dei cavi sottomarini che attraversano lo Stretto. Dall’altra parte, Centcom ha fatto sapere che sono finora 84 le navi «reindirizzate» a causa del blocco statunitense imposto ai porti iraniani.
In serata è arrivato un ulteriore sviluppo: Donald Trump ha sospeso l’attacco contro l’Iran previsto per il 19 maggio, una decisione maturata su richiesta degli alleati del Golfo e alla luce dei contatti diplomatici in corso. Secondo indiscrezioni rilanciate da Al Arabiya, Teheran avrebbe avanzato una proposta che include una tregua articolata in più fasi, una riapertura graduale dello Stretto di Hormuz e la disponibilità a un lungo congelamento del programma nucleare, eventualmente con trasferimento delle attività in Russia. Il presidente americano, tuttavia, ha ribadito la linea dura: «Non sono aperto a concessioni, l’Iran sa cosa accadrà a breve».
Nel frattempo, il processo diplomatico tra Washington e Teheran continua a navigare nell’incertezza. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha reso noto che la Repubblica islamica ha risposto a una nuova proposta di pace statunitense tramite la mediazione di Islamabad. «Come annunciato, le nostre preoccupazioni sono state comunicate alla parte americana», ha dichiarato. Secondo l’agenzia di stampa iraniana (e vicina ai pasdaran) Tasnim, l’ultima proposta di Teheran risulterebbe articolata in 14 punti. In particolare la testata, citando una fonte, ha riportato che il piano iraniano si concentrerebbe sui «negoziati per porre fine alla guerra e sulle misure di rafforzamento della fiducia da parte americana».
Sempre Tasnim ha riferito che Washington avrebbe acconsentito a congelare le sanzioni contro Teheran durante il processo negoziale. Una fonte iraniana ha anche rivelato che gli Stati Uniti avrebbero aperto alla possibilità che la Repubblica islamica possa mantenere una limitata attività nucleare a scopo pacifico, purché posta sotto la supervisione dell’Aiea. Dall’altra parte, secondo Al Arabiya, la proposta in 14 punti prevedrebbe una riapertura graduale di Hormuz, oltre a vedere l’Iran disposto a congelare per un lungo periodo il proprio programma atomico. Tuttavia, secondo Axios, Washington riterrebbe la nuova posizione iraniana «insufficiente per raggiungere un accordo». In particolare, la Casa Bianca lamenterebbe scarsi progressi sulla spinosa questione dell’uranio arricchito. «È ora che gli iraniani facciano un po' di promesse. Abbiamo bisogno di un dialogo reale, concreto e dettagliato sul programma nucleare. Se ciò non accadrà, saremo costretti a dialogare attraverso le bombe, il che sarà un vero peccato», ha affermato un funzionario americano alla testata.
Non a caso, oggi - mentre il Pakistan, la Turchia e il Qatar spingevano a favore della diplomazia - due funzionari mediorientali hanno detto al New York Times che gli Usa e Israele si starebbero preparando all’eventualità di riprendere, in settimana, gli attacchi militari contro il regime khomeinista. In tal senso, Axios aveva riferito che, domani, Donald Trump avrebbe tenuto una riunione di sicurezza nella situation room per discutere della possibilità di lanciare nuove azioni belliche contro la Repubblica islamica. Nel frattempo, un crescente numero di aerei cargo statunitensi si sta spostando dalla Germania verso il Medio Oriente. «Al momento non sono aperto a nulla», ha detto il presidente americano, stasera, al New York Post. «Vogliono concludere un accordo più che mai, perché sanno cosa succederà presto», ha aggiunto, riferendosi agli iraniani. Trump deve d’altronde gestire spinte contrastanti. Se Israele, Emirati, Bahrein e il capo del Pentagono Pete Hegseth auspicano il ritorno alla linea dura, il vicepresidente statunitense, JD Vance, appare maggiormente incline a mantenere in piedi il processo diplomatico. Il presidente americano non può ritirarsi con Hormuz ancora chiuso, ma, dall’altra parte, ha urgenza di contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia. In questo quadro, ieri, il Dipartimento del Tesoro di Washington ha prorogato la deroga alle sanzioni imposte al petrolio russo trasportato via mare.
Al contempo, anche il regime khomeinista continua a essere internamente spaccato tra un’ala dura, che fa capo ai pasdaran, e una dialogante, gravitante attorno al presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. «Dobbiamo anche affrontare la realtà: non è vero che non abbiamo subito danni», ha dichiarato lo stesso Pezeshkian, per poi aggiungere: «Informazioni fuorvianti, messaggi falsi o la rappresentazione di una realtà in cui “loro stanno crollando mentre noi prosperiamo” sono inaccettabili. La verità è che sia noi che gli altri ci troviamo ad affrontare delle sfide». Si è trattato di una stoccata, neanche troppo implicita, ai Guardiani della rivoluzione. E proprio vicino ai pasdaran è storicamente l’attuale Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei. Ebbene, oggi, un funzionario di Teheran ha escluso che quest’ultimo sia rimasto gravemente ferito durante il bombardamento che ha ucciso suo padre. «Le ferite non erano tali da sfigurare il volto della Guida Suprema, né da renderlo invalido o da richiedere l’amputazione di un arto», ha dichiarato. Insomma, la situazione complessiva resta intricata: in bilico tra diplomazia e ripresa dei combattimenti.
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(IStock)
Ciò che vediamo nello scaffale del supermercato è arrivato da poco in Italia e comunque non è l’intera pianta, ma un estratto. Conosciamo la stevia per gradi. La stevia porta il nome botanico di Stevia rebaudiana ed è una pianta angiosperma (sono le piante con fiore vero e con seme protetto da un frutto), dicoletidone (sono le piante il cui seme ha due foglie embrionali o cotiledoni), erbacea (sono i vegetali con fusto tenero, verde e flessibile, privo di parti legnose o corteccia), perenne (è perenne la pianta che vive oltre due anni, diversamente dall’annuale che ne vive uno e la biennale che ne vive due). Appartiene alla famiglia delle Asteracee ed è originaria dell’area montuosa sita tra Brasile e Paraguay.
Abbiamo detto che il dolcificante stevia appare in Italia a un certo punto, ma esisteva già da un pezzo come pianta e infatti le sue proprietà dolcificanti erano già note agli abitanti del suo territorio originario. La stevia rebaudiana, infatti, è stata sempre usata dal popolo Guaraní, gruppo indigeno sudamericano che da millenni vive tra Brasile, Paraguay, Argentina e Bolivia. Con la stevia rebudiana che essi chiamano kaʼa heʼe che significa erba dolce, addolciscono il mate, usandone le foglie come dolcificante naturale, e poi la usano anche come medicina naturale, per le sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti. Noi non siamo Guaraní e ci interessa solo per l’aspetto dolcificante.
In Europa, la pianta è conosciuta da un secolo e mezzo soltanto. Fu il botanico svizzero Mosè Giacomo Bertoni che la descrisse, alla fine dell’Ottocento, come pianta del Paraguay caratterizzata da un sapore dolce, delle foglie soprattutto.
Bertoni gli attribuì - in linea con le conoscenze empiriche dei Guaraní - anche effetti digestivo, ipotensivo, energizzante, ipoglicemizzante, regolatore dell’omeostasi glucidica, digestivo, riequilibratore di cute e mucose e del cavo orale.
Dopo un cinquantennio, negli anni Trenta del secolo successivo, i chimici M. Bridel e R. Lavielle riuscirono ad isolare in laboratorio i responsabili del potere dolcificante della stevia: i due glicosidi stevioside e rebaudioside, che sono la ragione del sapore dolce delle foglie. Sono dolci solo le foglie? No. Anche lo stelo è dolce, ma la concentrazione maggiore dei due glicosidi è nelle foglie. Il contenuto totale di glicosidi steviolici può superare il 10% del peso della massa secca (cioè delle foglie essiccate e tritate). Lo stevioside è il 2-10% della foglia, il rebaudioside A è il 2-4%, poi ci sono anche i rebaudiosidi C, D, E, dulcoside A e steviolbioside. Sintetizzando, i glicosidi sono una parte importante del peso secco della foglia, il 10% circa. Il contenuto di glicosidi è al massimo nelle foglie poco prima della fioritura della pianta e si capisce perché i Guaraní chiamino la pianta «erba dolce». Pensate che le foglie, essiccate o fresche, sono da 30 a 40 volte più dolci dello zucchero comune, mentre l’estratto concentrato può esserlo tra 100 e 400 volte (secondo alcuni studi lo stevioside è tra 110 e 270 volte più dolce del saccarosio, il rebaudioside A da 150 a 320 volte, il rebaudioside C da 40 a 60 volte). Inoltre, i glicosidi steviolici estratti dalle foglie sono considerati stabili al calore, rendendo la stevia adatta all’uso in cottura e nelle bevande calde (l’aspartame, per esempio, subisce degradazione). La stevia, infine, presenta zero calorie, ben diversamente dallo zucchero, e non ha alcun impatto sulla glicemia, non la alza. Per questi numeri e per le prestazioni, si capisce come la stevia sia considerata un dolcificante naturale superiore a quelli di sintesi poiché naturale e al contempo pari allo zucchero - naturale anch’esso - per la dolcificazione, ma, ancora, superiore allo zucchero per l’apporto calorico pari a zero.
Tornando alla storia del suo arrivo nei supermercati, quando il mondo scopre le proprietà della stevia, inizia a volerla. È nel 1960 che inizia la sua coltivazione a scopo commerciale, poi si diffonde in Giappone, nel sud-est dell’Asia e negli Stati Uniti. La pianta ama il clima caldo umido e soleggiato, infatti attecchisce anche in climi appena tropicali nelle zone collinari del Nepal o dell’India (regione dell’Assam). E siccome non sopravvive al gelo in inverno, in Europa è solitamente coltivata in serra. Si usa anche la pacciamatura, che protegge la base della pianta che poi, arrivata la primavera, rivegeterà. La stevia si può coltivare anche in vaso e nel caso, dopo averla riparata in casa se siete in un punto freddo, rimettetela fuori all’arrivo della primavera.
Pare che gli steviosidi servano a proteggere le parti aeree della pianta dai predatori e sono stati condotti studi che hanno evidenziato sostanze antifungine e antimicrobiche, ciò che i Guaraní sapevano e che rende le parti aeree della stevia anche possibili sostitutivi degli antibiotici negli allevamenti di polli.
L’arrivo della stevia nei supermercati ha visto varie tappe. All’inizio, in Europa e negli Stati Uniti l’uso della stevia nei prodotti alimentari è stato limitato, perché ad alte dosi alcuni componenti come lo stevioside erano stati giudicati genotossici. Poi, la Fda americana (Food and Drug Administration) ne permise l’uso solo come integratore dietetico, ma non come ingrediente o additivo alimentare. Poi, dopo la domanda di Cargill e di Whole Earth Sweetener Company Llc, nel 2008 è stato approvato il rebaudioside come food additive e poco dopo, nel 2010, l’Europa ha approvato anch’essa l’uso della stevia come food additive, come già era in Svizzera e in tutti i Paesi latinoamericani. Quindi ora, nei nostri famosi supermercati, possiamo trovare la stevia (in forma di estratto) per dolcificare e prodotti dolci dolcificati con stevia. Sulla base delle dichiarazioni dell’Oms, il consumo di glicosidi steviolici considerato sicuro per l’uomo è di 4 mg per kg di peso corporeo al giorno. Si chiama Dga e ci ricorda - e impone - di non esagerare con l’assunzione. I glicosidi steviolici sono indicati nelle etichette con la sigla E960.
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La filiale italiana del gruppo del controllo dei fluidi sale da 8 a 29 milioni di fatturato tra il 2020 e il 2025. Da Milano arriva il nuovo indicatore KRP25 e un cambio di approccio: meno standardizzazione, più soluzioni personalizzate per i clienti industriali globali.
Un marchio storico dell’industria europea che negli ultimi anni ha trovato in Italia uno dei suoi principali motori di crescita. Klinger, gruppo internazionale attivo nel controllo dei fluidi industriali, rafforza la propria presenza nel nostro Paese e rilancia la strategia globale puntando su innovazione e soluzioni personalizzate.
Fondata a Vienna nel 1886 da Richard Klinger, l’azienda ha costruito la propria reputazione a partire da un’invenzione destinata a segnare la storia dell’industria: l’indicatore di livello per liquidi, brevettato oltre 140 anni fa dalla famiglia Klinger. Da allora il gruppo è cresciuto fino a diventare una realtà globale da 686 milioni di euro di fatturato, 2.900 dipendenti e una presenza in 80 Paesi, con un posizionamento consolidato nei settori delle valvole, degli indicatori di livello e delle guarnizioni industriali.
Accanto alla dimensione internazionale, negli ultimi anni si è rafforzato in modo significativo il ruolo della filiale italiana. Klinger Italy, con sede nell’area milanese, ha infatti registrato una crescita rilevante: dai circa 8 milioni di euro di fatturato nel 2020 è passata a 29 milioni nel 2025, con una redditività a doppia cifra e una struttura finanziaria solida. Un percorso sostenuto da crescita organica, acquisizioni mirate e investimenti su competenze tecniche e capacità produttiva.
È proprio dall’Italia che arriva ora una delle principali novità strategiche del gruppo. Un progetto sviluppato interamente nel nostro Paese introduce un cambio di approccio industriale: non più solo prodotti standardizzati, ma soluzioni progettate su misura per specifici segmenti di mercato.
Tra queste, il KRP25, nuovo indicatore di livello pensato per i costruttori di caldaie industriali, rappresenta il primo esempio concreto di questa evoluzione verso applicazioni dedicate. Una soluzione che punta a rafforzare il posizionamento del gruppo ampliandone il portafoglio prodotti.
L'amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro
Secondo l’amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro, la direzione è chiara: «Partiamo dalle esigenze concrete dei clienti per sviluppare soluzioni più semplici, efficienti e competitive. È un approccio che rafforza il nostro posizionamento come partner tecnologico a livello internazionale».
L’obiettivo dichiarato è quello di migliorare efficienza operativa e sicurezza, semplificando i processi produttivi e riducendo i costi lungo la filiera, in un contesto industriale sempre più competitivo e orientato all’ottimizzazione.
La strategia italiana si inserisce in un disegno più ampio del gruppo, che punta allo sviluppo di tecnologie dedicate per comparti industriali complessi come energia, chimica e farmaceutico, rafforzando la propria presenza nei mercati globali.
In questo quadro, l’Italia assume un ruolo sempre più centrale non solo come base produttiva, ma anche come polo di sviluppo e innovazione. Un’evoluzione che si riflette in ricadute attese su export, occupazione qualificata e trasferimento tecnologico.
A oltre un secolo e mezzo dalla sua fondazione, Klinger prova così a rilanciare la propria crescita globale partendo proprio dal Made in Italy, sempre più al centro della strategia industriale del gruppo.
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