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2024-04-19
Le sviolinate dem hanno rafforzato Teheran
Federica Mogherini e Hassan Rowhani a Teheran nel 2015 (Ansa)
L’aggressività dell’Iran non minaccia soltanto Israele ma, attraverso i suoi proxy, il regime khomeinista sta destabilizzando l’intero scacchiere mediorientale. Una pericolosità, quella di Teheran, che - come ricordato l’altro ieri su queste colonne da Maurizio Belpietro - è cresciuta innanzitutto a causa dell’appeasement condotto dalle amministrazioni americane di Barack Obama e di Joe Biden. Ma attenzione: la responsabilità è anche della sinistra europea.
Nel 2015, Martin Schulz, alto esponente del Pse e all’epoca presidente dell’Europarlamento, si recò nella Repubblica islamica, per «intensificare il dialogo tra l’Ue e l’Iran». Sempre nel 2015, l’allora Alto rappresentante Ue per la politica estera, Federica Mogherini, fu tra i principali negoziatori del controverso accordo sul nucleare con Teheran (Jcpoa). Anche la Mogherini era in quota Pse e aveva ottenuto il suo incarico europeo su indicazione dell’allora premier Matteo Renzi, di cui era stata ministro degli Esteri.
Non a caso, quando Donald Trump lasciò il Jcpoa nel 2018, il Pse si lamentò. «Il Partito dei socialisti europei si rammarica profondamente della decisione del presidente Trump di ritirare gli Usa dall’accordo sul nucleare con l’Iran», recitava una nota dell’epoca. «Questo impulso a distruggere non ci sta portando da nessuna parte», dichiarò la Mogherini, riferendosi all’allora presidente americano. Prese di distanza da Trump arrivarono anche dall’allora premier italiano, Paolo Gentiloni, e dall’attuale Spitzenkandidat del Pse -appoggiato da Elly Schlein - Nicolas Schmit. Era inoltre il 2020, quando il capodelegazione del Pd all’Europarlamento, Brando Benifei, definì il Jcpoa «il maggior risultato della politica estera europea degli ultimi anni». Ancora nel 2022, la deputata dem, Lia Quartapelle, criticava Trump per aver abbandonato quell’accordo. Appartenente al Pse è anche il successore della Mogherini, Josep Borrell, che, da quando è entrato in carica, ha spesso auspicato un ripristino del Jcpoa: una posizione, la sua, che non sembra mutata dopo il 7 ottobre. Secondo il Tehran Times, a fine marzo, ha infatti avuto una telefonata con il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, auspicando una ripresa dei colloqui sul nucleare.
Al netto della retorica sui diritti umani, ad avere delle responsabilità sono anche alcune figure presenti nella lista «Stati Uniti d’Europa», in campo per le prossime europee. Ci riferiamo, in particolare, a Renzi e a Emma Bonino. Renzi, quando era premier e ancora a capo del Pd, prima espresse «soddisfazione» per il raggiungimento del Jcpoa, poi, nel 2016, si recò a Teheran dove firmò sei accordi economici. Quello stesso anno, approfittando del clima di distensione, l’allora governatrice dem del Friuli-Venezia Giulia, Debora Serracchiani, annunciò tre intese di collaborazione tra la Repubblica islamica e il porto di Trieste. Nel dicembre 2013, Emma Bonino, all’epoca ministro degli Esteri del governo Letta, andò in visita in Iran: fu il primo titolare della Farnesina a farlo nell’arco di ben dieci anni. Appena pochi giorni prima del viaggio della Bonino, Massimo D’Alema si era recato a Teheran, dove aveva incontrato l’allora ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif: quello stesso Zarif che sarebbe diventato uno degli architetti del Jcpoa. Guarda caso, recentemente intervistato su La 7, D’Alema ha detto che, se fosse americano, a novembre voterebbe per Biden, il quale, nonostante qualche sanzione, si è ben guardato dal ripristinare la politica della «massima pressione» su Teheran, attuata dal predecessore.
Certo, la sinistra europea si è sempre trincerata dietro la tesi, secondo cui il Jcpoa sarebbe una questione distinta da quella della violazione dei diritti umani, perpetrata dal regime khomeinista. Peccato però che le cose non stiano così. Ripristinare (o cercare di ripristinare) quel controverso accordo significa rafforzare politicamente, diplomaticamente ed economicamente quello stesso regime che reprime internamente il dissenso, minaccia Israele e destabilizza l’intera regione con i suoi proxy. Criticare gli ayatollah per la violazione dei diritti umani ed essere al contempo favorevoli al Jcpoa, come fa la sinistra europea, è un’eclatante contraddizione. Borrell oggi dice di valutare sanzioni contro Teheran, mentre Gentiloni accusa i khomeinisti di una «escalation senza precedenti». Eppure le loro politiche non hanno mai fatto granché per arginare realmente l’aggressività degli ayatollah.
E non è finita qui. La tesi secondo cui la pericolosità iraniana sarebbe stata alimentata dalla linea dura di Trump è smentita dai fatti. Dal 2021, Biden ha intrapreso un appeasement in piena regola verso Teheran, avviando colloqui indiretti sul nucleare, togliendo gli Huthi dalla lista delle entità terroristiche, sospendendo varie sanzioni e sbloccando asset iraniani precedentemente congelati. Risultato: l’Iran ha rafforzato i legami con Mosca e Pechino, continuando a foraggiare Hamas e gli altri proxy. Inoltre, facendo leva sull’attacco del 7 ottobre, i khomeinisti sono riusciti nell’intento di far deragliare, almeno per ora, il processo di normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita. La politica dei dem americani e della sinistra europea si è, insomma, rivelata un totale fallimento. Tenere fuori il Pse dalla prossima Commissione Ue è fondamentale anche per far sì che Bruxelles cambi finalmente rotta in politica estera. A maggior ragione se Trump dovesse vincere a novembre: esattamente quello che gli ayatollah e D’Alema non vogliono.
Giallo sull’accordo Biden-Netanyahu «Attaccate Rafah, non gli ayatollah»
Secondo alcune indiscrezioni rilanciate da fonti egiziane e del Qatar, gli Stati Uniti avrebbero accettato il piano di Israele di invadere Rafah «a condizione di non lanciare un’offensiva su larga scala contro l’Iran». In realtà è una mezza verità, perché, come scrive Axios, «nelle ultime settimane, diversi gruppi di lavoro di livello inferiore si sono incontrati virtualmente per discutere i piani operativi delle forze di difesa israeliane per Rafah e proposte umanitarie».
Ieri sera i colloqui sono saliti di livello con la presenza del consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca (preoccupata per i civili), Jake Sullivan, il ministro per gli affari strategici di Israele, Ron Dermer, e il consigliere per la sicurezza nazionale, Tzachi Hanegbi.
Ma cosa troveranno le truppe delle Forze di difesa israeliane a Rafah? Secondo il Times of Israel, sono rimasti quattro battaglioni dell’organizzazione terroristica (1.500-2.000 uomini) e oltre 1 milione di civili, molti dei quali si sono rifugiati lì a causa dei combattimenti nella Striscia. Rafah è anche l’ultimo nascondiglio dei leader di Hamas, Yaya Sinwar e Mohammed Deif, che si fanno scudo degli ostaggi israeliani ancora in vita e che sperano ancora di riuscire a fuggire in Egitto, per poi raggiungere l’Algeria, la Tunisia oppure la Turchia. Quanti sono gli ostaggi ancora vivi? Funzionari statunitensi e israeliani hanno chiarito a Nbc News che «potrebbero essere vivi molti meno ostaggi di quanto sia pubblicamente noto»; mentre un parente di uno di loro, che ha parlato sotto anonimato, ha detto che i funzionari della sicurezza israeliani hanno mostrato agli americani che sanno dove si trovano molti degli ostaggi, ma che questi sono tenuti in movimento.
In vista della possibile operazione a Rafah, Hamas ora prova a giocarsi di nuovo la carta delle trattative; secondo quanto riporta l’emittente israeliana Kan, l’alto funzionario Mousa Abu Marzouk ha affermato che «Hamas non si è ritirata dai colloqui indiretti con Israele e non si è ancora raggiunta una situazione di stallo».
Secondo l’emittente americana Abc, Israele non attaccherà l’Iran prima della Pasqua ebraica, che quest’anno inizierà la sera del 22 aprile e terminerà il 30 aprile, però «tutto potrebbe cambiare in base all’evoluzione della situazione sul terreno». Gli iraniani, che temono comunque una reazione israeliana, continuano a minacciare e ieri è toccato al comandante dell’aeronautica militare del Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica (Irgc), Amir Ali Hazijadeh, che all’agenzia Tasmin News ha affermato: «Abbiamo colpito i sionisti con vecchie armi dalla potenza minima. Non abbiamo utilizzato nemmeno i missili balistici Khorramshahr-4, Sejil, Haj Qasem , Kheibar Shekan e il missile ipersonico 2 (presumibilmente Fattah, ndr)». Minacce anche da parte di Hahmad Haghtalab, comandante dei pasdaran: «Se Israele attacca i nostri siti nucleari, certamente risponderemo. I siti nucleari israeliani sono stati identificati, se necessario potremmo rivedere la nostra dottrina nucleare».
Mentre scriviamo decine di terroristi sono stati eliminati e oltre 100 infrastrutture terroristiche sono state decimate nel centro della Striscia di Gaza. Infine, dopo quelle americane, per l’Iran sono in arrivo nuove sanzioni da parte dell’Unione europea, «in particolare in relazione ai veicoli aerei senza pilota e ai missili» e della Gran Bretagna, che ha annunciato «una nuova serie di sanzioni contro figure chiave del regime iraniano».
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Se l’Iran è in grado di destabilizzare il Medio Oriente è anche grazie agli assist della sinistra europea e Usa. Dalla Mogherini a Borrell, passando per Renzi e D’Alema: così la trattativa verso un’intesa sul nucleare ha nutrito le ambizioni dei pasdaran.Axios smentisce il «baratto» tra Biden e Netanyahu su Rafah e Iran. Il regime minaccia: «Raid sui siti nucleari? Reagiremo».Lo speciale contiene due articoli.L’aggressività dell’Iran non minaccia soltanto Israele ma, attraverso i suoi proxy, il regime khomeinista sta destabilizzando l’intero scacchiere mediorientale. Una pericolosità, quella di Teheran, che - come ricordato l’altro ieri su queste colonne da Maurizio Belpietro - è cresciuta innanzitutto a causa dell’appeasement condotto dalle amministrazioni americane di Barack Obama e di Joe Biden. Ma attenzione: la responsabilità è anche della sinistra europea.Nel 2015, Martin Schulz, alto esponente del Pse e all’epoca presidente dell’Europarlamento, si recò nella Repubblica islamica, per «intensificare il dialogo tra l’Ue e l’Iran». Sempre nel 2015, l’allora Alto rappresentante Ue per la politica estera, Federica Mogherini, fu tra i principali negoziatori del controverso accordo sul nucleare con Teheran (Jcpoa). Anche la Mogherini era in quota Pse e aveva ottenuto il suo incarico europeo su indicazione dell’allora premier Matteo Renzi, di cui era stata ministro degli Esteri.Non a caso, quando Donald Trump lasciò il Jcpoa nel 2018, il Pse si lamentò. «Il Partito dei socialisti europei si rammarica profondamente della decisione del presidente Trump di ritirare gli Usa dall’accordo sul nucleare con l’Iran», recitava una nota dell’epoca. «Questo impulso a distruggere non ci sta portando da nessuna parte», dichiarò la Mogherini, riferendosi all’allora presidente americano. Prese di distanza da Trump arrivarono anche dall’allora premier italiano, Paolo Gentiloni, e dall’attuale Spitzenkandidat del Pse -appoggiato da Elly Schlein - Nicolas Schmit. Era inoltre il 2020, quando il capodelegazione del Pd all’Europarlamento, Brando Benifei, definì il Jcpoa «il maggior risultato della politica estera europea degli ultimi anni». Ancora nel 2022, la deputata dem, Lia Quartapelle, criticava Trump per aver abbandonato quell’accordo. Appartenente al Pse è anche il successore della Mogherini, Josep Borrell, che, da quando è entrato in carica, ha spesso auspicato un ripristino del Jcpoa: una posizione, la sua, che non sembra mutata dopo il 7 ottobre. Secondo il Tehran Times, a fine marzo, ha infatti avuto una telefonata con il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, auspicando una ripresa dei colloqui sul nucleare.Al netto della retorica sui diritti umani, ad avere delle responsabilità sono anche alcune figure presenti nella lista «Stati Uniti d’Europa», in campo per le prossime europee. Ci riferiamo, in particolare, a Renzi e a Emma Bonino. Renzi, quando era premier e ancora a capo del Pd, prima espresse «soddisfazione» per il raggiungimento del Jcpoa, poi, nel 2016, si recò a Teheran dove firmò sei accordi economici. Quello stesso anno, approfittando del clima di distensione, l’allora governatrice dem del Friuli-Venezia Giulia, Debora Serracchiani, annunciò tre intese di collaborazione tra la Repubblica islamica e il porto di Trieste. Nel dicembre 2013, Emma Bonino, all’epoca ministro degli Esteri del governo Letta, andò in visita in Iran: fu il primo titolare della Farnesina a farlo nell’arco di ben dieci anni. Appena pochi giorni prima del viaggio della Bonino, Massimo D’Alema si era recato a Teheran, dove aveva incontrato l’allora ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif: quello stesso Zarif che sarebbe diventato uno degli architetti del Jcpoa. Guarda caso, recentemente intervistato su La 7, D’Alema ha detto che, se fosse americano, a novembre voterebbe per Biden, il quale, nonostante qualche sanzione, si è ben guardato dal ripristinare la politica della «massima pressione» su Teheran, attuata dal predecessore.Certo, la sinistra europea si è sempre trincerata dietro la tesi, secondo cui il Jcpoa sarebbe una questione distinta da quella della violazione dei diritti umani, perpetrata dal regime khomeinista. Peccato però che le cose non stiano così. Ripristinare (o cercare di ripristinare) quel controverso accordo significa rafforzare politicamente, diplomaticamente ed economicamente quello stesso regime che reprime internamente il dissenso, minaccia Israele e destabilizza l’intera regione con i suoi proxy. Criticare gli ayatollah per la violazione dei diritti umani ed essere al contempo favorevoli al Jcpoa, come fa la sinistra europea, è un’eclatante contraddizione. Borrell oggi dice di valutare sanzioni contro Teheran, mentre Gentiloni accusa i khomeinisti di una «escalation senza precedenti». Eppure le loro politiche non hanno mai fatto granché per arginare realmente l’aggressività degli ayatollah.E non è finita qui. La tesi secondo cui la pericolosità iraniana sarebbe stata alimentata dalla linea dura di Trump è smentita dai fatti. Dal 2021, Biden ha intrapreso un appeasement in piena regola verso Teheran, avviando colloqui indiretti sul nucleare, togliendo gli Huthi dalla lista delle entità terroristiche, sospendendo varie sanzioni e sbloccando asset iraniani precedentemente congelati. Risultato: l’Iran ha rafforzato i legami con Mosca e Pechino, continuando a foraggiare Hamas e gli altri proxy. Inoltre, facendo leva sull’attacco del 7 ottobre, i khomeinisti sono riusciti nell’intento di far deragliare, almeno per ora, il processo di normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita. La politica dei dem americani e della sinistra europea si è, insomma, rivelata un totale fallimento. Tenere fuori il Pse dalla prossima Commissione Ue è fondamentale anche per far sì che Bruxelles cambi finalmente rotta in politica estera. 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In realtà è una mezza verità, perché, come scrive Axios, «nelle ultime settimane, diversi gruppi di lavoro di livello inferiore si sono incontrati virtualmente per discutere i piani operativi delle forze di difesa israeliane per Rafah e proposte umanitarie». Ieri sera i colloqui sono saliti di livello con la presenza del consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca (preoccupata per i civili), Jake Sullivan, il ministro per gli affari strategici di Israele, Ron Dermer, e il consigliere per la sicurezza nazionale, Tzachi Hanegbi. Ma cosa troveranno le truppe delle Forze di difesa israeliane a Rafah? Secondo il Times of Israel, sono rimasti quattro battaglioni dell’organizzazione terroristica (1.500-2.000 uomini) e oltre 1 milione di civili, molti dei quali si sono rifugiati lì a causa dei combattimenti nella Striscia. Rafah è anche l’ultimo nascondiglio dei leader di Hamas, Yaya Sinwar e Mohammed Deif, che si fanno scudo degli ostaggi israeliani ancora in vita e che sperano ancora di riuscire a fuggire in Egitto, per poi raggiungere l’Algeria, la Tunisia oppure la Turchia. Quanti sono gli ostaggi ancora vivi? Funzionari statunitensi e israeliani hanno chiarito a Nbc News che «potrebbero essere vivi molti meno ostaggi di quanto sia pubblicamente noto»; mentre un parente di uno di loro, che ha parlato sotto anonimato, ha detto che i funzionari della sicurezza israeliani hanno mostrato agli americani che sanno dove si trovano molti degli ostaggi, ma che questi sono tenuti in movimento. In vista della possibile operazione a Rafah, Hamas ora prova a giocarsi di nuovo la carta delle trattative; secondo quanto riporta l’emittente israeliana Kan, l’alto funzionario Mousa Abu Marzouk ha affermato che «Hamas non si è ritirata dai colloqui indiretti con Israele e non si è ancora raggiunta una situazione di stallo». Secondo l’emittente americana Abc, Israele non attaccherà l’Iran prima della Pasqua ebraica, che quest’anno inizierà la sera del 22 aprile e terminerà il 30 aprile, però «tutto potrebbe cambiare in base all’evoluzione della situazione sul terreno». Gli iraniani, che temono comunque una reazione israeliana, continuano a minacciare e ieri è toccato al comandante dell’aeronautica militare del Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica (Irgc), Amir Ali Hazijadeh, che all’agenzia Tasmin News ha affermato: «Abbiamo colpito i sionisti con vecchie armi dalla potenza minima. Non abbiamo utilizzato nemmeno i missili balistici Khorramshahr-4, Sejil, Haj Qasem , Kheibar Shekan e il missile ipersonico 2 (presumibilmente Fattah, ndr)». Minacce anche da parte di Hahmad Haghtalab, comandante dei pasdaran: «Se Israele attacca i nostri siti nucleari, certamente risponderemo. I siti nucleari israeliani sono stati identificati, se necessario potremmo rivedere la nostra dottrina nucleare». Mentre scriviamo decine di terroristi sono stati eliminati e oltre 100 infrastrutture terroristiche sono state decimate nel centro della Striscia di Gaza. Infine, dopo quelle americane, per l’Iran sono in arrivo nuove sanzioni da parte dell’Unione europea, «in particolare in relazione ai veicoli aerei senza pilota e ai missili» e della Gran Bretagna, che ha annunciato «una nuova serie di sanzioni contro figure chiave del regime iraniano».
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
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Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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