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2024-04-19
Le sviolinate dem hanno rafforzato Teheran
Federica Mogherini e Hassan Rowhani a Teheran nel 2015 (Ansa)
L’aggressività dell’Iran non minaccia soltanto Israele ma, attraverso i suoi proxy, il regime khomeinista sta destabilizzando l’intero scacchiere mediorientale. Una pericolosità, quella di Teheran, che - come ricordato l’altro ieri su queste colonne da Maurizio Belpietro - è cresciuta innanzitutto a causa dell’appeasement condotto dalle amministrazioni americane di Barack Obama e di Joe Biden. Ma attenzione: la responsabilità è anche della sinistra europea.
Nel 2015, Martin Schulz, alto esponente del Pse e all’epoca presidente dell’Europarlamento, si recò nella Repubblica islamica, per «intensificare il dialogo tra l’Ue e l’Iran». Sempre nel 2015, l’allora Alto rappresentante Ue per la politica estera, Federica Mogherini, fu tra i principali negoziatori del controverso accordo sul nucleare con Teheran (Jcpoa). Anche la Mogherini era in quota Pse e aveva ottenuto il suo incarico europeo su indicazione dell’allora premier Matteo Renzi, di cui era stata ministro degli Esteri.
Non a caso, quando Donald Trump lasciò il Jcpoa nel 2018, il Pse si lamentò. «Il Partito dei socialisti europei si rammarica profondamente della decisione del presidente Trump di ritirare gli Usa dall’accordo sul nucleare con l’Iran», recitava una nota dell’epoca. «Questo impulso a distruggere non ci sta portando da nessuna parte», dichiarò la Mogherini, riferendosi all’allora presidente americano. Prese di distanza da Trump arrivarono anche dall’allora premier italiano, Paolo Gentiloni, e dall’attuale Spitzenkandidat del Pse -appoggiato da Elly Schlein - Nicolas Schmit. Era inoltre il 2020, quando il capodelegazione del Pd all’Europarlamento, Brando Benifei, definì il Jcpoa «il maggior risultato della politica estera europea degli ultimi anni». Ancora nel 2022, la deputata dem, Lia Quartapelle, criticava Trump per aver abbandonato quell’accordo. Appartenente al Pse è anche il successore della Mogherini, Josep Borrell, che, da quando è entrato in carica, ha spesso auspicato un ripristino del Jcpoa: una posizione, la sua, che non sembra mutata dopo il 7 ottobre. Secondo il Tehran Times, a fine marzo, ha infatti avuto una telefonata con il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, auspicando una ripresa dei colloqui sul nucleare.
Al netto della retorica sui diritti umani, ad avere delle responsabilità sono anche alcune figure presenti nella lista «Stati Uniti d’Europa», in campo per le prossime europee. Ci riferiamo, in particolare, a Renzi e a Emma Bonino. Renzi, quando era premier e ancora a capo del Pd, prima espresse «soddisfazione» per il raggiungimento del Jcpoa, poi, nel 2016, si recò a Teheran dove firmò sei accordi economici. Quello stesso anno, approfittando del clima di distensione, l’allora governatrice dem del Friuli-Venezia Giulia, Debora Serracchiani, annunciò tre intese di collaborazione tra la Repubblica islamica e il porto di Trieste. Nel dicembre 2013, Emma Bonino, all’epoca ministro degli Esteri del governo Letta, andò in visita in Iran: fu il primo titolare della Farnesina a farlo nell’arco di ben dieci anni. Appena pochi giorni prima del viaggio della Bonino, Massimo D’Alema si era recato a Teheran, dove aveva incontrato l’allora ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif: quello stesso Zarif che sarebbe diventato uno degli architetti del Jcpoa. Guarda caso, recentemente intervistato su La 7, D’Alema ha detto che, se fosse americano, a novembre voterebbe per Biden, il quale, nonostante qualche sanzione, si è ben guardato dal ripristinare la politica della «massima pressione» su Teheran, attuata dal predecessore.
Certo, la sinistra europea si è sempre trincerata dietro la tesi, secondo cui il Jcpoa sarebbe una questione distinta da quella della violazione dei diritti umani, perpetrata dal regime khomeinista. Peccato però che le cose non stiano così. Ripristinare (o cercare di ripristinare) quel controverso accordo significa rafforzare politicamente, diplomaticamente ed economicamente quello stesso regime che reprime internamente il dissenso, minaccia Israele e destabilizza l’intera regione con i suoi proxy. Criticare gli ayatollah per la violazione dei diritti umani ed essere al contempo favorevoli al Jcpoa, come fa la sinistra europea, è un’eclatante contraddizione. Borrell oggi dice di valutare sanzioni contro Teheran, mentre Gentiloni accusa i khomeinisti di una «escalation senza precedenti». Eppure le loro politiche non hanno mai fatto granché per arginare realmente l’aggressività degli ayatollah.
E non è finita qui. La tesi secondo cui la pericolosità iraniana sarebbe stata alimentata dalla linea dura di Trump è smentita dai fatti. Dal 2021, Biden ha intrapreso un appeasement in piena regola verso Teheran, avviando colloqui indiretti sul nucleare, togliendo gli Huthi dalla lista delle entità terroristiche, sospendendo varie sanzioni e sbloccando asset iraniani precedentemente congelati. Risultato: l’Iran ha rafforzato i legami con Mosca e Pechino, continuando a foraggiare Hamas e gli altri proxy. Inoltre, facendo leva sull’attacco del 7 ottobre, i khomeinisti sono riusciti nell’intento di far deragliare, almeno per ora, il processo di normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita. La politica dei dem americani e della sinistra europea si è, insomma, rivelata un totale fallimento. Tenere fuori il Pse dalla prossima Commissione Ue è fondamentale anche per far sì che Bruxelles cambi finalmente rotta in politica estera. A maggior ragione se Trump dovesse vincere a novembre: esattamente quello che gli ayatollah e D’Alema non vogliono.
Giallo sull’accordo Biden-Netanyahu «Attaccate Rafah, non gli ayatollah»
Secondo alcune indiscrezioni rilanciate da fonti egiziane e del Qatar, gli Stati Uniti avrebbero accettato il piano di Israele di invadere Rafah «a condizione di non lanciare un’offensiva su larga scala contro l’Iran». In realtà è una mezza verità, perché, come scrive Axios, «nelle ultime settimane, diversi gruppi di lavoro di livello inferiore si sono incontrati virtualmente per discutere i piani operativi delle forze di difesa israeliane per Rafah e proposte umanitarie».
Ieri sera i colloqui sono saliti di livello con la presenza del consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca (preoccupata per i civili), Jake Sullivan, il ministro per gli affari strategici di Israele, Ron Dermer, e il consigliere per la sicurezza nazionale, Tzachi Hanegbi.
Ma cosa troveranno le truppe delle Forze di difesa israeliane a Rafah? Secondo il Times of Israel, sono rimasti quattro battaglioni dell’organizzazione terroristica (1.500-2.000 uomini) e oltre 1 milione di civili, molti dei quali si sono rifugiati lì a causa dei combattimenti nella Striscia. Rafah è anche l’ultimo nascondiglio dei leader di Hamas, Yaya Sinwar e Mohammed Deif, che si fanno scudo degli ostaggi israeliani ancora in vita e che sperano ancora di riuscire a fuggire in Egitto, per poi raggiungere l’Algeria, la Tunisia oppure la Turchia. Quanti sono gli ostaggi ancora vivi? Funzionari statunitensi e israeliani hanno chiarito a Nbc News che «potrebbero essere vivi molti meno ostaggi di quanto sia pubblicamente noto»; mentre un parente di uno di loro, che ha parlato sotto anonimato, ha detto che i funzionari della sicurezza israeliani hanno mostrato agli americani che sanno dove si trovano molti degli ostaggi, ma che questi sono tenuti in movimento.
In vista della possibile operazione a Rafah, Hamas ora prova a giocarsi di nuovo la carta delle trattative; secondo quanto riporta l’emittente israeliana Kan, l’alto funzionario Mousa Abu Marzouk ha affermato che «Hamas non si è ritirata dai colloqui indiretti con Israele e non si è ancora raggiunta una situazione di stallo».
Secondo l’emittente americana Abc, Israele non attaccherà l’Iran prima della Pasqua ebraica, che quest’anno inizierà la sera del 22 aprile e terminerà il 30 aprile, però «tutto potrebbe cambiare in base all’evoluzione della situazione sul terreno». Gli iraniani, che temono comunque una reazione israeliana, continuano a minacciare e ieri è toccato al comandante dell’aeronautica militare del Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica (Irgc), Amir Ali Hazijadeh, che all’agenzia Tasmin News ha affermato: «Abbiamo colpito i sionisti con vecchie armi dalla potenza minima. Non abbiamo utilizzato nemmeno i missili balistici Khorramshahr-4, Sejil, Haj Qasem , Kheibar Shekan e il missile ipersonico 2 (presumibilmente Fattah, ndr)». Minacce anche da parte di Hahmad Haghtalab, comandante dei pasdaran: «Se Israele attacca i nostri siti nucleari, certamente risponderemo. I siti nucleari israeliani sono stati identificati, se necessario potremmo rivedere la nostra dottrina nucleare».
Mentre scriviamo decine di terroristi sono stati eliminati e oltre 100 infrastrutture terroristiche sono state decimate nel centro della Striscia di Gaza. Infine, dopo quelle americane, per l’Iran sono in arrivo nuove sanzioni da parte dell’Unione europea, «in particolare in relazione ai veicoli aerei senza pilota e ai missili» e della Gran Bretagna, che ha annunciato «una nuova serie di sanzioni contro figure chiave del regime iraniano».
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Se l’Iran è in grado di destabilizzare il Medio Oriente è anche grazie agli assist della sinistra europea e Usa. Dalla Mogherini a Borrell, passando per Renzi e D’Alema: così la trattativa verso un’intesa sul nucleare ha nutrito le ambizioni dei pasdaran.Axios smentisce il «baratto» tra Biden e Netanyahu su Rafah e Iran. Il regime minaccia: «Raid sui siti nucleari? Reagiremo».Lo speciale contiene due articoli.L’aggressività dell’Iran non minaccia soltanto Israele ma, attraverso i suoi proxy, il regime khomeinista sta destabilizzando l’intero scacchiere mediorientale. Una pericolosità, quella di Teheran, che - come ricordato l’altro ieri su queste colonne da Maurizio Belpietro - è cresciuta innanzitutto a causa dell’appeasement condotto dalle amministrazioni americane di Barack Obama e di Joe Biden. Ma attenzione: la responsabilità è anche della sinistra europea.Nel 2015, Martin Schulz, alto esponente del Pse e all’epoca presidente dell’Europarlamento, si recò nella Repubblica islamica, per «intensificare il dialogo tra l’Ue e l’Iran». Sempre nel 2015, l’allora Alto rappresentante Ue per la politica estera, Federica Mogherini, fu tra i principali negoziatori del controverso accordo sul nucleare con Teheran (Jcpoa). Anche la Mogherini era in quota Pse e aveva ottenuto il suo incarico europeo su indicazione dell’allora premier Matteo Renzi, di cui era stata ministro degli Esteri.Non a caso, quando Donald Trump lasciò il Jcpoa nel 2018, il Pse si lamentò. «Il Partito dei socialisti europei si rammarica profondamente della decisione del presidente Trump di ritirare gli Usa dall’accordo sul nucleare con l’Iran», recitava una nota dell’epoca. «Questo impulso a distruggere non ci sta portando da nessuna parte», dichiarò la Mogherini, riferendosi all’allora presidente americano. Prese di distanza da Trump arrivarono anche dall’allora premier italiano, Paolo Gentiloni, e dall’attuale Spitzenkandidat del Pse -appoggiato da Elly Schlein - Nicolas Schmit. Era inoltre il 2020, quando il capodelegazione del Pd all’Europarlamento, Brando Benifei, definì il Jcpoa «il maggior risultato della politica estera europea degli ultimi anni». Ancora nel 2022, la deputata dem, Lia Quartapelle, criticava Trump per aver abbandonato quell’accordo. Appartenente al Pse è anche il successore della Mogherini, Josep Borrell, che, da quando è entrato in carica, ha spesso auspicato un ripristino del Jcpoa: una posizione, la sua, che non sembra mutata dopo il 7 ottobre. Secondo il Tehran Times, a fine marzo, ha infatti avuto una telefonata con il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, auspicando una ripresa dei colloqui sul nucleare.Al netto della retorica sui diritti umani, ad avere delle responsabilità sono anche alcune figure presenti nella lista «Stati Uniti d’Europa», in campo per le prossime europee. Ci riferiamo, in particolare, a Renzi e a Emma Bonino. Renzi, quando era premier e ancora a capo del Pd, prima espresse «soddisfazione» per il raggiungimento del Jcpoa, poi, nel 2016, si recò a Teheran dove firmò sei accordi economici. Quello stesso anno, approfittando del clima di distensione, l’allora governatrice dem del Friuli-Venezia Giulia, Debora Serracchiani, annunciò tre intese di collaborazione tra la Repubblica islamica e il porto di Trieste. Nel dicembre 2013, Emma Bonino, all’epoca ministro degli Esteri del governo Letta, andò in visita in Iran: fu il primo titolare della Farnesina a farlo nell’arco di ben dieci anni. Appena pochi giorni prima del viaggio della Bonino, Massimo D’Alema si era recato a Teheran, dove aveva incontrato l’allora ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif: quello stesso Zarif che sarebbe diventato uno degli architetti del Jcpoa. Guarda caso, recentemente intervistato su La 7, D’Alema ha detto che, se fosse americano, a novembre voterebbe per Biden, il quale, nonostante qualche sanzione, si è ben guardato dal ripristinare la politica della «massima pressione» su Teheran, attuata dal predecessore.Certo, la sinistra europea si è sempre trincerata dietro la tesi, secondo cui il Jcpoa sarebbe una questione distinta da quella della violazione dei diritti umani, perpetrata dal regime khomeinista. Peccato però che le cose non stiano così. Ripristinare (o cercare di ripristinare) quel controverso accordo significa rafforzare politicamente, diplomaticamente ed economicamente quello stesso regime che reprime internamente il dissenso, minaccia Israele e destabilizza l’intera regione con i suoi proxy. Criticare gli ayatollah per la violazione dei diritti umani ed essere al contempo favorevoli al Jcpoa, come fa la sinistra europea, è un’eclatante contraddizione. Borrell oggi dice di valutare sanzioni contro Teheran, mentre Gentiloni accusa i khomeinisti di una «escalation senza precedenti». Eppure le loro politiche non hanno mai fatto granché per arginare realmente l’aggressività degli ayatollah.E non è finita qui. La tesi secondo cui la pericolosità iraniana sarebbe stata alimentata dalla linea dura di Trump è smentita dai fatti. Dal 2021, Biden ha intrapreso un appeasement in piena regola verso Teheran, avviando colloqui indiretti sul nucleare, togliendo gli Huthi dalla lista delle entità terroristiche, sospendendo varie sanzioni e sbloccando asset iraniani precedentemente congelati. Risultato: l’Iran ha rafforzato i legami con Mosca e Pechino, continuando a foraggiare Hamas e gli altri proxy. Inoltre, facendo leva sull’attacco del 7 ottobre, i khomeinisti sono riusciti nell’intento di far deragliare, almeno per ora, il processo di normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita. La politica dei dem americani e della sinistra europea si è, insomma, rivelata un totale fallimento. Tenere fuori il Pse dalla prossima Commissione Ue è fondamentale anche per far sì che Bruxelles cambi finalmente rotta in politica estera. 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In realtà è una mezza verità, perché, come scrive Axios, «nelle ultime settimane, diversi gruppi di lavoro di livello inferiore si sono incontrati virtualmente per discutere i piani operativi delle forze di difesa israeliane per Rafah e proposte umanitarie». Ieri sera i colloqui sono saliti di livello con la presenza del consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca (preoccupata per i civili), Jake Sullivan, il ministro per gli affari strategici di Israele, Ron Dermer, e il consigliere per la sicurezza nazionale, Tzachi Hanegbi. Ma cosa troveranno le truppe delle Forze di difesa israeliane a Rafah? Secondo il Times of Israel, sono rimasti quattro battaglioni dell’organizzazione terroristica (1.500-2.000 uomini) e oltre 1 milione di civili, molti dei quali si sono rifugiati lì a causa dei combattimenti nella Striscia. Rafah è anche l’ultimo nascondiglio dei leader di Hamas, Yaya Sinwar e Mohammed Deif, che si fanno scudo degli ostaggi israeliani ancora in vita e che sperano ancora di riuscire a fuggire in Egitto, per poi raggiungere l’Algeria, la Tunisia oppure la Turchia. Quanti sono gli ostaggi ancora vivi? Funzionari statunitensi e israeliani hanno chiarito a Nbc News che «potrebbero essere vivi molti meno ostaggi di quanto sia pubblicamente noto»; mentre un parente di uno di loro, che ha parlato sotto anonimato, ha detto che i funzionari della sicurezza israeliani hanno mostrato agli americani che sanno dove si trovano molti degli ostaggi, ma che questi sono tenuti in movimento. In vista della possibile operazione a Rafah, Hamas ora prova a giocarsi di nuovo la carta delle trattative; secondo quanto riporta l’emittente israeliana Kan, l’alto funzionario Mousa Abu Marzouk ha affermato che «Hamas non si è ritirata dai colloqui indiretti con Israele e non si è ancora raggiunta una situazione di stallo». Secondo l’emittente americana Abc, Israele non attaccherà l’Iran prima della Pasqua ebraica, che quest’anno inizierà la sera del 22 aprile e terminerà il 30 aprile, però «tutto potrebbe cambiare in base all’evoluzione della situazione sul terreno». Gli iraniani, che temono comunque una reazione israeliana, continuano a minacciare e ieri è toccato al comandante dell’aeronautica militare del Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica (Irgc), Amir Ali Hazijadeh, che all’agenzia Tasmin News ha affermato: «Abbiamo colpito i sionisti con vecchie armi dalla potenza minima. Non abbiamo utilizzato nemmeno i missili balistici Khorramshahr-4, Sejil, Haj Qasem , Kheibar Shekan e il missile ipersonico 2 (presumibilmente Fattah, ndr)». Minacce anche da parte di Hahmad Haghtalab, comandante dei pasdaran: «Se Israele attacca i nostri siti nucleari, certamente risponderemo. I siti nucleari israeliani sono stati identificati, se necessario potremmo rivedere la nostra dottrina nucleare». Mentre scriviamo decine di terroristi sono stati eliminati e oltre 100 infrastrutture terroristiche sono state decimate nel centro della Striscia di Gaza. Infine, dopo quelle americane, per l’Iran sono in arrivo nuove sanzioni da parte dell’Unione europea, «in particolare in relazione ai veicoli aerei senza pilota e ai missili» e della Gran Bretagna, che ha annunciato «una nuova serie di sanzioni contro figure chiave del regime iraniano».
Negli ultimi tre anni, l’indice delle banche italiane ha messo a segno un clamoroso +274,85%, staccando nettamente l’indice settoriale europeo e surclassando colossi come JPMorgan e Bank of America.
Nel primo trimestre 2026 gli utili aggregati dei sei principali gruppi commerciali italiani - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Bper e Credem - sono saliti del 4% su base annua, toccando 7,8 miliardi di euro in tre mesi, con un Roe di sistema stabilmente sopra il 15%. Il tutto mentre la discesa dei tassi Bce ha iniziato a limare il margine di interesse. La compensazione è arrivata dalle commissioni: +2,7% complessivo. Unicredit ha archiviato il miglior trimestre di sempre con 3,22 miliardi di utili, mentre Intesa Sanpaolo è salita a 2,76 miliardi. Commissioni sul risparmio gestito, fondi, certificati, polizze, credito al consumo e prestiti «garantiti»: è qui che si concentra il vero business.
«C’è una celebre massima finanziaria che dice “L’arte degli affari consiste nel fare affari con i soldi degli altri”, e le banche italiane la stanno applicando con rigore scientifico», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Se l’America ha la tecnologia della Silicon Valley e il Medio Oriente ha i giacimenti di petrolio, l’Italia ha una ricchezza altrettanto preziosa, strategica e contesa: i risparmi dei cittadini». Secondo Gaziano, quando i tassi scendono, le banche italiane non puntano tanto sulla crescita organica all’estero o sull’efficienza tecnologica per ridurre i costi ai clienti. «Cercano di allargare il proprio territorio per “catturare” più conti correnti e patrimoni possibili attraverso le fusioni, espandendo il perimetro su cui applicare le commissioni di gestione e vendere i propri prodotti assicurativi e finanziari». La dimostrazione plastica arriva dal nuovo risiko bancario esploso con l’Opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Se l’operazione andrà in porto, sommando Intesa, Mps, Mediobanca e la galassia Generali, nascerà un super-polo capace di controllare circa 2.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria complessiva dei clienti: conti correnti, fondi, certificati e polizze. «Ma c’è una differenza geopolitica profonda che i risparmiatori devono comprendere», osserva ancora l’esperto. «Mentre Ubs gestisce capitali sparsi in tutto il pianeta, il nuovo colosso di Carlo Messina, se realizzato, controllerebbe una montagna di denaro concentrata quasi interamente in Italia. È il trionfo della “fortezza Italia”: si diventa leader europei giocando al sicuro in casa».
Nel risiko bancario italiano, fino alle assemblee, tutto può ancora succedere.
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La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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