
Il primo pensiero va alla sua giovane vita spezzata: si chiamava Zoe Trinchero, aveva 17 anni, è stata picchiata, strangolata e buttata in un torrente di Nizza Monferrato, da Alex Giuseppe Manna, 20 anni, reo confesso, che forse voleva allacciare con lei una relazione e che probabilmente è stato respinto. Il secondo va al tentativo di linciaggio subito da un altro ventenne, un tunisino residente a Nizza, additato, in un primo momento, dall’omicida come colpevole, ben noto in paese perché - da tempo e indisturbato - «va in giro a fare casini». In pochi minuti una folla si raduna sotto casa dell’africano e solo l’intervento dei militari ha evitato che si consumasse un linciaggio a mani nude di un (in questo caso) innocente.
Un peso, anzi due, sulla coscienza di chi ancora banalizza la gravità degli eventi, ormai quotidiani, a cui siamo tutti, più o meno direttamente, chiamati ad assistere. Da un lato la violenza efferata che cresce tra i giovanissimi in un circuito che, per età degli attori e gravità dei fatti, risulta evidentemente fuori controllo e che invece, da una buona parte della «sinistra che fa cultura», viene ancora espressamente negato. Dall’altro, ancora più urgente, l’allarme dei cittadini, ormai alle stelle, nei confronti dell’immigrazione incontrollata, che invade (per numero di atti violenti messi a segno) gli spazi urbani in cui si svolge la vita quotidiana. Una tensione sociale diffusa, ideologicamente derubricata a «razzismo», dovuta invece alle tante, troppe volte in cui il sistema tollera ciò che non dovrebbe, in cui giustizia non viene fatta, in cui i cittadini che chiedono più regole e interventi decisi, finiscono nel tritacarne del buonismo, etichettati come «di destra».
Zoe, fino alla mezzanotte di venerdì, era una giovane «vivace e piena di energia», tanto che «quando arrivava lei anche una brutta serata si trasformava per tutti», hanno raccontato gli amici. Lavorava al bar della stazione di Nizza Monferrato (9.000 abitanti in provincia di Asti), un punto di ritrovo noto per gli aperitivi e molto frequentato, nonostante la zona non centrale. Era stata assunta qualche mese fa e piaceva a tutti: ai proprietari del locale, che la descrivono come «una ragazza dolcissima, capace e sveglia», e ai clienti che l’hanno ricordata come «sempre gentile e sorridente». Una ragazza forte, con una grande voglia di essere indipendente e il sogno di diventare psicologa.
Secondo le ricostruzioni, finito il turno di servizio, intorno alle 21, Zoe si è portata verso il centro del paese per incontrare il suo gruppo di amici in una birreria e da lì, tutti insieme, i ragazzi, si sono spostati a casa di uno di loro, per cenare. Durante la serata li avrebbe raggiunti Alex Giuseppe Manna, che Zoe conosceva e che da un po’ di tempo, a quanto pare, era diventato con lei più insistente. Niente era accaduto però, fino a quella sera, che avesse allarmato la giovane o chi la conosceva. Zoe e Alex sono usciti insieme a fare due passi, probabilmente per parlare da soli. Intorno a mezzanotte, però, ancora non erano tornati e gli amici di Zoe, preoccupati, sono scesi per strada a cercarla.
E qui entra in scena il tunisino che ha rischiato di essere linciato. Gli amici di Zoe, come hanno raccontato, temevano che la giovane lo avesse incontrato e che fosse accaduto qualcosa. Il soggetto, infatti, è conosciuto come uno per nulla raccomandabile e anche a causa di «gravi problemi psichiatrici» e «disturbi del comportamento», eppure mai è stato raggiunto da provvedimenti capaci di metterlo in sicurezza. Anzi, secondo i racconti, se ne va in giro per il paese indisturbato nonostante le tangibili esternalità del suo stato psichico, lasciando dietro di sé quel senso di angoscia che alberga in chi non può camminare liberamente per la sua città, senza temere di imbattersi in un potenziale (e già noto) pericolo. A tal punto il tunisino è considerato minaccioso, che gli amici di Zoe da tempo andavano a prenderla a fine turno «facendole da scorta per il timore che potesse incontrarlo».
Approfittando di questo, Alex Manna ha tentato di scaricare proprio su di lui le sue colpe: secondo le ricostruzioni, dopo aver picchiato e strangolato la giovane e dopo essersi cambiato i vestiti per allontanare i sospetti da sé, avrebbe chiamato gli amici di Zoe, sostenendo di essere stato aggredito insieme a lei dal tunisino e di non essere riuscito a proteggere la ragazza.
Nel frattempo un passante, che aveva notato un corpo nel canale nel sottostrada e stava contattando le forze dell’ordine per dare l’allarme, ha incrociato proprio gli amici di Zoe che la stavano cercando e che si sono subito accorti che quel corpo esanime, finito in basso nel torrente tra le case, era della loro amica. Qualcuno per tentare di salvarla è sceso in acqua, ma Zoe era già morta: il suo viso era ricoperto di lividi e segni di strangolamento sul collo.
A quel punto, sconvolti dal dolore, gli amici insieme a altre decine di persone del paese si sono radunati sotto l’abitazione del tunisino, pronti a linciarlo. Il livello di tensione è salito a tal punto che è stato necessario l’intervento dei carabinieri per evitare che l’uomo venisse assalito. Poco dopo, in caserma, sotto interrogatorio, Alex - ora in carcere ad Alessandria - ha confessato l’omicidio, raccontando almeno una parte dei fatti. Il ragazzo ha sostenuto di aver sferrato, da ex boxeur esperto, uno o due pugni sul viso di Zoe che si sarebbe accasciata e di aver poi buttato, preso dal panico, il suo esile corpo oltre il parapetto.
Ora gli inquirenti stanno valutandola corretta qualificazione del reato, ovvero se incolpare l’assassino di omicidio oppure di femminicidio.






