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2023-07-07
L’ira di Chigi: «Le toghe fanno opposizione?»
Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (Imagoeconomica)
Altro che «freddezza», altro che «imbarazzo»: Giorgia Meloni scende in campo in maniera decisa in difesa di Daniela Santanchè e Andrea Delmastro, due esponenti del governo, due figure di primo piano di Fratelli d’Italia, due suoi fedelissimi, finiti nel mirino di alcuni magistrati, smentendo i retroscena interessati che ieri facevano trapelare malumori del presidente del Consiglio nei confronti del ministro del Turismo e del suo modo di difendersi, in Aula al Senato, dalle accuse di media e opposizioni.
La Meloni indossa l’elmetto, dopo che ieri il gip di Roma ha disposto l’imputazione coatta per il sottosegretario alla Giustizia Delmastro, indagato per rivelazione di segreto d’ufficio in relazione al caso Cospito, l’anarchico detenuto al 41 bis. Il gip di Roma non ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura che ora dovrà formulare una richiesta di rinvio a giudizio. Il pensiero del premier è affidato a una nota di «fonti di Palazzo Chigi»: «In un processo di parti», recita il comunicato, «non è consueto che la parte pubblica chieda l’archiviazione e il giudice per le indagini preliminari imponga che si avvii il giudizio. In un procedimento in cui gli atti di indagine sono secretati è fuori legge che si apprenda di essere indagati dai giornali, curiosamente nel giorno in cui si è chiamati a riferire in Parlamento, dopo aver chiesto informazioni all’autorità giudiziaria. Quando questo interessa due esponenti del governo in carica», aggiunge la nota, «è lecito domandarsi se una fascia della magistratura abbia scelto di svolgere un ruolo attivo di opposizione. E abbia deciso così di inaugurare anzitempo la campagna elettorale per le elezioni europee».
Parole durissime, quelle dirette contro i magistrati di Milano (che si occupano del caso Santanchè) e il gip di Roma, che confermano quanto La Verità aveva già ben compreso consultando diverse fonti di centrodestra: la maggioranza andrà avanti compatta, granitica, al fianco di Santanchè e Delmastro, e se ci sarà qualcuno che vorrà lasciarsi andare a critiche e veleni dovrà vedersela direttamente con la Meloni.
«Prima il ministro Santanchè», dichiarano il presidente dei senatori e dei deputati di Fdi, Lucio Malan e Tommaso Foti, «che nel giorno della sua informativa in Senato, riceve dai media la notizia di indagini a suo carico; oggi il sottosegretario Delmastro che viene rinviato a giudizio dal gip benchè il pm ne abbia chiesto l’archiviazione. Si tratta di due circostanze a dir poco sospette che rimandano a scenari che ci auguravamo superati».
Stupore e sorpresa per la decisione del gip di Roma su Delmastro viene espressa da molti parlamentari di Fdi, mentre la Lega conferma il suo sostegno totale al ministro del Turismo: «La Santanché», sottolinea a Rai 3 il capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari, «ha fatto un’informativa che non era tenuta a fare, l’ha fatta su atti che non riguardano la sua attività di ministro. Ha voluto fare chiarezza. Come maggioranza non possiamo che prendere atto della sua scelta e essere soddisfatti di quello che ha detto. Quello che sarà lo dovranno decidere altri organismi non certo il Senato della Repubblica».
Va all’attacco la segretaria del Pd, Elly Schlein: «È inaccettabile in un sistema democratico che, anziché rispondere alle gravi accuse nel merito, Palazzo Chigi alimenti un pericoloso scontro tra poteri dello Stato diffondendo una nota con toni intimidatori nei confronti della magistratura. A questo punto è inevitabile che il premier esca dal suo silenzio e si assuma le sue responsabilità».
In sintesi, lo scontro tra governo e una parte della magistratura si arroventa: nulla di nuovo, se consideriamo che a moltissimi osservatori il trionfo della Meloni alle scorse elezioni politiche ha ricordato quello di Silvio Berlusconi nel 1994. E sembra di essere tornati davvero a quei tempi: avvisi di garanzia recapitati attraverso le prime pagine dei giornali, inchieste à gogo, media di sinistra che svolgono il compito di amplificatori di inchieste giudiziarie appena nate. Quanto fatto trapelare da Palazzo Chigi fa capire molto bene che la Meloni non ha alcuna intenzione di lasciarsi logorare dal circuito mediatico-giudiziario: il premier conosce bene i meccanismi di questa trappola infernale e sa perfettamente che la questione va affrontata immediatamente e con fermezza. Quello che è certo è che le prossime settimane si annunciano torride, e non solo per questioni di temperatura.
Davanti alle accuse alla Santanchè la minoranza va in ordine sparso
Dall’inizio della legislatura non c’è stato un solo dossier su cui le opposizioni non siano andate in ordine sparso. La vicenda che coinvolge il ministro del Turismo, Daniela Santanchè, non fa eccezione, ma ciò che è più rilevante è che si tratta di distinguo per un mero posizionamento politico, bensì di punti di vista talvolta opposti, che investono la concezione stessa del rapporto tra politica, magistratura e media. In soldoni, è emersa ancora una volta la faglia tra l’ala garantista e quella giustizialista del centrosinistra, con il Pd risucchiato nella competizione forcaiola con il M5s e il Terzo polo ormai ridotto a un saloon di sfondo per la rissa perenne Renzi-Calenda.
A guidare l’assalto al ministro è senza dubbio la pattuglia parlamentare grillina, che ieri ha dato vita a Palazzo Madama a un’escalation, prima annunciando in Aula, attraverso il capogruppo Stefano Patuanelli, la presentazione di una mozione di sfiducia, poi facendo partire la gazzarra dai banchi del Senato al grido «dimissioni», e infine convocando una conferenza stampa di Giuseppe Conte, alla presenza di alcuni ex dipendenti delle aziende della Santanchè.
Di fronte agli effetti speciali grillini, tanto per cambiare, il Pd di Elly Schlein non ha potuto che andare a rimorchio, stoppando ogni eventuale refolo di garantismo che sarebbe potuto provenire dall’ala riformista ex renziana e ha fatto sapere a breve giro di voler sottoscrivere la mozione. Tanto che ora i dem si sono allineati al fervore pentastellato nel chiedere che il ministro riferisca anche alla Camera e stanno preparando una mozione di sfiducia in quel ramo del Parlamento. Oggi a tentare di recuperare il gap di giustizialismo creatosi ieri col M5s sono stati i dem Sandro Ruotolo e Toni Ricciardi. Il primo, in qualità di responsabile informazione del Nazareno, ha affermato che «Daniela Santanchè per noi si deve dimettere senza dover aspettare la conclusione dell’iter giudiziario. Ha mentito sapendo di mentire. Ecco perché voteremo a favore della mozione di sfiducia presentata dai 5 stelle». Per Ricciardi, che è vicepresidente dei deputati dem, «al ministro non restano che le immediate dimissioni. È una questione di opportunità politica, di dignità e decoro. Credo sia del tutto evidente che la Santanché non possa più ricoprire l’incarico senza ledere l’immagine del Paese e quella dell’esecutivo».
I 5 stelle tentano però di mantenere il primato dell’intransigenza, attivandosi per una mozione di sfiducia bicamerale, come annuncia il capogruppo a Montecitorio, Francesco Silvestri: «Anche alla Camera il M5s ha presentato una mozione di sfiducia. La Santanchè ha provato a sottrarsi in tutti i modi e così facendo ha mancato di rispetto a un ramo del Parlamento e a una delle istituzioni che dovrebbe essere in grado di rappresentare». Rincara la dose Michele Gubitosa, anch’esso deputato, per il quale «il fatto giudiziario non c’entra nulla ma il ministro ha mentito al Senato e dopo le menzogne riportate abbiamo chiesto le dimissioni. Sui voti di tutta l’opposizione», ha concluso sibillino, «poi ognuno si assume le proprie responsabilità».
Nel mirino di Gubitosa e di tutto il M5s c’è la parte di opposizione che non ha abdicato al garantismo nemmeno per la vicenda del ministro del Turismo, segnatamente Matteo Renzi e Italia viva, che ha ribadito anche ieri la propria linea con Ettore Rosato: «L’approccio che adotta una parte dell’opposizione, affrettandosi a presentare una mozione di sfiducia nei riguardi del ministro, ottiene come sempre il solo obiettivo di cementare ancora di più la maggioranza. Sui temi giudiziari i giornalisti fanno il loro mestiere. Troppe volte però vedo avversari o alleati politici coinvolti in vicende che occupano le prime pagine dei giornali o dei rotocalchi televisivi e poi, dopo un po’, si sgonfiano in un nulla di fatto, che nel frattempo ha comunque provocato una lesione alla credibilità di persone risultate poi estranee». Parole che tengono alta la tensione con Carlo Calenda, che a margine della informativa del ministro era stato tacciato dai renziani di «grillismo» per la richiesta di dimissioni. Monolitici i rossoverdi, che con Angelo Bonelli hanno annunciato un’interrogazione al premier sull’operato del ministro.
Infine, il caso del capogruppo dem al Senato, Francesco Boccia, il quale ha minacciato di querelare Il Foglio per aver ipotizzato che il bersaglio della frecciata della Santanchè sui politici di sinistra che prenotano nei suoi locali (in primis il celebre Twiga) fosse principalmente lui. «È una cosa falsa», ha commentato Boccia, «e mai avvenuta».
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Le critiche al ministro del Turismo compattano la maggioranza, che ipotizza un legame con il caso Delmastro. Il governo infatti lascia trapelare un sospetto: «La magistratura vuole inaugurare la campagna elettorale?». Tommaso Foti: «Circostanze preoccupanti».M5s sulle barricate, il dem Francesco Boccia in imbarazzo minaccia querele. Faida nel Terzo polo.Lo speciale contiene due articoli.Altro che «freddezza», altro che «imbarazzo»: Giorgia Meloni scende in campo in maniera decisa in difesa di Daniela Santanchè e Andrea Delmastro, due esponenti del governo, due figure di primo piano di Fratelli d’Italia, due suoi fedelissimi, finiti nel mirino di alcuni magistrati, smentendo i retroscena interessati che ieri facevano trapelare malumori del presidente del Consiglio nei confronti del ministro del Turismo e del suo modo di difendersi, in Aula al Senato, dalle accuse di media e opposizioni. La Meloni indossa l’elmetto, dopo che ieri il gip di Roma ha disposto l’imputazione coatta per il sottosegretario alla Giustizia Delmastro, indagato per rivelazione di segreto d’ufficio in relazione al caso Cospito, l’anarchico detenuto al 41 bis. Il gip di Roma non ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura che ora dovrà formulare una richiesta di rinvio a giudizio. Il pensiero del premier è affidato a una nota di «fonti di Palazzo Chigi»: «In un processo di parti», recita il comunicato, «non è consueto che la parte pubblica chieda l’archiviazione e il giudice per le indagini preliminari imponga che si avvii il giudizio. In un procedimento in cui gli atti di indagine sono secretati è fuori legge che si apprenda di essere indagati dai giornali, curiosamente nel giorno in cui si è chiamati a riferire in Parlamento, dopo aver chiesto informazioni all’autorità giudiziaria. Quando questo interessa due esponenti del governo in carica», aggiunge la nota, «è lecito domandarsi se una fascia della magistratura abbia scelto di svolgere un ruolo attivo di opposizione. E abbia deciso così di inaugurare anzitempo la campagna elettorale per le elezioni europee». Parole durissime, quelle dirette contro i magistrati di Milano (che si occupano del caso Santanchè) e il gip di Roma, che confermano quanto La Verità aveva già ben compreso consultando diverse fonti di centrodestra: la maggioranza andrà avanti compatta, granitica, al fianco di Santanchè e Delmastro, e se ci sarà qualcuno che vorrà lasciarsi andare a critiche e veleni dovrà vedersela direttamente con la Meloni. «Prima il ministro Santanchè», dichiarano il presidente dei senatori e dei deputati di Fdi, Lucio Malan e Tommaso Foti, «che nel giorno della sua informativa in Senato, riceve dai media la notizia di indagini a suo carico; oggi il sottosegretario Delmastro che viene rinviato a giudizio dal gip benchè il pm ne abbia chiesto l’archiviazione. Si tratta di due circostanze a dir poco sospette che rimandano a scenari che ci auguravamo superati». Stupore e sorpresa per la decisione del gip di Roma su Delmastro viene espressa da molti parlamentari di Fdi, mentre la Lega conferma il suo sostegno totale al ministro del Turismo: «La Santanché», sottolinea a Rai 3 il capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari, «ha fatto un’informativa che non era tenuta a fare, l’ha fatta su atti che non riguardano la sua attività di ministro. Ha voluto fare chiarezza. Come maggioranza non possiamo che prendere atto della sua scelta e essere soddisfatti di quello che ha detto. Quello che sarà lo dovranno decidere altri organismi non certo il Senato della Repubblica». Va all’attacco la segretaria del Pd, Elly Schlein: «È inaccettabile in un sistema democratico che, anziché rispondere alle gravi accuse nel merito, Palazzo Chigi alimenti un pericoloso scontro tra poteri dello Stato diffondendo una nota con toni intimidatori nei confronti della magistratura. A questo punto è inevitabile che il premier esca dal suo silenzio e si assuma le sue responsabilità». In sintesi, lo scontro tra governo e una parte della magistratura si arroventa: nulla di nuovo, se consideriamo che a moltissimi osservatori il trionfo della Meloni alle scorse elezioni politiche ha ricordato quello di Silvio Berlusconi nel 1994. E sembra di essere tornati davvero a quei tempi: avvisi di garanzia recapitati attraverso le prime pagine dei giornali, inchieste à gogo, media di sinistra che svolgono il compito di amplificatori di inchieste giudiziarie appena nate. Quanto fatto trapelare da Palazzo Chigi fa capire molto bene che la Meloni non ha alcuna intenzione di lasciarsi logorare dal circuito mediatico-giudiziario: il premier conosce bene i meccanismi di questa trappola infernale e sa perfettamente che la questione va affrontata immediatamente e con fermezza. 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In soldoni, è emersa ancora una volta la faglia tra l’ala garantista e quella giustizialista del centrosinistra, con il Pd risucchiato nella competizione forcaiola con il M5s e il Terzo polo ormai ridotto a un saloon di sfondo per la rissa perenne Renzi-Calenda. A guidare l’assalto al ministro è senza dubbio la pattuglia parlamentare grillina, che ieri ha dato vita a Palazzo Madama a un’escalation, prima annunciando in Aula, attraverso il capogruppo Stefano Patuanelli, la presentazione di una mozione di sfiducia, poi facendo partire la gazzarra dai banchi del Senato al grido «dimissioni», e infine convocando una conferenza stampa di Giuseppe Conte, alla presenza di alcuni ex dipendenti delle aziende della Santanchè. Di fronte agli effetti speciali grillini, tanto per cambiare, il Pd di Elly Schlein non ha potuto che andare a rimorchio, stoppando ogni eventuale refolo di garantismo che sarebbe potuto provenire dall’ala riformista ex renziana e ha fatto sapere a breve giro di voler sottoscrivere la mozione. Tanto che ora i dem si sono allineati al fervore pentastellato nel chiedere che il ministro riferisca anche alla Camera e stanno preparando una mozione di sfiducia in quel ramo del Parlamento. Oggi a tentare di recuperare il gap di giustizialismo creatosi ieri col M5s sono stati i dem Sandro Ruotolo e Toni Ricciardi. Il primo, in qualità di responsabile informazione del Nazareno, ha affermato che «Daniela Santanchè per noi si deve dimettere senza dover aspettare la conclusione dell’iter giudiziario. Ha mentito sapendo di mentire. Ecco perché voteremo a favore della mozione di sfiducia presentata dai 5 stelle». Per Ricciardi, che è vicepresidente dei deputati dem, «al ministro non restano che le immediate dimissioni. È una questione di opportunità politica, di dignità e decoro. Credo sia del tutto evidente che la Santanché non possa più ricoprire l’incarico senza ledere l’immagine del Paese e quella dell’esecutivo». I 5 stelle tentano però di mantenere il primato dell’intransigenza, attivandosi per una mozione di sfiducia bicamerale, come annuncia il capogruppo a Montecitorio, Francesco Silvestri: «Anche alla Camera il M5s ha presentato una mozione di sfiducia. La Santanchè ha provato a sottrarsi in tutti i modi e così facendo ha mancato di rispetto a un ramo del Parlamento e a una delle istituzioni che dovrebbe essere in grado di rappresentare». Rincara la dose Michele Gubitosa, anch’esso deputato, per il quale «il fatto giudiziario non c’entra nulla ma il ministro ha mentito al Senato e dopo le menzogne riportate abbiamo chiesto le dimissioni. Sui voti di tutta l’opposizione», ha concluso sibillino, «poi ognuno si assume le proprie responsabilità». Nel mirino di Gubitosa e di tutto il M5s c’è la parte di opposizione che non ha abdicato al garantismo nemmeno per la vicenda del ministro del Turismo, segnatamente Matteo Renzi e Italia viva, che ha ribadito anche ieri la propria linea con Ettore Rosato: «L’approccio che adotta una parte dell’opposizione, affrettandosi a presentare una mozione di sfiducia nei riguardi del ministro, ottiene come sempre il solo obiettivo di cementare ancora di più la maggioranza. Sui temi giudiziari i giornalisti fanno il loro mestiere. Troppe volte però vedo avversari o alleati politici coinvolti in vicende che occupano le prime pagine dei giornali o dei rotocalchi televisivi e poi, dopo un po’, si sgonfiano in un nulla di fatto, che nel frattempo ha comunque provocato una lesione alla credibilità di persone risultate poi estranee». Parole che tengono alta la tensione con Carlo Calenda, che a margine della informativa del ministro era stato tacciato dai renziani di «grillismo» per la richiesta di dimissioni. Monolitici i rossoverdi, che con Angelo Bonelli hanno annunciato un’interrogazione al premier sull’operato del ministro. Infine, il caso del capogruppo dem al Senato, Francesco Boccia, il quale ha minacciato di querelare Il Foglio per aver ipotizzato che il bersaglio della frecciata della Santanchè sui politici di sinistra che prenotano nei suoi locali (in primis il celebre Twiga) fosse principalmente lui. «È una cosa falsa», ha commentato Boccia, «e mai avvenuta».
Il cadavere di una donna è stato scoperto nell'ex area Cnr a Scandicci (Ansa)
Quando si dice la privacy: sospettato per l’omicidio di una povera donna alla quale hanno mozzato la testa con un machete, l’uomo in questione aveva l’obbligo di firma perché è conosciuto come un soggetto pericoloso. Ora è piantonato in ospedale con un trattamento sanitario obbligatorio: fra quando potrebbe aver ucciso e quando l’hanno fermato avrebbe fatto in tempo ad aizzare un cane contro la gente che passava. Eppure al momento di lui non si sa nulla, se non che si tratterebbe di un uomo di origine nordafricana. Il prossimo referendum sulla giustizia lo faremo per stabilire che l’essere straniero in Italia è una scriminante. Se sei italiano la legge diventa inflessibile, se sei un «accolto» allora puoi fare quasi come ti pare. Pare davvero l’ennesima storia di degrado e di ipocrisia; teatro il centro di Scandicci area metropolitana di Firenze.
Siamo neppure a 300 metri dal Comune, attaccati all’Its Russel Newton frequentato da quasi un migliaio di adolescenti che studiano lì e vanno nel parco dell’ex Cnr a passeggiare. Ma ora sono ostaggio dei «canari», gli spacciatori che usano cani inferociti per schermarsi. Con un progetto «politicamente molto corretto» dal Comune fanno sapere che quell’area è destinata a diventare il parco delle biodiversità. Ci sono pronti 2,5 milioni della Regione a la sindaca Claudia Sereni ovviamente del Pd e ortodossa della linea di Elly Schlein ha parlato di «orribile tragedia che ci allarma». Il fatto è che, con la tranvia, Scandicci è la periferia di Firenze. Si viene per lavorare, ma la notte tutti gli emarginati finiscono qui, dove si è creato un forte problema di sicurezza. Il parco è diventato un rifugio di sbandati, tossicodipendenti con spacciatori al seguito che si fanno scudo di cani randagi che loro addestrano ad attaccare chiunque.
C’è in mezzo al parco un casolare abbandonato (hanno murato porte e finestre per evitare che venga occupato) circondato da una rete sfondata. C’è un puzzo insopportabile di deiezioni, un tappeto di siringhe. Sul retro una tendopoli improvvisata dove «campano» gli sbandati. Ecco, lì era riversa con la gola tagliata Silke Saur, 44 anni, tedesca che viveva ai margini della società: senza fissa dimora, senza un euro in tasca. È morta lunedì, dice il medico legale. L’hanno trovata ieri. Dicono che da qualche tempo facesse coppia con il nordafricano, il sospettato dell’assassinio, chiedendo l’elemosina, bevendo e forse drogandosi. Lunedì i due si sarebbero appartati vicino al casolare, sarebbe nata una lite e il sospettato non avrebbe esitato a staccare la testa alla donna con un fendente di un machete che è stato ritrovato accanto al cadavere.
Martedì il nodafricano, rimasto a gironzolare attorno al parco del Cnr, ha anche aggredito una passante (una signora anziana che - spaventata - ha chiesto aiuto), aizzandole contro un pitbull che da qualche tempo porta con sé come «arma impropria». Lo hanno fermato e portato in ospedale a seguito di un trattamento sanitario obbligatorio. Ma già dalla mattina gli agenti del commissariato di Scandicci - che sanno perfettamente chi è e cosa fa l’immigrato, che da quel che si è saputo ha precedenti per violenza, aggressione e spaccio - avevano capito che qualcosa non quadrava: si era presentato alla firma senza indossare la solita felpa.
Ieri quando hanno trovato il cadavere della povera Silke c’era anche la stessa felpa sporca di sangue, e l’extracomunitario che già era in ospedale è diventato un forte sospettato. Il nordafricano è conosciuto dalla Polizia come un tipo violento e pericoloso eppure era libero di girare e, forse, di uccidere. La dottoressa Alessandra Falcone, sostituto procuratore di Firenze, ha aperto il fascicolo per omicidio volontario, ma non ha ancora interrogato il nordafricano, anche se ha visto i filmati delle telecamere di sorveglianza che avrebbero ripreso in parte l’omicidio.
Riavvolgendo il nastro di questo orrore viene in mente Aurora Livoli, 19 anni, ammazzata meno di un mese fa a Milano ammazzata da Emilio Galdez Velazco già condannato per stupro ma che era libero, viene in mente Anna Laura Valsecchi accoltellata in piazza Gae Aulenti sempre a Milano da Vincenzo Lanni che aveva già ammazzato, doveva stare in comunità, ma era libero; viene in mente il tunisino che a Olbia una settimana fa ha seminato il panico perché ha ferito a colpi di forbici i passanti. Tutti già noti, tutti liberi di uccidere. E chissà forse sbarcati con una imbarcazione come la Sea Watch di Carola Rackete e poi rimasti a girare per l’Italia.
Ieri a Scandicci si sono vissuti altri attimi di terrore alla pista di pattinaggio. Un uomo si sarebbe avvicinato a un bambino di cinque anni e lo avrebbe afferrato nel tentativo di rapirlo. La madre del piccolo ha cominciato ad urlare ed è riuscita a sottrarre il bimbo alla presa. L’uomo che ora è ricercato è fuggito prima dell’arrivo dei Carabinieri che stanno visionando anche i video delle telecamere.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Per cosa, poi? Perché Giorgia Meloni ha osato mettere un post su X dopo il massacro del giovane Quentin Deranque, picchiato a morte da almeno sei persone, di cui alcuni attivisti del movimento di sinistra radicale La Jeune Garde, con collegamenti diretti con La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. E in questo post la nostra premier ha semplicemente scritto che «la morte di un giovane di poco più di 20 anni, attaccato da gruppi legati all’estremismo di sinistra in un clima di odio ideologico diffuso in diversi Paesi, è una ferita per tutta l’Europa». Tutto qui. Mica ha sostenuto che i francesi «sono vomitevoli», come invece aveva bollato gli italiani il portavoce di Macron, Gabriel Attal, scontento per le nostre politiche in materia di immigrazione. E neppure ha detto di voler «vigilare» sul governo transalpino perché «rispetti i valori e le regole dello Stato di diritto» come si era permessa nei confronti del nascente governo tricolore Elisabeth Borne, l’allora primo ministro di Macron, che è costretto a cambiarne uno ogni tot mesi, quasi come i calzini, in virtù dei propri sfolgoranti successi nella politica interna. La Meloni si è limitata a invocare il sacrosanto «diritto alla vita» per un ragazzo vittima di insensata violenza politica e non a blaterare di un presunto «diritto all’aborto» per poter «controllare» il nostro esecutivo, come aveva fatto il ministro per gli Affari europei, Laurence Boone, altra fedelissima di Macron. Insomma, se c’è qualcuno che dovrebbe farsi gli affari propri anziché quelli altrui sono proprio l’inquilino dell’Eliseo e tutta la sua corte transeunte.
Peraltro, a differenza delle invasioni di campo dei macroniani di complemento, a ben vedere il governo di Roma titolo per occuparsi dell’omicidio del povero Deranque ce l’ha eccome. Perché si dà il caso che dalla vicina Francia provengano alcuni dei delinquenti che aiutano i centri sociali italiani a mettere a ferro e fuoco le nostre città con i più svariati pretesti. E che in particolare scorrazzi per la Penisola Raphaël Arnault, oggi deputato per la sinistrissima France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, un passato da picchiatore, schedato con la fiche S, quella riservata a estremisti e jihadisti. Tre suoi collaboratori sono accusati di aver preso parte al pestaggio mortale. E lui, che spesso si fa ospitare a Napoli dal centro sociale Mensa occupata, come ha scritto Adriano Scianca sulla Verità, era nella Capitale ai primi dell’anno in coincidenza con un «presidio antifascista» e con un’aggressione a quattro militanti di Gioventù nazionale da parte di una trentina di individui, alcuni dei quali non parlavano italiano ed erano agghindati, ma tu guarda, proprio come Arnault.
E qui sorge il sospetto che Macron non sia davvero in grado di «custodire le sue pecore». Così come del resto non è in grado di dare corpo alle sue non piccole ambizioni. La Francia sotto la sua presidenza sta attraversando una crisi economica e politica come non se ne vedevano da decenni. E le pirotecniche iniziative intraprese sulla scena internazionale per compensare la débâcle interna, dai Volenterosi in giù, si sono rivelate poco più che mortaretti bagnati. Ha preso schiaffoni (metaforici) da Donald Trump e ceffoni (reali) dalla consorte Brigitte. Ora ha scoperto che anche la Germania gli ha voltato le spalle: il motore franco tedesco ha grippato e Friedrich Merz ha dovuto rivolgersi alla Meloni per provare a rimettere in moto la baracca europea. Mettetevi nei suoi panni: è comprensibile che sia nervoso e gli scappino dalla bocca roboanti sciocchezze. Gli rimane uno striminzito annetto di Eliseo prima di tornare a casa tra i fischi dei francesi. Ma almeno adesso abbiamo scoperto quale potrebbe essere la sua seconda vita: il pastore di pecore.
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Polizia di Stato e divisione scientifica in via Cassinis, per i rilievi dopo la sparatoria del 26 gennaio (Ansa)
In questo quadro si collocano gli interrogatori di ieri, andati avanti per tutto il giorno. E su cui vige il massimo riserbo. A parlare per primo è stato l’agente che si trovava alle spalle dell’assistente capo della squadra investigativa, C.C (accusato di omicidio volontario), al momento del colpo.
Era presente sulla scena e ha risposto alle domande del pm Giovanni Tarzia negli uffici della questura. Difeso dall’avvocato Matteo Cherubini, avrebbe chiarito la propria posizione: attende con serenità e fiducia il completamento del lavoro della Squadra mobile e della Procura. Gli interrogatori sono stati lunghi, articolati, e ciascun agente si è presentato con un proprio difensore. Una scelta che riflette la delicatezza della fase e che potrebbe indicare ricostruzioni non perfettamente sovrapponibili su alcuni passaggi, maturate in un contesto di penombra, concitazione e forte stress operativo. Anche per questo, ieri sera, da fonti giudiziarie trapelava il fatto che sarebbero emersi nuovi elementi rispetto alle prime ricostruzioni, delineando un quadro meno lineare dell’intervento che potrebbe aggravare l’accusa di omicidio volontario a carico dell’agente che ha sparato. Hanno risposto alle domande del pm Tarzia anche la poliziotta indagata, assistita dall’avvocato Massimo Pellicciotta, e gli altri due agenti coinvolti, difesi dal legale Antonio Buondonno, che hanno fornito la propria ricostruzione dei fatti.
Resta ferma, sul piano sostanziale, la versione dell’assistente capo: dopo essersi qualificato, avrebbe visto Mansouri estrarre dalla tasca una pistola, poi risultata una replica a salve e priva di tappo rosso, e puntargliela contro. A quel gesto avrebbe reagito esplodendo un solo colpo, da una distanza superiore ai 20 metri.
Le contestazioni della Procura riguardano, poi, quanto accaduto dopo lo sparo. Secondo l’ipotesi accusatoria, tra il colpo e la chiamata al 118 sarebbero trascorsi circa 23 minuti, un intervallo ritenuto anomalo mentre Mansouri giaceva a terra in condizioni gravissime. Sotto la lente c’è anche un altro elemento: il temporaneo allontanamento di uno dei poliziotti, che si sarebbe recato al commissariato di Mecenate per poi fare ritorno in via Impastato.
Sul fronte opposto, i legali della famiglia della vittima, Debora Piazza e Marco Romagnoli, ribadiscono una tesi radicalmente diversa: Mansouri non avrebbe avuto alcuna pistola. Sulla replica a salve non sono state trovate impronte digitali riconducibili né alla vittima né agli agenti; sono in corso ulteriori analisi biologiche.
Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia ed ex vicesindaco di Milano, parla di «accanimento» nei confronti delle forze dell’ordine. Il nodo resta uno solo. Se quella pistola a salve c’era davvero, e se fu impugnata in quei secondi, è un conto. Se invece non c’era, o non fu mai alzata da Mansouri, allora cambia l’intera storia di quella sera nel boschetto di Rogoredo.
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Ansa
«Oggi abbiamo preso le cartelle cliniche e i pareri del gruppo interdisciplinare, li abbiamo sottoposti al nostro team medico legale, al dottor Luca Scognamiglio. Un altro elemento è che, una volta tolta la sedazione, il bambino non si è svegliato. Avendo valutato che vi è sicuramente una prognosi certamente e senza ombra di dubbio infausta, un paio di ore fa ho mandato una pec al Monaldi dove per volontà della famiglia abbiamo fatto una richiesta di Pcc, che è la pianificazione condivisa delle cure, un istituto introdotto nel 2017». Così, ieri sera, nel corso della diretta televisiva della trasmissione Dritto e Rovescio in onda su rete 4, l'avvocato della famiglia del piccolo Domenico, Francesco Petruzzi, ha annunciato che il bimbo a cui il 23 dicembre scorso è stato trapiantato un «cuore bruciato» all’ospedale Monaldi di Napoli sarà sottoposto a un nuovo percorso terapeutico che prevede l'alleviamento delle sofferenze.
Mamma Patrizia adesso chiede «silenzio». Dopo il no a un nuovo trapianto per il piccolo Domenico, lei continua a stare accanto al suo bimbo di due anni e mezzo. Domenico resta attaccato a una macchina cuore-polmone, così da oltre 50 giorni.
Patrizia era ottimista, poi è arrivato il parere negativo dei massimi esperti nazionali. Però non vuole rassegnarsi: finché il piccolo ha gli occhi aperti lei spera, vive e lotta per entrambi.
Nella giornata di ieri l’ospedale partenopeo ha rilasciato alla famiglia la documentazione medica relativa al ricovero, alle terapie e all’operazione di trapianto. Ora sarà il medico legale, nominato dagli avvocati della famiglia, a esaminare la relazione. Le condizioni del bimbo continuano a essere «gravi ma stabili nella loro criticità». Da quanto si è appreso, non è escluso che, dopo lo studio della relazione, la famiglia possa individuare altre soluzioni alternative anche all’estero. Al momento, però, serve cautela e silenzio.
La famiglia è stretta in un dolore composto che racchiude tanto amore. Nel tardo pomeriggio di ieri, in tanti sono scesi in piazza a Nola (Comune dove vive la famiglia) per una fiaccolata dedicata al piccolo.
Intanto, proseguono le indagini sul «cuore bruciato». Al momento sono sei gli indagati tra medici e paramedici del Monaldi, ma il numero sembra destinato ad aumentare. L’inchiesta della Procura di Napoli si sta concentrando sul trasporto dell’organo e, in particolare, sul contenitore che custodiva il cuore da Bolzano a Napoli, simile a una borsa frigo per le bibite. Ma dal verbale dell’indagine interna del Monaldi emergono dettagli agghiaccianti, pubblicati dal quotidiano La Repubblica e ripresi ieri da diverse agenzie di stampa. «All’apertura del contenitore termico risultava impossibile estrarre il secchiello contenente il cuore, completamente inglobato in un blocco di ghiaccio», è scritto nella relazione dell’ospedale.
Le attenzioni degli inquirenti sono rivolte al contenitore che non avrebbe avuto il sistema di monitoraggio della temperatura e alle procedure di trasporto. Da quanto è emerso il cuore era congelato, ma nonostante «il forte sospetto di un grave danno da congelamento dell’organo, in assenza di alternative», visto che il cuore malato del piccolo era stato già espiantato, «si decideva di procedere ugualmente e con la massima rapidità all’impianto». Ma quel cuoricino non ripartiva e dopo tre ore si è reso necessario utilizzare l’Ecmo, il macchinario extracorporeo che tiene in vita il bambino mentre «contestualmente veniva inoltrata la richiesta urgente per la disponibilità di un nuovo organo». «Abbiamo trovato una serie di organi compromessi», ha detto all’Adkronos Carlo Pace Napoleone, direttore della struttura complessa di Cardiochirurgia pediatrica e Cardiopatie congenite dell’ospedale Regina Margherita di Torino che ha fatto parte dell’Heart team del Monaldi.
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