«Io e Roberto Rimondi torniamo puntando su camicie iconiche»
  • Il duo composto da Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi, dopo una pausa di un anno e mezzo, presenta il marchio Shi.rt: «I social hanno rivoluzionato tutte le vecchie regole».
  • Moncler lancia la linea creata con Valextra. Sergio Zambon ha disegnato i modelli da uomo, Veronica Leoni quelli da donna.

Lo speciale comprende due articoli.

Ricominciare da una camicia. Una serie, a dire il vero. Uniche, speciali, inconfondibili. Come è sempre stata la moda firmata da Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi, stilisti fuori dal coro dell’ovvio, ben attenti a uscire dagli schemi del già visto e del già fatto. In una parola, nuovi. Contemporanei nel design, nella composizione, nell’insieme, nel mix and match di stili tra il romanticismo e l’architettura. Osannati dalla stampa, coccolati dalle giornaliste delle testate internazionali più autorevoli, a un certo punto sono spariti, inghiottiti dall’oblio di una tranquilla casa bolognese. «Non ce la facevamo più e a volte devi tirare i remi in barca. Se devi affrontare un problema abbastanza serio non puoi fare diversamente», spiega Tommaso Aquilano. «Parlo per tutti e due», precisa.

Quando il brutto momento è stato superato, la passione per quel lavoro è tornata travolgente. È nato così Shi.rt, marchio di nicchia «per un pubblico femminile eterogeneo, senza limiti di età o di professione».

La strada segnata nella loro vita è la moda, non ci sono dubbi. Il sistema però non è solo cambiato, ma è mutato completamente in pochi mesi. «È una specie di batterio che nonostante l’antibiotico si adatta ad altri corpi». Così è la moda.

È cambiato molto il linguaggio in un tempo tanto breve?

«Assolutamente sì. Siamo in un momento in cui non esiste più la stagionalità, ora la moda dipende dall’innamoramento verso un oggetto. Mi piace lo prendo, non mi piace lo lascio. E tutto questo segue i social, Instagram, Internet sempre più veloce, le immagini che arrivano a spron battuto. Anche i millenials sono già diventati arcaici, le generazioni del futuro sono quelle di domani. Si parla di un nuovo concetto di abbigliamento, piaccia o meno. Si ha bisogno di continui stimoli quotidiani. Nel momento in cui ti riaffacci su questo mondo capisci che bisogna riprogettare tutto diversamente. Se torno, devo adattarmi all’oggi, attirare l’attenzione, creare un prodotto adeguato alle voglie in base a quello che cercano le nuove generazioni. Devo rivitalizzare l’interesse con un prodotto che arrivi sul mercato con un volto nuovo».

Come si fa?

«Possiamo far sì che il design italiano sia a disposizione ogni qualvolta il cliente ne ha il desiderio. Non è il fast fashion di una volta, anche quello è superato grazie a delle applicazioni sul telefono. Si deve comporre una nuova collezione con il perenne desiderio di fare ricerca e nello stesso tempo adattarsi strutturando la produzione in modo che il negoziante possa fare gli ordini nel momento del bisogno. Senza creare impegni di magazzino che a una boutique costano, in modo che si ordini la collezione esattamente quando serve. Servono linee gestite sulle consegne e sul design italiano, che si evolve con il merchandising stagionale. Aquilano Rimondi resta ed è il vertice della piramide, quindi si parla di un capo di estrema ricerca che strizza l’occhio all’alta moda, alla couture italiana. Il nostro obiettivo è creare seguendo le esigenze del cliente e rinnovando l’esistente».

È un modo per ridare vita all’antico concetto di sartoria?

«Esattamente. Senza riabilitare termini come la sartorialità ma riadattando l’artigianalità italiana a un purismo che va oltre la contemporaneità. Anche lo stile che viene definito “street” rivela connotazioni sempre più personalizzate, tutti ci si riconoscono ma c’è bisogno di qualcosa che gli altri non possiedono. Ho la tuta da jogging con quel dettaglio che il mio amico non ha».

Vi rimettete in gioco con un concetto di moda totalmente nuovo. Quanto tempo siete stati lontani?

«Ci siamo fermati per un anno e mezzo, ma in questo periodo abbiamo assistito dall’esterno a un mordi e fuggi, un cambio generazionale repentino, direi violento. Prima, se un direttore creativo veniva cambiato si attendeva anche un anno per introdurre quello nuovo. Ora non fa nemmeno in tempo a uscire dalla porta quello vecchio che c’è già il sostituto che si insedia in pochi attimi. Gli stilisti hanno vita breve perché spesso le multinazionali abusano di questi ragazzi, alcuni dei quali hanno una creatività straordinaria. Bisognerebbe aiutarli a crescere, invece spesso il nuovo designer diventa legna da ardere, usa e getta».

Voi quando avete iniziato a fare moda?

«Nel 2005 siamo saliti alla ribalta vincendo la prima edizione di Who is on next con il nostro marchio 6267, che prendeva spunto dai numeri ricamati sulle maglie di Roberto in colonia e su quelle di mio fratello che frequentava l’Accademia navale di Livorno. Scegliemmo i numeri perché in quel momento andavano di moda i nomi e le scritte. Ci sembrava di suscitare così maggiore interesse e fu un successo internazionale eclatante. Ma soprattutto gli americani ci sollecitavano un nome e quindi nel 2008 abbiamo fondato la Aquilano Rimondi. Tra il 2005 e il 2008 eravamo anche alla direzione artistica di Malo, che aveva puntato su New York, e sempre nel 2008 ci chiesero insistentemente di prendere le redini della Gianfranco Ferrè e nel settembre 2008 abbiamo avuto il battesimo con la prima direzione artistica della Ferrè e la prima sfilata di Aquilano Rimondi. Quel settembre è stato micidiale e siamo andati avanti così fino al 2011 quando la Ferrè venne commissariata. Lasciamo e iniziamo a lavorare con il gruppo Tod’s per il marchio Fay e continuammo con la Aquilano Rimondi fino al 2017. In quel momento, il fulmine a ciel sereno e ci siamo dovuti fermare. Eravamo anche arrivati alla follia perché disegnavamo dalle 12 alle 14 collezioni all’anno. Raggiungi a un punto in cui il corpo ti dice basta. Stiamo ripartendo ma vogliamo seguire il progetto con un’altra mentalità, senza fame di corse che poi portano a debilitarsi».

Quando è nata la nuova linea?

«Abbiamo fatto una piccola presentazione nello show room di Style council che distribuisce anche il marchio, e dove la collezione resta visibile, della primavera/estate 2020. Stiamo pensando di presentarla pure durante la settimana della moda di Milano, ma in un modo completamente diverso. Le sfilate ci piacciono ma hanno anche stancato, sono un marchingegno a volte traumatico, belle se hai i milioni da spendere e farle diventare uno spettacolo di cui godere. Stavamo pensando a qualcosa di diverso, con 12/15 scatti fotografici speciali».

Camicie, quindi?

«Shi.rt si basa su un monoprodotto, su pezzi iconici, singoli, si distingue anche attraverso ciò che produce. Tutto è studiato per colpire la fantasia. Ma non ci sono solo camicie, quelle sono la base, il cuore da cui parte una collezione di 120 capi in cui le camicie la fanno da padrone. Il nostro Dna è la struttura e quindi ognuna ha i propri volumi, nascono bianche ma poi si animano di stampe, soprattutto leopardate come trend del 2020, colore e femminilità che ci piacciono molto. Sono molto fresche e indossabili nell’immediato. Usiamo solo cotone, con volumi che si modificano grazie alla materia. Uno stile che si allaccia a immagini cinematografiche desert, molto Lawerence d’Arabia».


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