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2020-10-12
Insabbiata l’unica cura antivirus che funziona
iStock
L'Italia ha la terapia per salvare i malati da Covid ma non riesce ad applicarla su larga scala. È uno dei paradossi del nostro sistema sanitario. Stiamo parlando della cura con il plasma iperimmune.
È una soluzione della quale si parlò moltissimo in primavera; ora però se ne sono perse le tracce dopo il clamore iniziale. Un silenzio determinato dall'ostruzionismo di una parte della comunità scientifica, da polemiche pretestuose, nonostante gli indubbi risultati della sperimentazione. Eppure, l'Italia ha fatto da apripista, prima nel mondo occidentale ad avere una cura contro il coronavirus. Il nostro successo ha indotto numerosi Paesi ad avviare studi simili e applicare la stessa terapia: nel caso degli Stati Uniti sono stati curati 35.000 pazienti. Perfino il presidente Donald Trump è stato trattato, tra gli altri farmaci, anche con plasma iperimmune.
La cura potrebbe rivelarsi determinante dal momento che l'Europa sta esaurendo le scorte del remdesivir, l'antivirale finora più efficace usato. L'Ue è corsa ai ripari acquistando 500.000 dosi aggiuntive del medicinale approvato dall'Agenzia del farmaco europea (Ema). Lo scorso luglio gli Stati Uniti hanno fatto incetta di 500.000 dosi mentre l'Europa ne aveva prenotate 30.000. Secondo l'Aifa, l'Agenzia italiana per il farmaco, l'Italia non avrebbe problemi. La terapia con il plasma iperimmune sarebbe un sostegno fondamentale. Ma le resistenze persistono. Agli inizi di marzo, in piena emergenza, due ospedali, il Carlo Poma di Mantova e il San Matteo di Pavia, iniziano a somministrare a un certo numero di contagiati il plasma (che è la parte liquida del sangue) di persone guarite dal virus. Si partiva dall'ipotesi che indurre sufficienti livelli di anticorpi al paziente infetto avrebbe ridotto la carica virale e la severità della malattia.
È il meccanismo definito di immunizzazione passiva, noto da decenni essendo stato applicato con successo alle epidemie di ebola, aviaria, mers e certi tipi di influenza. Lo studio, iniziato il 17 marzo e concluso l'8 maggio, nel picco del contagio, ha visto l'arruolamento di 46 pazienti ricoverati nei due ospedali con difficoltà di respirazione tali da richiedere il supporto di ossigeno o l'intubazione. I medici hanno notato subito che dopo la trasfusione di plasma immune aggiunto a colture cellulari fermava lo sviluppo del virus. Era il segno della presenza di anticorpi neutralizzanti. Il risultato della sperimentazione, pubblicato su Haematologica, una delle più prestigiose riviste scientifiche del settore, è stato «superiore alle più rosee aspettative». All'inizio della sperimentazione, sulla base dei dati ministeriali, la mortalità dei pazienti in terapia intensiva era tra il 13 e il 20%. Utilizzando invece questa tecnica, si legge sulla rivista scientifica, «la mortalità si è ridotta al 6%. In altre parole, da 1 decesso atteso ogni 6 pazienti, se n'è verificato 1 ogni 16. Contemporaneamente, si constatava che anche gli altri parametri subivano miglioramenti considerevoli: i valori del distress respiratorio miglioravano entro la prima settimana e i tre parametri fissati per l'infezione diminuivano in maniera altrettanto importante. Il risultato più rilevante è quello di una riduzione della mortalità assoluta del 9%».
Questo studio è stato il primo nel mondo occidentale sull'utilizzo del plasma convalescente nella terapia anti Covid. Si apriva un concreto spiraglio di speranza. Immediatamente sui due ospedali sono arrivate richieste a valanga per avere i dettagli della terapia. Gli Stati Uniti sono stati primi a muoversi, autorizzando subito a utilizzare il plasma di soggetti in convalescenza da Covid come terapia emergenziale assieme al remdesivir. Ma in Italia la comunità scientifica si è divisa tra i fautori e i contrari. Questi ultimi hanno riesumato vecchie polemiche sui rischi dell'uso del plasma e sulla mancanza di un'evidenza scientifica definitiva, che però è possibile solo dopo una lunga sperimentazione.
Altre perplessità si aggiunsero quando apparvero ricerche come quella condotta dall'Indian council of medical research secondo cui il plasma iperimmune non riduce la mortalità Covid e non ha effetti rilevanti sul decorso della malattia: ricerche poi rivelatesi prive di fondamento scientifico. Forti critiche si abbatterono sui due ospedali lombardi. Tra gli altri, il dottor Giuseppe De Donno, primario di pneumologia a Mantova, divenne un volto noto nel difendere e spiegare la bontà del metodo. Nel frattempo, gli ospedali d'oltralpe chiamavano i colleghi di Pavia e Mantova per imparare e poter applicare la loro cura.
All'estero, dunque, la terapia lombarda va alla grande. E in Italia, che fine ha fatto? Al momento manca l'autorizzazione dell'Aifa, che arriva quando sul farmaco c'è un'evidenza scientifica definitiva. Le Regioni si muovono in ordine sparso creando banche del plasma. L'Aifa ha promosso uno studio nazionale denominato Tsunami, con l'obiettivo, come spiega alla Verità, di «valutare con opportuno rigore metodologico l'efficacia e la sicurezza della terapia. Ma non prevede in alcun modo un trattamento industriale del plasma».
A oggi hanno aderito al programma 76 centri, ma ne sono stati attivati soltanto 15 e in appena 8 sono iniziati gli arruolamenti di pazienti: 7 in Toscana più Niguarda a Milano. Dal 15 luglio, soltanto 34 pazienti sono stati trattati con questa sperimentazione; il paziente 1 è guarito in 72 ore con la comparsa di anticorpi prima mancanti. L'Aifa però ammette che «non è possibile al momento prevedere quando sarà completato l'arruolamento e quando saranno disponibili i primi dati». Per stilare una prima analisi preliminare servono 250 pazienti e per la validità scientifica bisogna arrivare a 476: così ha spiegato il dottor Francesco Menichetti, direttore dell'unità malattie infettive dell'ospedale di Pisa. Il quale conferma che, di fatto, è tutto fermo.
È molto probabile che ci vorrà ancora molto tempo per avere risultati definitivi. Come bisognerà aspettare almeno un paio d'anni per avere un farmaco. In Italia c'è un'unica azienda del settore dei plasmaderivati, tra le prime cinque al mondo, la toscana Kedrion, appartenente alla famiglia Marcucci, che potrebbe arrivare a produrre un medicinale apposito. «Stiamo lavorando a un farmaco con immunoglobuline iperimmuni. Non utilizziamo il plasma nella sua totalità ma solo gli anticorpi contenuti, che sono quindi concentrati e sterilizzati. Il farmaco potrebbe essere utilizzato anche in soggetti sani. Avrebbe una durata inferiore al vaccino, circa uno o due mesi, e i soggetti sarebbero immunizzati temporaneamente. La vaccinazione fornisce una protezione di lunga durata», spiega Alessandro Gringeri, responsabile ricerca e sviluppo di Kedrion, «ma non si può effettuare su soggetti malati o immunodepressi. Il farmaco con le immunoglobuline potrebbe servire per le emergenze, per situazioni acute o per pazienti affetti con sintomatologia lieve, che sta evolvendo». Quali sono i tempi? «Ora stiamo facendo la sperimentazione in Israele», risponde Gringeri, «in collaborazione con l'azienda israeliana Kamada e contiamo di inoltrare la richiesta di approvazione entro la fine del prossimo anno. Nel 2022 il farmaco potrebbe essere sul mercato».
«Noi abbiamo scoperto la terapia però sono gli altri ad applicarla»

Cesare Perotti
«L'Italia scopre la terapia ma poi sono gli altri che la applicano su larga scala. Mentre la comunità scientifica italiana si divideva tra favorevoli e contrari, gli Stati Uniti hanno preso la nostra terapia e, senza perdere tempo, la stanno utilizzando su tutto il territorio nazionale. Anche numerosi Paesi europei ce l'hanno chiesta». Cesare Perotti è direttore del servizio immunotrasfusionale del policlinico di Pavia, che per primo assieme all'ospedale Carlo Poma di Mantova ha sperimentato la terapia del plasma iperimmune per curare i malati da Covid.
È vero che la vostra cura è stata copiata dagli Stati Uniti?
«Il 18 marzo mi ha telefonato la presidente dell'American society of hematology. È stata molto diretta. Mi ha chiesto se potessi mandarle il protocollo che avevamo elaborato per la cura con il plasma iperimmune. Ho risposto subito. Negli Usa il programma è partito immediatamente. La Food and drug administration, l'ente governativo che regolamenta i prodotti alimentari e farmaceutici, dipendente dal Dipartimento della salute, ha autorizzato l'utilizzo del plasma di soggetti in convalescenza da Covid, come terapia emergenziale insieme al Remdesivir, un farmaco antivirale».
Quanti pazienti sono stati trattati negli Usa con la vostra cura?
«Il sito della Mayo Clinic, che coordina tutto il programma negli Stati Uniti, riporta i dati aggiornati sull'applicazione della terapia. Sono coinvolti 2.747 ospedali, 14.759 medici partecipano al programma e hanno avuto l'infusione 85.206 malati. Il presidente Donald Trump, da quanto si è saputo, è stato curato con anticorpi monoclonali alcuni ottenuti dal plasma, altri realizzati in laboratorio».
Quali altri Paesi si sono rivolti a voi?
«Il Policlinico ha dato il protocollo anche a Francia e Spagna».
Le istituzioni europee si sono mosse?
«La Commissione ha assegnato al policlinico San Matteo di Pavia e a me il coordinamento del programma del plasma convalescente per l'Europa con un finanziamento che coinvolge tutti i Paesi europei. Con il programma European blood alliance abbiamo avuto un importante riconoscimento oltre confine».
Quale è la situazione in Italia?
«Ci muoviamo tra tante polemiche. Ci hanno criticato perché quando siamo partiti a marzo non avevamo risultati randomizzati. Ma questi richiedono molto tempo e a marzo, in piena pandemia, non potevamo aspettare: dovevamo agire subito e i risultati sono stati ottimi».
Quando sarà ufficializzata la cura?
«A fine maggio è partito lo studio chiamato Tsunami, coordinato da me e dall'ospedale di Pisa. È un protocollo nazionale randomizzato, promosso dal ministero della Salute, dall'Istituto superiore di sanità e dall'Aifa, con l'obiettivo di ottenere evidenze scientifiche sul ruolo della terapia con il plasma iperimmune. Hanno aderito 76 ospedali, ma un conto è iscriversi e un altro attivarsi. Si procede lentamente. D'altronde i convalescenti a cui fare i prelievi sono diminuiti e l'arruolamento di pazienti va a rilento. Dovevamo partire prima».
Come mai non è stato attivato subito un programma nazionale?
«C'è stato un deficit di organizzazione e tante, troppe, polemiche».
A pensare male talvolta ci si indovina: non è che questa terapia, siccome ha costi ridotti, dà fastidio all'industria farmaceutica?
«Pasolini diceva: io so ma non ho le prove. Una cura con l'eparina o il desametasone che costa 2-3 euro impatta in modo diverso rispetto a un antivirale come il Remdesivir che costa circa 2.500 euro a paziente».
C'è al mondo una terapia standard per la cura del Covid?
«La risposa è no. Ci sono evidenze che alcuni approcci terapeutici vanno meglio di altri. Per la cura del Covid si usano diversi farmaci, ognuno per la sua specificità».
Ogni tanto appare uno studio che contesta l'efficacia della cura con il plasma, per esempio quello dell'Indian council of medical research.
«È uno studio che non ha alcuna validità. Hanno preso del plasma a caso, senza effettuare i test preventivi in grado di verificare se ci fossero gli anticorpi. Di che cosa stiamo parlando?».
«A Mantova le guarigioni superano il 90%»

Massimo Franchini
«Avremmo dovuto agire subito ma c'è stata una forte resistenza dovuta al pregiudizio che si porta dietro l'uso del plasma. È vero, fino a 40 anni fa poteva trasmettere l'epatite e l'Hiv, ma ora è super testato e questi rischi si sono annullati». Massimo Franchini, direttore del servizio di immunoematologia e medicina trasfusionale dell'ospedale Carlo Poma di Mantova, che per primo ha avviato la sperimentazione della terapia con il plasma iperimmune, rivela come mai in Italia la cura fa fatica a essere accettata. «A marzo e aprile ci fu molta resistenza dalla comunità scientifica. Forse ha giocato anche il solito meccanismo del campanilismo di qualche scienziato che avrebbe voluto mettere il suo nome sotto la cura. Ma i risultati ci sono. Noi siamo stati i primi nel mondo occidentale a individuare questa terapia. Il paradosso è che è stata utilizzata soltanto da pochi centri che ci hanno creduto. Adesso, in tutto il mondo, sono in corso centinaia di studi sul plasma iperimmune. In Italia invece si reagisce quasi con gioia quando esce qualche lavoro che mette in dubbio l'efficacia della terapia».
Lei è responsabile della sicurezza del plasma: come mai tanta reticenza a usare una cura che altri Paesi ci hanno copiato?
«È proprio questo il punto. Il plasma che usiamo è super sicuro, non c'è alcun rischio di trasmettere malattie infettive. Inoltre, si sa quanti anticorpi contiene come se fosse un farmaco. Calcoliamo il numero di dosi, quanto e come somministrarlo. Ma poi, basta pensare che personaggi come Trump e Berlusconi sono stati trattati con un mix di farmaci che comprendeva il cortisone come antinfiammatorio, il remdesivir come antivirale e anche una fonte di anticorpi come i monoclonali o il plasma iperimmune».
Bisognerebbe creare delle banche del plasma, ma manca una regìa pubblica e tutto è lasciato all'iniziativa degli ospedali.
«Ci sarebbe voluto un maggior coordinamento dell'Istituto superiore di sanità per la raccolta di plasma. Gli Usa sono partiti subito con la nostra terapia, tramite una task force governativa che ha promosso la raccolta di plasma su tutto il territorio nazionale. L'Italia è stata interessata precocemente dalla pandemia ma si è mossa lentamente. Ci sono banche del plasma regionali in Lombardia, Veneto, Toscana, Marche, Lazio, legate agli ospedali. L'utilizzo clinico è coordinato dallo studio Tsunami».
Quando dalla sperimentazione si passerà a un uso su larga scala?
«Sì, al momento siamo ancora alla sperimentazione. L'Aifa autorizza i farmaci e le terapie quando ci sono prove scientifiche definitive, che nel nostro caso ancora non ci sono. Per averle occorre un processo lungo che richiede tanto tempo. Ma la mia opinione è che una volta appurata la sicurezza e a fronte dei risultati ottimi della sperimentazione, perché non usarlo? Gli americani si sono posti questa domanda e, con grande pragmatismo, hanno deciso di adottare la terapia anche senza evidenze scientifiche definitive».
Avete posto questo problema all'Istituto superiore di sanità? La pandemia richiede interventi tempestivi.
«L'Istituto è stato interpellato più volte, ma secondo loro non valeva la pena di usare il plasma in modo estensivo. Hanno dubbi sull'efficacia, hanno sempre mantenuto questa linea. La storia della medicina dirà chi aveva ragione».
In attesa dell'autorizzazione degli istituti sanitari, come potete applicare la terapia?
«La cura del plasma è inserita in protocolli di studi, come lo Tsunami, o per cosiddetto uso compassionevole, cioè quando per una patologia manca un trattamento riconosciuto come definitivo ma si ritiene che un farmaco possa essere utile. Occorre l'autorizzazione del Comitato etico che noi abbiamo».
Quali risultati avete ottenuto nell'ospedale di Mantova?
«Stiamo applicando la terapia da marzo e finora abbiamo trattato 150 pazienti. Le guarigioni superano il 90%».
Ci sono requisiti affinché il plasma abbia la maggiore efficacia?
«Il plasma funziona se vengono rispettati i seguenti requisiti: deve contenere un adeguato livello di anticorpi e deve essere somministrato precocemente. Con queste condizioni la malattia si blocca e regredisce».
Avete ricevuto richieste da Paesi esteri per fornire supporto scientifico?
«Abbiamo continue richieste di collaborazioni per mettere a disposizione le nostre conoscenze. Abbiamo fornito un supporto scientifico con collegamenti Web dall'America Latina all'Albania».
Siete un competitor temibile per l'industria farmaceutica. La cura con il plasma costa poco.
«Qualcuno ci può considerare un pericoloso competitor, ma io vedo un rapporto di collaborazione e non di antagonismo con l'industria farmaceutica. La terapia migliore, al momento, è un cocktail di componenti, quali antivirali, cortisone e plasma. La produzione di un farmaco richiede tanto tempo e forse per quella data sarà già arrivato il vaccino».
Continua a leggereRiduci
Il trattamento con il plasma iperimmune ha ridotto la mortalità dal 20 al 6% a costo zero. Ma la sperimentazione avviata a marzo non piace a parte della comunità scientifica. E ora è quasi ferma.Il primo medico ad averla sperimentata: «Da noi troppe polemiche, negli Usa il programma è partito subito. Ostacolati da Big Pharma? È chiaro che ciò che costa 2 euro impatta diversamente da ciò che ne rende 2.500».«Finora abbiamo trattato 150 pazienti, i risultati ci sono e non vi sono rischi di trasmettere malattie infettive».Lo speciale contiene tre articoli.L'Italia ha la terapia per salvare i malati da Covid ma non riesce ad applicarla su larga scala. È uno dei paradossi del nostro sistema sanitario. Stiamo parlando della cura con il plasma iperimmune. È una soluzione della quale si parlò moltissimo in primavera; ora però se ne sono perse le tracce dopo il clamore iniziale. Un silenzio determinato dall'ostruzionismo di una parte della comunità scientifica, da polemiche pretestuose, nonostante gli indubbi risultati della sperimentazione. Eppure, l'Italia ha fatto da apripista, prima nel mondo occidentale ad avere una cura contro il coronavirus. Il nostro successo ha indotto numerosi Paesi ad avviare studi simili e applicare la stessa terapia: nel caso degli Stati Uniti sono stati curati 35.000 pazienti. Perfino il presidente Donald Trump è stato trattato, tra gli altri farmaci, anche con plasma iperimmune.La cura potrebbe rivelarsi determinante dal momento che l'Europa sta esaurendo le scorte del remdesivir, l'antivirale finora più efficace usato. L'Ue è corsa ai ripari acquistando 500.000 dosi aggiuntive del medicinale approvato dall'Agenzia del farmaco europea (Ema). Lo scorso luglio gli Stati Uniti hanno fatto incetta di 500.000 dosi mentre l'Europa ne aveva prenotate 30.000. Secondo l'Aifa, l'Agenzia italiana per il farmaco, l'Italia non avrebbe problemi. La terapia con il plasma iperimmune sarebbe un sostegno fondamentale. Ma le resistenze persistono. Agli inizi di marzo, in piena emergenza, due ospedali, il Carlo Poma di Mantova e il San Matteo di Pavia, iniziano a somministrare a un certo numero di contagiati il plasma (che è la parte liquida del sangue) di persone guarite dal virus. Si partiva dall'ipotesi che indurre sufficienti livelli di anticorpi al paziente infetto avrebbe ridotto la carica virale e la severità della malattia.È il meccanismo definito di immunizzazione passiva, noto da decenni essendo stato applicato con successo alle epidemie di ebola, aviaria, mers e certi tipi di influenza. Lo studio, iniziato il 17 marzo e concluso l'8 maggio, nel picco del contagio, ha visto l'arruolamento di 46 pazienti ricoverati nei due ospedali con difficoltà di respirazione tali da richiedere il supporto di ossigeno o l'intubazione. I medici hanno notato subito che dopo la trasfusione di plasma immune aggiunto a colture cellulari fermava lo sviluppo del virus. Era il segno della presenza di anticorpi neutralizzanti. Il risultato della sperimentazione, pubblicato su Haematologica, una delle più prestigiose riviste scientifiche del settore, è stato «superiore alle più rosee aspettative». All'inizio della sperimentazione, sulla base dei dati ministeriali, la mortalità dei pazienti in terapia intensiva era tra il 13 e il 20%. Utilizzando invece questa tecnica, si legge sulla rivista scientifica, «la mortalità si è ridotta al 6%. In altre parole, da 1 decesso atteso ogni 6 pazienti, se n'è verificato 1 ogni 16. Contemporaneamente, si constatava che anche gli altri parametri subivano miglioramenti considerevoli: i valori del distress respiratorio miglioravano entro la prima settimana e i tre parametri fissati per l'infezione diminuivano in maniera altrettanto importante. Il risultato più rilevante è quello di una riduzione della mortalità assoluta del 9%».Questo studio è stato il primo nel mondo occidentale sull'utilizzo del plasma convalescente nella terapia anti Covid. Si apriva un concreto spiraglio di speranza. Immediatamente sui due ospedali sono arrivate richieste a valanga per avere i dettagli della terapia. Gli Stati Uniti sono stati primi a muoversi, autorizzando subito a utilizzare il plasma di soggetti in convalescenza da Covid come terapia emergenziale assieme al remdesivir. Ma in Italia la comunità scientifica si è divisa tra i fautori e i contrari. Questi ultimi hanno riesumato vecchie polemiche sui rischi dell'uso del plasma e sulla mancanza di un'evidenza scientifica definitiva, che però è possibile solo dopo una lunga sperimentazione.Altre perplessità si aggiunsero quando apparvero ricerche come quella condotta dall'Indian council of medical research secondo cui il plasma iperimmune non riduce la mortalità Covid e non ha effetti rilevanti sul decorso della malattia: ricerche poi rivelatesi prive di fondamento scientifico. Forti critiche si abbatterono sui due ospedali lombardi. Tra gli altri, il dottor Giuseppe De Donno, primario di pneumologia a Mantova, divenne un volto noto nel difendere e spiegare la bontà del metodo. Nel frattempo, gli ospedali d'oltralpe chiamavano i colleghi di Pavia e Mantova per imparare e poter applicare la loro cura. All'estero, dunque, la terapia lombarda va alla grande. E in Italia, che fine ha fatto? Al momento manca l'autorizzazione dell'Aifa, che arriva quando sul farmaco c'è un'evidenza scientifica definitiva. Le Regioni si muovono in ordine sparso creando banche del plasma. L'Aifa ha promosso uno studio nazionale denominato Tsunami, con l'obiettivo, come spiega alla Verità, di «valutare con opportuno rigore metodologico l'efficacia e la sicurezza della terapia. Ma non prevede in alcun modo un trattamento industriale del plasma».A oggi hanno aderito al programma 76 centri, ma ne sono stati attivati soltanto 15 e in appena 8 sono iniziati gli arruolamenti di pazienti: 7 in Toscana più Niguarda a Milano. Dal 15 luglio, soltanto 34 pazienti sono stati trattati con questa sperimentazione; il paziente 1 è guarito in 72 ore con la comparsa di anticorpi prima mancanti. L'Aifa però ammette che «non è possibile al momento prevedere quando sarà completato l'arruolamento e quando saranno disponibili i primi dati». Per stilare una prima analisi preliminare servono 250 pazienti e per la validità scientifica bisogna arrivare a 476: così ha spiegato il dottor Francesco Menichetti, direttore dell'unità malattie infettive dell'ospedale di Pisa. Il quale conferma che, di fatto, è tutto fermo.È molto probabile che ci vorrà ancora molto tempo per avere risultati definitivi. Come bisognerà aspettare almeno un paio d'anni per avere un farmaco. In Italia c'è un'unica azienda del settore dei plasmaderivati, tra le prime cinque al mondo, la toscana Kedrion, appartenente alla famiglia Marcucci, che potrebbe arrivare a produrre un medicinale apposito. «Stiamo lavorando a un farmaco con immunoglobuline iperimmuni. Non utilizziamo il plasma nella sua totalità ma solo gli anticorpi contenuti, che sono quindi concentrati e sterilizzati. Il farmaco potrebbe essere utilizzato anche in soggetti sani. Avrebbe una durata inferiore al vaccino, circa uno o due mesi, e i soggetti sarebbero immunizzati temporaneamente. La vaccinazione fornisce una protezione di lunga durata», spiega Alessandro Gringeri, responsabile ricerca e sviluppo di Kedrion, «ma non si può effettuare su soggetti malati o immunodepressi. Il farmaco con le immunoglobuline potrebbe servire per le emergenze, per situazioni acute o per pazienti affetti con sintomatologia lieve, che sta evolvendo». Quali sono i tempi? «Ora stiamo facendo la sperimentazione in Israele», risponde Gringeri, «in collaborazione con l'azienda israeliana Kamada e contiamo di inoltrare la richiesta di approvazione entro la fine del prossimo anno. Nel 2022 il farmaco potrebbe essere sul mercato».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/insabbiata-lunica-cura-antivirus-che-funziona-2648169879.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="noi-abbiamo-scoperto-la-terapia-pero-sono-gli-altri-ad-applicarla" data-post-id="2648169879" data-published-at="1602444911" data-use-pagination="False"> «Noi abbiamo scoperto la terapia però sono gli altri ad applicarla» Cesare Perotti «L'Italia scopre la terapia ma poi sono gli altri che la applicano su larga scala. Mentre la comunità scientifica italiana si divideva tra favorevoli e contrari, gli Stati Uniti hanno preso la nostra terapia e, senza perdere tempo, la stanno utilizzando su tutto il territorio nazionale. Anche numerosi Paesi europei ce l'hanno chiesta». Cesare Perotti è direttore del servizio immunotrasfusionale del policlinico di Pavia, che per primo assieme all'ospedale Carlo Poma di Mantova ha sperimentato la terapia del plasma iperimmune per curare i malati da Covid. È vero che la vostra cura è stata copiata dagli Stati Uniti? «Il 18 marzo mi ha telefonato la presidente dell'American society of hematology. È stata molto diretta. Mi ha chiesto se potessi mandarle il protocollo che avevamo elaborato per la cura con il plasma iperimmune. Ho risposto subito. Negli Usa il programma è partito immediatamente. La Food and drug administration, l'ente governativo che regolamenta i prodotti alimentari e farmaceutici, dipendente dal Dipartimento della salute, ha autorizzato l'utilizzo del plasma di soggetti in convalescenza da Covid, come terapia emergenziale insieme al Remdesivir, un farmaco antivirale». Quanti pazienti sono stati trattati negli Usa con la vostra cura? «Il sito della Mayo Clinic, che coordina tutto il programma negli Stati Uniti, riporta i dati aggiornati sull'applicazione della terapia. Sono coinvolti 2.747 ospedali, 14.759 medici partecipano al programma e hanno avuto l'infusione 85.206 malati. Il presidente Donald Trump, da quanto si è saputo, è stato curato con anticorpi monoclonali alcuni ottenuti dal plasma, altri realizzati in laboratorio». Quali altri Paesi si sono rivolti a voi? «Il Policlinico ha dato il protocollo anche a Francia e Spagna». Le istituzioni europee si sono mosse? «La Commissione ha assegnato al policlinico San Matteo di Pavia e a me il coordinamento del programma del plasma convalescente per l'Europa con un finanziamento che coinvolge tutti i Paesi europei. Con il programma European blood alliance abbiamo avuto un importante riconoscimento oltre confine». Quale è la situazione in Italia? «Ci muoviamo tra tante polemiche. Ci hanno criticato perché quando siamo partiti a marzo non avevamo risultati randomizzati. Ma questi richiedono molto tempo e a marzo, in piena pandemia, non potevamo aspettare: dovevamo agire subito e i risultati sono stati ottimi». Quando sarà ufficializzata la cura? «A fine maggio è partito lo studio chiamato Tsunami, coordinato da me e dall'ospedale di Pisa. È un protocollo nazionale randomizzato, promosso dal ministero della Salute, dall'Istituto superiore di sanità e dall'Aifa, con l'obiettivo di ottenere evidenze scientifiche sul ruolo della terapia con il plasma iperimmune. Hanno aderito 76 ospedali, ma un conto è iscriversi e un altro attivarsi. Si procede lentamente. D'altronde i convalescenti a cui fare i prelievi sono diminuiti e l'arruolamento di pazienti va a rilento. Dovevamo partire prima». Come mai non è stato attivato subito un programma nazionale? «C'è stato un deficit di organizzazione e tante, troppe, polemiche». A pensare male talvolta ci si indovina: non è che questa terapia, siccome ha costi ridotti, dà fastidio all'industria farmaceutica? «Pasolini diceva: io so ma non ho le prove. Una cura con l'eparina o il desametasone che costa 2-3 euro impatta in modo diverso rispetto a un antivirale come il Remdesivir che costa circa 2.500 euro a paziente». C'è al mondo una terapia standard per la cura del Covid? «La risposa è no. Ci sono evidenze che alcuni approcci terapeutici vanno meglio di altri. Per la cura del Covid si usano diversi farmaci, ognuno per la sua specificità». Ogni tanto appare uno studio che contesta l'efficacia della cura con il plasma, per esempio quello dell'Indian council of medical research. «È uno studio che non ha alcuna validità. Hanno preso del plasma a caso, senza effettuare i test preventivi in grado di verificare se ci fossero gli anticorpi. Di che cosa stiamo parlando?». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/insabbiata-lunica-cura-antivirus-che-funziona-2648169879.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="a-mantova-le-guarigioni-superano-il-90" data-post-id="2648169879" data-published-at="1602444911" data-use-pagination="False"> «A Mantova le guarigioni superano il 90%» Massimo Franchini «Avremmo dovuto agire subito ma c'è stata una forte resistenza dovuta al pregiudizio che si porta dietro l'uso del plasma. È vero, fino a 40 anni fa poteva trasmettere l'epatite e l'Hiv, ma ora è super testato e questi rischi si sono annullati». Massimo Franchini, direttore del servizio di immunoematologia e medicina trasfusionale dell'ospedale Carlo Poma di Mantova, che per primo ha avviato la sperimentazione della terapia con il plasma iperimmune, rivela come mai in Italia la cura fa fatica a essere accettata. «A marzo e aprile ci fu molta resistenza dalla comunità scientifica. Forse ha giocato anche il solito meccanismo del campanilismo di qualche scienziato che avrebbe voluto mettere il suo nome sotto la cura. Ma i risultati ci sono. Noi siamo stati i primi nel mondo occidentale a individuare questa terapia. Il paradosso è che è stata utilizzata soltanto da pochi centri che ci hanno creduto. Adesso, in tutto il mondo, sono in corso centinaia di studi sul plasma iperimmune. In Italia invece si reagisce quasi con gioia quando esce qualche lavoro che mette in dubbio l'efficacia della terapia». Lei è responsabile della sicurezza del plasma: come mai tanta reticenza a usare una cura che altri Paesi ci hanno copiato? «È proprio questo il punto. Il plasma che usiamo è super sicuro, non c'è alcun rischio di trasmettere malattie infettive. Inoltre, si sa quanti anticorpi contiene come se fosse un farmaco. Calcoliamo il numero di dosi, quanto e come somministrarlo. Ma poi, basta pensare che personaggi come Trump e Berlusconi sono stati trattati con un mix di farmaci che comprendeva il cortisone come antinfiammatorio, il remdesivir come antivirale e anche una fonte di anticorpi come i monoclonali o il plasma iperimmune». Bisognerebbe creare delle banche del plasma, ma manca una regìa pubblica e tutto è lasciato all'iniziativa degli ospedali. «Ci sarebbe voluto un maggior coordinamento dell'Istituto superiore di sanità per la raccolta di plasma. Gli Usa sono partiti subito con la nostra terapia, tramite una task force governativa che ha promosso la raccolta di plasma su tutto il territorio nazionale. L'Italia è stata interessata precocemente dalla pandemia ma si è mossa lentamente. Ci sono banche del plasma regionali in Lombardia, Veneto, Toscana, Marche, Lazio, legate agli ospedali. L'utilizzo clinico è coordinato dallo studio Tsunami». Quando dalla sperimentazione si passerà a un uso su larga scala? «Sì, al momento siamo ancora alla sperimentazione. L'Aifa autorizza i farmaci e le terapie quando ci sono prove scientifiche definitive, che nel nostro caso ancora non ci sono. Per averle occorre un processo lungo che richiede tanto tempo. Ma la mia opinione è che una volta appurata la sicurezza e a fronte dei risultati ottimi della sperimentazione, perché non usarlo? Gli americani si sono posti questa domanda e, con grande pragmatismo, hanno deciso di adottare la terapia anche senza evidenze scientifiche definitive». Avete posto questo problema all'Istituto superiore di sanità? La pandemia richiede interventi tempestivi. «L'Istituto è stato interpellato più volte, ma secondo loro non valeva la pena di usare il plasma in modo estensivo. Hanno dubbi sull'efficacia, hanno sempre mantenuto questa linea. La storia della medicina dirà chi aveva ragione». In attesa dell'autorizzazione degli istituti sanitari, come potete applicare la terapia? «La cura del plasma è inserita in protocolli di studi, come lo Tsunami, o per cosiddetto uso compassionevole, cioè quando per una patologia manca un trattamento riconosciuto come definitivo ma si ritiene che un farmaco possa essere utile. Occorre l'autorizzazione del Comitato etico che noi abbiamo». Quali risultati avete ottenuto nell'ospedale di Mantova? «Stiamo applicando la terapia da marzo e finora abbiamo trattato 150 pazienti. Le guarigioni superano il 90%». Ci sono requisiti affinché il plasma abbia la maggiore efficacia? «Il plasma funziona se vengono rispettati i seguenti requisiti: deve contenere un adeguato livello di anticorpi e deve essere somministrato precocemente. Con queste condizioni la malattia si blocca e regredisce». Avete ricevuto richieste da Paesi esteri per fornire supporto scientifico? «Abbiamo continue richieste di collaborazioni per mettere a disposizione le nostre conoscenze. Abbiamo fornito un supporto scientifico con collegamenti Web dall'America Latina all'Albania». Siete un competitor temibile per l'industria farmaceutica. La cura con il plasma costa poco. «Qualcuno ci può considerare un pericoloso competitor, ma io vedo un rapporto di collaborazione e non di antagonismo con l'industria farmaceutica. La terapia migliore, al momento, è un cocktail di componenti, quali antivirali, cortisone e plasma. La produzione di un farmaco richiede tanto tempo e forse per quella data sarà già arrivato il vaccino».
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Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.