True
2024-11-09
Dalla sanità al woke, l’America secondo Trump
Donald Trump (Getty Images)
Una delle cause che spiegano la vittoria di Donald Trump alle ultime presidenziali è il rifiuto dell’estremismo woke da parte della maggioranza degli americani. Questa ubriacatura ideologica ha man mano portato il Partito democratico a combattere battaglie astruse, settarie e fondamentalmente impopolari.
Non a caso, dopo la disfatta di Kamala Harris, dall’Asinello sono arrivati dei segnali significativi. Ben due deputati dem, Tom Suozzi e Seth Moulton, hanno apertamente criticato la competizione dei transgender negli sport femminili. «I democratici passano troppo tempo a cercare di non offendere nessuno, invece di essere brutalmente onesti sulle sfide che molti americani affrontano», ha detto Moulton l’altro ieri. «Ho due bambine, non voglio che vengano investite su un campo da gioco da un atleta maschio o ex maschio, ma come democratico dovrei avere paura di dirlo», ha proseguito.
Più o meno nelle stesse ore, il sindaco dem di New York, Eric Adams, annunciava lo stop ai buoni pasto per i migranti. Tutto questo, mentre ieri l’ex consigliere di Hillary Clinton, Philippe Reines, sosteneva che l’Asinello è ormai «ostaggio» dell’estrema sinistra. Insomma, è chiaro che, nel redde rationem scattato in seno al Partito democratico, uno dei punti principali di scontro sarà rappresentato proprio dal destino dell’ideologia woke: il simbolo del potere «californiano» che, negli ultimi dieci anni, ha mortificato sistematicamente l’ala «operaia» dell’Asinello. Del resto, anche alcuni settori del Partito democratico newyorchese si stanno ricredendo, iniziando a comprendere i danni prodotti dal wokeismo.
Non è quindi un caso che Trump sia deciso a dare battaglia per contrastare questa deriva ideologica nelle istituzioni e nelle scuole statunitensi. Ieri, The Hill riportava che il presidente in pectore punta a riformare strutturalmente il Pentagono: vuole diminuirne le spese, snellirne i vertici e, soprattutto, «ridurre gli sforzi per rendere l’esercito più inclusivo nei confronti dei soldati transgender e delle donne». Non è del resto un mistero che, negli ultimi quattro anni, i repubblicani abbiano spesso criticato l’amministrazione Biden per le sue politiche su diversità, equità e inclusione all’interno del Dipartimento della Difesa. Trump vuole quindi agire in fretta. La questione non è soltanto di costi economici ma anche di efficienza e, in particolare, di ripristino della capacità di deterrenza americana sul piano internazionale.
Ma non è tutto. A metà ottobre, l’allora candidato repubblicano aveva annunciato di voler proibire la competizione dei transgender negli sport femminili. Quando gli fu chiesto come avrebbe potuto introdurre un tale divieto, rispose: «Il presidente lo vieta. Semplicemente non permetti che accada. Non è un grande problema». Questo vuol dire che, con ogni probabilità, Trump ha intenzione di affrontare la questione attraverso un decreto. Non solo. Lo scorso maggio, il tycoon aveva altresì promesso che avrebbe abolito i cambiamenti apportati da Joe Biden al Titolo IX: l’attuale presidente ha infatti stabilito che le discriminazioni nei programmi d’istruzione dovrebbero essere vietate non solo sulla base del sesso ma anche su quella dell’orientamento di genere.
Inoltre, almeno in parte, Trump punta a contrastare il wokeismo nelle scuole attraverso l’eliminazione del dipartimento dell’Istruzione. Non è chiaro se riuscirà a conseguire questo obiettivo. Tuttavia l’idea di base è che i sistemi scolastici debbano far capo ai singoli Stati e non al governo federale. Per di più, la nuova amministrazione potrebbe cercare di promuovere anche delle restrizioni alla propaganda di contenuti progressisti nelle scuole.
E poi abbiamo la lotta all’immigrazione clandestina: uno dei principali cavalli di battaglia del tycoon in campagna elettorale. Giovedì, parlando con Nbc News, Trump ha confermato che una delle sue priorità è quella di rendere la frontiera meridionale «forte e potente». Ha anche ribadito di avere intenzione di attuare dei rimpatri di massa. «Non abbiamo scelta», ha affermato il presidente in pectore. Secondo la Cnn, il tycoon ha intenzione di concentrarsi innanzitutto sui clandestini che si sono macchiati di reati. Probabilmente il suo team sta lavorando da tempo a questo dossier, anche perché - come detto - ha rappresentato uno dei capisaldi del suo messaggio elettorale. I punti su cui si stanno concentrando i collaboratori di Trump sono principalmente due: l’operatività dei rimpatri e, in particolare, la messa a punto di una strategia per affrontare eventuali ricorsi legali. Ricordiamo che, secondo un sondaggio Ipsos dello scorso settembre, il 54% degli americani si dice favorevole ai rimpatri di massa. È anche in quest’ottica che la squadra del presidente in pectore sta decidendo se attuare l’espulsione dei cosiddetti dreamers: gli immigrati irregolari entrati negli Stati Uniti da minorenni. Insomma, Trump sembra voler tirare risolutamente dritto contro la deriva woke. Non sarà affatto facile picconarla, è chiaro. Ma non è detto che non ce la possa fare.
La cura Kennedy jr per guarire l’America
È un no vax. Di Robert Francis Kennedy Jr si sente dire soltanto questo. Tanto che lui, in un’intervista a Nbc news, ha dovuto giurare che non ha nulla contro i vaccini. Il rampollo della dinastia più funestata della storia americana, nipote di Jfk, figlio di Bob, ha litigato pure con i parenti, per la sua scelta di lasciare il Partito democratico e poi sostenere, da indipendente, Donald Trump. Ma nella sua biografia c’è una certa coerenza: stare dalla parte dei più deboli, come il padre che andava tra i neri negli Stati del Sud. Schierarsi contro i poteri forti. Oggi, debole è il popolo che ha una delle aspettative di vita più basse nel mondo sviluppato. I forti, Kennedy jr li identifica con i predoni della salute: Big pharma e la Food and drug administration. L’autorità che dovrebbe disciplinare l’uso dei medicinali e che invece, a suo avviso, è contaminata dal germe della «corruzione». Anche da qui potrebbe passare la rivoluzione conservatrice della nuova amministrazione Trump: «Interi dipartimenti» dell’ente regolatore «devono essere eliminati», ha dichiarato a Msnbc l’avvocato di Washington. Quelle sezioni di Fda, «come il dipartimento per la nutrizione», «non stanno facendo il loro lavoro, non stanno proteggendo i nostri bambini».Durante il discorso con cui ha celebrato il trionfo elettorale, il tycoon ha lasciato intendere che Kennedy jr svolgerà un ruolo di primo piano nella sua squadra. Make America healthy again è lo slogan, variazione sul tema del classico «Maga»: rendere l’America di nuovo sana. C’è in serbo il ministero della Sanità? Per la nomina, servirebbe il via libera dal Senato. Controllato dai repubblicani, certo. Ma per scongiurare incidenti di percorso, forse sarebbe preferibile un un incarico per cui non occorra la ratifica del Congresso. Oppure, il dicastero dell’Agricoltura? In effetti, è sull’alimentazione che batte spesso Kennedy. E a seguire i cinque minuti di video che hanno diffuso su X i canali vicini a Trump, l’uomo accusato di complottismo durante la pandemia non sembra per niente uno svitato.Il suo ragionamento è lineare. Gli statunitensi, rispetto agli altri occidentali, campano meno e stanno peggio. La causa? Ingurgitano troppe schifezze. Non si tratta solo di invitarli a consumare più insalata e meno patatine. Il punto è tecnico, politico, giuridico. Il cibo spazzatura che divorano fa ingrassare, sì, ma è soprattutto un veleno. Contiene sostanze chimiche dannose. Per responsabilità di Fda: quegli ingredienti sono legali, autorizzati dall’agenzia che dovrebbe tutelare i cittadini, mentre li lascia in balìa di produttori privi di scrupoli. Perciò lui parla di corruzione: evoca un cortocircuito tra la grande industria e chi dovrebbe vigilare su di essa. La proposta: mettere al bando le sostanze pericolose, spingendo gli americani ad abitudini più salutari. Senza diktat e divieti, a differenza delle crociate anti vino dell’Oms, o della campagna inglese contro sigarette ed e-cig.Sembra banale. Non lo è. Sarebbe una trasformazione epocale. Il paradigma che si è imposto durante il Covid, anche a colpi di propaganda e censura, diventando un aspetto centrale dell’agenda dem, si fonda sulla sostituzione del cittadino con il paziente. È l’estremo approdo della medicalizzazione. Siamo tutti malati: soffriamo di patologie croniche, rischiamo di buscarcene altre. Soluzione? I farmaci. I vaccini per schermarci dalle infezioni, le terapie per trattare i mali già contratti. È questo circolo che la filosofia di Kennedy jr intende spezzare: mi alimento male, tracanno tossine, mi ammalo, faccio spendere allo Stato o spendo di tasca mia tanti soldi per comprare le medicine con cui curarmi. L’alternativa: mangio decentemente, evito il junk food, rifuggo la sedentarietà, quindi perdo peso, quindi riduco il rischio di patologie cardiovascolari e tumori, quindi ho meno bisogno di farmaci. Sono due modelli contrapposti. Proprio come qualcuno, sui social, provava a contrapporre le foto di Kennedy e Bill Gates. Due coetanei (Mr Microsoft è del 1955, il politico è del 1954), ma il re Mida dei vaccini ha il fisico decadente, il figlio di Bob è vigoroso e atletico. Anche se il salutismo non lo ha salvato da un disturbo neurologico, che gli crea problemi di fonazione.È una svolta culturale. Il medico è politico. Lo prova il precedente italiano: ricordate il putiferio che si scatenò, allorché Giorgia Meloni definì una «devianza» l’obesità? Apriti cielo: si gridò al body shaming, con strali verso i nostalgici della ginnastica fascista. Nell’ottica liberal, il corpo deforme è un proclama liberatorio. La body positivity è il paravento con cui si occultano gli effetti devastanti del sovrappeso. Intanto, l’organismo infiacchito dalla cornucopia di medicine nutre, con il feticcio di vaccinazioni, mascherine, autoquarantene, un’illusione di immunità. Ma l’élite progressista insegue le mode delle pietanze healthy: il tofu, il miglio, l’avocado. Snack e bibite edulcorate restano sulle tavole dei poveri. Per loro, garantisce Fda.
Continua a leggereRiduci
Prime mosse del presidente eletto: chiama Zelensky (con Musk) e progetta una rivoluzione conservatrice. Così vuol smontare il delirio gender in scuole, sport ed esercito. E si scaldano Ladapo e Robert Kennedy.Una delle cause che spiegano la vittoria di Donald Trump alle ultime presidenziali è il rifiuto dell’estremismo woke da parte della maggioranza degli americani. Questa ubriacatura ideologica ha man mano portato il Partito democratico a combattere battaglie astruse, settarie e fondamentalmente impopolari.Non a caso, dopo la disfatta di Kamala Harris, dall’Asinello sono arrivati dei segnali significativi. Ben due deputati dem, Tom Suozzi e Seth Moulton, hanno apertamente criticato la competizione dei transgender negli sport femminili. «I democratici passano troppo tempo a cercare di non offendere nessuno, invece di essere brutalmente onesti sulle sfide che molti americani affrontano», ha detto Moulton l’altro ieri. «Ho due bambine, non voglio che vengano investite su un campo da gioco da un atleta maschio o ex maschio, ma come democratico dovrei avere paura di dirlo», ha proseguito.Più o meno nelle stesse ore, il sindaco dem di New York, Eric Adams, annunciava lo stop ai buoni pasto per i migranti. Tutto questo, mentre ieri l’ex consigliere di Hillary Clinton, Philippe Reines, sosteneva che l’Asinello è ormai «ostaggio» dell’estrema sinistra. Insomma, è chiaro che, nel redde rationem scattato in seno al Partito democratico, uno dei punti principali di scontro sarà rappresentato proprio dal destino dell’ideologia woke: il simbolo del potere «californiano» che, negli ultimi dieci anni, ha mortificato sistematicamente l’ala «operaia» dell’Asinello. Del resto, anche alcuni settori del Partito democratico newyorchese si stanno ricredendo, iniziando a comprendere i danni prodotti dal wokeismo.Non è quindi un caso che Trump sia deciso a dare battaglia per contrastare questa deriva ideologica nelle istituzioni e nelle scuole statunitensi. Ieri, The Hill riportava che il presidente in pectore punta a riformare strutturalmente il Pentagono: vuole diminuirne le spese, snellirne i vertici e, soprattutto, «ridurre gli sforzi per rendere l’esercito più inclusivo nei confronti dei soldati transgender e delle donne». Non è del resto un mistero che, negli ultimi quattro anni, i repubblicani abbiano spesso criticato l’amministrazione Biden per le sue politiche su diversità, equità e inclusione all’interno del Dipartimento della Difesa. Trump vuole quindi agire in fretta. La questione non è soltanto di costi economici ma anche di efficienza e, in particolare, di ripristino della capacità di deterrenza americana sul piano internazionale. Ma non è tutto. A metà ottobre, l’allora candidato repubblicano aveva annunciato di voler proibire la competizione dei transgender negli sport femminili. Quando gli fu chiesto come avrebbe potuto introdurre un tale divieto, rispose: «Il presidente lo vieta. Semplicemente non permetti che accada. Non è un grande problema». Questo vuol dire che, con ogni probabilità, Trump ha intenzione di affrontare la questione attraverso un decreto. Non solo. Lo scorso maggio, il tycoon aveva altresì promesso che avrebbe abolito i cambiamenti apportati da Joe Biden al Titolo IX: l’attuale presidente ha infatti stabilito che le discriminazioni nei programmi d’istruzione dovrebbero essere vietate non solo sulla base del sesso ma anche su quella dell’orientamento di genere.Inoltre, almeno in parte, Trump punta a contrastare il wokeismo nelle scuole attraverso l’eliminazione del dipartimento dell’Istruzione. Non è chiaro se riuscirà a conseguire questo obiettivo. Tuttavia l’idea di base è che i sistemi scolastici debbano far capo ai singoli Stati e non al governo federale. Per di più, la nuova amministrazione potrebbe cercare di promuovere anche delle restrizioni alla propaganda di contenuti progressisti nelle scuole.E poi abbiamo la lotta all’immigrazione clandestina: uno dei principali cavalli di battaglia del tycoon in campagna elettorale. Giovedì, parlando con Nbc News, Trump ha confermato che una delle sue priorità è quella di rendere la frontiera meridionale «forte e potente». Ha anche ribadito di avere intenzione di attuare dei rimpatri di massa. «Non abbiamo scelta», ha affermato il presidente in pectore. Secondo la Cnn, il tycoon ha intenzione di concentrarsi innanzitutto sui clandestini che si sono macchiati di reati. Probabilmente il suo team sta lavorando da tempo a questo dossier, anche perché - come detto - ha rappresentato uno dei capisaldi del suo messaggio elettorale. I punti su cui si stanno concentrando i collaboratori di Trump sono principalmente due: l’operatività dei rimpatri e, in particolare, la messa a punto di una strategia per affrontare eventuali ricorsi legali. Ricordiamo che, secondo un sondaggio Ipsos dello scorso settembre, il 54% degli americani si dice favorevole ai rimpatri di massa. È anche in quest’ottica che la squadra del presidente in pectore sta decidendo se attuare l’espulsione dei cosiddetti dreamers: gli immigrati irregolari entrati negli Stati Uniti da minorenni. Insomma, Trump sembra voler tirare risolutamente dritto contro la deriva woke. Non sarà affatto facile picconarla, è chiaro. Ma non è detto che non ce la possa fare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/inizia-la-lotta-al-woke-2669738908.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-cura-kennedy-jr-per-guarire-lamerica" data-post-id="2669738908" data-published-at="1731153712" data-use-pagination="False"> La cura Kennedy jr per guarire l’America È un no vax. Di Robert Francis Kennedy Jr si sente dire soltanto questo. Tanto che lui, in un’intervista a Nbc news, ha dovuto giurare che non ha nulla contro i vaccini. Il rampollo della dinastia più funestata della storia americana, nipote di Jfk, figlio di Bob, ha litigato pure con i parenti, per la sua scelta di lasciare il Partito democratico e poi sostenere, da indipendente, Donald Trump. Ma nella sua biografia c’è una certa coerenza: stare dalla parte dei più deboli, come il padre che andava tra i neri negli Stati del Sud. Schierarsi contro i poteri forti. Oggi, debole è il popolo che ha una delle aspettative di vita più basse nel mondo sviluppato. I forti, Kennedy jr li identifica con i predoni della salute: Big pharma e la Food and drug administration. L’autorità che dovrebbe disciplinare l’uso dei medicinali e che invece, a suo avviso, è contaminata dal germe della «corruzione». Anche da qui potrebbe passare la rivoluzione conservatrice della nuova amministrazione Trump: «Interi dipartimenti» dell’ente regolatore «devono essere eliminati», ha dichiarato a Msnbc l’avvocato di Washington. Quelle sezioni di Fda, «come il dipartimento per la nutrizione», «non stanno facendo il loro lavoro, non stanno proteggendo i nostri bambini».Durante il discorso con cui ha celebrato il trionfo elettorale, il tycoon ha lasciato intendere che Kennedy jr svolgerà un ruolo di primo piano nella sua squadra. Make America healthy again è lo slogan, variazione sul tema del classico «Maga»: rendere l’America di nuovo sana. C’è in serbo il ministero della Sanità? Per la nomina, servirebbe il via libera dal Senato. Controllato dai repubblicani, certo. Ma per scongiurare incidenti di percorso, forse sarebbe preferibile un un incarico per cui non occorra la ratifica del Congresso. Oppure, il dicastero dell’Agricoltura? In effetti, è sull’alimentazione che batte spesso Kennedy. E a seguire i cinque minuti di video che hanno diffuso su X i canali vicini a Trump, l’uomo accusato di complottismo durante la pandemia non sembra per niente uno svitato.Il suo ragionamento è lineare. Gli statunitensi, rispetto agli altri occidentali, campano meno e stanno peggio. La causa? Ingurgitano troppe schifezze. Non si tratta solo di invitarli a consumare più insalata e meno patatine. Il punto è tecnico, politico, giuridico. Il cibo spazzatura che divorano fa ingrassare, sì, ma è soprattutto un veleno. Contiene sostanze chimiche dannose. Per responsabilità di Fda: quegli ingredienti sono legali, autorizzati dall’agenzia che dovrebbe tutelare i cittadini, mentre li lascia in balìa di produttori privi di scrupoli. Perciò lui parla di corruzione: evoca un cortocircuito tra la grande industria e chi dovrebbe vigilare su di essa. La proposta: mettere al bando le sostanze pericolose, spingendo gli americani ad abitudini più salutari. Senza diktat e divieti, a differenza delle crociate anti vino dell’Oms, o della campagna inglese contro sigarette ed e-cig.Sembra banale. Non lo è. Sarebbe una trasformazione epocale. Il paradigma che si è imposto durante il Covid, anche a colpi di propaganda e censura, diventando un aspetto centrale dell’agenda dem, si fonda sulla sostituzione del cittadino con il paziente. È l’estremo approdo della medicalizzazione. Siamo tutti malati: soffriamo di patologie croniche, rischiamo di buscarcene altre. Soluzione? I farmaci. I vaccini per schermarci dalle infezioni, le terapie per trattare i mali già contratti. È questo circolo che la filosofia di Kennedy jr intende spezzare: mi alimento male, tracanno tossine, mi ammalo, faccio spendere allo Stato o spendo di tasca mia tanti soldi per comprare le medicine con cui curarmi. L’alternativa: mangio decentemente, evito il junk food, rifuggo la sedentarietà, quindi perdo peso, quindi riduco il rischio di patologie cardiovascolari e tumori, quindi ho meno bisogno di farmaci. Sono due modelli contrapposti. Proprio come qualcuno, sui social, provava a contrapporre le foto di Kennedy e Bill Gates. Due coetanei (Mr Microsoft è del 1955, il politico è del 1954), ma il re Mida dei vaccini ha il fisico decadente, il figlio di Bob è vigoroso e atletico. Anche se il salutismo non lo ha salvato da un disturbo neurologico, che gli crea problemi di fonazione.È una svolta culturale. Il medico è politico. Lo prova il precedente italiano: ricordate il putiferio che si scatenò, allorché Giorgia Meloni definì una «devianza» l’obesità? Apriti cielo: si gridò al body shaming, con strali verso i nostalgici della ginnastica fascista. Nell’ottica liberal, il corpo deforme è un proclama liberatorio. La body positivity è il paravento con cui si occultano gli effetti devastanti del sovrappeso. Intanto, l’organismo infiacchito dalla cornucopia di medicine nutre, con il feticcio di vaccinazioni, mascherine, autoquarantene, un’illusione di immunità. Ma l’élite progressista insegue le mode delle pietanze healthy: il tofu, il miglio, l’avocado. Snack e bibite edulcorate restano sulle tavole dei poveri. Per loro, garantisce Fda.
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni (Ansa)
Paletti che possono essere riassunti così: questi soldi (comunque debito, ricordiamolo) potranno essere spesi per investimenti in energie rinnovabili, ma non per interventi di «pronto soccorso», come ad esempio il taglio delle accise, che scade dopodomani, 6 giugno. Non è escluso tuttavia che il governo possa dare vita a qualche operazione di «maquillage» contabile, in modo da impegnare i fondi ricavati da questa nuova flessibilità in progetti già finanziati, e liberare così risorse per le esigenze immediate degli italiani.
È questa la strada che probabilmente verrà percorsa, come del resto si può intuire dalle parole di Giorgia Meloni: «La Commissione europea», commenta il presidente del Consiglio in un video diffuso ieri sera, «ha accolto la richiesta italiana di avere maggiore flessibilità di bilancio per affrontare la crisi energetica. Questo ci consentirà di spendere 14 miliardi di euro nei prossimi tre anni per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia che colpisce chiaramente le famiglie vulnerabili, le imprese energivore, che colpisce gli italiani. Nei giorni scorsi avevo scritto alla presidente Von der Leyen per affrontare la questione», aggiunge la Meloni, «e ribadire come in questa fase fosse prioritario consentire maggiore deficit non solo per le spese in sicurezza e difesa ma anche per gli interventi sul caro energia. È quindi un risultato estremamente importante, che in molti consideravano impossibile ma che abbiamo costruito con determinazione e pazienza che conferma la capacità dell’Italia di far valere i propri interessi e di proporre soluzioni efficaci e di buon senso all’intera Europa».
La novità è compresa nel pacchetto-primavera del Semestre europeo, presentato ieri. «Proponiamo una flessibilità fiscale limitata per affrontare le sfide della crisi energetica», spiega il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, «che consiste nell’estendere l’ambito di applicazione della Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa, includendo anche misure che accelerino la transizione e l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili. Nello specifico, proponiamo la possibilità di usare fino allo 0,3% del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028 per misure che rafforzino la resilienza strutturale del sistema energetico con un limite cumulato pari allo 0,6% del Pil nell'arco dei 3 anni». Questi soldi potranno essere utilizzati per «misure volte a ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili, come per esempio grandi progetti di investimento nelle reti elettriche, nel migliorare l’utilizzo delle rinnovabili, ma anche per sussidi per le famiglie e per le imprese, come ad esempio l’acquisto di veicoli elettrici o di sistemi di riscaldamento a migliore efficienza energetica, impianti solari, batterie per conservare l’energia elettrica». Quindi, niente taglio delle accise? «No. Questa flessibilità fiscale aggiuntiva», sottolinea ancora Dombrovskis, «che uno Stato può decidere se usare o meno, non copre le misure di sostegno che sovvenzionano l’uso di combustibili fossili, come ad esempio le riduzioni mirate delle accise. Stiamo affrontando uno shock dell’offerta, e non si può affrontare uno choc dell’offerta stimolando la domanda, perché se molti paesi lo facessero, ciò non farebbe altro che sostenere prezzi dell’energia più elevati per petrolio e gas, e di conseguenza, gli Stati membri spenderebbero molti soldi per un vantaggio limitato. La flessibilità sarà disponibile per le misure intraprese a partire da febbraio 2026».
«Sono soddisfatto», commenta il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato. Nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie. Naturalmente la valutazione deve essere fatta complessivamente e dovrà tener conto anche delle ultime stime fornite dalla Commissione e degli elementi contenuti nelle raccomandazioni della Commissione che testimoniano lo sforzo e la serietà della finanza pubblica italiana».
Ma c’è un altro capitolo: la stangata sugli immobili. «I valori catastali in Italia», sottolinea la Commissione europea nelle raccomandazioni per il nostro Paese, «non sono ancora stati sistematicamente avvicinati ai valori di mercato». Bruxelles evidenzia che le abitazioni principali sono esentate dalla tassazione «per quasi tutte le classi di proprietà», il che porta a «basse entrate derivanti dagli immobili a livello locale anche nelle città che affrontano problemi di accessibilità abitativa». Non solo: la Commissione evidenzia pure che «in circa un decimo delle province italiane i costi degli affitti rappresentano più di un terzo dei salari medi e la quota di edilizia sociale è bassa con un patrimonio abitativo pubblico limitato e liste d'attesa molto lunghe». Riflettori accesi anche «sull’elevata quota di abitazioni non occupate e la forte presenza di affitti a breve termine». Caustico il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa: «Sempre peggio. Le raccomandazioni all’Italia diffuse oggi dalla Commissione europea», scrive Spaziani Testa su X, «sembrano scritte da Ilaria Salis. Stavolta, nelle sue raccomandazioni all’Italia, non si è limitata a suggerire al nostro governo, a due settimane dal termine per il pagamento della patrimoniale sugli immobili da 22-23 miliardi di euro l’anno, di aumentare ulteriormente le tasse sulla casa. Ha fatto di più: ha messo esplicitamente in relazione l’esenzione dall’Imu della gran parte delle abitazioni principali con i problemi di accesso all’alloggio. Inoltre, ha collegato le difficoltà abitative al fatto che l’Italia sarebbe caratterizzata da un’elevata quota di abitazioni non occupate e da una “forte presenza” di affitti brevi. Si tratta di una lettura ideologica e che ignora la realtà italiana. Ancora una volta, si preferisce individuare nella proprietà privata il problema anziché riconoscerla come parte della soluzione».
Continua a leggereRiduci
Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 4 giugno con Carlo Cambi