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2024-11-09
Dalla sanità al woke, l’America secondo Trump
Donald Trump (Getty Images)
Una delle cause che spiegano la vittoria di Donald Trump alle ultime presidenziali è il rifiuto dell’estremismo woke da parte della maggioranza degli americani. Questa ubriacatura ideologica ha man mano portato il Partito democratico a combattere battaglie astruse, settarie e fondamentalmente impopolari.
Non a caso, dopo la disfatta di Kamala Harris, dall’Asinello sono arrivati dei segnali significativi. Ben due deputati dem, Tom Suozzi e Seth Moulton, hanno apertamente criticato la competizione dei transgender negli sport femminili. «I democratici passano troppo tempo a cercare di non offendere nessuno, invece di essere brutalmente onesti sulle sfide che molti americani affrontano», ha detto Moulton l’altro ieri. «Ho due bambine, non voglio che vengano investite su un campo da gioco da un atleta maschio o ex maschio, ma come democratico dovrei avere paura di dirlo», ha proseguito.
Più o meno nelle stesse ore, il sindaco dem di New York, Eric Adams, annunciava lo stop ai buoni pasto per i migranti. Tutto questo, mentre ieri l’ex consigliere di Hillary Clinton, Philippe Reines, sosteneva che l’Asinello è ormai «ostaggio» dell’estrema sinistra. Insomma, è chiaro che, nel redde rationem scattato in seno al Partito democratico, uno dei punti principali di scontro sarà rappresentato proprio dal destino dell’ideologia woke: il simbolo del potere «californiano» che, negli ultimi dieci anni, ha mortificato sistematicamente l’ala «operaia» dell’Asinello. Del resto, anche alcuni settori del Partito democratico newyorchese si stanno ricredendo, iniziando a comprendere i danni prodotti dal wokeismo.
Non è quindi un caso che Trump sia deciso a dare battaglia per contrastare questa deriva ideologica nelle istituzioni e nelle scuole statunitensi. Ieri, The Hill riportava che il presidente in pectore punta a riformare strutturalmente il Pentagono: vuole diminuirne le spese, snellirne i vertici e, soprattutto, «ridurre gli sforzi per rendere l’esercito più inclusivo nei confronti dei soldati transgender e delle donne». Non è del resto un mistero che, negli ultimi quattro anni, i repubblicani abbiano spesso criticato l’amministrazione Biden per le sue politiche su diversità, equità e inclusione all’interno del Dipartimento della Difesa. Trump vuole quindi agire in fretta. La questione non è soltanto di costi economici ma anche di efficienza e, in particolare, di ripristino della capacità di deterrenza americana sul piano internazionale.
Ma non è tutto. A metà ottobre, l’allora candidato repubblicano aveva annunciato di voler proibire la competizione dei transgender negli sport femminili. Quando gli fu chiesto come avrebbe potuto introdurre un tale divieto, rispose: «Il presidente lo vieta. Semplicemente non permetti che accada. Non è un grande problema». Questo vuol dire che, con ogni probabilità, Trump ha intenzione di affrontare la questione attraverso un decreto. Non solo. Lo scorso maggio, il tycoon aveva altresì promesso che avrebbe abolito i cambiamenti apportati da Joe Biden al Titolo IX: l’attuale presidente ha infatti stabilito che le discriminazioni nei programmi d’istruzione dovrebbero essere vietate non solo sulla base del sesso ma anche su quella dell’orientamento di genere.
Inoltre, almeno in parte, Trump punta a contrastare il wokeismo nelle scuole attraverso l’eliminazione del dipartimento dell’Istruzione. Non è chiaro se riuscirà a conseguire questo obiettivo. Tuttavia l’idea di base è che i sistemi scolastici debbano far capo ai singoli Stati e non al governo federale. Per di più, la nuova amministrazione potrebbe cercare di promuovere anche delle restrizioni alla propaganda di contenuti progressisti nelle scuole.
E poi abbiamo la lotta all’immigrazione clandestina: uno dei principali cavalli di battaglia del tycoon in campagna elettorale. Giovedì, parlando con Nbc News, Trump ha confermato che una delle sue priorità è quella di rendere la frontiera meridionale «forte e potente». Ha anche ribadito di avere intenzione di attuare dei rimpatri di massa. «Non abbiamo scelta», ha affermato il presidente in pectore. Secondo la Cnn, il tycoon ha intenzione di concentrarsi innanzitutto sui clandestini che si sono macchiati di reati. Probabilmente il suo team sta lavorando da tempo a questo dossier, anche perché - come detto - ha rappresentato uno dei capisaldi del suo messaggio elettorale. I punti su cui si stanno concentrando i collaboratori di Trump sono principalmente due: l’operatività dei rimpatri e, in particolare, la messa a punto di una strategia per affrontare eventuali ricorsi legali. Ricordiamo che, secondo un sondaggio Ipsos dello scorso settembre, il 54% degli americani si dice favorevole ai rimpatri di massa. È anche in quest’ottica che la squadra del presidente in pectore sta decidendo se attuare l’espulsione dei cosiddetti dreamers: gli immigrati irregolari entrati negli Stati Uniti da minorenni. Insomma, Trump sembra voler tirare risolutamente dritto contro la deriva woke. Non sarà affatto facile picconarla, è chiaro. Ma non è detto che non ce la possa fare.
La cura Kennedy jr per guarire l’America
È un no vax. Di Robert Francis Kennedy Jr si sente dire soltanto questo. Tanto che lui, in un’intervista a Nbc news, ha dovuto giurare che non ha nulla contro i vaccini. Il rampollo della dinastia più funestata della storia americana, nipote di Jfk, figlio di Bob, ha litigato pure con i parenti, per la sua scelta di lasciare il Partito democratico e poi sostenere, da indipendente, Donald Trump. Ma nella sua biografia c’è una certa coerenza: stare dalla parte dei più deboli, come il padre che andava tra i neri negli Stati del Sud. Schierarsi contro i poteri forti. Oggi, debole è il popolo che ha una delle aspettative di vita più basse nel mondo sviluppato. I forti, Kennedy jr li identifica con i predoni della salute: Big pharma e la Food and drug administration. L’autorità che dovrebbe disciplinare l’uso dei medicinali e che invece, a suo avviso, è contaminata dal germe della «corruzione». Anche da qui potrebbe passare la rivoluzione conservatrice della nuova amministrazione Trump: «Interi dipartimenti» dell’ente regolatore «devono essere eliminati», ha dichiarato a Msnbc l’avvocato di Washington. Quelle sezioni di Fda, «come il dipartimento per la nutrizione», «non stanno facendo il loro lavoro, non stanno proteggendo i nostri bambini».Durante il discorso con cui ha celebrato il trionfo elettorale, il tycoon ha lasciato intendere che Kennedy jr svolgerà un ruolo di primo piano nella sua squadra. Make America healthy again è lo slogan, variazione sul tema del classico «Maga»: rendere l’America di nuovo sana. C’è in serbo il ministero della Sanità? Per la nomina, servirebbe il via libera dal Senato. Controllato dai repubblicani, certo. Ma per scongiurare incidenti di percorso, forse sarebbe preferibile un un incarico per cui non occorra la ratifica del Congresso. Oppure, il dicastero dell’Agricoltura? In effetti, è sull’alimentazione che batte spesso Kennedy. E a seguire i cinque minuti di video che hanno diffuso su X i canali vicini a Trump, l’uomo accusato di complottismo durante la pandemia non sembra per niente uno svitato.Il suo ragionamento è lineare. Gli statunitensi, rispetto agli altri occidentali, campano meno e stanno peggio. La causa? Ingurgitano troppe schifezze. Non si tratta solo di invitarli a consumare più insalata e meno patatine. Il punto è tecnico, politico, giuridico. Il cibo spazzatura che divorano fa ingrassare, sì, ma è soprattutto un veleno. Contiene sostanze chimiche dannose. Per responsabilità di Fda: quegli ingredienti sono legali, autorizzati dall’agenzia che dovrebbe tutelare i cittadini, mentre li lascia in balìa di produttori privi di scrupoli. Perciò lui parla di corruzione: evoca un cortocircuito tra la grande industria e chi dovrebbe vigilare su di essa. La proposta: mettere al bando le sostanze pericolose, spingendo gli americani ad abitudini più salutari. Senza diktat e divieti, a differenza delle crociate anti vino dell’Oms, o della campagna inglese contro sigarette ed e-cig.Sembra banale. Non lo è. Sarebbe una trasformazione epocale. Il paradigma che si è imposto durante il Covid, anche a colpi di propaganda e censura, diventando un aspetto centrale dell’agenda dem, si fonda sulla sostituzione del cittadino con il paziente. È l’estremo approdo della medicalizzazione. Siamo tutti malati: soffriamo di patologie croniche, rischiamo di buscarcene altre. Soluzione? I farmaci. I vaccini per schermarci dalle infezioni, le terapie per trattare i mali già contratti. È questo circolo che la filosofia di Kennedy jr intende spezzare: mi alimento male, tracanno tossine, mi ammalo, faccio spendere allo Stato o spendo di tasca mia tanti soldi per comprare le medicine con cui curarmi. L’alternativa: mangio decentemente, evito il junk food, rifuggo la sedentarietà, quindi perdo peso, quindi riduco il rischio di patologie cardiovascolari e tumori, quindi ho meno bisogno di farmaci. Sono due modelli contrapposti. Proprio come qualcuno, sui social, provava a contrapporre le foto di Kennedy e Bill Gates. Due coetanei (Mr Microsoft è del 1955, il politico è del 1954), ma il re Mida dei vaccini ha il fisico decadente, il figlio di Bob è vigoroso e atletico. Anche se il salutismo non lo ha salvato da un disturbo neurologico, che gli crea problemi di fonazione.È una svolta culturale. Il medico è politico. Lo prova il precedente italiano: ricordate il putiferio che si scatenò, allorché Giorgia Meloni definì una «devianza» l’obesità? Apriti cielo: si gridò al body shaming, con strali verso i nostalgici della ginnastica fascista. Nell’ottica liberal, il corpo deforme è un proclama liberatorio. La body positivity è il paravento con cui si occultano gli effetti devastanti del sovrappeso. Intanto, l’organismo infiacchito dalla cornucopia di medicine nutre, con il feticcio di vaccinazioni, mascherine, autoquarantene, un’illusione di immunità. Ma l’élite progressista insegue le mode delle pietanze healthy: il tofu, il miglio, l’avocado. Snack e bibite edulcorate restano sulle tavole dei poveri. Per loro, garantisce Fda.
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Prime mosse del presidente eletto: chiama Zelensky (con Musk) e progetta una rivoluzione conservatrice. Così vuol smontare il delirio gender in scuole, sport ed esercito. E si scaldano Ladapo e Robert Kennedy.Una delle cause che spiegano la vittoria di Donald Trump alle ultime presidenziali è il rifiuto dell’estremismo woke da parte della maggioranza degli americani. Questa ubriacatura ideologica ha man mano portato il Partito democratico a combattere battaglie astruse, settarie e fondamentalmente impopolari.Non a caso, dopo la disfatta di Kamala Harris, dall’Asinello sono arrivati dei segnali significativi. Ben due deputati dem, Tom Suozzi e Seth Moulton, hanno apertamente criticato la competizione dei transgender negli sport femminili. «I democratici passano troppo tempo a cercare di non offendere nessuno, invece di essere brutalmente onesti sulle sfide che molti americani affrontano», ha detto Moulton l’altro ieri. «Ho due bambine, non voglio che vengano investite su un campo da gioco da un atleta maschio o ex maschio, ma come democratico dovrei avere paura di dirlo», ha proseguito.Più o meno nelle stesse ore, il sindaco dem di New York, Eric Adams, annunciava lo stop ai buoni pasto per i migranti. Tutto questo, mentre ieri l’ex consigliere di Hillary Clinton, Philippe Reines, sosteneva che l’Asinello è ormai «ostaggio» dell’estrema sinistra. Insomma, è chiaro che, nel redde rationem scattato in seno al Partito democratico, uno dei punti principali di scontro sarà rappresentato proprio dal destino dell’ideologia woke: il simbolo del potere «californiano» che, negli ultimi dieci anni, ha mortificato sistematicamente l’ala «operaia» dell’Asinello. Del resto, anche alcuni settori del Partito democratico newyorchese si stanno ricredendo, iniziando a comprendere i danni prodotti dal wokeismo.Non è quindi un caso che Trump sia deciso a dare battaglia per contrastare questa deriva ideologica nelle istituzioni e nelle scuole statunitensi. Ieri, The Hill riportava che il presidente in pectore punta a riformare strutturalmente il Pentagono: vuole diminuirne le spese, snellirne i vertici e, soprattutto, «ridurre gli sforzi per rendere l’esercito più inclusivo nei confronti dei soldati transgender e delle donne». Non è del resto un mistero che, negli ultimi quattro anni, i repubblicani abbiano spesso criticato l’amministrazione Biden per le sue politiche su diversità, equità e inclusione all’interno del Dipartimento della Difesa. Trump vuole quindi agire in fretta. La questione non è soltanto di costi economici ma anche di efficienza e, in particolare, di ripristino della capacità di deterrenza americana sul piano internazionale. Ma non è tutto. A metà ottobre, l’allora candidato repubblicano aveva annunciato di voler proibire la competizione dei transgender negli sport femminili. Quando gli fu chiesto come avrebbe potuto introdurre un tale divieto, rispose: «Il presidente lo vieta. Semplicemente non permetti che accada. Non è un grande problema». Questo vuol dire che, con ogni probabilità, Trump ha intenzione di affrontare la questione attraverso un decreto. Non solo. Lo scorso maggio, il tycoon aveva altresì promesso che avrebbe abolito i cambiamenti apportati da Joe Biden al Titolo IX: l’attuale presidente ha infatti stabilito che le discriminazioni nei programmi d’istruzione dovrebbero essere vietate non solo sulla base del sesso ma anche su quella dell’orientamento di genere.Inoltre, almeno in parte, Trump punta a contrastare il wokeismo nelle scuole attraverso l’eliminazione del dipartimento dell’Istruzione. Non è chiaro se riuscirà a conseguire questo obiettivo. Tuttavia l’idea di base è che i sistemi scolastici debbano far capo ai singoli Stati e non al governo federale. Per di più, la nuova amministrazione potrebbe cercare di promuovere anche delle restrizioni alla propaganda di contenuti progressisti nelle scuole.E poi abbiamo la lotta all’immigrazione clandestina: uno dei principali cavalli di battaglia del tycoon in campagna elettorale. Giovedì, parlando con Nbc News, Trump ha confermato che una delle sue priorità è quella di rendere la frontiera meridionale «forte e potente». Ha anche ribadito di avere intenzione di attuare dei rimpatri di massa. «Non abbiamo scelta», ha affermato il presidente in pectore. Secondo la Cnn, il tycoon ha intenzione di concentrarsi innanzitutto sui clandestini che si sono macchiati di reati. Probabilmente il suo team sta lavorando da tempo a questo dossier, anche perché - come detto - ha rappresentato uno dei capisaldi del suo messaggio elettorale. I punti su cui si stanno concentrando i collaboratori di Trump sono principalmente due: l’operatività dei rimpatri e, in particolare, la messa a punto di una strategia per affrontare eventuali ricorsi legali. Ricordiamo che, secondo un sondaggio Ipsos dello scorso settembre, il 54% degli americani si dice favorevole ai rimpatri di massa. È anche in quest’ottica che la squadra del presidente in pectore sta decidendo se attuare l’espulsione dei cosiddetti dreamers: gli immigrati irregolari entrati negli Stati Uniti da minorenni. Insomma, Trump sembra voler tirare risolutamente dritto contro la deriva woke. Non sarà affatto facile picconarla, è chiaro. Ma non è detto che non ce la possa fare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/inizia-la-lotta-al-woke-2669738908.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-cura-kennedy-jr-per-guarire-lamerica" data-post-id="2669738908" data-published-at="1731153712" data-use-pagination="False"> La cura Kennedy jr per guarire l’America È un no vax. Di Robert Francis Kennedy Jr si sente dire soltanto questo. Tanto che lui, in un’intervista a Nbc news, ha dovuto giurare che non ha nulla contro i vaccini. Il rampollo della dinastia più funestata della storia americana, nipote di Jfk, figlio di Bob, ha litigato pure con i parenti, per la sua scelta di lasciare il Partito democratico e poi sostenere, da indipendente, Donald Trump. Ma nella sua biografia c’è una certa coerenza: stare dalla parte dei più deboli, come il padre che andava tra i neri negli Stati del Sud. Schierarsi contro i poteri forti. Oggi, debole è il popolo che ha una delle aspettative di vita più basse nel mondo sviluppato. I forti, Kennedy jr li identifica con i predoni della salute: Big pharma e la Food and drug administration. L’autorità che dovrebbe disciplinare l’uso dei medicinali e che invece, a suo avviso, è contaminata dal germe della «corruzione». Anche da qui potrebbe passare la rivoluzione conservatrice della nuova amministrazione Trump: «Interi dipartimenti» dell’ente regolatore «devono essere eliminati», ha dichiarato a Msnbc l’avvocato di Washington. Quelle sezioni di Fda, «come il dipartimento per la nutrizione», «non stanno facendo il loro lavoro, non stanno proteggendo i nostri bambini».Durante il discorso con cui ha celebrato il trionfo elettorale, il tycoon ha lasciato intendere che Kennedy jr svolgerà un ruolo di primo piano nella sua squadra. Make America healthy again è lo slogan, variazione sul tema del classico «Maga»: rendere l’America di nuovo sana. C’è in serbo il ministero della Sanità? Per la nomina, servirebbe il via libera dal Senato. Controllato dai repubblicani, certo. Ma per scongiurare incidenti di percorso, forse sarebbe preferibile un un incarico per cui non occorra la ratifica del Congresso. Oppure, il dicastero dell’Agricoltura? In effetti, è sull’alimentazione che batte spesso Kennedy. E a seguire i cinque minuti di video che hanno diffuso su X i canali vicini a Trump, l’uomo accusato di complottismo durante la pandemia non sembra per niente uno svitato.Il suo ragionamento è lineare. Gli statunitensi, rispetto agli altri occidentali, campano meno e stanno peggio. La causa? Ingurgitano troppe schifezze. Non si tratta solo di invitarli a consumare più insalata e meno patatine. Il punto è tecnico, politico, giuridico. Il cibo spazzatura che divorano fa ingrassare, sì, ma è soprattutto un veleno. Contiene sostanze chimiche dannose. Per responsabilità di Fda: quegli ingredienti sono legali, autorizzati dall’agenzia che dovrebbe tutelare i cittadini, mentre li lascia in balìa di produttori privi di scrupoli. Perciò lui parla di corruzione: evoca un cortocircuito tra la grande industria e chi dovrebbe vigilare su di essa. La proposta: mettere al bando le sostanze pericolose, spingendo gli americani ad abitudini più salutari. Senza diktat e divieti, a differenza delle crociate anti vino dell’Oms, o della campagna inglese contro sigarette ed e-cig.Sembra banale. Non lo è. Sarebbe una trasformazione epocale. Il paradigma che si è imposto durante il Covid, anche a colpi di propaganda e censura, diventando un aspetto centrale dell’agenda dem, si fonda sulla sostituzione del cittadino con il paziente. È l’estremo approdo della medicalizzazione. Siamo tutti malati: soffriamo di patologie croniche, rischiamo di buscarcene altre. Soluzione? I farmaci. I vaccini per schermarci dalle infezioni, le terapie per trattare i mali già contratti. È questo circolo che la filosofia di Kennedy jr intende spezzare: mi alimento male, tracanno tossine, mi ammalo, faccio spendere allo Stato o spendo di tasca mia tanti soldi per comprare le medicine con cui curarmi. L’alternativa: mangio decentemente, evito il junk food, rifuggo la sedentarietà, quindi perdo peso, quindi riduco il rischio di patologie cardiovascolari e tumori, quindi ho meno bisogno di farmaci. Sono due modelli contrapposti. Proprio come qualcuno, sui social, provava a contrapporre le foto di Kennedy e Bill Gates. Due coetanei (Mr Microsoft è del 1955, il politico è del 1954), ma il re Mida dei vaccini ha il fisico decadente, il figlio di Bob è vigoroso e atletico. Anche se il salutismo non lo ha salvato da un disturbo neurologico, che gli crea problemi di fonazione.È una svolta culturale. Il medico è politico. Lo prova il precedente italiano: ricordate il putiferio che si scatenò, allorché Giorgia Meloni definì una «devianza» l’obesità? Apriti cielo: si gridò al body shaming, con strali verso i nostalgici della ginnastica fascista. Nell’ottica liberal, il corpo deforme è un proclama liberatorio. La body positivity è il paravento con cui si occultano gli effetti devastanti del sovrappeso. Intanto, l’organismo infiacchito dalla cornucopia di medicine nutre, con il feticcio di vaccinazioni, mascherine, autoquarantene, un’illusione di immunità. Ma l’élite progressista insegue le mode delle pietanze healthy: il tofu, il miglio, l’avocado. Snack e bibite edulcorate restano sulle tavole dei poveri. Per loro, garantisce Fda.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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