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2024-11-09
Dalla sanità al woke, l’America secondo Trump
Donald Trump (Getty Images)
Una delle cause che spiegano la vittoria di Donald Trump alle ultime presidenziali è il rifiuto dell’estremismo woke da parte della maggioranza degli americani. Questa ubriacatura ideologica ha man mano portato il Partito democratico a combattere battaglie astruse, settarie e fondamentalmente impopolari.
Non a caso, dopo la disfatta di Kamala Harris, dall’Asinello sono arrivati dei segnali significativi. Ben due deputati dem, Tom Suozzi e Seth Moulton, hanno apertamente criticato la competizione dei transgender negli sport femminili. «I democratici passano troppo tempo a cercare di non offendere nessuno, invece di essere brutalmente onesti sulle sfide che molti americani affrontano», ha detto Moulton l’altro ieri. «Ho due bambine, non voglio che vengano investite su un campo da gioco da un atleta maschio o ex maschio, ma come democratico dovrei avere paura di dirlo», ha proseguito.
Più o meno nelle stesse ore, il sindaco dem di New York, Eric Adams, annunciava lo stop ai buoni pasto per i migranti. Tutto questo, mentre ieri l’ex consigliere di Hillary Clinton, Philippe Reines, sosteneva che l’Asinello è ormai «ostaggio» dell’estrema sinistra. Insomma, è chiaro che, nel redde rationem scattato in seno al Partito democratico, uno dei punti principali di scontro sarà rappresentato proprio dal destino dell’ideologia woke: il simbolo del potere «californiano» che, negli ultimi dieci anni, ha mortificato sistematicamente l’ala «operaia» dell’Asinello. Del resto, anche alcuni settori del Partito democratico newyorchese si stanno ricredendo, iniziando a comprendere i danni prodotti dal wokeismo.
Non è quindi un caso che Trump sia deciso a dare battaglia per contrastare questa deriva ideologica nelle istituzioni e nelle scuole statunitensi. Ieri, The Hill riportava che il presidente in pectore punta a riformare strutturalmente il Pentagono: vuole diminuirne le spese, snellirne i vertici e, soprattutto, «ridurre gli sforzi per rendere l’esercito più inclusivo nei confronti dei soldati transgender e delle donne». Non è del resto un mistero che, negli ultimi quattro anni, i repubblicani abbiano spesso criticato l’amministrazione Biden per le sue politiche su diversità, equità e inclusione all’interno del Dipartimento della Difesa. Trump vuole quindi agire in fretta. La questione non è soltanto di costi economici ma anche di efficienza e, in particolare, di ripristino della capacità di deterrenza americana sul piano internazionale.
Ma non è tutto. A metà ottobre, l’allora candidato repubblicano aveva annunciato di voler proibire la competizione dei transgender negli sport femminili. Quando gli fu chiesto come avrebbe potuto introdurre un tale divieto, rispose: «Il presidente lo vieta. Semplicemente non permetti che accada. Non è un grande problema». Questo vuol dire che, con ogni probabilità, Trump ha intenzione di affrontare la questione attraverso un decreto. Non solo. Lo scorso maggio, il tycoon aveva altresì promesso che avrebbe abolito i cambiamenti apportati da Joe Biden al Titolo IX: l’attuale presidente ha infatti stabilito che le discriminazioni nei programmi d’istruzione dovrebbero essere vietate non solo sulla base del sesso ma anche su quella dell’orientamento di genere.
Inoltre, almeno in parte, Trump punta a contrastare il wokeismo nelle scuole attraverso l’eliminazione del dipartimento dell’Istruzione. Non è chiaro se riuscirà a conseguire questo obiettivo. Tuttavia l’idea di base è che i sistemi scolastici debbano far capo ai singoli Stati e non al governo federale. Per di più, la nuova amministrazione potrebbe cercare di promuovere anche delle restrizioni alla propaganda di contenuti progressisti nelle scuole.
E poi abbiamo la lotta all’immigrazione clandestina: uno dei principali cavalli di battaglia del tycoon in campagna elettorale. Giovedì, parlando con Nbc News, Trump ha confermato che una delle sue priorità è quella di rendere la frontiera meridionale «forte e potente». Ha anche ribadito di avere intenzione di attuare dei rimpatri di massa. «Non abbiamo scelta», ha affermato il presidente in pectore. Secondo la Cnn, il tycoon ha intenzione di concentrarsi innanzitutto sui clandestini che si sono macchiati di reati. Probabilmente il suo team sta lavorando da tempo a questo dossier, anche perché - come detto - ha rappresentato uno dei capisaldi del suo messaggio elettorale. I punti su cui si stanno concentrando i collaboratori di Trump sono principalmente due: l’operatività dei rimpatri e, in particolare, la messa a punto di una strategia per affrontare eventuali ricorsi legali. Ricordiamo che, secondo un sondaggio Ipsos dello scorso settembre, il 54% degli americani si dice favorevole ai rimpatri di massa. È anche in quest’ottica che la squadra del presidente in pectore sta decidendo se attuare l’espulsione dei cosiddetti dreamers: gli immigrati irregolari entrati negli Stati Uniti da minorenni. Insomma, Trump sembra voler tirare risolutamente dritto contro la deriva woke. Non sarà affatto facile picconarla, è chiaro. Ma non è detto che non ce la possa fare.
La cura Kennedy jr per guarire l’America
È un no vax. Di Robert Francis Kennedy Jr si sente dire soltanto questo. Tanto che lui, in un’intervista a Nbc news, ha dovuto giurare che non ha nulla contro i vaccini. Il rampollo della dinastia più funestata della storia americana, nipote di Jfk, figlio di Bob, ha litigato pure con i parenti, per la sua scelta di lasciare il Partito democratico e poi sostenere, da indipendente, Donald Trump. Ma nella sua biografia c’è una certa coerenza: stare dalla parte dei più deboli, come il padre che andava tra i neri negli Stati del Sud. Schierarsi contro i poteri forti. Oggi, debole è il popolo che ha una delle aspettative di vita più basse nel mondo sviluppato. I forti, Kennedy jr li identifica con i predoni della salute: Big pharma e la Food and drug administration. L’autorità che dovrebbe disciplinare l’uso dei medicinali e che invece, a suo avviso, è contaminata dal germe della «corruzione». Anche da qui potrebbe passare la rivoluzione conservatrice della nuova amministrazione Trump: «Interi dipartimenti» dell’ente regolatore «devono essere eliminati», ha dichiarato a Msnbc l’avvocato di Washington. Quelle sezioni di Fda, «come il dipartimento per la nutrizione», «non stanno facendo il loro lavoro, non stanno proteggendo i nostri bambini».Durante il discorso con cui ha celebrato il trionfo elettorale, il tycoon ha lasciato intendere che Kennedy jr svolgerà un ruolo di primo piano nella sua squadra. Make America healthy again è lo slogan, variazione sul tema del classico «Maga»: rendere l’America di nuovo sana. C’è in serbo il ministero della Sanità? Per la nomina, servirebbe il via libera dal Senato. Controllato dai repubblicani, certo. Ma per scongiurare incidenti di percorso, forse sarebbe preferibile un un incarico per cui non occorra la ratifica del Congresso. Oppure, il dicastero dell’Agricoltura? In effetti, è sull’alimentazione che batte spesso Kennedy. E a seguire i cinque minuti di video che hanno diffuso su X i canali vicini a Trump, l’uomo accusato di complottismo durante la pandemia non sembra per niente uno svitato.Il suo ragionamento è lineare. Gli statunitensi, rispetto agli altri occidentali, campano meno e stanno peggio. La causa? Ingurgitano troppe schifezze. Non si tratta solo di invitarli a consumare più insalata e meno patatine. Il punto è tecnico, politico, giuridico. Il cibo spazzatura che divorano fa ingrassare, sì, ma è soprattutto un veleno. Contiene sostanze chimiche dannose. Per responsabilità di Fda: quegli ingredienti sono legali, autorizzati dall’agenzia che dovrebbe tutelare i cittadini, mentre li lascia in balìa di produttori privi di scrupoli. Perciò lui parla di corruzione: evoca un cortocircuito tra la grande industria e chi dovrebbe vigilare su di essa. La proposta: mettere al bando le sostanze pericolose, spingendo gli americani ad abitudini più salutari. Senza diktat e divieti, a differenza delle crociate anti vino dell’Oms, o della campagna inglese contro sigarette ed e-cig.Sembra banale. Non lo è. Sarebbe una trasformazione epocale. Il paradigma che si è imposto durante il Covid, anche a colpi di propaganda e censura, diventando un aspetto centrale dell’agenda dem, si fonda sulla sostituzione del cittadino con il paziente. È l’estremo approdo della medicalizzazione. Siamo tutti malati: soffriamo di patologie croniche, rischiamo di buscarcene altre. Soluzione? I farmaci. I vaccini per schermarci dalle infezioni, le terapie per trattare i mali già contratti. È questo circolo che la filosofia di Kennedy jr intende spezzare: mi alimento male, tracanno tossine, mi ammalo, faccio spendere allo Stato o spendo di tasca mia tanti soldi per comprare le medicine con cui curarmi. L’alternativa: mangio decentemente, evito il junk food, rifuggo la sedentarietà, quindi perdo peso, quindi riduco il rischio di patologie cardiovascolari e tumori, quindi ho meno bisogno di farmaci. Sono due modelli contrapposti. Proprio come qualcuno, sui social, provava a contrapporre le foto di Kennedy e Bill Gates. Due coetanei (Mr Microsoft è del 1955, il politico è del 1954), ma il re Mida dei vaccini ha il fisico decadente, il figlio di Bob è vigoroso e atletico. Anche se il salutismo non lo ha salvato da un disturbo neurologico, che gli crea problemi di fonazione.È una svolta culturale. Il medico è politico. Lo prova il precedente italiano: ricordate il putiferio che si scatenò, allorché Giorgia Meloni definì una «devianza» l’obesità? Apriti cielo: si gridò al body shaming, con strali verso i nostalgici della ginnastica fascista. Nell’ottica liberal, il corpo deforme è un proclama liberatorio. La body positivity è il paravento con cui si occultano gli effetti devastanti del sovrappeso. Intanto, l’organismo infiacchito dalla cornucopia di medicine nutre, con il feticcio di vaccinazioni, mascherine, autoquarantene, un’illusione di immunità. Ma l’élite progressista insegue le mode delle pietanze healthy: il tofu, il miglio, l’avocado. Snack e bibite edulcorate restano sulle tavole dei poveri. Per loro, garantisce Fda.
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Prime mosse del presidente eletto: chiama Zelensky (con Musk) e progetta una rivoluzione conservatrice. Così vuol smontare il delirio gender in scuole, sport ed esercito. E si scaldano Ladapo e Robert Kennedy.Una delle cause che spiegano la vittoria di Donald Trump alle ultime presidenziali è il rifiuto dell’estremismo woke da parte della maggioranza degli americani. Questa ubriacatura ideologica ha man mano portato il Partito democratico a combattere battaglie astruse, settarie e fondamentalmente impopolari.Non a caso, dopo la disfatta di Kamala Harris, dall’Asinello sono arrivati dei segnali significativi. Ben due deputati dem, Tom Suozzi e Seth Moulton, hanno apertamente criticato la competizione dei transgender negli sport femminili. «I democratici passano troppo tempo a cercare di non offendere nessuno, invece di essere brutalmente onesti sulle sfide che molti americani affrontano», ha detto Moulton l’altro ieri. «Ho due bambine, non voglio che vengano investite su un campo da gioco da un atleta maschio o ex maschio, ma come democratico dovrei avere paura di dirlo», ha proseguito.Più o meno nelle stesse ore, il sindaco dem di New York, Eric Adams, annunciava lo stop ai buoni pasto per i migranti. Tutto questo, mentre ieri l’ex consigliere di Hillary Clinton, Philippe Reines, sosteneva che l’Asinello è ormai «ostaggio» dell’estrema sinistra. Insomma, è chiaro che, nel redde rationem scattato in seno al Partito democratico, uno dei punti principali di scontro sarà rappresentato proprio dal destino dell’ideologia woke: il simbolo del potere «californiano» che, negli ultimi dieci anni, ha mortificato sistematicamente l’ala «operaia» dell’Asinello. Del resto, anche alcuni settori del Partito democratico newyorchese si stanno ricredendo, iniziando a comprendere i danni prodotti dal wokeismo.Non è quindi un caso che Trump sia deciso a dare battaglia per contrastare questa deriva ideologica nelle istituzioni e nelle scuole statunitensi. Ieri, The Hill riportava che il presidente in pectore punta a riformare strutturalmente il Pentagono: vuole diminuirne le spese, snellirne i vertici e, soprattutto, «ridurre gli sforzi per rendere l’esercito più inclusivo nei confronti dei soldati transgender e delle donne». Non è del resto un mistero che, negli ultimi quattro anni, i repubblicani abbiano spesso criticato l’amministrazione Biden per le sue politiche su diversità, equità e inclusione all’interno del Dipartimento della Difesa. Trump vuole quindi agire in fretta. La questione non è soltanto di costi economici ma anche di efficienza e, in particolare, di ripristino della capacità di deterrenza americana sul piano internazionale. Ma non è tutto. A metà ottobre, l’allora candidato repubblicano aveva annunciato di voler proibire la competizione dei transgender negli sport femminili. Quando gli fu chiesto come avrebbe potuto introdurre un tale divieto, rispose: «Il presidente lo vieta. Semplicemente non permetti che accada. Non è un grande problema». Questo vuol dire che, con ogni probabilità, Trump ha intenzione di affrontare la questione attraverso un decreto. Non solo. Lo scorso maggio, il tycoon aveva altresì promesso che avrebbe abolito i cambiamenti apportati da Joe Biden al Titolo IX: l’attuale presidente ha infatti stabilito che le discriminazioni nei programmi d’istruzione dovrebbero essere vietate non solo sulla base del sesso ma anche su quella dell’orientamento di genere.Inoltre, almeno in parte, Trump punta a contrastare il wokeismo nelle scuole attraverso l’eliminazione del dipartimento dell’Istruzione. Non è chiaro se riuscirà a conseguire questo obiettivo. Tuttavia l’idea di base è che i sistemi scolastici debbano far capo ai singoli Stati e non al governo federale. Per di più, la nuova amministrazione potrebbe cercare di promuovere anche delle restrizioni alla propaganda di contenuti progressisti nelle scuole.E poi abbiamo la lotta all’immigrazione clandestina: uno dei principali cavalli di battaglia del tycoon in campagna elettorale. Giovedì, parlando con Nbc News, Trump ha confermato che una delle sue priorità è quella di rendere la frontiera meridionale «forte e potente». Ha anche ribadito di avere intenzione di attuare dei rimpatri di massa. «Non abbiamo scelta», ha affermato il presidente in pectore. Secondo la Cnn, il tycoon ha intenzione di concentrarsi innanzitutto sui clandestini che si sono macchiati di reati. Probabilmente il suo team sta lavorando da tempo a questo dossier, anche perché - come detto - ha rappresentato uno dei capisaldi del suo messaggio elettorale. I punti su cui si stanno concentrando i collaboratori di Trump sono principalmente due: l’operatività dei rimpatri e, in particolare, la messa a punto di una strategia per affrontare eventuali ricorsi legali. Ricordiamo che, secondo un sondaggio Ipsos dello scorso settembre, il 54% degli americani si dice favorevole ai rimpatri di massa. È anche in quest’ottica che la squadra del presidente in pectore sta decidendo se attuare l’espulsione dei cosiddetti dreamers: gli immigrati irregolari entrati negli Stati Uniti da minorenni. Insomma, Trump sembra voler tirare risolutamente dritto contro la deriva woke. Non sarà affatto facile picconarla, è chiaro. Ma non è detto che non ce la possa fare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/inizia-la-lotta-al-woke-2669738908.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-cura-kennedy-jr-per-guarire-lamerica" data-post-id="2669738908" data-published-at="1731153712" data-use-pagination="False"> La cura Kennedy jr per guarire l’America È un no vax. Di Robert Francis Kennedy Jr si sente dire soltanto questo. Tanto che lui, in un’intervista a Nbc news, ha dovuto giurare che non ha nulla contro i vaccini. Il rampollo della dinastia più funestata della storia americana, nipote di Jfk, figlio di Bob, ha litigato pure con i parenti, per la sua scelta di lasciare il Partito democratico e poi sostenere, da indipendente, Donald Trump. Ma nella sua biografia c’è una certa coerenza: stare dalla parte dei più deboli, come il padre che andava tra i neri negli Stati del Sud. Schierarsi contro i poteri forti. Oggi, debole è il popolo che ha una delle aspettative di vita più basse nel mondo sviluppato. I forti, Kennedy jr li identifica con i predoni della salute: Big pharma e la Food and drug administration. L’autorità che dovrebbe disciplinare l’uso dei medicinali e che invece, a suo avviso, è contaminata dal germe della «corruzione». Anche da qui potrebbe passare la rivoluzione conservatrice della nuova amministrazione Trump: «Interi dipartimenti» dell’ente regolatore «devono essere eliminati», ha dichiarato a Msnbc l’avvocato di Washington. Quelle sezioni di Fda, «come il dipartimento per la nutrizione», «non stanno facendo il loro lavoro, non stanno proteggendo i nostri bambini».Durante il discorso con cui ha celebrato il trionfo elettorale, il tycoon ha lasciato intendere che Kennedy jr svolgerà un ruolo di primo piano nella sua squadra. Make America healthy again è lo slogan, variazione sul tema del classico «Maga»: rendere l’America di nuovo sana. C’è in serbo il ministero della Sanità? Per la nomina, servirebbe il via libera dal Senato. Controllato dai repubblicani, certo. Ma per scongiurare incidenti di percorso, forse sarebbe preferibile un un incarico per cui non occorra la ratifica del Congresso. Oppure, il dicastero dell’Agricoltura? In effetti, è sull’alimentazione che batte spesso Kennedy. E a seguire i cinque minuti di video che hanno diffuso su X i canali vicini a Trump, l’uomo accusato di complottismo durante la pandemia non sembra per niente uno svitato.Il suo ragionamento è lineare. Gli statunitensi, rispetto agli altri occidentali, campano meno e stanno peggio. La causa? Ingurgitano troppe schifezze. Non si tratta solo di invitarli a consumare più insalata e meno patatine. Il punto è tecnico, politico, giuridico. Il cibo spazzatura che divorano fa ingrassare, sì, ma è soprattutto un veleno. Contiene sostanze chimiche dannose. Per responsabilità di Fda: quegli ingredienti sono legali, autorizzati dall’agenzia che dovrebbe tutelare i cittadini, mentre li lascia in balìa di produttori privi di scrupoli. Perciò lui parla di corruzione: evoca un cortocircuito tra la grande industria e chi dovrebbe vigilare su di essa. La proposta: mettere al bando le sostanze pericolose, spingendo gli americani ad abitudini più salutari. Senza diktat e divieti, a differenza delle crociate anti vino dell’Oms, o della campagna inglese contro sigarette ed e-cig.Sembra banale. Non lo è. Sarebbe una trasformazione epocale. Il paradigma che si è imposto durante il Covid, anche a colpi di propaganda e censura, diventando un aspetto centrale dell’agenda dem, si fonda sulla sostituzione del cittadino con il paziente. È l’estremo approdo della medicalizzazione. Siamo tutti malati: soffriamo di patologie croniche, rischiamo di buscarcene altre. Soluzione? I farmaci. I vaccini per schermarci dalle infezioni, le terapie per trattare i mali già contratti. È questo circolo che la filosofia di Kennedy jr intende spezzare: mi alimento male, tracanno tossine, mi ammalo, faccio spendere allo Stato o spendo di tasca mia tanti soldi per comprare le medicine con cui curarmi. L’alternativa: mangio decentemente, evito il junk food, rifuggo la sedentarietà, quindi perdo peso, quindi riduco il rischio di patologie cardiovascolari e tumori, quindi ho meno bisogno di farmaci. Sono due modelli contrapposti. Proprio come qualcuno, sui social, provava a contrapporre le foto di Kennedy e Bill Gates. Due coetanei (Mr Microsoft è del 1955, il politico è del 1954), ma il re Mida dei vaccini ha il fisico decadente, il figlio di Bob è vigoroso e atletico. Anche se il salutismo non lo ha salvato da un disturbo neurologico, che gli crea problemi di fonazione.È una svolta culturale. Il medico è politico. Lo prova il precedente italiano: ricordate il putiferio che si scatenò, allorché Giorgia Meloni definì una «devianza» l’obesità? Apriti cielo: si gridò al body shaming, con strali verso i nostalgici della ginnastica fascista. Nell’ottica liberal, il corpo deforme è un proclama liberatorio. La body positivity è il paravento con cui si occultano gli effetti devastanti del sovrappeso. Intanto, l’organismo infiacchito dalla cornucopia di medicine nutre, con il feticcio di vaccinazioni, mascherine, autoquarantene, un’illusione di immunità. Ma l’élite progressista insegue le mode delle pietanze healthy: il tofu, il miglio, l’avocado. Snack e bibite edulcorate restano sulle tavole dei poveri. Per loro, garantisce Fda.
Donal Trump (Ansa)
Il presidente Usa giudica insufficiente l’offerta di Teheran sul nucleare: «Non sono sicuro che arriveranno alla pace». Sullo sfondo il rischio escalation militare, i piani del Pentagono e le critiche a Italia e Spagna.
Donald Trump non considera soddisfacente la nuova proposta di pace avanzata dall’Iran, anche se riconosce a Teheran qualche passo avanti sul piano negoziale. La posizione del presidente americano, espressa alla Casa Bianca nelle ultime ore, conferma una fase ancora lontana da un’intesa stabile, mentre sullo sfondo restano le tensioni militari e le mosse degli alleati.
Secondo Trump, l’Iran avrebbe «fatto progressi», ma non tali da garantire un accordo vicino: «Non sono sicuro che arriveranno mai alla pace», ha detto ai giornalisti, descrivendo la leadership iraniana come frammentata e poco coerente nelle decisioni. Il nodo centrale resta il programma nucleare, che Washington continua a considerare inaccettabile. Il presidente americano ha ribadito che la linea resta dura: «Siamo in una guerra perché non possiamo permettere a dei pazzi di avere l’arma nucleare». In questo quadro ha anche rilanciato la logica dello scontro diretto, sintetizzando le alternative in modo netto: «O un accordo o bombardarli a tappeto». Parole che si inseriscono in una fase di forte pressione militare e diplomatica.
Sul piano operativo, il Pentagono ha già informato la Casa Bianca di possibili scenari di intervento. L’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Centcom, e il capo di Stato Maggiore congiunto, generale Dan Caine, hanno illustrato i piani relativi a eventuali attacchi contro l’Iran. Una pianificazione che riflette il livello di allerta crescente nella regione. Tra i punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, definito da Trump «completamente chiuso, al 100%». Il blocco dei traffici marittimi e delle esportazioni energetiche iraniane viene indicato dagli Stati Uniti come una leva efficace di pressione economica e militare, ma allo stesso tempo aumenta il rischio di escalation. Le tensioni non riguardano solo il confronto diretto con Teheran. Nelle ultime dichiarazioni, Trump ha rivolto critiche anche agli alleati europei, affermando di non essere «contento dell’Italia e della Spagna» per la loro posizione sull’ipotesi di un Iran dotato di armi nucleari. Un messaggio che si inserisce in un clima già teso con diversi partner della Nato.
Sul fronte militare, si registra inoltre la possibilità di una revisione della presenza americana in Europa. Secondo quanto riportato da media statunitensi, il Pentagono starebbe valutando il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania, misura che rientrerebbe in una più ampia riallocazione delle forze verso l’area indo-pacifica. Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha indicato un orizzonte di completamento tra sei e dodici mesi. Parallelamente, si continua a lavorare sul piano diplomatico. L’Iran avrebbe presentato una nuova proposta tramite mediazione pakistana, aprendo alla possibilità di negoziati su nucleare e sanzioni, in cambio di un allentamento delle misure economiche e della fine delle operazioni militari contro i porti iraniani. Teheran avrebbe anche indicato la disponibilità a un confronto diretto nei prossimi giorni. Nonostante questi segnali, le posizioni restano distanti. Le richieste iraniane si intrecciano con la questione della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e con il dossier delle sanzioni, mentre Washington insiste sulla necessità di limitazioni verificabili al programma nucleare.
In questo contesto, il quadro regionale rimane instabile. Le tensioni si riflettono anche su altri fronti del Medio Oriente, dove le operazioni militari e le rivalità tra attori locali e internazionali contribuiscono a mantenere alta la pressione. Il risultato è una fase ancora aperta, in cui diplomazia e deterrenza procedono in parallelo senza un punto di sintesi evidente.
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Il riciclaggio di denaro attraverso le criptovalute non è più un fenomeno marginale né confinato al cybercrime. È diventato un sistema globale, strutturato e in rapida espansione. Secondo il report Confronting the Illicit-Finance Hydra in Crypto Markets, negli ultimi vent’anni almeno 350 miliardi di dollari sono stati ripuliti attraverso asset digitali in 164 casi documentati, con una crescita media annua del 16,5%. Numeri che raccontano una trasformazione profonda: il passaggio da un’economia criminale tradizionale a una finanza parallela digitale, capace di aggirare controlli, confini e sistemi bancari.
Il report utilizza una metafora efficace: quella dell’Idra. Ogni volta che le autorità chiudono un canale di riciclaggio, ne emergono altri, più sofisticati e difficili da tracciare. È questa capacità di adattamento a rendere il fenomeno particolarmente insidioso. Le operazioni di contrasto restano spesso reattive, mentre le reti criminali evolvono in tempo reale, sfruttando nuove tecnologie e falle normative. Il meccanismo ricalca le tre fasi classiche del riciclaggio — ingresso, occultamento e reintegrazione — ma con strumenti completamente nuovi. Nella fase iniziale, i fondi illeciti entrano nel sistema crypto attraverso darknet, attacchi hacker, ransomware e schemi Ponzi, generando oltre 127 miliardi di dollari. Tuttavia, meno di un terzo viene recuperato dalle autorità. Segue la fase più opaca, quella del cosiddetto «layering», in cui i fondi vengono frammentati e nascosti tramite mixer, piattaforme DeFi e passaggi tra diverse blockchain. Infine, il denaro viene riportato nell’economia reale attraverso exchange centralizzati o broker over-the-counter: un passaggio critico dove i controlli risultano ancora insufficienti, con sequestri inferiori ai 500 milioni di dollari a fronte di flussi illeciti per 22 miliardi.
Il dato più preoccupante riguarda però l’impunità. Il report evidenzia che il 79% dei casi non ha portato a condanne, mentre il tasso medio di recupero dei fondi si ferma al 27%.
Un contesto in cui il rischio penale resta limitato rispetto ai profitti genera un incentivo evidente per gruppi criminali e attori ostili. E proprio la dimensione geopolitica rappresenta uno degli elementi più rilevanti. La Corea del Nord, secondo lo studio, ricaverebbe fino a un terzo delle proprie entrate statali da operazioni illecite in criptovalute, utilizzate anche per finanziare programmi militari. La Russia emerge come hub centrale per exchange e gruppi ransomware, con metà delle piattaforme illecite e la maggior parte delle organizzazioni criminali legate al settore. Non si tratta quindi solo di criminalità diffusa, ma di un ecosistema ibrido in cui cybercrime, intelligence e finanza si sovrappongono. Nel frattempo, anche gli strumenti utilizzati stanno cambiando. Se in passato il Bitcoin dominava le transazioni illegali, oggi il report segnala una crescente preferenza per le stablecoin, più stabili e facilmente convertibili in valuta reale. Un’evoluzione che indica una maggiore maturità operativa delle reti criminali, sempre più orientate all’efficienza finanziaria.Accanto a questi sviluppi, emergono nuove forme di minaccia.
Le cosiddette truffe «pig butchering» — schemi che combinano relazioni sentimentali e falsi investimenti — colpiscono un numero crescente di vittime, mentre in alcuni casi si registra un aumento della violenza fisica per costringere al trasferimento di asset digitali. È il segnale di un passaggio ulteriore: dalla criminalità digitale pura a una forma ibrida che integra strumenti tecnologici e coercizione tradizionale. Il vero salto, però, è nella democratizzazione del crimine finanziario. Oggi non servono più strutture complesse o reti internazionali: bastano uno smartphone, accesso a piattaforme decentralizzate e competenze di base. File, servizi e infrastrutture sono disponibili online, spesso «chiavi in mano», abbattendo drasticamente le barriere d’ingresso. Il report riconosce alcuni limiti — a partire dalla difficoltà di tracciare un fenomeno per sua natura opaco e dalla parzialità dei dati disponibili — ma il quadro che emerge è chiaro. Il riciclaggio attraverso criptovalute non rappresenta ancora la quota principale del denaro illecito globale, stimata tra il 2% e il 5% del PIL mondiale, ma la sua incidenza è in crescita costante.
In questo scenario, la sfida non è tanto tecnologica quanto politica. Le criptovalute continueranno a essere parte integrante del sistema finanziario globale. Il problema è la distanza tra la velocità dell’innovazione e la capacità degli Stati di regolamentarla e controllarla. Ed è proprio in questo spazio che l’Idra continua a moltiplicare le sue teste.
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