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2024-11-09
Dalla sanità al woke, l’America secondo Trump
Donald Trump (Getty Images)
Una delle cause che spiegano la vittoria di Donald Trump alle ultime presidenziali è il rifiuto dell’estremismo woke da parte della maggioranza degli americani. Questa ubriacatura ideologica ha man mano portato il Partito democratico a combattere battaglie astruse, settarie e fondamentalmente impopolari.
Non a caso, dopo la disfatta di Kamala Harris, dall’Asinello sono arrivati dei segnali significativi. Ben due deputati dem, Tom Suozzi e Seth Moulton, hanno apertamente criticato la competizione dei transgender negli sport femminili. «I democratici passano troppo tempo a cercare di non offendere nessuno, invece di essere brutalmente onesti sulle sfide che molti americani affrontano», ha detto Moulton l’altro ieri. «Ho due bambine, non voglio che vengano investite su un campo da gioco da un atleta maschio o ex maschio, ma come democratico dovrei avere paura di dirlo», ha proseguito.
Più o meno nelle stesse ore, il sindaco dem di New York, Eric Adams, annunciava lo stop ai buoni pasto per i migranti. Tutto questo, mentre ieri l’ex consigliere di Hillary Clinton, Philippe Reines, sosteneva che l’Asinello è ormai «ostaggio» dell’estrema sinistra. Insomma, è chiaro che, nel redde rationem scattato in seno al Partito democratico, uno dei punti principali di scontro sarà rappresentato proprio dal destino dell’ideologia woke: il simbolo del potere «californiano» che, negli ultimi dieci anni, ha mortificato sistematicamente l’ala «operaia» dell’Asinello. Del resto, anche alcuni settori del Partito democratico newyorchese si stanno ricredendo, iniziando a comprendere i danni prodotti dal wokeismo.
Non è quindi un caso che Trump sia deciso a dare battaglia per contrastare questa deriva ideologica nelle istituzioni e nelle scuole statunitensi. Ieri, The Hill riportava che il presidente in pectore punta a riformare strutturalmente il Pentagono: vuole diminuirne le spese, snellirne i vertici e, soprattutto, «ridurre gli sforzi per rendere l’esercito più inclusivo nei confronti dei soldati transgender e delle donne». Non è del resto un mistero che, negli ultimi quattro anni, i repubblicani abbiano spesso criticato l’amministrazione Biden per le sue politiche su diversità, equità e inclusione all’interno del Dipartimento della Difesa. Trump vuole quindi agire in fretta. La questione non è soltanto di costi economici ma anche di efficienza e, in particolare, di ripristino della capacità di deterrenza americana sul piano internazionale.
Ma non è tutto. A metà ottobre, l’allora candidato repubblicano aveva annunciato di voler proibire la competizione dei transgender negli sport femminili. Quando gli fu chiesto come avrebbe potuto introdurre un tale divieto, rispose: «Il presidente lo vieta. Semplicemente non permetti che accada. Non è un grande problema». Questo vuol dire che, con ogni probabilità, Trump ha intenzione di affrontare la questione attraverso un decreto. Non solo. Lo scorso maggio, il tycoon aveva altresì promesso che avrebbe abolito i cambiamenti apportati da Joe Biden al Titolo IX: l’attuale presidente ha infatti stabilito che le discriminazioni nei programmi d’istruzione dovrebbero essere vietate non solo sulla base del sesso ma anche su quella dell’orientamento di genere.
Inoltre, almeno in parte, Trump punta a contrastare il wokeismo nelle scuole attraverso l’eliminazione del dipartimento dell’Istruzione. Non è chiaro se riuscirà a conseguire questo obiettivo. Tuttavia l’idea di base è che i sistemi scolastici debbano far capo ai singoli Stati e non al governo federale. Per di più, la nuova amministrazione potrebbe cercare di promuovere anche delle restrizioni alla propaganda di contenuti progressisti nelle scuole.
E poi abbiamo la lotta all’immigrazione clandestina: uno dei principali cavalli di battaglia del tycoon in campagna elettorale. Giovedì, parlando con Nbc News, Trump ha confermato che una delle sue priorità è quella di rendere la frontiera meridionale «forte e potente». Ha anche ribadito di avere intenzione di attuare dei rimpatri di massa. «Non abbiamo scelta», ha affermato il presidente in pectore. Secondo la Cnn, il tycoon ha intenzione di concentrarsi innanzitutto sui clandestini che si sono macchiati di reati. Probabilmente il suo team sta lavorando da tempo a questo dossier, anche perché - come detto - ha rappresentato uno dei capisaldi del suo messaggio elettorale. I punti su cui si stanno concentrando i collaboratori di Trump sono principalmente due: l’operatività dei rimpatri e, in particolare, la messa a punto di una strategia per affrontare eventuali ricorsi legali. Ricordiamo che, secondo un sondaggio Ipsos dello scorso settembre, il 54% degli americani si dice favorevole ai rimpatri di massa. È anche in quest’ottica che la squadra del presidente in pectore sta decidendo se attuare l’espulsione dei cosiddetti dreamers: gli immigrati irregolari entrati negli Stati Uniti da minorenni. Insomma, Trump sembra voler tirare risolutamente dritto contro la deriva woke. Non sarà affatto facile picconarla, è chiaro. Ma non è detto che non ce la possa fare.
La cura Kennedy jr per guarire l’America
È un no vax. Di Robert Francis Kennedy Jr si sente dire soltanto questo. Tanto che lui, in un’intervista a Nbc news, ha dovuto giurare che non ha nulla contro i vaccini. Il rampollo della dinastia più funestata della storia americana, nipote di Jfk, figlio di Bob, ha litigato pure con i parenti, per la sua scelta di lasciare il Partito democratico e poi sostenere, da indipendente, Donald Trump. Ma nella sua biografia c’è una certa coerenza: stare dalla parte dei più deboli, come il padre che andava tra i neri negli Stati del Sud. Schierarsi contro i poteri forti. Oggi, debole è il popolo che ha una delle aspettative di vita più basse nel mondo sviluppato. I forti, Kennedy jr li identifica con i predoni della salute: Big pharma e la Food and drug administration. L’autorità che dovrebbe disciplinare l’uso dei medicinali e che invece, a suo avviso, è contaminata dal germe della «corruzione». Anche da qui potrebbe passare la rivoluzione conservatrice della nuova amministrazione Trump: «Interi dipartimenti» dell’ente regolatore «devono essere eliminati», ha dichiarato a Msnbc l’avvocato di Washington. Quelle sezioni di Fda, «come il dipartimento per la nutrizione», «non stanno facendo il loro lavoro, non stanno proteggendo i nostri bambini».Durante il discorso con cui ha celebrato il trionfo elettorale, il tycoon ha lasciato intendere che Kennedy jr svolgerà un ruolo di primo piano nella sua squadra. Make America healthy again è lo slogan, variazione sul tema del classico «Maga»: rendere l’America di nuovo sana. C’è in serbo il ministero della Sanità? Per la nomina, servirebbe il via libera dal Senato. Controllato dai repubblicani, certo. Ma per scongiurare incidenti di percorso, forse sarebbe preferibile un un incarico per cui non occorra la ratifica del Congresso. Oppure, il dicastero dell’Agricoltura? In effetti, è sull’alimentazione che batte spesso Kennedy. E a seguire i cinque minuti di video che hanno diffuso su X i canali vicini a Trump, l’uomo accusato di complottismo durante la pandemia non sembra per niente uno svitato.Il suo ragionamento è lineare. Gli statunitensi, rispetto agli altri occidentali, campano meno e stanno peggio. La causa? Ingurgitano troppe schifezze. Non si tratta solo di invitarli a consumare più insalata e meno patatine. Il punto è tecnico, politico, giuridico. Il cibo spazzatura che divorano fa ingrassare, sì, ma è soprattutto un veleno. Contiene sostanze chimiche dannose. Per responsabilità di Fda: quegli ingredienti sono legali, autorizzati dall’agenzia che dovrebbe tutelare i cittadini, mentre li lascia in balìa di produttori privi di scrupoli. Perciò lui parla di corruzione: evoca un cortocircuito tra la grande industria e chi dovrebbe vigilare su di essa. La proposta: mettere al bando le sostanze pericolose, spingendo gli americani ad abitudini più salutari. Senza diktat e divieti, a differenza delle crociate anti vino dell’Oms, o della campagna inglese contro sigarette ed e-cig.Sembra banale. Non lo è. Sarebbe una trasformazione epocale. Il paradigma che si è imposto durante il Covid, anche a colpi di propaganda e censura, diventando un aspetto centrale dell’agenda dem, si fonda sulla sostituzione del cittadino con il paziente. È l’estremo approdo della medicalizzazione. Siamo tutti malati: soffriamo di patologie croniche, rischiamo di buscarcene altre. Soluzione? I farmaci. I vaccini per schermarci dalle infezioni, le terapie per trattare i mali già contratti. È questo circolo che la filosofia di Kennedy jr intende spezzare: mi alimento male, tracanno tossine, mi ammalo, faccio spendere allo Stato o spendo di tasca mia tanti soldi per comprare le medicine con cui curarmi. L’alternativa: mangio decentemente, evito il junk food, rifuggo la sedentarietà, quindi perdo peso, quindi riduco il rischio di patologie cardiovascolari e tumori, quindi ho meno bisogno di farmaci. Sono due modelli contrapposti. Proprio come qualcuno, sui social, provava a contrapporre le foto di Kennedy e Bill Gates. Due coetanei (Mr Microsoft è del 1955, il politico è del 1954), ma il re Mida dei vaccini ha il fisico decadente, il figlio di Bob è vigoroso e atletico. Anche se il salutismo non lo ha salvato da un disturbo neurologico, che gli crea problemi di fonazione.È una svolta culturale. Il medico è politico. Lo prova il precedente italiano: ricordate il putiferio che si scatenò, allorché Giorgia Meloni definì una «devianza» l’obesità? Apriti cielo: si gridò al body shaming, con strali verso i nostalgici della ginnastica fascista. Nell’ottica liberal, il corpo deforme è un proclama liberatorio. La body positivity è il paravento con cui si occultano gli effetti devastanti del sovrappeso. Intanto, l’organismo infiacchito dalla cornucopia di medicine nutre, con il feticcio di vaccinazioni, mascherine, autoquarantene, un’illusione di immunità. Ma l’élite progressista insegue le mode delle pietanze healthy: il tofu, il miglio, l’avocado. Snack e bibite edulcorate restano sulle tavole dei poveri. Per loro, garantisce Fda.
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Prime mosse del presidente eletto: chiama Zelensky (con Musk) e progetta una rivoluzione conservatrice. Così vuol smontare il delirio gender in scuole, sport ed esercito. E si scaldano Ladapo e Robert Kennedy.Una delle cause che spiegano la vittoria di Donald Trump alle ultime presidenziali è il rifiuto dell’estremismo woke da parte della maggioranza degli americani. Questa ubriacatura ideologica ha man mano portato il Partito democratico a combattere battaglie astruse, settarie e fondamentalmente impopolari.Non a caso, dopo la disfatta di Kamala Harris, dall’Asinello sono arrivati dei segnali significativi. Ben due deputati dem, Tom Suozzi e Seth Moulton, hanno apertamente criticato la competizione dei transgender negli sport femminili. «I democratici passano troppo tempo a cercare di non offendere nessuno, invece di essere brutalmente onesti sulle sfide che molti americani affrontano», ha detto Moulton l’altro ieri. «Ho due bambine, non voglio che vengano investite su un campo da gioco da un atleta maschio o ex maschio, ma come democratico dovrei avere paura di dirlo», ha proseguito.Più o meno nelle stesse ore, il sindaco dem di New York, Eric Adams, annunciava lo stop ai buoni pasto per i migranti. Tutto questo, mentre ieri l’ex consigliere di Hillary Clinton, Philippe Reines, sosteneva che l’Asinello è ormai «ostaggio» dell’estrema sinistra. Insomma, è chiaro che, nel redde rationem scattato in seno al Partito democratico, uno dei punti principali di scontro sarà rappresentato proprio dal destino dell’ideologia woke: il simbolo del potere «californiano» che, negli ultimi dieci anni, ha mortificato sistematicamente l’ala «operaia» dell’Asinello. Del resto, anche alcuni settori del Partito democratico newyorchese si stanno ricredendo, iniziando a comprendere i danni prodotti dal wokeismo.Non è quindi un caso che Trump sia deciso a dare battaglia per contrastare questa deriva ideologica nelle istituzioni e nelle scuole statunitensi. Ieri, The Hill riportava che il presidente in pectore punta a riformare strutturalmente il Pentagono: vuole diminuirne le spese, snellirne i vertici e, soprattutto, «ridurre gli sforzi per rendere l’esercito più inclusivo nei confronti dei soldati transgender e delle donne». Non è del resto un mistero che, negli ultimi quattro anni, i repubblicani abbiano spesso criticato l’amministrazione Biden per le sue politiche su diversità, equità e inclusione all’interno del Dipartimento della Difesa. Trump vuole quindi agire in fretta. La questione non è soltanto di costi economici ma anche di efficienza e, in particolare, di ripristino della capacità di deterrenza americana sul piano internazionale. Ma non è tutto. A metà ottobre, l’allora candidato repubblicano aveva annunciato di voler proibire la competizione dei transgender negli sport femminili. Quando gli fu chiesto come avrebbe potuto introdurre un tale divieto, rispose: «Il presidente lo vieta. Semplicemente non permetti che accada. Non è un grande problema». Questo vuol dire che, con ogni probabilità, Trump ha intenzione di affrontare la questione attraverso un decreto. Non solo. Lo scorso maggio, il tycoon aveva altresì promesso che avrebbe abolito i cambiamenti apportati da Joe Biden al Titolo IX: l’attuale presidente ha infatti stabilito che le discriminazioni nei programmi d’istruzione dovrebbero essere vietate non solo sulla base del sesso ma anche su quella dell’orientamento di genere.Inoltre, almeno in parte, Trump punta a contrastare il wokeismo nelle scuole attraverso l’eliminazione del dipartimento dell’Istruzione. Non è chiaro se riuscirà a conseguire questo obiettivo. Tuttavia l’idea di base è che i sistemi scolastici debbano far capo ai singoli Stati e non al governo federale. Per di più, la nuova amministrazione potrebbe cercare di promuovere anche delle restrizioni alla propaganda di contenuti progressisti nelle scuole.E poi abbiamo la lotta all’immigrazione clandestina: uno dei principali cavalli di battaglia del tycoon in campagna elettorale. Giovedì, parlando con Nbc News, Trump ha confermato che una delle sue priorità è quella di rendere la frontiera meridionale «forte e potente». Ha anche ribadito di avere intenzione di attuare dei rimpatri di massa. «Non abbiamo scelta», ha affermato il presidente in pectore. Secondo la Cnn, il tycoon ha intenzione di concentrarsi innanzitutto sui clandestini che si sono macchiati di reati. Probabilmente il suo team sta lavorando da tempo a questo dossier, anche perché - come detto - ha rappresentato uno dei capisaldi del suo messaggio elettorale. I punti su cui si stanno concentrando i collaboratori di Trump sono principalmente due: l’operatività dei rimpatri e, in particolare, la messa a punto di una strategia per affrontare eventuali ricorsi legali. Ricordiamo che, secondo un sondaggio Ipsos dello scorso settembre, il 54% degli americani si dice favorevole ai rimpatri di massa. È anche in quest’ottica che la squadra del presidente in pectore sta decidendo se attuare l’espulsione dei cosiddetti dreamers: gli immigrati irregolari entrati negli Stati Uniti da minorenni. Insomma, Trump sembra voler tirare risolutamente dritto contro la deriva woke. Non sarà affatto facile picconarla, è chiaro. Ma non è detto che non ce la possa fare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/inizia-la-lotta-al-woke-2669738908.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-cura-kennedy-jr-per-guarire-lamerica" data-post-id="2669738908" data-published-at="1731153712" data-use-pagination="False"> La cura Kennedy jr per guarire l’America È un no vax. Di Robert Francis Kennedy Jr si sente dire soltanto questo. Tanto che lui, in un’intervista a Nbc news, ha dovuto giurare che non ha nulla contro i vaccini. Il rampollo della dinastia più funestata della storia americana, nipote di Jfk, figlio di Bob, ha litigato pure con i parenti, per la sua scelta di lasciare il Partito democratico e poi sostenere, da indipendente, Donald Trump. Ma nella sua biografia c’è una certa coerenza: stare dalla parte dei più deboli, come il padre che andava tra i neri negli Stati del Sud. Schierarsi contro i poteri forti. Oggi, debole è il popolo che ha una delle aspettative di vita più basse nel mondo sviluppato. I forti, Kennedy jr li identifica con i predoni della salute: Big pharma e la Food and drug administration. L’autorità che dovrebbe disciplinare l’uso dei medicinali e che invece, a suo avviso, è contaminata dal germe della «corruzione». Anche da qui potrebbe passare la rivoluzione conservatrice della nuova amministrazione Trump: «Interi dipartimenti» dell’ente regolatore «devono essere eliminati», ha dichiarato a Msnbc l’avvocato di Washington. Quelle sezioni di Fda, «come il dipartimento per la nutrizione», «non stanno facendo il loro lavoro, non stanno proteggendo i nostri bambini».Durante il discorso con cui ha celebrato il trionfo elettorale, il tycoon ha lasciato intendere che Kennedy jr svolgerà un ruolo di primo piano nella sua squadra. Make America healthy again è lo slogan, variazione sul tema del classico «Maga»: rendere l’America di nuovo sana. C’è in serbo il ministero della Sanità? Per la nomina, servirebbe il via libera dal Senato. Controllato dai repubblicani, certo. Ma per scongiurare incidenti di percorso, forse sarebbe preferibile un un incarico per cui non occorra la ratifica del Congresso. Oppure, il dicastero dell’Agricoltura? In effetti, è sull’alimentazione che batte spesso Kennedy. E a seguire i cinque minuti di video che hanno diffuso su X i canali vicini a Trump, l’uomo accusato di complottismo durante la pandemia non sembra per niente uno svitato.Il suo ragionamento è lineare. Gli statunitensi, rispetto agli altri occidentali, campano meno e stanno peggio. La causa? Ingurgitano troppe schifezze. Non si tratta solo di invitarli a consumare più insalata e meno patatine. Il punto è tecnico, politico, giuridico. Il cibo spazzatura che divorano fa ingrassare, sì, ma è soprattutto un veleno. Contiene sostanze chimiche dannose. Per responsabilità di Fda: quegli ingredienti sono legali, autorizzati dall’agenzia che dovrebbe tutelare i cittadini, mentre li lascia in balìa di produttori privi di scrupoli. Perciò lui parla di corruzione: evoca un cortocircuito tra la grande industria e chi dovrebbe vigilare su di essa. La proposta: mettere al bando le sostanze pericolose, spingendo gli americani ad abitudini più salutari. Senza diktat e divieti, a differenza delle crociate anti vino dell’Oms, o della campagna inglese contro sigarette ed e-cig.Sembra banale. Non lo è. Sarebbe una trasformazione epocale. Il paradigma che si è imposto durante il Covid, anche a colpi di propaganda e censura, diventando un aspetto centrale dell’agenda dem, si fonda sulla sostituzione del cittadino con il paziente. È l’estremo approdo della medicalizzazione. Siamo tutti malati: soffriamo di patologie croniche, rischiamo di buscarcene altre. Soluzione? I farmaci. I vaccini per schermarci dalle infezioni, le terapie per trattare i mali già contratti. È questo circolo che la filosofia di Kennedy jr intende spezzare: mi alimento male, tracanno tossine, mi ammalo, faccio spendere allo Stato o spendo di tasca mia tanti soldi per comprare le medicine con cui curarmi. L’alternativa: mangio decentemente, evito il junk food, rifuggo la sedentarietà, quindi perdo peso, quindi riduco il rischio di patologie cardiovascolari e tumori, quindi ho meno bisogno di farmaci. Sono due modelli contrapposti. Proprio come qualcuno, sui social, provava a contrapporre le foto di Kennedy e Bill Gates. Due coetanei (Mr Microsoft è del 1955, il politico è del 1954), ma il re Mida dei vaccini ha il fisico decadente, il figlio di Bob è vigoroso e atletico. Anche se il salutismo non lo ha salvato da un disturbo neurologico, che gli crea problemi di fonazione.È una svolta culturale. Il medico è politico. Lo prova il precedente italiano: ricordate il putiferio che si scatenò, allorché Giorgia Meloni definì una «devianza» l’obesità? Apriti cielo: si gridò al body shaming, con strali verso i nostalgici della ginnastica fascista. Nell’ottica liberal, il corpo deforme è un proclama liberatorio. La body positivity è il paravento con cui si occultano gli effetti devastanti del sovrappeso. Intanto, l’organismo infiacchito dalla cornucopia di medicine nutre, con il feticcio di vaccinazioni, mascherine, autoquarantene, un’illusione di immunità. Ma l’élite progressista insegue le mode delle pietanze healthy: il tofu, il miglio, l’avocado. Snack e bibite edulcorate restano sulle tavole dei poveri. Per loro, garantisce Fda.
Roberto Vannacci (Ansa)
Quella «alta»: Vannacci mette a nudo le contraddizioni del centrodestra, che una volta vinte le elezioni si è adeguato alla realtà dei fatti, accantonando diversi proclami, soprattutto a livello di politica internazionale. La seconda: al di là degli esponenti istituzionali che hanno già aderito, in Italia c’è una miriade di assessori, consiglieri comunali e regionali e attuali parlamentari ed europarlamentari, che non hanno avuto garanzie dai rispettivi partiti di un posto al sole, sotto forma di una ricandidatura alle prossime politiche, o di una presidenza di commissione nei consigli regionali, o di una poltroncina di sottogoverno (cda di partecipate, enti, acquedotti, teatri, pro loco, bocciofile). Molti di costoro, chi per vendetta e chi per speranza, sono già pronti a imbarcarsi sul vascello del generale: aspettano solo il momento giusto.
Ma torniamo alla convention di ieri: Vannacci, ormai l’unica pop star della politica italiana, non delude le aspettative dei suoi. C’è anche il momento mistico: Vannacci legge la preghiera dei paracadutisti francesi e chiede alla sala di alzarsi in piedi e pregare con lui. «Con la forza e la fede andremo avanti, il resto lo conquisteremo da soli», profetizza, e manca solo un bell’«amen» dalla platea. Scena western: «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia», esclama Robert Charles Bronson Vannacci, «e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo». Poi, sull’accusa di essere funzionali alla sinistra: «Ci hanno accusato di essere alleati con la sinistra», replica Vannacci, «di essere gli utili idioti. Io mi dovrei alleare con questa destra che porta avanti l’agenda Draghi o il debito comune? Questo governo si allinea totalmente a supportare questa Commissione europea e la rinsecchita (ma è una signora, suvvia generale, ndr) Von der Leyen. E io sarei quello che parteggia per la sinistra? Poi si invoca il voto utile: secondo questo manicheismo o stai con noi o stai con la sinistra. Io rispondo chiaramente: o con noi, con Futuro nazionale, guardiani della sovranità, o con Von der Leyen, Draghi e il globalismo». E la remigrazione? «L’Italia agli italiani! Non mi vergogno di dirlo», arringa Vannacci, «prima remigrazione non si poteva dire, adesso che il termine remigrazione è entrato nell’uso comune, anche grazie a me, si dice che non si può fare perché non si può togliere la cittadinanza. In Italia ci sono 530.000 clandestini entrati illegalmente che devono essere remigrati. E sono solo quelli entrati in via mare, altrimenti sarebbero molti di più. Equivalgono alla popolazione di Molise e Valle d’Aosta messe insieme e vengono mantenuti da tutti gli italiani».
Rispondendo a una domanda sulle critiche di Giorgia Meloni ai suoi parlamentari, accusati appunto di «fare quello che serve alla sinistra», Vannacci chiede al premier il famoso riconoscimento politico, sotto forma di una chiamata: «Non ho risposto al presidente del Consiglio», sottolinea Vannacci, «perché se avrà una domanda da farmi, me la fa direttamente e avrò l’onore e il piacere di risponderle. Mi risulta che abbia parlato alla sporca dozzina e loro hanno replicato. Al premier rispondo quando mi interpellerà».
Lo sgarbo vero arriva quando, in riferimento alla famosa frase sulle «ginocchiere» del deputato del M5s Francesco Silvestri, Vannacci smonta la narrazione di Fdi: «Se avessi provato a mettermi nei panni di una donna», dice il generale, «quella frase non l’avrei percepita come sessista. Così come la parola “cortigiana”, ma non sono una donna e non ho questa sensibilità. Il mio parere conta quel che conta». Respinge ogni accusa di filoputinismo, di essere un asset russo: «Nella mia carriera», rivendica il generale, «ho ricevuto, tra encomi, elogi, croci e medaglie, circa una trentina di onorificenze dalla Repubblica Italiana. Fra cui l’ultima è stata quella di essere nominato, con grande onore, Cavaliere della Repubblica. Proprio per aver fatto sempre gli interessi della Repubblica italiana. A rischio della mia vita e di quella dei miei uomini».
Bene, benissimo, ma alla fine che fa, Vannacci? Si allea col centrodestra? Il generale alzerà la posta fino all’ultimo istante utile, e intanto gigioneggia: «Io non ho mai parlato di adesione al centrodestra», sottolinea il generale, «è il centrodestra che parla di Fnv, che dovrebbe aderire al centrodestra. Non è una mia istanza, sembra sia quasi un’aspettativa di questo centrodestra e che quindi dovrei ammorbidire le mie posizioni, e io rispondo di no: le mie posizioni non le ammorbidisco e non le cambio». Così il leader di Futuro nazionale, nel punto stampa dopo il suo intervento all’assemblea costituente di Fnv. «Ancora prima di nascere Futuro nazionale Vannacci è al 5%, grazie proprio a queste posizioni e a queste linee rosse. Noi siamo il sestante che riporta l’alleanza di centrodestra nella giusta direzione». Traduzione: per ora vi faccio rosolare, arrivo al 10% e poi sarò io a dare le carte. Questo è il progetto del generale, vedremo se alla fine avrà il punto in mano o starà bluffando.
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Petrolio USA primo al mondo, ancora crisi di Hormuz, metalli sotto stress, rame in rialzo e logistica sempre più difficile per rinnovabili e batterie.
Donald Trump (Ansa)
Mentre Pakistan e Stati Uniti continuano a descrivere la pace come imminente, il memorandum di Islamabad resta avvolto da dichiarazioni contrastanti. A eccezione di alcuni principi generali, il contenuto dell’intesa continua infatti a essere oggetto di interpretazioni divergenti tra Washington e Teheran. Il risultato è una guerra di rivendicazioni che accompagna il negoziato e alimenta dubbi sulla reale portata dell’accordo. Nelle ultime ore, tuttavia, sono emersi segnali che indicano come il percorso diplomatico sia ormai vicino alla conclusione. Il portavoce del ministero degli Esteri pachistano, Tahir Andrabi, ha annunciato che Islamabad ospiterà oggi la cerimonia di firma dell’accordo di pace tra Iran e Stati Uniti, in videoconferenza. A rafforzare l’impressione di un’intesa imminente è stato Donald Trump. In un messaggio su Truth Social, il presidente americano ha reso noto che «subito dopo la firma, prevista per domani (oggi, ndr), lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti», aggiungendo che i rapporti con l’Iran sono oggi «molto diversi e migliori rispetto a quelli avuti dalle amministrazioni precedenti». La riapertura di Hormuz rappresenta uno degli elementi centrali dell’intesa. Più complessa resta la questione nucleare. Nelle ultime settimane Washington ha chiesto la distruzione delle scorte di uranio altamente arricchito accumulate dall’Iran e la progressiva eliminazione delle infrastrutture necessarie alla produzione di materiale fissile. Teheran, al contrario, ha sempre sostenuto che il memorandum non affronti direttamente il programma nucleare e che il tema debba essere discusso nella fase successiva. Trump ha usato il nuovo accordo per marcare la distanza dalla politica di Obama. «L’accordo di Barack Hussein Obama con l’Iran, il Jcpoa, era una strada facile, bella e spianata verso l’arma nucleare», ha scritto. «Il mio accordo con l’Iran è l’esatto contrario: un muro contro l’arma nucleare». Secondo Trump, l’Iran avrebbe rinunciato definitivamente alle ambizioni atomiche. «Non vogliono più un’arma nucleare, né ne avranno una», ha assicurato. Sia i diplomatici iraniani sia le Guardie rivoluzionarie hanno però smentito che Teheran firmerà oggi l’accordo. I pasdaran hanno criticato l’«insolita insistenza» di Trump per sottoscrivere l’accordo, sostenendo che il tycoon voglia far coincidere l’eventuale intesa con il suo compleanno, il 14 giugno, trasformandolo in un evento simbolico e mediatico. Ad ogni modo, le Guardie della rivoluzione hanno sottolineato che il memorandum non è ancora stato finalizzato e che la firma prevista per oggi «non avverrà sicuramente».
Le dichiarazioni del presidente sembrano inoltre chiarire uno dei punti più controversi della trattativa: i fondi iraniani congelati all’estero. Negli ultimi giorni alcune indiscrezioni avevano ipotizzato un graduale alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco di miliardi di dollari appartenenti all’Iran. Trump lo ha escluso. «A differenza dei centinaia di miliardi di dollari che Obama ha versato loro, compresi 1,7 miliardi di dollari in contanti, non ci sarà alcuno scambio di denaro», ha affermato. Una posizione che si scontra con le dichiarazioni iraniane, secondo cui la liberazione dei fondi bloccati sarebbe una componente essenziale dell’intesa.
Ancora più significativa appare la parte del messaggio dedicata al materiale nucleare iraniano. Trump ha dichiarato che, una volta stabilizzata la situazione, gli Stati Uniti recupereranno il materiale fissile custodito nei siti sotterranei colpiti dai recenti bombardamenti americani. «Recupereremo la polvere nucleare, sepolta in profondità sotto le montagne di granito, grazie ai nostri bombardieri B-2 e ai loro piloti, e la diluiremo e la distruggeremo, sia in Iran sia negli Stati Uniti», ha scritto. A conferma dell’intensa attività diplomatica, Trump intende incontrare i leader di Egitto, Qatar ed Emirati Arabi Uniti a margine del G7 della prossima settimana in Francia per discutere degli sforzi volti a porre fine alla guerra con l’Iran, mentre con i Paesi alleati parlerà dello sminamento di Hormuz. Il presidente ha concluso esprimendo fiducia in una cooperazione duratura con Teheran e con l’intero Medio Oriente, ma accompagnando l’apertura con un avvertimento: «Se così non fosse, abbiamo l’alternativa definitiva, che speriamo di non dover mai più utilizzare».
Resta tuttavia da capire se questa visione coincida con quella della leadership iraniana. Finora il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sostenuto che una delle opzioni allo studio fosse la diluizione dell’uranio arricchito direttamente in Iran, senza trasferimenti all’estero. Il viceministro Kazem Gharibabadi ha riferito di aver discusso con funzionari russi e cinesi degli ultimi sviluppi sulla bozza di memorandum in esame a Islamabad. Secondo Teheran, la cooperazione strategica tra Iran, Cina e Russia continuerà a rafforzarsi. Sullo sfondo resta il ruolo della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, il cui assenso viene considerato decisivo per la piena attuazione dell’accordo. Nelle stesse ore il leader iraniano ha approvato la commutazione della pena per 139 detenuti condannati a morte e la concessione della grazia ad altri prigionieri, in quello che diversi osservatori interpretano come un segnale politico destinato ad accompagnare la fase finale del negoziato.
Resta però un ostacolo tutt’altro che secondario. I pasdaran, che rappresentano il centro del potere militare e ideologico della Repubblica islamica, continuano a prendere le distanze dall’intesa. Una posizione che evidenzia ancora una volta le profonde divisioni interne al regime iraniano.
Israele continua l’avanzata in Libano. Altre cinque vittime dovute ai raid
Ci si chiede se un accordo fra Stati Uniti e Iran porrà fine o no anche al conflitto in Libano, dove Israele prosegue l’avanzata terrestre e gli attacchi aerei per debellare il partito armato sciita filoiraniano Hezbollah. Che Teheran leghi la questione libanese a quella del Golfo Persico è stato confermato ancora ieri dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei: «Si cessi la guerra su tutti i fronti, incluso il Libano». L’analista israeliano di Axios, Barak Ravid, ha rivelato che il presidente americano Donald Trump ha detto per telefono al premier israeliano Benjamin Netanyahu che «è ora di por fine a questa guerra». Ravid cita indiscrezioni da funzionari statunitensi: «Netanyahu potrebbe tentare di ostacolare l’accordo». Ma responsabili israeliani temono che Trump «possa limitare la libertà operativa contro Hezbollah e pretendere d’esser consultato prima d’ogni attacco».
Israele intensifica l’offensiva, volendo smantellare il più possibile Hezbollah. Quindi Netanyahu potrebbe ignorare eventuali clausole, di accordi peraltro presi dagli Usa ma non da Israele, relativi al fronte libanese. Solo ieri le forze ebraiche hanno colpito 70 obbiettivi di Hezbollah. L’esercito israeliano ha anche ucciso sette miliziani che operavano da un tunnel nel Libano meridionale, dove venivano immagazzinati munizioni, armi e provviste per sostenere attacchi. Come a Gaza, quindi, anche in Libano i passaggi sotterranei si confermano una delle maggiori risorse per la guerra asimmetrica fatta di agguati mordi-e-fuggi contro un potente esercito tecnologico. E già lo si vedeva in Vietnam 60 anni fa con gli americani alle prese coi «formicai» dei Cong. Raid aerei e granate d’artiglieria su varie aree del Libano hanno causato ieri cinque morti, tra cui il sindaco di Al Rihan, Ali Badie. Fra le azioni militari israeliane, un drone ha centrato un veicolo a Kfar Hounah, poi l’artiglieria ha martellato il quartiere Rahbat di Nabatieh. Bombardate anche Sarifa, Maarakeh e Khiam. Toccante la testimonianza del prete maronita Eid Bou Rached, di Sidone, a Vatican News: «Un missile è caduto a poca distanza dal portone d’ingresso della nostra sede episcopale. Grazie a Dio non ci sono state vittime, ma la morte è la nostra vicina di casa».
Secondo il giornale libanese L’Orient-Le Jour, varie persone sono state ferite da bombe di aerei israeliani a Zayyata, a Sud di Sidone, mentre un soldato dell’esercito libanese è stato ferito gravemente da un drone sulla strada fra Kfar Remane e Nabatieh. La posizione dell’esercito libanese, che non è in grado di far valere l’autorità statale sul partito armato Hezbollah, né di respingere gli israeliani, è critica. Ieri le truppe libanesi, che in teoria dovrebbero occupare «zone pilota» per vigilare sul disarmo di Hezbollah, si sono ritirate da Kfar Tebnit per disimpegnarsi dall’avanzata israeliana. Per il 22 giugno si attendono a Washington colloqui per un cessate il fuoco, ma un Libano frammentato, in cui Hezbollah agisce in modo indipendente, rende tutto arduo. Ieri il presidente Joseph Aoun ha esortato all’unità del Libano, «prigioniero della logica delle milizie», ma l’appello pare vano. Hezbollah ha lanciato vari droni, specie gli Ababil d’origine iraniana, su truppe israeliane a Margaliot, Jal al-Dei, Yahmour al-Shaqif, e Hammamas. Secondo Israele «non ci sono stati feriti», ma per gli sciiti «sono stati distrutti un carro armato Merkava e una jeep Hummer». L’Ababil è guidato con un cavo a fibra ottica lungo fino a 60 chilometri ed è quindi immune ai disturbi elettronici avversari, oltre a costare poco, solo 600 dollari l’uno. Il ministero della Salute libanese ha intanto diramato che, dal 2 marzo fino a ieri, il conflitto ha causato 3.756 morti e 11.632 feriti, mentre per il ministero dell’Economia i danni ammontano a 20 miliardi di dollari.
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Un vuoto che ha pesato sui soci: in una email inviata agli associati, The Core ha comunicato che l’evento del 19 maggio al Teatro Franco Parenti non si sarebbe più tenuto, rinviando di fatto il confronto con la community. Ma ad attenderle, questa volta, non ci saranno solo banchieri, imprenditori, avvocati, giornalisti e professionisti che chiedono risposte: c’è anche un fascicolo aperto alla Procura di Milano.
In seguito all’esposto depositato dallo studio Pizzoccaro di Brescia, promosso da diversi soci, la Procura ha aperto un procedimento: gli accertamenti sono in corso. Anche perché sarebbero già state depositate almeno 23 denunce-querele, con accuse che vanno dalla truffa alla bancarotta, fino ad altri profili legati alla gestione delle quote versate e al reticolo societario costruito intorno al progetto. Il nodo, in sintesi, è capire se The Core sia stato soltanto un club mai nato o una promessa commerciale tenuta in vita anche quando la sede promessa era ormai perduta.
La vicenda ruota attorno a 1 euro. Il 30 maggio 2025 Core Milan Llc dà in pegno a Reinvest il 100% di Core Matteotti srl, la società legata all’immobile di corso Matteotti 14, a garanzia di un finanziamento da 500.000 euro. Il 18 luglio la stessa società viene ceduta a Reinvest per 1 euro: prezzo simbolico, perché il veicolo era gravato da debiti, morosità e obblighi non rispettati. Reinvest si accolla così il risanamento e le somme non pagate dal mondo Core.
Da quel momento Jennie e Dangene Enterprise non controllano più la società chiave del progetto. Tentano di rientrare con una sublocazione, ma anche quella salta: canone da 4,5 milioni l’anno, garanzie per 10,2 milioni mai consegnate, risoluzione del contratto il 6 febbraio 2026 per inadempimento.
Intanto i soci avevano già pagato. The Core ha parlato di 700 aderenti, con quote tra 8.000 e 26.000 euro più Iva e quote iniziali più alte. Secondo chi segue il dossier, le richieste di restituzione potrebbero arrivare ad almeno 20 milioni; se non saranno pagate, tra le ipotesi c’è anche un’istanza di liquidazione giudiziale, l’ex fallimento.
Le fondatrici continuano a rassicurare i membri: nella comunicazione del 14 maggio scrivono che Core Llc avrebbe investito oltre 10 milioni di euro e che Milano resta «strategica e prioritaria», con apertura entro 12-14 mesi dalla ripresa del cantiere. Ma la versione si scontra con gli atti: a quella data il rapporto su corso Matteotti 14 risulta già risolto.
Oltre poi ai ritardi nei pagamenti ai fornitori, anche il piano B sembra essersi arenato. Dopo l’uscita di scena di corso Matteotti, erano circolate ipotesi su corso Magenta e soprattutto via Meravigli. Ma quest’ultimo tentativo, secondo quanto risulta alla Verità, si sarebbe chiuso ancora prima di cominciare: l’agente immobiliare avrebbe deciso di non incontrare le due fondatrici. Un altro segnale che rende sempre più fragile la narrazione del rilancio.
Ora il ritorno a Milano di Jennie e Dangene Enterprise rischia di diventare il primo vero faccia a faccia con i soci. Anche perché ormai i discorsi vertono tutti su querele, richieste di rimborso, possibili azioni fallimentari e ora anche un fascicolo aperto in Procura. Un club può anche non aprire. Ma se la società chiave viene prima data in pegno, poi ceduta per 1 euro, se la sublocazione salta per mancata garanzia e, nel frattempo, ai soci si continua a raccontare la favola che tutto va bene, allora la vicenda passa da progetto fallito a possibile caso giudiziario.
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