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2020-01-11
United crollos of Benetton
Ansa
L'ultima volta che Luciano Benetton si è esposto pubblicamente su temi cosiddetti «sociali» è stato lo scorso 13 ottobre. Chiariamo subito: non ha parlato di autostrade né di ponti o di gallerie. Per sentirlo affrontare quegli argomenti abbiamo dovuto aspettare la fine di novembre, quando il patron ha scritto una lettera a Repubblica lamentandosi per «la campagna di odio scatenata contro la nostra famiglia».
No, il 13 ottobre Benetton si è espresso su un tema che gli sta molto più a cuore della viabilità, e cioè l'immigrazione. Assieme all'Aga Khan, il celebre Luciano ha presentato a Londra una mostra intitolata Don't ask me where I'm from (non chiedermi da dove vengo). I due illuminati investitori, ci ha spiegato sempre Repubblica, hanno dato «a 15 artisti, immigrati di seconda o terza generazione e provenienti dai luoghi più diversi del globo, la possibilità di riflettere su radici e futuro, su culture e differenze».
In effetti, iniziative come quella londinese rientrano perfettamente nella filosofia di United colors of Benetton: multiculturalismo, integrazione, elogio delle differenze... Argomenti su cui, specie negli ultimi tempi, l'azienda di Ponzano Veneto ha insistito parecchio, complice il ritorno di Oliviero Toscani alla guida dell'apparato pubblicitario. L'arzillo fotografo ha scodellato una bella serie di campagne tutte basate sull'elogio dell'immigrazione di massa, giusto per godersi lo sdegno dei sovranisti. Insomma, i nostri amici - ormai da tempo - non perdono occasione per ribadire l'adesione ai valori liberal. C'è però un angolo del mondo in cui l'atteggiamento progressista e umanitario di casa Benetton non è molto apprezzato, e non stiamo certo parlando dei Comuni italiani in mano alla Lega.
Il luogo in questione è la Patagonia, e a non gradire i Benetton sono gli indigeni Mapuche, la popolazione autoctona. La notte tra il 25 e il 26 dicembre, un gruppo di militanti nativi della comunità Lof Kurache ha deciso di occupare una «estancia» che si trova nel Comune di El Maitén, provincia di Chubut, nella Patagonia argentina. È un terreno appartenente ai Benetton. «Abbiamo recuperato ciò che ci è stato rubato», dicono i militanti. E spiegano di avere iniziato un «processo di recupero territoriale delle terre di El Platero occupate dalla multinazionale Tuierras del Sur di proprietà di Benetton».
Come spiega un comunicato ufficiale della famiglia, «nel 1991 Edizione holding (la finanziaria controllata dai Benetton, ndr) acquisisce in maniera del tutto legale e legittima la società Compañía de Tierras Sud Argentino da tre famiglie argentine che la possedevano da lungo tempo. [...]. Attualmente l'azienda offre lavoro a centinaia di persone, prevalentemente di origine Mapuche in una moderna struttura agricola dedicata soprattutto all'allevamento ovino. Fin dalla sua creazione», conclude il comunicato dei Benetton, «Compañía de Tierras Sud Argentino reinveste in Argentina risorse e capitali, scommettendo sullo sviluppo e sulla crescita del Paese». Gli indios, però, la pensano diversamente. Sostengono che l'azienda sfrutti la loro terra madre, e non solo per l'allevamento, ma pure per attività estrattive che consentirebbero alla multinazionale di arricchirsi alle spalle dei nativi. Come ha spiegato in un'intervista visibile sul sito di Micromega la giornalista Monica Zornetta, i Mapuche ritengono che «la donazione iniziale fatta dallo Stato argentino a quella che sarebbe poi diventata Compañía de Tierras Sud Argentino, poi passata in mano ai Benetton, sia avvenuta in violazione alla legge». La compagnia possiede qualcosa come 900.000 ettari di territorio della Patagonia. Un impero (pagato, pare, 50 milioni di dollari nel 1991) che ospita la gran parte dei Mapuche, i quali dall'inizio degli anni Duemila sono in lotta per rivendicare la sovranità su quelle terre. Un «diritto ancestrale», lo definiscono. Curioso davvero: in Italia i Benetton sono una specie di emblema dell'imprenditoria liberal e impegnata. In Patagonia, invece, sono i padroni da combattere, e hanno contro una larghissima fetta della sinistra più o meno estrema. Che, in aggiunta, accusa le autorità argentine di «complicità» con i ricchi capitalisti italici.
Il conflitto negli ultimi anni si è inasprito. In particolare da quando, nel gennaio 2017, una occupazione finì con scontri pesanti. In quell'occasione intervenne pure Amnesty international, spiegando che le forze di sicurezza argentine avevano «attaccato violentemente la comunità Mapuche di Cushamen ». Ad Amnesty i Mapuche raccontarono di «essere stati picchiati, anche con manganelli. [...] I membri della comunità hanno riferito che gli agenti hanno sparato, ferendo alcune persone».
Sempre nel 2017, durante l'ennesimo conflitto nella provincia di Chubut tra Mapuche e polizia, sparì un attivista argentino, Santiago Maldonado, di 28 anni. Fu ripescato da un fiume, morto, circa un anno dopo. Le indagini sul suo caso sono state riaperte a settembre, e sono ancora in corso. Compañía de Tierras, ovviamente, tiene a precisare di non avere «avuto alcun legame diretto o indiretto con l'accaduto: la procedura di ordine pubblico viene condotta dalla gendarmeria nazionale, senza partecipazione, sostegno o coinvolgimento di alcun tipo da parte della società».
L'occupazione dello scorso Natale, per fortuna, non ha ancora causato scontri, solo una denuncia da parte dell'azienda alle autorità argentine. Gli indigeni, dal canto loro, chiedono l'appoggio dei militanti di tutte le nazioni per continuare la lotta. Chissà, magari il compagno Toscani li contatterà per la prossima campagna multiculturalista.
Autostrade a pezzi: «Duecento gallerie violano le norme di sicurezza dell’Ue»
La galleria Bertè, sull'autostrada A26 Genova-Gravellona Toce, non è la sola che rischia di crollare. Il tunnel, dal quale lo scorso 30 dicembre si sono staccate dalla volta quasi tre tonnellate di cemento, è solo uno dei tanti a non rispettare le norme di sicurezza europee. Senza che nessuno si sia ancora preoccupato d'intervenire per rimediare.
In totale sono quasi 200 le gallerie fuorilegge in Italia: 105 si trovano sulla rete gestita da Autostrade, mentre 90 sono sotto la responsabilità di altre società. Lo rivela un'indagine condotta dal Consiglio superiore dei lavori pubblici e pubblicata da Repubblica: secondo questo documento, i trafori lunghi oltre 500 metri presentano pericoli di incidenti e crolli, non sono impermeabilizzati, sono privi di sistemi di sicurezza, di corsie di emergenza e vie di fuga. Mancano anche le luci guida in caso di evacuazione. E proprio per questo il nostro Paese rischia una procedura di infrazione da parte dell'Unione europea.
Non sono, infatti, più solo i viadotti a fare paura, anche le gallerie sono considerate dal report bombe a orologeria. Prova ne sono i cedimenti che si sono ripetuti su diversi tratti. Due giorni fa un grosso calcinaccio è caduto dalla volta del tunnel del Turchino, ancora sulla A26. Ieri notte un altro episodio simile all'interno della galleria Ricchini, sulla A6 nel tratto fra Savona e Altare, lo stesso dove il 24 novembre scorso una frana ha provocato il collasso del viadotto Madonna del Monte.
Insomma, anche i tunnel stanno cedendo al peso degli anni, dell'incuria e della mancata manutenzione. Così un nuovo ciclone giudiziario potrebbe abbattersi sulle società concessionarie e su Aspi, già sotto inchiesta per la tragedia del ponte Morandi e per lo scandalo dei report sulla sicurezza dei viadotti, che per gli inquirenti sarebbero stati falsificati. Il problema dei controlli «ammorbiditi», secondo la Procura di Genova, potrebbe riguardare infatti anche i trafori per i quali il sistema e gli attori coinvolti sono gli stessi. La scala di valutazione dei rischi andava da 10 (condizioni ottime) fino a 70 (valore che impone la chiusura del ponte o della galleria). La Bertè aveva ricevuto come voto 40, cioè un rischio di cedimento molto contenuto. Votazione che era stata assegnata dai tecnici di Spea, la controllata di Aspi che si occupava delle ispezioni. Gli investigatori stanno cercando di capire se la società fosse a conoscenza delle reali condizioni della volta, intanto è stato aperto un fascicolo a carico di ignoti per crollo colposo.
Da parte sua, Autostrade fa sapere che l'adeguamento degli impianti nelle gallerie citate dal rapporto è in corso nel 90% dei casi, mentre per il restante 10% sono partite le gare d'appalto per i lavori. Gli interventi previsti dalla normativa Ue, sottolinea ancora Aspi, non riguardano però la sicurezza strutturale delle gallerie.
Nel frattempo c'è un'altra spada di Damocle che continua a incombere sul futuro della rete autostradale italiana. Perché il nodo della revoca delle concessioni, annunciata all'indomani della tragedia di Genova, a quasi un anno e mezzo dal disastro non è ancora stato sciolto. Da una parte ci sono i 5 stelle, fermi sulla necessità di sospendere gli accordi con il gruppo della famiglia Benetton, dall'altro il resto della maggioranza, che propende per una linea più «morbida». Le ultime indiscrezioni dicono che il governo starebbe pensando a una maxi multa che eviti la revoca. Sul tavolo ci sarebbe, quindi, una compensazione in denaro fino a 4 miliardi, che si accompagnerebbe a una riduzione delle tariffe attuali fino al 5%, ad aumenti programmati per i prossimi anni non oltre il 2% e a una riduzione della remunerazione del capitale investito. Inoltre Autostrade sarebbe pronta a presentare un piano che prevede 13 miliardi di euro di investimenti nei prossimi 18 anni. Quelli, cioè, che mancano al termine della concessione.
Uno sforzo con il quale la società intende, evidentemente, marcare una presa di distanza rispetto al passato. Un passato nel quale gli investimenti sulla rete autostradale, ma anche su tutte le altre infrastrutture del Paese, sono stati pochissimi. Come sostiene una ricerca condotta dalla società di consulenza Deloitte in collaborazione con l'università Luiss. Emerge che il cosiddetto indice di dotazione infrastrutturale dell'Italia è fermo a 0,161, contro una media Ue di 0,022. Questo vuol dire che se il nostro Paese decidesse di costruire i servizi viari che mancano, e che lo tengono lontano dal livello dei partner europei, dovrebbe spendere una montagna di denaro. Lo studio disegna tre scenari in base ai quali si dovrebbero investire almeno 138 miliardi, nel migliore dei casi. Ma l'ipotesi è che si possa salire a 415 o, nello scenario più pessimista, addirittura 787 miliardi di euro solo nel settore dei trasporti, autostrade comprese. Per farsi un'idea del nostro ritardo basta un dato: tra il 2008 e il 2012 abbiamo speso in infrastrutture solo 58 miliardi di euro. E le scellerate conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.
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In Argentina, i Mapuche da anni rivendicano l'area comprata da una società controllata dalla famiglia italiana, famosa per le campagne a favore del multiculturalismo. A Natale alcuni militanti hanno occupato un'azienda agricola: denunciati.Report del Mit: 105 sono gestite da Aspi, 90 da altri. C'è il rischio di incidenti e crolli; spesso mancano illuminazione e vie di fuga.Lo speciale contiene due articoli.L'ultima volta che Luciano Benetton si è esposto pubblicamente su temi cosiddetti «sociali» è stato lo scorso 13 ottobre. Chiariamo subito: non ha parlato di autostrade né di ponti o di gallerie. Per sentirlo affrontare quegli argomenti abbiamo dovuto aspettare la fine di novembre, quando il patron ha scritto una lettera a Repubblica lamentandosi per «la campagna di odio scatenata contro la nostra famiglia». No, il 13 ottobre Benetton si è espresso su un tema che gli sta molto più a cuore della viabilità, e cioè l'immigrazione. Assieme all'Aga Khan, il celebre Luciano ha presentato a Londra una mostra intitolata Don't ask me where I'm from (non chiedermi da dove vengo). I due illuminati investitori, ci ha spiegato sempre Repubblica, hanno dato «a 15 artisti, immigrati di seconda o terza generazione e provenienti dai luoghi più diversi del globo, la possibilità di riflettere su radici e futuro, su culture e differenze». In effetti, iniziative come quella londinese rientrano perfettamente nella filosofia di United colors of Benetton: multiculturalismo, integrazione, elogio delle differenze... Argomenti su cui, specie negli ultimi tempi, l'azienda di Ponzano Veneto ha insistito parecchio, complice il ritorno di Oliviero Toscani alla guida dell'apparato pubblicitario. L'arzillo fotografo ha scodellato una bella serie di campagne tutte basate sull'elogio dell'immigrazione di massa, giusto per godersi lo sdegno dei sovranisti. Insomma, i nostri amici - ormai da tempo - non perdono occasione per ribadire l'adesione ai valori liberal. C'è però un angolo del mondo in cui l'atteggiamento progressista e umanitario di casa Benetton non è molto apprezzato, e non stiamo certo parlando dei Comuni italiani in mano alla Lega.Il luogo in questione è la Patagonia, e a non gradire i Benetton sono gli indigeni Mapuche, la popolazione autoctona. La notte tra il 25 e il 26 dicembre, un gruppo di militanti nativi della comunità Lof Kurache ha deciso di occupare una «estancia» che si trova nel Comune di El Maitén, provincia di Chubut, nella Patagonia argentina. È un terreno appartenente ai Benetton. «Abbiamo recuperato ciò che ci è stato rubato», dicono i militanti. E spiegano di avere iniziato un «processo di recupero territoriale delle terre di El Platero occupate dalla multinazionale Tuierras del Sur di proprietà di Benetton». Come spiega un comunicato ufficiale della famiglia, «nel 1991 Edizione holding (la finanziaria controllata dai Benetton, ndr) acquisisce in maniera del tutto legale e legittima la società Compañía de Tierras Sud Argentino da tre famiglie argentine che la possedevano da lungo tempo. [...]. Attualmente l'azienda offre lavoro a centinaia di persone, prevalentemente di origine Mapuche in una moderna struttura agricola dedicata soprattutto all'allevamento ovino. Fin dalla sua creazione», conclude il comunicato dei Benetton, «Compañía de Tierras Sud Argentino reinveste in Argentina risorse e capitali, scommettendo sullo sviluppo e sulla crescita del Paese». Gli indios, però, la pensano diversamente. Sostengono che l'azienda sfrutti la loro terra madre, e non solo per l'allevamento, ma pure per attività estrattive che consentirebbero alla multinazionale di arricchirsi alle spalle dei nativi. Come ha spiegato in un'intervista visibile sul sito di Micromega la giornalista Monica Zornetta, i Mapuche ritengono che «la donazione iniziale fatta dallo Stato argentino a quella che sarebbe poi diventata Compañía de Tierras Sud Argentino, poi passata in mano ai Benetton, sia avvenuta in violazione alla legge». La compagnia possiede qualcosa come 900.000 ettari di territorio della Patagonia. Un impero (pagato, pare, 50 milioni di dollari nel 1991) che ospita la gran parte dei Mapuche, i quali dall'inizio degli anni Duemila sono in lotta per rivendicare la sovranità su quelle terre. Un «diritto ancestrale», lo definiscono. Curioso davvero: in Italia i Benetton sono una specie di emblema dell'imprenditoria liberal e impegnata. In Patagonia, invece, sono i padroni da combattere, e hanno contro una larghissima fetta della sinistra più o meno estrema. Che, in aggiunta, accusa le autorità argentine di «complicità» con i ricchi capitalisti italici. Il conflitto negli ultimi anni si è inasprito. In particolare da quando, nel gennaio 2017, una occupazione finì con scontri pesanti. In quell'occasione intervenne pure Amnesty international, spiegando che le forze di sicurezza argentine avevano «attaccato violentemente la comunità Mapuche di Cushamen ». Ad Amnesty i Mapuche raccontarono di «essere stati picchiati, anche con manganelli. [...] I membri della comunità hanno riferito che gli agenti hanno sparato, ferendo alcune persone».Sempre nel 2017, durante l'ennesimo conflitto nella provincia di Chubut tra Mapuche e polizia, sparì un attivista argentino, Santiago Maldonado, di 28 anni. Fu ripescato da un fiume, morto, circa un anno dopo. Le indagini sul suo caso sono state riaperte a settembre, e sono ancora in corso. Compañía de Tierras, ovviamente, tiene a precisare di non avere «avuto alcun legame diretto o indiretto con l'accaduto: la procedura di ordine pubblico viene condotta dalla gendarmeria nazionale, senza partecipazione, sostegno o coinvolgimento di alcun tipo da parte della società».L'occupazione dello scorso Natale, per fortuna, non ha ancora causato scontri, solo una denuncia da parte dell'azienda alle autorità argentine. Gli indigeni, dal canto loro, chiedono l'appoggio dei militanti di tutte le nazioni per continuare la lotta. 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In totale sono quasi 200 le gallerie fuorilegge in Italia: 105 si trovano sulla rete gestita da Autostrade, mentre 90 sono sotto la responsabilità di altre società. Lo rivela un'indagine condotta dal Consiglio superiore dei lavori pubblici e pubblicata da Repubblica: secondo questo documento, i trafori lunghi oltre 500 metri presentano pericoli di incidenti e crolli, non sono impermeabilizzati, sono privi di sistemi di sicurezza, di corsie di emergenza e vie di fuga. Mancano anche le luci guida in caso di evacuazione. E proprio per questo il nostro Paese rischia una procedura di infrazione da parte dell'Unione europea. Non sono, infatti, più solo i viadotti a fare paura, anche le gallerie sono considerate dal report bombe a orologeria. Prova ne sono i cedimenti che si sono ripetuti su diversi tratti. Due giorni fa un grosso calcinaccio è caduto dalla volta del tunnel del Turchino, ancora sulla A26. Ieri notte un altro episodio simile all'interno della galleria Ricchini, sulla A6 nel tratto fra Savona e Altare, lo stesso dove il 24 novembre scorso una frana ha provocato il collasso del viadotto Madonna del Monte. Insomma, anche i tunnel stanno cedendo al peso degli anni, dell'incuria e della mancata manutenzione. Così un nuovo ciclone giudiziario potrebbe abbattersi sulle società concessionarie e su Aspi, già sotto inchiesta per la tragedia del ponte Morandi e per lo scandalo dei report sulla sicurezza dei viadotti, che per gli inquirenti sarebbero stati falsificati. Il problema dei controlli «ammorbiditi», secondo la Procura di Genova, potrebbe riguardare infatti anche i trafori per i quali il sistema e gli attori coinvolti sono gli stessi. La scala di valutazione dei rischi andava da 10 (condizioni ottime) fino a 70 (valore che impone la chiusura del ponte o della galleria). La Bertè aveva ricevuto come voto 40, cioè un rischio di cedimento molto contenuto. Votazione che era stata assegnata dai tecnici di Spea, la controllata di Aspi che si occupava delle ispezioni. Gli investigatori stanno cercando di capire se la società fosse a conoscenza delle reali condizioni della volta, intanto è stato aperto un fascicolo a carico di ignoti per crollo colposo. Da parte sua, Autostrade fa sapere che l'adeguamento degli impianti nelle gallerie citate dal rapporto è in corso nel 90% dei casi, mentre per il restante 10% sono partite le gare d'appalto per i lavori. Gli interventi previsti dalla normativa Ue, sottolinea ancora Aspi, non riguardano però la sicurezza strutturale delle gallerie. Nel frattempo c'è un'altra spada di Damocle che continua a incombere sul futuro della rete autostradale italiana. Perché il nodo della revoca delle concessioni, annunciata all'indomani della tragedia di Genova, a quasi un anno e mezzo dal disastro non è ancora stato sciolto. Da una parte ci sono i 5 stelle, fermi sulla necessità di sospendere gli accordi con il gruppo della famiglia Benetton, dall'altro il resto della maggioranza, che propende per una linea più «morbida». Le ultime indiscrezioni dicono che il governo starebbe pensando a una maxi multa che eviti la revoca. Sul tavolo ci sarebbe, quindi, una compensazione in denaro fino a 4 miliardi, che si accompagnerebbe a una riduzione delle tariffe attuali fino al 5%, ad aumenti programmati per i prossimi anni non oltre il 2% e a una riduzione della remunerazione del capitale investito. Inoltre Autostrade sarebbe pronta a presentare un piano che prevede 13 miliardi di euro di investimenti nei prossimi 18 anni. Quelli, cioè, che mancano al termine della concessione. Uno sforzo con il quale la società intende, evidentemente, marcare una presa di distanza rispetto al passato. Un passato nel quale gli investimenti sulla rete autostradale, ma anche su tutte le altre infrastrutture del Paese, sono stati pochissimi. Come sostiene una ricerca condotta dalla società di consulenza Deloitte in collaborazione con l'università Luiss. Emerge che il cosiddetto indice di dotazione infrastrutturale dell'Italia è fermo a 0,161, contro una media Ue di 0,022. Questo vuol dire che se il nostro Paese decidesse di costruire i servizi viari che mancano, e che lo tengono lontano dal livello dei partner europei, dovrebbe spendere una montagna di denaro. Lo studio disegna tre scenari in base ai quali si dovrebbero investire almeno 138 miliardi, nel migliore dei casi. Ma l'ipotesi è che si possa salire a 415 o, nello scenario più pessimista, addirittura 787 miliardi di euro solo nel settore dei trasporti, autostrade comprese. Per farsi un'idea del nostro ritardo basta un dato: tra il 2008 e il 2012 abbiamo speso in infrastrutture solo 58 miliardi di euro. E le scellerate conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.
George Soros (Ansa)
Sulla carta si trattava di contributi ad agenti infiltrati ma, stando alle ricostruzioni degli inquirenti, questi flussi di denaro sarebbero avvenuti attraverso una rete di intermediari e conti schermati, senza che le autorità - né tanto meno i donatori dell’Ong - fossero debitamente informati.
Le accuse di Todd Blanche, del resto, sono particolarmente pesanti: «L’Splc fabbrica il razzismo per giustificare la propria esistenza», ha dichiarato il procuratore generale degli Stati Uniti. Che poi ha spiegato: «L’uso del denaro dei donatori per trarre profitto da membri del Ku Klux Klan non può restare impunito. Il Dipartimento di giustizia chiamerà a rispondere l’Splc e ogni altra organizzazione fraudolenta che operi secondo lo stesso schema ingannevole. Nessuno è al di sopra della legge».
Anche il direttore dell’Fbi, Kash Patel, ha sostenuto che «l’Splc avrebbe messo in piedi una vasta operazione fraudolenta per ingannare i propri donatori, arricchirsi e nascondere al pubblico le proprie attività ingannevoli». Secondo Patel, i vertici dell’Ong progressista «hanno mentito ai donatori, promettendo di smantellare gruppi estremisti violenti, e invece hanno finito per pagare i leader di quegli stessi gruppi, arrivando persino a utilizzare quei fondi per alimentare attività criminali a livello statale e federale. Questo è illegale, e l’indagine su tutti i soggetti coinvolti è ancora in corso».
A rimetterci, insomma, sono soprattutto i donatori, i quali «hanno versato il loro denaro credendo di sostenere la lotta contro l’estremismo violento: un simile inganno mina la fiducia pubblica e la coesione sociale», ha dichiarato il procuratore federale ad interim Kevin Davidson. E come ha chiarito anche Sara J. Jones, agente speciale responsabile dell’Fbi di Mobile, «i donatori meritano trasparenza sull’uso dei loro contributi, e chi tradisce questa fiducia deve essere chiamato a risponderne».
Le accuse, che vanno dalla frode alle false dichiarazioni fino al riciclaggio, sono gravissime. L’Splc le ha respinte, affermando di aver finanziato infiltrati fin dagli anni Ottanta, in teoria per raccogliere informazioni e smantellare i gruppi estremisti dall’interno. Una versione che, però, non convince i pubblici ministeri, i quali sostengono che i finanziamenti siano andati ben oltre la semplice raccolta di informazioni e che le «talpe» avrebbero utilizzato i fondi dell’Splc per diffondere contenuti d’odio e organizzare eventi estremisti. Stando all’atto d’accusa, infatti, non aver avvisato né le forze dell’ordine né i donatori di queste attività equivale a «dichiarazioni, rappresentazioni, promesse e omissioni sostanzialmente false e fraudolente».
Anche dal mondo progressista, del resto, si sono levate parole di profonda indignazione. Liora Rez, fondatrice di Stop Antisemitism, ha per esempio ipotizzato che l’Splc possa avere avuto un secondo fine: riempire le proprie casse agitando lo spauracchio suprematista. «Per noi è inconcepibile che un’organizzazione per i diritti civili possa costruire ad arte episodi di intolleranza per sollecitare donazioni da parte di cittadini preoccupati», ha dichiarato al New York Post. «Se davvero l’Splc ha agito in questo modo», ha chiosato la Rez, «si tratta di qualcosa di vergognoso e inaccettabile».
Ma chi sono, appunto, i donatori truffati? Trattandosi di un’Ong dichiaratamente antifascista e antirazzista, la maggior parte dei finanziamenti proveniva dalla galassia liberal. Oltre a semplici cittadini, non mancano nomi di peso, tra cui George Soros, Jp Morgan, Tim Cook (l’ex ad di Apple) e George Clooney. Come spiega il New York Post, l’Splc - già molto potente - ha sensibilmente incrementato le sue entrate a partire dal 2017, poco dopo i famigerati scontri di Charlottesville tra i suprematisti bianchi e i contromanifestanti di sinistra. Sulla scia di quegli avvenimenti, Clooney elargì all’Ong la bellezza di 1 milione di dollari, esattamente come Tim Cook, mentre JP Morgan donò altri 500.000 dollari. E pensare che, dalle carte del Dipartimento di Giustizia, emerge che una delle talpe che organizzò quel raduno estremista (noto come Unite the Right) avrebbe incassato circa 270.000 dollari dall’Splc tra il 2015 e il 2023.
Ecco, sfruttando la buona fede dei «buoni», negli anni l’Ong antifascista ha messo insieme un patrimonio di 786 milioni di dollari. Senza contare l’influenza politica: media e istituzioni utilizzano proprio le liste dell’Splc per identificare e classificare i «gruppi d’odio». Per esempio, è stato sempre l’Splc a diffamare come «estremiste» associazioni conservatrici come Turning point Usa, fondata dal compianto Charlie Kirk, e Moms for liberty, gruppo di mamme di destra che si battono contro la diffusione delle tematiche woke nelle scuole. Insomma, se le accuse saranno confermate, non sarà in discussione solo l’Splc, ma un intero sistema che per anni l’ha coccolato, arricchito e usato come una clava politica.
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Il centro migranti di Gjadër in Albania (Ansa)
Tanto che, sui social, lo ha commentato la stessa Giorgia Meloni, con toni dolceamari: ha celebrato «una notizia importante, che conferma la validità della strada che abbiamo indicato», ma ha anche ricordato «quanto siano costati all’Italia due anni persi a causa di lettura giudiziarie forzate e infondate». Da Cipro, dove è volata per il Consiglio europeo informale, l’inquilina di Palazzo Chigi ha definito «incoraggiante» il pronunciamento del legale. E riferendosi all’ostruzionismo dei magistrati, ha aggiunto: «Le cose avrebbero potuto funzionare molto meglio, forse avrebbero potuto offrire, come ci si sta chiedendo a livello europeo, un modo nuovo di gestire i flussi migratori». Il presidente del Consiglio ha pure negato che sia stato speso 1 miliardo per i Cpr albanesi.
Sono intervenuti anche altri pezzi grossi di Fdi. Il ministro per gli Affari Ue, Tommaso Foti, ha chiesto che «tacciano le critiche ideologiche e le previsioni catastrofiche di chi ha portato avanti, per anni, la fallimentare politica della accoglienza indiscriminata». Galeazzo Bignami, capogruppo del partito della Meloni alla Camera, ha salutato la smentita delle «sinistre antinazionali», che attaccano il protocollo «parlando di spreco di risorse pubbliche e fallimento annunciato». Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento Ue, ha rinfacciato la «bocciatura politica e culturale per chi ha scelto di fare propaganda sulla pelle degli italiani e dei migranti, opponendosi a ogni misura concreta per ristabilire legalità e controllo». Se l’è cavata con una battuta il primo ministro albanese, Edi Rama, abituato al siparietto dell’inchino alla Meloni: «Abbiamo una lunga storia d’amore con l’Italia», ha detto durante un’intervista al Forum economico di Delfi, in Grecia. «Non ci chiedono molte cose, ma quando lo fanno diciamo di sì, perché loro ci sono stati per noi in momenti molti difficili. All’Italia diciamo sempre di sì. Naturalmente, quando il premier è una donna», ha scherzato, «è ancora più impossibile dire di no». L’opposizione tira dritto, da Elly Schlein a Riccardo Magi ad Avs: l’intesa con Tirana per tutti è un flop e il parere di ieri non è l’ultima parola.
Il responso del giurista cipriota Nicholas Emiliou origina dal ricorso della Cassazione sulla vicenda di due stranieri, dapprima spediti nel Centro per i rimpatri di Bari e poi tradotti a Gjadër. La Corte d’Appello non ne aveva convalidato il trattenimento e il ministero dell’Interno si era rivolto agli ermellini. I quali, dubitando della compatibilità del protocollo Italia-Albania con le direttive Ue del 2008 e del 2013, hanno sottoposto la questione alla Corte di giustizia. Sconfessando, sulla questione del «diritto a rimanere», una loro precedente pronuncia.
Ricapitoliamo: l’8 maggio 2025, la Cassazione equiparava la struttura balcanica a quelle presenti sul nostro territorio; e confermava che i migranti potevano esservi tenuti pure se, nel frattempo, avevano presentato domanda di protezione internazionale, in conformità con la norma Ue che dà loro titolo a rimanere, nell’attesa che la loro richiesta sia esaminata. Una ventina di giorni dopo, era avvenuto il ribaltone: una seconda ordinanza aveva rimandato tutto al tribunale di Lussemburgo. Consentendo alla Corte d’Appello di Roma, competente sul Cpr albanese, di sospendere ogni successivo trattenimento, compreso quello di criminali patentati, stupratori e pedofili, fino al verdetto dell’Europa.
L’avvocato generale, nelle sue considerazioni scritte, ha fissato alcuni principi importanti. Primo: ha affermato che «nessuna disposizione della direttiva 2008/115 preclude espressamente agli Stati membri di gestire centri di permanenza temporanea ubicati al di fuori del loro territorio», per trattenervi individui da rimpatriare. Nessuno dei requisiti indicati dalla legge, infatti, «riguarda […] la collocazione geografica di tali strutture». Secondo: Emiliou ha ribadito che l’Albania è sufficientemente vicina all’Italia, oltre a essere «parte contraente» della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, nonché Paese candidato ad aderire all’Ue; insomma, i migranti non vanno a finire nella fossa dei leoni. Terzo: il giurista ha sottolineato che «né il diritto dell’Unione né […] il diritto internazionale impongono agli Stati membri di attuare le procedure di frontiera o di rimpatrio esclusivamente nel proprio territorio». Così, il «diritto a rimanere», sul quale si era interrogata la Cassazione, «non può essere equiparato […] a un diritto a restare o a essere riportato nel territorio» dello Stato membro, in tal caso l’Italia. Conclusione: l’intesa con Rama è legittima, a condizione che - si legge nel comunicato della Corte - i migranti conservino il diritto «all’assistenza legale, all’assistenza linguistica e ai contatti con i familiari e le autorità competenti». E che minori e vulnerabili (già esclusi dai trasferimenti a Gjadër) abbiano accesso ad «assistenza medica» e «istruzione».
Prossime tappe: la sentenza finale della Corte Ue e l’entrata in vigore, a luglio, del nuovo regolamento comunitario sulle migrazioni, con una ulteriore stretta ai confini. In gioco, per la Meloni, c’è la rielezione.
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Ansa
Proprio Mantovano, lo ricordiamo, lunedì scorso è salito al Colle per registrare le perplessità del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in relazione ad alcuni punti del decreto, approvato definitivamente e sul quale il governo ha posto la fiducia. I rilievi del Colle riguardano l’articolo 30 bis del decreto, che prevede un bonus di 615 euro per gli avvocati i cui clienti scelgono il rimpatrio volontario senza opporsi. Un altro punto critico del decreto è quello che prevede che a erogare il bonus sarà il Consiglio nazionale forense, l’organismo istituzionale che rappresenta gli avvocati, categoria che si è scagliata duramente contro questa norma.
Si è scelta la strada di un altro decreto, «correttivo» del primo, che verrà varato oggi dal Consiglio dei ministri. Questo nuovo provvedimento estende il contributo da 615 euro ai mediatori e alle varie associazioni che si occupano della materia, e lo riconosce a prescindere dall’esito del procedimento, quindi sia nel caso che il migrante resti in Italia sia che accetti di rimpatriare volontariamente. «Non è una norma sugli avvocati», argomenta Mantovano, «è una norma di aiuto al migrante che ha scelto liberamente la procedura di rimpatrio assistito. Un aiuto per risolvere eventuali difficoltà burocratiche, un po’ come chi presenta la dichiarazione dei redditi con l’aiuto del Caf o a un qualsiasi professionista. Quindi gli avvocati non c’entrano. Domani (oggi, ndr) ci sarà il Cdm».
Mantovano insiste molto sugli avvocati perché, come dicevamo, le critiche delle associazioni dei legali hanno fatto più male, probabilmente, dei rilievi di Mattarella. Gli avvocati sono stati in prima linea nella battaglia elettorale per il referendum sulla giustizia al fianco del governo e fino a ora avevano un ottimo rapporto con la maggioranza. Detto ciò, il via libera definitivo al decreto legge da parte della Camera dovrebbe arrivare oggi e subito dopo si riunirà il Cdm per la norma «correttiva».
Tutto risolto, dunque? Di fronte a un caso così particolare, ogni previsione rischia di essere smentita. Per fare un esempio, il presidente della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso, risponde così a una domanda sull’argomento: «È una normativa che potrà venire, in ipotesi, all’esame della Corte. È un problema proprio attuale, non spingetemi a dire qualcosa che sarebbe un’anticipazione».
Intanto le opposizioni continuano a attaccare il governo e la maggioranza: «Ma come vi è venuto in mente», sottolinea il segretario del Pd, Elly Schlein, «di trasformare la nobile professione dell’avvocato a mero esecutore della volontà di chi governa sui rimpatri? Di fare un testo che mina il diritto alla difesa e anche davanti ai rilievi del Quirinale di tirare dritto, di farci votare una norma incostituzionale per modificarla due minuti dopo, è arroganza al potere. Siete riusciti a riunire magistrati e avvocati contro di voi, contro questa norma incostituzionale». «Nella vita», riflette il leader di Azione Carlo Calenda, «capita a tutti di fare errori. Un sano principio è dire: ho fatto una cavolata e riscrivo il decreto, non obbligare il presidente della Repubblica a firmare un decreto incostituzionale, per poi fare un altro decreto che di nuovo dovrà firmare il presidente della Repubblica, che corregge il decreto incostituzionale».
Difende il decreto la Lega: «Questo testo», afferma in Aula la deputata Ingrid Bisa, «risponde in modo concreto, equilibrato e necessario alla domanda di tutela dei cittadini. Qui non si tratta di repressione ma prevenzione. Non stiamo solo votando un decreto ma scegliendo da che parte stare. Per troppo tempo una parte politica, su questi temi, ha scelto l’ambiguità ma noi facciamo una scelta diversa: diciamo che la sicurezza è un diritto, non un privilegio e questo significa avere il coraggio di assumersi responsabilità politiche chiare». Più sfumato il commento del portavoce nazionale di Forza Italia, Raffele Nevi: «Non c’è dubbio che ci sia stata una sottovalutazione di un emendamento parlamentare», argomenta a Sky Tg24, «che ha provocato una reazione, secondo noi anche fondata, degli avvocati e anche una reazione da parte del governo per cercare di trovare una soluzione».
Esplicito il leader del Carroccio, Matteo Salvini: «Sono orgoglioso», scrive sui social, «del fatto che, proprio in queste ore, la Lega si stia battendo in Parlamento per approvare entro la settimana il nuovo decreto Sicurezza, con la sinistra che fa barricate per impedirlo dandoci dei razzisti e dei fascisti, le solite idiozie. Espulsioni più veloci, battaglia a baby gang e maranza, pene più severe per i furti in appartamento, stop all’accoglienza per i minori stranieri che commettono reati. Avanti così, bye bye maranza».
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