Nell’inchiesta sulle mazzette arabe la vera pista calda è l’accordo sui voli

- Oltre al calcio, gli emiri puntavano all’intesa con l’Ue per entrare nei cieli d’Europa con i loro vettori. Emerge anche la pressione di Eva Kaili per la libera circolazione dei qatarini. Dossier su cui lavorava il dem Pietro Bartolo.
- Blitz nelle sedi di Renaissance e di McKinsey a Parigi. La Procura finanziaria indaga sulle campagne presidenziali del 2017 e del 2022. E sulle consulenze della società Usa.
Lo speciale contiene due articoli.
Liquidare la ricerca di una sponda in Europa solo per il Mondiale di calcio sarebbe riduttivo. Di certo, come confermato anche dall’ultima relazione al Parlamento italiano dei servizi d’intelligence, ora nell’area del Golfo si sono create le condizioni «per dare maggiore impulso ai vari progetti di diversificazione economica». E nell’agenda non c’è solo l’organizzazione dei Mondiali di calcio. Provvedimenti economici di un certo rilievo a Bruxelles, capaci di scatenare gli impulsi lobbistici di Doha, ce ne sono almeno un paio in agenda. Il primo di certo è quello per abolire i visti per andare e venire dal Qatar e dal Kuwait. La proposta in Commissione europea risale all’aprile scorso. Ma anche l’Europarlamento deve occuparsene. Il relatore nella Commissione libertà civili, giustizia e affari interni è il tedesco dei Verdi, Erik Marquardt. Che ha subito dichiarato che bisogna «mettere in pausa l’approvazione della liberalizzazione dei visti con il Qatar». Poi, a Linkiesta, ha detto: «Onestamente mi sarei sorpreso se il Qatar non avesse cercato di influenzare questa decisione», riferendosi proprio alla liberalizzazione dei visti. «Di certo», riporta Linkiesta, Marquardt sottolinea un interesse molto sospetto da parte di Eva Kaili, che nemmeno fa parte della Commissione, ma come sostituta ha partecipato alla votazione finale sul testo». E queste sono le sue parole: «Mi ha chiamato più volte (riferendosi a Kaili, ndr), spingendo per accelerare il processo. A un certo punto ha proposto di procedere con il Qatar senza il Kuwait, perché in quel Paese la situazione era più problematica».
La relazione doveva andare in votazione il primo dicembre e la proposta prevedeva l’esenzione dal visto per i cittadini di Qatar e Kuwait, Ecuador e Oman, approvata con 42 pareri favorevoli e 16 contrari. A fornire l’appoggio, che ora ovviamente appare sospetto, ci sono anche i Socialisti e democratici.
Il Parlamento europeo, però, ha chiesto di «sospendere tutti i lavori sui fascicoli legislativi relativi al Qatar» e in particolare quelli per «la liberalizzazione dei visti». Oltre a «tutte le visite programmate, fino a quando le accuse non saranno state confermate o respinte». Il testo, redatto dai principali gruppi politici dell’Eurocamera, andrà al voto oggi alla Plenaria di Strasburgo.
Ma c’è un aspetto che appare sorprendente: sui visti, il deputato che si sarebbe occupato del dossier per i Socialisti e democratici è il dem Pietro Bartolo, che si è dimesso dal ruolo dopo il sequestro dell’ufficio di un suo assistente, Davide Zoggia, già parlamentare italiano.
E quella dei visti non è l’unica questione. Ad agitare le acque europee ci sono i trasporti. «Intendo chiedere alla Commissione europea di informarci rapidamente sul processo di ratifica in corso dell’accordo Ue-Qatar sull’aviazione e di farci sapere quando è previsto l’inizio della procedura di approvazione», ha scritto ieri la presidente della commissione Trasporti dell’Eurocamera, Karima Delli, eurodeputata francese dei Verdi, in una lettera rivolta ai membri della sua commissione. Poi ha proposto di «desecretare tutte le dichiarazioni decisionali prese durante la riunione dei coordinatori relative al Qatar». Ma sa che «concedere il consenso a questo accordo in questa fase potrebbe essere difficile».
Il punto è questo: il Qatar potrebbe avere influenzato un accordo chiave sul trasporto aereo che garantisce a Qatar Airways, la compagnia di bandiera, un accesso illimitato al mercato europeo.
I negoziati sull’aviazione Ue-Qatar sono stati criticati in modo pesante all’epoca dalle compagnie aeree europee, che temevano una concorrenza sleale nei collegamenti aerei di Qatar Airways verso destinazioni in tutta l’Asia, nonché dai diretti concorrenti del Golfo di Qatar Airways, i cui collegamenti con l’Europa per ora rimangono limitati. «L’accordo con il Qatar non è nell’interesse dei dipendenti europei né dell’industria aeronautica europea», aveva denunciato alla firma dell’accordo Maria Pascaline Murtha, membro del consiglio di amministrazione del sindacato dei piloti tedeschi Vereinigung Cockpit.
Ma c’è anche un’eurodeputata francese della sinistra a smuovere le acque: Leila Chaibi, che ora ricorda come «l’accordo sia venuto fuori come una questione tecnica in commissione. Ci è stata presentata come una situazione vantaggiosa per tutti. Ma loro hanno accesso a 450 milioni di cittadini, noi a circa 2,5. Win win (ovvero vincita secca, ndr) non così tanto».
Ultimo punto, per nulla secondario. Alcune attività di lobby potrebbero essere state rivolte non solo a favorire il Qatar, ma anche a danneggiare gli Stati competitor. Anche se il Qatar è stato accolto un anno fa nel Consiglio di cooperazione del Golfo, la leadership dell’Arabia Saudita in quel contesto potrebbe non essere stata completamente digerita da Doha. Come le relazioni ora apparentemente buone con Bahrein ed Emirati Arabi Uniti potrebbero in realtà nascondere qualche mossa sottobanco del Qatar per minarne la reputazione. E l’intrigo potrebbe essere passato attraverso l’Europa.
Macron a Doha, il partito perquisito
I giudici che indagano sui finanziamenti delle campagne presidenziali del 2017 e 2022 di Emmanuel Macron, hanno deciso di premere il pedale dell’acceleratore. Come scoperto ieri dal quotidiano Le Parisien, martedì sono state effettuate perquisizioni nella sede di McKinsey e in quella di Renaissance, il partito fondato dall’attuale presidente francese. La società di consulenza americana confermava ieri, con una nota, lo svolgimento «di operazioni di visita condotte da un giudice d’istruzione nella sede di Parigi» e assicurava la piena collaborazione con le autorità pubbliche.
L’iniziativa dei magistrati rientra nel quadro delle due inchieste aperte lo scorso ottobre dalla Pnf, la Procura nazionale finanziaria. Come riportava un comunicato del 24 novembre, firmato dal procuratore Jean François Bohnert, una prima inchiesta era stata aperta per «tenuta non conforme dei conti di campagna e minorazione di elementi contabili nei conti di campagna». La stessa inchiesta riguarda anche «le condizioni di intervento delle società di consulenza nelle campagne elettorali 2017 e 2022». Nello stesso comunicato si parlava anche della seconda inchiesta per «favoritismo» e «occultamento di favoritismo». Nella nota, Bohnert ricordava anche che un’altra inchiesta preliminare era stata aperta il 31 marzo 2022 a carico del gruppo McKinsey per «riciclaggio aggravato da frode fiscale aggravata».
Va ricordato che l’attività delle società di consulenza aveva attirato anche l’attenzione di una commissione del Senato francese che, sempre lo scorso marzo, aveva dimostrato un aumento delle consulenze commissionate dai ministeri francesi, durante il primo mandato di Macron. Secondo la commissione senatoriale, tali consulenze sarebbero «più che raddoppiate dal 2018» e il loro costo avrebbe toccato la soglia dei «893,9 milioni di euro». Ma la spesa avrebbe addirittura «superato il miliardo di euro» perché, spiegavano i senatori, bisognava integrare nel calcolo anche le consulenze informatiche. La commissione aveva anche sollevato dubbi sul possibile ricorso a pratiche di ottimizzazione fiscale da parte di McKinsey. Questo perché - indicava il rapporto della Camera alta transalpina - McKinsey è «fiscalmente soggetta all’imposta societaria (Is) in Francia». Tuttavia «i suoi versamenti sono pari a 0 euro da almeno 10 anni».
Dopo la pubblicazione dei lavori senatoriali e l’apertura delle inchieste, lo scorso 6 dicembre in una nota, McKinsey si era detta stupita dell’attenzione a essa riservata. Il comunicato ricordava che le cifre pubblicate dalla commissione della Camera alta transalpina mostravano che «McKinsey rappresenta meno dell’1% delle consulenze commissionate dal settore pubblico in Francia». Alla fine della nota, la società americana aveva aggiunto che «McKinsey & Company è una società apolitica e non di parte che si conforma a tutte le obbligazioni nei Paesi in cui interviene».
Questa nuova puntata dell’affaire delle società di consulenza non sembra impensierire troppo Macron - che ieri è volato in Qatar per assistere alla semifinale dei Mondiali Francia-Marocco - tuttavia potrebbe complicare la sua agenda politica. In effetti, la Costituzione francese riconosce al presidente della Repubblica un’assoluta immunità nell’esercizio delle sue funzioni. Ciononostante, se le indagini dei magistrati finanziari confermassero delle irregolarità, l’immagine del presidente francese ne uscirebbe molto ammaccata e gli sarebbe difficile chiedere dei sacrifici ai suoi concittadini. Già è difficile chiedere ai francesi di abbassare il riscaldamento per far fronte alla crisi energetica, così come è complicato convincerli della bontà della riforma delle pensioni che sarà discussa in Parlamento a gennaio. Figuriamoci se tali richieste arrivassero dopo un’eventuale prova fornita dalla Pnf di consulenze milionarie, e magari non indispensabili, disposte dallo Stato.






