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2023-04-12
Incantesimo di Cingolani sulla Meloni. L’ex ministro corre verso Leonardo
Roberto Cingolani (Ansa)
Un pezzo di Roma ieri ha trascorso ore al telefono. In attesa che Palazzo Chigi, nello specifico Giorgia Meloni, Giovanbattista Fazzolari e Alfredo Mantovano, trovasse la quadra con i vertici di Lega e Forza Italia. Le nomine delle partecipate pubbliche sono state dunque al centro di messaggi e whatsapp più o meno interessati. È così a ogni partita di giro. Rumor, veline, indiscrezioni, tensioni. La differenza stavolta è che il tavolo di chi decide ha veramente poche seggiole. Per i giornalisti è molto più difficile avere informazioni. Al tempo stesso per i due partiti di maggioranza che affiancano Fratelli d’Italia la partita delle caselle è assai complicata. Infilare nomi in maglie molto strette è assai complicato. D’altra parte il metodo di Palazzo Chigi è attendere quasi l’ultimo per far trapelare il meno possibile. Con tali premesse la riunione di ieri ha sbloccato un po’ di scelte ma non è stata del tutto risolutiva. Confermati Claudio Descalzi, Matteo Del Fante e Stefano Donnarumma che dovrebbe lasciare Terna per Enel. Mancano ancora numerosi tasselli per chiudere gli incarichi di presidenza ed è quasi certo l’ingresso nel perimetro ristretto degli amministratori delegati il curriculum di Giuseppina di Foggia, ad di Nokia Italia. La frizione tra partiti e pezzi di Fdi si è però consumata su Leonardo. Inspiegabilmente. Da un lato, il nome di Lorenzo Mariani, sostenuto sicuramente da Guido Crosetto e da numerosi esponenti di Forza Italia e di Lega. Un figura che negli ultimi 30 anni ha scalato tutti i gradini del gruppo fino a ricoprire il ruolo di vertici di Mbda Italia, il colosso leader della missilistica. Insomma, un manager, non un politico e un nome conosciuto nel comparto della Difesa. Dall’altro lato, un nome che in molti avrebbero voluto cancellare dal taccuino: quello di Roberto Cingolani. Ex ministro del governo Draghi e attuale consigliere del Mase, membro del board del fondo innovazione della Nato, già direttore dell’istituto italiano di tecnologia e per diversi mesi direttore innovazioni della stessa Leonardo. Senza un trackrecord da manager o da esperto di finanza. Insomma, una partita che non si sarebbe nemmeno dovuta giocare. Invece, a quanto risulta, Giorgia Meloni si sarebbe impuntata. E l’ex ministro marcia verso la poltrona di Piazza Monte Grappa. Sarebbero stati proposti altri nomi, interni ed esterni. Ma nulla da fare. Cingolani sembra essere passato direttamente dall’ala protettrice di Mario Draghi a quella della Meloni con un occhio benevolente del Colle. Perché? Quale incantesimo è stato praticato al premier? Da mesi infatti i rumor romani raccontano che Cingolani è stato raccomandato dallo stesso Draghi per un ruolo di peso nella legislatura Meloni. Non potendo essere di nuovo ministro - sarebbe stato complicato spiegarlo agli elettori di Fdi - è stato tracciato un cerchio, preciso come con un compasso, in modo che all’interno finissero incarichi di peso. Perché mai un governo di centrodestra dovrebbe però accettare sollecitazioni da quello precedente a matrice Pd? La risposta potrebbe trovarsi in quella che più volte sulle colonne di questo giornale abbiamo chiamato transizione ordinata. Una sorta di passaggio di consegne tra Draghi e la Meloni che avrebbe consentito soprattutto nelle prime settimane l’avvio di un dialogo con l’Ue o meglio avrebbe impedito che da Bruxelles partissero subito siluri contro Fdi. Un ragionamento simile si può fare anche in queste ore sul tema del Pnrr. Basta vedere i numeri del Def per comprendere che i grandi investimenti ricadono tutti dentro il perimetro del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Comprensibile che Palazzo Chigi voglia mettere al vertice delle partecipate tutte figure che consentano non solo di mettere a terra i progetti di competenza già approvati, ma anche di realizzarne di nuovi in sostituzione di quei cantieri che più che mai oggi risultano inutili.
Insomma, una serie di spiegazioni logiche che però non risolvono nello specifico l’interrogativo sull’incantesimo. Perché Cingolani al vertice di Leonardo? Nessuno ha mai obiettato sulle sue capacità di fisico. Non a caso ha svolto un ottimo lavoro a Genova. Passato a Leonardo ha avuto ben pochi mesi per portare avanti nuovi progetti. Tant’è che nessun quadro o dirigente a oggi lo considera interno all’azienda. Da ministro, piaceva all’Ue, ma ha collezionato un po’ troppe gaffe e sul nucleare è stato a dir poco ondivago. In ogni caso è bene ribadire che il dicastero di sua competenza si occupava di energia e non di armi. Il tema infatti è tutto qui. Molti temono che una governance molto debole rappresenti per Leonardo il rischio di essere schiacciata tra un grande progetto della Difesa comune o l’altro. Insomma, temono uno spezzatino dell’azienda. Sarà interessante capire tra le grandi potenze chi lo sostenga. Se, come sembra non sono gli americani, restano forse i francesi. Il che, inutile dirlo, non è un buon segno. Significa che Thales è alle porte di Roma? Che Leonardo scivolerà fuori dal circuito del G7 della Difesa? Chi lo sa... Però barattare pezzi di Pnrr per la storia della vecchia Finmeccanica non è una grande strategia.
Tensioni: metà manager confermati
C’è il rischio che la partita sulle nomine nelle partecipate statali si trascini ancora un po’, ma ieri sera, mentre La Verità andava in stampa, il Consiglio dei ministri ha dato un colpo secco per chiudere la quadra sugli amministratori delegati di Eni, Enel, Leonardo, Poste e Terna. Claudio Descalzi sarà confermato in Eni, così come Matteo Del Fante in Poste, mentre Roberto Cingolani si avvia verso Leonardo per prendere il posto di Alessandro Profumo. In Enel la scelta sarebbe ricaduta su Stefano Donnarumma, che dovrebbe prendere il posto di Francesco Starace. In Terna, invece, dovrebbe arrivare come amministratore delegato Giuseppina Di Foggia, attuale numero uno di Nokia Italia e considerata molto vicina al presidente del Consiglio.
Sui destini di Enel e Terna, però, l’uso del condizionale è d’obbligo, perché ci sarebbero ancora malumori e questioni da risolvere. La nomina nel colosso dell’energia elettrica è stata una delle più dibattute in queste settimane, tanto da scomodare anche i pareri legali del professor Sabino Cassese e dell’Avvocatura dello Stato. È stata quest’ultima, verbalmente, a dare qualche giorno fa il via libera alla nomina di Donnarumma. Ma a quanto pare Starace non avrebbe intenzione di farsi da parte tanto facilmente. E avrebbe dalla sua anche qualche sponsor politico. Tanto che nella giornata di ieri ha iniziato a circolare l’ipotesi che l’attuale amministratore delegato possa presentarsi con una sua lista appoggiata dai fondi alla prossima assemblea. Sarebbe un unicum nella storia delle nomine nelle partecipate statali. C’è poi da fare attenzione alle date. Innanzitutto, giovedì 13 ci sarà il comitato nomine di Cassa depositi e prestiti. Quindi il 14 aprile vanno presentate le liste di Terna, mentre lunedì 17 è la scadenza per quelle di Enel. A questo punto bisognerà aspettare l’assemblea di Enel, che si svolgerà in concomitanza con quella di Eni il prossimo 10 maggio. Lì bisognerà fare i conti dei voti. Il Mef può contare su un 25% di azioni, una quota che potrebbe non dare rassicurazioni al candidato del governo. A meno che altri azionisti, come Assogestioni, non decidano di convergere su un unico candidato e non su Starace. Tra le novità dell’ultima ora potrebbe arrivare la nomina a presidente di Poste di Paolo Scaroni (prenderebbe il posto di Maria Bianca Farina), attuale presidente del Milan, con un lungo passato nelle aziende statali, da Enel fino a Eni. Ancora incerti i nomi dei presidenti. Ieri per Leonardo sono circolate tramite agenzia indiscrezioni su una possibile nomina di Giuseppe Zafarana, il quale in caso lascerebbe entro poche settimana l’incarico di comandante generale della Gdf. Al suo posto il sottosegretario Alfredo Mantovano avrebbe suggerito il nome del generale Andrea De Gennaro, attuale comandate in seconda. Partite che vanno a incrociarsi e complicarsi.
Già non è stata una giornata semplice quella di ieri per Giorgia Meloni. Di prima mattina in Via XX Settembre sono stati ascoltati i cacciatori di teste scelti dal ministero dell’Economia, Spencer Stuart, Key2People ed Eric Salmon. Lì sono stati limati gli ultimi dubbi tecnici. Poi, nel pomeriggio, si è passati al tavolo politico, non senza qualche fibrillazione dentro la maggioranza. Non a caso, prima dell’inizio del consiglio dei ministri, è stata la Lega a farsi sentire sulle agenzie di stampa. Prima con Matteo Salvini che ha smentito di prima mattina le frizioni. «Chiuderemo in totale serenità». Anche se poi è stato il capogruppo Riccardo Molinari a confermare il malessere. «È chiaro che c’è massimo riserbo sulle scelte, ma è chiaro che sarebbe bizzarro che fosse un solo partito a indicare i nomi a discapito degli altri». In ogni caso ieri a Palazzo Chigi è stato deliberato anche l’avvio della procedura per la nomina di Gabriella Alemanno e di Federico Cornelli a nuovi consiglieri della Consob. La Alemanno, sorella dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, storico compagno di partito del premier, è stata direttore generale dell’Agenzia delle entrate sezione Campania. Cornelli, invece, arriva dall’Abi dove ricopriva la carica di responsabile delle relazioni istituzionali in Italia e in Europa. Ritorna in Consob dove era responsabile dell’analisi finanziaria sotto la presidenza di Lamberto Cardia.
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Il premier vuole l’uomo di Mario Draghi, gradito a Colle e Ue, come nuovo ad dell’azienda nonostante il no di Fi, Lega e i dubbi degli addetti ai lavori. Il rischio è che i concorrenti esteri si mangino l’ex Finmeccanica.Fuori Francesco Starace. Proseguono Stefano Donnarumma, Matteo Del Fante e Claudio Descalzi. Federico Cornelli e Gabriella Alemanno in Consob. Critico il salviniano Riccardo Molinari: «Bizzarro se un solo partito indica i nomi».Lo speciale contiene due articoli.Un pezzo di Roma ieri ha trascorso ore al telefono. In attesa che Palazzo Chigi, nello specifico Giorgia Meloni, Giovanbattista Fazzolari e Alfredo Mantovano, trovasse la quadra con i vertici di Lega e Forza Italia. Le nomine delle partecipate pubbliche sono state dunque al centro di messaggi e whatsapp più o meno interessati. È così a ogni partita di giro. Rumor, veline, indiscrezioni, tensioni. La differenza stavolta è che il tavolo di chi decide ha veramente poche seggiole. Per i giornalisti è molto più difficile avere informazioni. Al tempo stesso per i due partiti di maggioranza che affiancano Fratelli d’Italia la partita delle caselle è assai complicata. Infilare nomi in maglie molto strette è assai complicato. D’altra parte il metodo di Palazzo Chigi è attendere quasi l’ultimo per far trapelare il meno possibile. Con tali premesse la riunione di ieri ha sbloccato un po’ di scelte ma non è stata del tutto risolutiva. Confermati Claudio Descalzi, Matteo Del Fante e Stefano Donnarumma che dovrebbe lasciare Terna per Enel. Mancano ancora numerosi tasselli per chiudere gli incarichi di presidenza ed è quasi certo l’ingresso nel perimetro ristretto degli amministratori delegati il curriculum di Giuseppina di Foggia, ad di Nokia Italia. La frizione tra partiti e pezzi di Fdi si è però consumata su Leonardo. Inspiegabilmente. Da un lato, il nome di Lorenzo Mariani, sostenuto sicuramente da Guido Crosetto e da numerosi esponenti di Forza Italia e di Lega. Un figura che negli ultimi 30 anni ha scalato tutti i gradini del gruppo fino a ricoprire il ruolo di vertici di Mbda Italia, il colosso leader della missilistica. Insomma, un manager, non un politico e un nome conosciuto nel comparto della Difesa. Dall’altro lato, un nome che in molti avrebbero voluto cancellare dal taccuino: quello di Roberto Cingolani. Ex ministro del governo Draghi e attuale consigliere del Mase, membro del board del fondo innovazione della Nato, già direttore dell’istituto italiano di tecnologia e per diversi mesi direttore innovazioni della stessa Leonardo. Senza un trackrecord da manager o da esperto di finanza. Insomma, una partita che non si sarebbe nemmeno dovuta giocare. Invece, a quanto risulta, Giorgia Meloni si sarebbe impuntata. E l’ex ministro marcia verso la poltrona di Piazza Monte Grappa. Sarebbero stati proposti altri nomi, interni ed esterni. Ma nulla da fare. Cingolani sembra essere passato direttamente dall’ala protettrice di Mario Draghi a quella della Meloni con un occhio benevolente del Colle. Perché? Quale incantesimo è stato praticato al premier? Da mesi infatti i rumor romani raccontano che Cingolani è stato raccomandato dallo stesso Draghi per un ruolo di peso nella legislatura Meloni. Non potendo essere di nuovo ministro - sarebbe stato complicato spiegarlo agli elettori di Fdi - è stato tracciato un cerchio, preciso come con un compasso, in modo che all’interno finissero incarichi di peso. Perché mai un governo di centrodestra dovrebbe però accettare sollecitazioni da quello precedente a matrice Pd? La risposta potrebbe trovarsi in quella che più volte sulle colonne di questo giornale abbiamo chiamato transizione ordinata. Una sorta di passaggio di consegne tra Draghi e la Meloni che avrebbe consentito soprattutto nelle prime settimane l’avvio di un dialogo con l’Ue o meglio avrebbe impedito che da Bruxelles partissero subito siluri contro Fdi. Un ragionamento simile si può fare anche in queste ore sul tema del Pnrr. Basta vedere i numeri del Def per comprendere che i grandi investimenti ricadono tutti dentro il perimetro del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Comprensibile che Palazzo Chigi voglia mettere al vertice delle partecipate tutte figure che consentano non solo di mettere a terra i progetti di competenza già approvati, ma anche di realizzarne di nuovi in sostituzione di quei cantieri che più che mai oggi risultano inutili. Insomma, una serie di spiegazioni logiche che però non risolvono nello specifico l’interrogativo sull’incantesimo. Perché Cingolani al vertice di Leonardo? Nessuno ha mai obiettato sulle sue capacità di fisico. Non a caso ha svolto un ottimo lavoro a Genova. Passato a Leonardo ha avuto ben pochi mesi per portare avanti nuovi progetti. Tant’è che nessun quadro o dirigente a oggi lo considera interno all’azienda. Da ministro, piaceva all’Ue, ma ha collezionato un po’ troppe gaffe e sul nucleare è stato a dir poco ondivago. In ogni caso è bene ribadire che il dicastero di sua competenza si occupava di energia e non di armi. Il tema infatti è tutto qui. Molti temono che una governance molto debole rappresenti per Leonardo il rischio di essere schiacciata tra un grande progetto della Difesa comune o l’altro. Insomma, temono uno spezzatino dell’azienda. Sarà interessante capire tra le grandi potenze chi lo sostenga. Se, come sembra non sono gli americani, restano forse i francesi. Il che, inutile dirlo, non è un buon segno. Significa che Thales è alle porte di Roma? Che Leonardo scivolerà fuori dal circuito del G7 della Difesa? Chi lo sa... 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In Enel la scelta sarebbe ricaduta su Stefano Donnarumma, che dovrebbe prendere il posto di Francesco Starace. In Terna, invece, dovrebbe arrivare come amministratore delegato Giuseppina Di Foggia, attuale numero uno di Nokia Italia e considerata molto vicina al presidente del Consiglio. Sui destini di Enel e Terna, però, l’uso del condizionale è d’obbligo, perché ci sarebbero ancora malumori e questioni da risolvere. La nomina nel colosso dell’energia elettrica è stata una delle più dibattute in queste settimane, tanto da scomodare anche i pareri legali del professor Sabino Cassese e dell’Avvocatura dello Stato. È stata quest’ultima, verbalmente, a dare qualche giorno fa il via libera alla nomina di Donnarumma. Ma a quanto pare Starace non avrebbe intenzione di farsi da parte tanto facilmente. E avrebbe dalla sua anche qualche sponsor politico. Tanto che nella giornata di ieri ha iniziato a circolare l’ipotesi che l’attuale amministratore delegato possa presentarsi con una sua lista appoggiata dai fondi alla prossima assemblea. Sarebbe un unicum nella storia delle nomine nelle partecipate statali. C’è poi da fare attenzione alle date. Innanzitutto, giovedì 13 ci sarà il comitato nomine di Cassa depositi e prestiti. Quindi il 14 aprile vanno presentate le liste di Terna, mentre lunedì 17 è la scadenza per quelle di Enel. A questo punto bisognerà aspettare l’assemblea di Enel, che si svolgerà in concomitanza con quella di Eni il prossimo 10 maggio. Lì bisognerà fare i conti dei voti. Il Mef può contare su un 25% di azioni, una quota che potrebbe non dare rassicurazioni al candidato del governo. A meno che altri azionisti, come Assogestioni, non decidano di convergere su un unico candidato e non su Starace. Tra le novità dell’ultima ora potrebbe arrivare la nomina a presidente di Poste di Paolo Scaroni (prenderebbe il posto di Maria Bianca Farina), attuale presidente del Milan, con un lungo passato nelle aziende statali, da Enel fino a Eni. Ancora incerti i nomi dei presidenti. Ieri per Leonardo sono circolate tramite agenzia indiscrezioni su una possibile nomina di Giuseppe Zafarana, il quale in caso lascerebbe entro poche settimana l’incarico di comandante generale della Gdf. Al suo posto il sottosegretario Alfredo Mantovano avrebbe suggerito il nome del generale Andrea De Gennaro, attuale comandate in seconda. Partite che vanno a incrociarsi e complicarsi. Già non è stata una giornata semplice quella di ieri per Giorgia Meloni. Di prima mattina in Via XX Settembre sono stati ascoltati i cacciatori di teste scelti dal ministero dell’Economia, Spencer Stuart, Key2People ed Eric Salmon. Lì sono stati limati gli ultimi dubbi tecnici. Poi, nel pomeriggio, si è passati al tavolo politico, non senza qualche fibrillazione dentro la maggioranza. Non a caso, prima dell’inizio del consiglio dei ministri, è stata la Lega a farsi sentire sulle agenzie di stampa. Prima con Matteo Salvini che ha smentito di prima mattina le frizioni. «Chiuderemo in totale serenità». Anche se poi è stato il capogruppo Riccardo Molinari a confermare il malessere. «È chiaro che c’è massimo riserbo sulle scelte, ma è chiaro che sarebbe bizzarro che fosse un solo partito a indicare i nomi a discapito degli altri». In ogni caso ieri a Palazzo Chigi è stato deliberato anche l’avvio della procedura per la nomina di Gabriella Alemanno e di Federico Cornelli a nuovi consiglieri della Consob. La Alemanno, sorella dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, storico compagno di partito del premier, è stata direttore generale dell’Agenzia delle entrate sezione Campania. Cornelli, invece, arriva dall’Abi dove ricopriva la carica di responsabile delle relazioni istituzionali in Italia e in Europa. Ritorna in Consob dove era responsabile dell’analisi finanziaria sotto la presidenza di Lamberto Cardia.
Vista aerea di Lignano Pineta negli anni '50. Nel riquadro, l'architetto Marcello d'Olivo
La riviera adriatica friulana a sud di Latisana, la penisola di Lignano, era stata nei secoli una zona incontaminata la cui parte occidentale, ricoperta da una vasta pineta e da paludi, era stata fino agli anni Venti del secolo XX colpita dalla piaga della febbre malarica e di fatto disabitata. Regno di ginestre e pini marittimi, i suoi bassi fondali sabbiosi ospitavano anguille e rombi, il suo cielo una grande varietà di uccelli acquatici. Solo all’inizio degli anni Cinquanta, con la ripresa del turismo postbellico, si pensò di svilupparla a scopo turistico come la confinante Sabbiadoro. Nel 1952 in seguito alla lottizzazione fu costituita la «Pineta Spa», inizialmente intenzionata a realizzare un grande campeggio all’ombra della macchia mediterranea. Fu l’intervento dell’ingegnere e poeta Leonardo Sinisgalli a cambiare radicalmente i progetti, sostituendoli con lo studio di una città balneare dai tratti futuristici. Per realizzarla, coinvolse l’architetto friulano Marcello D’Olivo, rappresentante dell’architettura organica italiana ispirata a quella dell’americano Frank Lloyd-Wright. L’architetto si era da poco distinto con la realizzazione della sede del Villaggio del Fanciullo di Trieste quando la città era ancora governata dagli Alleati. Sempre nel capoluogo giuliano aveva progettato nel 1951 la sede del nuovo Mercato Ortofrutticolo, realizzando una struttura futuristica a pianta circolare dove i camion potevano caricare all’ultimo piano grazie a rampe a spirale che si arrampicavano lungo la parete dell’edificio. La lottizzazione di Pineta fornì il terreno fertile per applicare la visione organica di D’Olivo su vasta scala, progettando un intero complesso residenziale.
L’architetto friulano fu incaricato nel 1952 e pochi mesi dopo abbozzò quello che sarà un esperimento unico nel panorama urbanistico italiano, caratterizzato dalla struttura a spirale delle strade di Pineta. La scelta della forma è una risultanza del bagaglio culturale dell’autore, che trae le proprie origini sia dai classici come la «spirale di Archimede» e la «Spira Mirabilis» del matematico Jakob Bernoulli, le cui caratteristiche geometriche sono dettate dall’algoritmo, ma anche dalle opere dei futuristi e di Paul Klee. Dall’altra parte la spirale o chiocciola era stata utilizzata anche dall’architetto che più aveva ispirato D’Olivo, Frank Lloyd-Wright, il cui esempio più famoso è forse la scalinata del Gugghenheim Museum di New York. La chiave di volta era stata svelata: oltre ad avere le caratteristiche estetiche e algebriche prima descritte, la forma a spirale era anche funzionale alle specifiche del progetto, che esigevano un totale rispetto della vegetazione. Le linee curve delle strade e la scarsa elevazione degli edifici rendevano possibile una visione continua del verde dei pini marittimi. Anche da un punto di vista della viabilità, la forma a chiocciola delle strade (gli «archi» intervallati da «raggi» che intersecavano le spire procedendo verso il mare) rendevano il traffico molto meno pericoloso evitando incroci perpendicolari e aumentando la visibilità, perché Lignano Pineta fu concepita per accogliere il maggior numero di automobili in un’epoca in cui si affacciava la motorizzazione di massa e l’inquinamento non era considerato un tabù. Lo sviluppo verticale degli edifici era stato rigidamente regolato da D’Olivo. Gli alberghi non potevano superare i 4 piani, come gli edifici commerciali, mentre ville e villette potevano raggiungere al massimo i 3 piani e le piccole case familiari solamente un piano. Anche per queste regole, che permettevano al cemento di integrarsi nella macchia mediterranea in modo armonico, D’Olivo fu attaccato da alcuni costruttori per le limitazioni imposte allo sviluppo in altezza in un periodo di forte speculazione edilizia. Per concludere i servizi erano tutti concentrati in un unico nucleo costruttivo, il cosiddetto «treno», un edificio lungo 110 metri dove si concentravano le principali attività commerciali, che seguiva sinuosamente le linee della spirale. Alla sommità del «treno» l’architetto scelse di realizzare coperture a forma di «tetto di pagoda», che riprendevano l’andamento sinuoso delle fronde della pineta.
La struttura urbanistica di Lignano Pineta fu realizzata tra il 1953 e il 1955 e negli anni successivi completata con la realizzazione di ville, alberghi e abitazioni. Oltre allo stesso D’Olivo, parteciparono alla loro realizzazione architetti di primo piano, seguaci dell’architettura organica che non escludeva punte di brutalismo. Grazie alla soluzione della spirale, l’uso diffuso del cemento armato riuscì nell’integrazione con l’ambiente regalando quello che ancora oggi è un esempio unico di sperimentalismo architettonico. Uniche per stile sono alcune abitazioni come quelle realizzate dallo stesso D’Olivo, come villa Sinisgalli, costruita per l’ingegnere letterato che ispirò il progetto e villa Spezzotti, un’opera che ricorda da vicino le case di Lloyd-Wright.
Lignano Pineta fu apprezzata anche da Ernest Hemingway, che nel 1954 la visitò, battezzandola entusiasticamente la «Florida d’Italia» così come il friulano Pier Paolo Pasolini che nel 1959, dopo averla visitata, dichiarò «Le architetture dei villini sono dignitose e garbate, c'è molto spazio: e l'aria che si respira è veramente degna di una piccola spiaggia europea americanizzante». Anche Alberto Sordi fu affascinato dal progetto di Pineta, dove alla fine degli anni Cinquanta acquistò una villa progettata dall'architetto Aldo Bernardis.
Marcello D’Olivo fu ammirato anche all’estero dopo la realizzazione di Lignano Pineta, soprattutto in Medio Oriente. Fu chiamato nel 1979 dal governo di Saddam Hussein per progettare il più importante monumento di Baghdad, quello del Milite Ignoto, dove l’architetto friulano realizzerà alla sommità di una collina artificiale un grande scudo che sembra fluttuare nell’aria. A Riad partecipò al progetto della città universitaria e propose un piano urbanistico, per la capitale del Gabon, Libreville.
Per chi volesse approfondire la storia del progetto e delle ville di Lignano Pineta, segnaliamo il sito web dell'associazione Raggi e ArchiTetture a questo LINK
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