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2021-06-06
Piano Ina-Casa: dai grandi architetti la possibilità della "casa per tutti"
Il quartiere Ina-Casa di Roma Tuscolano in costruzione (courtesy Castelvecchi)
Le aveva descritte magistralmente Pier Paolo Pasolini, le baracche dei disperati nel suo capolavoro letterario "Ragazzi di Vita". Erano le catapecchie della periferia romana dell'immediato dopoguerra nella zona del Mandrione, nei pressi della stazione Roma Casilina e a poca distanza da dove pochi anni dopo sarebbe sorto uno dei quartieri di edilizia popolare più importanti della gestione Ina-Casa, il Tuscolano.
Quei baraccati, costretti a vivere in condizioni igienico sanitarie disastrose e di sovraffollamento, non erano un caso isolato nell'Italia uscita a pezzi dalla guerra. Il problema dei senzatetto e la carenza di abitazioni non solo in termini puramente numerici ma anche qualitativi, pesava come un macigno da rimuovere in fretta per riuscire a far ripartire la macchina della ricostruzione e dell'occupazione, schiantata dalle conseguenze del conflitto. La ripresa della prima avrebbe fatto da volano all'altra e avrebbe ridato dignità ad una società civile a pezzi nell'intento di recuperarne l'identità lacerata da due tragedie, il conflitto mondiale e la guerra civile. Nel 1945 oltre due milioni di vani risultavano distrutti e quattro milioni gravemente danneggiati per effetto dei pesanti bombardamenti subiti in tutta la penisola. Basti pensare che una città già afflitta da gravi problemi legati al sovraffollamento e alle condizioni igienico sanitarie come Napoli fu fatta bersaglio dell'aviazione alleata di oltre duecento raid in appena due anni. Molti erano i disperati che si erano dovuti adattare a vivere in grotte umide e malsane o in quello che rimaneva delle abitazioni cittadine spesso costretti in una sola e malsana stanza per famiglia. Anche Milano, la città che fu il cuore industriale del Paese, contava migliaia di baraccati e macerie ovunque ed in quelle case di legno e lamiera erano costrette le famiglie di operai che avevano perso il lavoro dopo che le fabbriche per le quali avevano lavorato e poi rischiato la vita sotto le bombe, erano state ferite a morte.
Come se ciò non bastasse, le vicende politiche della neonata Repubblica fecero tardare la partenza di un piano urgente per la casa almeno fino a quando la lotta tra i due schieramenti contrapposti, la Democrazia Cristiana e il Fronte Popolare, non fu risolta dall'estromissione definitiva del Pci dal governo De Gasperi e in seguito reso finanziariamente possibile dai fondi del Piano Marshall e dell'UNRRA, ottenuti dopo il famigerato viaggio del premier democristiano negli Stati Uniti. La sconfitta alle elezioni dell'aprile 1948 di comunisti e socialisti aprì definitivamente la strada all'egemonia della Dc nella guida del Paese, alla quale spettò anche la risoluzione dell'emergenza abitativa. Nel 1949 l'Italia faceva il suo ingresso nel Patto Atlantico, mentre a livello nazionale la ripresa della produzione industriale al Nord e la prospettiva di un imponente flusso migratorio dal meridione, che effettivamente si verificherà anche oltre le aspettative nel decennio successivo, acuirono l'urgenza della soluzione degli alloggi per i lavoratori.
E'in questo quadro desolante che maturò e si realizzò uno dei piani più riusciti nel settore dell'edilizia popolare, con cifre da record assoluto in termini di numero di vani realizzati in un tempo relativamente breve considerando un' estensione territoriale che abbracciò gran parte del territorio nazionale.
Il piano per l'edilizia popolare maturò nel 1949 e prese il nome di "piano Fanfani", allora ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, il quale mise la firma su un progetto ciclopico articolato in due settenni (1949-1956 e 1956-1962), che prometteva la ricostruzione non solo di unità abitative, bensì di interi quartieri totalmente nuovi, che avrebbero dovuto integrarsi con il tessuto urbano preesistente. L' idea della "casa per tutti i lavoratori" era già maturata verso la fine della guerra e aveva aperto il dibattito tra gli architetti e gli urbanisti. Uno dei principali fautori del piano per l'edilizia popolare era stato Piero Bottoni, ma su posizioni molto diverse da quelle previste dal piano Fanfani. L'architetto e urbanista milanese, membro della resistenza e iscritto al Partito Comunista, durante la direzione straordinaria della Triennale di Milano aveva progettato nel capoluogo lombardo il quartiere sperimentale QT8 (acronimo di Quartiere Triennale 8) realizzato tra il 1946 e il 1948, dove emersero già le caratteristiche che i nuovi quartieri popolari avrebbero dovuto avere nel rapporto con il tessuto urbano, ossia la diversità nella tipologia dei fabbricati, un'ampia area verde comune e una serie di servizi di quartiere. La divergenza tra Bottoni e i fautori del progetto INA-Casa si palesò sulla questione delle assegnazioni e dei contratti. Se l'architetto comunista considerava secondario (per ovvie questioni ideologiche) l'aspetto della proprietà prediligendo l'affitto calmierato per gli assegnatari, il piano Fanfani andava in una direzione opposta. Condiviso da tutti i massimi esponenti della sinistra della Dc, da Dossetti a La Pira, il piano INA-Casa indicava un modello che si avvicinava di più all' "american dream", cioè al sogno della piccola proprietà anche per le classi lavoratrici più umili. Le abitazioni costruite avrebbero infatti previsto un piano di riscatto tramite una trattenuta sugli stipendi degli assegnatari ordinati secondo una graduatoria che teneva conto della provenienza del capofamiglia, della sua professione e del numero dei membri del nucleo familiare.
La direzione del piano fu affidata a due esponenti cattolici molto vicini alle idee dossettiane. Accanto al ministro Fanfani e al direttore generale dell'INA Annetto Puggioni, i responsabili dell'attuazione del piano edilizio furono l'ingegner Filiberto Guala (Comitato di Attuazione), Arnaldo Foschini alla Gestione e Adalberto Libera a capo dell'Ufficio Progetti.
Sotto la direzione di Foschini fu istituita una commissione per la valutazione degli architetti ed urbanisti composta da nomi altisonanti, sopra tutti quello di Pier Luigi Nervi ma anche di industriali del calibro di Adriano Olivetti, che fungesse da sorta di direttorio per le "linee guida" da condividere con tutti gli attori collegati al piano, dalle amministrazioni comunali agli istituti autonomi per l'edilizia popolare, dalle società subappaltanti agli uffici di collocamento per la mano d'opera nei cantieri. Anche l'assetto finanziario del ciclopico piano fu stabilito e ripartito con criteri universali e rigorosi. All'Istituto Nazionale delle Assicurazioni erano giunti 100 miliardi dallo Stato, sugli oltre 900 spesi in totale per l'attuazione del piano. La rimanente parte dei fondi fu suddivisa per il rimanente importo nella misura del 25% dai contributi dei lavoratori, del 40% dai datori di lavoro, del 20% come già accennato dallo Stato e il resto dagli introiti provenienti dagli assegnatari. Anche la distribuzione geografica degli interventi fu coordinata dalla commissione INA-Casa, con un'iniziale propensione verso il Mezzogiorno con il chiaro intento di tamponare sia la grave situazione occupazionale sia l'emorragia di mano d'opera verso il Nord, mantenendo almeno per qualche anno in più i lavoratori nei cantieri locali. Più tardi si vedrà come invece la bilancia della domanda di alloggi penderà decisamente verso il settentrione, catalizzatore della ripartenza industriale del paese.
Per quanto riguardò le scelte architettoniche ai vertici dell'INA-Casa, il naturale e prevedibile distacco stilistico e progettuale dal ventennio dettò le nette differenze con l'edilizia popolare nata durante il fascismo nell'era del razionalismo ed in seguito delle giovani correnti moderniste. La differenza tipologica delle abitazioni e dei corpi di fabbrica indicavano già il distacco netto con il passato, dominato ancora da una concezione legata a spazi comuni in completa condivisione tra le famiglie degli inquilini, ed un' unica area comune (il cortile) quale spazio esterno chiuso dalle facciate delle case. L' intento del piano Fanfani era l'opposto. Le nuove abitazioni, che componevano il quartiere, dovevano essere diverse per dimensioni e disposizioni e tutte dovevano gravitare attorno ad un'ampia area comune dove erano inclusi i servizi essenziali (scuole, negozi ecc.) in modo da rendere autonomo il nuovo insediamento ma allo stesso tempo di garantire uno spazio privato alle famiglie assegnatarie all'interno degli appartamenti, standardizzati nei materiali comuni ma differenti nei tagli e nelle superfici (potevano variare da una fino a cinque camere da letto). Anche i materiali utilizzati e l'aspetto esterno dei palazzi dovevano adattarsi sia all'ambiente locale sia ispirarsi alla tradizione, possibilmente attraverso l'uso di elementi che ricalcassero la storia e la tradizione architettonica della zona. Alla iniziale idea di standardizzazione delle finiture (infissi, gronde, impianti termici ecc.) nel caso del piano non corrispose un largo uso di materiali prefabbricati, perché una delle priorità del progetto era il mantenimento più a lungo possibile dell'occupazione all'interno dei cantieri, che l'utilizzo di materiali costruiti in serie avrebbe sicuramente accorciato. Questi parametri, fissati dalle prime linee guida del piano, spiegano già da sole la molteplicità dei criteri costruttivi e degli stili che faranno delle costruzioni del piano Fanfani un caso unico nel campo dell'edilizia popolare urbana. Un esempio si ritrova proprio in uno dei quartieri più importanti del primo periodo, quello di Roma Tiburtino. Tipici (ed unici) sono ad esempio gli unici palazzi costruiti con la pianta a "stella", che lo caratterizzano inconfondibilmente. L'esempio calza anche per un quartiere INA-Casa molto particolare, il Forte Quezzi (noto anche come il "biscione"), iniziato nel 1956 e finito nel 1968 quando il piano Fanfani era già terminato. Il soprannome fu dovuto al fatto che il gruppo di fabbricati senza soluzione di continuità seguiva l'andamento sinuoso della collina sulle alture di Genova come un immenso serpentone contenente nel suo ventre ben 4.500 abitanti. In questo caso l'ispirazione venne da Le Corbusier, e fu progettato da un pool di architetti che comprendeva tra gli altri Luigi Carlo Daneri, Eugenio Fuselli e Ribaldo Morozzo della Rocca. Inizialmente pensato per essere circondato da un parco e da servizi pubblici, Forte Quezzi fu snaturato dal rapido sviluppo edilizio privato che interessò l'area circostante, rendendolo negli anni da esperimento architettonico a sorta di ghetto a causa del trasferimento forzato degli abitanti del centro storico di Genova in via di riqualificazione.
Altro esempio emblematico dello spirito che animò la sfida degli architetti e degli urbanisti coinvolti nel piano INA-Casa fu quello romano del quartiere Tiburtino, già accennato precedentemente nella descrizione degli edifici a pianta stellare. Costruito nel primo settennio del piano, tra il 1949 e il 1954, fu progettato da un pool guidato dagli architetti Ludovico Quaroni e Mario Ridolfi e commissionato dall'Istituto Autonomo Case Popolari (IACP) e dall'INCIS (Istituto Nazionale Case Impiegati dello Stato). La caratteristica peculiare del quartiere è la divisione in tre tipologie distinte di fabbricati: le case a torre (quelle con la pianta a stella da 7 piani ciascuna), le case in linea da 4 piani, collegate tra loro da ballatoi esterni e infine la parte dell'edilizia destinata al commercio e ai servizi. Il fulcro è la piazza lungo la via Arbib, luogo destinato all'aggregazione delle famiglie, secondo il modello ideale del pensiero dossettiano. L' ispirazione del progetto partì da una filosofia diametralmente opposta a quella monumentale del ventennio, con un'impostazione "folcloristica" sottolineata dalle linee prospettiche irregolari che richiamavano l'idea del "paese dentro la metropoli". Al quartiere Tiburtino fece eco nel primo settennio del piano INA-Casa il quartiere Tuscolano. Quest'ultimo, che ha come elemento comune con il Tiburtino le torri a pianta stellare, è riconoscibile per un edificio particolare da tutti conosciuto come "boomerang" per la caratteristica forma della pianta che ricorda l'antica arma aborigena. Si tratta di un palazzo di 7 piani con pianta a "V" con disposizione di finestra balcone ad effetto "infinito" e la tipica copertura a laterizio a vista. Progettato dall'architetto Saverio Muratori, il "boomerang" fa anche da ingresso principale al quartiere che si snoda attraverso una sequenza di case basse in linea chiuse ai lati dalle torri con pianta a stella.
Per quanto riguarda i quartieri INA-Casa realizzati a Milano, l'intervento riguardò molte aree interessate dall'aumento consistente della popolazione tra gli anni cinquanta e sessanta. Tra i più importanti del capoluogo lombardo la Comasina, Vialba, Primaticcio (per i dipendenti società Edison). I meglio riusciti ed ancor oggi apprezzati quartieri INA-Casa di Milano sono il quartiere Harar (a poca distanza dallo Stadio di San Siro) e il quartiere Feltre, affacciato all'omonima via e costruito su un lembo del Parco Lambro. Il primo riunì (come il secondo, costruito più tardi) il gotha dell'architettura e dell'urbanistica del tempo. I nomi sono quelli di Giò Ponti, il già citato Piero Bottoni, Luigi Figini e il suo socio Gino Pollini (padre del grande pianista Maurizio). Anche questo quartiere fa parte delle realizzazioni del primo settennio ed è caratterizzato da due principali tipologie di fabbricati che si snodano all'interno di un'area verde. Ai cosiddetti "grattacieli orizzontali", lunghi edifici a pianta rettangolare che spezzano l'area comune attraversata da vialetti pedonali, si contrappongono piccoli fabbricati, casette a uno o due piani con tetto monofalda spiovente e zona giorno e notte divisa su due livelli, con un piccolo spazio verde di pertinenza. Il quartiere Feltre fu invece realizzato nel secondo settennio del piano edilizio. L'area di pertinenza fu acquistata nel 1957 su commissione dell'INCIS ed i lavori partirono nel 1958. Il quartiere rispecchiava chiaramente le mutate esigenze della città di Milano rispetto alla situazione del 1949. In pieno boom economico, la necessità di un maggior numero di vani impose una soluzione ad alta densità, che lo differenziava nettamente dalle realizzazioni INA-Casa precedenti. Tuttavia lo spirito originario di vivibilità e fruizione degli spazi verdi comuni a uso delle famiglie rimase invariato e anzi amplificato grazie alla vicinanza del verde del parco Lambro. I fabbricati anche in questo caso furono divisi in due tipologie distinte. A delimitare l'area una serie di palazzi in linea (che raggiungono oltre un chilometro di lunghezza e si sviluppano in altezza su nove piani), che racchiudono un'ampia area verde comune (in realtà piantumata soltanto molti anni dopo) entro la quale si trovano i servizi (asilo e scuole elementari). Nella zona delle case in linea più basse sono sorti (solamente in parte rispetto ai piani originari) gli esercizi commerciali, mentre una piazza ospita la chiesa parrocchiale, fulcro della vita sociale del quartiere. La caratteristica degli edifici principali, tutti rifiniti in laterizio a vista, fu affidata dal coordinatore Gino Pollini ad un pool di architetti tra cui figurava il capogruppo Luciano Baldessari, già allievo di Gropius durante l'esilio americano negli anni della guerra ed esponente del razionalismo prebellico.
Visto nella prospettiva dell'Italia del dopoguerra, il piano INA-Casa fu per molti versi rivoluzionario. Tutti gli appartamenti costruiti sin dal primo periodo prevedevano confort per nulla scontati in quegli anni, come l'acqua corrente e l'impianto di riscaldamento. L'obiettivo dei progettisti fu anche quello di garantire una luminosità ottimale e una disposizione razionale degli spazi interni, con soluzioni variabili da un caso all'altro. I destinatari del piano furono principalmente gli operai e gli impiegati, che potevano scegliere l'opzione (certo più onerosa) del riscatto piuttosto che il contratto d'affitto. La graduatoria per le assegnazioni fu dedicata nei primi anni del piano per l'80% a famiglie bisognose di un alloggio dignitoso e ai senzatetto sinistrati di guerra. Un altro criterio riguardava il numero dei componenti il nucleo familiare, ma l'aspetto del bisogno fu sempre maggiormente considerato e questo spiega la ragione per cui un gran numero di alloggi INA-Casa nel Nord Italia furono assegnati alle famiglie di immigrati meridionali giunti con la prospettiva di un lavoro ma non di un alloggio. All'interno del piano di riscatto, le domande crebbero progressivamente dopo la metà degli anni cinquanta e soprattutto da parte degli impiegati collegati all'INCIS, i quali avevano naturalmente maggiore disponibilità economica, ma per effetto della crescita del reddito pro capite a cavallo degli anni cinquanta e sessanta fu possibile anche per le famiglie operaie realizzare il sogno della casa di proprietà. La conformazione dei quartieri, grazie ai progettisti che ebbero l'idea di realizzare delle "isole" urbane che generarono un forte senso di appartenenza alle famiglie residenti, quasi fossero paesi inurbati, protetti dagli alti palazzi che nascondevano il più delle volte un cuore verde a misura d'uomo. Sicuramente, il successo maggiore del piano INA-Casa fu raggiunto nella qualità degli spazi abitativi degli appartamenti, generalmente luminosi con le diverse zone ben divise, dove ogni membro del nucleo familiare potesse godere della propria privacy. Questo permise a tante famiglie italiane di guadagnare una qualità e un armonia senza precedenti nella storia dei ceti popolari e di riguadagnare la fiducia nel futuro dopo le devastazioni della guerra nonché di rendere almeno in parte meno traumatico l'impatto sociale dell'emigrazione verso le grandi città industriali del Nord. Questo traguardo importante fu reso possibile anche dall'impegno e dalla sensibilità dei grandi architetti che parteciparono al piano edilizio, i quali tennero sempre in altissima considerazione l'aspetto della "casa a misura di famiglia" in un momento in cui la disperazione delle classi popolari avrebbe accettato standard anche molto più bassi pur di avere un tetto. A ciò si aggiunse una alto grado di solidità costruttiva, raggiunta grazie alla grande esperienza dei progettisti già famosi nel ventennio, che misero a disposizione il proprio talento per alleviare la fase della difficile ricostruzione dell'Italia postbellica fino al raggiungimento di quell' "italian dream" che caratterizzò gli anni del miracolo economico.
Per approfondire la storia e le caratteristiche tecnico-architettoniche del piano INA-Casa si segnala il volume di Stephanie Zeier-Pilat "Ricostruire l'Italia- I quartieri INA-Casa del dopoguerra" (Castelvecchi).
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L' Italia del dopoguerra si lasciò alle spalle le macerie con un piano ambizioso di edilizia popolare. Progettato dalle più importanti firme dell'architettura italiana e promosso dalla Democrazia Cristiana di Fanfani, fornì alloggi di qualità (in affitto e a riscatto) a chi era senza tetto o cercava fortuna nel Nord della ricostruzione. Pensato per la vivibilità e per le famiglie, portò alla realizzazione di due milioni di vani in 14 anni di cantieri in tutto il Paese.Le aveva descritte magistralmente Pier Paolo Pasolini, le baracche dei disperati nel suo capolavoro letterario "Ragazzi di Vita". Erano le catapecchie della periferia romana dell'immediato dopoguerra nella zona del Mandrione, nei pressi della stazione Roma Casilina e a poca distanza da dove pochi anni dopo sarebbe sorto uno dei quartieri di edilizia popolare più importanti della gestione Ina-Casa, il Tuscolano.Quei baraccati, costretti a vivere in condizioni igienico sanitarie disastrose e di sovraffollamento, non erano un caso isolato nell'Italia uscita a pezzi dalla guerra. Il problema dei senzatetto e la carenza di abitazioni non solo in termini puramente numerici ma anche qualitativi, pesava come un macigno da rimuovere in fretta per riuscire a far ripartire la macchina della ricostruzione e dell'occupazione, schiantata dalle conseguenze del conflitto. La ripresa della prima avrebbe fatto da volano all'altra e avrebbe ridato dignità ad una società civile a pezzi nell'intento di recuperarne l'identità lacerata da due tragedie, il conflitto mondiale e la guerra civile. Nel 1945 oltre due milioni di vani risultavano distrutti e quattro milioni gravemente danneggiati per effetto dei pesanti bombardamenti subiti in tutta la penisola. Basti pensare che una città già afflitta da gravi problemi legati al sovraffollamento e alle condizioni igienico sanitarie come Napoli fu fatta bersaglio dell'aviazione alleata di oltre duecento raid in appena due anni. Molti erano i disperati che si erano dovuti adattare a vivere in grotte umide e malsane o in quello che rimaneva delle abitazioni cittadine spesso costretti in una sola e malsana stanza per famiglia. Anche Milano, la città che fu il cuore industriale del Paese, contava migliaia di baraccati e macerie ovunque ed in quelle case di legno e lamiera erano costrette le famiglie di operai che avevano perso il lavoro dopo che le fabbriche per le quali avevano lavorato e poi rischiato la vita sotto le bombe, erano state ferite a morte. Come se ciò non bastasse, le vicende politiche della neonata Repubblica fecero tardare la partenza di un piano urgente per la casa almeno fino a quando la lotta tra i due schieramenti contrapposti, la Democrazia Cristiana e il Fronte Popolare, non fu risolta dall'estromissione definitiva del Pci dal governo De Gasperi e in seguito reso finanziariamente possibile dai fondi del Piano Marshall e dell'UNRRA, ottenuti dopo il famigerato viaggio del premier democristiano negli Stati Uniti. La sconfitta alle elezioni dell'aprile 1948 di comunisti e socialisti aprì definitivamente la strada all'egemonia della Dc nella guida del Paese, alla quale spettò anche la risoluzione dell'emergenza abitativa. Nel 1949 l'Italia faceva il suo ingresso nel Patto Atlantico, mentre a livello nazionale la ripresa della produzione industriale al Nord e la prospettiva di un imponente flusso migratorio dal meridione, che effettivamente si verificherà anche oltre le aspettative nel decennio successivo, acuirono l'urgenza della soluzione degli alloggi per i lavoratori. E'in questo quadro desolante che maturò e si realizzò uno dei piani più riusciti nel settore dell'edilizia popolare, con cifre da record assoluto in termini di numero di vani realizzati in un tempo relativamente breve considerando un' estensione territoriale che abbracciò gran parte del territorio nazionale. Il piano per l'edilizia popolare maturò nel 1949 e prese il nome di "piano Fanfani", allora ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, il quale mise la firma su un progetto ciclopico articolato in due settenni (1949-1956 e 1956-1962), che prometteva la ricostruzione non solo di unità abitative, bensì di interi quartieri totalmente nuovi, che avrebbero dovuto integrarsi con il tessuto urbano preesistente. L' idea della "casa per tutti i lavoratori" era già maturata verso la fine della guerra e aveva aperto il dibattito tra gli architetti e gli urbanisti. Uno dei principali fautori del piano per l'edilizia popolare era stato Piero Bottoni, ma su posizioni molto diverse da quelle previste dal piano Fanfani. L'architetto e urbanista milanese, membro della resistenza e iscritto al Partito Comunista, durante la direzione straordinaria della Triennale di Milano aveva progettato nel capoluogo lombardo il quartiere sperimentale QT8 (acronimo di Quartiere Triennale 8) realizzato tra il 1946 e il 1948, dove emersero già le caratteristiche che i nuovi quartieri popolari avrebbero dovuto avere nel rapporto con il tessuto urbano, ossia la diversità nella tipologia dei fabbricati, un'ampia area verde comune e una serie di servizi di quartiere. La divergenza tra Bottoni e i fautori del progetto INA-Casa si palesò sulla questione delle assegnazioni e dei contratti. Se l'architetto comunista considerava secondario (per ovvie questioni ideologiche) l'aspetto della proprietà prediligendo l'affitto calmierato per gli assegnatari, il piano Fanfani andava in una direzione opposta. Condiviso da tutti i massimi esponenti della sinistra della Dc, da Dossetti a La Pira, il piano INA-Casa indicava un modello che si avvicinava di più all' "american dream", cioè al sogno della piccola proprietà anche per le classi lavoratrici più umili. Le abitazioni costruite avrebbero infatti previsto un piano di riscatto tramite una trattenuta sugli stipendi degli assegnatari ordinati secondo una graduatoria che teneva conto della provenienza del capofamiglia, della sua professione e del numero dei membri del nucleo familiare. La direzione del piano fu affidata a due esponenti cattolici molto vicini alle idee dossettiane. Accanto al ministro Fanfani e al direttore generale dell'INA Annetto Puggioni, i responsabili dell'attuazione del piano edilizio furono l'ingegner Filiberto Guala (Comitato di Attuazione), Arnaldo Foschini alla Gestione e Adalberto Libera a capo dell'Ufficio Progetti. Sotto la direzione di Foschini fu istituita una commissione per la valutazione degli architetti ed urbanisti composta da nomi altisonanti, sopra tutti quello di Pier Luigi Nervi ma anche di industriali del calibro di Adriano Olivetti, che fungesse da sorta di direttorio per le "linee guida" da condividere con tutti gli attori collegati al piano, dalle amministrazioni comunali agli istituti autonomi per l'edilizia popolare, dalle società subappaltanti agli uffici di collocamento per la mano d'opera nei cantieri. Anche l'assetto finanziario del ciclopico piano fu stabilito e ripartito con criteri universali e rigorosi. All'Istituto Nazionale delle Assicurazioni erano giunti 100 miliardi dallo Stato, sugli oltre 900 spesi in totale per l'attuazione del piano. La rimanente parte dei fondi fu suddivisa per il rimanente importo nella misura del 25% dai contributi dei lavoratori, del 40% dai datori di lavoro, del 20% come già accennato dallo Stato e il resto dagli introiti provenienti dagli assegnatari. Anche la distribuzione geografica degli interventi fu coordinata dalla commissione INA-Casa, con un'iniziale propensione verso il Mezzogiorno con il chiaro intento di tamponare sia la grave situazione occupazionale sia l'emorragia di mano d'opera verso il Nord, mantenendo almeno per qualche anno in più i lavoratori nei cantieri locali. Più tardi si vedrà come invece la bilancia della domanda di alloggi penderà decisamente verso il settentrione, catalizzatore della ripartenza industriale del paese. Per quanto riguardò le scelte architettoniche ai vertici dell'INA-Casa, il naturale e prevedibile distacco stilistico e progettuale dal ventennio dettò le nette differenze con l'edilizia popolare nata durante il fascismo nell'era del razionalismo ed in seguito delle giovani correnti moderniste. La differenza tipologica delle abitazioni e dei corpi di fabbrica indicavano già il distacco netto con il passato, dominato ancora da una concezione legata a spazi comuni in completa condivisione tra le famiglie degli inquilini, ed un' unica area comune (il cortile) quale spazio esterno chiuso dalle facciate delle case. L' intento del piano Fanfani era l'opposto. Le nuove abitazioni, che componevano il quartiere, dovevano essere diverse per dimensioni e disposizioni e tutte dovevano gravitare attorno ad un'ampia area comune dove erano inclusi i servizi essenziali (scuole, negozi ecc.) in modo da rendere autonomo il nuovo insediamento ma allo stesso tempo di garantire uno spazio privato alle famiglie assegnatarie all'interno degli appartamenti, standardizzati nei materiali comuni ma differenti nei tagli e nelle superfici (potevano variare da una fino a cinque camere da letto). Anche i materiali utilizzati e l'aspetto esterno dei palazzi dovevano adattarsi sia all'ambiente locale sia ispirarsi alla tradizione, possibilmente attraverso l'uso di elementi che ricalcassero la storia e la tradizione architettonica della zona. Alla iniziale idea di standardizzazione delle finiture (infissi, gronde, impianti termici ecc.) nel caso del piano non corrispose un largo uso di materiali prefabbricati, perché una delle priorità del progetto era il mantenimento più a lungo possibile dell'occupazione all'interno dei cantieri, che l'utilizzo di materiali costruiti in serie avrebbe sicuramente accorciato. Questi parametri, fissati dalle prime linee guida del piano, spiegano già da sole la molteplicità dei criteri costruttivi e degli stili che faranno delle costruzioni del piano Fanfani un caso unico nel campo dell'edilizia popolare urbana. Un esempio si ritrova proprio in uno dei quartieri più importanti del primo periodo, quello di Roma Tiburtino. Tipici (ed unici) sono ad esempio gli unici palazzi costruiti con la pianta a "stella", che lo caratterizzano inconfondibilmente. L'esempio calza anche per un quartiere INA-Casa molto particolare, il Forte Quezzi (noto anche come il "biscione"), iniziato nel 1956 e finito nel 1968 quando il piano Fanfani era già terminato. Il soprannome fu dovuto al fatto che il gruppo di fabbricati senza soluzione di continuità seguiva l'andamento sinuoso della collina sulle alture di Genova come un immenso serpentone contenente nel suo ventre ben 4.500 abitanti. In questo caso l'ispirazione venne da Le Corbusier, e fu progettato da un pool di architetti che comprendeva tra gli altri Luigi Carlo Daneri, Eugenio Fuselli e Ribaldo Morozzo della Rocca. Inizialmente pensato per essere circondato da un parco e da servizi pubblici, Forte Quezzi fu snaturato dal rapido sviluppo edilizio privato che interessò l'area circostante, rendendolo negli anni da esperimento architettonico a sorta di ghetto a causa del trasferimento forzato degli abitanti del centro storico di Genova in via di riqualificazione. Altro esempio emblematico dello spirito che animò la sfida degli architetti e degli urbanisti coinvolti nel piano INA-Casa fu quello romano del quartiere Tiburtino, già accennato precedentemente nella descrizione degli edifici a pianta stellare. Costruito nel primo settennio del piano, tra il 1949 e il 1954, fu progettato da un pool guidato dagli architetti Ludovico Quaroni e Mario Ridolfi e commissionato dall'Istituto Autonomo Case Popolari (IACP) e dall'INCIS (Istituto Nazionale Case Impiegati dello Stato). La caratteristica peculiare del quartiere è la divisione in tre tipologie distinte di fabbricati: le case a torre (quelle con la pianta a stella da 7 piani ciascuna), le case in linea da 4 piani, collegate tra loro da ballatoi esterni e infine la parte dell'edilizia destinata al commercio e ai servizi. Il fulcro è la piazza lungo la via Arbib, luogo destinato all'aggregazione delle famiglie, secondo il modello ideale del pensiero dossettiano. L' ispirazione del progetto partì da una filosofia diametralmente opposta a quella monumentale del ventennio, con un'impostazione "folcloristica" sottolineata dalle linee prospettiche irregolari che richiamavano l'idea del "paese dentro la metropoli". Al quartiere Tiburtino fece eco nel primo settennio del piano INA-Casa il quartiere Tuscolano. Quest'ultimo, che ha come elemento comune con il Tiburtino le torri a pianta stellare, è riconoscibile per un edificio particolare da tutti conosciuto come "boomerang" per la caratteristica forma della pianta che ricorda l'antica arma aborigena. Si tratta di un palazzo di 7 piani con pianta a "V" con disposizione di finestra balcone ad effetto "infinito" e la tipica copertura a laterizio a vista. Progettato dall'architetto Saverio Muratori, il "boomerang" fa anche da ingresso principale al quartiere che si snoda attraverso una sequenza di case basse in linea chiuse ai lati dalle torri con pianta a stella.Per quanto riguarda i quartieri INA-Casa realizzati a Milano, l'intervento riguardò molte aree interessate dall'aumento consistente della popolazione tra gli anni cinquanta e sessanta. Tra i più importanti del capoluogo lombardo la Comasina, Vialba, Primaticcio (per i dipendenti società Edison). I meglio riusciti ed ancor oggi apprezzati quartieri INA-Casa di Milano sono il quartiere Harar (a poca distanza dallo Stadio di San Siro) e il quartiere Feltre, affacciato all'omonima via e costruito su un lembo del Parco Lambro. Il primo riunì (come il secondo, costruito più tardi) il gotha dell'architettura e dell'urbanistica del tempo. I nomi sono quelli di Giò Ponti, il già citato Piero Bottoni, Luigi Figini e il suo socio Gino Pollini (padre del grande pianista Maurizio). Anche questo quartiere fa parte delle realizzazioni del primo settennio ed è caratterizzato da due principali tipologie di fabbricati che si snodano all'interno di un'area verde. Ai cosiddetti "grattacieli orizzontali", lunghi edifici a pianta rettangolare che spezzano l'area comune attraversata da vialetti pedonali, si contrappongono piccoli fabbricati, casette a uno o due piani con tetto monofalda spiovente e zona giorno e notte divisa su due livelli, con un piccolo spazio verde di pertinenza. Il quartiere Feltre fu invece realizzato nel secondo settennio del piano edilizio. L'area di pertinenza fu acquistata nel 1957 su commissione dell'INCIS ed i lavori partirono nel 1958. Il quartiere rispecchiava chiaramente le mutate esigenze della città di Milano rispetto alla situazione del 1949. In pieno boom economico, la necessità di un maggior numero di vani impose una soluzione ad alta densità, che lo differenziava nettamente dalle realizzazioni INA-Casa precedenti. Tuttavia lo spirito originario di vivibilità e fruizione degli spazi verdi comuni a uso delle famiglie rimase invariato e anzi amplificato grazie alla vicinanza del verde del parco Lambro. I fabbricati anche in questo caso furono divisi in due tipologie distinte. A delimitare l'area una serie di palazzi in linea (che raggiungono oltre un chilometro di lunghezza e si sviluppano in altezza su nove piani), che racchiudono un'ampia area verde comune (in realtà piantumata soltanto molti anni dopo) entro la quale si trovano i servizi (asilo e scuole elementari). Nella zona delle case in linea più basse sono sorti (solamente in parte rispetto ai piani originari) gli esercizi commerciali, mentre una piazza ospita la chiesa parrocchiale, fulcro della vita sociale del quartiere. La caratteristica degli edifici principali, tutti rifiniti in laterizio a vista, fu affidata dal coordinatore Gino Pollini ad un pool di architetti tra cui figurava il capogruppo Luciano Baldessari, già allievo di Gropius durante l'esilio americano negli anni della guerra ed esponente del razionalismo prebellico. Visto nella prospettiva dell'Italia del dopoguerra, il piano INA-Casa fu per molti versi rivoluzionario. Tutti gli appartamenti costruiti sin dal primo periodo prevedevano confort per nulla scontati in quegli anni, come l'acqua corrente e l'impianto di riscaldamento. L'obiettivo dei progettisti fu anche quello di garantire una luminosità ottimale e una disposizione razionale degli spazi interni, con soluzioni variabili da un caso all'altro. I destinatari del piano furono principalmente gli operai e gli impiegati, che potevano scegliere l'opzione (certo più onerosa) del riscatto piuttosto che il contratto d'affitto. La graduatoria per le assegnazioni fu dedicata nei primi anni del piano per l'80% a famiglie bisognose di un alloggio dignitoso e ai senzatetto sinistrati di guerra. Un altro criterio riguardava il numero dei componenti il nucleo familiare, ma l'aspetto del bisogno fu sempre maggiormente considerato e questo spiega la ragione per cui un gran numero di alloggi INA-Casa nel Nord Italia furono assegnati alle famiglie di immigrati meridionali giunti con la prospettiva di un lavoro ma non di un alloggio. All'interno del piano di riscatto, le domande crebbero progressivamente dopo la metà degli anni cinquanta e soprattutto da parte degli impiegati collegati all'INCIS, i quali avevano naturalmente maggiore disponibilità economica, ma per effetto della crescita del reddito pro capite a cavallo degli anni cinquanta e sessanta fu possibile anche per le famiglie operaie realizzare il sogno della casa di proprietà. La conformazione dei quartieri, grazie ai progettisti che ebbero l'idea di realizzare delle "isole" urbane che generarono un forte senso di appartenenza alle famiglie residenti, quasi fossero paesi inurbati, protetti dagli alti palazzi che nascondevano il più delle volte un cuore verde a misura d'uomo. Sicuramente, il successo maggiore del piano INA-Casa fu raggiunto nella qualità degli spazi abitativi degli appartamenti, generalmente luminosi con le diverse zone ben divise, dove ogni membro del nucleo familiare potesse godere della propria privacy. Questo permise a tante famiglie italiane di guadagnare una qualità e un armonia senza precedenti nella storia dei ceti popolari e di riguadagnare la fiducia nel futuro dopo le devastazioni della guerra nonché di rendere almeno in parte meno traumatico l'impatto sociale dell'emigrazione verso le grandi città industriali del Nord. Questo traguardo importante fu reso possibile anche dall'impegno e dalla sensibilità dei grandi architetti che parteciparono al piano edilizio, i quali tennero sempre in altissima considerazione l'aspetto della "casa a misura di famiglia" in un momento in cui la disperazione delle classi popolari avrebbe accettato standard anche molto più bassi pur di avere un tetto. A ciò si aggiunse una alto grado di solidità costruttiva, raggiunta grazie alla grande esperienza dei progettisti già famosi nel ventennio, che misero a disposizione il proprio talento per alleviare la fase della difficile ricostruzione dell'Italia postbellica fino al raggiungimento di quell' "italian dream" che caratterizzò gli anni del miracolo economico. Per approfondire la storia e le caratteristiche tecnico-architettoniche del piano INA-Casa si segnala il volume di Stephanie Zeier-Pilat "Ricostruire l'Italia- I quartieri INA-Casa del dopoguerra" (Castelvecchi).
Arianna Fontana medaglia d'argento nei 500 metri femminili di pattinaggio di velocità su pista corta ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Con ridicolo zelo woke, Cio e Rai avranno pure tagliato i genitali all’Uomo Vitruviano, ma quanto a «huevos» (i puristi lo chiamino pure carattere) atlete e atleti azzurri non sono secondi neppure a Leonardo da Vinci. Nel sesto giorno di Giochi la grande messe continua: un oro e un bronzo oltre l’impresa di Federica Brignone. E un medagliere stratosferico con 17 podi (6 ori, 3 argenti, 8 bronzi), a un tiro di schioppo dal record delle 20 medaglie di Lillehammer. Sulla spinta della formidabile sciatrice rinata, sale su tetto del mondo anche Francesca Lollobrigida, lo sfiora Arianna Fontana con l’argento, mentre la staffetta mista di slittino agguanta la terza piazza dietro Germania e Austria. Non siamo ancora a metà strada e l’Olimpiade italiana è già uno storico trionfo.
La metà femminile del cielo è quella vincente. E Arianna Fontana prova a completare l’opera: questa volta è argento, ecco un’altra donna italiana con lo sguardo da tigre nell’Ice skating arena di Milano. Tredici medaglie vinte. Nei 500 la campionessa valtellinese deve lasciare il passo all’olandese Xandra Velzeboer, primatista del mondo, inavvicinabile. Nei 1000 maschili squalificato Pietro Sighel, il favorito già oro in staffetta, che preferisce guardare avanti: «È andata, ma c’è ancora parecchio lavoro da fare». Era stato lui a rivelare una curiosità in modo un po’ ruvido: «Arianna Fontana, chi la conosce? Lei si allena sempre all’estero, ci vediamo solo in gara». Con questi risultati meglio sconosciuti che compagnoni.
La mamma volante ha fatto il bis. Francesca Lollobrigida plana sul secondo oro e si gode il giro d’onore avvolta nella bandiera tricolore dentro la voliera di Rho Fiera impazzita di italianità. Non c’è niente di meglio per scacciare le gastriti dei contestatori, per zittire chi non voleva le Olimpiadi e stoltamente continua a boicottarle con infantilismo criminale. Nel Pattinaggio di velocità siamo meglio degli olandesi, incredibile solo a immaginarlo qualche mese fa. Merito di questa signora di Frascati di 35 anni che nei 5000 metri ha raddoppiato il metallo prezioso dei 3000; velocissima e determinata in una gara mozzafiato, più forte dell’orange Merel Conijn (2ª a un solo decimo) e della norvegese Ragne Wiklund (3ª).
La pronipote della Bersagliera Lollo è di nuovo sul gradino più alto «grazie al pubblico che mi ha spinto», ha migliorato l’argento conquistato a Pechino, questa volta senza il piccolo Tommaso in tribuna. Lo ha salutato via smartphone. Lui, tre anni, è rimasto a casa con papà Matteo, che ha promesso di riportarlo a bordo pista per le prossime sfide iridate, domani i 1500 e dopodomani la Start. Se il livello è questo, all’orizzonte c’è la leggenda. Nella storia Francesca c’è già, ha contribuito con il secondo exploit a eguagliare il primato di Torino che resisteva da 20 anni grazie a Enrico Fabris e ai suoi boys. E allora è bello pensare a quando lei si allenava con il pancione: «Partorivo il venerdì e il lunedì seguente ero già di nuovo in pista».
Determinazione, fatica, programmi studiati al millimetro. E il bonus mamme voluto dal ministro dello Sport, Andrea Abodi; un contributo di 1000 euro al mese per un anno. Perché la maternità è un valore sempre e la parità di genere non è solo una chiacchiera femminista. Così Lollobrigida sprintava sul ghiaccio con Tommaso nella carrozzina a qualche metro, per consentirle di cogliere il primo accenno di pianto. Un esempio per chi ritiene che i figli siano una palla al piede, un accessorio che deprime le carriere.
Se c’era un giorno sbagliato per prendere un bronzo era proprio questo. Ma nessuno può dimenticare il sacrificio e la felicità dei sei azzurri della staffetta mista sullo slittino col turbo. I doppi Voetter-Oberhofer e Rieder-Kainzwaldner, i singoli Dominik Fischnaller e Verena Hofer sono nomi da scandire piano e con ammirazione: sulla storica pista di Cortina riescono nell’impresa di rimanere in scia agli assi tedeschi e austriaci. Dopo gli ori di mercoledì, il bronzo è il punto esclamativo di una specialità che fa sempre la differenza.
Come è destinato a farla, quanto a spettacolo, il torneo di hockey su ghiaccio partito oggi al Forum di Milano con un testa a testa Stati Uniti-Canada destinato a risolversi in finale. Ruggiti e scontri in balaustra, tecnica da supermen e cambi volanti: ci sono i fuoriclasse della NHL a illuminare i Giochi da guerrieri. Oggi l’Italia ha fatto tremare la fortissima Svezia per poi crollare e perdere 5-2. Niente di male, a quei livelli possiamo starci solo per un tempo.
Domani è venerdì, pausa di magro? Non è detto perché nella sprint del Biathlon Tommaso Giacomel ha i numeri per stupire e nel Pattinaggio velocità ormai ci siamo presi l’abitudine al podio. E Davide Ghiotto è lì per questo con i favori del pronostico. Uno spavento nello snowboard: Michela Moioli è caduta in allenamento e ha riportato un trauma facciale. È in dubbio per la gara che comincia stamane ma c’è speranza. Di questi tempi, ragazze azzurre che rinunciano alla lotta non se ne vedono.
Brignone SuperGold. Dal letto di ospedale alla gloria di Cortina

Federica Brignone festeggia dopo la vittoria nel Super G femminile ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
«È già tanto se torno a camminare». E invece decolla dalla pista di Cortina mentre il monte Cristallo osserva. Vola nell’universo parallelo e rarefatto dei fuoriclasse, accarezza l’impresa della vita e alla fine Federica Brignone danza. Danza, bellissima, sul traguardo come non ha mai danzato. Dieci mesi dopo il dramma, tibia e perone tornano di tungsteno, in armonia col resto. E il mondo è ai piedi di questa fenomenale atleta di 35 anni che in un magico mattino abbraccia l’oro più luminoso perché insperato, miracoloso delle Olimpiadi italiane.
L’anatema dei giorni della disperazione si sgretola davanti alla resurrezione sportiva: pettorale numero 6, SuperG perfetto, 1’23’’41 il tempo. Federica osserva il tabellone come a dire alle altre: «Adesso battetelo». Non ci riesce nessuno. Non la ruggente austriaca Cornelia Hutter (3ª), non la dolce francese Romane Miradoli (2ª). Non la wonder woman americana Breezy Johnson e le tostissime tedesche Emma Aicher e Kira Weidle, che cadono. Anche Sofia Goggia salta a metà gara quando è velocissima (7 decimi di vantaggio), con la grinta della tigre; destino amaro per lei ma meraviglioso per l’epica della rivale azzurra di sempre. Allora Brignone si copre il volto con i guanti, non c’è più bisogno di vedere. Ora quel battito bisogna solo sentirlo.
Il resto si coglie dal pubblico sulle Tofane: i boati scandiscono i tempi più alti delle altre. Lei ride e piange, poi torna sulla terra per andare oltre le emozioni. «In partenza ho detto: o la va o la spacca. Non pensavo di poter vincere l’oro. Non me lo sarei aspettata, mai nella vita. Forse ce l’ho fatta oggi perché questo oro non mi mancava. Sapevo di aver fatto il massimo, è stata la mia forza, mi valutavo un’outsider. È incredibile, sento l’adrenalina scorrere nelle vene». È la forza della leggerezza, la socratica serenità di chi non ha mai nulla da dimostrare. Niente sovrastrutture, solo il vento che spazza via la nebbia e il rumore degli sci in derapata sulla neve.
Mentre lo dice, Federica un po’ mente a se stessa. Non c’è niente di casuale in ciò che è accaduto. Domenica aveva partecipato alla discesa libera proprio per testare se stessa, le articolazioni, i legamenti: decimo posto e check up positivo confermato da quel sorriso disarmante, allora inspiegabile, per un piazzamento modesto. Good sensations, la prova generale era riuscita, dopo 315 giorni di calvario la regina sapeva di essere tornata. E allora vale la pena ricordare, ora che tutto è più facile: 3 aprile 2025, Val di Fassa, campionati italiani. Prima manche del gigante, curva verso destra: Brignone infila un braccio nella porta (dinamica simile a quella della caduta di Lindsey Vonn) e si rompe.
La diagnosi è una Caporetto fisica: frattura scomposta pluriframmentaria del piatto tibiale e della testa del perone della gamba sinistra. Ma non è finita: salta anche il crociato anteriore della stessa gamba. Due interventi chirurgici, una rieducazione tutta da inventare, una carriera spezzata. Lei sembra arrendersi: «Devo pensare alla salute. Vediamo se tornerò a camminare bene, mi sono procurata un danno permanente, non recupererò mai la piena funzionalità del ginocchio». Invece ha scalato la montagna, centimetro dopo centimetro, dolore dopo dolore, fatica dopo fatica, per tornare a vedere il cielo e a toccare l’oro.
È tempo di ricapitolare. Giù dal podio le altre azzurre, quinta Laura Pirovano, settima Elena Curtoni. Sofia Goggia s’è rialzata, pensa al futuro, il bronzo nella libera non le basta. «Sono dispiaciuta. Sapevo che bisognava fare attenzione tra la Grande Curva e lo Scarpadon. Ho sciato fortissimo e non pensavo di essere davanti, ma le gare vanno portate in fondo. Per Federica, con tutto quello che ha passato, non era facile tornare così. Questo SuperG è nelle sue corde, onore e merito a lei». Onesta, misurata, sa che tutti stanno pensando alle loro diatribe passate, a una rivalità spesso sconfinata nella rissa verbale. Un dualismo qualche volta tossico, una competitività che ha comunque contribuito a costruire due carriere eccezionali.
Federica Brignone scruta i volti di parenti e amici. Piangono tutti, anche il fratello Davide, ex sciatore e suo allenatore. Mamma Ninna Quario, fenomenale slalomista della valanga rosa e giornalista, ha la voce che trema: «È fantastica. Credevo che sarebbe tornata ma vincere l’oro in SuperG è incredibile. Grazie a tutti quelli che ci sono stati vicini in questo periodo, spero che oggi siano felici come noi». Poi dipinge una frase da donna di montagna con i valori non negoziabili in tasca. «Come festeggiamo? Come sempre, a dirle brava quando è brava e sbagli quando sbaglia». La famiglia è stata il segreto di una carriera da sogno per la valdostana di La Salle: argento in gigante e bronzo in combinata ai Giochi di Pechino, bronzo in gigante a quelli di PyeongChang. Più due ori e tre argenti mondiali, due Coppe del Mondo, 37 successi. Un monolocale di cimeli.
Quando il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, le stringe la mano, lei vacilla. Non sciogliersi adesso è più difficile che affrontare le Tofane. Ancora Federica, ancora dettagli mentre fuori è il delirio: «Sembra impossibile, con quello che ho passato in questi 10 mesi. Ho camminato dopo tre mesi, ho combattuto ogni mattina per tornare me stessa. Due giorni fa sono andata a Pozza in elicottero, mi sono messa gli scarponi ed era impossibile sciare. Avevo male alla gamba, peggio del solito. Ma bisognava stringere i denti. Dopo l’infortunio il momento più bello è stato quando ho rimesso gli sci da gigante: ho capito che riuscivo a fare le curve e ad appoggiare la gamba».
Ora Federica ha un pensiero anche per la sua splendida famiglia. «Sono orgogliosa di avere un fratello e una famiglia così. Abbiamo fatto qualcosa di speciale. Ripenso a mio fratello da bambini, ci siamo sempre divertiti e continuiamo a farlo. È la cosa più bella». Arrivano i complimenti della Vonn, dall’ospedale: «Grande, che incredibile ritorno». Nessuno osa ricordare alla Brignone risorta che le Olimpiadi continuano. Ci pensa lei. «Arriverò al gigante più leggera, ma non ci ho ancora messo la testa. Spero di riuscire ad appoggiarmi bene alla gamba, ho le mie chance. È la gara di un giorno, tutto può succedere». La regina è già lassù, davanti al cancelletto.
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A sorpresa, i dati diffusi martedì da Kering hanno dato una scossa al mercato. Nonostante un calo delle vendite del 10%, il risultato è stato accolto con un balzo del titolo dell’11% a Parigi: un paradosso solo apparente, spiegato dal fatto che gli analisti temevano un tracollo ben peggiore. «Kering ha sorpreso il mercato con risultati migliori delle attese, confermando che il turnaround di Gucci, seppur fragile, sta iniziando a muovere i primi passi», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Il miglioramento nell’area Asia-Pacifico è un segnale incoraggiante dopo dieci trimestri consecutivi di calo. Tuttavia, la redditività di Gucci, oggi al 16%, resta lontana dai fasti del passato. La strategia di Luca de Meo di pulire i bilanci e chiudere decine di boutique è una “cura da cavallo” necessaria, ma la vera sfida per il 2026 sarà trasformare questi segnali di stabilizzazione in crescita reale dei margini».
Se Kering prova a risalire la china, il leader mondiale Lvmh sceglie la via del rigore estremo. Bernard Arnault ha descritto il 2025 come un anno «solido in un contesto turbolento», ma ha già avvertito che il 2026 non sarà una passeggiata. Un elemento tecnico, spesso trascurato, sta infatti pesando enormemente sui profitti: la valuta.
«Il dato più eclatante emerso dai conti di Lvmh riguarda l’impatto dei tassi di cambio», osserva lo strategist di SoldiExpert Scf e co-autore di LetteraSettimanale.it. «Degli 1,8 miliardi di euro di calo dell’utile operativo, ben un miliardo è imputabile alle fluttuazioni valutarie. Senza questo effetto, la discesa sarebbe stata solo del 4%. Questo ci dice che la capacità di gestire il rischio di cambio è oggi determinante quanto il lancio di una nuova collezione».
Il problema strutturale che le Maison devono affrontare è però più profondo di un semplice ciclo economico negativo. Si chiama «luxury fatigue» (stanchezza da lusso), ma nasconde una crisi di fiducia del consumatore. Dal 2019 a oggi, i prezzi di molti beni di lusso sono saliti del 40-50%, spesso senza un corrispondente aumento della qualità o dell’esclusività. «Il settore si trova in una trappola autoinflitta: i prezzi eccessivi hanno allontanato la classe media, che costituiva la base delle vendite», continua l’esperto. Oggi i consumatori, specialmente i più giovani della Gen Z, cercano autenticità e valore reale, non più solo un logo che funga da status symbol. Il 2026 sarà l’anno in cui i brand dovranno riconnettersi con i propri codici originali, offrendo qualcosa che giustifichi i listini attuali, altrimenti il divario tra marchi resilienti e marchi in declino continuerà ad ampliarsi».
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Presentato il Disegno di legge sull’illuminazione pubblica intelligente. I dati Assil-Politecnico parlano chiaro: milioni di impianti da aggiornare e risparmi possibili fino all’80%, con benefici su costi, consumi ed emissioni.
Al Senato si è tornato a parlare di luce, ma non solo in senso figurato. Al centro del confronto, questa volta, c’è l’illuminazione pubblica e il suo possibile ruolo nella transizione energetica e digitale del Paese. Nella Sala Caduti di Nassirya si è tenuta la conferenza stampa dedicata allo «smart lighting», promossa dalla senatrice Clotilde Minasi, partendo dai dati di uno studio di Assil, l’associazione dei produttori di illuminazione, realizzato con il Politecnico di Milano.
Il tema è tutt’altro che tecnico per addetti ai lavori. In Italia ci sono circa 10 milioni di punti luce pubblici e, anche se il 65% è già passato al LED, restano ancora circa 3,5 milioni di impianti da aggiornare. Ed è proprio su questo fronte che si gioca una partita importante, sia in termini di risparmio energetico sia di modernizzazione delle città.
In questo contesto si inserisce il Disegno di legge n. 1700, depositato in Senato, che punta a dare un quadro di riferimento per rendere più efficienti l’illuminazione pubblica e quella degli edifici pubblici attraverso sistemi digitalizzati di ultima generazione. L’obiettivo è chiaro: ridurre consumi ed emissioni, ma anche migliorare la gestione degli impianti, la sicurezza e la qualità del servizio.
La proposta guarda a soluzioni basate su Led, sensori di luminosità e piattaforme di gestione da remoto, capaci di integrare funzioni di monitoraggio, automazione e manutenzione predittiva. In pratica, un’illuminazione che non si limita ad accendersi e spegnersi, ma che può essere controllata in modo intelligente e centralizzato, con benefici anche sui costi di gestione per le amministrazioni.
Lo studio di Assil e Politecnico di Milano disegna tre possibili scenari. Il più prudente prevede la semplice sostituzione degli impianti obsoleti con corpi illuminanti a Led. Quello più avanzato, invece, immagina una vera evoluzione tecnologica, con una diffusione capillare di sistemi intelligenti in linea con l’idea di smart city e con gli obiettivi della direttiva europea Epbd.
I numeri danno la misura dell’impatto. Nello scenario base, il risparmio energetico stimato è di 1,7 GWh, pari a circa 11.950 alberi «equivalenti» piantati ogni anno e a una riduzione di 424 tonnellate di CO2. Nello scenario più avanzato si arriverebbe a 2,4 GWh, con l’equivalente di 17.435 alberi e 619 tonnellate di CO2 in meno.
E non si parla solo di lampioni. L’illuminazione pubblica esterna è un esempio di un approccio che potrebbe estendersi anche alla gestione del patrimonio pubblico. Secondo i dati, l’introduzione di sistemi di smart lighting può portare a risparmi energetici fino al 70-80% rispetto agli impianti tradizionali, a seconda dei contesti.
Il disegno di legge viene presentato come a costo zero per le finanze pubbliche e inserito nel percorso di transizione digitale ed ecologica delle infrastrutture urbane. L’idea è costruire una rete nazionale di illuminazione «intelligente», in linea con gli obiettivi del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima, che punta a una forte riduzione delle emissioni entro il 2030. Se il testo verrà approvato, entro sei mesi la Conferenza Stato-Regioni dovrà adottare le linee guida nazionali, che saranno poi aggiornate ogni tre anni per restare al passo con l’evoluzione tecnologica e le pratiche europee.
Per il settore, si tratta di un passaggio considerato decisivo. «La presentazione di questo Disegno di Legge rappresenta un punto importante per la diffusione delle tecnologie di illuminazione di qualità», ha detto Carlo Comandini, presidente di Assil, sottolineando come il provvedimento possa trasformare l’illuminazione pubblica da semplice voce di spesa a leva strategica per la transizione digitale ed ecologica del Paese.
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Imagoeconomica
È stato confermato che sono in corso le operazioni preliminari per la ripartenza dell’altoforno 2 dopo importanti lavori di ripristino partiti ad agosto e conclusi nei giorni scorsi. L’altoforno 2 dovrebbe riavviarsi intorno al 20 febbraio dopo essere stato fermo due anni e con la sua stabilizzazione, si provvederà a fermare il 4 per lavori di manutenzione che si protrarranno sino a fine aprile. Al termine di questo mese saranno riattivate anche le batterie delle cokerie che intorno al 20 gennaio l’azienda ha bloccato mettendole in preriscaldo, dovendo intervenire sull’impianto di trattamento del gas della cokeria con l’installazione di un nuovo reattore catalitico. In sostanza con le batterie riaccese e due altiforni su tre operativi, da maggio l’azienda raggiungerà una conduzione produttiva migliore. Infine si attende la decisione del Gip di Taranto sulla istanza di dissequestro dell'altoforno 1 presentata dall’azienda. Dall’incidente dello scorso maggio ad Afo1 la Procura non ha ancora assunto una decisione sul dissequestro ma i commissari hanno già acquistato i pezzi necessari per la ripartenza, operazione che potrebbe essere completata in 8-9 mesi (qualche mese in più rispetto al tempo necessario per far ripartire Afo2, danneggiato dalla precedente gestione ArcelorMittal/Morselli).
I commissari straordinari hanno trovato, al loro arrivo, un solo altoforno funzionante e 7 miliardi di danni documentati e periziati, causati dalla precedente gestione.
A partire da febbraio 2024 sono stati destinati oltre 997 milioni alla manutenzione e agli investimenti industriali, a conferma dell’impegno dell’amministrazione straordinaria nel garantire la piena funzionalità degli impianti. Difficile sostenere quindi che non abbia rappresentato una svolta nel corso di questa azienda, fondamentale per l’industria nazionale.
Nel 2025 inoltre il sito industriale ha registrato il più alto numero di ore lavorate negli ultimi anni, sia da parte del personale diretto sia delle imprese terze. Quindi nessuna chiusura imminente, nessuna fine dell’Ilva, come paventato dai sindacati.
Eppure proprio qualche mese fa, a novembre scorso, dopo un vertice a Roma, il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, dichiarando la rottura delle trattative, affermava che il piano presentato dal governo avrebbe portato alla «chiusura definitiva» di tutti gli stabilimenti entro il marzo successivo, con la cassa integrazione di migliaia di lavoratori. Poi criticava il cosiddetto «piano corto» del governo, sostenendo che fosse «corto» non per la durata temporale ma perché «il tempo che rimane alla chiusura totale è molto breve».
Invece il «piano corto» del governo è servito a consentire le necessarie manutenzioni (investimenti da un miliardo nella manutenzioni) per tornare a produrre acciaio, come era sempre stato chiarito dai commissari.
Palombella poi diceva che senza una seria decarbonizzazione, ovvero il passaggio ai forni elettrici, l’azienda sarebbe destinata a sparire, definendo la situazione una «tragedia industriale e umana».
Non meno fosco lo scenario prospettato dalla Cgil, sia a livello nazionale che territoriale. Per Giovanni D’Arcangelo della Cgil Taranto, il governo Meloni era responsabile di «una lenta agonia».
Il leader della Cgil, Maurizio Landini, ha più volte denunciato la mancanza di una strategia pubblica chiara e il rischio di «spezzatino», ovvero la vendita separata dei siti. In generale la Cgil aveva chiesto la nazionalizzazione, unica formula, diceva per garantire la continuità produttiva e la tutela ambientale.
C’è da aprire il capitolo Flacks: il fondo che sta trattando con le amministrazioni straordinarie di Ilva e di Acciaierie d’Italia l’acquisto dell’intera azienda con tutti i suoi stabilimenti, dopo che l’offerta presentata nelle scorse settimane è stata reputata, sia dai commissari che dai comitati di sorveglianza, la migliore.
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