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2021-06-06
Piano Ina-Casa: dai grandi architetti la possibilità della "casa per tutti"
Il quartiere Ina-Casa di Roma Tuscolano in costruzione (courtesy Castelvecchi)
Le aveva descritte magistralmente Pier Paolo Pasolini, le baracche dei disperati nel suo capolavoro letterario "Ragazzi di Vita". Erano le catapecchie della periferia romana dell'immediato dopoguerra nella zona del Mandrione, nei pressi della stazione Roma Casilina e a poca distanza da dove pochi anni dopo sarebbe sorto uno dei quartieri di edilizia popolare più importanti della gestione Ina-Casa, il Tuscolano.
Quei baraccati, costretti a vivere in condizioni igienico sanitarie disastrose e di sovraffollamento, non erano un caso isolato nell'Italia uscita a pezzi dalla guerra. Il problema dei senzatetto e la carenza di abitazioni non solo in termini puramente numerici ma anche qualitativi, pesava come un macigno da rimuovere in fretta per riuscire a far ripartire la macchina della ricostruzione e dell'occupazione, schiantata dalle conseguenze del conflitto. La ripresa della prima avrebbe fatto da volano all'altra e avrebbe ridato dignità ad una società civile a pezzi nell'intento di recuperarne l'identità lacerata da due tragedie, il conflitto mondiale e la guerra civile. Nel 1945 oltre due milioni di vani risultavano distrutti e quattro milioni gravemente danneggiati per effetto dei pesanti bombardamenti subiti in tutta la penisola. Basti pensare che una città già afflitta da gravi problemi legati al sovraffollamento e alle condizioni igienico sanitarie come Napoli fu fatta bersaglio dell'aviazione alleata di oltre duecento raid in appena due anni. Molti erano i disperati che si erano dovuti adattare a vivere in grotte umide e malsane o in quello che rimaneva delle abitazioni cittadine spesso costretti in una sola e malsana stanza per famiglia. Anche Milano, la città che fu il cuore industriale del Paese, contava migliaia di baraccati e macerie ovunque ed in quelle case di legno e lamiera erano costrette le famiglie di operai che avevano perso il lavoro dopo che le fabbriche per le quali avevano lavorato e poi rischiato la vita sotto le bombe, erano state ferite a morte.
Come se ciò non bastasse, le vicende politiche della neonata Repubblica fecero tardare la partenza di un piano urgente per la casa almeno fino a quando la lotta tra i due schieramenti contrapposti, la Democrazia Cristiana e il Fronte Popolare, non fu risolta dall'estromissione definitiva del Pci dal governo De Gasperi e in seguito reso finanziariamente possibile dai fondi del Piano Marshall e dell'UNRRA, ottenuti dopo il famigerato viaggio del premier democristiano negli Stati Uniti. La sconfitta alle elezioni dell'aprile 1948 di comunisti e socialisti aprì definitivamente la strada all'egemonia della Dc nella guida del Paese, alla quale spettò anche la risoluzione dell'emergenza abitativa. Nel 1949 l'Italia faceva il suo ingresso nel Patto Atlantico, mentre a livello nazionale la ripresa della produzione industriale al Nord e la prospettiva di un imponente flusso migratorio dal meridione, che effettivamente si verificherà anche oltre le aspettative nel decennio successivo, acuirono l'urgenza della soluzione degli alloggi per i lavoratori.
E'in questo quadro desolante che maturò e si realizzò uno dei piani più riusciti nel settore dell'edilizia popolare, con cifre da record assoluto in termini di numero di vani realizzati in un tempo relativamente breve considerando un' estensione territoriale che abbracciò gran parte del territorio nazionale.
Il piano per l'edilizia popolare maturò nel 1949 e prese il nome di "piano Fanfani", allora ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, il quale mise la firma su un progetto ciclopico articolato in due settenni (1949-1956 e 1956-1962), che prometteva la ricostruzione non solo di unità abitative, bensì di interi quartieri totalmente nuovi, che avrebbero dovuto integrarsi con il tessuto urbano preesistente. L' idea della "casa per tutti i lavoratori" era già maturata verso la fine della guerra e aveva aperto il dibattito tra gli architetti e gli urbanisti. Uno dei principali fautori del piano per l'edilizia popolare era stato Piero Bottoni, ma su posizioni molto diverse da quelle previste dal piano Fanfani. L'architetto e urbanista milanese, membro della resistenza e iscritto al Partito Comunista, durante la direzione straordinaria della Triennale di Milano aveva progettato nel capoluogo lombardo il quartiere sperimentale QT8 (acronimo di Quartiere Triennale 8) realizzato tra il 1946 e il 1948, dove emersero già le caratteristiche che i nuovi quartieri popolari avrebbero dovuto avere nel rapporto con il tessuto urbano, ossia la diversità nella tipologia dei fabbricati, un'ampia area verde comune e una serie di servizi di quartiere. La divergenza tra Bottoni e i fautori del progetto INA-Casa si palesò sulla questione delle assegnazioni e dei contratti. Se l'architetto comunista considerava secondario (per ovvie questioni ideologiche) l'aspetto della proprietà prediligendo l'affitto calmierato per gli assegnatari, il piano Fanfani andava in una direzione opposta. Condiviso da tutti i massimi esponenti della sinistra della Dc, da Dossetti a La Pira, il piano INA-Casa indicava un modello che si avvicinava di più all' "american dream", cioè al sogno della piccola proprietà anche per le classi lavoratrici più umili. Le abitazioni costruite avrebbero infatti previsto un piano di riscatto tramite una trattenuta sugli stipendi degli assegnatari ordinati secondo una graduatoria che teneva conto della provenienza del capofamiglia, della sua professione e del numero dei membri del nucleo familiare.
La direzione del piano fu affidata a due esponenti cattolici molto vicini alle idee dossettiane. Accanto al ministro Fanfani e al direttore generale dell'INA Annetto Puggioni, i responsabili dell'attuazione del piano edilizio furono l'ingegner Filiberto Guala (Comitato di Attuazione), Arnaldo Foschini alla Gestione e Adalberto Libera a capo dell'Ufficio Progetti.
Sotto la direzione di Foschini fu istituita una commissione per la valutazione degli architetti ed urbanisti composta da nomi altisonanti, sopra tutti quello di Pier Luigi Nervi ma anche di industriali del calibro di Adriano Olivetti, che fungesse da sorta di direttorio per le "linee guida" da condividere con tutti gli attori collegati al piano, dalle amministrazioni comunali agli istituti autonomi per l'edilizia popolare, dalle società subappaltanti agli uffici di collocamento per la mano d'opera nei cantieri. Anche l'assetto finanziario del ciclopico piano fu stabilito e ripartito con criteri universali e rigorosi. All'Istituto Nazionale delle Assicurazioni erano giunti 100 miliardi dallo Stato, sugli oltre 900 spesi in totale per l'attuazione del piano. La rimanente parte dei fondi fu suddivisa per il rimanente importo nella misura del 25% dai contributi dei lavoratori, del 40% dai datori di lavoro, del 20% come già accennato dallo Stato e il resto dagli introiti provenienti dagli assegnatari. Anche la distribuzione geografica degli interventi fu coordinata dalla commissione INA-Casa, con un'iniziale propensione verso il Mezzogiorno con il chiaro intento di tamponare sia la grave situazione occupazionale sia l'emorragia di mano d'opera verso il Nord, mantenendo almeno per qualche anno in più i lavoratori nei cantieri locali. Più tardi si vedrà come invece la bilancia della domanda di alloggi penderà decisamente verso il settentrione, catalizzatore della ripartenza industriale del paese.
Per quanto riguardò le scelte architettoniche ai vertici dell'INA-Casa, il naturale e prevedibile distacco stilistico e progettuale dal ventennio dettò le nette differenze con l'edilizia popolare nata durante il fascismo nell'era del razionalismo ed in seguito delle giovani correnti moderniste. La differenza tipologica delle abitazioni e dei corpi di fabbrica indicavano già il distacco netto con il passato, dominato ancora da una concezione legata a spazi comuni in completa condivisione tra le famiglie degli inquilini, ed un' unica area comune (il cortile) quale spazio esterno chiuso dalle facciate delle case. L' intento del piano Fanfani era l'opposto. Le nuove abitazioni, che componevano il quartiere, dovevano essere diverse per dimensioni e disposizioni e tutte dovevano gravitare attorno ad un'ampia area comune dove erano inclusi i servizi essenziali (scuole, negozi ecc.) in modo da rendere autonomo il nuovo insediamento ma allo stesso tempo di garantire uno spazio privato alle famiglie assegnatarie all'interno degli appartamenti, standardizzati nei materiali comuni ma differenti nei tagli e nelle superfici (potevano variare da una fino a cinque camere da letto). Anche i materiali utilizzati e l'aspetto esterno dei palazzi dovevano adattarsi sia all'ambiente locale sia ispirarsi alla tradizione, possibilmente attraverso l'uso di elementi che ricalcassero la storia e la tradizione architettonica della zona. Alla iniziale idea di standardizzazione delle finiture (infissi, gronde, impianti termici ecc.) nel caso del piano non corrispose un largo uso di materiali prefabbricati, perché una delle priorità del progetto era il mantenimento più a lungo possibile dell'occupazione all'interno dei cantieri, che l'utilizzo di materiali costruiti in serie avrebbe sicuramente accorciato. Questi parametri, fissati dalle prime linee guida del piano, spiegano già da sole la molteplicità dei criteri costruttivi e degli stili che faranno delle costruzioni del piano Fanfani un caso unico nel campo dell'edilizia popolare urbana. Un esempio si ritrova proprio in uno dei quartieri più importanti del primo periodo, quello di Roma Tiburtino. Tipici (ed unici) sono ad esempio gli unici palazzi costruiti con la pianta a "stella", che lo caratterizzano inconfondibilmente. L'esempio calza anche per un quartiere INA-Casa molto particolare, il Forte Quezzi (noto anche come il "biscione"), iniziato nel 1956 e finito nel 1968 quando il piano Fanfani era già terminato. Il soprannome fu dovuto al fatto che il gruppo di fabbricati senza soluzione di continuità seguiva l'andamento sinuoso della collina sulle alture di Genova come un immenso serpentone contenente nel suo ventre ben 4.500 abitanti. In questo caso l'ispirazione venne da Le Corbusier, e fu progettato da un pool di architetti che comprendeva tra gli altri Luigi Carlo Daneri, Eugenio Fuselli e Ribaldo Morozzo della Rocca. Inizialmente pensato per essere circondato da un parco e da servizi pubblici, Forte Quezzi fu snaturato dal rapido sviluppo edilizio privato che interessò l'area circostante, rendendolo negli anni da esperimento architettonico a sorta di ghetto a causa del trasferimento forzato degli abitanti del centro storico di Genova in via di riqualificazione.
Altro esempio emblematico dello spirito che animò la sfida degli architetti e degli urbanisti coinvolti nel piano INA-Casa fu quello romano del quartiere Tiburtino, già accennato precedentemente nella descrizione degli edifici a pianta stellare. Costruito nel primo settennio del piano, tra il 1949 e il 1954, fu progettato da un pool guidato dagli architetti Ludovico Quaroni e Mario Ridolfi e commissionato dall'Istituto Autonomo Case Popolari (IACP) e dall'INCIS (Istituto Nazionale Case Impiegati dello Stato). La caratteristica peculiare del quartiere è la divisione in tre tipologie distinte di fabbricati: le case a torre (quelle con la pianta a stella da 7 piani ciascuna), le case in linea da 4 piani, collegate tra loro da ballatoi esterni e infine la parte dell'edilizia destinata al commercio e ai servizi. Il fulcro è la piazza lungo la via Arbib, luogo destinato all'aggregazione delle famiglie, secondo il modello ideale del pensiero dossettiano. L' ispirazione del progetto partì da una filosofia diametralmente opposta a quella monumentale del ventennio, con un'impostazione "folcloristica" sottolineata dalle linee prospettiche irregolari che richiamavano l'idea del "paese dentro la metropoli". Al quartiere Tiburtino fece eco nel primo settennio del piano INA-Casa il quartiere Tuscolano. Quest'ultimo, che ha come elemento comune con il Tiburtino le torri a pianta stellare, è riconoscibile per un edificio particolare da tutti conosciuto come "boomerang" per la caratteristica forma della pianta che ricorda l'antica arma aborigena. Si tratta di un palazzo di 7 piani con pianta a "V" con disposizione di finestra balcone ad effetto "infinito" e la tipica copertura a laterizio a vista. Progettato dall'architetto Saverio Muratori, il "boomerang" fa anche da ingresso principale al quartiere che si snoda attraverso una sequenza di case basse in linea chiuse ai lati dalle torri con pianta a stella.
Per quanto riguarda i quartieri INA-Casa realizzati a Milano, l'intervento riguardò molte aree interessate dall'aumento consistente della popolazione tra gli anni cinquanta e sessanta. Tra i più importanti del capoluogo lombardo la Comasina, Vialba, Primaticcio (per i dipendenti società Edison). I meglio riusciti ed ancor oggi apprezzati quartieri INA-Casa di Milano sono il quartiere Harar (a poca distanza dallo Stadio di San Siro) e il quartiere Feltre, affacciato all'omonima via e costruito su un lembo del Parco Lambro. Il primo riunì (come il secondo, costruito più tardi) il gotha dell'architettura e dell'urbanistica del tempo. I nomi sono quelli di Giò Ponti, il già citato Piero Bottoni, Luigi Figini e il suo socio Gino Pollini (padre del grande pianista Maurizio). Anche questo quartiere fa parte delle realizzazioni del primo settennio ed è caratterizzato da due principali tipologie di fabbricati che si snodano all'interno di un'area verde. Ai cosiddetti "grattacieli orizzontali", lunghi edifici a pianta rettangolare che spezzano l'area comune attraversata da vialetti pedonali, si contrappongono piccoli fabbricati, casette a uno o due piani con tetto monofalda spiovente e zona giorno e notte divisa su due livelli, con un piccolo spazio verde di pertinenza. Il quartiere Feltre fu invece realizzato nel secondo settennio del piano edilizio. L'area di pertinenza fu acquistata nel 1957 su commissione dell'INCIS ed i lavori partirono nel 1958. Il quartiere rispecchiava chiaramente le mutate esigenze della città di Milano rispetto alla situazione del 1949. In pieno boom economico, la necessità di un maggior numero di vani impose una soluzione ad alta densità, che lo differenziava nettamente dalle realizzazioni INA-Casa precedenti. Tuttavia lo spirito originario di vivibilità e fruizione degli spazi verdi comuni a uso delle famiglie rimase invariato e anzi amplificato grazie alla vicinanza del verde del parco Lambro. I fabbricati anche in questo caso furono divisi in due tipologie distinte. A delimitare l'area una serie di palazzi in linea (che raggiungono oltre un chilometro di lunghezza e si sviluppano in altezza su nove piani), che racchiudono un'ampia area verde comune (in realtà piantumata soltanto molti anni dopo) entro la quale si trovano i servizi (asilo e scuole elementari). Nella zona delle case in linea più basse sono sorti (solamente in parte rispetto ai piani originari) gli esercizi commerciali, mentre una piazza ospita la chiesa parrocchiale, fulcro della vita sociale del quartiere. La caratteristica degli edifici principali, tutti rifiniti in laterizio a vista, fu affidata dal coordinatore Gino Pollini ad un pool di architetti tra cui figurava il capogruppo Luciano Baldessari, già allievo di Gropius durante l'esilio americano negli anni della guerra ed esponente del razionalismo prebellico.
Visto nella prospettiva dell'Italia del dopoguerra, il piano INA-Casa fu per molti versi rivoluzionario. Tutti gli appartamenti costruiti sin dal primo periodo prevedevano confort per nulla scontati in quegli anni, come l'acqua corrente e l'impianto di riscaldamento. L'obiettivo dei progettisti fu anche quello di garantire una luminosità ottimale e una disposizione razionale degli spazi interni, con soluzioni variabili da un caso all'altro. I destinatari del piano furono principalmente gli operai e gli impiegati, che potevano scegliere l'opzione (certo più onerosa) del riscatto piuttosto che il contratto d'affitto. La graduatoria per le assegnazioni fu dedicata nei primi anni del piano per l'80% a famiglie bisognose di un alloggio dignitoso e ai senzatetto sinistrati di guerra. Un altro criterio riguardava il numero dei componenti il nucleo familiare, ma l'aspetto del bisogno fu sempre maggiormente considerato e questo spiega la ragione per cui un gran numero di alloggi INA-Casa nel Nord Italia furono assegnati alle famiglie di immigrati meridionali giunti con la prospettiva di un lavoro ma non di un alloggio. All'interno del piano di riscatto, le domande crebbero progressivamente dopo la metà degli anni cinquanta e soprattutto da parte degli impiegati collegati all'INCIS, i quali avevano naturalmente maggiore disponibilità economica, ma per effetto della crescita del reddito pro capite a cavallo degli anni cinquanta e sessanta fu possibile anche per le famiglie operaie realizzare il sogno della casa di proprietà. La conformazione dei quartieri, grazie ai progettisti che ebbero l'idea di realizzare delle "isole" urbane che generarono un forte senso di appartenenza alle famiglie residenti, quasi fossero paesi inurbati, protetti dagli alti palazzi che nascondevano il più delle volte un cuore verde a misura d'uomo. Sicuramente, il successo maggiore del piano INA-Casa fu raggiunto nella qualità degli spazi abitativi degli appartamenti, generalmente luminosi con le diverse zone ben divise, dove ogni membro del nucleo familiare potesse godere della propria privacy. Questo permise a tante famiglie italiane di guadagnare una qualità e un armonia senza precedenti nella storia dei ceti popolari e di riguadagnare la fiducia nel futuro dopo le devastazioni della guerra nonché di rendere almeno in parte meno traumatico l'impatto sociale dell'emigrazione verso le grandi città industriali del Nord. Questo traguardo importante fu reso possibile anche dall'impegno e dalla sensibilità dei grandi architetti che parteciparono al piano edilizio, i quali tennero sempre in altissima considerazione l'aspetto della "casa a misura di famiglia" in un momento in cui la disperazione delle classi popolari avrebbe accettato standard anche molto più bassi pur di avere un tetto. A ciò si aggiunse una alto grado di solidità costruttiva, raggiunta grazie alla grande esperienza dei progettisti già famosi nel ventennio, che misero a disposizione il proprio talento per alleviare la fase della difficile ricostruzione dell'Italia postbellica fino al raggiungimento di quell' "italian dream" che caratterizzò gli anni del miracolo economico.
Per approfondire la storia e le caratteristiche tecnico-architettoniche del piano INA-Casa si segnala il volume di Stephanie Zeier-Pilat "Ricostruire l'Italia- I quartieri INA-Casa del dopoguerra" (Castelvecchi).
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L' Italia del dopoguerra si lasciò alle spalle le macerie con un piano ambizioso di edilizia popolare. Progettato dalle più importanti firme dell'architettura italiana e promosso dalla Democrazia Cristiana di Fanfani, fornì alloggi di qualità (in affitto e a riscatto) a chi era senza tetto o cercava fortuna nel Nord della ricostruzione. Pensato per la vivibilità e per le famiglie, portò alla realizzazione di due milioni di vani in 14 anni di cantieri in tutto il Paese.Le aveva descritte magistralmente Pier Paolo Pasolini, le baracche dei disperati nel suo capolavoro letterario "Ragazzi di Vita". Erano le catapecchie della periferia romana dell'immediato dopoguerra nella zona del Mandrione, nei pressi della stazione Roma Casilina e a poca distanza da dove pochi anni dopo sarebbe sorto uno dei quartieri di edilizia popolare più importanti della gestione Ina-Casa, il Tuscolano.Quei baraccati, costretti a vivere in condizioni igienico sanitarie disastrose e di sovraffollamento, non erano un caso isolato nell'Italia uscita a pezzi dalla guerra. Il problema dei senzatetto e la carenza di abitazioni non solo in termini puramente numerici ma anche qualitativi, pesava come un macigno da rimuovere in fretta per riuscire a far ripartire la macchina della ricostruzione e dell'occupazione, schiantata dalle conseguenze del conflitto. La ripresa della prima avrebbe fatto da volano all'altra e avrebbe ridato dignità ad una società civile a pezzi nell'intento di recuperarne l'identità lacerata da due tragedie, il conflitto mondiale e la guerra civile. Nel 1945 oltre due milioni di vani risultavano distrutti e quattro milioni gravemente danneggiati per effetto dei pesanti bombardamenti subiti in tutta la penisola. Basti pensare che una città già afflitta da gravi problemi legati al sovraffollamento e alle condizioni igienico sanitarie come Napoli fu fatta bersaglio dell'aviazione alleata di oltre duecento raid in appena due anni. Molti erano i disperati che si erano dovuti adattare a vivere in grotte umide e malsane o in quello che rimaneva delle abitazioni cittadine spesso costretti in una sola e malsana stanza per famiglia. Anche Milano, la città che fu il cuore industriale del Paese, contava migliaia di baraccati e macerie ovunque ed in quelle case di legno e lamiera erano costrette le famiglie di operai che avevano perso il lavoro dopo che le fabbriche per le quali avevano lavorato e poi rischiato la vita sotto le bombe, erano state ferite a morte. Come se ciò non bastasse, le vicende politiche della neonata Repubblica fecero tardare la partenza di un piano urgente per la casa almeno fino a quando la lotta tra i due schieramenti contrapposti, la Democrazia Cristiana e il Fronte Popolare, non fu risolta dall'estromissione definitiva del Pci dal governo De Gasperi e in seguito reso finanziariamente possibile dai fondi del Piano Marshall e dell'UNRRA, ottenuti dopo il famigerato viaggio del premier democristiano negli Stati Uniti. La sconfitta alle elezioni dell'aprile 1948 di comunisti e socialisti aprì definitivamente la strada all'egemonia della Dc nella guida del Paese, alla quale spettò anche la risoluzione dell'emergenza abitativa. Nel 1949 l'Italia faceva il suo ingresso nel Patto Atlantico, mentre a livello nazionale la ripresa della produzione industriale al Nord e la prospettiva di un imponente flusso migratorio dal meridione, che effettivamente si verificherà anche oltre le aspettative nel decennio successivo, acuirono l'urgenza della soluzione degli alloggi per i lavoratori. E'in questo quadro desolante che maturò e si realizzò uno dei piani più riusciti nel settore dell'edilizia popolare, con cifre da record assoluto in termini di numero di vani realizzati in un tempo relativamente breve considerando un' estensione territoriale che abbracciò gran parte del territorio nazionale. Il piano per l'edilizia popolare maturò nel 1949 e prese il nome di "piano Fanfani", allora ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, il quale mise la firma su un progetto ciclopico articolato in due settenni (1949-1956 e 1956-1962), che prometteva la ricostruzione non solo di unità abitative, bensì di interi quartieri totalmente nuovi, che avrebbero dovuto integrarsi con il tessuto urbano preesistente. L' idea della "casa per tutti i lavoratori" era già maturata verso la fine della guerra e aveva aperto il dibattito tra gli architetti e gli urbanisti. Uno dei principali fautori del piano per l'edilizia popolare era stato Piero Bottoni, ma su posizioni molto diverse da quelle previste dal piano Fanfani. L'architetto e urbanista milanese, membro della resistenza e iscritto al Partito Comunista, durante la direzione straordinaria della Triennale di Milano aveva progettato nel capoluogo lombardo il quartiere sperimentale QT8 (acronimo di Quartiere Triennale 8) realizzato tra il 1946 e il 1948, dove emersero già le caratteristiche che i nuovi quartieri popolari avrebbero dovuto avere nel rapporto con il tessuto urbano, ossia la diversità nella tipologia dei fabbricati, un'ampia area verde comune e una serie di servizi di quartiere. La divergenza tra Bottoni e i fautori del progetto INA-Casa si palesò sulla questione delle assegnazioni e dei contratti. Se l'architetto comunista considerava secondario (per ovvie questioni ideologiche) l'aspetto della proprietà prediligendo l'affitto calmierato per gli assegnatari, il piano Fanfani andava in una direzione opposta. Condiviso da tutti i massimi esponenti della sinistra della Dc, da Dossetti a La Pira, il piano INA-Casa indicava un modello che si avvicinava di più all' "american dream", cioè al sogno della piccola proprietà anche per le classi lavoratrici più umili. Le abitazioni costruite avrebbero infatti previsto un piano di riscatto tramite una trattenuta sugli stipendi degli assegnatari ordinati secondo una graduatoria che teneva conto della provenienza del capofamiglia, della sua professione e del numero dei membri del nucleo familiare. La direzione del piano fu affidata a due esponenti cattolici molto vicini alle idee dossettiane. Accanto al ministro Fanfani e al direttore generale dell'INA Annetto Puggioni, i responsabili dell'attuazione del piano edilizio furono l'ingegner Filiberto Guala (Comitato di Attuazione), Arnaldo Foschini alla Gestione e Adalberto Libera a capo dell'Ufficio Progetti. Sotto la direzione di Foschini fu istituita una commissione per la valutazione degli architetti ed urbanisti composta da nomi altisonanti, sopra tutti quello di Pier Luigi Nervi ma anche di industriali del calibro di Adriano Olivetti, che fungesse da sorta di direttorio per le "linee guida" da condividere con tutti gli attori collegati al piano, dalle amministrazioni comunali agli istituti autonomi per l'edilizia popolare, dalle società subappaltanti agli uffici di collocamento per la mano d'opera nei cantieri. Anche l'assetto finanziario del ciclopico piano fu stabilito e ripartito con criteri universali e rigorosi. All'Istituto Nazionale delle Assicurazioni erano giunti 100 miliardi dallo Stato, sugli oltre 900 spesi in totale per l'attuazione del piano. La rimanente parte dei fondi fu suddivisa per il rimanente importo nella misura del 25% dai contributi dei lavoratori, del 40% dai datori di lavoro, del 20% come già accennato dallo Stato e il resto dagli introiti provenienti dagli assegnatari. Anche la distribuzione geografica degli interventi fu coordinata dalla commissione INA-Casa, con un'iniziale propensione verso il Mezzogiorno con il chiaro intento di tamponare sia la grave situazione occupazionale sia l'emorragia di mano d'opera verso il Nord, mantenendo almeno per qualche anno in più i lavoratori nei cantieri locali. Più tardi si vedrà come invece la bilancia della domanda di alloggi penderà decisamente verso il settentrione, catalizzatore della ripartenza industriale del paese. Per quanto riguardò le scelte architettoniche ai vertici dell'INA-Casa, il naturale e prevedibile distacco stilistico e progettuale dal ventennio dettò le nette differenze con l'edilizia popolare nata durante il fascismo nell'era del razionalismo ed in seguito delle giovani correnti moderniste. La differenza tipologica delle abitazioni e dei corpi di fabbrica indicavano già il distacco netto con il passato, dominato ancora da una concezione legata a spazi comuni in completa condivisione tra le famiglie degli inquilini, ed un' unica area comune (il cortile) quale spazio esterno chiuso dalle facciate delle case. L' intento del piano Fanfani era l'opposto. Le nuove abitazioni, che componevano il quartiere, dovevano essere diverse per dimensioni e disposizioni e tutte dovevano gravitare attorno ad un'ampia area comune dove erano inclusi i servizi essenziali (scuole, negozi ecc.) in modo da rendere autonomo il nuovo insediamento ma allo stesso tempo di garantire uno spazio privato alle famiglie assegnatarie all'interno degli appartamenti, standardizzati nei materiali comuni ma differenti nei tagli e nelle superfici (potevano variare da una fino a cinque camere da letto). Anche i materiali utilizzati e l'aspetto esterno dei palazzi dovevano adattarsi sia all'ambiente locale sia ispirarsi alla tradizione, possibilmente attraverso l'uso di elementi che ricalcassero la storia e la tradizione architettonica della zona. Alla iniziale idea di standardizzazione delle finiture (infissi, gronde, impianti termici ecc.) nel caso del piano non corrispose un largo uso di materiali prefabbricati, perché una delle priorità del progetto era il mantenimento più a lungo possibile dell'occupazione all'interno dei cantieri, che l'utilizzo di materiali costruiti in serie avrebbe sicuramente accorciato. Questi parametri, fissati dalle prime linee guida del piano, spiegano già da sole la molteplicità dei criteri costruttivi e degli stili che faranno delle costruzioni del piano Fanfani un caso unico nel campo dell'edilizia popolare urbana. Un esempio si ritrova proprio in uno dei quartieri più importanti del primo periodo, quello di Roma Tiburtino. Tipici (ed unici) sono ad esempio gli unici palazzi costruiti con la pianta a "stella", che lo caratterizzano inconfondibilmente. L'esempio calza anche per un quartiere INA-Casa molto particolare, il Forte Quezzi (noto anche come il "biscione"), iniziato nel 1956 e finito nel 1968 quando il piano Fanfani era già terminato. Il soprannome fu dovuto al fatto che il gruppo di fabbricati senza soluzione di continuità seguiva l'andamento sinuoso della collina sulle alture di Genova come un immenso serpentone contenente nel suo ventre ben 4.500 abitanti. In questo caso l'ispirazione venne da Le Corbusier, e fu progettato da un pool di architetti che comprendeva tra gli altri Luigi Carlo Daneri, Eugenio Fuselli e Ribaldo Morozzo della Rocca. Inizialmente pensato per essere circondato da un parco e da servizi pubblici, Forte Quezzi fu snaturato dal rapido sviluppo edilizio privato che interessò l'area circostante, rendendolo negli anni da esperimento architettonico a sorta di ghetto a causa del trasferimento forzato degli abitanti del centro storico di Genova in via di riqualificazione. Altro esempio emblematico dello spirito che animò la sfida degli architetti e degli urbanisti coinvolti nel piano INA-Casa fu quello romano del quartiere Tiburtino, già accennato precedentemente nella descrizione degli edifici a pianta stellare. Costruito nel primo settennio del piano, tra il 1949 e il 1954, fu progettato da un pool guidato dagli architetti Ludovico Quaroni e Mario Ridolfi e commissionato dall'Istituto Autonomo Case Popolari (IACP) e dall'INCIS (Istituto Nazionale Case Impiegati dello Stato). La caratteristica peculiare del quartiere è la divisione in tre tipologie distinte di fabbricati: le case a torre (quelle con la pianta a stella da 7 piani ciascuna), le case in linea da 4 piani, collegate tra loro da ballatoi esterni e infine la parte dell'edilizia destinata al commercio e ai servizi. Il fulcro è la piazza lungo la via Arbib, luogo destinato all'aggregazione delle famiglie, secondo il modello ideale del pensiero dossettiano. L' ispirazione del progetto partì da una filosofia diametralmente opposta a quella monumentale del ventennio, con un'impostazione "folcloristica" sottolineata dalle linee prospettiche irregolari che richiamavano l'idea del "paese dentro la metropoli". Al quartiere Tiburtino fece eco nel primo settennio del piano INA-Casa il quartiere Tuscolano. Quest'ultimo, che ha come elemento comune con il Tiburtino le torri a pianta stellare, è riconoscibile per un edificio particolare da tutti conosciuto come "boomerang" per la caratteristica forma della pianta che ricorda l'antica arma aborigena. Si tratta di un palazzo di 7 piani con pianta a "V" con disposizione di finestra balcone ad effetto "infinito" e la tipica copertura a laterizio a vista. Progettato dall'architetto Saverio Muratori, il "boomerang" fa anche da ingresso principale al quartiere che si snoda attraverso una sequenza di case basse in linea chiuse ai lati dalle torri con pianta a stella.Per quanto riguarda i quartieri INA-Casa realizzati a Milano, l'intervento riguardò molte aree interessate dall'aumento consistente della popolazione tra gli anni cinquanta e sessanta. Tra i più importanti del capoluogo lombardo la Comasina, Vialba, Primaticcio (per i dipendenti società Edison). I meglio riusciti ed ancor oggi apprezzati quartieri INA-Casa di Milano sono il quartiere Harar (a poca distanza dallo Stadio di San Siro) e il quartiere Feltre, affacciato all'omonima via e costruito su un lembo del Parco Lambro. Il primo riunì (come il secondo, costruito più tardi) il gotha dell'architettura e dell'urbanistica del tempo. I nomi sono quelli di Giò Ponti, il già citato Piero Bottoni, Luigi Figini e il suo socio Gino Pollini (padre del grande pianista Maurizio). Anche questo quartiere fa parte delle realizzazioni del primo settennio ed è caratterizzato da due principali tipologie di fabbricati che si snodano all'interno di un'area verde. Ai cosiddetti "grattacieli orizzontali", lunghi edifici a pianta rettangolare che spezzano l'area comune attraversata da vialetti pedonali, si contrappongono piccoli fabbricati, casette a uno o due piani con tetto monofalda spiovente e zona giorno e notte divisa su due livelli, con un piccolo spazio verde di pertinenza. Il quartiere Feltre fu invece realizzato nel secondo settennio del piano edilizio. L'area di pertinenza fu acquistata nel 1957 su commissione dell'INCIS ed i lavori partirono nel 1958. Il quartiere rispecchiava chiaramente le mutate esigenze della città di Milano rispetto alla situazione del 1949. In pieno boom economico, la necessità di un maggior numero di vani impose una soluzione ad alta densità, che lo differenziava nettamente dalle realizzazioni INA-Casa precedenti. Tuttavia lo spirito originario di vivibilità e fruizione degli spazi verdi comuni a uso delle famiglie rimase invariato e anzi amplificato grazie alla vicinanza del verde del parco Lambro. I fabbricati anche in questo caso furono divisi in due tipologie distinte. A delimitare l'area una serie di palazzi in linea (che raggiungono oltre un chilometro di lunghezza e si sviluppano in altezza su nove piani), che racchiudono un'ampia area verde comune (in realtà piantumata soltanto molti anni dopo) entro la quale si trovano i servizi (asilo e scuole elementari). Nella zona delle case in linea più basse sono sorti (solamente in parte rispetto ai piani originari) gli esercizi commerciali, mentre una piazza ospita la chiesa parrocchiale, fulcro della vita sociale del quartiere. La caratteristica degli edifici principali, tutti rifiniti in laterizio a vista, fu affidata dal coordinatore Gino Pollini ad un pool di architetti tra cui figurava il capogruppo Luciano Baldessari, già allievo di Gropius durante l'esilio americano negli anni della guerra ed esponente del razionalismo prebellico. Visto nella prospettiva dell'Italia del dopoguerra, il piano INA-Casa fu per molti versi rivoluzionario. Tutti gli appartamenti costruiti sin dal primo periodo prevedevano confort per nulla scontati in quegli anni, come l'acqua corrente e l'impianto di riscaldamento. L'obiettivo dei progettisti fu anche quello di garantire una luminosità ottimale e una disposizione razionale degli spazi interni, con soluzioni variabili da un caso all'altro. I destinatari del piano furono principalmente gli operai e gli impiegati, che potevano scegliere l'opzione (certo più onerosa) del riscatto piuttosto che il contratto d'affitto. La graduatoria per le assegnazioni fu dedicata nei primi anni del piano per l'80% a famiglie bisognose di un alloggio dignitoso e ai senzatetto sinistrati di guerra. Un altro criterio riguardava il numero dei componenti il nucleo familiare, ma l'aspetto del bisogno fu sempre maggiormente considerato e questo spiega la ragione per cui un gran numero di alloggi INA-Casa nel Nord Italia furono assegnati alle famiglie di immigrati meridionali giunti con la prospettiva di un lavoro ma non di un alloggio. All'interno del piano di riscatto, le domande crebbero progressivamente dopo la metà degli anni cinquanta e soprattutto da parte degli impiegati collegati all'INCIS, i quali avevano naturalmente maggiore disponibilità economica, ma per effetto della crescita del reddito pro capite a cavallo degli anni cinquanta e sessanta fu possibile anche per le famiglie operaie realizzare il sogno della casa di proprietà. La conformazione dei quartieri, grazie ai progettisti che ebbero l'idea di realizzare delle "isole" urbane che generarono un forte senso di appartenenza alle famiglie residenti, quasi fossero paesi inurbati, protetti dagli alti palazzi che nascondevano il più delle volte un cuore verde a misura d'uomo. Sicuramente, il successo maggiore del piano INA-Casa fu raggiunto nella qualità degli spazi abitativi degli appartamenti, generalmente luminosi con le diverse zone ben divise, dove ogni membro del nucleo familiare potesse godere della propria privacy. Questo permise a tante famiglie italiane di guadagnare una qualità e un armonia senza precedenti nella storia dei ceti popolari e di riguadagnare la fiducia nel futuro dopo le devastazioni della guerra nonché di rendere almeno in parte meno traumatico l'impatto sociale dell'emigrazione verso le grandi città industriali del Nord. Questo traguardo importante fu reso possibile anche dall'impegno e dalla sensibilità dei grandi architetti che parteciparono al piano edilizio, i quali tennero sempre in altissima considerazione l'aspetto della "casa a misura di famiglia" in un momento in cui la disperazione delle classi popolari avrebbe accettato standard anche molto più bassi pur di avere un tetto. A ciò si aggiunse una alto grado di solidità costruttiva, raggiunta grazie alla grande esperienza dei progettisti già famosi nel ventennio, che misero a disposizione il proprio talento per alleviare la fase della difficile ricostruzione dell'Italia postbellica fino al raggiungimento di quell' "italian dream" che caratterizzò gli anni del miracolo economico. Per approfondire la storia e le caratteristiche tecnico-architettoniche del piano INA-Casa si segnala il volume di Stephanie Zeier-Pilat "Ricostruire l'Italia- I quartieri INA-Casa del dopoguerra" (Castelvecchi).
La staffetta italiana festeggia dopo aver vinto il bronzo nella finale maschile della staffetta 5000 metri delle gare di pattinaggio di velocità su pista corta ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Fontana chiude sulle ginocchia, una caduta in batteria ne limita le potenzialità. Finisce addosso alla polacca Kamila Sellier, è costretta a farsi massaggiare la schiena dolorante dal marito allenatore Anthony Lobello. Ma non ci sono unguenti, lei scricchiola e non può nulla per arginare la vitalità delle coreane Kim e Choi. Terza la statunitense Corinne Stoddard. Comunque la regina della Valtellina colleziona un oro, due argenti e il record storico delle 14 medaglie. Può bastare, anche lei è umana.
Dal resto della truppa arriva la medaglia d’oro del sorriso, chi si contenta gode. Niente di più per l’Italia ingrassata a suon di podi che si affaccia all’ovale ghiacciato di Rho Fiera per l’ennesimo trionfo di Francesca Lollobrigida. Ma anche lei è sazia e sembra dire con quello sguardo sornione: due ori in una settimana, cosa volete di più? Nei 1.500 del Pattinaggio velocità la testa della mammina laziale è sul pezzo ma le gambe paiono legnose; è solo 13ª nella sfida vinta dall’olandese Antoinette Rijpma-De Jong. La nuova Lollo ci aveva avvertiti: «Non aspettatevi medaglie, gareggio per preparare la mass start di sabato, a quella tengo molto». Così saremo di nuovo qui domani nello Speed skating stadium per una chiusura da apoteosi. Nel mirino c’è il terzo oro nella stessa Olimpiade, mai nessun italiano ci è riuscito. A due ci sono lei, Alberto Tomba, Manuela Di Centa, Federica Brignone. E con un problemino da niente: la prova con partenza in linea può riservare ogni sorpresa, visto che somiglia all’uscita da una scuola elementare al suono della campanella, cartellate comprese.
Prima dei fuochi d’artificio notturni nello Short Track, facciamo i conti con un venerdì di occasioni perdute soprattutto nel Biathlon, dove si consuma il dramma sportivo di Tommaso Giacomel, già argento nella staffetta mista, che per qualche minuto si ritrova in testa nella mass start 15 km. Il guerriero di Vipiteno sogna l’oro, sembra imbattibile ma è costretto a fermarsi per un improvviso dolore al costato e conclude i suoi Giochi in infermeria. Un minuto dopo lo stop sta già meglio, ma non era il caso di rischiare.
«La salute viene prima delle gare, quello che ha fatto è corretto», spiega l’allenatore di tiro Fabio Cianciana. Al poligono Tommaso era stato impeccabile (zero errori). Adesso ha le gomme a terra e su Instagram scrive: «Il corpo ha smesso di funzionare, facevo fatica respirare. È stato devastante. Molte cose mi passano per la testa, frustrazione, rabbia delusione». Sul podio finiscono i due norvegesi Johannes Dale-Skjevdal (oro) e Sturla Laegreid. Bronzo al francese Quentin Maillet.
In casa americana si contano gli interventi chirurgici per ripristinare il fisico da Robocop di Lindsey Vonn: oggi è andata sotto i ferri per la sesta volta e sorride da Instagram. Da simbolo di positività, lei si sente fortunata. Non come il cinese Haipeng Sheng, che si è dimenticato il cellulare in una tasca dei calzoni e l’ha perso durante un salto Freestyle. È arrivato 20º ma lo smartphone funziona, gli amici possono spernacchiarlo.
Il resto è hockey. Il primo finalista è il Canada, che arriva alla sfida per l’oro dopo un 3-2 in rimonta sulla Finlandia. Senza Sidney Crosby, uno dei migliori giocatori della storia, e al termine di una sfida rocambolesca: in vantaggio 2-0 gli scandinavi si fanno riprendere e superare a 35’’ dalla sirena finale con un gol contestatissimo per un fuorigioco millimetrico. Gli arbitri convalidano, i canadesi esultano e aspettano gli Stati Uniti (nella notte la semifinale con la Slovacchia) per il Miracle Nhl di domani, prima della cerimonia di chiusura all’Arena di Verona, alla quale parteciperà in tribuna d’onore anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Dovesse arrivare a sorpresa Trump, lei si è portata avanti.
Domani gli azzurri sparano le penultime cartucce a calendario pieno. Nella maratona del Fondo - 50 km con le barbe gelate e il cuore in gola - va in onda il canto del cigno del formidabile Federico Pellegrino. Nel Biathlon sono possibili dolci sorprese dalla coppia Dorothea Wierer (fin qui perdente) e Lara Vittozzi (fin qui vincente). Poi la già citata chiusura del Pattinaggio velocità con le tonnare mass start uomini e donne, dove Andrea Giovannini può farsi onore e lady Lollobrigida può compiere l’impresa dei tre ori. E da sconosciuta agli sportivi da divano, entrare nella leggenda. Non l’abbiamo vista arrivare.
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Helmut Newton. Monica Bellucci, Blumarine, Monaco 1992 © Helmut Newton Foundabon
Tedesco di origine ebree naturalizzato australiano, di Helmut Newton (1920-2004) si è visto, detto e scritto di tutto. Fotografo «imperfetto», di se amava dire che «bisogna essere all’altezza della propria cattiva reputazione» e lui, nel bene e nel male, all’altezza della propria fama lo è sempre stato. Irriverente e trasgressivo, Newton voleva, amava e creava immagini forti, di quelle che lasciano il segno. E forti, altere, provocanti, ambigue, enigmatiche erano le sue donne, le modelle che immortalava nei suoi scatti senza tempo e fuori dal tempo. In bianco e nero soprattutto (pur senza disdegnare il colore, nonostante fosse daltonico...), con quei sapienti giochi di luce e ombre che sono il suo tratto distintivo. Donne di una bellezza inarrivabile, eleganti ed erotiche, che Newton, strizzando l’occhio al voyerismo e al sadomaso, ritraeva strette in corsetti di pelle, tacchi vertiginosi, lingerie provocanti, pose al limite della decenza: per alcuni, nessuno come lui ha saputo esaltare l’universo femminile; per altri, nessuno più di lui ne ha degradato la dignità. Il dibattito è tutt’ora aperto, e prendere una posizione non è poi così semplice. Ma una cosa è certa: nessuno può metterne in discussione la genialità.
Newton, ogni volta, riesce a stupire. E anche il «già visto» diventa novità. Come in questa mostra allestita a Caraglio (CN), negli originali spazi di un setificio seicentesco nato per intrecciare fili di seta e produrre tessuti preziosi, un’esposizione che raccoglie oltre 100 scatti del grande Maestro e che già nel titolo, Intrecci, rivela un rapporto profondo fra le immagini esposte e il luogo che le ospita, una sorta di connessione tra le « trame materiali » della tradizione tessile e quelle concettuali, elementi imprescindibili di tutti i lavori di Helmut Newton. Ricercatissimo da stilisti e riviste (Vogue F, Elle Francia e Queen Magazine solo per citarne alcune…), amato da top model ed attrici (per lui hanno posato, fra le altre, Monica Bellucci e Kate Moss, Carla Bruni ed Eva Herzigova), Newton ha saputo rivoluzionare e ridefinire i canoni della fotografia patinata, che con lui - inarrivabile nel creare immagini accuratamente inscenate - diventa linguaggio teatrale ed evocativo, suscitando spesso scandalo: come nel 1981, quando dopo un servizio fotografico di moda per Vogue Italia e Francia chiese alle modelle di spogliarsi per ritrarle nella stessa posa, ma nude…
La Mostra
Appositamente concepito per il Filatoio di Caraglio e curato da Matthias Harder, direttore della Helmut Newton Foundation di Berlino ( «L’ex setificio, un bellissimo edificio storico da tempo utilizzato per scopi culturali, è il luogo perfetto per una mostra di Helmut Newton incentrata sulla sua fotografia di moda più tarda… Oltre ad alcune delle fotografie iconiche di Helmut Newton, i visitatori avranno modo di scoprire anche numerosi scatti meno conosciuti e, così, di riscoprire la sua opera più celebre» ha dichiarato il curatore in occasione dell’inaugurazione), il ricco percorso espositivo si snoda attraverso otto sale, regalando al visitatore, già da subito, gli scatti più iconici di Newton, quelli che lo hanno reso uno dei fotografi di moda più famosi e influenti del XX secolo: particolarmente significativo, fra i vari ritratti di celebrità, il suo primo nudo, quello di Charlotte Rampling all’Hôtel Nord-Pinus di Arles nel 1973.
Di foto in foto, si passa alle immagini realizzate per le grandi committenze della moda (dal sodalizio decennale con Yves Saint Laurent alle celebri campagne pubblicitarie pensate per Versace e Anna Molinari) e della pubblicità: straordinarie, in mostra, la selezione di sette fotografie realizzate da Newton per la Lavazza, dove - nell’immagine centrale - una modella seminuda e con gli occhi bendati posa sotto il logo del marchio, dipinto con vernice spray su una parete grigia e spoglia.
Genio assoluto nell’uso della «mood photography», la tecnica che evoca il prodotto pubblicizzato senza mai rivelarlo in maniera esplicita, nei mitici anni ’90 firmò indimenticabili campagne pubblicitarie per lanciare i profumi di Laura Biagiotti e Yves Saint Laurent e le borse del marchio italiano Redwall.
Moda, bellezza, seduzione, ambiguità, arte, trasgressione, ironia, potere, genialità: in questa mostra c’è davvero tutto Newton e tutti i suoi Intrecci biografici, professionali e narrativi.
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Papa Leone XIV (Ansa)
Una partecipazione, quella di Leone XVI, inattesa e che segue l’udienza del 26 gennaio concessa dal pontefice al presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli, Bernhard Scholz. Una partecipazione che assomiglia a una risposta senza troppe parole a certi gossip e chiacchiere da social che aleggiano su Comunione e Liberazione dopo i travagli vissuti in seguito alle dimissioni da presidente della Fraternità di don Julian Carron.
Papa Leone XIV sarà al Meeting sabato 22 agosto nel pomeriggio e poi presiederà una messa con i fedeli della diocesi di Rimini. La partecipazione all’evento del pontefice è stata diffusa ieri, insieme a un programma di visite che papa Prevost terrà in Italia nei prossimi mesi. Oltre a partecipare alla quarantasettesima edizioni del Meeting, il Papa sarà a Pompei e Napoli l’8 maggio, quindi il 23 maggio visiterà le Terre dei Fuochi, il 20 giugno andrà a Pavia sulla tomba del santo a lui più caro, Sant’Agostino, quindi il 4 luglio sarà a Lampedusa, sulle orme del predecessore Francesco (che sull’isola fece il suo primo viaggio). Il 6 agosto papa Leone XIV andrà, invece, a Santa Maria degli Angeli ad Assisi, per incontrare i giovani riuniti per l’ottocentesimo anniversario del Transito di San Francesco.
Un vero e proprio «tour» italiano quello programmato da papa Leone XIV che sempre ieri ha incontrato i preti della diocesi di Roma ricordando loro che «dobbiamo riconoscere che parte della nostra gente battezzata non sperimenta la propria appartenenza alla Chiesa, e ciò invita a vigilare anche su una sacramentalizzazione senza altre forme di evangelizzazione». Di fronte a una «crescente erosione della pratica religiosa», ha detto il Papa ai preti romani, non è più possibile applicare una «pastorale ordinaria […] che si preoccupa anzitutto di garantire l’amministrazione dei sacramenti», ma è «urgente ritornare ad annunciare il Vangelo: questa è la priorità». Se tra fede e sacramenti c’è una reciprocità essenziale è chiaro che la conclamata crisi di fede svuota dall’interno questo rapporto e riduce il sacramento, quando va bene, a consuetudine sociale.
Il viaggio in Italia del Papa andrà a toccare diversi punti nodali della vita pubblica e religiosa del Belpaese, e il Papa, ricordiamolo, è anche primate d’Italia. Da Pompei, a Lampedusa, da San Francesco a Sant’Agostino, fino appunto al Meeting di Rimini c’è un filo rosso che probabilmente segna questo tour, il desiderio del pontefice di ridare priorità all’annuncio del Vangelo davanti a una realtà sociale e culturale che appare stanca e ormai priva del nerbo di quei principi che hanno «fatto l’Italia». E gli italiani.
Proprio Giovanni Paolo II al Meeting di Rimini nel 1982 citava Sant’Agostino nell’apertura delle sue celebri Confessioni, laddove il santo ricorda che «il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te». «Siamo fatti per il Signore», chiosava Giovanni Paolo II, «che ha stampato in noi l’orma immortale della sua potenza e del suo amore. Le grandi risorse dell’uomo nascono di qui, sono qui, e solo in Dio trovano la loro salvaguardia». Così papa Wojtyla davanti al popolo del Meeting con parole che probabilmente sono molto vicine al sentire di papa Prevost. Il presidente della Fraternità di CL, Davide Prosperi, ha dichiarato: «Siamo profondamente grati al Santo Padre per aver accolto il nostro invito: la sua partecipazione rappresenta per noi un segno di affetto molto desiderato».
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La famiglia Trevallion (Ansa)
Ieri abbiamo pubblicato un testo scritto da questa donna che da troppo tempo soffre, e che era estremamente eloquente riguardo alla situazione in cui tutta la famiglia si ritrova. Il problema è che siamo di fronte a un dramma nel dramma. Quel documento - che è vero e importante - nasce come una comunicazione privata tra Catherine e le due donne che hanno la responsabilità dei suoi figli, e cioè Maria Luisa Palladino e Marika Bolognese, rispettivamente tutrice e curatrice dei tre minori. Secondo gli avvocati della famiglia, la tutrice, durante uno degli ultimi incontri, avrebbe sollecitato Catherine a esporre il proprio disagio e i motivi per cui secondo lei si sarebbe incrinato il rapporto con le istituzioni. Ebbene, Catherine ha accolto l’invito e scritto un lungo messaggio Whatsapp. La tutrice, per tutta risposta, ha preso quel messaggio e lo ha allegato alla relazione consegnata al tribunale. Perché lo ha fatto? Beh, per dimostrare la riottosità della madre.
Secondo la tutrice, infatti, quel messaggio è segno di «una totale chiusura al confronto da parte della madre con la scrivente, il cui atteggiamento è divenuto palesemente non dialogante». Catherine viene accusata di avere «mosso gravi addebiti alla scrivente (la tutrice, ndr), accusandola di trascurare il supremo interesse dei minori e di ignorare asseriti episodi di gravità verificatisi presso la struttura ospitante». Insomma, secondo la signora Palladino «si evidenzia un progressivo e allarmante irrigidimento dei minori nei confronti della scrivente che li ha incontrati plurime volte durante l’intero periodo, con cadenza quasi settimanale. Si osserva un mutamento involutivo nelle dinamiche relazionali, se in una prima fase era possibile mantenere un confronto costante, anche sereno e giocoso, nell’ultimo periodo - in coincidenza con il più brusco atteggiamento della madre - i minori tendono a sottrarsi sistematicamente all’interazione anche in forma di gioco».
Quella lettera, conferma alla Verità Tonino Cantelmi, autorevole esperto e consulente dei Trevallion, «è un messaggio che Catherine ha ritenuto di voler mandare alla tutrice e alla curatrice, e che loro hanno invece interpretato come ulteriore dimostrazione di ostilità, depositandolo in tribunale. Ma di fatto», continua Cantelmi, «quel testo esprime tutto il dolore di Catherine, e dal mio punto di vista, certifica perfettamente l’incapacità della tutrice, della curatrice e dell’assistente sociale di vedere il dolore di una madre e anche il dolore dei bambini. È un dolore che rimane invisibile agli occhi di quasi tutti quelli che si occupano dal punto di vista istituzionale di questa vicenda».
Constatare questo fatto mette i brividi. Una mamma sofferente viene invitata a confidarsi e quando lo fa le sue parole sono usate contro di lei come presunta prova della sua inadeguatezza. E non è tutto. Nei confronti di Catherine sembra esserci una particolare insistenza, come se la avessero presa di mira o individuata quale anello debole della catena famigliare. Per settimane sono state fatte trapelare mezze verità e indiscrezioni al fine di metterla in cattiva luce presso l’opinione pubblica. E come se non bastasse, durante i colloqui psicologici è stata sottoposta a un pesantissimo fuoco di fila di domande. Ben 570 quesiti, tanto che a un certo punto la poveretta è crollata.
«Ho molte perplessità su come è stata organizzata la seduta per questi test», dice Cantelmi. «Catherine ha tanto dolore, se avessimo dovuto fare tutto quello che era previsto avremmo finito forse per le 10 di sera. Dettaglieremo le nostre perplessità nelle sedi opportune. Abbiamo dato tutto il supporto possibile alla testista perché le cose venissero fatte bene: abbiamo una certa esperienza e forse potremmo, se accettassero il nostro aiuto, rendere le cose più semplici. Ma se non lo fanno ciascuno di assumerà le sue responsabilità».
Per Cantelmi, a questo punto, di responsabilità da assumersi ce ne sono parecchie. «Dal mio punto di vista - e non solo dal mio - non c’erano gli estremi per una sottrazione, un prelievo così doloroso. C’è stato un errore. Oggi ci rendiamo conto che quanto fatto è più dannoso di ciò che si voleva riparare, ma non ci sono il coraggio, la forza, la capacità autocritica di tornare indietro. Ho assistito con stupore, per esempio, alla difesa d’ufficio di quanto è stato fatto da parte della presidente dell’Ordine degli assistenti sociali d’Abruzzo. Sarebbe più produttivo interrogarsi sul perché la maggior parte degli italiani, quando si parla di assistenti sociali, li immagini sottrattori di minori e non benefattori... In questo caso il prelievo si sta dimostrando drammaticamente controproducente. Bisognerebbe allora fare autocritica e tornare indietro.
A quanto pare, però, non c’è alcuna intenzione di riavvolgere il nastro. E nel frattempo va avanti con tempi discutibili la perizia psicologica sui genitori. «Questa perizia», spiega Cantelmi, «è partita in ritardo perché non si trovava un traduttore per fare una mediazione linguistica decente. Questo già la dice lunga. Questo traduttore, tra l’altro, ha degli impegni per cui ha accettato con delle limitazioni, di conseguenza ci sono dei periodi di sospensione. Io sono molto perplesso», continua il professore, «sull’azione della ausiliaria che deve fare i test o ha iniziato a fare i test con i genitori, sulle sue reali competenze e sulle sue reali capacità di mediazione. Inoltre questa perizia, a mio parere, oggi è largamente superata da tutti i dati che abbiamo a disposizione, provenienti anche dal team di neuropsichiatria infantile dell’Asl di Vasto che dichiara senza ombra di dubbio che questi genitori sono dei validi sostegni emotivi per i bambini, costituiscono un punto di riferimento importante. E concludono che occorre riunificare il nucleo familiare».
Il punto centrale di tutta la storia è, manco a dirlo, che i bambini stanno male. «Stanno subendo un trauma dolorosissimo che si rivela superiore ai problemi che erano stati in precedenza segnalati», dice Cantelmi. «Dal mio punto di vista il problema sono i servizi, hanno preso una decisione che si è rivelata, a mio parere, sbagliata e dobbiamo avere il coraggio di tornare indietro. Basta con questa favola secondo cui prima del prelievo dei bambini sarebbe stato tentato di tutto: non è vero, si poteva fare meglio, si poteva fare di più e dobbiamo avere il coraggio di verificare le responsabilità di quello che è successo».
Il messaggio è chiaro: chi continua a tenere i bambini Trevallion separati dai genitori li danneggia, e dovrebbe prendersene la responsabilità. Tuttavia dubitiamo che lo farà.
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