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2021-06-06
Piano Ina-Casa: dai grandi architetti la possibilità della "casa per tutti"
Il quartiere Ina-Casa di Roma Tuscolano in costruzione (courtesy Castelvecchi)
Le aveva descritte magistralmente Pier Paolo Pasolini, le baracche dei disperati nel suo capolavoro letterario "Ragazzi di Vita". Erano le catapecchie della periferia romana dell'immediato dopoguerra nella zona del Mandrione, nei pressi della stazione Roma Casilina e a poca distanza da dove pochi anni dopo sarebbe sorto uno dei quartieri di edilizia popolare più importanti della gestione Ina-Casa, il Tuscolano.
Quei baraccati, costretti a vivere in condizioni igienico sanitarie disastrose e di sovraffollamento, non erano un caso isolato nell'Italia uscita a pezzi dalla guerra. Il problema dei senzatetto e la carenza di abitazioni non solo in termini puramente numerici ma anche qualitativi, pesava come un macigno da rimuovere in fretta per riuscire a far ripartire la macchina della ricostruzione e dell'occupazione, schiantata dalle conseguenze del conflitto. La ripresa della prima avrebbe fatto da volano all'altra e avrebbe ridato dignità ad una società civile a pezzi nell'intento di recuperarne l'identità lacerata da due tragedie, il conflitto mondiale e la guerra civile. Nel 1945 oltre due milioni di vani risultavano distrutti e quattro milioni gravemente danneggiati per effetto dei pesanti bombardamenti subiti in tutta la penisola. Basti pensare che una città già afflitta da gravi problemi legati al sovraffollamento e alle condizioni igienico sanitarie come Napoli fu fatta bersaglio dell'aviazione alleata di oltre duecento raid in appena due anni. Molti erano i disperati che si erano dovuti adattare a vivere in grotte umide e malsane o in quello che rimaneva delle abitazioni cittadine spesso costretti in una sola e malsana stanza per famiglia. Anche Milano, la città che fu il cuore industriale del Paese, contava migliaia di baraccati e macerie ovunque ed in quelle case di legno e lamiera erano costrette le famiglie di operai che avevano perso il lavoro dopo che le fabbriche per le quali avevano lavorato e poi rischiato la vita sotto le bombe, erano state ferite a morte.
Come se ciò non bastasse, le vicende politiche della neonata Repubblica fecero tardare la partenza di un piano urgente per la casa almeno fino a quando la lotta tra i due schieramenti contrapposti, la Democrazia Cristiana e il Fronte Popolare, non fu risolta dall'estromissione definitiva del Pci dal governo De Gasperi e in seguito reso finanziariamente possibile dai fondi del Piano Marshall e dell'UNRRA, ottenuti dopo il famigerato viaggio del premier democristiano negli Stati Uniti. La sconfitta alle elezioni dell'aprile 1948 di comunisti e socialisti aprì definitivamente la strada all'egemonia della Dc nella guida del Paese, alla quale spettò anche la risoluzione dell'emergenza abitativa. Nel 1949 l'Italia faceva il suo ingresso nel Patto Atlantico, mentre a livello nazionale la ripresa della produzione industriale al Nord e la prospettiva di un imponente flusso migratorio dal meridione, che effettivamente si verificherà anche oltre le aspettative nel decennio successivo, acuirono l'urgenza della soluzione degli alloggi per i lavoratori.
E'in questo quadro desolante che maturò e si realizzò uno dei piani più riusciti nel settore dell'edilizia popolare, con cifre da record assoluto in termini di numero di vani realizzati in un tempo relativamente breve considerando un' estensione territoriale che abbracciò gran parte del territorio nazionale.
Il piano per l'edilizia popolare maturò nel 1949 e prese il nome di "piano Fanfani", allora ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, il quale mise la firma su un progetto ciclopico articolato in due settenni (1949-1956 e 1956-1962), che prometteva la ricostruzione non solo di unità abitative, bensì di interi quartieri totalmente nuovi, che avrebbero dovuto integrarsi con il tessuto urbano preesistente. L' idea della "casa per tutti i lavoratori" era già maturata verso la fine della guerra e aveva aperto il dibattito tra gli architetti e gli urbanisti. Uno dei principali fautori del piano per l'edilizia popolare era stato Piero Bottoni, ma su posizioni molto diverse da quelle previste dal piano Fanfani. L'architetto e urbanista milanese, membro della resistenza e iscritto al Partito Comunista, durante la direzione straordinaria della Triennale di Milano aveva progettato nel capoluogo lombardo il quartiere sperimentale QT8 (acronimo di Quartiere Triennale 8) realizzato tra il 1946 e il 1948, dove emersero già le caratteristiche che i nuovi quartieri popolari avrebbero dovuto avere nel rapporto con il tessuto urbano, ossia la diversità nella tipologia dei fabbricati, un'ampia area verde comune e una serie di servizi di quartiere. La divergenza tra Bottoni e i fautori del progetto INA-Casa si palesò sulla questione delle assegnazioni e dei contratti. Se l'architetto comunista considerava secondario (per ovvie questioni ideologiche) l'aspetto della proprietà prediligendo l'affitto calmierato per gli assegnatari, il piano Fanfani andava in una direzione opposta. Condiviso da tutti i massimi esponenti della sinistra della Dc, da Dossetti a La Pira, il piano INA-Casa indicava un modello che si avvicinava di più all' "american dream", cioè al sogno della piccola proprietà anche per le classi lavoratrici più umili. Le abitazioni costruite avrebbero infatti previsto un piano di riscatto tramite una trattenuta sugli stipendi degli assegnatari ordinati secondo una graduatoria che teneva conto della provenienza del capofamiglia, della sua professione e del numero dei membri del nucleo familiare.
La direzione del piano fu affidata a due esponenti cattolici molto vicini alle idee dossettiane. Accanto al ministro Fanfani e al direttore generale dell'INA Annetto Puggioni, i responsabili dell'attuazione del piano edilizio furono l'ingegner Filiberto Guala (Comitato di Attuazione), Arnaldo Foschini alla Gestione e Adalberto Libera a capo dell'Ufficio Progetti.
Sotto la direzione di Foschini fu istituita una commissione per la valutazione degli architetti ed urbanisti composta da nomi altisonanti, sopra tutti quello di Pier Luigi Nervi ma anche di industriali del calibro di Adriano Olivetti, che fungesse da sorta di direttorio per le "linee guida" da condividere con tutti gli attori collegati al piano, dalle amministrazioni comunali agli istituti autonomi per l'edilizia popolare, dalle società subappaltanti agli uffici di collocamento per la mano d'opera nei cantieri. Anche l'assetto finanziario del ciclopico piano fu stabilito e ripartito con criteri universali e rigorosi. All'Istituto Nazionale delle Assicurazioni erano giunti 100 miliardi dallo Stato, sugli oltre 900 spesi in totale per l'attuazione del piano. La rimanente parte dei fondi fu suddivisa per il rimanente importo nella misura del 25% dai contributi dei lavoratori, del 40% dai datori di lavoro, del 20% come già accennato dallo Stato e il resto dagli introiti provenienti dagli assegnatari. Anche la distribuzione geografica degli interventi fu coordinata dalla commissione INA-Casa, con un'iniziale propensione verso il Mezzogiorno con il chiaro intento di tamponare sia la grave situazione occupazionale sia l'emorragia di mano d'opera verso il Nord, mantenendo almeno per qualche anno in più i lavoratori nei cantieri locali. Più tardi si vedrà come invece la bilancia della domanda di alloggi penderà decisamente verso il settentrione, catalizzatore della ripartenza industriale del paese.
Per quanto riguardò le scelte architettoniche ai vertici dell'INA-Casa, il naturale e prevedibile distacco stilistico e progettuale dal ventennio dettò le nette differenze con l'edilizia popolare nata durante il fascismo nell'era del razionalismo ed in seguito delle giovani correnti moderniste. La differenza tipologica delle abitazioni e dei corpi di fabbrica indicavano già il distacco netto con il passato, dominato ancora da una concezione legata a spazi comuni in completa condivisione tra le famiglie degli inquilini, ed un' unica area comune (il cortile) quale spazio esterno chiuso dalle facciate delle case. L' intento del piano Fanfani era l'opposto. Le nuove abitazioni, che componevano il quartiere, dovevano essere diverse per dimensioni e disposizioni e tutte dovevano gravitare attorno ad un'ampia area comune dove erano inclusi i servizi essenziali (scuole, negozi ecc.) in modo da rendere autonomo il nuovo insediamento ma allo stesso tempo di garantire uno spazio privato alle famiglie assegnatarie all'interno degli appartamenti, standardizzati nei materiali comuni ma differenti nei tagli e nelle superfici (potevano variare da una fino a cinque camere da letto). Anche i materiali utilizzati e l'aspetto esterno dei palazzi dovevano adattarsi sia all'ambiente locale sia ispirarsi alla tradizione, possibilmente attraverso l'uso di elementi che ricalcassero la storia e la tradizione architettonica della zona. Alla iniziale idea di standardizzazione delle finiture (infissi, gronde, impianti termici ecc.) nel caso del piano non corrispose un largo uso di materiali prefabbricati, perché una delle priorità del progetto era il mantenimento più a lungo possibile dell'occupazione all'interno dei cantieri, che l'utilizzo di materiali costruiti in serie avrebbe sicuramente accorciato. Questi parametri, fissati dalle prime linee guida del piano, spiegano già da sole la molteplicità dei criteri costruttivi e degli stili che faranno delle costruzioni del piano Fanfani un caso unico nel campo dell'edilizia popolare urbana. Un esempio si ritrova proprio in uno dei quartieri più importanti del primo periodo, quello di Roma Tiburtino. Tipici (ed unici) sono ad esempio gli unici palazzi costruiti con la pianta a "stella", che lo caratterizzano inconfondibilmente. L'esempio calza anche per un quartiere INA-Casa molto particolare, il Forte Quezzi (noto anche come il "biscione"), iniziato nel 1956 e finito nel 1968 quando il piano Fanfani era già terminato. Il soprannome fu dovuto al fatto che il gruppo di fabbricati senza soluzione di continuità seguiva l'andamento sinuoso della collina sulle alture di Genova come un immenso serpentone contenente nel suo ventre ben 4.500 abitanti. In questo caso l'ispirazione venne da Le Corbusier, e fu progettato da un pool di architetti che comprendeva tra gli altri Luigi Carlo Daneri, Eugenio Fuselli e Ribaldo Morozzo della Rocca. Inizialmente pensato per essere circondato da un parco e da servizi pubblici, Forte Quezzi fu snaturato dal rapido sviluppo edilizio privato che interessò l'area circostante, rendendolo negli anni da esperimento architettonico a sorta di ghetto a causa del trasferimento forzato degli abitanti del centro storico di Genova in via di riqualificazione.
Altro esempio emblematico dello spirito che animò la sfida degli architetti e degli urbanisti coinvolti nel piano INA-Casa fu quello romano del quartiere Tiburtino, già accennato precedentemente nella descrizione degli edifici a pianta stellare. Costruito nel primo settennio del piano, tra il 1949 e il 1954, fu progettato da un pool guidato dagli architetti Ludovico Quaroni e Mario Ridolfi e commissionato dall'Istituto Autonomo Case Popolari (IACP) e dall'INCIS (Istituto Nazionale Case Impiegati dello Stato). La caratteristica peculiare del quartiere è la divisione in tre tipologie distinte di fabbricati: le case a torre (quelle con la pianta a stella da 7 piani ciascuna), le case in linea da 4 piani, collegate tra loro da ballatoi esterni e infine la parte dell'edilizia destinata al commercio e ai servizi. Il fulcro è la piazza lungo la via Arbib, luogo destinato all'aggregazione delle famiglie, secondo il modello ideale del pensiero dossettiano. L' ispirazione del progetto partì da una filosofia diametralmente opposta a quella monumentale del ventennio, con un'impostazione "folcloristica" sottolineata dalle linee prospettiche irregolari che richiamavano l'idea del "paese dentro la metropoli". Al quartiere Tiburtino fece eco nel primo settennio del piano INA-Casa il quartiere Tuscolano. Quest'ultimo, che ha come elemento comune con il Tiburtino le torri a pianta stellare, è riconoscibile per un edificio particolare da tutti conosciuto come "boomerang" per la caratteristica forma della pianta che ricorda l'antica arma aborigena. Si tratta di un palazzo di 7 piani con pianta a "V" con disposizione di finestra balcone ad effetto "infinito" e la tipica copertura a laterizio a vista. Progettato dall'architetto Saverio Muratori, il "boomerang" fa anche da ingresso principale al quartiere che si snoda attraverso una sequenza di case basse in linea chiuse ai lati dalle torri con pianta a stella.
Per quanto riguarda i quartieri INA-Casa realizzati a Milano, l'intervento riguardò molte aree interessate dall'aumento consistente della popolazione tra gli anni cinquanta e sessanta. Tra i più importanti del capoluogo lombardo la Comasina, Vialba, Primaticcio (per i dipendenti società Edison). I meglio riusciti ed ancor oggi apprezzati quartieri INA-Casa di Milano sono il quartiere Harar (a poca distanza dallo Stadio di San Siro) e il quartiere Feltre, affacciato all'omonima via e costruito su un lembo del Parco Lambro. Il primo riunì (come il secondo, costruito più tardi) il gotha dell'architettura e dell'urbanistica del tempo. I nomi sono quelli di Giò Ponti, il già citato Piero Bottoni, Luigi Figini e il suo socio Gino Pollini (padre del grande pianista Maurizio). Anche questo quartiere fa parte delle realizzazioni del primo settennio ed è caratterizzato da due principali tipologie di fabbricati che si snodano all'interno di un'area verde. Ai cosiddetti "grattacieli orizzontali", lunghi edifici a pianta rettangolare che spezzano l'area comune attraversata da vialetti pedonali, si contrappongono piccoli fabbricati, casette a uno o due piani con tetto monofalda spiovente e zona giorno e notte divisa su due livelli, con un piccolo spazio verde di pertinenza. Il quartiere Feltre fu invece realizzato nel secondo settennio del piano edilizio. L'area di pertinenza fu acquistata nel 1957 su commissione dell'INCIS ed i lavori partirono nel 1958. Il quartiere rispecchiava chiaramente le mutate esigenze della città di Milano rispetto alla situazione del 1949. In pieno boom economico, la necessità di un maggior numero di vani impose una soluzione ad alta densità, che lo differenziava nettamente dalle realizzazioni INA-Casa precedenti. Tuttavia lo spirito originario di vivibilità e fruizione degli spazi verdi comuni a uso delle famiglie rimase invariato e anzi amplificato grazie alla vicinanza del verde del parco Lambro. I fabbricati anche in questo caso furono divisi in due tipologie distinte. A delimitare l'area una serie di palazzi in linea (che raggiungono oltre un chilometro di lunghezza e si sviluppano in altezza su nove piani), che racchiudono un'ampia area verde comune (in realtà piantumata soltanto molti anni dopo) entro la quale si trovano i servizi (asilo e scuole elementari). Nella zona delle case in linea più basse sono sorti (solamente in parte rispetto ai piani originari) gli esercizi commerciali, mentre una piazza ospita la chiesa parrocchiale, fulcro della vita sociale del quartiere. La caratteristica degli edifici principali, tutti rifiniti in laterizio a vista, fu affidata dal coordinatore Gino Pollini ad un pool di architetti tra cui figurava il capogruppo Luciano Baldessari, già allievo di Gropius durante l'esilio americano negli anni della guerra ed esponente del razionalismo prebellico.
Visto nella prospettiva dell'Italia del dopoguerra, il piano INA-Casa fu per molti versi rivoluzionario. Tutti gli appartamenti costruiti sin dal primo periodo prevedevano confort per nulla scontati in quegli anni, come l'acqua corrente e l'impianto di riscaldamento. L'obiettivo dei progettisti fu anche quello di garantire una luminosità ottimale e una disposizione razionale degli spazi interni, con soluzioni variabili da un caso all'altro. I destinatari del piano furono principalmente gli operai e gli impiegati, che potevano scegliere l'opzione (certo più onerosa) del riscatto piuttosto che il contratto d'affitto. La graduatoria per le assegnazioni fu dedicata nei primi anni del piano per l'80% a famiglie bisognose di un alloggio dignitoso e ai senzatetto sinistrati di guerra. Un altro criterio riguardava il numero dei componenti il nucleo familiare, ma l'aspetto del bisogno fu sempre maggiormente considerato e questo spiega la ragione per cui un gran numero di alloggi INA-Casa nel Nord Italia furono assegnati alle famiglie di immigrati meridionali giunti con la prospettiva di un lavoro ma non di un alloggio. All'interno del piano di riscatto, le domande crebbero progressivamente dopo la metà degli anni cinquanta e soprattutto da parte degli impiegati collegati all'INCIS, i quali avevano naturalmente maggiore disponibilità economica, ma per effetto della crescita del reddito pro capite a cavallo degli anni cinquanta e sessanta fu possibile anche per le famiglie operaie realizzare il sogno della casa di proprietà. La conformazione dei quartieri, grazie ai progettisti che ebbero l'idea di realizzare delle "isole" urbane che generarono un forte senso di appartenenza alle famiglie residenti, quasi fossero paesi inurbati, protetti dagli alti palazzi che nascondevano il più delle volte un cuore verde a misura d'uomo. Sicuramente, il successo maggiore del piano INA-Casa fu raggiunto nella qualità degli spazi abitativi degli appartamenti, generalmente luminosi con le diverse zone ben divise, dove ogni membro del nucleo familiare potesse godere della propria privacy. Questo permise a tante famiglie italiane di guadagnare una qualità e un armonia senza precedenti nella storia dei ceti popolari e di riguadagnare la fiducia nel futuro dopo le devastazioni della guerra nonché di rendere almeno in parte meno traumatico l'impatto sociale dell'emigrazione verso le grandi città industriali del Nord. Questo traguardo importante fu reso possibile anche dall'impegno e dalla sensibilità dei grandi architetti che parteciparono al piano edilizio, i quali tennero sempre in altissima considerazione l'aspetto della "casa a misura di famiglia" in un momento in cui la disperazione delle classi popolari avrebbe accettato standard anche molto più bassi pur di avere un tetto. A ciò si aggiunse una alto grado di solidità costruttiva, raggiunta grazie alla grande esperienza dei progettisti già famosi nel ventennio, che misero a disposizione il proprio talento per alleviare la fase della difficile ricostruzione dell'Italia postbellica fino al raggiungimento di quell' "italian dream" che caratterizzò gli anni del miracolo economico.
Per approfondire la storia e le caratteristiche tecnico-architettoniche del piano INA-Casa si segnala il volume di Stephanie Zeier-Pilat "Ricostruire l'Italia- I quartieri INA-Casa del dopoguerra" (Castelvecchi).
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L' Italia del dopoguerra si lasciò alle spalle le macerie con un piano ambizioso di edilizia popolare. Progettato dalle più importanti firme dell'architettura italiana e promosso dalla Democrazia Cristiana di Fanfani, fornì alloggi di qualità (in affitto e a riscatto) a chi era senza tetto o cercava fortuna nel Nord della ricostruzione. Pensato per la vivibilità e per le famiglie, portò alla realizzazione di due milioni di vani in 14 anni di cantieri in tutto il Paese.Le aveva descritte magistralmente Pier Paolo Pasolini, le baracche dei disperati nel suo capolavoro letterario "Ragazzi di Vita". Erano le catapecchie della periferia romana dell'immediato dopoguerra nella zona del Mandrione, nei pressi della stazione Roma Casilina e a poca distanza da dove pochi anni dopo sarebbe sorto uno dei quartieri di edilizia popolare più importanti della gestione Ina-Casa, il Tuscolano.Quei baraccati, costretti a vivere in condizioni igienico sanitarie disastrose e di sovraffollamento, non erano un caso isolato nell'Italia uscita a pezzi dalla guerra. Il problema dei senzatetto e la carenza di abitazioni non solo in termini puramente numerici ma anche qualitativi, pesava come un macigno da rimuovere in fretta per riuscire a far ripartire la macchina della ricostruzione e dell'occupazione, schiantata dalle conseguenze del conflitto. La ripresa della prima avrebbe fatto da volano all'altra e avrebbe ridato dignità ad una società civile a pezzi nell'intento di recuperarne l'identità lacerata da due tragedie, il conflitto mondiale e la guerra civile. Nel 1945 oltre due milioni di vani risultavano distrutti e quattro milioni gravemente danneggiati per effetto dei pesanti bombardamenti subiti in tutta la penisola. Basti pensare che una città già afflitta da gravi problemi legati al sovraffollamento e alle condizioni igienico sanitarie come Napoli fu fatta bersaglio dell'aviazione alleata di oltre duecento raid in appena due anni. Molti erano i disperati che si erano dovuti adattare a vivere in grotte umide e malsane o in quello che rimaneva delle abitazioni cittadine spesso costretti in una sola e malsana stanza per famiglia. Anche Milano, la città che fu il cuore industriale del Paese, contava migliaia di baraccati e macerie ovunque ed in quelle case di legno e lamiera erano costrette le famiglie di operai che avevano perso il lavoro dopo che le fabbriche per le quali avevano lavorato e poi rischiato la vita sotto le bombe, erano state ferite a morte. Come se ciò non bastasse, le vicende politiche della neonata Repubblica fecero tardare la partenza di un piano urgente per la casa almeno fino a quando la lotta tra i due schieramenti contrapposti, la Democrazia Cristiana e il Fronte Popolare, non fu risolta dall'estromissione definitiva del Pci dal governo De Gasperi e in seguito reso finanziariamente possibile dai fondi del Piano Marshall e dell'UNRRA, ottenuti dopo il famigerato viaggio del premier democristiano negli Stati Uniti. La sconfitta alle elezioni dell'aprile 1948 di comunisti e socialisti aprì definitivamente la strada all'egemonia della Dc nella guida del Paese, alla quale spettò anche la risoluzione dell'emergenza abitativa. Nel 1949 l'Italia faceva il suo ingresso nel Patto Atlantico, mentre a livello nazionale la ripresa della produzione industriale al Nord e la prospettiva di un imponente flusso migratorio dal meridione, che effettivamente si verificherà anche oltre le aspettative nel decennio successivo, acuirono l'urgenza della soluzione degli alloggi per i lavoratori. E'in questo quadro desolante che maturò e si realizzò uno dei piani più riusciti nel settore dell'edilizia popolare, con cifre da record assoluto in termini di numero di vani realizzati in un tempo relativamente breve considerando un' estensione territoriale che abbracciò gran parte del territorio nazionale. Il piano per l'edilizia popolare maturò nel 1949 e prese il nome di "piano Fanfani", allora ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, il quale mise la firma su un progetto ciclopico articolato in due settenni (1949-1956 e 1956-1962), che prometteva la ricostruzione non solo di unità abitative, bensì di interi quartieri totalmente nuovi, che avrebbero dovuto integrarsi con il tessuto urbano preesistente. L' idea della "casa per tutti i lavoratori" era già maturata verso la fine della guerra e aveva aperto il dibattito tra gli architetti e gli urbanisti. Uno dei principali fautori del piano per l'edilizia popolare era stato Piero Bottoni, ma su posizioni molto diverse da quelle previste dal piano Fanfani. L'architetto e urbanista milanese, membro della resistenza e iscritto al Partito Comunista, durante la direzione straordinaria della Triennale di Milano aveva progettato nel capoluogo lombardo il quartiere sperimentale QT8 (acronimo di Quartiere Triennale 8) realizzato tra il 1946 e il 1948, dove emersero già le caratteristiche che i nuovi quartieri popolari avrebbero dovuto avere nel rapporto con il tessuto urbano, ossia la diversità nella tipologia dei fabbricati, un'ampia area verde comune e una serie di servizi di quartiere. La divergenza tra Bottoni e i fautori del progetto INA-Casa si palesò sulla questione delle assegnazioni e dei contratti. Se l'architetto comunista considerava secondario (per ovvie questioni ideologiche) l'aspetto della proprietà prediligendo l'affitto calmierato per gli assegnatari, il piano Fanfani andava in una direzione opposta. Condiviso da tutti i massimi esponenti della sinistra della Dc, da Dossetti a La Pira, il piano INA-Casa indicava un modello che si avvicinava di più all' "american dream", cioè al sogno della piccola proprietà anche per le classi lavoratrici più umili. Le abitazioni costruite avrebbero infatti previsto un piano di riscatto tramite una trattenuta sugli stipendi degli assegnatari ordinati secondo una graduatoria che teneva conto della provenienza del capofamiglia, della sua professione e del numero dei membri del nucleo familiare. La direzione del piano fu affidata a due esponenti cattolici molto vicini alle idee dossettiane. Accanto al ministro Fanfani e al direttore generale dell'INA Annetto Puggioni, i responsabili dell'attuazione del piano edilizio furono l'ingegner Filiberto Guala (Comitato di Attuazione), Arnaldo Foschini alla Gestione e Adalberto Libera a capo dell'Ufficio Progetti. Sotto la direzione di Foschini fu istituita una commissione per la valutazione degli architetti ed urbanisti composta da nomi altisonanti, sopra tutti quello di Pier Luigi Nervi ma anche di industriali del calibro di Adriano Olivetti, che fungesse da sorta di direttorio per le "linee guida" da condividere con tutti gli attori collegati al piano, dalle amministrazioni comunali agli istituti autonomi per l'edilizia popolare, dalle società subappaltanti agli uffici di collocamento per la mano d'opera nei cantieri. Anche l'assetto finanziario del ciclopico piano fu stabilito e ripartito con criteri universali e rigorosi. All'Istituto Nazionale delle Assicurazioni erano giunti 100 miliardi dallo Stato, sugli oltre 900 spesi in totale per l'attuazione del piano. La rimanente parte dei fondi fu suddivisa per il rimanente importo nella misura del 25% dai contributi dei lavoratori, del 40% dai datori di lavoro, del 20% come già accennato dallo Stato e il resto dagli introiti provenienti dagli assegnatari. Anche la distribuzione geografica degli interventi fu coordinata dalla commissione INA-Casa, con un'iniziale propensione verso il Mezzogiorno con il chiaro intento di tamponare sia la grave situazione occupazionale sia l'emorragia di mano d'opera verso il Nord, mantenendo almeno per qualche anno in più i lavoratori nei cantieri locali. Più tardi si vedrà come invece la bilancia della domanda di alloggi penderà decisamente verso il settentrione, catalizzatore della ripartenza industriale del paese. Per quanto riguardò le scelte architettoniche ai vertici dell'INA-Casa, il naturale e prevedibile distacco stilistico e progettuale dal ventennio dettò le nette differenze con l'edilizia popolare nata durante il fascismo nell'era del razionalismo ed in seguito delle giovani correnti moderniste. La differenza tipologica delle abitazioni e dei corpi di fabbrica indicavano già il distacco netto con il passato, dominato ancora da una concezione legata a spazi comuni in completa condivisione tra le famiglie degli inquilini, ed un' unica area comune (il cortile) quale spazio esterno chiuso dalle facciate delle case. L' intento del piano Fanfani era l'opposto. Le nuove abitazioni, che componevano il quartiere, dovevano essere diverse per dimensioni e disposizioni e tutte dovevano gravitare attorno ad un'ampia area comune dove erano inclusi i servizi essenziali (scuole, negozi ecc.) in modo da rendere autonomo il nuovo insediamento ma allo stesso tempo di garantire uno spazio privato alle famiglie assegnatarie all'interno degli appartamenti, standardizzati nei materiali comuni ma differenti nei tagli e nelle superfici (potevano variare da una fino a cinque camere da letto). Anche i materiali utilizzati e l'aspetto esterno dei palazzi dovevano adattarsi sia all'ambiente locale sia ispirarsi alla tradizione, possibilmente attraverso l'uso di elementi che ricalcassero la storia e la tradizione architettonica della zona. Alla iniziale idea di standardizzazione delle finiture (infissi, gronde, impianti termici ecc.) nel caso del piano non corrispose un largo uso di materiali prefabbricati, perché una delle priorità del progetto era il mantenimento più a lungo possibile dell'occupazione all'interno dei cantieri, che l'utilizzo di materiali costruiti in serie avrebbe sicuramente accorciato. Questi parametri, fissati dalle prime linee guida del piano, spiegano già da sole la molteplicità dei criteri costruttivi e degli stili che faranno delle costruzioni del piano Fanfani un caso unico nel campo dell'edilizia popolare urbana. Un esempio si ritrova proprio in uno dei quartieri più importanti del primo periodo, quello di Roma Tiburtino. Tipici (ed unici) sono ad esempio gli unici palazzi costruiti con la pianta a "stella", che lo caratterizzano inconfondibilmente. L'esempio calza anche per un quartiere INA-Casa molto particolare, il Forte Quezzi (noto anche come il "biscione"), iniziato nel 1956 e finito nel 1968 quando il piano Fanfani era già terminato. Il soprannome fu dovuto al fatto che il gruppo di fabbricati senza soluzione di continuità seguiva l'andamento sinuoso della collina sulle alture di Genova come un immenso serpentone contenente nel suo ventre ben 4.500 abitanti. In questo caso l'ispirazione venne da Le Corbusier, e fu progettato da un pool di architetti che comprendeva tra gli altri Luigi Carlo Daneri, Eugenio Fuselli e Ribaldo Morozzo della Rocca. Inizialmente pensato per essere circondato da un parco e da servizi pubblici, Forte Quezzi fu snaturato dal rapido sviluppo edilizio privato che interessò l'area circostante, rendendolo negli anni da esperimento architettonico a sorta di ghetto a causa del trasferimento forzato degli abitanti del centro storico di Genova in via di riqualificazione. Altro esempio emblematico dello spirito che animò la sfida degli architetti e degli urbanisti coinvolti nel piano INA-Casa fu quello romano del quartiere Tiburtino, già accennato precedentemente nella descrizione degli edifici a pianta stellare. Costruito nel primo settennio del piano, tra il 1949 e il 1954, fu progettato da un pool guidato dagli architetti Ludovico Quaroni e Mario Ridolfi e commissionato dall'Istituto Autonomo Case Popolari (IACP) e dall'INCIS (Istituto Nazionale Case Impiegati dello Stato). La caratteristica peculiare del quartiere è la divisione in tre tipologie distinte di fabbricati: le case a torre (quelle con la pianta a stella da 7 piani ciascuna), le case in linea da 4 piani, collegate tra loro da ballatoi esterni e infine la parte dell'edilizia destinata al commercio e ai servizi. Il fulcro è la piazza lungo la via Arbib, luogo destinato all'aggregazione delle famiglie, secondo il modello ideale del pensiero dossettiano. L' ispirazione del progetto partì da una filosofia diametralmente opposta a quella monumentale del ventennio, con un'impostazione "folcloristica" sottolineata dalle linee prospettiche irregolari che richiamavano l'idea del "paese dentro la metropoli". Al quartiere Tiburtino fece eco nel primo settennio del piano INA-Casa il quartiere Tuscolano. Quest'ultimo, che ha come elemento comune con il Tiburtino le torri a pianta stellare, è riconoscibile per un edificio particolare da tutti conosciuto come "boomerang" per la caratteristica forma della pianta che ricorda l'antica arma aborigena. Si tratta di un palazzo di 7 piani con pianta a "V" con disposizione di finestra balcone ad effetto "infinito" e la tipica copertura a laterizio a vista. Progettato dall'architetto Saverio Muratori, il "boomerang" fa anche da ingresso principale al quartiere che si snoda attraverso una sequenza di case basse in linea chiuse ai lati dalle torri con pianta a stella.Per quanto riguarda i quartieri INA-Casa realizzati a Milano, l'intervento riguardò molte aree interessate dall'aumento consistente della popolazione tra gli anni cinquanta e sessanta. Tra i più importanti del capoluogo lombardo la Comasina, Vialba, Primaticcio (per i dipendenti società Edison). I meglio riusciti ed ancor oggi apprezzati quartieri INA-Casa di Milano sono il quartiere Harar (a poca distanza dallo Stadio di San Siro) e il quartiere Feltre, affacciato all'omonima via e costruito su un lembo del Parco Lambro. Il primo riunì (come il secondo, costruito più tardi) il gotha dell'architettura e dell'urbanistica del tempo. I nomi sono quelli di Giò Ponti, il già citato Piero Bottoni, Luigi Figini e il suo socio Gino Pollini (padre del grande pianista Maurizio). Anche questo quartiere fa parte delle realizzazioni del primo settennio ed è caratterizzato da due principali tipologie di fabbricati che si snodano all'interno di un'area verde. Ai cosiddetti "grattacieli orizzontali", lunghi edifici a pianta rettangolare che spezzano l'area comune attraversata da vialetti pedonali, si contrappongono piccoli fabbricati, casette a uno o due piani con tetto monofalda spiovente e zona giorno e notte divisa su due livelli, con un piccolo spazio verde di pertinenza. Il quartiere Feltre fu invece realizzato nel secondo settennio del piano edilizio. L'area di pertinenza fu acquistata nel 1957 su commissione dell'INCIS ed i lavori partirono nel 1958. Il quartiere rispecchiava chiaramente le mutate esigenze della città di Milano rispetto alla situazione del 1949. In pieno boom economico, la necessità di un maggior numero di vani impose una soluzione ad alta densità, che lo differenziava nettamente dalle realizzazioni INA-Casa precedenti. Tuttavia lo spirito originario di vivibilità e fruizione degli spazi verdi comuni a uso delle famiglie rimase invariato e anzi amplificato grazie alla vicinanza del verde del parco Lambro. I fabbricati anche in questo caso furono divisi in due tipologie distinte. A delimitare l'area una serie di palazzi in linea (che raggiungono oltre un chilometro di lunghezza e si sviluppano in altezza su nove piani), che racchiudono un'ampia area verde comune (in realtà piantumata soltanto molti anni dopo) entro la quale si trovano i servizi (asilo e scuole elementari). Nella zona delle case in linea più basse sono sorti (solamente in parte rispetto ai piani originari) gli esercizi commerciali, mentre una piazza ospita la chiesa parrocchiale, fulcro della vita sociale del quartiere. La caratteristica degli edifici principali, tutti rifiniti in laterizio a vista, fu affidata dal coordinatore Gino Pollini ad un pool di architetti tra cui figurava il capogruppo Luciano Baldessari, già allievo di Gropius durante l'esilio americano negli anni della guerra ed esponente del razionalismo prebellico. Visto nella prospettiva dell'Italia del dopoguerra, il piano INA-Casa fu per molti versi rivoluzionario. Tutti gli appartamenti costruiti sin dal primo periodo prevedevano confort per nulla scontati in quegli anni, come l'acqua corrente e l'impianto di riscaldamento. L'obiettivo dei progettisti fu anche quello di garantire una luminosità ottimale e una disposizione razionale degli spazi interni, con soluzioni variabili da un caso all'altro. I destinatari del piano furono principalmente gli operai e gli impiegati, che potevano scegliere l'opzione (certo più onerosa) del riscatto piuttosto che il contratto d'affitto. La graduatoria per le assegnazioni fu dedicata nei primi anni del piano per l'80% a famiglie bisognose di un alloggio dignitoso e ai senzatetto sinistrati di guerra. Un altro criterio riguardava il numero dei componenti il nucleo familiare, ma l'aspetto del bisogno fu sempre maggiormente considerato e questo spiega la ragione per cui un gran numero di alloggi INA-Casa nel Nord Italia furono assegnati alle famiglie di immigrati meridionali giunti con la prospettiva di un lavoro ma non di un alloggio. All'interno del piano di riscatto, le domande crebbero progressivamente dopo la metà degli anni cinquanta e soprattutto da parte degli impiegati collegati all'INCIS, i quali avevano naturalmente maggiore disponibilità economica, ma per effetto della crescita del reddito pro capite a cavallo degli anni cinquanta e sessanta fu possibile anche per le famiglie operaie realizzare il sogno della casa di proprietà. La conformazione dei quartieri, grazie ai progettisti che ebbero l'idea di realizzare delle "isole" urbane che generarono un forte senso di appartenenza alle famiglie residenti, quasi fossero paesi inurbati, protetti dagli alti palazzi che nascondevano il più delle volte un cuore verde a misura d'uomo. Sicuramente, il successo maggiore del piano INA-Casa fu raggiunto nella qualità degli spazi abitativi degli appartamenti, generalmente luminosi con le diverse zone ben divise, dove ogni membro del nucleo familiare potesse godere della propria privacy. Questo permise a tante famiglie italiane di guadagnare una qualità e un armonia senza precedenti nella storia dei ceti popolari e di riguadagnare la fiducia nel futuro dopo le devastazioni della guerra nonché di rendere almeno in parte meno traumatico l'impatto sociale dell'emigrazione verso le grandi città industriali del Nord. Questo traguardo importante fu reso possibile anche dall'impegno e dalla sensibilità dei grandi architetti che parteciparono al piano edilizio, i quali tennero sempre in altissima considerazione l'aspetto della "casa a misura di famiglia" in un momento in cui la disperazione delle classi popolari avrebbe accettato standard anche molto più bassi pur di avere un tetto. A ciò si aggiunse una alto grado di solidità costruttiva, raggiunta grazie alla grande esperienza dei progettisti già famosi nel ventennio, che misero a disposizione il proprio talento per alleviare la fase della difficile ricostruzione dell'Italia postbellica fino al raggiungimento di quell' "italian dream" che caratterizzò gli anni del miracolo economico. Per approfondire la storia e le caratteristiche tecnico-architettoniche del piano INA-Casa si segnala il volume di Stephanie Zeier-Pilat "Ricostruire l'Italia- I quartieri INA-Casa del dopoguerra" (Castelvecchi).
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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