True
2022-02-18
In Ucraina gli Usa giocano la carta Draghi
Luigi di Maio con Sergej Lavrov (Ansa)
È tornata a salire pericolosamente la tensione in Donbass. I separatisti filorussi dell’autoproclamata repubblica popolare di Lugansk hanno affermato ieri di essere stati bombardati dalle forze ucraine: la notizia, ampiamente diffusa dai media statali russi, è stata tuttavia smentita da Kiev, secondo cui sarebbero stati i separatisti ad attaccare in realtà il villaggio di Stanytsia Luhanska nell’Ucraina orientale, prendendo di mira un asilo. «Chiediamo a tutti i partner di condannare rapidamente questa grave violazione degli accordi di Minsk da parte della Russia in una situazione di sicurezza già tesa», ha detto il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba.
Da parte occidentale, si teme che quanto sta accadendo possa essere utilizzato da Mosca come pretesto per una manovra militare. Ricordiamo che, nei giorni scorsi, l’intelligence statunitense aveva accusato i russi di voler «fabbricare» un apposito casus belli per procedere all’invasione: una preoccupazione, rilanciata ieri dal segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, dal capo del Pentagono Lloyd Austin e dal premier britannico, Boris Johnson. In quest’ottica, il Cremlino potrebbe aver creato un pretesto, per muoversi - come già accaduto in passato - sulla base della cosiddetta «dottrina Karaganov», in virtù della quale Mosca si riserva la facoltà di intervenire militarmente quando ritiene che i diritti dei russi residenti nello spazio ex sovietico siano minacciati. Va anche rammentato che, appena pochi giorni fa, il Cremlino ha messo nel cassetto una mozione della Duma che, introdotta originariamente dal Partito comunista russo, chiedeva a Vladimir Putin di riconoscere formalmente le repubbliche separatiste del Donbass. Nell’occasione, il governo russo aveva sottolineato di volersi attenere agli accordi di Minsk.
È in questa situazione aggrovigliata che si è tenuto ieri l’incontro a Mosca tra il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e l’omologo russo, Sergej Lavrov. I due hanno discusso anche per mettere a punto il viaggio che il premier, Mario Draghi, effettuerà nella capitale russa «nei prossimi giorni». Ora, è improbabile che, prima di acconsentire a questa visita, Draghi non si sia coordinato con Joe Biden. È quindi verosimile ritenere che la Casa Bianca veda nel nostro premier un punto di riferimento in Europa, per cercare di disinnescare la crisi ucraina. Va del resto sottolineato che il presidente statunitense guardi con diffidenza sia a Emmanuel Macron (per i suoi velleitarismi di fatto ostili alla Nato) sia a Olaf Scholz (per la sua eccessiva ambiguità a causa del gasdotto Nord Stream 2).
Biden considera Draghi il leader europeo più affidabile proprio per le sue credenziali atlantiste. Ed è per questo che punta su di lui nella crisi ucraina. D’altro canto, se riuscisse ad acquisire un ruolo centrale in questa vicenda, non è escluso che il premier punterà a rilanciare la propria immagine internazionale, distanziandosi dalle beghe di politica interna e guardando magari a qualche incarico europeo di peso nel prossimo futuro. L’Italia potrebbe comunque avere un’ottima occasione per giocare un ruolo centrale in questa crisi.
Tornando all’incontro di ieri, Lavrov ha subordinato ogni possibile accordo con l’Occidente allo stop dell’espansione della Nato a Est, esortando Di Maio a non appoggiare eventuali sanzioni occidentali. Un Di Maio che, dal canto suo, si è detto fautore di una soluzione diplomatica, definendo inoltre «imprescindibile» il dialogo con la Russia.
Certo è che Draghi si appresta a recarsi nella capitale russa in una situazione turbolenta, in cui la tensione diplomatica sta significativamente aumentando. Mosca ha espulso il vice ambasciatore statunitense in Russia, Bartle Gorman, con Washington che ha ventilato ritorsioni. Inoltre, nonostante il Cremlino abbia ribadito di aver avviato il ritiro delle proprie truppe dai confini ucraini, Austin ha sostenuto che Mosca starebbe in realtà continuando ad ammassare soldati, mentre l’ambasciatrice americana all’Onu, Linda Thomas-Greenfield, ha paventato una «invasione imminente». «La mia sensazione è che [l’invasione] avrà luogo entro i prossimi giorni», ha rincarato la dose Biden, irritando il Cremlino. Sempre ieri, il ministero degli Esteri russo ha accusato Washington di aver «ignorato» le richieste di sicurezza avanzate di recente da Mosca agli Stati Uniti e ha ammonito che «la Russia sarà costretta a rispondere, anche attuando misure di natura tecnico-militare». Scintille si sono registrate infine al consiglio di sicurezza dell’Onu, in cui è intervenuto il segretario di Stato americano, Tony Blinken. «La Russia», ha detto, «ha in programma di fabbricare un pretesto per il suo attacco. Non sappiamo esattamente che forma assumerà». «Sono qui oggi non per iniziare una guerra, ma per prevenirne una», ha aggiunto. La missione diplomatica che attende Draghi non è affatto in discesa.
Ennesimo fallimento per Macron. La Francia annuncia il ritiro dal Mali
La Francia, i suoi partner europei, tra cui figura l’Italia, e il Canada hanno confermato ieri che ritireranno i propri contingenti militari dal Mali dove, dal 2013, si stanno svolgendo le operazioni Barkhane e Takuba, volte a combattere il terrorismo islamico. Le modalità della partenza saranno concordate entro la fine di giugno, come dichiarato dal presidente dell’Eurogruppo Charles Michel. Ufficialmente, il ritiro è dovuto al fatto che non ci sono più le «condizioni politiche, operative e legali» nelle quali si svolgono le operazioni. Ma in gioco ci sono anche i rapporti tra Parigi e Bamako peggiorati rapidamente dopo il secondo colpo di Stato che ha interessato il Mali nel giro di due anni. A questo proposito, durante una conferenza stampa tenutasi ieri a Parigi, Emmanuel Macron ha dichiarato che «la lotta al terrorismo non può giustificare tutto» e che il fatto che tale impegno abbia «una priorità assoluta» non può diventare «un esercizio di mantenimento del potere a tempo indeterminato». Analizzando la situazione, però, si potrebbe pensare che i putsch in Mali non siano la sola ragione della decisione di Parigi e delle altre capitali sue alleate. Da quando i Paesi dell’Africa subsahariana e francofona hanno ottenuto la propria indipendenza da Parigi, negli anni ’60 e ’70, i governi e i presidenti francesi hanno chiuso più di un occhio. Così, per decenni, dei dittatori hanno gestito indisturbati i propri affari più o meno leciti, con la benedizione di Parigi.
Ora la Francia sembra essere costretta a guardare in faccia alla realtà nonostante, ieri, Macron abbia rifiutato di definire l’impegno militare transalpino in Mali, come un «fallimento». Sarà. Ma dal 2013 a oggi, le forze armate francesi hanno dovuto contare 53 caduti. Inoltre, lo scorso dicembre, la giunta al potere in Mali ha accolto l’arrivo dei mercenari della società paramilitare russa Wagner. L’iniziativa era stata condannata da Parigi e dai suoi alleati, gli stessi che guardavano con apprensione agli sviluppi della crisi ucraina.
Già perché, se il Mali e l’Ucraina sono distanti migliaia di chilometri, i due Paesi sono accomunati dall’interesse rivolto loro dalla Russia. Volendo essere critici, si potrebbe dire che Kiev e Bamako siano accomunate anche dal gesticolare inconcludente della Francia nei loro confronti. Non va dimenticato anche che dal primo gennaio 2022, Parigi assicura la presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione Europea e Macron non ha perso un attimo per presentarsi come «padrone» della Ue. Il problema è che le sue iniziative, sia in Mali che in Russia e Ucraina, sono state degli insuccessi. La partenza dal Mali è diventata per gli europei una ulteriore fonte di apprensione, visto che le vicende di questo Paese (e dei suoi vicini) possono avere un impatto sulla situazione migratoria. Invece la visita a Kiev e, soprattutto, a Mosca di Macron si sono concluse con un buco nell’acqua e non hanno disteso i rapporti tra il Cremlino e i Paesi Ue, alle prese anche con l’impennata dei prezzi del gas (di cui la Russia è uno dei principali produttori) e di altre materie prime. Nonostante ciò, il capo dello Stato francese sta cercando di farsi passare come il «salvatore della patria», francese ed Europea. I community manager del suo partito, hanno diffuso sui social dei post celebrativi. In uno di questi si poteva leggere: «Per settimane, il presidente si è battuto per evitare un’invasione russa dell’Ucraina. Oggi l’esercito di Vladimir Putin arretra. Macron è l’Europa e la pace». A meno di due mesi dalle presidenziali deve presentare come successi tutte le sue iniziative, interne ed estere. Ma difficilmente questo suo attivismo risponderà ai timori dei Paesi Ue.
Continua a leggereRiduci
Dopo gli inutili interventi dei vari leader europei, gli Stati Uniti spingono il nostro presidente a recarsi in Russia per negoziare una soluzione diplomatica alla crisi. Bombe su un villaggio nel Donbass, con reciprochi scambi di accuse tra Kiev e i separatisti.Via i contingenti militari francesi dal Mali, finito ora nelle mire di Mosca e Pechino.Lo speciale contiene due articoli.È tornata a salire pericolosamente la tensione in Donbass. I separatisti filorussi dell’autoproclamata repubblica popolare di Lugansk hanno affermato ieri di essere stati bombardati dalle forze ucraine: la notizia, ampiamente diffusa dai media statali russi, è stata tuttavia smentita da Kiev, secondo cui sarebbero stati i separatisti ad attaccare in realtà il villaggio di Stanytsia Luhanska nell’Ucraina orientale, prendendo di mira un asilo. «Chiediamo a tutti i partner di condannare rapidamente questa grave violazione degli accordi di Minsk da parte della Russia in una situazione di sicurezza già tesa», ha detto il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba. Da parte occidentale, si teme che quanto sta accadendo possa essere utilizzato da Mosca come pretesto per una manovra militare. Ricordiamo che, nei giorni scorsi, l’intelligence statunitense aveva accusato i russi di voler «fabbricare» un apposito casus belli per procedere all’invasione: una preoccupazione, rilanciata ieri dal segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, dal capo del Pentagono Lloyd Austin e dal premier britannico, Boris Johnson. In quest’ottica, il Cremlino potrebbe aver creato un pretesto, per muoversi - come già accaduto in passato - sulla base della cosiddetta «dottrina Karaganov», in virtù della quale Mosca si riserva la facoltà di intervenire militarmente quando ritiene che i diritti dei russi residenti nello spazio ex sovietico siano minacciati. Va anche rammentato che, appena pochi giorni fa, il Cremlino ha messo nel cassetto una mozione della Duma che, introdotta originariamente dal Partito comunista russo, chiedeva a Vladimir Putin di riconoscere formalmente le repubbliche separatiste del Donbass. Nell’occasione, il governo russo aveva sottolineato di volersi attenere agli accordi di Minsk. È in questa situazione aggrovigliata che si è tenuto ieri l’incontro a Mosca tra il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e l’omologo russo, Sergej Lavrov. I due hanno discusso anche per mettere a punto il viaggio che il premier, Mario Draghi, effettuerà nella capitale russa «nei prossimi giorni». Ora, è improbabile che, prima di acconsentire a questa visita, Draghi non si sia coordinato con Joe Biden. È quindi verosimile ritenere che la Casa Bianca veda nel nostro premier un punto di riferimento in Europa, per cercare di disinnescare la crisi ucraina. Va del resto sottolineato che il presidente statunitense guardi con diffidenza sia a Emmanuel Macron (per i suoi velleitarismi di fatto ostili alla Nato) sia a Olaf Scholz (per la sua eccessiva ambiguità a causa del gasdotto Nord Stream 2). Biden considera Draghi il leader europeo più affidabile proprio per le sue credenziali atlantiste. Ed è per questo che punta su di lui nella crisi ucraina. D’altro canto, se riuscisse ad acquisire un ruolo centrale in questa vicenda, non è escluso che il premier punterà a rilanciare la propria immagine internazionale, distanziandosi dalle beghe di politica interna e guardando magari a qualche incarico europeo di peso nel prossimo futuro. L’Italia potrebbe comunque avere un’ottima occasione per giocare un ruolo centrale in questa crisi. Tornando all’incontro di ieri, Lavrov ha subordinato ogni possibile accordo con l’Occidente allo stop dell’espansione della Nato a Est, esortando Di Maio a non appoggiare eventuali sanzioni occidentali. Un Di Maio che, dal canto suo, si è detto fautore di una soluzione diplomatica, definendo inoltre «imprescindibile» il dialogo con la Russia. Certo è che Draghi si appresta a recarsi nella capitale russa in una situazione turbolenta, in cui la tensione diplomatica sta significativamente aumentando. Mosca ha espulso il vice ambasciatore statunitense in Russia, Bartle Gorman, con Washington che ha ventilato ritorsioni. Inoltre, nonostante il Cremlino abbia ribadito di aver avviato il ritiro delle proprie truppe dai confini ucraini, Austin ha sostenuto che Mosca starebbe in realtà continuando ad ammassare soldati, mentre l’ambasciatrice americana all’Onu, Linda Thomas-Greenfield, ha paventato una «invasione imminente». «La mia sensazione è che [l’invasione] avrà luogo entro i prossimi giorni», ha rincarato la dose Biden, irritando il Cremlino. Sempre ieri, il ministero degli Esteri russo ha accusato Washington di aver «ignorato» le richieste di sicurezza avanzate di recente da Mosca agli Stati Uniti e ha ammonito che «la Russia sarà costretta a rispondere, anche attuando misure di natura tecnico-militare». Scintille si sono registrate infine al consiglio di sicurezza dell’Onu, in cui è intervenuto il segretario di Stato americano, Tony Blinken. «La Russia», ha detto, «ha in programma di fabbricare un pretesto per il suo attacco. Non sappiamo esattamente che forma assumerà». «Sono qui oggi non per iniziare una guerra, ma per prevenirne una», ha aggiunto. La missione diplomatica che attende Draghi non è affatto in discesa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-ucraina-gli-usa-giocano-la-carta-draghi-2656722270.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ennesimo-fallimento-per-macron-la-francia-annuncia-il-ritiro-dal-mali" data-post-id="2656722270" data-published-at="1645195659" data-use-pagination="False"> Ennesimo fallimento per Macron. La Francia annuncia il ritiro dal Mali La Francia, i suoi partner europei, tra cui figura l’Italia, e il Canada hanno confermato ieri che ritireranno i propri contingenti militari dal Mali dove, dal 2013, si stanno svolgendo le operazioni Barkhane e Takuba, volte a combattere il terrorismo islamico. Le modalità della partenza saranno concordate entro la fine di giugno, come dichiarato dal presidente dell’Eurogruppo Charles Michel. Ufficialmente, il ritiro è dovuto al fatto che non ci sono più le «condizioni politiche, operative e legali» nelle quali si svolgono le operazioni. Ma in gioco ci sono anche i rapporti tra Parigi e Bamako peggiorati rapidamente dopo il secondo colpo di Stato che ha interessato il Mali nel giro di due anni. A questo proposito, durante una conferenza stampa tenutasi ieri a Parigi, Emmanuel Macron ha dichiarato che «la lotta al terrorismo non può giustificare tutto» e che il fatto che tale impegno abbia «una priorità assoluta» non può diventare «un esercizio di mantenimento del potere a tempo indeterminato». Analizzando la situazione, però, si potrebbe pensare che i putsch in Mali non siano la sola ragione della decisione di Parigi e delle altre capitali sue alleate. Da quando i Paesi dell’Africa subsahariana e francofona hanno ottenuto la propria indipendenza da Parigi, negli anni ’60 e ’70, i governi e i presidenti francesi hanno chiuso più di un occhio. Così, per decenni, dei dittatori hanno gestito indisturbati i propri affari più o meno leciti, con la benedizione di Parigi. Ora la Francia sembra essere costretta a guardare in faccia alla realtà nonostante, ieri, Macron abbia rifiutato di definire l’impegno militare transalpino in Mali, come un «fallimento». Sarà. Ma dal 2013 a oggi, le forze armate francesi hanno dovuto contare 53 caduti. Inoltre, lo scorso dicembre, la giunta al potere in Mali ha accolto l’arrivo dei mercenari della società paramilitare russa Wagner. L’iniziativa era stata condannata da Parigi e dai suoi alleati, gli stessi che guardavano con apprensione agli sviluppi della crisi ucraina. Già perché, se il Mali e l’Ucraina sono distanti migliaia di chilometri, i due Paesi sono accomunati dall’interesse rivolto loro dalla Russia. Volendo essere critici, si potrebbe dire che Kiev e Bamako siano accomunate anche dal gesticolare inconcludente della Francia nei loro confronti. Non va dimenticato anche che dal primo gennaio 2022, Parigi assicura la presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione Europea e Macron non ha perso un attimo per presentarsi come «padrone» della Ue. Il problema è che le sue iniziative, sia in Mali che in Russia e Ucraina, sono state degli insuccessi. La partenza dal Mali è diventata per gli europei una ulteriore fonte di apprensione, visto che le vicende di questo Paese (e dei suoi vicini) possono avere un impatto sulla situazione migratoria. Invece la visita a Kiev e, soprattutto, a Mosca di Macron si sono concluse con un buco nell’acqua e non hanno disteso i rapporti tra il Cremlino e i Paesi Ue, alle prese anche con l’impennata dei prezzi del gas (di cui la Russia è uno dei principali produttori) e di altre materie prime. Nonostante ciò, il capo dello Stato francese sta cercando di farsi passare come il «salvatore della patria», francese ed Europea. I community manager del suo partito, hanno diffuso sui social dei post celebrativi. In uno di questi si poteva leggere: «Per settimane, il presidente si è battuto per evitare un’invasione russa dell’Ucraina. Oggi l’esercito di Vladimir Putin arretra. Macron è l’Europa e la pace». A meno di due mesi dalle presidenziali deve presentare come successi tutte le sue iniziative, interne ed estere. Ma difficilmente questo suo attivismo risponderà ai timori dei Paesi Ue.
@Petronas
Searah integra portafogli, competenze industriali ed esperienza regionale complementari, con l’obiettivo di creare valore di lungo periodo e rafforzare l’eccellenza operativa nei due Paesi. La nuova piattaforma parte con 19 asset di produzione e sviluppo gas, di cui 14 in Indonesia e 5 in Malesia. La produzione iniziale sarà superiore a 300.000 barili equivalenti di petrolio al giorno, con l’obiettivo di superare i 500.000 barili al giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni.
La costituzione della joint venture è stata completata dopo l’ottenimento di tutte le autorizzazioni regolatorie, governative e dei partner in Indonesia e Malesia, insieme al soddisfacimento delle condizioni sospensive previste.
Per Eni, Searah rappresenta una nuova applicazione della propria strategia, basata sulla creazione di società focalizzate, efficienti e capaci di accelerare la crescita degli asset. L’amministratore delegato Claudio Descalzi ha sottolineato che «Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita». Descalzi ha aggiunto che la nuova società sarà «una nuova e solida entità nel Sud-Est asiatico, la prima e la più grande del suo genere nella regione», nata per sostenere lo sviluppo delle risorse energetiche in Indonesia e Malesia, con attenzione alla tutela dell’ambiente e alla crescita locale.
Anche Petronas attribuisce all’operazione un valore strategico rilevante. Il presidente e amministratore delegato del gruppo, Tengku Muhammad Taufik, ha evidenziato che la costituzione di Searah è in linea con «una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse», con «un impiego del capitale più agile» e con una maggiore attenzione alla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del gas. Facendo leva sui portafogli e sulle capacità complementari dei due gruppi, Searah punta a rafforzare profondità operativa, resilienza finanziaria e capacità di crescita, contribuendo alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici di Indonesia e Malesia.
A sostegno dei piani industriali, Searah ha ottenuto una linea di credito revolving da sei miliardi di dollari, segnale della fiducia dei mercati finanziari nella nuova piattaforma. Gli investimenti previsti superano i 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni e saranno destinati allo sviluppo di oltre tre miliardi di barili equivalenti di petrolio di risorse scoperte, oltre alla valorizzazione di un potenziale esplorativo addizionale stimato in diversi miliardi di boe.
La nuova società punta, inoltre, a generare sinergie significative, soprattutto in ambito logistico e tecnologico, grazie a un modello operativo indipendente e integrato. Tutto il personale di Eni Indonesia e Petronas Indonesia è confluito in Searah, mentre in Malesia è stata costituita Searah Malaysia Sdn Bhd, società dedicata alla gestione delle attività locali.
Il lancio di Searah segue le recenti decisioni finali di investimento relative ai giacimenti Gendalo e Gandang, nel South Hub, e Geng North e Gehem, nel North Hub, annunciate da Eni nel marzo 2026. Questi progetti contengono quasi 283 miliardi di metri cubi di gas inizialmente in posto e circa 550 milioni di barili di condensato associato. La produzione è attesa dal 2028, con un plateau previsto entro il 2029 pari a 56,5 milioni di metri cubi di gas e 90.000 barili al giorno di condensato.
Alla crescita futura contribuirà anche la scoperta del pozzo Geliga-1, nel blocco Ganal, all’interno del bacino del Kutei. La scoperta è stimata in circa 140 miliardi di metri cubi di gas e 300 milioni di barili di condensato in posto. Il pozzo ha mostrato un’elevata qualità del giacimento, con capacità produttiva indicata in circa 5,7 milioni di metri cubi di gas e 10.000 barili al giorno di condensato.
In particolare, per il cane a sei zampe, presente in Indonesia dal 2001, l’operazione segna un nuovo capitolo di crescita all’interno del gruppo, che può fare affidamento su un portafoglio diversificato di attività di esplorazione, sviluppo e produzione, con una produzione netta di circa 90.000 barili al giorno.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 9 giugno 2026. Il generale Giuseppe Santomartino, docente di intelligence, spiega perché in Medio Oriente la situazione è pericolosissima.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
Continua a leggereRiduci
Francesca Michielin (Getty Images)
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
Continua a leggereRiduci