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2022-02-18
In Ucraina gli Usa giocano la carta Draghi
Luigi di Maio con Sergej Lavrov (Ansa)
È tornata a salire pericolosamente la tensione in Donbass. I separatisti filorussi dell’autoproclamata repubblica popolare di Lugansk hanno affermato ieri di essere stati bombardati dalle forze ucraine: la notizia, ampiamente diffusa dai media statali russi, è stata tuttavia smentita da Kiev, secondo cui sarebbero stati i separatisti ad attaccare in realtà il villaggio di Stanytsia Luhanska nell’Ucraina orientale, prendendo di mira un asilo. «Chiediamo a tutti i partner di condannare rapidamente questa grave violazione degli accordi di Minsk da parte della Russia in una situazione di sicurezza già tesa», ha detto il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba.
Da parte occidentale, si teme che quanto sta accadendo possa essere utilizzato da Mosca come pretesto per una manovra militare. Ricordiamo che, nei giorni scorsi, l’intelligence statunitense aveva accusato i russi di voler «fabbricare» un apposito casus belli per procedere all’invasione: una preoccupazione, rilanciata ieri dal segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, dal capo del Pentagono Lloyd Austin e dal premier britannico, Boris Johnson. In quest’ottica, il Cremlino potrebbe aver creato un pretesto, per muoversi - come già accaduto in passato - sulla base della cosiddetta «dottrina Karaganov», in virtù della quale Mosca si riserva la facoltà di intervenire militarmente quando ritiene che i diritti dei russi residenti nello spazio ex sovietico siano minacciati. Va anche rammentato che, appena pochi giorni fa, il Cremlino ha messo nel cassetto una mozione della Duma che, introdotta originariamente dal Partito comunista russo, chiedeva a Vladimir Putin di riconoscere formalmente le repubbliche separatiste del Donbass. Nell’occasione, il governo russo aveva sottolineato di volersi attenere agli accordi di Minsk.
È in questa situazione aggrovigliata che si è tenuto ieri l’incontro a Mosca tra il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e l’omologo russo, Sergej Lavrov. I due hanno discusso anche per mettere a punto il viaggio che il premier, Mario Draghi, effettuerà nella capitale russa «nei prossimi giorni». Ora, è improbabile che, prima di acconsentire a questa visita, Draghi non si sia coordinato con Joe Biden. È quindi verosimile ritenere che la Casa Bianca veda nel nostro premier un punto di riferimento in Europa, per cercare di disinnescare la crisi ucraina. Va del resto sottolineato che il presidente statunitense guardi con diffidenza sia a Emmanuel Macron (per i suoi velleitarismi di fatto ostili alla Nato) sia a Olaf Scholz (per la sua eccessiva ambiguità a causa del gasdotto Nord Stream 2).
Biden considera Draghi il leader europeo più affidabile proprio per le sue credenziali atlantiste. Ed è per questo che punta su di lui nella crisi ucraina. D’altro canto, se riuscisse ad acquisire un ruolo centrale in questa vicenda, non è escluso che il premier punterà a rilanciare la propria immagine internazionale, distanziandosi dalle beghe di politica interna e guardando magari a qualche incarico europeo di peso nel prossimo futuro. L’Italia potrebbe comunque avere un’ottima occasione per giocare un ruolo centrale in questa crisi.
Tornando all’incontro di ieri, Lavrov ha subordinato ogni possibile accordo con l’Occidente allo stop dell’espansione della Nato a Est, esortando Di Maio a non appoggiare eventuali sanzioni occidentali. Un Di Maio che, dal canto suo, si è detto fautore di una soluzione diplomatica, definendo inoltre «imprescindibile» il dialogo con la Russia.
Certo è che Draghi si appresta a recarsi nella capitale russa in una situazione turbolenta, in cui la tensione diplomatica sta significativamente aumentando. Mosca ha espulso il vice ambasciatore statunitense in Russia, Bartle Gorman, con Washington che ha ventilato ritorsioni. Inoltre, nonostante il Cremlino abbia ribadito di aver avviato il ritiro delle proprie truppe dai confini ucraini, Austin ha sostenuto che Mosca starebbe in realtà continuando ad ammassare soldati, mentre l’ambasciatrice americana all’Onu, Linda Thomas-Greenfield, ha paventato una «invasione imminente». «La mia sensazione è che [l’invasione] avrà luogo entro i prossimi giorni», ha rincarato la dose Biden, irritando il Cremlino. Sempre ieri, il ministero degli Esteri russo ha accusato Washington di aver «ignorato» le richieste di sicurezza avanzate di recente da Mosca agli Stati Uniti e ha ammonito che «la Russia sarà costretta a rispondere, anche attuando misure di natura tecnico-militare». Scintille si sono registrate infine al consiglio di sicurezza dell’Onu, in cui è intervenuto il segretario di Stato americano, Tony Blinken. «La Russia», ha detto, «ha in programma di fabbricare un pretesto per il suo attacco. Non sappiamo esattamente che forma assumerà». «Sono qui oggi non per iniziare una guerra, ma per prevenirne una», ha aggiunto. La missione diplomatica che attende Draghi non è affatto in discesa.
Ennesimo fallimento per Macron. La Francia annuncia il ritiro dal Mali
La Francia, i suoi partner europei, tra cui figura l’Italia, e il Canada hanno confermato ieri che ritireranno i propri contingenti militari dal Mali dove, dal 2013, si stanno svolgendo le operazioni Barkhane e Takuba, volte a combattere il terrorismo islamico. Le modalità della partenza saranno concordate entro la fine di giugno, come dichiarato dal presidente dell’Eurogruppo Charles Michel. Ufficialmente, il ritiro è dovuto al fatto che non ci sono più le «condizioni politiche, operative e legali» nelle quali si svolgono le operazioni. Ma in gioco ci sono anche i rapporti tra Parigi e Bamako peggiorati rapidamente dopo il secondo colpo di Stato che ha interessato il Mali nel giro di due anni. A questo proposito, durante una conferenza stampa tenutasi ieri a Parigi, Emmanuel Macron ha dichiarato che «la lotta al terrorismo non può giustificare tutto» e che il fatto che tale impegno abbia «una priorità assoluta» non può diventare «un esercizio di mantenimento del potere a tempo indeterminato». Analizzando la situazione, però, si potrebbe pensare che i putsch in Mali non siano la sola ragione della decisione di Parigi e delle altre capitali sue alleate. Da quando i Paesi dell’Africa subsahariana e francofona hanno ottenuto la propria indipendenza da Parigi, negli anni ’60 e ’70, i governi e i presidenti francesi hanno chiuso più di un occhio. Così, per decenni, dei dittatori hanno gestito indisturbati i propri affari più o meno leciti, con la benedizione di Parigi.
Ora la Francia sembra essere costretta a guardare in faccia alla realtà nonostante, ieri, Macron abbia rifiutato di definire l’impegno militare transalpino in Mali, come un «fallimento». Sarà. Ma dal 2013 a oggi, le forze armate francesi hanno dovuto contare 53 caduti. Inoltre, lo scorso dicembre, la giunta al potere in Mali ha accolto l’arrivo dei mercenari della società paramilitare russa Wagner. L’iniziativa era stata condannata da Parigi e dai suoi alleati, gli stessi che guardavano con apprensione agli sviluppi della crisi ucraina.
Già perché, se il Mali e l’Ucraina sono distanti migliaia di chilometri, i due Paesi sono accomunati dall’interesse rivolto loro dalla Russia. Volendo essere critici, si potrebbe dire che Kiev e Bamako siano accomunate anche dal gesticolare inconcludente della Francia nei loro confronti. Non va dimenticato anche che dal primo gennaio 2022, Parigi assicura la presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione Europea e Macron non ha perso un attimo per presentarsi come «padrone» della Ue. Il problema è che le sue iniziative, sia in Mali che in Russia e Ucraina, sono state degli insuccessi. La partenza dal Mali è diventata per gli europei una ulteriore fonte di apprensione, visto che le vicende di questo Paese (e dei suoi vicini) possono avere un impatto sulla situazione migratoria. Invece la visita a Kiev e, soprattutto, a Mosca di Macron si sono concluse con un buco nell’acqua e non hanno disteso i rapporti tra il Cremlino e i Paesi Ue, alle prese anche con l’impennata dei prezzi del gas (di cui la Russia è uno dei principali produttori) e di altre materie prime. Nonostante ciò, il capo dello Stato francese sta cercando di farsi passare come il «salvatore della patria», francese ed Europea. I community manager del suo partito, hanno diffuso sui social dei post celebrativi. In uno di questi si poteva leggere: «Per settimane, il presidente si è battuto per evitare un’invasione russa dell’Ucraina. Oggi l’esercito di Vladimir Putin arretra. Macron è l’Europa e la pace». A meno di due mesi dalle presidenziali deve presentare come successi tutte le sue iniziative, interne ed estere. Ma difficilmente questo suo attivismo risponderà ai timori dei Paesi Ue.
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Dopo gli inutili interventi dei vari leader europei, gli Stati Uniti spingono il nostro presidente a recarsi in Russia per negoziare una soluzione diplomatica alla crisi. Bombe su un villaggio nel Donbass, con reciprochi scambi di accuse tra Kiev e i separatisti.Via i contingenti militari francesi dal Mali, finito ora nelle mire di Mosca e Pechino.Lo speciale contiene due articoli.È tornata a salire pericolosamente la tensione in Donbass. I separatisti filorussi dell’autoproclamata repubblica popolare di Lugansk hanno affermato ieri di essere stati bombardati dalle forze ucraine: la notizia, ampiamente diffusa dai media statali russi, è stata tuttavia smentita da Kiev, secondo cui sarebbero stati i separatisti ad attaccare in realtà il villaggio di Stanytsia Luhanska nell’Ucraina orientale, prendendo di mira un asilo. «Chiediamo a tutti i partner di condannare rapidamente questa grave violazione degli accordi di Minsk da parte della Russia in una situazione di sicurezza già tesa», ha detto il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba. Da parte occidentale, si teme che quanto sta accadendo possa essere utilizzato da Mosca come pretesto per una manovra militare. Ricordiamo che, nei giorni scorsi, l’intelligence statunitense aveva accusato i russi di voler «fabbricare» un apposito casus belli per procedere all’invasione: una preoccupazione, rilanciata ieri dal segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, dal capo del Pentagono Lloyd Austin e dal premier britannico, Boris Johnson. In quest’ottica, il Cremlino potrebbe aver creato un pretesto, per muoversi - come già accaduto in passato - sulla base della cosiddetta «dottrina Karaganov», in virtù della quale Mosca si riserva la facoltà di intervenire militarmente quando ritiene che i diritti dei russi residenti nello spazio ex sovietico siano minacciati. Va anche rammentato che, appena pochi giorni fa, il Cremlino ha messo nel cassetto una mozione della Duma che, introdotta originariamente dal Partito comunista russo, chiedeva a Vladimir Putin di riconoscere formalmente le repubbliche separatiste del Donbass. Nell’occasione, il governo russo aveva sottolineato di volersi attenere agli accordi di Minsk. È in questa situazione aggrovigliata che si è tenuto ieri l’incontro a Mosca tra il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e l’omologo russo, Sergej Lavrov. I due hanno discusso anche per mettere a punto il viaggio che il premier, Mario Draghi, effettuerà nella capitale russa «nei prossimi giorni». Ora, è improbabile che, prima di acconsentire a questa visita, Draghi non si sia coordinato con Joe Biden. È quindi verosimile ritenere che la Casa Bianca veda nel nostro premier un punto di riferimento in Europa, per cercare di disinnescare la crisi ucraina. Va del resto sottolineato che il presidente statunitense guardi con diffidenza sia a Emmanuel Macron (per i suoi velleitarismi di fatto ostili alla Nato) sia a Olaf Scholz (per la sua eccessiva ambiguità a causa del gasdotto Nord Stream 2). Biden considera Draghi il leader europeo più affidabile proprio per le sue credenziali atlantiste. Ed è per questo che punta su di lui nella crisi ucraina. D’altro canto, se riuscisse ad acquisire un ruolo centrale in questa vicenda, non è escluso che il premier punterà a rilanciare la propria immagine internazionale, distanziandosi dalle beghe di politica interna e guardando magari a qualche incarico europeo di peso nel prossimo futuro. L’Italia potrebbe comunque avere un’ottima occasione per giocare un ruolo centrale in questa crisi. Tornando all’incontro di ieri, Lavrov ha subordinato ogni possibile accordo con l’Occidente allo stop dell’espansione della Nato a Est, esortando Di Maio a non appoggiare eventuali sanzioni occidentali. Un Di Maio che, dal canto suo, si è detto fautore di una soluzione diplomatica, definendo inoltre «imprescindibile» il dialogo con la Russia. Certo è che Draghi si appresta a recarsi nella capitale russa in una situazione turbolenta, in cui la tensione diplomatica sta significativamente aumentando. Mosca ha espulso il vice ambasciatore statunitense in Russia, Bartle Gorman, con Washington che ha ventilato ritorsioni. Inoltre, nonostante il Cremlino abbia ribadito di aver avviato il ritiro delle proprie truppe dai confini ucraini, Austin ha sostenuto che Mosca starebbe in realtà continuando ad ammassare soldati, mentre l’ambasciatrice americana all’Onu, Linda Thomas-Greenfield, ha paventato una «invasione imminente». «La mia sensazione è che [l’invasione] avrà luogo entro i prossimi giorni», ha rincarato la dose Biden, irritando il Cremlino. Sempre ieri, il ministero degli Esteri russo ha accusato Washington di aver «ignorato» le richieste di sicurezza avanzate di recente da Mosca agli Stati Uniti e ha ammonito che «la Russia sarà costretta a rispondere, anche attuando misure di natura tecnico-militare». Scintille si sono registrate infine al consiglio di sicurezza dell’Onu, in cui è intervenuto il segretario di Stato americano, Tony Blinken. «La Russia», ha detto, «ha in programma di fabbricare un pretesto per il suo attacco. Non sappiamo esattamente che forma assumerà». «Sono qui oggi non per iniziare una guerra, ma per prevenirne una», ha aggiunto. La missione diplomatica che attende Draghi non è affatto in discesa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-ucraina-gli-usa-giocano-la-carta-draghi-2656722270.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ennesimo-fallimento-per-macron-la-francia-annuncia-il-ritiro-dal-mali" data-post-id="2656722270" data-published-at="1645195659" data-use-pagination="False"> Ennesimo fallimento per Macron. La Francia annuncia il ritiro dal Mali La Francia, i suoi partner europei, tra cui figura l’Italia, e il Canada hanno confermato ieri che ritireranno i propri contingenti militari dal Mali dove, dal 2013, si stanno svolgendo le operazioni Barkhane e Takuba, volte a combattere il terrorismo islamico. Le modalità della partenza saranno concordate entro la fine di giugno, come dichiarato dal presidente dell’Eurogruppo Charles Michel. Ufficialmente, il ritiro è dovuto al fatto che non ci sono più le «condizioni politiche, operative e legali» nelle quali si svolgono le operazioni. Ma in gioco ci sono anche i rapporti tra Parigi e Bamako peggiorati rapidamente dopo il secondo colpo di Stato che ha interessato il Mali nel giro di due anni. A questo proposito, durante una conferenza stampa tenutasi ieri a Parigi, Emmanuel Macron ha dichiarato che «la lotta al terrorismo non può giustificare tutto» e che il fatto che tale impegno abbia «una priorità assoluta» non può diventare «un esercizio di mantenimento del potere a tempo indeterminato». Analizzando la situazione, però, si potrebbe pensare che i putsch in Mali non siano la sola ragione della decisione di Parigi e delle altre capitali sue alleate. Da quando i Paesi dell’Africa subsahariana e francofona hanno ottenuto la propria indipendenza da Parigi, negli anni ’60 e ’70, i governi e i presidenti francesi hanno chiuso più di un occhio. Così, per decenni, dei dittatori hanno gestito indisturbati i propri affari più o meno leciti, con la benedizione di Parigi. Ora la Francia sembra essere costretta a guardare in faccia alla realtà nonostante, ieri, Macron abbia rifiutato di definire l’impegno militare transalpino in Mali, come un «fallimento». Sarà. Ma dal 2013 a oggi, le forze armate francesi hanno dovuto contare 53 caduti. Inoltre, lo scorso dicembre, la giunta al potere in Mali ha accolto l’arrivo dei mercenari della società paramilitare russa Wagner. L’iniziativa era stata condannata da Parigi e dai suoi alleati, gli stessi che guardavano con apprensione agli sviluppi della crisi ucraina. Già perché, se il Mali e l’Ucraina sono distanti migliaia di chilometri, i due Paesi sono accomunati dall’interesse rivolto loro dalla Russia. Volendo essere critici, si potrebbe dire che Kiev e Bamako siano accomunate anche dal gesticolare inconcludente della Francia nei loro confronti. Non va dimenticato anche che dal primo gennaio 2022, Parigi assicura la presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione Europea e Macron non ha perso un attimo per presentarsi come «padrone» della Ue. Il problema è che le sue iniziative, sia in Mali che in Russia e Ucraina, sono state degli insuccessi. La partenza dal Mali è diventata per gli europei una ulteriore fonte di apprensione, visto che le vicende di questo Paese (e dei suoi vicini) possono avere un impatto sulla situazione migratoria. Invece la visita a Kiev e, soprattutto, a Mosca di Macron si sono concluse con un buco nell’acqua e non hanno disteso i rapporti tra il Cremlino e i Paesi Ue, alle prese anche con l’impennata dei prezzi del gas (di cui la Russia è uno dei principali produttori) e di altre materie prime. Nonostante ciò, il capo dello Stato francese sta cercando di farsi passare come il «salvatore della patria», francese ed Europea. I community manager del suo partito, hanno diffuso sui social dei post celebrativi. In uno di questi si poteva leggere: «Per settimane, il presidente si è battuto per evitare un’invasione russa dell’Ucraina. Oggi l’esercito di Vladimir Putin arretra. Macron è l’Europa e la pace». A meno di due mesi dalle presidenziali deve presentare come successi tutte le sue iniziative, interne ed estere. Ma difficilmente questo suo attivismo risponderà ai timori dei Paesi Ue.
Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 maggio 2026. La deputata della Lega Simona Loizzo ci spiega come le terapie digitali saranno prescrivibili anche in Italia.
Sono numeri da brivido. L’offensiva della macchina fiscale, come riportato dal Sole 24 Ore, ha bloccato in tre mesi 4,1 miliardi di frodi sotto forma di crediti inesistenti o irregolari, impedendo che venissero utilizzati in compensazione con F24, il che avrebbe reso impossibile o molto difficile recuperarli. L’impatto dell’operazione sui conti pubblici è importante. Senza il lavoro di intercettazione degli uomini del Fisco, queste frodi si sarebbero aggiunte alla mole degli 8,4 miliardi indicati nel Documento di finanza pubblica (Dfp) quali crediti di spesa per il 2025.
Il dato più impressionante emerso dall’analisi è il tasso di irregolarità riscontrato sulle nuove comunicazioni. Il 33% dei crediti è stato ritenuto a rischio e quindi non utilizzabile in compensazione. Praticamente un euro su tre dei crediti che emergono dalle ultime fatture per le spese 2025 è stato fermato per illeciti. Probabilmente questi furbetti hanno voluto cogliere al volo l’ultima opportunità offerta dall’agevolazione pur non avendo i requisiti. Con la chiusura delle finestre temporali e il decalage delle aliquote è scattata una corsa frenetica a salire sull’ultimo vagone del Superbonus.
Il Fisco ha seguito due piste: i controlli preventivi, che hanno consentito di scartare 1,8 miliardi di crediti, e le attività di analisi del rischio attraverso le quali sono stati individuati 2,3 miliardi di euro di crediti da Superbonus che rispondevano a un identikit di pericolosità. Si è arrivati così a 4,1 miliardi di illeciti intercettati e bloccati. Le irregolarità riguardavano anche fatture emesse per lavori che in realtà al 31 dicembre 2025 non sono stati realizzati in parte o del tutto. Le indagini del Fisco hanno dovuto tener conto di una variabile, ovvero che per le spese 2025 i lavori potevano essere completati entro il 31 dicembre dell’anno passato ma le opzioni per cessioni e sconto in fattura potevano essere comunicate all’amministrazione finanziaria fino al 16 marzo scorso. Questo vuol dire avviare un monitoraggio costante senza mai abbassare la guardia.
Il Fisco è impegnato dal 2021 nell’azione di monitoraggio di tutti i bonus edilizi, quindi non solo del Superbonus. Cinque anni fa, infatti, fu necessario intervenire d’urgenza con il decreto antifrodi per bloccare i fenomeni di irregolarità che si stavano verificando. Da allora la quantità dei crediti rifiutati per tutti gli interventi ha quasi raggiunto i 9,4 miliardi di euro. Il Superbonus si aggiudica l’Oscar delle truffe (circa 6,8 miliardi) ma anche il bonus facciate non è da meno: gli stop del Fisco agli utilizzi in compensazione sono arrivati a superare 1,3 miliardi nel corso degli anni in cui poteva essere utilizzato.
Emerge anche la realtà di 4.000 condomini che sono rimasti in una sorta di limbo. Cioè vittime di imprese spuntate dal nulla, dall’oggi al domani, dopo il 2021, per cavalcare l’onda del Superbonus. Hanno preso delle commesse, che in parte hanno eseguito, lasciandole poi a metà. I condomini, committenti di questi lavori, si trovano alle prese con detrazioni non maturate, somme da pagare in contanti, crediti fiscali fruiti in modo formalmente illegittimo, e possibili verifiche future da parte dell’Agenzia delle entrate.
Dai dati del ministero dell’Economia, dell’Istat e dell’Agenzia delle entrate, emerge che l’impatto complessivo del Superbonus sui conti pubblici è di 174 miliardi. Una cifra vicina all’intero valore del Pnrr, che tra fondi europei e nazionali vale 194 miliardi. Quindi una gigantesca misura di spesa pubblica. Un’onda che si è ingigantita nel tempo (all’inizio le previsioni parlavano di poche decine di miliardi), quando è parso chiaro che il provvedimento poteva anche essere cavalcato in modo illecito e non solo per utili e regolari interventi edilizi. Senza l’intervento della Guardia di finanza con le contestazioni e i sequestri dei crediti fiscali dichiarati in modo fraudolento, l’onere per il bilancio pubblico sarebbe stato di circa 183 miliardi, quindi ben superiore alla cifra di 174 miliardi a cui si è arrivati. Cifre che rendono chiaramente l’idea del peso del Superbonus sul deficit.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Il presidente francese ha annunciato investimenti per 23 miliardi di euro (27 miliardi di dollari) durante il vertice Africa Forward in Kenya, parlando di un partnership paritaria e con obiettivi comuni. Un significativo cambiamento di atteggiamento, che appare però palesemente ricalcato sul Piano Mattei per l’Africa, che dopo due anni di lavoro sta producendo i primi risultati. Parigi sta faticosamente tentando di recuperare terreno dopo aver visto la cacciata dei propri militari dalle basi africane, ad oggi presenti soltanto nella repubblica di Gibuti, e sostituiti dai russi che hanno orchestrato tutti i colpi di Stato a partire dal 2020.
Macron sa benissimo che il suo Paese è ad una svolta storica nei rapporti con il continente africano e la co-presidenza con il keniano William Ruto nasce con l’idea di proporre un nuovo modello di relazioni. Parigi ha organizzato vertici di questo tipo fin dal 1973, ma esclusivamente con le nazioni francofone che erano sotto la sua influenza. «L’Africa sta avendo successo. È il continente più giovane del mondo ed ha bisogno di investimenti per diventare più autosufficiente», ha ribadito il presidente francese, «non siamo qui semplicemente per investire insieme a voi, ma abbiamo bisogno che i grandi imprenditoriali africani vengano ad investire nel nostro Paese». Macron ha aggiunto che gli investimenti, fra pubblici e privati, creeranno 250.000 posti di lavoro sia in Africa che in Francia in settori come la transizione energetica, il digitale, l’intelligenza artificiale, l’economia marittima e l’agricoltura. Il leader francese vuole utilizzare il meeting di Nairobi per arginare l’influenza degli ex emerging powers come Russia, Cina e Turchia, ma per frenare anche l’Italia che sta investendo in molte nazioni.
L’inquilino dell’Eliseo ha pesato ogni parola durante il vertice, definendo l’Africa come un unico insieme e cercando di promuovere l’Europa come un partner commerciale più affidabile rispetto alla Cina ed anche agli Stati Uniti. In Kenya sono arrivati più di 30 leader africani e rappresentanti dell’Unione Africana, insieme all’imprenditore nigeriano Aliko Dangote, considerato l’uomo più ricco del continente, mentre da Parigi sono volati a Nairobi dirigenti di importanti aziende come TotalEnergies ed Orange. Macron ha parlato anche all’Università di Nairobi, dove ha sostenuto che l’Africa ha bisogno di investimenti per diventare più sovrana e che non ha più bisogno né vuole più sentire gli europei dire loro di cosa hanno bisogno. Parallelamente sta andando avanti il processo di restituzione delle opere d’arte africane saccheggiate durante l’era coloniale e il Parlamento francese ha approvato una legge per la restituzione dei manufatti.
Il Kenya ha reagito positivamente alle proposte di Parigi e il ministro degli Esteri Musalia Mudavadi l’ha definita come un’opportunità per l’Africa di iniziare a parlare all’unisono. Nairobi ha firmato un accordo quinquennale di difesa con la Francia che comprende anche l’intelligence e operazioni militari congiunte nell’Oceano Indiano e a marzo un contingente di 800 soldati francesi è arrivato al porto di Mombasa, oggetto di grandi investimenti del gruppo francese Cma Cgm . Sul tema della riduzione della presenza militare Macron ha detto che il ritiro delle truppe non è stato un’umiliazione, ma una risposta logica a una data situazione. «Quando la nostra presenza non era più gradita dopo i colpi di Stato, ce ne siamo andati e sono convinto che dobbiamo lasciare che questi Stati e i loro leader, persino i golpisti, traccino la propria strada». Nessuna delle nazioni africane in mano a giunte militari ha partecipato al vertice e la strategia intrapresa da Parigi appare debole e tardiva per cambiare gli equilibri continentali.
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