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2022-02-18
In Ucraina gli Usa giocano la carta Draghi
Luigi di Maio con Sergej Lavrov (Ansa)
È tornata a salire pericolosamente la tensione in Donbass. I separatisti filorussi dell’autoproclamata repubblica popolare di Lugansk hanno affermato ieri di essere stati bombardati dalle forze ucraine: la notizia, ampiamente diffusa dai media statali russi, è stata tuttavia smentita da Kiev, secondo cui sarebbero stati i separatisti ad attaccare in realtà il villaggio di Stanytsia Luhanska nell’Ucraina orientale, prendendo di mira un asilo. «Chiediamo a tutti i partner di condannare rapidamente questa grave violazione degli accordi di Minsk da parte della Russia in una situazione di sicurezza già tesa», ha detto il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba.
Da parte occidentale, si teme che quanto sta accadendo possa essere utilizzato da Mosca come pretesto per una manovra militare. Ricordiamo che, nei giorni scorsi, l’intelligence statunitense aveva accusato i russi di voler «fabbricare» un apposito casus belli per procedere all’invasione: una preoccupazione, rilanciata ieri dal segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, dal capo del Pentagono Lloyd Austin e dal premier britannico, Boris Johnson. In quest’ottica, il Cremlino potrebbe aver creato un pretesto, per muoversi - come già accaduto in passato - sulla base della cosiddetta «dottrina Karaganov», in virtù della quale Mosca si riserva la facoltà di intervenire militarmente quando ritiene che i diritti dei russi residenti nello spazio ex sovietico siano minacciati. Va anche rammentato che, appena pochi giorni fa, il Cremlino ha messo nel cassetto una mozione della Duma che, introdotta originariamente dal Partito comunista russo, chiedeva a Vladimir Putin di riconoscere formalmente le repubbliche separatiste del Donbass. Nell’occasione, il governo russo aveva sottolineato di volersi attenere agli accordi di Minsk.
È in questa situazione aggrovigliata che si è tenuto ieri l’incontro a Mosca tra il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e l’omologo russo, Sergej Lavrov. I due hanno discusso anche per mettere a punto il viaggio che il premier, Mario Draghi, effettuerà nella capitale russa «nei prossimi giorni». Ora, è improbabile che, prima di acconsentire a questa visita, Draghi non si sia coordinato con Joe Biden. È quindi verosimile ritenere che la Casa Bianca veda nel nostro premier un punto di riferimento in Europa, per cercare di disinnescare la crisi ucraina. Va del resto sottolineato che il presidente statunitense guardi con diffidenza sia a Emmanuel Macron (per i suoi velleitarismi di fatto ostili alla Nato) sia a Olaf Scholz (per la sua eccessiva ambiguità a causa del gasdotto Nord Stream 2).
Biden considera Draghi il leader europeo più affidabile proprio per le sue credenziali atlantiste. Ed è per questo che punta su di lui nella crisi ucraina. D’altro canto, se riuscisse ad acquisire un ruolo centrale in questa vicenda, non è escluso che il premier punterà a rilanciare la propria immagine internazionale, distanziandosi dalle beghe di politica interna e guardando magari a qualche incarico europeo di peso nel prossimo futuro. L’Italia potrebbe comunque avere un’ottima occasione per giocare un ruolo centrale in questa crisi.
Tornando all’incontro di ieri, Lavrov ha subordinato ogni possibile accordo con l’Occidente allo stop dell’espansione della Nato a Est, esortando Di Maio a non appoggiare eventuali sanzioni occidentali. Un Di Maio che, dal canto suo, si è detto fautore di una soluzione diplomatica, definendo inoltre «imprescindibile» il dialogo con la Russia.
Certo è che Draghi si appresta a recarsi nella capitale russa in una situazione turbolenta, in cui la tensione diplomatica sta significativamente aumentando. Mosca ha espulso il vice ambasciatore statunitense in Russia, Bartle Gorman, con Washington che ha ventilato ritorsioni. Inoltre, nonostante il Cremlino abbia ribadito di aver avviato il ritiro delle proprie truppe dai confini ucraini, Austin ha sostenuto che Mosca starebbe in realtà continuando ad ammassare soldati, mentre l’ambasciatrice americana all’Onu, Linda Thomas-Greenfield, ha paventato una «invasione imminente». «La mia sensazione è che [l’invasione] avrà luogo entro i prossimi giorni», ha rincarato la dose Biden, irritando il Cremlino. Sempre ieri, il ministero degli Esteri russo ha accusato Washington di aver «ignorato» le richieste di sicurezza avanzate di recente da Mosca agli Stati Uniti e ha ammonito che «la Russia sarà costretta a rispondere, anche attuando misure di natura tecnico-militare». Scintille si sono registrate infine al consiglio di sicurezza dell’Onu, in cui è intervenuto il segretario di Stato americano, Tony Blinken. «La Russia», ha detto, «ha in programma di fabbricare un pretesto per il suo attacco. Non sappiamo esattamente che forma assumerà». «Sono qui oggi non per iniziare una guerra, ma per prevenirne una», ha aggiunto. La missione diplomatica che attende Draghi non è affatto in discesa.
Ennesimo fallimento per Macron. La Francia annuncia il ritiro dal Mali
La Francia, i suoi partner europei, tra cui figura l’Italia, e il Canada hanno confermato ieri che ritireranno i propri contingenti militari dal Mali dove, dal 2013, si stanno svolgendo le operazioni Barkhane e Takuba, volte a combattere il terrorismo islamico. Le modalità della partenza saranno concordate entro la fine di giugno, come dichiarato dal presidente dell’Eurogruppo Charles Michel. Ufficialmente, il ritiro è dovuto al fatto che non ci sono più le «condizioni politiche, operative e legali» nelle quali si svolgono le operazioni. Ma in gioco ci sono anche i rapporti tra Parigi e Bamako peggiorati rapidamente dopo il secondo colpo di Stato che ha interessato il Mali nel giro di due anni. A questo proposito, durante una conferenza stampa tenutasi ieri a Parigi, Emmanuel Macron ha dichiarato che «la lotta al terrorismo non può giustificare tutto» e che il fatto che tale impegno abbia «una priorità assoluta» non può diventare «un esercizio di mantenimento del potere a tempo indeterminato». Analizzando la situazione, però, si potrebbe pensare che i putsch in Mali non siano la sola ragione della decisione di Parigi e delle altre capitali sue alleate. Da quando i Paesi dell’Africa subsahariana e francofona hanno ottenuto la propria indipendenza da Parigi, negli anni ’60 e ’70, i governi e i presidenti francesi hanno chiuso più di un occhio. Così, per decenni, dei dittatori hanno gestito indisturbati i propri affari più o meno leciti, con la benedizione di Parigi.
Ora la Francia sembra essere costretta a guardare in faccia alla realtà nonostante, ieri, Macron abbia rifiutato di definire l’impegno militare transalpino in Mali, come un «fallimento». Sarà. Ma dal 2013 a oggi, le forze armate francesi hanno dovuto contare 53 caduti. Inoltre, lo scorso dicembre, la giunta al potere in Mali ha accolto l’arrivo dei mercenari della società paramilitare russa Wagner. L’iniziativa era stata condannata da Parigi e dai suoi alleati, gli stessi che guardavano con apprensione agli sviluppi della crisi ucraina.
Già perché, se il Mali e l’Ucraina sono distanti migliaia di chilometri, i due Paesi sono accomunati dall’interesse rivolto loro dalla Russia. Volendo essere critici, si potrebbe dire che Kiev e Bamako siano accomunate anche dal gesticolare inconcludente della Francia nei loro confronti. Non va dimenticato anche che dal primo gennaio 2022, Parigi assicura la presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione Europea e Macron non ha perso un attimo per presentarsi come «padrone» della Ue. Il problema è che le sue iniziative, sia in Mali che in Russia e Ucraina, sono state degli insuccessi. La partenza dal Mali è diventata per gli europei una ulteriore fonte di apprensione, visto che le vicende di questo Paese (e dei suoi vicini) possono avere un impatto sulla situazione migratoria. Invece la visita a Kiev e, soprattutto, a Mosca di Macron si sono concluse con un buco nell’acqua e non hanno disteso i rapporti tra il Cremlino e i Paesi Ue, alle prese anche con l’impennata dei prezzi del gas (di cui la Russia è uno dei principali produttori) e di altre materie prime. Nonostante ciò, il capo dello Stato francese sta cercando di farsi passare come il «salvatore della patria», francese ed Europea. I community manager del suo partito, hanno diffuso sui social dei post celebrativi. In uno di questi si poteva leggere: «Per settimane, il presidente si è battuto per evitare un’invasione russa dell’Ucraina. Oggi l’esercito di Vladimir Putin arretra. Macron è l’Europa e la pace». A meno di due mesi dalle presidenziali deve presentare come successi tutte le sue iniziative, interne ed estere. Ma difficilmente questo suo attivismo risponderà ai timori dei Paesi Ue.
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Dopo gli inutili interventi dei vari leader europei, gli Stati Uniti spingono il nostro presidente a recarsi in Russia per negoziare una soluzione diplomatica alla crisi. Bombe su un villaggio nel Donbass, con reciprochi scambi di accuse tra Kiev e i separatisti.Via i contingenti militari francesi dal Mali, finito ora nelle mire di Mosca e Pechino.Lo speciale contiene due articoli.È tornata a salire pericolosamente la tensione in Donbass. I separatisti filorussi dell’autoproclamata repubblica popolare di Lugansk hanno affermato ieri di essere stati bombardati dalle forze ucraine: la notizia, ampiamente diffusa dai media statali russi, è stata tuttavia smentita da Kiev, secondo cui sarebbero stati i separatisti ad attaccare in realtà il villaggio di Stanytsia Luhanska nell’Ucraina orientale, prendendo di mira un asilo. «Chiediamo a tutti i partner di condannare rapidamente questa grave violazione degli accordi di Minsk da parte della Russia in una situazione di sicurezza già tesa», ha detto il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba. Da parte occidentale, si teme che quanto sta accadendo possa essere utilizzato da Mosca come pretesto per una manovra militare. Ricordiamo che, nei giorni scorsi, l’intelligence statunitense aveva accusato i russi di voler «fabbricare» un apposito casus belli per procedere all’invasione: una preoccupazione, rilanciata ieri dal segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, dal capo del Pentagono Lloyd Austin e dal premier britannico, Boris Johnson. In quest’ottica, il Cremlino potrebbe aver creato un pretesto, per muoversi - come già accaduto in passato - sulla base della cosiddetta «dottrina Karaganov», in virtù della quale Mosca si riserva la facoltà di intervenire militarmente quando ritiene che i diritti dei russi residenti nello spazio ex sovietico siano minacciati. Va anche rammentato che, appena pochi giorni fa, il Cremlino ha messo nel cassetto una mozione della Duma che, introdotta originariamente dal Partito comunista russo, chiedeva a Vladimir Putin di riconoscere formalmente le repubbliche separatiste del Donbass. Nell’occasione, il governo russo aveva sottolineato di volersi attenere agli accordi di Minsk. È in questa situazione aggrovigliata che si è tenuto ieri l’incontro a Mosca tra il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e l’omologo russo, Sergej Lavrov. I due hanno discusso anche per mettere a punto il viaggio che il premier, Mario Draghi, effettuerà nella capitale russa «nei prossimi giorni». Ora, è improbabile che, prima di acconsentire a questa visita, Draghi non si sia coordinato con Joe Biden. È quindi verosimile ritenere che la Casa Bianca veda nel nostro premier un punto di riferimento in Europa, per cercare di disinnescare la crisi ucraina. Va del resto sottolineato che il presidente statunitense guardi con diffidenza sia a Emmanuel Macron (per i suoi velleitarismi di fatto ostili alla Nato) sia a Olaf Scholz (per la sua eccessiva ambiguità a causa del gasdotto Nord Stream 2). Biden considera Draghi il leader europeo più affidabile proprio per le sue credenziali atlantiste. Ed è per questo che punta su di lui nella crisi ucraina. D’altro canto, se riuscisse ad acquisire un ruolo centrale in questa vicenda, non è escluso che il premier punterà a rilanciare la propria immagine internazionale, distanziandosi dalle beghe di politica interna e guardando magari a qualche incarico europeo di peso nel prossimo futuro. L’Italia potrebbe comunque avere un’ottima occasione per giocare un ruolo centrale in questa crisi. Tornando all’incontro di ieri, Lavrov ha subordinato ogni possibile accordo con l’Occidente allo stop dell’espansione della Nato a Est, esortando Di Maio a non appoggiare eventuali sanzioni occidentali. Un Di Maio che, dal canto suo, si è detto fautore di una soluzione diplomatica, definendo inoltre «imprescindibile» il dialogo con la Russia. Certo è che Draghi si appresta a recarsi nella capitale russa in una situazione turbolenta, in cui la tensione diplomatica sta significativamente aumentando. Mosca ha espulso il vice ambasciatore statunitense in Russia, Bartle Gorman, con Washington che ha ventilato ritorsioni. Inoltre, nonostante il Cremlino abbia ribadito di aver avviato il ritiro delle proprie truppe dai confini ucraini, Austin ha sostenuto che Mosca starebbe in realtà continuando ad ammassare soldati, mentre l’ambasciatrice americana all’Onu, Linda Thomas-Greenfield, ha paventato una «invasione imminente». «La mia sensazione è che [l’invasione] avrà luogo entro i prossimi giorni», ha rincarato la dose Biden, irritando il Cremlino. Sempre ieri, il ministero degli Esteri russo ha accusato Washington di aver «ignorato» le richieste di sicurezza avanzate di recente da Mosca agli Stati Uniti e ha ammonito che «la Russia sarà costretta a rispondere, anche attuando misure di natura tecnico-militare». Scintille si sono registrate infine al consiglio di sicurezza dell’Onu, in cui è intervenuto il segretario di Stato americano, Tony Blinken. «La Russia», ha detto, «ha in programma di fabbricare un pretesto per il suo attacco. Non sappiamo esattamente che forma assumerà». «Sono qui oggi non per iniziare una guerra, ma per prevenirne una», ha aggiunto. La missione diplomatica che attende Draghi non è affatto in discesa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-ucraina-gli-usa-giocano-la-carta-draghi-2656722270.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ennesimo-fallimento-per-macron-la-francia-annuncia-il-ritiro-dal-mali" data-post-id="2656722270" data-published-at="1645195659" data-use-pagination="False"> Ennesimo fallimento per Macron. La Francia annuncia il ritiro dal Mali La Francia, i suoi partner europei, tra cui figura l’Italia, e il Canada hanno confermato ieri che ritireranno i propri contingenti militari dal Mali dove, dal 2013, si stanno svolgendo le operazioni Barkhane e Takuba, volte a combattere il terrorismo islamico. Le modalità della partenza saranno concordate entro la fine di giugno, come dichiarato dal presidente dell’Eurogruppo Charles Michel. Ufficialmente, il ritiro è dovuto al fatto che non ci sono più le «condizioni politiche, operative e legali» nelle quali si svolgono le operazioni. Ma in gioco ci sono anche i rapporti tra Parigi e Bamako peggiorati rapidamente dopo il secondo colpo di Stato che ha interessato il Mali nel giro di due anni. A questo proposito, durante una conferenza stampa tenutasi ieri a Parigi, Emmanuel Macron ha dichiarato che «la lotta al terrorismo non può giustificare tutto» e che il fatto che tale impegno abbia «una priorità assoluta» non può diventare «un esercizio di mantenimento del potere a tempo indeterminato». Analizzando la situazione, però, si potrebbe pensare che i putsch in Mali non siano la sola ragione della decisione di Parigi e delle altre capitali sue alleate. Da quando i Paesi dell’Africa subsahariana e francofona hanno ottenuto la propria indipendenza da Parigi, negli anni ’60 e ’70, i governi e i presidenti francesi hanno chiuso più di un occhio. Così, per decenni, dei dittatori hanno gestito indisturbati i propri affari più o meno leciti, con la benedizione di Parigi. Ora la Francia sembra essere costretta a guardare in faccia alla realtà nonostante, ieri, Macron abbia rifiutato di definire l’impegno militare transalpino in Mali, come un «fallimento». Sarà. Ma dal 2013 a oggi, le forze armate francesi hanno dovuto contare 53 caduti. Inoltre, lo scorso dicembre, la giunta al potere in Mali ha accolto l’arrivo dei mercenari della società paramilitare russa Wagner. L’iniziativa era stata condannata da Parigi e dai suoi alleati, gli stessi che guardavano con apprensione agli sviluppi della crisi ucraina. Già perché, se il Mali e l’Ucraina sono distanti migliaia di chilometri, i due Paesi sono accomunati dall’interesse rivolto loro dalla Russia. Volendo essere critici, si potrebbe dire che Kiev e Bamako siano accomunate anche dal gesticolare inconcludente della Francia nei loro confronti. Non va dimenticato anche che dal primo gennaio 2022, Parigi assicura la presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione Europea e Macron non ha perso un attimo per presentarsi come «padrone» della Ue. Il problema è che le sue iniziative, sia in Mali che in Russia e Ucraina, sono state degli insuccessi. La partenza dal Mali è diventata per gli europei una ulteriore fonte di apprensione, visto che le vicende di questo Paese (e dei suoi vicini) possono avere un impatto sulla situazione migratoria. Invece la visita a Kiev e, soprattutto, a Mosca di Macron si sono concluse con un buco nell’acqua e non hanno disteso i rapporti tra il Cremlino e i Paesi Ue, alle prese anche con l’impennata dei prezzi del gas (di cui la Russia è uno dei principali produttori) e di altre materie prime. Nonostante ciò, il capo dello Stato francese sta cercando di farsi passare come il «salvatore della patria», francese ed Europea. I community manager del suo partito, hanno diffuso sui social dei post celebrativi. In uno di questi si poteva leggere: «Per settimane, il presidente si è battuto per evitare un’invasione russa dell’Ucraina. Oggi l’esercito di Vladimir Putin arretra. Macron è l’Europa e la pace». A meno di due mesi dalle presidenziali deve presentare come successi tutte le sue iniziative, interne ed estere. Ma difficilmente questo suo attivismo risponderà ai timori dei Paesi Ue.
Ansa
La colpa è di quel trattato Mercosur che la Von der Leyen ha voluto a ogni costo per mostrare i muscoli a Donald Trump e fare gli interessi della Germania. Se ieri la protesta ha assunto i toni di una «lotta per la sopravvivenza» degli agricoltori sacrificati dalla Commissione sull’altare delle ambizioni di potenza dell’Ue, oggi il Parlamento potrebbe farla diventare un’aperta sconfessione dell’operato della baronessa. Ieri i deputati le hanno dato sostegno, congelando l’accordo commerciale tra Usa e Ue dopo le minacce americane di nuove tariffe doganali contro i Paesi che hanno dato sostegno alla Groenlandia, ma oggi potrebbero buttare a mare il Mercosur approvando l’invio del testo del trattato alla Corte di giustizia europea per verificare se quell’accordo è compatibile con le leggi istitutive dell’Ue.
Impaurita dalla possibilità che questo avvenga prima di partire per Davos, con una mossa del tutto irrituale, ma la baronessa ha ormai abituato a comportamenti molto disinvolti, ha convocato i capi dei raggruppamenti della sua maggioranza e ha ammonito: «Se salta il Mercosur, scordiamoci dell’Europa come protagonista globale». Che la posta in gioco sia altissima lo conferma il fatto che ieri a Davos, mentre i cittadini europei le gridavano «Vai a casa», ha ribadito: «L’accordo col Mercosur invia un messaggio forte al mondo, stiamo scegliendo il commercio equo rispetto ai dazi, la partnership rispetto all’isolamento, la sostenibilità rispetto allo sfruttamento. Il vecchio ordine non tornerà: l’Europa decisa e unita saprà rispondere».
Dal voto che si prefigura per oggi questa unità non si vede. Tanto Manfred Weber (Ppe) quanto Iratxe Garcia Perez (Pse) hanno provato a buttarla in politica: il voto di oggi è un voto anti Trump. Ma non è così. I 145 deputati che hanno presentato la mozione vogliono solo sapere se il trattato e i comportamenti della Commissione che ne conseguono sono legali. Lo sottolinea il fatto che l’iniziativa sia partita da Renew, il gruppo a cui fa capo Emmanuel Macron ed è sostenuta «per nazioni» e non per appartenenza politica da austriaci, polacchi, irlandesi e ungheresi. Perciò i numeri dicono che la mozione potrebbe passare. Se così fosse, il Mercosur andrebbe in parcheggio per almeno due anni. Giusto il tempo per trovare le risposte che ieri gli agricoltori hanno chiesto con la loro protesta.
Sono arrivati in massa dalla Francia e dalla Polonia, dal Belgio e dall’Italia con tutte le confederazioni mobilitate. La Coldiretti ha portato migliaia di agricoltori, così ha fatto la Cia, mentre la Confagricoltura, con il suo presidente, guida il «sindacato» europeo. Il leader della Cia, Cristiano Fini, è stato chiarissimo: «Accetteremo il Mercosur solo alle nostre condizioni», e poi ha offerto delle cifre su cui meditare. Stante l’accordo così com’è, «sono a rischio oltre 40.000 posti di lavoro in Europa» e ci sono alcuni settori come zootecnia, riso, zucchero dove si avrà un’invasione di produzioni sudamericane. Ancora più dura la reazione di Ettore Prandini, presidente di Coldiretti: «La deriva autocratica e ideologica imposta da Ursula von der Leyen sta uccidendo l’agricoltura europea e mettendo a rischio la sovranità alimentare del continente. La Commissione Von der Leyen ha trasformato l’agricoltura in un laboratorio ideologico gestito da tecnocrati che ignorano i territori produttivi, scaricano costi e vincoli sulle imprese europee e spalancano i mercati alla concorrenza sleale globale». Vincenzo Gesmundo, che di Coldiretti è segretario generale, insiste: «Siamo qui con i nostri agricoltori e a fianco degli agricoltori francesi della Fnsa per chiedere di fermare le importazioni sleali di cibi che non rispettano gli standard europei e mettono a rischio la salute dei cittadini e il reddito degli agricoltori».
A proposito di francesi, sarà il caso che qualcuno avverta Emmanuel Macron che dei minacciati superdazi americani su Champagne e vini d’Oltralpe i contadini francesi non accusano Donald Trump, ma il presidente francese incapace di trattare così com’è - secondo loro -incapace di fermare l’epidemia che sta decimando le mandrie. Quel «Von der Leyen go home» ha il sapore del vecchio maggio francese: ce n’est qu’un debut.. Perché i contadini restano mobilitati a Strasburgo - domani si vota la mozione di sfiducia alla baronessa proposta da Jordan Bardella con il gruppo dei Patriots e, sul fronte italiano, c’è una riedizione dell’intesa giallo-verde con Lega e Cinque stelle che l’appoggiano (insieme ad Avs) mentre Fdi, Fi e Pd sono intenzionati a «salvare» la Commissione. Fin quando non tramonta il Mercosur.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'europarlamentare della Lega durante un'intervista a margine della sessione Plenaria di Strasburgo.
Gianmarco Tamberi, ambassador di Eleventy. A destra, Marco Baldassari
Qual è la filosofia della nuova collezione?
«È una collezione che nasce da un bisogno profondo: quello di rallentare. Negli ultimi anni siamo stati travolti da ritmi frenetici, da una velocità continua imposta dal sistema moda e dalle campagne vendita. Tutto corre troppo. Questa collezione è un invito a un viaggio interiore, a una riconnessione con la natura, per ritrovare un equilibrio che oggi è fondamentale. Da qui nasce l’idea di un nuovo guardaroba ispirato alla natura, pensato per vivere il tempo all’aria aperta, per ascoltare il silenzio, ma allo stesso tempo perfettamente adattabile alla vita urbana. È la trasversalità che da sempre caratterizza Eleventy: capi che funzionano dalla mattina alla sera, in contesti diversi».
Questa ricerca di equilibrio si riflette anche nelle scelte cromatiche?
«Assolutamente sì. Abbiamo sentito il bisogno di “scurire” la palette. È stata una scelta consapevole: uscire dalla nostra zona di comfort. Per anni Eleventy è stato identificato con colori chiari, luminosi. Fino a cinque o sei anni fa eravamo tra i pochissimi a vendere il bianco d’inverno, il panna, i grigi chiari. Oggi però quell’area di gusto è diventata affollatissima: dal fast fashion ai grandi brand. Abbiamo sentito che era il momento di cambiare pelle, di tornare a essere speciali come lo siamo stati in passato».
Da qui la scelta di tonalità più profonde e sofisticate.
«Esatto. Ci siamo ispirati ancora una volta alla natura: il castagno, i marroni intensi, i grigi più scuri, i blu con declinazioni più particolari. Il bianco non scompare - resta sempre un passe-partout - ma diventa un accento, non più il centro del racconto».
Questo cambiamento serve anche a riaccendere il desiderio del consumatore?
«Sì, oggi mi sembra un po’ smarrito. Non è solo una questione di prezzi, il prodotto, in generale, si è appiattito. Per questo abbiamo lavorato su nuovi volumi, geometrie e modelli. Reinterpretare giacche, maglie, pantaloni è fondamentale per mantenere un senso di esclusività. Oggi il desiderio nasce solo se il cliente si sente unico».
In collezione compare anche un tessuto rarissimo: la vicuna.
«L’abbiamo inserita in un programma esclusivamente su misura. È uno dei tessuti più preziosi al mondo: l’animale vive a oltre 8.000 metri di altitudine e, dopo la tosatura, impiega due anni e mezzo per rigenerare il pelo. È rarissimo. Proprio per questo lo proponiamo solo in una selezione numerata di capi su misura. Il cliente sceglie il modello e accede a qualcosa di davvero esclusivo».
Quali sono oggi i mercati più forti per Eleventy?
«Gli Usa restano il mercato più solido: c’è un potere di spesa maggiore e una mentalità più orientata al consumo. Il Middle East continua a darci grandi soddisfazioni. Stiamo inoltre vedendo emergere India, Sud Africa, Brasile. La geografia del nostro cliente si sta ampliando, e questo è molto positivo».
Guardando al futuro, dove vede Eleventy?
«Ho sempre pensato Eleventy come un lifestyle, non solo abbigliamento. Da tempo ho nel cassetto l’idea di un hotel Eleventy: un luogo che esprima il nostro universo attraverso arredi, cucina sana, wellness, palestra. Un club dove tutto - dalle uniformi al cibo - racconti l’Italia e i nostri valori».
Quest’anno avete scelto per la prima volta un ambassador: Gianmarco Tamberi. Perché lui?
«Incarna perfettamente i nostri valori. Ci siamo conosciuti, abbiamo parlato e ho riconosciuto in lui la stessa storia: sacrificio, disciplina, costanza. Lui viene dal niente, io vengo dal niente. Entrambi sappiamo cosa significa prendere porte in faccia e rialzarsi. È uno sport individuale, durissimo anche dal punto di vista psicologico. I valori sono gli stessi che servono nel lavoro. Gianmarco rappresenta Eleventy non solo come atleta, ma come uomo: sano, coerente, autentico. Non potevo desiderare di meglio».
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«Steal - La Rapina» (Amazon Prime Video)
Pareva un giorno qualunque, quello alla Lochmill Capital, società d’investimento con delega alla gestione dei fondi pensione privati. Invece, l'ordinarietà della giornata è presto rotta dall'irruzione, negli uffici, di una banda di rapinatori. Chiedono, urlano. Costringono due dipendenti, Zara e l'amico Luke, ad eseguire ogni loro ordine, sottraendo a lavoratori impotenti i risparmi di una vita. Poi, se ne vanno, fuori da quei corridoi. Dietro di loro, solo una miriade di interrogativi. Chi mai lucrerebbe sulle fatiche di persone senza nome né colpa? Chi si addentrerebbe alla Lochmill Capital, correndo il rischio di essere facilmente individuato? Le domande non hanno risposta. Tormentano, però, l'ispettore deputato alle indagini, Rhys, un uomo provato dalle difficoltà del suo privato.
Steal - La Rapina si muove, dunque, su più binari, dando spazio tanto alla dinamica del furto quanto al racconto degli uomini e delle donne che ne sono rimasti coinvolti. L'ispettore capo Rhys, costretto a barcamenarsi tra i doveri e gli ostacoli della professione, mentre gestisce parimenti la propria ludopatia, una situazione economica di indigenza, la paura di perdere ogni cosa. Zara, interpretata da Sophie Turner, ex reginetta de Il Trono di Spade, qui alle prese con un complotto di dimensioni enormi. Luke, che gli eventi, suo malgrado, portano a dover indagare sui piani segreti e interessi contrastanti. Nessuno avrebbe scelto, consapevolmente, la vita improvvisa che gli è toccata in sorte. Ma, nella serie, seguirla e darle spazio è inevitabile, per il sollazzo di ogni amante del genere.
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