In montagna diventiamo più piccoli e possiamo scordare di essere umani
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  • Successo per il Trento film festival, il grande evento dedicato alle vette con la proiezione di oltre 130 pellicole. Fra i protagonisti della kermesse, in programma fino al 7 maggio, anche alpinisti, scrittori, scienziati e attori.
  • Il Castello del Buonconsiglio dedica una retrospettiva al fotografo Sergio Perdomi. A inizio agosto, Castel Beseno presenta la rievocazione storica rinascimentale «All’armi, all’armi».

Lo speciale contiene due articoli.

Nell’ambito dei festival letterari e culturali ve ne sono alcuni che hanno un gusto tutto particolare. Si tratta di manifestazioni che si svolgono in aree alpine, talora proprio tra monti, baite, cime, boschi e sentieri, come ad esempio L’Altro festival in Valmalenco, oppure in ambienti prevalentemente urbani ma che richiamano costantemente alla natura: avviene a Torino con Cinemambiente, a Belluno per Oltre le vette o al glorioso Trento film festival. Sono manifestazioni alle quali torno ogni volta con grande piacere, sebbene è certo io non sia affatto una stella delle scalate, uno sciatore impavido o un testimonial pubblicitario di acque e vita all’aria aperta, sono semmai semplicemente un curioso cercatore di grandi alberi millenari e monumentali che ha spesso scarpinato, non senza fatica, tra questi ambienti, e che vi ritorna per scrivere o per meditare; proprio di questo tema trattano i miei ultimi silvari, Alberi millenari d’Italia (Idee Feltrinelli e Gribaudo) e ancor più specificatamente Sutra degli alberi (Piano B).

Alcuni colleghi autori, prevalentemente universitari, di tanto in tanto mi onorano con le loro velate critiche, sostenendo quanto sia finito il tempo in cui bastava abbracciare gli alberi, nell’attuale antropocene c’è da fare ben altro, dicono. Li ringrazio per i loro costanti insegnamenti. Ammesso che non sono mai stato un fan dell’abbracciare gli alberi, semmai di poterli incontrare e ammirare, certamente, di poterli anche studiare, certamente, e documentare, certamente, e di poterci meditare a fianco, certamente. Anche di ringraziarli con un inchino, come fanno spesso in Giappone ma anche in altre parti del mondo, che siano scintoisti o buddisti. Certamente. Io non so che cosa sarà di noi e del mondo, non nutro di certo l’ambizione di dire che cosa debbono fare gli altri per sé stessi, figuriamoci per risolvere i grandi problemi del pianeta, e dicendola tutta non mi fido nemmeno di coloro che di professione fanno a parole i salvatori della patria/del mondo/della società/della natura. Anzi: ammetto che tutti questi narcisismi plateali mi fanno assai sorridere. Meditando e camminando e facendo quel poco che so fare come lo so fare tra gli alberi e nei boschi mi sono rimpicciolito ancora di più, non mi sono improvvisamente sentito un padre eterno, ma è una mia questione, come dire, un mio procedere singolare, individuale, soggettivissimo.

Da figlio di falegname che cercava soltanto un proprio posto tra gli uomini e le donne del suo tempo l’ascolto delle ferree e talora inesplicabili leggi di natura ha contribuito a limare le mie vanitose attese di autore, o poeta, o scrittore, scegliamo il termine che ci piace di più. L’incontro poi casuale, accidentale, con un buddismo piccolo-piccolo, quasi inesistente, un filo di parole e di pratiche essenziali è stato per me fonte di felicità e stupore: accogliere gli insegnamenti antichi e moderni consigliati dai monaci delle tradizioni zen e ch’an, misurare questo corpo con una sincera pratica quotidiana di zazen e meditazione, talora in casa, in quel piccolo eremo delle radici o Ne-an, termine con cui indico il mio studio, scherzandoci sopra, e talora nei boschi, nonché tentare, spesso fallendo, di coniugare tutto questo con la vita dell’autore, dell’artigiano di parole che faccio e devo fare per piacere, per ambizione – ovviamente – e anche per dovere, oramai, mi mette alla prova ogni nuovo giorno.

Quando perlustro un bosco lo faccio ringraziando la vita che opera senza di me, senza di noi umani, e quasi mi accoccolo in questi luoghi per me benefici, anche se sappiamo che questa è soltanto in parte la natura all’opera. Qui, nel corso dei secoli, i nostri avi hanno lavorato, hanno scelto, hanno selezionato, abbattuto, piantumato, cacciato, le nostre foreste sono mezze foreste, per dire, sono foreste a tempo parziale, purgate da tutto quel che ci spaventava ed era per noi particolarmente nocivo. Ma non soltanto qui, nella nostra Italia, anche in Europa e anche in tanti luoghi in giro per il pianeta. In California, laddove quasi piangevo per la magnificenza incontenibile delle sequoie che si innalzavano dinnanzi a me, con la loro montagna di cortecce viventi, in quelle foreste oggi parchi nazionali e statali, è assente il sovrano selvatico di molti secoli, l’orso grizzly che di certo non favorirebbe la nostra conciliazione con la natura, e qualcuno ricorderà le terrificanti scene dell’assalto dell’orso al personaggio del cacciatore impersonato da Leonardo DiCaprio nel film Revenant. Ecco, cose che accadevano ai vivi e che a noi accadono meno. Se desideriamo la natura nel suo meglio, nella sua completa ricchezza e biodiversità questi episodi sono destinati drammaticamente a ripetersi.

Quando ci si abbandona alla natura ci avviamo in un continente altero, quasi magico, in parte insondabile, dove raccogliersi, purificarci, dimenticarci per qualche respiro di chi siamo, di quel che vogliamo e reclamiamo, e questo alla fine spesso ci fa tanto bene.

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