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2023-04-30
In montagna diventiamo più piccoli e possiamo scordare di essere umani
@visittrentino.info
Nell’ambito dei festival letterari e culturali ve ne sono alcuni che hanno un gusto tutto particolare. Si tratta di manifestazioni che si svolgono in aree alpine, talora proprio tra monti, baite, cime, boschi e sentieri, come ad esempio L’Altro festival in Valmalenco, oppure in ambienti prevalentemente urbani ma che richiamano costantemente alla natura: avviene a Torino con Cinemambiente, a Belluno per Oltre le vette o al glorioso Trento film festival. Sono manifestazioni alle quali torno ogni volta con grande piacere, sebbene è certo io non sia affatto una stella delle scalate, uno sciatore impavido o un testimonial pubblicitario di acque e vita all’aria aperta, sono semmai semplicemente un curioso cercatore di grandi alberi millenari e monumentali che ha spesso scarpinato, non senza fatica, tra questi ambienti, e che vi ritorna per scrivere o per meditare; proprio di questo tema trattano i miei ultimi silvari, Alberi millenari d’Italia (Idee Feltrinelli e Gribaudo) e ancor più specificatamente Sutra degli alberi (Piano B).
Alcuni colleghi autori, prevalentemente universitari, di tanto in tanto mi onorano con le loro velate critiche, sostenendo quanto sia finito il tempo in cui bastava abbracciare gli alberi, nell’attuale antropocene c’è da fare ben altro, dicono. Li ringrazio per i loro costanti insegnamenti. Ammesso che non sono mai stato un fan dell’abbracciare gli alberi, semmai di poterli incontrare e ammirare, certamente, di poterli anche studiare, certamente, e documentare, certamente, e di poterci meditare a fianco, certamente. Anche di ringraziarli con un inchino, come fanno spesso in Giappone ma anche in altre parti del mondo, che siano scintoisti o buddisti. Certamente. Io non so che cosa sarà di noi e del mondo, non nutro di certo l’ambizione di dire che cosa debbono fare gli altri per sé stessi, figuriamoci per risolvere i grandi problemi del pianeta, e dicendola tutta non mi fido nemmeno di coloro che di professione fanno a parole i salvatori della patria/del mondo/della società/della natura. Anzi: ammetto che tutti questi narcisismi plateali mi fanno assai sorridere. Meditando e camminando e facendo quel poco che so fare come lo so fare tra gli alberi e nei boschi mi sono rimpicciolito ancora di più, non mi sono improvvisamente sentito un padre eterno, ma è una mia questione, come dire, un mio procedere singolare, individuale, soggettivissimo.
Da figlio di falegname che cercava soltanto un proprio posto tra gli uomini e le donne del suo tempo l’ascolto delle ferree e talora inesplicabili leggi di natura ha contribuito a limare le mie vanitose attese di autore, o poeta, o scrittore, scegliamo il termine che ci piace di più. L’incontro poi casuale, accidentale, con un buddismo piccolo-piccolo, quasi inesistente, un filo di parole e di pratiche essenziali è stato per me fonte di felicità e stupore: accogliere gli insegnamenti antichi e moderni consigliati dai monaci delle tradizioni zen e ch’an, misurare questo corpo con una sincera pratica quotidiana di zazen e meditazione, talora in casa, in quel piccolo eremo delle radici o Ne-an, termine con cui indico il mio studio, scherzandoci sopra, e talora nei boschi, nonché tentare, spesso fallendo, di coniugare tutto questo con la vita dell’autore, dell’artigiano di parole che faccio e devo fare per piacere, per ambizione - ovviamente - e anche per dovere, oramai, mi mette alla prova ogni nuovo giorno.
Quando perlustro un bosco lo faccio ringraziando la vita che opera senza di me, senza di noi umani, e quasi mi accoccolo in questi luoghi per me benefici, anche se sappiamo che questa è soltanto in parte la natura all’opera. Qui, nel corso dei secoli, i nostri avi hanno lavorato, hanno scelto, hanno selezionato, abbattuto, piantumato, cacciato, le nostre foreste sono mezze foreste, per dire, sono foreste a tempo parziale, purgate da tutto quel che ci spaventava ed era per noi particolarmente nocivo. Ma non soltanto qui, nella nostra Italia, anche in Europa e anche in tanti luoghi in giro per il pianeta. In California, laddove quasi piangevo per la magnificenza incontenibile delle sequoie che si innalzavano dinnanzi a me, con la loro montagna di cortecce viventi, in quelle foreste oggi parchi nazionali e statali, è assente il sovrano selvatico di molti secoli, l’orso grizzly che di certo non favorirebbe la nostra conciliazione con la natura, e qualcuno ricorderà le terrificanti scene dell’assalto dell’orso al personaggio del cacciatore impersonato da Leonardo DiCaprio nel film Revenant. Ecco, cose che accadevano ai vivi e che a noi accadono meno. Se desideriamo la natura nel suo meglio, nella sua completa ricchezza e biodiversità questi episodi sono destinati drammaticamente a ripetersi.
Quando ci si abbandona alla natura ci avviamo in un continente altero, quasi magico, in parte insondabile, dove raccogliersi, purificarci, dimenticarci per qualche respiro di chi siamo, di quel che vogliamo e reclamiamo, e questo alla fine spesso ci fa tanto bene.
Una mostra celebra il genio Perdomi
Tra le decine di motivi per recarsi in Trentino Alto Adige ci sono anche le mostre e gli eventi in programma al Castello del Buonconsiglio. Oltre a essere il più vasto e importante complesso monumentale della regione, è un museo cui afferiscono anche i castelli di Stenico, Beseno, Caldes e Thun. Fino al 1° ottobre, all’interno della sede principale si terrà la mostra Sergio Perdomi (1887-1935). Il fotografo della Venezia Tridentina, un’occasione per conoscere l’artista ufficiale del Castello del Buonconsiglio, dove si insediò negli anni Venti per vivere e lavorare a stretto contatto con la Soprintendenza ai monumenti e alle gallerie di Trento. Oggi potremmo considerarlo uno storyteller d’eccezione, capace di accompagnare chi ne osserva le opere in un viaggio visivo e concettuale alla scoperta di questa regione. Sempre a proposito di fotografia, a partire dal mese di maggio i giardini del maniero ospiteranno una mostra collegata all’iniziativa Fiori al centro, che vedrà la città di Trento abbellita da allestimenti floreali e ravvivata da eventi e iniziative che coinvolgeranno anche i bambini per insegnare loro come si curano fiori e piante.Dalla fotografia alla pittura: I volti della sapienza. Dosso e Battista nella Biblioteca di Bernardo Cles è l’altra rassegna che si terrà nel Castello del Buonconsiglio dal 1° luglio al 22 ottobre. Tra il 1531 e il 1532, infatti, il principale artista della corte degli Este e suo fratello furono chiamati a decorare la biblioteca del principe vescovo Bernardo Cles. Al centro delle tavole che componevano il soffitto a cassettoni, smontate e restaurate, si trovano saggi e filosofi dell’antichità. In occasione della mostra saranno organizzate anche visite teatralizzate, a dimostrazione che la cultura può convivere con l’intrattenimento e coinvolgere un vasto pubblico. A Caldes, nell’omonimo castello, dal 16 giugno al 5 novembre possiamo immergerci tra i quadri di Bartolomeo Bezzi, pittore che, con i suoi paesaggi, rese pienamente omaggio alla propria regione d’origine. Un’estate che non si limiterà a mostre ed esposizioni, estendendosi a eventi, laboratori (anche per bambini), concerti e rievocazioni storiche, come All’armi, All’armi, che vedrà Castel Beseno riempirsi, il 5 agosto, di migliaia di appassionati di storia rinascimentale, che potranno ammirare i guerrieri «dell’epoca», i loro accampamenti e persino gustare le loro prelibatezze. E se Castel Stenico attenderà come sempre gli amanti della falconeria, a Castel Caldes andrà in scena l’amor cortese, mentre al Castello del Buonconsiglio verrà allestito un cinema all’aperto tematico: il Cinquecento sarà al centro dei film trasmessi in una cornice unica, dove storia e natura convivono da sempre.
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Successo per il Trento film festival, il grande evento dedicato alle vette con la proiezione di oltre 130 pellicole. Fra i protagonisti della kermesse, in programma fino al 7 maggio, anche alpinisti, scrittori, scienziati e attori.Il Castello del Buonconsiglio dedica una retrospettiva al fotografo Sergio Perdomi. A inizio agosto, Castel Beseno presenta la rievocazione storica rinascimentale «All’armi, all’armi». Lo speciale contiene due articoli. Nell’ambito dei festival letterari e culturali ve ne sono alcuni che hanno un gusto tutto particolare. Si tratta di manifestazioni che si svolgono in aree alpine, talora proprio tra monti, baite, cime, boschi e sentieri, come ad esempio L’Altro festival in Valmalenco, oppure in ambienti prevalentemente urbani ma che richiamano costantemente alla natura: avviene a Torino con Cinemambiente, a Belluno per Oltre le vette o al glorioso Trento film festival. Sono manifestazioni alle quali torno ogni volta con grande piacere, sebbene è certo io non sia affatto una stella delle scalate, uno sciatore impavido o un testimonial pubblicitario di acque e vita all’aria aperta, sono semmai semplicemente un curioso cercatore di grandi alberi millenari e monumentali che ha spesso scarpinato, non senza fatica, tra questi ambienti, e che vi ritorna per scrivere o per meditare; proprio di questo tema trattano i miei ultimi silvari, Alberi millenari d’Italia (Idee Feltrinelli e Gribaudo) e ancor più specificatamente Sutra degli alberi (Piano B).Alcuni colleghi autori, prevalentemente universitari, di tanto in tanto mi onorano con le loro velate critiche, sostenendo quanto sia finito il tempo in cui bastava abbracciare gli alberi, nell’attuale antropocene c’è da fare ben altro, dicono. Li ringrazio per i loro costanti insegnamenti. Ammesso che non sono mai stato un fan dell’abbracciare gli alberi, semmai di poterli incontrare e ammirare, certamente, di poterli anche studiare, certamente, e documentare, certamente, e di poterci meditare a fianco, certamente. Anche di ringraziarli con un inchino, come fanno spesso in Giappone ma anche in altre parti del mondo, che siano scintoisti o buddisti. Certamente. Io non so che cosa sarà di noi e del mondo, non nutro di certo l’ambizione di dire che cosa debbono fare gli altri per sé stessi, figuriamoci per risolvere i grandi problemi del pianeta, e dicendola tutta non mi fido nemmeno di coloro che di professione fanno a parole i salvatori della patria/del mondo/della società/della natura. Anzi: ammetto che tutti questi narcisismi plateali mi fanno assai sorridere. Meditando e camminando e facendo quel poco che so fare come lo so fare tra gli alberi e nei boschi mi sono rimpicciolito ancora di più, non mi sono improvvisamente sentito un padre eterno, ma è una mia questione, come dire, un mio procedere singolare, individuale, soggettivissimo.Da figlio di falegname che cercava soltanto un proprio posto tra gli uomini e le donne del suo tempo l’ascolto delle ferree e talora inesplicabili leggi di natura ha contribuito a limare le mie vanitose attese di autore, o poeta, o scrittore, scegliamo il termine che ci piace di più. L’incontro poi casuale, accidentale, con un buddismo piccolo-piccolo, quasi inesistente, un filo di parole e di pratiche essenziali è stato per me fonte di felicità e stupore: accogliere gli insegnamenti antichi e moderni consigliati dai monaci delle tradizioni zen e ch’an, misurare questo corpo con una sincera pratica quotidiana di zazen e meditazione, talora in casa, in quel piccolo eremo delle radici o Ne-an, termine con cui indico il mio studio, scherzandoci sopra, e talora nei boschi, nonché tentare, spesso fallendo, di coniugare tutto questo con la vita dell’autore, dell’artigiano di parole che faccio e devo fare per piacere, per ambizione - ovviamente - e anche per dovere, oramai, mi mette alla prova ogni nuovo giorno.Quando perlustro un bosco lo faccio ringraziando la vita che opera senza di me, senza di noi umani, e quasi mi accoccolo in questi luoghi per me benefici, anche se sappiamo che questa è soltanto in parte la natura all’opera. Qui, nel corso dei secoli, i nostri avi hanno lavorato, hanno scelto, hanno selezionato, abbattuto, piantumato, cacciato, le nostre foreste sono mezze foreste, per dire, sono foreste a tempo parziale, purgate da tutto quel che ci spaventava ed era per noi particolarmente nocivo. Ma non soltanto qui, nella nostra Italia, anche in Europa e anche in tanti luoghi in giro per il pianeta. In California, laddove quasi piangevo per la magnificenza incontenibile delle sequoie che si innalzavano dinnanzi a me, con la loro montagna di cortecce viventi, in quelle foreste oggi parchi nazionali e statali, è assente il sovrano selvatico di molti secoli, l’orso grizzly che di certo non favorirebbe la nostra conciliazione con la natura, e qualcuno ricorderà le terrificanti scene dell’assalto dell’orso al personaggio del cacciatore impersonato da Leonardo DiCaprio nel film Revenant. Ecco, cose che accadevano ai vivi e che a noi accadono meno. Se desideriamo la natura nel suo meglio, nella sua completa ricchezza e biodiversità questi episodi sono destinati drammaticamente a ripetersi.Quando ci si abbandona alla natura ci avviamo in un continente altero, quasi magico, in parte insondabile, dove raccogliersi, purificarci, dimenticarci per qualche respiro di chi siamo, di quel che vogliamo e reclamiamo, e questo alla fine spesso ci fa tanto bene.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-montagna-diventiamo-piu-piccoli-2659931944.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-mostra-celebra-il-genio-perdomi" data-post-id="2659931944" data-published-at="1682864864" data-use-pagination="False"> Una mostra celebra il genio Perdomi Tra le decine di motivi per recarsi in Trentino Alto Adige ci sono anche le mostre e gli eventi in programma al Castello del Buonconsiglio. Oltre a essere il più vasto e importante complesso monumentale della regione, è un museo cui afferiscono anche i castelli di Stenico, Beseno, Caldes e Thun. Fino al 1° ottobre, all’interno della sede principale si terrà la mostra Sergio Perdomi (1887-1935). Il fotografo della Venezia Tridentina, un’occasione per conoscere l’artista ufficiale del Castello del Buonconsiglio, dove si insediò negli anni Venti per vivere e lavorare a stretto contatto con la Soprintendenza ai monumenti e alle gallerie di Trento. Oggi potremmo considerarlo uno storyteller d’eccezione, capace di accompagnare chi ne osserva le opere in un viaggio visivo e concettuale alla scoperta di questa regione. Sempre a proposito di fotografia, a partire dal mese di maggio i giardini del maniero ospiteranno una mostra collegata all’iniziativa Fiori al centro, che vedrà la città di Trento abbellita da allestimenti floreali e ravvivata da eventi e iniziative che coinvolgeranno anche i bambini per insegnare loro come si curano fiori e piante.Dalla fotografia alla pittura: I volti della sapienza. Dosso e Battista nella Biblioteca di Bernardo Cles è l’altra rassegna che si terrà nel Castello del Buonconsiglio dal 1° luglio al 22 ottobre. Tra il 1531 e il 1532, infatti, il principale artista della corte degli Este e suo fratello furono chiamati a decorare la biblioteca del principe vescovo Bernardo Cles. Al centro delle tavole che componevano il soffitto a cassettoni, smontate e restaurate, si trovano saggi e filosofi dell’antichità. In occasione della mostra saranno organizzate anche visite teatralizzate, a dimostrazione che la cultura può convivere con l’intrattenimento e coinvolgere un vasto pubblico. A Caldes, nell’omonimo castello, dal 16 giugno al 5 novembre possiamo immergerci tra i quadri di Bartolomeo Bezzi, pittore che, con i suoi paesaggi, rese pienamente omaggio alla propria regione d’origine. Un’estate che non si limiterà a mostre ed esposizioni, estendendosi a eventi, laboratori (anche per bambini), concerti e rievocazioni storiche, come All’armi, All’armi, che vedrà Castel Beseno riempirsi, il 5 agosto, di migliaia di appassionati di storia rinascimentale, che potranno ammirare i guerrieri «dell’epoca», i loro accampamenti e persino gustare le loro prelibatezze. E se Castel Stenico attenderà come sempre gli amanti della falconeria, a Castel Caldes andrà in scena l’amor cortese, mentre al Castello del Buonconsiglio verrà allestito un cinema all’aperto tematico: il Cinquecento sarà al centro dei film trasmessi in una cornice unica, dove storia e natura convivono da sempre.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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