True
2020-03-09
Compravendita di visti nell’ambasciata italiana in Pakistan
iStock
«Documenti in regola? Non bastano. Qui money money». Soldi. Tanti soldi.
A parlare è un pakistano, da anni residente in Italia, ma «pizzicato» alcune settimane fa a Islamabad dalla Verità. Il quadro che emerge dal racconto di quest'uomo, come da quello di tanti altri suoi connazionali, è preoccupante: in Pakistan, attorno alla nostra ambasciata, sarebbe in piedi un vero e proprio mercimonio di visti, per cifre che arrivano a 15-20.000 euro. A gestire tale business ci sarebbero degli intermediari locali, i quali conterebbero su complici che operano come contrattisti all'interno della sede diplomatica italiana.
La notizia è allarmante per almeno due motivi: primo, perché le istituzioni del nostro Paese sarebbero parte lesa, danneggiate da truffatori e, nella peggiore delle ipotesi, da dipendenti infedeli; secondo, perché se veramente in Pakistan esiste una compravendita di visti, essa si presta a fungere anche da canale di immigrazione. È questa l'idea che ci suggerisce un ragazzo, arrivato in Italia circa 4 anni fa: «Anziché fare il viaggio della speranza come me, da Islamabad, all'Iran, alla Turchia, ai Balcani, fino all'Italia, uno prende il visto turistico, arriva in aereo e poi fa domanda d'asilo». Ed è la stessa prospettiva che ci presentano i gestori di un minimarket etnico del Nord Est, che conosceremo più avanti: «Arrivi in area Schengen e poi, prima che scada il visto, chiedi la protezione internazionale». Quella su cui Matteo Salvini, da ministro dell'Interno, ha imposto una stretta che il governo giallorosso vorrebbe di nuovo allentare.
Ma partiamo da un fenomeno che è la Farnesina stessa a confermare. In Pakistan («e in molte altre sedi nel mondo», aggiungono dal ministero degli Esteri), ci sono delle specie di «mediatori truffaldini» che, attraverso il sistema informatico, prenotano una serie di appuntamenti in ambasciata. Dopodiché, li vendono a chi ne ha bisogno. «L'ambasciata non può sapere se chi ha fissato l'appuntamento online sia la stessa persona che poi si presenta in ufficio», spiega la Farnesina. «Questo, però, non significa affatto che i mediatori siano in grado di garantire un visto, che deve passare controlli stringenti». Tant'è che la percentuale di dinieghi è altissima: «Per alcune tipologie, può arrivare al 50%». E vivaddio che la selezione sia rigorosissima: immigrazione a parte, il Pakistan ha un'elevata presenza di estremisti islamici, che bisogna tenere lontani non soltanto dall'Italia, ma da tutta l'area Schengen. Però è proprio per la difficoltà di ottenere un via libera, che chi vive nella Repubblica islamica è disposto a sborsare. Ciò che rende complesso sgominare un traffico del genere è che non si parla, apparentemente, né di visti falsi (che verrebbero scoperti alle frontiere), né di permessi concessi a chi non ha i requisiti (le autorità italiane assicurano che i controlli sui richiedenti sono stringenti). Il punto, insomma, è che anche chi dovrebbe essere a posto con i documenti, poiché rischia comunque un diniego - le nostre autorità possono ritenere non sufficientemente giustificata la richiesta, o sospettare che gli aspiranti viaggiatori siano in realtà aspiranti immigrati - trova chi gli propone di pagare. Money money, appunto. Ma quanto, di preciso? «3-4.000 euro», secondo l'uomo da noi intercettato a Islamabad. «E in due o tre mesi arriva il visto».
È un caso? Siamo stati avvicinati da un impostore, pronto a prendere il denaro e a sparire? Una storia simile, in realtà, ce l'ha illustrata pure un altro pakistano, residente nel Bresciano. «Circa 6 anni fa ho seguito la disavventura di una ragazza che era tornata a visitare i suoi a Islamabad, ma aveva perso i documenti e non poteva rientrare in Italia. Si era recata alla Gerry Fedex», la società presso la quale le persone devono depositare i loro faldoni, che poi essa inoltra all'ambasciata. Su questa (come su altre aziende esterne di cui si serve la nostra diplomazia nel mondo), la Farnesina ci assicura che vengono svolti controlli accurati sia per evitare fenomeni di bagarinaggio, sia per minimizzare il rischio che qualche dipendente si lasci corrompere. Eppure, ci viene raccontato che la ragazza di Islamabad, in difficoltà con il suo faldone, «alla fine aveva trovato un intermediario, che le chiese 1.000 euro per fissare un appuntamento in ambasciata e per facilitare la pratica. Pochi giorni dopo, guada caso, riottenne i documenti». D'altronde, dell'ultimo episodio di un conterraneo che ha pagato 500 euro per farsi ricevere nella sede diplomatica di Islamabad, l'uomo ci garantisce di essere venuto a conoscenza solo «un paio di mesi fa».
Nel frattempo, il 10 febbraio, nella capitale del Paese asiatico è arrivato il nuovo ambasciatore, subentrato a Stefano Pontecorvo, che aveva concluso il proprio mandato. E se nella Repubblica islamica capita quello che abbiamo documentato, è l'uomo giusto al posto giusto. Si tratta di Andreas Ferrarese, che nel 2014, da ambasciatore a Pristina, dovette fronteggiare lo scandalo dei visti Schengen, messi in vendita a prezzi che oscillavano tra i 2.700 e i 3.500 euro da un gruppo criminale kosovaro. Tra gli arrestati figurava pure il figlio del leader della battaglia per l'indipendenza dello Stato balcanico dalla Serbia. Quella vicenda fece scalpore: si era parlato di complici tra i funzionari italiani, era stato travolto persino il precedente ambasciatore, Michael Giffoni (prima destituito direttamente dal ministero, poi reintegrato dal Tar, perché giudicato vittima del raggiro). Soprattutto, era emerso che tre dei visti erano stati concessi a combattenti jihadisti, dei quali, dopo l'ingresso in Italia, si erano perse le tracce, finché uno di loro non aveva compiuto un attacco suicida in Iraq.
Raggiunto dalla Verità, Ferrarese ha ammesso che «possono esserci tre livelli di truffa». Uno, è quello di chi intasca i soldi e si dilegua. Un altro è quello di chi, conoscendo le leggi, inganna i connazionali, convincendoli a farsi pagare per ottenere un servizio cui avrebbero già diritto. Entrambe queste ipotesi «danneggiano l'immagine dell'ambasciata, ma sul piano giuridico riguardano le autorità pakistane». Il terzo è il più grave: è quello di chi, eventualmente, ha davvero un complice interno alla sede diplomatica. «Ma chi è stato avvicinato da questi soggetti deve fare nomi e cognomi. Deve denunciare». Certo, un principio sacrosanto. Ma un business dei visti si regge proprio sulla certezza che, per paura o per l'estremo bisogno di procurarsi un lasciapassare, nessuno di quelli cui viene chiesto di pagare denuncerà. «Senza prove, non posso sospettare di funzionari dell'ambasciata. Mi pare difficile, poi, che i contrattisti pakistani rischino di perdere un posto per il quale ricevono uno stipendio ben più alto della media dei loro compatrioti». Tuttavia Ferrarese è perfettamente consapevole che «i problemi con i visti esistono da anni. Io ne ho esperienza dagli anni Novanta, nelle Filippine. Voi non mi state certo parlando di aria fritta. Abbiamo la stessa preoccupazione, perciò invitiamo a denunciare: chi ha paura, sappia che si possono studiare soluzioni per assicurare l'anonimato. In ogni caso», conclude l'ambasciatore, «abbiamo già un rodato meccanismo di controlli interni e io, personalmente, mi sono dato da fare per fronteggiare queste situazioni anche in passato. Non ho mai avuto problemi a far arrestare chi provava a violare la legge».
Magari, quelle dei testimoni da noi raggiunti sono solo voci. Magari c'è una pletora di truffatori che ruota intorno all'ambasciata, solo «all'esterno», come ipotizza Ferrarese. Eppure, quando chiediamo ai pakistani se è vero che nel loro Paese si può comprare un visto, tutti rispondono senza esitare: «Sì, sì. È tutto vero». Lo conferma, ad esempio, un giovane che era arrivato in Italia appena maggiorenne. «Un mediatore a Islamabad mi aveva assicurato un visto in cambio di 20.000 euro. Ci sarebbero voluti dai 3 ai 6 mesi, ma se segui i canali “tradizionali", quasi sempre ti bocciano la richiesta. Io personalmente non avevo abbastanza denaro, ma ho conosciuto diverse persone che hanno comprato il visto».
E a quanto pare, non è affatto difficile raggiungere questa sorta di bagarini del passaporto.
Insieme a un ragazzo pakistano, siamo riusciti ad avviare una trattativa semplicemente entrando in un alimentari etnico di una grande città del Nord Est (non diamo i dettagli proprio per non inguaiare il nostro complice, che lì ci vive ed è abbastanza conosciuto all'interno della sua comunità). I gestori del negozio danno una mano ai connazionali con i documenti da inoltrare in ambasciata. Per suscitare il loro interesse, ci è bastato riferire che la persona in cerca del visto ha messo da parte circa 12.000 euro. I due sono subito chiari: «Se seguite la via regolare, noi vi prepariamo tutto, ma non possiamo assicurarvi niente. L'altra via a noi non piace… Però è più sicura».
Ma come facciamo a essere sicuri che chi ci promette il documento, non intaschi i nostri soldi per poi volatilizzarsi? In fondo, era stato già l'uomo di Islamabad, quello del money money, a metterci in guardia: «Tu consegni il denaro, poi loro ti dicono: “No no, io non ne so niente"». I gestori del minimarket, però, ci aiutano a fugare questo dubbio. E spiegano che il pagamento avverrebbe solamente a visto emesso. Ci assicurano anche che hanno già alcuni documenti in arrivo, destinati a connazionali che hanno accettato di sborsare 10.000 euro. D'altra parte, se la compravendita si risolvesse sempre in un raggiro, non ci sarebbero tanti pakistani certi che pagando ci si riserva una corsia preferenziale, o pieni di conoscenti che dichiarano (confidenzialmente) di aver comprato i visti.
Con i proprietari del supermercato etnico, lo scorso fine settimana, ci eravamo dati un appuntamento per ieri: i signori avevano promesso che avrebbero sentito il loro contatto in Pakistan, il quale, stando al loro resoconto, sarebbe addirittura in grado di procurare documenti per molti altri Paesi dell'area Schengen. Poi, però, è arrivato il nuovo decreto della presidenza del Consiglio per l'emergenza coronavirus, che ha sigillato la Lombardia. E molti pakistani si sono attivati per gestire l'esodo dei connazionali dalla Regione, in particolare da Milano. L'appuntamento è saltato. Ma appena possibile, riattiveremo la trattativa, per verificare con i nostri occhi se davvero essa conduce dentro la sede diplomatica di Islamabad.
E i minori dal Paese islamico fanno gola alle comunità: soldi pubblici, zero resoconti
L'accoglienza dei minori non accompagnati è un terreno complesso, delicato, ma soprattutto, remunerativo. La complessa trafila burocratica e logistica che si mette in moto appena un minorenne di cittadinanza non europea, senza genitori o parenti, entra in Italia, è regolata dalla legge numero 47 del 2017. La disposizione è chiara: se sul territorio sono individuati familiari idonei a prendersi cura del minore, questa soluzione dovrà essere preferita al collocamento in una comunità. Ma destinare centinaia di minori, o presunti tali, nelle case di accoglienza conviene a tutti. Soprattutto in Friuli Venezia Giulia.
Nella Regione infatti, a differenza di quanto avviene nel resto d'Italia, i Comuni scelgono le case di accoglienza a cui destinare i minori non tramite un bando pubblico, ma semplicemente tramite delle convenzioni. In media, un centro di accoglienza riceve tra i 75 e i 140 euro al giorno per minore. Soldi pubblici, che i servizi sociali, incaricati di smistare i minori, possono quindi indirizzare a loro piacimento, sapendo in quali conti correnti andranno. Calcolando una media di 100 euro al giorno, una comunità che ospita 30 ragazzi, incassa ogni mese 90.000 euro, ovvero più di 1 milione all'anno. Un giro d'affari che fa gola a molti, e a dimostrarlo ci sono i numeri del report della Regione Friuli Venezia Giulia che fotografa la situazione nel 2019: i minori in carico ai Comuni sono in totale 956, provenienti prevalentemente da Pakistan, Kosovo, Bangladesh, Afghanistan e Albania. La maggior parte di loro viene mandata nelle strutture di Trieste, Cividale del Friuli e Udine. In una struttura triestina era stato destinato Saif (nome di fantasia, ndr) ragazzo pachistano, partito dal suo Paese circa due anni fa. Il viaggio per arrivare in Italia è stato lungo: la prima tappa è stata in Iran, dove Saif si è fermato una decina di giorni per poi arrivare a Istanbul, dove si è fermato circa 8 mesi. La città turca è infatti un vero e proprio punto di smistamento per pakistani, afghani e bengalesi, che rimangono lì fino a quando non riescono a racimolare la somma necessaria a raggiungere la Grecia. Dopo Istanbul Saif raggiunge Salonicco, dove si ferma una settimana, per poi proseguire attraversando i Paesi balcanici. Dopo due giorni in Macedonia, Saif resta nella capitale serba, Belgrado, per tre mesi, comi come a Sarajevo, in Bosnia, poi Croazia e Slovenia di passaggio e, infine, Trieste. Viene affidato a una comunità, che sebbene disponga di soldi pubblici per fornire vestiti, pasti, e tutto ciò di cui ha bisogno, non si prende cura di lui, tanto da farlo scappare, come racconta: «In comunità non mi davano da mangiare, nemmeno i vestiti. Se mi facevo male non mi portavano nemmeno all'ospedale. Sono scappato molte volte ma i servizi sociali hanno sempre imposto che io stessi in comunità».
L'ultima parola, spetta sempre infatti a loro, come conferma il senatore Simone Pillon, in prima linea nel tentativo di far luce sul business dei minori non accompagnati: «Non esiste un organo che supervisioni i servizi sociali. Le loro relazioni restano come ultimo verbo nei fasciscoli dei tribunali dei minori, su queste si basa tutto il lavoro dei giudici, molti dei quali sono onorari, non togati, senza le competenze giuridiche di un magistrato di carriera, e anche su di loro manca una normativa chiara per evitare conflitti d'interessi». A dimostrarlo, un caso chiave, quello della cooperativa umbra per minori Il piccolo carro, finita nel 2017 sotto la lente dell'l'Autorità nazionale anticorruzione, poiché un socio era anche il figlio della Garante per l'infanzia e l'adolescenza della Regione, Maria Pia Serlupini. Come spiega Pillon, «è necessario riformare l'intero sistema delle comunità per minori non accompagnati perché, tra l'altro, queste si autocontrollano. Non c'è nessuno che monitori le loro spese, basta un'autocertificazione». Le strutture sono libere quindi di incassare denaro pubblico senza rendicontare le spese, libere di diventare dei semplici parcheggi per minori, che più sono, meglio è.
Il vicesindaco di Trieste, Paolo Polidori, ha provato a far luce sulla situazione anche rivolgendosi all'ambasciata del Pakistan in Italia, ma per ricevere risposte, non sono sufficienti le domande di un singolo Comune, servirebbe un interessamento da parte del governo, che non arriva.
Dopo i pakistani, la comunità più numerosa di minori stranieri è quella proveniente dal Kosovo. Nel terzo trimestre del 2019, in Friuli Venezia Giulia erano 207. Il viaggio per arrivare in Italia pero loro è molto meno difficile. Con 8 ore di macchina e qualche mancia al confine con la Croazia, si è in Italia. Alcuni dei minori accolti fanno parte di bande in mano alla criminalità organizzata, come per esempio la Gang del kalashnikov, i cui membri spesso ne portano lo stemma tatuato sul collo, protagonista di un accoltellamento nell'ottobre scorso alla Scala dei Giganti, nel centro di Trieste.
E intanto, intere zone del Kosovo e dell'Albania si stanno spopolando di giovani, diretti in Friuli, dove possono essere mantenuti a spese della Regione.
Continua a leggereRiduci
Mediatori locali chiedono fino a 20.000 euro per il documento. L'ambasciatore: «Il problema esiste, ma chi sa deve denunciare».E i minori dal Paese islamico fanno gola alle comunità: soldi pubblici, zero resoconti. In Friuli sono il gruppo più numeroso tra gli under 18 e i Comuni scelgono le strutture di affido senza un bando. Uno di loro racconta: «In casa famiglia non mi davano cibo».Lo speciale comprende due articoli. «Documenti in regola? Non bastano. Qui money money». Soldi. Tanti soldi. A parlare è un pakistano, da anni residente in Italia, ma «pizzicato» alcune settimane fa a Islamabad dalla Verità. Il quadro che emerge dal racconto di quest'uomo, come da quello di tanti altri suoi connazionali, è preoccupante: in Pakistan, attorno alla nostra ambasciata, sarebbe in piedi un vero e proprio mercimonio di visti, per cifre che arrivano a 15-20.000 euro. A gestire tale business ci sarebbero degli intermediari locali, i quali conterebbero su complici che operano come contrattisti all'interno della sede diplomatica italiana. La notizia è allarmante per almeno due motivi: primo, perché le istituzioni del nostro Paese sarebbero parte lesa, danneggiate da truffatori e, nella peggiore delle ipotesi, da dipendenti infedeli; secondo, perché se veramente in Pakistan esiste una compravendita di visti, essa si presta a fungere anche da canale di immigrazione. È questa l'idea che ci suggerisce un ragazzo, arrivato in Italia circa 4 anni fa: «Anziché fare il viaggio della speranza come me, da Islamabad, all'Iran, alla Turchia, ai Balcani, fino all'Italia, uno prende il visto turistico, arriva in aereo e poi fa domanda d'asilo». Ed è la stessa prospettiva che ci presentano i gestori di un minimarket etnico del Nord Est, che conosceremo più avanti: «Arrivi in area Schengen e poi, prima che scada il visto, chiedi la protezione internazionale». Quella su cui Matteo Salvini, da ministro dell'Interno, ha imposto una stretta che il governo giallorosso vorrebbe di nuovo allentare.Ma partiamo da un fenomeno che è la Farnesina stessa a confermare. In Pakistan («e in molte altre sedi nel mondo», aggiungono dal ministero degli Esteri), ci sono delle specie di «mediatori truffaldini» che, attraverso il sistema informatico, prenotano una serie di appuntamenti in ambasciata. Dopodiché, li vendono a chi ne ha bisogno. «L'ambasciata non può sapere se chi ha fissato l'appuntamento online sia la stessa persona che poi si presenta in ufficio», spiega la Farnesina. «Questo, però, non significa affatto che i mediatori siano in grado di garantire un visto, che deve passare controlli stringenti». Tant'è che la percentuale di dinieghi è altissima: «Per alcune tipologie, può arrivare al 50%». E vivaddio che la selezione sia rigorosissima: immigrazione a parte, il Pakistan ha un'elevata presenza di estremisti islamici, che bisogna tenere lontani non soltanto dall'Italia, ma da tutta l'area Schengen. Però è proprio per la difficoltà di ottenere un via libera, che chi vive nella Repubblica islamica è disposto a sborsare. Ciò che rende complesso sgominare un traffico del genere è che non si parla, apparentemente, né di visti falsi (che verrebbero scoperti alle frontiere), né di permessi concessi a chi non ha i requisiti (le autorità italiane assicurano che i controlli sui richiedenti sono stringenti). Il punto, insomma, è che anche chi dovrebbe essere a posto con i documenti, poiché rischia comunque un diniego - le nostre autorità possono ritenere non sufficientemente giustificata la richiesta, o sospettare che gli aspiranti viaggiatori siano in realtà aspiranti immigrati - trova chi gli propone di pagare. Money money, appunto. Ma quanto, di preciso? «3-4.000 euro», secondo l'uomo da noi intercettato a Islamabad. «E in due o tre mesi arriva il visto».È un caso? Siamo stati avvicinati da un impostore, pronto a prendere il denaro e a sparire? Una storia simile, in realtà, ce l'ha illustrata pure un altro pakistano, residente nel Bresciano. «Circa 6 anni fa ho seguito la disavventura di una ragazza che era tornata a visitare i suoi a Islamabad, ma aveva perso i documenti e non poteva rientrare in Italia. Si era recata alla Gerry Fedex», la società presso la quale le persone devono depositare i loro faldoni, che poi essa inoltra all'ambasciata. Su questa (come su altre aziende esterne di cui si serve la nostra diplomazia nel mondo), la Farnesina ci assicura che vengono svolti controlli accurati sia per evitare fenomeni di bagarinaggio, sia per minimizzare il rischio che qualche dipendente si lasci corrompere. Eppure, ci viene raccontato che la ragazza di Islamabad, in difficoltà con il suo faldone, «alla fine aveva trovato un intermediario, che le chiese 1.000 euro per fissare un appuntamento in ambasciata e per facilitare la pratica. Pochi giorni dopo, guada caso, riottenne i documenti». D'altronde, dell'ultimo episodio di un conterraneo che ha pagato 500 euro per farsi ricevere nella sede diplomatica di Islamabad, l'uomo ci garantisce di essere venuto a conoscenza solo «un paio di mesi fa». Nel frattempo, il 10 febbraio, nella capitale del Paese asiatico è arrivato il nuovo ambasciatore, subentrato a Stefano Pontecorvo, che aveva concluso il proprio mandato. E se nella Repubblica islamica capita quello che abbiamo documentato, è l'uomo giusto al posto giusto. Si tratta di Andreas Ferrarese, che nel 2014, da ambasciatore a Pristina, dovette fronteggiare lo scandalo dei visti Schengen, messi in vendita a prezzi che oscillavano tra i 2.700 e i 3.500 euro da un gruppo criminale kosovaro. Tra gli arrestati figurava pure il figlio del leader della battaglia per l'indipendenza dello Stato balcanico dalla Serbia. Quella vicenda fece scalpore: si era parlato di complici tra i funzionari italiani, era stato travolto persino il precedente ambasciatore, Michael Giffoni (prima destituito direttamente dal ministero, poi reintegrato dal Tar, perché giudicato vittima del raggiro). Soprattutto, era emerso che tre dei visti erano stati concessi a combattenti jihadisti, dei quali, dopo l'ingresso in Italia, si erano perse le tracce, finché uno di loro non aveva compiuto un attacco suicida in Iraq.Raggiunto dalla Verità, Ferrarese ha ammesso che «possono esserci tre livelli di truffa». Uno, è quello di chi intasca i soldi e si dilegua. Un altro è quello di chi, conoscendo le leggi, inganna i connazionali, convincendoli a farsi pagare per ottenere un servizio cui avrebbero già diritto. Entrambe queste ipotesi «danneggiano l'immagine dell'ambasciata, ma sul piano giuridico riguardano le autorità pakistane». Il terzo è il più grave: è quello di chi, eventualmente, ha davvero un complice interno alla sede diplomatica. «Ma chi è stato avvicinato da questi soggetti deve fare nomi e cognomi. Deve denunciare». Certo, un principio sacrosanto. Ma un business dei visti si regge proprio sulla certezza che, per paura o per l'estremo bisogno di procurarsi un lasciapassare, nessuno di quelli cui viene chiesto di pagare denuncerà. «Senza prove, non posso sospettare di funzionari dell'ambasciata. Mi pare difficile, poi, che i contrattisti pakistani rischino di perdere un posto per il quale ricevono uno stipendio ben più alto della media dei loro compatrioti». Tuttavia Ferrarese è perfettamente consapevole che «i problemi con i visti esistono da anni. Io ne ho esperienza dagli anni Novanta, nelle Filippine. Voi non mi state certo parlando di aria fritta. Abbiamo la stessa preoccupazione, perciò invitiamo a denunciare: chi ha paura, sappia che si possono studiare soluzioni per assicurare l'anonimato. In ogni caso», conclude l'ambasciatore, «abbiamo già un rodato meccanismo di controlli interni e io, personalmente, mi sono dato da fare per fronteggiare queste situazioni anche in passato. Non ho mai avuto problemi a far arrestare chi provava a violare la legge».Magari, quelle dei testimoni da noi raggiunti sono solo voci. Magari c'è una pletora di truffatori che ruota intorno all'ambasciata, solo «all'esterno», come ipotizza Ferrarese. Eppure, quando chiediamo ai pakistani se è vero che nel loro Paese si può comprare un visto, tutti rispondono senza esitare: «Sì, sì. È tutto vero». Lo conferma, ad esempio, un giovane che era arrivato in Italia appena maggiorenne. «Un mediatore a Islamabad mi aveva assicurato un visto in cambio di 20.000 euro. Ci sarebbero voluti dai 3 ai 6 mesi, ma se segui i canali “tradizionali", quasi sempre ti bocciano la richiesta. Io personalmente non avevo abbastanza denaro, ma ho conosciuto diverse persone che hanno comprato il visto».E a quanto pare, non è affatto difficile raggiungere questa sorta di bagarini del passaporto. Insieme a un ragazzo pakistano, siamo riusciti ad avviare una trattativa semplicemente entrando in un alimentari etnico di una grande città del Nord Est (non diamo i dettagli proprio per non inguaiare il nostro complice, che lì ci vive ed è abbastanza conosciuto all'interno della sua comunità). I gestori del negozio danno una mano ai connazionali con i documenti da inoltrare in ambasciata. Per suscitare il loro interesse, ci è bastato riferire che la persona in cerca del visto ha messo da parte circa 12.000 euro. I due sono subito chiari: «Se seguite la via regolare, noi vi prepariamo tutto, ma non possiamo assicurarvi niente. L'altra via a noi non piace… Però è più sicura». Ma come facciamo a essere sicuri che chi ci promette il documento, non intaschi i nostri soldi per poi volatilizzarsi? In fondo, era stato già l'uomo di Islamabad, quello del money money, a metterci in guardia: «Tu consegni il denaro, poi loro ti dicono: “No no, io non ne so niente"». I gestori del minimarket, però, ci aiutano a fugare questo dubbio. E spiegano che il pagamento avverrebbe solamente a visto emesso. Ci assicurano anche che hanno già alcuni documenti in arrivo, destinati a connazionali che hanno accettato di sborsare 10.000 euro. D'altra parte, se la compravendita si risolvesse sempre in un raggiro, non ci sarebbero tanti pakistani certi che pagando ci si riserva una corsia preferenziale, o pieni di conoscenti che dichiarano (confidenzialmente) di aver comprato i visti.Con i proprietari del supermercato etnico, lo scorso fine settimana, ci eravamo dati un appuntamento per ieri: i signori avevano promesso che avrebbero sentito il loro contatto in Pakistan, il quale, stando al loro resoconto, sarebbe addirittura in grado di procurare documenti per molti altri Paesi dell'area Schengen. Poi, però, è arrivato il nuovo decreto della presidenza del Consiglio per l'emergenza coronavirus, che ha sigillato la Lombardia. E molti pakistani si sono attivati per gestire l'esodo dei connazionali dalla Regione, in particolare da Milano. L'appuntamento è saltato. Ma appena possibile, riattiveremo la trattativa, per verificare con i nostri occhi se davvero essa conduce dentro la sede diplomatica di Islamabad.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-ambasciata-denaro-e-visti-facili-il-caso-del-pakistan-2645432351.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-i-minori-dal-paese-islamico-fanno-gola-alle-comunita-soldi-pubblici-zero-resoconti" data-post-id="2645432351" data-published-at="1774941052" data-use-pagination="False"> E i minori dal Paese islamico fanno gola alle comunità: soldi pubblici, zero resoconti L'accoglienza dei minori non accompagnati è un terreno complesso, delicato, ma soprattutto, remunerativo. La complessa trafila burocratica e logistica che si mette in moto appena un minorenne di cittadinanza non europea, senza genitori o parenti, entra in Italia, è regolata dalla legge numero 47 del 2017. La disposizione è chiara: se sul territorio sono individuati familiari idonei a prendersi cura del minore, questa soluzione dovrà essere preferita al collocamento in una comunità. Ma destinare centinaia di minori, o presunti tali, nelle case di accoglienza conviene a tutti. Soprattutto in Friuli Venezia Giulia. Nella Regione infatti, a differenza di quanto avviene nel resto d'Italia, i Comuni scelgono le case di accoglienza a cui destinare i minori non tramite un bando pubblico, ma semplicemente tramite delle convenzioni. In media, un centro di accoglienza riceve tra i 75 e i 140 euro al giorno per minore. Soldi pubblici, che i servizi sociali, incaricati di smistare i minori, possono quindi indirizzare a loro piacimento, sapendo in quali conti correnti andranno. Calcolando una media di 100 euro al giorno, una comunità che ospita 30 ragazzi, incassa ogni mese 90.000 euro, ovvero più di 1 milione all'anno. Un giro d'affari che fa gola a molti, e a dimostrarlo ci sono i numeri del report della Regione Friuli Venezia Giulia che fotografa la situazione nel 2019: i minori in carico ai Comuni sono in totale 956, provenienti prevalentemente da Pakistan, Kosovo, Bangladesh, Afghanistan e Albania. La maggior parte di loro viene mandata nelle strutture di Trieste, Cividale del Friuli e Udine. In una struttura triestina era stato destinato Saif (nome di fantasia, ndr) ragazzo pachistano, partito dal suo Paese circa due anni fa. Il viaggio per arrivare in Italia è stato lungo: la prima tappa è stata in Iran, dove Saif si è fermato una decina di giorni per poi arrivare a Istanbul, dove si è fermato circa 8 mesi. La città turca è infatti un vero e proprio punto di smistamento per pakistani, afghani e bengalesi, che rimangono lì fino a quando non riescono a racimolare la somma necessaria a raggiungere la Grecia. Dopo Istanbul Saif raggiunge Salonicco, dove si ferma una settimana, per poi proseguire attraversando i Paesi balcanici. Dopo due giorni in Macedonia, Saif resta nella capitale serba, Belgrado, per tre mesi, comi come a Sarajevo, in Bosnia, poi Croazia e Slovenia di passaggio e, infine, Trieste. Viene affidato a una comunità, che sebbene disponga di soldi pubblici per fornire vestiti, pasti, e tutto ciò di cui ha bisogno, non si prende cura di lui, tanto da farlo scappare, come racconta: «In comunità non mi davano da mangiare, nemmeno i vestiti. Se mi facevo male non mi portavano nemmeno all'ospedale. Sono scappato molte volte ma i servizi sociali hanno sempre imposto che io stessi in comunità». L'ultima parola, spetta sempre infatti a loro, come conferma il senatore Simone Pillon, in prima linea nel tentativo di far luce sul business dei minori non accompagnati: «Non esiste un organo che supervisioni i servizi sociali. Le loro relazioni restano come ultimo verbo nei fasciscoli dei tribunali dei minori, su queste si basa tutto il lavoro dei giudici, molti dei quali sono onorari, non togati, senza le competenze giuridiche di un magistrato di carriera, e anche su di loro manca una normativa chiara per evitare conflitti d'interessi». A dimostrarlo, un caso chiave, quello della cooperativa umbra per minori Il piccolo carro, finita nel 2017 sotto la lente dell'l'Autorità nazionale anticorruzione, poiché un socio era anche il figlio della Garante per l'infanzia e l'adolescenza della Regione, Maria Pia Serlupini. Come spiega Pillon, «è necessario riformare l'intero sistema delle comunità per minori non accompagnati perché, tra l'altro, queste si autocontrollano. Non c'è nessuno che monitori le loro spese, basta un'autocertificazione». Le strutture sono libere quindi di incassare denaro pubblico senza rendicontare le spese, libere di diventare dei semplici parcheggi per minori, che più sono, meglio è. Il vicesindaco di Trieste, Paolo Polidori, ha provato a far luce sulla situazione anche rivolgendosi all'ambasciata del Pakistan in Italia, ma per ricevere risposte, non sono sufficienti le domande di un singolo Comune, servirebbe un interessamento da parte del governo, che non arriva. Dopo i pakistani, la comunità più numerosa di minori stranieri è quella proveniente dal Kosovo. Nel terzo trimestre del 2019, in Friuli Venezia Giulia erano 207. Il viaggio per arrivare in Italia pero loro è molto meno difficile. Con 8 ore di macchina e qualche mancia al confine con la Croazia, si è in Italia. Alcuni dei minori accolti fanno parte di bande in mano alla criminalità organizzata, come per esempio la Gang del kalashnikov, i cui membri spesso ne portano lo stemma tatuato sul collo, protagonista di un accoltellamento nell'ottobre scorso alla Scala dei Giganti, nel centro di Trieste. E intanto, intere zone del Kosovo e dell'Albania si stanno spopolando di giovani, diretti in Friuli, dove possono essere mantenuti a spese della Regione.
Antonio Tajani (Imagoeconomica)
Prima di tutto Giorgia Meloni durante la campagna referendaria ha promesso e giurato che l’esito del voto non avrebbe influito sulla tenuta del governo, in secondo luogo, come già spiegato dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, sarebbe da irresponsabili rimettere il mandato in un contesto internazionale instabile come questo. Serietà, stabilità e responsabilità, parole ripetute decine di volte che andrebbero a cadere nel vuoto se si cedesse alla tentazione delle elezioni anticipate. Insomma, non piacerà alle opposizioni, né ai tifosi del «fate presto», ma il governo tira diritto.
«Piena fiducia in Giorgia Meloni e in tutta la squadra di governo», ha sottolineato il vicepremier Matteo Salvini durante la riunione della Lega in via Bellerio a Milano. «La Lega è e sarà sempre leale e responsabile», smarcando le ipotesi che accreditavano il Carroccio come pronto alle urne. Qualche dubbio in effetti lo ha sollevato l’intervista che Armando Siri, capo dei dipartimenti dei leghisti e consigliere di Salvini ha rilasciato a Repubblica, perché dicendo «le elezioni anticipate non sono tabù», ha spianato di fatto la strada a chi pensava di potergli attribuire la volontà di andare al voto. Così non è, lo ha chiarito il suo leader di partito: «Arriviamo a fine legislatura senza dubbio». Una decisone presa dopo aver convocato i dirigenti a Milano. Oltre allo stesso Salvini, presenti tra gli altri anche il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, e quello per le Autonomie, Roberto Calderoli, il vicesegretario del Carroccio, Claudio Durigon, il governatore del Friuli-Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, quello del Veneto, Alberto Stefani, e i capigruppo di Camera e Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo. Presente anche Luca Zaia. Il nome dell’ex governatore del Veneto in queste ore è ampiamente speso come papabile per la guida del ministero del Turismo appena lasciato da Daniela Santanchè, ma anche per quello delle Imprese e del Made in Italy in ottica di un mini rimpasto. Resta da nominare anche il sottosegretario alla Giustizia, un nome ci sarebbe, ma si tiene riservato per paura di bruciarlo. Anche il rimpasto si esclude dalle parti di via Bellerio, e si guarda avanti pensando alla manifestazione del 18 aprile a Milano con i Patrioti. Si è parlato anche dell’idea di invitare Meloni in quella data per testimoniare unità, ipotesi accantonata perché sarebbe stato uno sgarbo essendo lei ai vertici del gruppo dei Conservatori in Europa.
Intanto, in casa azzurri «nessuno pensa a elezioni anticipate», ha chiarito il vicepremier e leader di Forza Italia, Antonio Tajani. «Si stanno perdendo ore importanti nei dibattiti sul dopo voto. Quando c’è un risultato negativo ci sono dei contraccolpi, ma adesso dobbiamo lavorare sulle questioni soprattutto economiche, come far crescere l’economia, impedire che la crisi energetica possa interferire con le imprese, ridurre la pressione fiscale e continuare ad aumentare il Pil, evitando contraccolpi». Lo ha detto al Forum della Cucina italiana di Bruno Vespa intervenendo in videocollegamento.
La testa e l’attenzione dell’esecutivo adesso si spostano sul prossimo dossier che è quello della legge elettorale. Oggi in commissione Affari costituzionali alla Camera, parte l’iter parlamentare del cosiddetto Stabilicum: il sistema proporzionale con premio di maggioranza pensato da Fdi-Lega-Fi-Nm per archiviare il Rosatellum. L’idea è quella di evitare colpi di mano lasciando aperta la porta al dialogo con le opposizioni, che già accusa la maggioranza di replicare «lo schema della riforma: prendere o lasciare». «Ci confronteremo. Il provvedimento sarà incardinato domani, ma senza forzature: non c’è alcuna intenzione di procedere a colpi di maggioranza», spiegano fonti parlamentari di via della Scrofa. Quanto a eventuali modifiche, «è prematuro parlarne prima del confronto; siamo comunque disponibili a valutare eventuali correttivi, purché non venga stravolta la filosofia del testo».
L’impianto generale, nelle intenzioni di Fdi, resta quello di una legge proporzionale, con un premio di maggioranza che consenta di stabilire chiaramente, il giorno dopo il voto, chi ha vinto e chi ha perso: «Non si può transigere». Sulle modalità, invece, «il confronto è aperto». Tanto che all’interno della stessa maggioranza non si escludono modifiche al testo. I punti più dibattuti sono quelli del ballottaggio, del premio e delle preferenze. C’è unanimità sul fatto di non mettersi i bastoni tra le ruote a vicenda. Inoltre, fanno sapere, la riforma elettorale non viene avvertita come una priorità. Fonti interne a Fratelli d’Italia assicurano che non ci sarà alcuna accelerazione come invece si dice.
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 31 marzo con Carlo Cambi
Dall’alto, in senso orario: Giuseppe Sala; Ernesto Maria Ruffini; Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni (Ansa)
Un fantasma si aggira per il circo a tre piste del centrosinistra: quello delle primarie. Magico rito propiziatorio per trasmettere all’opinione pubblica la rassicurante immagine di un fronte democraticamente unito, pronto a governare già oggi. «Giorgia Meloni esca dal Palazzo, l’alternativa c’è già», ha tuonato Elly Schlein dopo la vittoria dei No. «Giuseppe Conte ha “aperto” alle primarie...», l’ha provocata La Stampa. E lei, andando di supercazzola: «Noi siamo testardamente unitari. Sono certa che ci metteremo d’accordo sul percorso per costruire il programma per l’alternativa. E anche sulla modalità di scelta ho sempre detto che in caso scegliessimo insieme sarò ovviamente disponibile».
Dunque, prima le primarie? Oppure ok le primarie, ma dopo aver concordato il programma, «che è quella cosa», osservò sardonicamente una volta Massimo D’Alema, «che tutti invocano quando non c’è, e nessuno legge quando c’è», anche perché quello dell’Unione nel 2006 era un «mattone» di 247 pagine mai compulsate da anima viva?
Angelo Bonelli, titolare al 50% della premiata ditta «Il gatto & il gatto», insieme a Nicola Fratoianni alla guida di Avs, ha buttato lì un’altra suggestione: «Propongo a Schlein, Conte e ai leader dell’opposizione di mettere da parte le primarie sul leader e lavorare alla consultazione popolare sul programma». Quindi il mantra corretto sarebbe: d’accordo sulle primarie, ma prima un referendum sul progetto?
Conte, ieri a Repubblica: «Al momento mi sembra che tutte le forze politiche siano giustamente alle prese con una fase di ascolto della propria base per definire i propri programmi». Sì, va bene: ma le primarie? «Come M5s saremo a breve in 100 piazze aperte a tutti, non solo alla nostra comunità, e da lì verranno fuori idee e progetti che porteremo al tavolo con le altre forze progressiste» (e chissà se queste piazze sono le stesse in cui nel 2022 ricordava che grazie a lui tutti si potevano rifare casa «graduidamente», merito del regalino lasciato sul groppone di tutti gli italiani, il famigerato Superbonus al 110%).
Sì, vabbe’: ma le primarie? «Sono mesi che tutti ne parlano, ben prima del sottoscritto. Come M5s siamo disponibili, però prima bisogna avere un programma condiviso e solo dopo si cerca l’interprete migliore per quel progetto». Chi ci capisce è bravo. Ma poi: come si dovrebbero svolgere? Online o ai gazebo? Con o senza ballottaggio? E aperte a chi? «A tutto il popolo del centrosinistra, non solo agli iscritti, e in formato ibrido, consentendo cioè la possibilità del voto online», ha scritto sempre Repubblica ricordando il diktat posto dal M5s al Pd.
Alessandro Amadori, docente di comunicazione politica alla Cattolica di Milano: «Se la partecipazione fosse ampia (cioè al di là del perimetro degli iscritti) emergerebbero i profili più riconoscibili presso il pubblico generalista, risulterebbe avvantaggiato Conte», che, secondo una felice immagine di Stefano Folli, «già bussa al portone del Nazareno con gli stivali». Del resto, perché stupirsi? Non era stato il segretario Pd dell’epoca, Nicola Zingaretti, a investirlo del pomposo titolo di «punto di riferimento di tutti i progressisti»?
Sicché al Pd è suonato il campanello d’allarme, per la prospettiva di vedere incoronato un leader non deciso dagli iscritti dei partiti (che è poi esattamente quello che è successo nel Pd nel 2023, quando è stato scelto Stefano Bonaccini, ma poi ai gazebo ha votato la qualunque, «perfino quello che passa sul marciapiede di fronte, pagando 2 euro», aveva profetizzato con sarcasmo una vecchia volpe come Ugo Sposetti, ultimo tesoriere del Pci-Pds-Ds, Espresso del 14 marzo 2021).
«Non è allora un caso se l’inquilina del Nazareno nelle ultime ore abbia frenato: “Prima il programma, le primarie non sono una priorità”». Complici forse i sondaggi «che agitano i dem: Schlein dietro Conte e Silvia Salis» (così Cosimo Rossi ieri sul Qn). Il sindaco di Genova, già. La candidata riluttante (dietro cui si muoverebbe quel campione di simulazione e dissimulazione che è Matteo Renzi), che ha detto di no alle primarie ma ha lasciato intendere che se ci fosse una designazione unanime dei leader forse, magari, chissà, ci potrebbe ripensare?
Solo che la prospettiva di un accordo diretto tra i vari maggiorenti su chi designare come duellante contro Meloni è cassata da Conte: «Metodo vecchiotto e verticistico. Il referendum ci dice che le persone, specie i giovani, vogliono dire la propria, ignorarli sarebbe un errore». Ma metti caso che alla fine si mettano in piedi ’ste benedette primarie: chi correrebbe oltre ai già citati? Alessandro Onorato, ambizioso assessore ai Grandi eventi del Comune di Roma? Il sindaco di Milano, Beppe Sala? E perché non Franco Gabrielli, ex capo della Polizia? Il governatore della Puglia, Antonio Decaro (secondo taluni, la vera «carta coperta»)? Ernesto Maria Ruffini, dato «vicino» a Romano Prodi, che alla Stampa il 19 marzo ha confidato: «Le primarie sono da ripensare, oggi sono più giochi di correnti che espressione di popolo», come furono quelle da lui stravinte nel 2005, con il 75% dei voti espressi da 4.300.000 elettori.
«Non si possono mettere in discussione le primarie, perché questi sono anni di populismo spinto. Quindi si è deciso che la democrazia non basta, bisogna che si trasformi in una “democrazia meticolosa”... Così, lo strumento delle primarie diventa per il Pd uno stillicidio. E poiché è uno strumento popolare, il Pd lo subisce e non può contrastarlo, ma anzi se ne fa paladino. Insomma, il Pd ha inventato e coltivato lo strumento della sua distruzione, così un rassegnato Francesco Piccolo, scrittore, sceneggiatore, commentatore schiettamente di sinistra, sull’Unità del 7 marzo 2012.
Ha filosofeggiato l’irsuto e sempre malmostoso Massimo Cacciari: «Aver cominciato a parlare di primarie un secondo dopo il risultato del referendum è da pazzi... Se la riforma della giustizia interessava nel merito all’1% degli italiani, le primarie del centrosinistra interessano allo 0,01% degli italiani». Meglio forse non si poteva dire.
Incubo Schlein: insidiata da Gabrielli e affondata da sponsor imbarazzanti
Ieri mattina sul Corriere della Sera è apparso, a sorpresa, l’endorsement di Paolo Mieli a favore di Giuseppe Conte: «Schlein e il suo partito», ha scritto Mieli, «farebbero bene a lasciare a Conte il ruolo di competitore contro Giorgia Meloni. Schlein, cedendogli lo scettro, eviterebbe una contesa insidiosa, dai probabili risvolti destabilizzanti». Un vero e proprio spartiacque, secondo diversi osservatori del campo progressista: l’articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera, un quotidiano che parla soprattutto al Nord e al mondo delle imprese.
Lui, Conte, continua a ritenere le primarie lo strumento più utile per scegliere il candidato del centrosinistra alla presidenza del Consiglio: «Sono mesi», dice Giuseppi a Repubblica, «che tutti parlano di primarie ben prima del sottoscritto. Ho detto che sono e siamo disponibili come M5s, però prima bisogna avere un programma condiviso e solo dopo si cerca l’interprete migliore per quel progetto». Un accordo tra i leader? «Metodo vecchiotto», risponde Conte, «verticistico. Il referendum ci dice che le persone, specie i giovani, vogliono dire la propria, ignorarli sarebbe un errore».
Conte sente di poter battere Elly Schlein ai gazebo al di là della consistenza dei due partiti. A proposito di Elly: l’articolo di Mieli, riflette con La Verità un autorevolissimo conoscitore degli ambienti del centrosinistra, sarebbe anche un modo per suggerire alla segretaria del Pd di evitare di affrontare le primarie senza alcuna certezza di vincerle, e in subordine di schiantarsi, elettoralmente parlando, contro Meloni, rischiando in entrambi i casi di perdere pure la guida del partito. Rischio percepito anche dalle parti del Nazareno: non a caso Marco Sarracino, deputato dem vicinissimo alla segretaria, frena: «Non mettiamo il carro davanti ai buoi. Avremo due possibilità», dice Sarracino a Repubblica, «con la legge elettorale vigente possiamo utilizzare il metodo il partito, chi prende un voto in più sceglie il premier. Se invece cambia la legge elettorale, abbiamo lo strumento delle primarie aperte».
Come se i guai non bastassero, alla Schlein arriva anche l’endorsement di Ilaria Salis, che a Un Giorno da Pecora su Rai Radio 1 definisce «non necessarie» le primarie e sottolinea di preferire Elly a Conte (altro punto a favore di Giuseppi). Agli stessi microfoni una vecchia volpe della politica, Clemente Mastella, dichiara che le primarie «assolutamente» non le farebbe: «Bisogna mettersi tutti d’accordo. Se Conte e Schlein si accordassero», sottolinea Mastella, «basterebbe seguire quello prescelto». Contrario anche il leader di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni: «Quello delle primarie», dice Fratoianni a Propaganda live, su La7, «non mi sembra il punto, non mi sembra l’argomento più urgente». Il centrosinistra, che crede di aver fatto 13 al referendum, rischia insomma seriamente di perdere la schedina: appena si è passati dal dire No a qualcosa a dover proporre qualcuno, come era ampiamente prevedibile, diventa di nuovo una coalizione nella quale tutti diffidano di tutti e non si riesce non solo a scegliere il candidato alla presidenza del Consiglio, ma neanche il modo per sceglierlo, questo benedetto candidato.
Circola da giorni con insistenza il nome di Franco Gabrielli, che è stato presente anche alla «reunion» di democristiani organizzata a Roma da Dario Franceschini. Ex direttore dell’Aisi, ex prefetto di Roma, ex capo della polizia e pure ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Draghi, con delega alla sicurezza della Repubblica, Gabrielli ha recentemente criticato aspramente i pacchetti Sicurezza del governo e ha dichiarato di votare «convintamente No» al referendum. Un ex capo della polizia che raccoglie anche i voti della sinistra radicale? Sembra una follia: «No», ci spiega un esponente di peso del centrosinistra, «tutto il contrario. Gabrielli era uno che con chi scendeva in piazza preferiva il dialogo agli scontri». Per far convergere su di lui anche il Pd, basterebbe chiamarlo Gabrielly.
Continua a leggereRiduci
(Imagoeconomica)
Erano convinti che a Palazzo Chigi sarebbe stato una docile marionetta nelle loro mani, una bella statuina da girare e raggirare con facilità.
La storia ha dimostrato che si sbagliavano e il primo a fare la sgradita scoperta fu lo stesso Salvini, che nell’estate del 2019 decise di far cadere il governo e di invocare le elezioni anticipate per capitalizzare il 34% preso alle Europee. Purtroppo, l’allora ministro dell’Interno non aveva fatto i conti con le capacità camaleontiche di Conte il quale, abbandonati i toni felpati assunti fino ad allora, mostrò il suo vero volto. Con una ferocia inaspettata, il fu Avvocato del popolo attaccò Salvini nell’aula del Senato avendolo accanto. Tanta crudeltà nascondeva una giravolta già decisa, che consentì al professore di Volturara Appula di passare senza soluzione di continuità da un esecutivo spostato a destra, con la Lega, a uno spostato a sinistra, con il Pd. Ma sempre con lui premier.
Ecco, quella fu la prima volta in cui si capì che il vero caimano non era Silvio Berlusconi, a cui la stampa di sinistra aveva affibbiato il soprannome, ma Giuseppe Conte, uno con l’aria mite ma le mascelle d’acciaio, capaci di triturare qualsiasi avversario. Da alligatore voracissimo, in otto anni - tanti ne ha finora accumulati sulla scena politica - il Camaleconte ha ingoiato senza batter ciglio Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, Alessandro Di Battista e Virginia Raggi, Danilo Toninelli e Vincenzo Spadafora e, da ultima, Chiara Appendino. Nell’elenco delle vittime del professore, cresciuto nelle grazie di Villa Nazareth, collegio vigilato dalla segreteria di Stato vaticana, non può certo essere dimenticato il fondatore dei 5 stelle, ovvero Beppe Grillo, che pur avendo provato a contrastare l’avanzata di Conte, alla fine ha dovuto ripiegare, costretto a lasciare campo largo all’ex premier.
Ecco, appunto, il campo largo. Da quando l’Anm ha sconfitto il governo sulla riforma della giustizia, l’avvocato di Volturara Appula sogna un ritorno trionfale a Palazzo Chigi. Prima ancora che gli altri leader di centrosinistra parlassero, lunedì scorso lui si era già preso la scena, convocando una conferenza stampa per commentare il risultato del referendum. Da allora, ed è passata una settimana, Conte non ha più smesso di dichiarare, passando dalle interviste ai talk show e viceversa, ma soprattutto aggiustando il tiro con una serie di capriole: non più contrario ad aiutare l’Ucraina e nemmeno più ostile alle regole europee, e magari, presto, pure non più a ostile Trump. In campagna elettorale prima ancora che siano indette le elezioni, Conte si è subito candidato alle primarie della coalizione, convinto che in un duello con Elly Schlein - ma anche con Silvia Salis, Ernesto Maria Ruffini e chiunque altro volesse sfidarlo - non ci sarebbe partita. Quelli che se ne intendono, in effetti, dicono che il Caimano a 5 stelle ingoierebbe tutti gli avversari. Prova ne sia che Matteo Renzi non soltanto si guarda bene dall’intralciargli la strada, ma addirittura si è affrettato a dire che non c’è alcuna preclusione nei confronti del leader pentastellato e le primarie per la sinistra sarebbero una benedizione.
Ma c’è chi va anche oltre. Paolo Mieli, ad esempio. L’ex direttore del Corriere ieri ha vergato un editoriale per suggerire a Elly Schlein di lasciare a Conte il ruolo di competitore contro Giorgia Meloni. L’ex premier avrebbe il vantaggio di essere già stato a Palazzo Chigi con una coalizione di cui faceva parte il Pd. «Cedendogli lo scettro eviterebbe una contesa insidiosa, dai probabili risvolti destabilizzanti», ha scritto l’inventore del cerchiobottismo. «Sarebbe una prova di saggezza da parte sua cedere il passo a un leader che ha 20 anni più di lei. Il futuro, ne siamo certi, la ripagherebbe». Non sono sicuro, al contrario di Mieli, che il futuro o Conte ripagherebbero il passo indietro. Però sono certo che gli italiani ricordano bene i guasti provocati dall’ex presidente del Consiglio, a cominciare dal reddito di cittadinanza per finire con il Superbonus. Ma ancor di più credo che abbiano memoria dei lockdown e della gestione dell’emergenza Covid, con l’Italia messa in stand by, i punti Primula di Domenico Arcuri, i banchi a rotelle, eccetera. Così come penso non abbiamo dimenticato i voltafaccia sulle misure anti migranti. Per questo mi viene spontanea una domanda: rimettereste il Paese nelle mani di costui?
Continua a leggereRiduci