True
2020-03-09
Compravendita di visti nell’ambasciata italiana in Pakistan
iStock
«Documenti in regola? Non bastano. Qui money money». Soldi. Tanti soldi.
A parlare è un pakistano, da anni residente in Italia, ma «pizzicato» alcune settimane fa a Islamabad dalla Verità. Il quadro che emerge dal racconto di quest'uomo, come da quello di tanti altri suoi connazionali, è preoccupante: in Pakistan, attorno alla nostra ambasciata, sarebbe in piedi un vero e proprio mercimonio di visti, per cifre che arrivano a 15-20.000 euro. A gestire tale business ci sarebbero degli intermediari locali, i quali conterebbero su complici che operano come contrattisti all'interno della sede diplomatica italiana.
La notizia è allarmante per almeno due motivi: primo, perché le istituzioni del nostro Paese sarebbero parte lesa, danneggiate da truffatori e, nella peggiore delle ipotesi, da dipendenti infedeli; secondo, perché se veramente in Pakistan esiste una compravendita di visti, essa si presta a fungere anche da canale di immigrazione. È questa l'idea che ci suggerisce un ragazzo, arrivato in Italia circa 4 anni fa: «Anziché fare il viaggio della speranza come me, da Islamabad, all'Iran, alla Turchia, ai Balcani, fino all'Italia, uno prende il visto turistico, arriva in aereo e poi fa domanda d'asilo». Ed è la stessa prospettiva che ci presentano i gestori di un minimarket etnico del Nord Est, che conosceremo più avanti: «Arrivi in area Schengen e poi, prima che scada il visto, chiedi la protezione internazionale». Quella su cui Matteo Salvini, da ministro dell'Interno, ha imposto una stretta che il governo giallorosso vorrebbe di nuovo allentare.
Ma partiamo da un fenomeno che è la Farnesina stessa a confermare. In Pakistan («e in molte altre sedi nel mondo», aggiungono dal ministero degli Esteri), ci sono delle specie di «mediatori truffaldini» che, attraverso il sistema informatico, prenotano una serie di appuntamenti in ambasciata. Dopodiché, li vendono a chi ne ha bisogno. «L'ambasciata non può sapere se chi ha fissato l'appuntamento online sia la stessa persona che poi si presenta in ufficio», spiega la Farnesina. «Questo, però, non significa affatto che i mediatori siano in grado di garantire un visto, che deve passare controlli stringenti». Tant'è che la percentuale di dinieghi è altissima: «Per alcune tipologie, può arrivare al 50%». E vivaddio che la selezione sia rigorosissima: immigrazione a parte, il Pakistan ha un'elevata presenza di estremisti islamici, che bisogna tenere lontani non soltanto dall'Italia, ma da tutta l'area Schengen. Però è proprio per la difficoltà di ottenere un via libera, che chi vive nella Repubblica islamica è disposto a sborsare. Ciò che rende complesso sgominare un traffico del genere è che non si parla, apparentemente, né di visti falsi (che verrebbero scoperti alle frontiere), né di permessi concessi a chi non ha i requisiti (le autorità italiane assicurano che i controlli sui richiedenti sono stringenti). Il punto, insomma, è che anche chi dovrebbe essere a posto con i documenti, poiché rischia comunque un diniego - le nostre autorità possono ritenere non sufficientemente giustificata la richiesta, o sospettare che gli aspiranti viaggiatori siano in realtà aspiranti immigrati - trova chi gli propone di pagare. Money money, appunto. Ma quanto, di preciso? «3-4.000 euro», secondo l'uomo da noi intercettato a Islamabad. «E in due o tre mesi arriva il visto».
È un caso? Siamo stati avvicinati da un impostore, pronto a prendere il denaro e a sparire? Una storia simile, in realtà, ce l'ha illustrata pure un altro pakistano, residente nel Bresciano. «Circa 6 anni fa ho seguito la disavventura di una ragazza che era tornata a visitare i suoi a Islamabad, ma aveva perso i documenti e non poteva rientrare in Italia. Si era recata alla Gerry Fedex», la società presso la quale le persone devono depositare i loro faldoni, che poi essa inoltra all'ambasciata. Su questa (come su altre aziende esterne di cui si serve la nostra diplomazia nel mondo), la Farnesina ci assicura che vengono svolti controlli accurati sia per evitare fenomeni di bagarinaggio, sia per minimizzare il rischio che qualche dipendente si lasci corrompere. Eppure, ci viene raccontato che la ragazza di Islamabad, in difficoltà con il suo faldone, «alla fine aveva trovato un intermediario, che le chiese 1.000 euro per fissare un appuntamento in ambasciata e per facilitare la pratica. Pochi giorni dopo, guada caso, riottenne i documenti». D'altronde, dell'ultimo episodio di un conterraneo che ha pagato 500 euro per farsi ricevere nella sede diplomatica di Islamabad, l'uomo ci garantisce di essere venuto a conoscenza solo «un paio di mesi fa».
Nel frattempo, il 10 febbraio, nella capitale del Paese asiatico è arrivato il nuovo ambasciatore, subentrato a Stefano Pontecorvo, che aveva concluso il proprio mandato. E se nella Repubblica islamica capita quello che abbiamo documentato, è l'uomo giusto al posto giusto. Si tratta di Andreas Ferrarese, che nel 2014, da ambasciatore a Pristina, dovette fronteggiare lo scandalo dei visti Schengen, messi in vendita a prezzi che oscillavano tra i 2.700 e i 3.500 euro da un gruppo criminale kosovaro. Tra gli arrestati figurava pure il figlio del leader della battaglia per l'indipendenza dello Stato balcanico dalla Serbia. Quella vicenda fece scalpore: si era parlato di complici tra i funzionari italiani, era stato travolto persino il precedente ambasciatore, Michael Giffoni (prima destituito direttamente dal ministero, poi reintegrato dal Tar, perché giudicato vittima del raggiro). Soprattutto, era emerso che tre dei visti erano stati concessi a combattenti jihadisti, dei quali, dopo l'ingresso in Italia, si erano perse le tracce, finché uno di loro non aveva compiuto un attacco suicida in Iraq.
Raggiunto dalla Verità, Ferrarese ha ammesso che «possono esserci tre livelli di truffa». Uno, è quello di chi intasca i soldi e si dilegua. Un altro è quello di chi, conoscendo le leggi, inganna i connazionali, convincendoli a farsi pagare per ottenere un servizio cui avrebbero già diritto. Entrambe queste ipotesi «danneggiano l'immagine dell'ambasciata, ma sul piano giuridico riguardano le autorità pakistane». Il terzo è il più grave: è quello di chi, eventualmente, ha davvero un complice interno alla sede diplomatica. «Ma chi è stato avvicinato da questi soggetti deve fare nomi e cognomi. Deve denunciare». Certo, un principio sacrosanto. Ma un business dei visti si regge proprio sulla certezza che, per paura o per l'estremo bisogno di procurarsi un lasciapassare, nessuno di quelli cui viene chiesto di pagare denuncerà. «Senza prove, non posso sospettare di funzionari dell'ambasciata. Mi pare difficile, poi, che i contrattisti pakistani rischino di perdere un posto per il quale ricevono uno stipendio ben più alto della media dei loro compatrioti». Tuttavia Ferrarese è perfettamente consapevole che «i problemi con i visti esistono da anni. Io ne ho esperienza dagli anni Novanta, nelle Filippine. Voi non mi state certo parlando di aria fritta. Abbiamo la stessa preoccupazione, perciò invitiamo a denunciare: chi ha paura, sappia che si possono studiare soluzioni per assicurare l'anonimato. In ogni caso», conclude l'ambasciatore, «abbiamo già un rodato meccanismo di controlli interni e io, personalmente, mi sono dato da fare per fronteggiare queste situazioni anche in passato. Non ho mai avuto problemi a far arrestare chi provava a violare la legge».
Magari, quelle dei testimoni da noi raggiunti sono solo voci. Magari c'è una pletora di truffatori che ruota intorno all'ambasciata, solo «all'esterno», come ipotizza Ferrarese. Eppure, quando chiediamo ai pakistani se è vero che nel loro Paese si può comprare un visto, tutti rispondono senza esitare: «Sì, sì. È tutto vero». Lo conferma, ad esempio, un giovane che era arrivato in Italia appena maggiorenne. «Un mediatore a Islamabad mi aveva assicurato un visto in cambio di 20.000 euro. Ci sarebbero voluti dai 3 ai 6 mesi, ma se segui i canali “tradizionali", quasi sempre ti bocciano la richiesta. Io personalmente non avevo abbastanza denaro, ma ho conosciuto diverse persone che hanno comprato il visto».
E a quanto pare, non è affatto difficile raggiungere questa sorta di bagarini del passaporto.
Insieme a un ragazzo pakistano, siamo riusciti ad avviare una trattativa semplicemente entrando in un alimentari etnico di una grande città del Nord Est (non diamo i dettagli proprio per non inguaiare il nostro complice, che lì ci vive ed è abbastanza conosciuto all'interno della sua comunità). I gestori del negozio danno una mano ai connazionali con i documenti da inoltrare in ambasciata. Per suscitare il loro interesse, ci è bastato riferire che la persona in cerca del visto ha messo da parte circa 12.000 euro. I due sono subito chiari: «Se seguite la via regolare, noi vi prepariamo tutto, ma non possiamo assicurarvi niente. L'altra via a noi non piace… Però è più sicura».
Ma come facciamo a essere sicuri che chi ci promette il documento, non intaschi i nostri soldi per poi volatilizzarsi? In fondo, era stato già l'uomo di Islamabad, quello del money money, a metterci in guardia: «Tu consegni il denaro, poi loro ti dicono: “No no, io non ne so niente"». I gestori del minimarket, però, ci aiutano a fugare questo dubbio. E spiegano che il pagamento avverrebbe solamente a visto emesso. Ci assicurano anche che hanno già alcuni documenti in arrivo, destinati a connazionali che hanno accettato di sborsare 10.000 euro. D'altra parte, se la compravendita si risolvesse sempre in un raggiro, non ci sarebbero tanti pakistani certi che pagando ci si riserva una corsia preferenziale, o pieni di conoscenti che dichiarano (confidenzialmente) di aver comprato i visti.
Con i proprietari del supermercato etnico, lo scorso fine settimana, ci eravamo dati un appuntamento per ieri: i signori avevano promesso che avrebbero sentito il loro contatto in Pakistan, il quale, stando al loro resoconto, sarebbe addirittura in grado di procurare documenti per molti altri Paesi dell'area Schengen. Poi, però, è arrivato il nuovo decreto della presidenza del Consiglio per l'emergenza coronavirus, che ha sigillato la Lombardia. E molti pakistani si sono attivati per gestire l'esodo dei connazionali dalla Regione, in particolare da Milano. L'appuntamento è saltato. Ma appena possibile, riattiveremo la trattativa, per verificare con i nostri occhi se davvero essa conduce dentro la sede diplomatica di Islamabad.
E i minori dal Paese islamico fanno gola alle comunità: soldi pubblici, zero resoconti
L'accoglienza dei minori non accompagnati è un terreno complesso, delicato, ma soprattutto, remunerativo. La complessa trafila burocratica e logistica che si mette in moto appena un minorenne di cittadinanza non europea, senza genitori o parenti, entra in Italia, è regolata dalla legge numero 47 del 2017. La disposizione è chiara: se sul territorio sono individuati familiari idonei a prendersi cura del minore, questa soluzione dovrà essere preferita al collocamento in una comunità. Ma destinare centinaia di minori, o presunti tali, nelle case di accoglienza conviene a tutti. Soprattutto in Friuli Venezia Giulia.
Nella Regione infatti, a differenza di quanto avviene nel resto d'Italia, i Comuni scelgono le case di accoglienza a cui destinare i minori non tramite un bando pubblico, ma semplicemente tramite delle convenzioni. In media, un centro di accoglienza riceve tra i 75 e i 140 euro al giorno per minore. Soldi pubblici, che i servizi sociali, incaricati di smistare i minori, possono quindi indirizzare a loro piacimento, sapendo in quali conti correnti andranno. Calcolando una media di 100 euro al giorno, una comunità che ospita 30 ragazzi, incassa ogni mese 90.000 euro, ovvero più di 1 milione all'anno. Un giro d'affari che fa gola a molti, e a dimostrarlo ci sono i numeri del report della Regione Friuli Venezia Giulia che fotografa la situazione nel 2019: i minori in carico ai Comuni sono in totale 956, provenienti prevalentemente da Pakistan, Kosovo, Bangladesh, Afghanistan e Albania. La maggior parte di loro viene mandata nelle strutture di Trieste, Cividale del Friuli e Udine. In una struttura triestina era stato destinato Saif (nome di fantasia, ndr) ragazzo pachistano, partito dal suo Paese circa due anni fa. Il viaggio per arrivare in Italia è stato lungo: la prima tappa è stata in Iran, dove Saif si è fermato una decina di giorni per poi arrivare a Istanbul, dove si è fermato circa 8 mesi. La città turca è infatti un vero e proprio punto di smistamento per pakistani, afghani e bengalesi, che rimangono lì fino a quando non riescono a racimolare la somma necessaria a raggiungere la Grecia. Dopo Istanbul Saif raggiunge Salonicco, dove si ferma una settimana, per poi proseguire attraversando i Paesi balcanici. Dopo due giorni in Macedonia, Saif resta nella capitale serba, Belgrado, per tre mesi, comi come a Sarajevo, in Bosnia, poi Croazia e Slovenia di passaggio e, infine, Trieste. Viene affidato a una comunità, che sebbene disponga di soldi pubblici per fornire vestiti, pasti, e tutto ciò di cui ha bisogno, non si prende cura di lui, tanto da farlo scappare, come racconta: «In comunità non mi davano da mangiare, nemmeno i vestiti. Se mi facevo male non mi portavano nemmeno all'ospedale. Sono scappato molte volte ma i servizi sociali hanno sempre imposto che io stessi in comunità».
L'ultima parola, spetta sempre infatti a loro, come conferma il senatore Simone Pillon, in prima linea nel tentativo di far luce sul business dei minori non accompagnati: «Non esiste un organo che supervisioni i servizi sociali. Le loro relazioni restano come ultimo verbo nei fasciscoli dei tribunali dei minori, su queste si basa tutto il lavoro dei giudici, molti dei quali sono onorari, non togati, senza le competenze giuridiche di un magistrato di carriera, e anche su di loro manca una normativa chiara per evitare conflitti d'interessi». A dimostrarlo, un caso chiave, quello della cooperativa umbra per minori Il piccolo carro, finita nel 2017 sotto la lente dell'l'Autorità nazionale anticorruzione, poiché un socio era anche il figlio della Garante per l'infanzia e l'adolescenza della Regione, Maria Pia Serlupini. Come spiega Pillon, «è necessario riformare l'intero sistema delle comunità per minori non accompagnati perché, tra l'altro, queste si autocontrollano. Non c'è nessuno che monitori le loro spese, basta un'autocertificazione». Le strutture sono libere quindi di incassare denaro pubblico senza rendicontare le spese, libere di diventare dei semplici parcheggi per minori, che più sono, meglio è.
Il vicesindaco di Trieste, Paolo Polidori, ha provato a far luce sulla situazione anche rivolgendosi all'ambasciata del Pakistan in Italia, ma per ricevere risposte, non sono sufficienti le domande di un singolo Comune, servirebbe un interessamento da parte del governo, che non arriva.
Dopo i pakistani, la comunità più numerosa di minori stranieri è quella proveniente dal Kosovo. Nel terzo trimestre del 2019, in Friuli Venezia Giulia erano 207. Il viaggio per arrivare in Italia pero loro è molto meno difficile. Con 8 ore di macchina e qualche mancia al confine con la Croazia, si è in Italia. Alcuni dei minori accolti fanno parte di bande in mano alla criminalità organizzata, come per esempio la Gang del kalashnikov, i cui membri spesso ne portano lo stemma tatuato sul collo, protagonista di un accoltellamento nell'ottobre scorso alla Scala dei Giganti, nel centro di Trieste.
E intanto, intere zone del Kosovo e dell'Albania si stanno spopolando di giovani, diretti in Friuli, dove possono essere mantenuti a spese della Regione.
Continua a leggereRiduci
Mediatori locali chiedono fino a 20.000 euro per il documento. L'ambasciatore: «Il problema esiste, ma chi sa deve denunciare».E i minori dal Paese islamico fanno gola alle comunità: soldi pubblici, zero resoconti. In Friuli sono il gruppo più numeroso tra gli under 18 e i Comuni scelgono le strutture di affido senza un bando. Uno di loro racconta: «In casa famiglia non mi davano cibo».Lo speciale comprende due articoli. «Documenti in regola? Non bastano. Qui money money». Soldi. Tanti soldi. A parlare è un pakistano, da anni residente in Italia, ma «pizzicato» alcune settimane fa a Islamabad dalla Verità. Il quadro che emerge dal racconto di quest'uomo, come da quello di tanti altri suoi connazionali, è preoccupante: in Pakistan, attorno alla nostra ambasciata, sarebbe in piedi un vero e proprio mercimonio di visti, per cifre che arrivano a 15-20.000 euro. A gestire tale business ci sarebbero degli intermediari locali, i quali conterebbero su complici che operano come contrattisti all'interno della sede diplomatica italiana. La notizia è allarmante per almeno due motivi: primo, perché le istituzioni del nostro Paese sarebbero parte lesa, danneggiate da truffatori e, nella peggiore delle ipotesi, da dipendenti infedeli; secondo, perché se veramente in Pakistan esiste una compravendita di visti, essa si presta a fungere anche da canale di immigrazione. È questa l'idea che ci suggerisce un ragazzo, arrivato in Italia circa 4 anni fa: «Anziché fare il viaggio della speranza come me, da Islamabad, all'Iran, alla Turchia, ai Balcani, fino all'Italia, uno prende il visto turistico, arriva in aereo e poi fa domanda d'asilo». Ed è la stessa prospettiva che ci presentano i gestori di un minimarket etnico del Nord Est, che conosceremo più avanti: «Arrivi in area Schengen e poi, prima che scada il visto, chiedi la protezione internazionale». Quella su cui Matteo Salvini, da ministro dell'Interno, ha imposto una stretta che il governo giallorosso vorrebbe di nuovo allentare.Ma partiamo da un fenomeno che è la Farnesina stessa a confermare. In Pakistan («e in molte altre sedi nel mondo», aggiungono dal ministero degli Esteri), ci sono delle specie di «mediatori truffaldini» che, attraverso il sistema informatico, prenotano una serie di appuntamenti in ambasciata. Dopodiché, li vendono a chi ne ha bisogno. «L'ambasciata non può sapere se chi ha fissato l'appuntamento online sia la stessa persona che poi si presenta in ufficio», spiega la Farnesina. «Questo, però, non significa affatto che i mediatori siano in grado di garantire un visto, che deve passare controlli stringenti». Tant'è che la percentuale di dinieghi è altissima: «Per alcune tipologie, può arrivare al 50%». E vivaddio che la selezione sia rigorosissima: immigrazione a parte, il Pakistan ha un'elevata presenza di estremisti islamici, che bisogna tenere lontani non soltanto dall'Italia, ma da tutta l'area Schengen. Però è proprio per la difficoltà di ottenere un via libera, che chi vive nella Repubblica islamica è disposto a sborsare. Ciò che rende complesso sgominare un traffico del genere è che non si parla, apparentemente, né di visti falsi (che verrebbero scoperti alle frontiere), né di permessi concessi a chi non ha i requisiti (le autorità italiane assicurano che i controlli sui richiedenti sono stringenti). Il punto, insomma, è che anche chi dovrebbe essere a posto con i documenti, poiché rischia comunque un diniego - le nostre autorità possono ritenere non sufficientemente giustificata la richiesta, o sospettare che gli aspiranti viaggiatori siano in realtà aspiranti immigrati - trova chi gli propone di pagare. Money money, appunto. Ma quanto, di preciso? «3-4.000 euro», secondo l'uomo da noi intercettato a Islamabad. «E in due o tre mesi arriva il visto».È un caso? Siamo stati avvicinati da un impostore, pronto a prendere il denaro e a sparire? Una storia simile, in realtà, ce l'ha illustrata pure un altro pakistano, residente nel Bresciano. «Circa 6 anni fa ho seguito la disavventura di una ragazza che era tornata a visitare i suoi a Islamabad, ma aveva perso i documenti e non poteva rientrare in Italia. Si era recata alla Gerry Fedex», la società presso la quale le persone devono depositare i loro faldoni, che poi essa inoltra all'ambasciata. Su questa (come su altre aziende esterne di cui si serve la nostra diplomazia nel mondo), la Farnesina ci assicura che vengono svolti controlli accurati sia per evitare fenomeni di bagarinaggio, sia per minimizzare il rischio che qualche dipendente si lasci corrompere. Eppure, ci viene raccontato che la ragazza di Islamabad, in difficoltà con il suo faldone, «alla fine aveva trovato un intermediario, che le chiese 1.000 euro per fissare un appuntamento in ambasciata e per facilitare la pratica. Pochi giorni dopo, guada caso, riottenne i documenti». D'altronde, dell'ultimo episodio di un conterraneo che ha pagato 500 euro per farsi ricevere nella sede diplomatica di Islamabad, l'uomo ci garantisce di essere venuto a conoscenza solo «un paio di mesi fa». Nel frattempo, il 10 febbraio, nella capitale del Paese asiatico è arrivato il nuovo ambasciatore, subentrato a Stefano Pontecorvo, che aveva concluso il proprio mandato. E se nella Repubblica islamica capita quello che abbiamo documentato, è l'uomo giusto al posto giusto. Si tratta di Andreas Ferrarese, che nel 2014, da ambasciatore a Pristina, dovette fronteggiare lo scandalo dei visti Schengen, messi in vendita a prezzi che oscillavano tra i 2.700 e i 3.500 euro da un gruppo criminale kosovaro. Tra gli arrestati figurava pure il figlio del leader della battaglia per l'indipendenza dello Stato balcanico dalla Serbia. Quella vicenda fece scalpore: si era parlato di complici tra i funzionari italiani, era stato travolto persino il precedente ambasciatore, Michael Giffoni (prima destituito direttamente dal ministero, poi reintegrato dal Tar, perché giudicato vittima del raggiro). Soprattutto, era emerso che tre dei visti erano stati concessi a combattenti jihadisti, dei quali, dopo l'ingresso in Italia, si erano perse le tracce, finché uno di loro non aveva compiuto un attacco suicida in Iraq.Raggiunto dalla Verità, Ferrarese ha ammesso che «possono esserci tre livelli di truffa». Uno, è quello di chi intasca i soldi e si dilegua. Un altro è quello di chi, conoscendo le leggi, inganna i connazionali, convincendoli a farsi pagare per ottenere un servizio cui avrebbero già diritto. Entrambe queste ipotesi «danneggiano l'immagine dell'ambasciata, ma sul piano giuridico riguardano le autorità pakistane». Il terzo è il più grave: è quello di chi, eventualmente, ha davvero un complice interno alla sede diplomatica. «Ma chi è stato avvicinato da questi soggetti deve fare nomi e cognomi. Deve denunciare». Certo, un principio sacrosanto. Ma un business dei visti si regge proprio sulla certezza che, per paura o per l'estremo bisogno di procurarsi un lasciapassare, nessuno di quelli cui viene chiesto di pagare denuncerà. «Senza prove, non posso sospettare di funzionari dell'ambasciata. Mi pare difficile, poi, che i contrattisti pakistani rischino di perdere un posto per il quale ricevono uno stipendio ben più alto della media dei loro compatrioti». Tuttavia Ferrarese è perfettamente consapevole che «i problemi con i visti esistono da anni. Io ne ho esperienza dagli anni Novanta, nelle Filippine. Voi non mi state certo parlando di aria fritta. Abbiamo la stessa preoccupazione, perciò invitiamo a denunciare: chi ha paura, sappia che si possono studiare soluzioni per assicurare l'anonimato. In ogni caso», conclude l'ambasciatore, «abbiamo già un rodato meccanismo di controlli interni e io, personalmente, mi sono dato da fare per fronteggiare queste situazioni anche in passato. Non ho mai avuto problemi a far arrestare chi provava a violare la legge».Magari, quelle dei testimoni da noi raggiunti sono solo voci. Magari c'è una pletora di truffatori che ruota intorno all'ambasciata, solo «all'esterno», come ipotizza Ferrarese. Eppure, quando chiediamo ai pakistani se è vero che nel loro Paese si può comprare un visto, tutti rispondono senza esitare: «Sì, sì. È tutto vero». Lo conferma, ad esempio, un giovane che era arrivato in Italia appena maggiorenne. «Un mediatore a Islamabad mi aveva assicurato un visto in cambio di 20.000 euro. Ci sarebbero voluti dai 3 ai 6 mesi, ma se segui i canali “tradizionali", quasi sempre ti bocciano la richiesta. Io personalmente non avevo abbastanza denaro, ma ho conosciuto diverse persone che hanno comprato il visto».E a quanto pare, non è affatto difficile raggiungere questa sorta di bagarini del passaporto. Insieme a un ragazzo pakistano, siamo riusciti ad avviare una trattativa semplicemente entrando in un alimentari etnico di una grande città del Nord Est (non diamo i dettagli proprio per non inguaiare il nostro complice, che lì ci vive ed è abbastanza conosciuto all'interno della sua comunità). I gestori del negozio danno una mano ai connazionali con i documenti da inoltrare in ambasciata. Per suscitare il loro interesse, ci è bastato riferire che la persona in cerca del visto ha messo da parte circa 12.000 euro. I due sono subito chiari: «Se seguite la via regolare, noi vi prepariamo tutto, ma non possiamo assicurarvi niente. L'altra via a noi non piace… Però è più sicura». Ma come facciamo a essere sicuri che chi ci promette il documento, non intaschi i nostri soldi per poi volatilizzarsi? In fondo, era stato già l'uomo di Islamabad, quello del money money, a metterci in guardia: «Tu consegni il denaro, poi loro ti dicono: “No no, io non ne so niente"». I gestori del minimarket, però, ci aiutano a fugare questo dubbio. E spiegano che il pagamento avverrebbe solamente a visto emesso. Ci assicurano anche che hanno già alcuni documenti in arrivo, destinati a connazionali che hanno accettato di sborsare 10.000 euro. D'altra parte, se la compravendita si risolvesse sempre in un raggiro, non ci sarebbero tanti pakistani certi che pagando ci si riserva una corsia preferenziale, o pieni di conoscenti che dichiarano (confidenzialmente) di aver comprato i visti.Con i proprietari del supermercato etnico, lo scorso fine settimana, ci eravamo dati un appuntamento per ieri: i signori avevano promesso che avrebbero sentito il loro contatto in Pakistan, il quale, stando al loro resoconto, sarebbe addirittura in grado di procurare documenti per molti altri Paesi dell'area Schengen. Poi, però, è arrivato il nuovo decreto della presidenza del Consiglio per l'emergenza coronavirus, che ha sigillato la Lombardia. E molti pakistani si sono attivati per gestire l'esodo dei connazionali dalla Regione, in particolare da Milano. L'appuntamento è saltato. Ma appena possibile, riattiveremo la trattativa, per verificare con i nostri occhi se davvero essa conduce dentro la sede diplomatica di Islamabad.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-ambasciata-denaro-e-visti-facili-il-caso-del-pakistan-2645432351.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-i-minori-dal-paese-islamico-fanno-gola-alle-comunita-soldi-pubblici-zero-resoconti" data-post-id="2645432351" data-published-at="1773739156" data-use-pagination="False"> E i minori dal Paese islamico fanno gola alle comunità: soldi pubblici, zero resoconti L'accoglienza dei minori non accompagnati è un terreno complesso, delicato, ma soprattutto, remunerativo. La complessa trafila burocratica e logistica che si mette in moto appena un minorenne di cittadinanza non europea, senza genitori o parenti, entra in Italia, è regolata dalla legge numero 47 del 2017. La disposizione è chiara: se sul territorio sono individuati familiari idonei a prendersi cura del minore, questa soluzione dovrà essere preferita al collocamento in una comunità. Ma destinare centinaia di minori, o presunti tali, nelle case di accoglienza conviene a tutti. Soprattutto in Friuli Venezia Giulia. Nella Regione infatti, a differenza di quanto avviene nel resto d'Italia, i Comuni scelgono le case di accoglienza a cui destinare i minori non tramite un bando pubblico, ma semplicemente tramite delle convenzioni. In media, un centro di accoglienza riceve tra i 75 e i 140 euro al giorno per minore. Soldi pubblici, che i servizi sociali, incaricati di smistare i minori, possono quindi indirizzare a loro piacimento, sapendo in quali conti correnti andranno. Calcolando una media di 100 euro al giorno, una comunità che ospita 30 ragazzi, incassa ogni mese 90.000 euro, ovvero più di 1 milione all'anno. Un giro d'affari che fa gola a molti, e a dimostrarlo ci sono i numeri del report della Regione Friuli Venezia Giulia che fotografa la situazione nel 2019: i minori in carico ai Comuni sono in totale 956, provenienti prevalentemente da Pakistan, Kosovo, Bangladesh, Afghanistan e Albania. La maggior parte di loro viene mandata nelle strutture di Trieste, Cividale del Friuli e Udine. In una struttura triestina era stato destinato Saif (nome di fantasia, ndr) ragazzo pachistano, partito dal suo Paese circa due anni fa. Il viaggio per arrivare in Italia è stato lungo: la prima tappa è stata in Iran, dove Saif si è fermato una decina di giorni per poi arrivare a Istanbul, dove si è fermato circa 8 mesi. La città turca è infatti un vero e proprio punto di smistamento per pakistani, afghani e bengalesi, che rimangono lì fino a quando non riescono a racimolare la somma necessaria a raggiungere la Grecia. Dopo Istanbul Saif raggiunge Salonicco, dove si ferma una settimana, per poi proseguire attraversando i Paesi balcanici. Dopo due giorni in Macedonia, Saif resta nella capitale serba, Belgrado, per tre mesi, comi come a Sarajevo, in Bosnia, poi Croazia e Slovenia di passaggio e, infine, Trieste. Viene affidato a una comunità, che sebbene disponga di soldi pubblici per fornire vestiti, pasti, e tutto ciò di cui ha bisogno, non si prende cura di lui, tanto da farlo scappare, come racconta: «In comunità non mi davano da mangiare, nemmeno i vestiti. Se mi facevo male non mi portavano nemmeno all'ospedale. Sono scappato molte volte ma i servizi sociali hanno sempre imposto che io stessi in comunità». L'ultima parola, spetta sempre infatti a loro, come conferma il senatore Simone Pillon, in prima linea nel tentativo di far luce sul business dei minori non accompagnati: «Non esiste un organo che supervisioni i servizi sociali. Le loro relazioni restano come ultimo verbo nei fasciscoli dei tribunali dei minori, su queste si basa tutto il lavoro dei giudici, molti dei quali sono onorari, non togati, senza le competenze giuridiche di un magistrato di carriera, e anche su di loro manca una normativa chiara per evitare conflitti d'interessi». A dimostrarlo, un caso chiave, quello della cooperativa umbra per minori Il piccolo carro, finita nel 2017 sotto la lente dell'l'Autorità nazionale anticorruzione, poiché un socio era anche il figlio della Garante per l'infanzia e l'adolescenza della Regione, Maria Pia Serlupini. Come spiega Pillon, «è necessario riformare l'intero sistema delle comunità per minori non accompagnati perché, tra l'altro, queste si autocontrollano. Non c'è nessuno che monitori le loro spese, basta un'autocertificazione». Le strutture sono libere quindi di incassare denaro pubblico senza rendicontare le spese, libere di diventare dei semplici parcheggi per minori, che più sono, meglio è. Il vicesindaco di Trieste, Paolo Polidori, ha provato a far luce sulla situazione anche rivolgendosi all'ambasciata del Pakistan in Italia, ma per ricevere risposte, non sono sufficienti le domande di un singolo Comune, servirebbe un interessamento da parte del governo, che non arriva. Dopo i pakistani, la comunità più numerosa di minori stranieri è quella proveniente dal Kosovo. Nel terzo trimestre del 2019, in Friuli Venezia Giulia erano 207. Il viaggio per arrivare in Italia pero loro è molto meno difficile. Con 8 ore di macchina e qualche mancia al confine con la Croazia, si è in Italia. Alcuni dei minori accolti fanno parte di bande in mano alla criminalità organizzata, come per esempio la Gang del kalashnikov, i cui membri spesso ne portano lo stemma tatuato sul collo, protagonista di un accoltellamento nell'ottobre scorso alla Scala dei Giganti, nel centro di Trieste. E intanto, intere zone del Kosovo e dell'Albania si stanno spopolando di giovani, diretti in Friuli, dove possono essere mantenuti a spese della Regione.
Forze israeliane al confine con il Libano (Ansa)
Le Forze di Difesa israeliane hanno avviato una nuova operazione terrestre nel Libano meridionale con l’obiettivo di colpire infrastrutture e combattenti di Hezbollah e rafforzare la fascia di sicurezza lungo il confine settentrionale di Israele. L’annuncio è arrivato dai vertici militari, che hanno parlato di un ampliamento della zona cuscinetto e di un maggiore dispiegamento di truppe nell’area dopo l’intensificarsi degli attacchi del movimento sciita nelle ultime settimane, in un contesto regionale segnato dallo scontro tra Iran, Stati Uniti e Israele.
Durante l’operazione le truppe hanno individuato e ucciso diversi membri di Hezbollah. «Questa operazione rientra nell’ambito degli sforzi volti a stabilire una difesa avanzata, che comprende la distruzione delle infrastrutture terroristiche e l’eliminazione dei terroristi operanti nella zona, al fine di rimuovere le minacce e creare un ulteriore livello di sicurezza per i residenti del nord», hanno dichiarato le Forze di Difesa israeliane. Prima dell’ingresso delle unità di terra, l’area era stata sottoposta a intensi bombardamenti aerei e a colpi di artiglieria «per eliminare le minacce». Nel dispositivo militare restano coinvolte anche altre unità. La 146ª Divisione di riserva è schierata nel settore occidentale del Libano meridionale, mentre la 36ª Divisione è impegnata in operazioni nel settore orientale.
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha ribadito che l’obiettivo dell’operazione è neutralizzare le minacce lungo il confine e garantire sicurezza alle comunità del nord di Israele. Secondo le Forze di Difesa Israeliane, dal 2 marzo Hezbollah avrebbe sparato contro Israele circa cento razzi al giorno, oltre a impiegare più di cento droni. Secondo una nuova valutazione dell’Idf, tra l’85 e il 90% dell’arsenale missilistico di Hezbollah esistente prima del 2023 sarebbe stato distrutto nel corso del conflitto. Prima della guerra il gruppo sciita disponeva di oltre 150.000 razzi. Al momento del cessate il fuoco del novembre 2024 tra il 70 e l’80% di queste scorte era già stato eliminato, mentre nelle ultime settimane l’esercito israeliano avrebbe ulteriormente ridotto l’arsenale a una stima compresa tra 10.000 e 23.000 razzi. Ieri si è appreso che i media ufficiali libanesi non useranno più il termine «resistenza» per riferirsi a Hezbollah.
Secondo Al-Madoun, il ministro dell’Informazione Paul Murkus ha ordinato di citare l’organizzazione nei media statali solo come «Hezbollah». Nel sud del Libano si sono registrati anche episodi che hanno coinvolto le forze di interposizione delle Nazioni Unite. La missione Unifil ha riferito che i propri caschi blu sono stati presi di mira da colpi d’arma da fuoco «probabilmente da gruppi armati non statali» durante tre pattugliamenti nei pressi delle basi nel Libano meridionale. «Due pattuglie hanno risposto al fuoco per autodifesa e, dopo brevi scambi, hanno ripreso le loro attività programmate». Nessun soldato compresi i nostri militari, sono rimasti feriti. Dal Libano arrivano intanto segnali di apertura diplomatica. «Speriamo di ottenere una svolta grazie all’iniziativa che abbiamo lanciato, volta a porre fine alle perdite quotidiane subite da tutti i libanesi», ha dichiarato il presidente Joseph Aoun riferendosi alla proposta di negoziati diretti con Israele. Il capo dello Stato ha commentato anche l’escalation militare dopo che l’Idf ha avviato «operazioni di terra mirate» contro le roccaforti di Hezbollah nel sud del Libano. «Nessuno si aspettava un’altra guerra da parte di altri sul nostro territorio», ha affermato Aoun, riferendosi al fronte aperto da Hezbollah il 2 marzo al fianco dell’Iran. «Lo Stato è l’unico garante della protezione di tutti», ha aggiunto, assicurando il proprio «impegno a ripristinare l’autorità statale su tutto il territorio libanese, a prescindere dagli ostacoli». Nel frattempo le autorità libanesi hanno reso noto che oltre un milione di persone risultano registrate come sfollate dall’inizio del conflitto tra Israele e Hezbollah. Secondo un comunicato ufficiale, il numero dei civili registrati su una piattaforma collegata al ministero degli Affari sociali ha raggiunto quota 1.049.328, di cui 132.742 ospitati in più di 600 rifugi collettivi. Il bilancio delle vittime continua inoltre ad aumentare. Secondo il ministero della Salute libanese, dall’inizio della campagna di bombardamenti israeliani del 2 marzo sono morte 886 persone. Tra queste figurano 67 donne, 111 bambini e 38 operatori sanitari, mentre 2.141 persone sono rimaste ferite.
Nel frattempo si riapre anche il dossier energetico legato ai giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale. Il governo israeliano starebbe valutando la possibilità di annullare l’intesa firmata nel 2022 con il Libano sulla delimitazione dei confini marittimi. «È un accordo orribile e illegittimo, quindi dal mio punto di vista dobbiamo agire e annullare questo accordo sul gas - ha dichiarato il ministro dell’Energia Eli Cohen. Sul piano internazionale emergono anche mosse diplomatiche da parte di alcuni governi. Canada, Francia, Germania, Italia e Regno Unito, infatti, hanno emesso una nota congiunta in cui chiedono «un impegno significativo da parte dei rappresentanti israeliani e libanesi per negoziare una soluzione politica sostenibile. Sosteniamo fermamente le iniziative per facilitare i colloqui e sollecitiamo un’immediata de-escalation». Nel pomeriggio di ieri, alcuni detriti «alcuni detriti provocati da razzi intercettati in aria dai sistemi antimissile israeliani» sono caduti sulla base italiana di Shama, come ha reso noto la Difesa.
Gli Huthi minacciano l’altro Stretto
La promessa da parte del gruppo degli Huthi di un imminente ingresso in guerra a fianco dell’Iran potrebbe essere deflagrante, soprattutto a livello economico. Questi ribelli, che controllano circa metà del territorio dello Yemen, hanno già minacciato di chiudere lo stretto di Bab el-Mandeb, un braccio di mare che separa la penisola arabica dal Corno d’Africa e che è l’unica via per il canale di Suez. Prima della tregua, questa tribù sciita alleata di Teheran aveva bersagliato di droni e razzi tutte le navi che avevano fatto rotta verso il canale, mettendo in crisi il traffico marittimo fra Asia ed Europa. Oggi gli Huthi potrebbero chiudere Bab el-Mandeb, arrivando a minare il fondale e così bloccando ogni tipo di imbarcazione diretta verso il Mediterraneo.
Da questo stretto passano circa 8,8 milioni di barili di petrolio ogni giorno e il 12% del traffico marittimo mondiale. Dopo le enormi difficoltà nello stretto di Hormuz, questa nuova mossa potrebbe far schizzare il prezzo del greggio a 120 dollari, secondo molti economisti. Una doppia strozzatura metterebbe il mondo davanti a una delle più gravi interruzioni del commercio energetico degli ultimi decenni. Da Hormuz transitano circa 20 milioni di barili di petrolio ogni giorno, quasi un quinto del consumo mondiale, e queste interruzioni combinate peserebbero fino ad un quarto dei flussi globali di greggio. I colossi del trasporto marittimo stanno già interrompendo il traffico navale nel Mar Rosso, puntando sulla circumnavigazione del continente africano, una mossa che allunga i tempi di consegna di 14-16 giorni e aumenta sensibilmente le spese di viaggio e assicurative.
L’Europa sarebbe ancora una volta la prima a pagarne le conseguenze immediate. L’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, alla riunione dei ministri degli Esteri, ha inizialmente parlato della possibilità di un cambiamento del mandato della missione Aspides per permetterle di agire nello stretto di Hormuz, ma alla conferenza stampa finale ha detto che non c’è interesse a cambiare il suo mandato. Quest’operazione navale, il cui comando è appena passato dall’Italia, era nata nell’aprile del 2024 per difendere le navi nel Mar Rosso dopo i primi attacchi degli Huthi. Aspides, dal greco antico aspís, che significa scudo, ha carattere difensivo e un mandato destinato a durare fino al 2027. Otto nazioni europee hanno dato la loro disponibilità a partecipare, fornendo tre navi da guerra e oltre 600 militari. La Marina italiana ha impegnato in questa operazione cacciatorpedinieri come la Caio Duilio o l’Andrea Doria e moderne fregate come la Virginio Fasan. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha ribadito che le missioni Aspides e Atalanta, nata per combattere la pirateria in Somalia, restano con il mandato che hanno, ma con l’auspicio di poterle rafforzare. E i suoi omologhi Ue, al vertice di ieri, hanno confermato il disinteresse per un’operazione a Hormuz.
Continua a leggereRiduci
Donald Trump (Ansa)
Non si vuole sbottonare il presidente americano Donald Trump sulle ragioni dell’invio di oltre 2.000 marines e di una nave d’assalto in Medio Oriente, ma si rincorrono le indiscrezioni secondo cui l’obiettivo sia la presa dell’Isola di Kharg.
Il tycoon si è mostrato infastidito verso le domande che cercano di far luce sulla vicenda. A un reporter che gli ha chiesto «perché sta inviando 5.000 marines e marinai», ha risposto: «Lei è una persona davvero odiosa». Eppure, dopo che gli Stati Uniti hanno distrutto venerdì gli obiettivi militari dell’isola iraniana, alcuni funzionari hanno riferito ad Axios che l’interesse del presidente americano ruota proprio attorno all’idea di conquistare Kharg per mandare al tappeto i pasdaran. Poiché l’isola gestisce il 90% delle esportazioni del greggio iraniano, si strozzerebbero i finanziamenti del regime. E l’operazione potrebbe essere portata a termine solo con l’invasione di terra. Tuttavia, la posta in gioco è alta visto che una mossa del genere scatenerebbe un’ulteriore escalation, con Teheran che risponderebbe con una rappresaglia ancora più massiccia diretta ai Paesi del Golfo. Per questi motivi, un funzionario ha affermato: «Ci sono grandi rischi. Ci sono grandi vantaggi. Il presidente non è ancora pronto e non stiamo dicendo che lo sarà». Pubblicamente a spingere per l’operazione è il senatore repubblicano Lindsey Graham. Ha infatti scritto su X: «Raramente in guerra un nemico ti offre un singolo obiettivo come l’isola di Kharg, che potrebbe cambiare drasticamente l’esito del conflitto. Chi controlla Kharg, controlla il destino di questa guerra».
Anche il New York Times ha rivelato che Trump si trova davanti al bivio se attaccare o meno Kharg o i depositi nucleari. Riguardo all’isola, i soldati americani potrebbero essere bersagliati dagli attacchi dei pasdaran condotti dalla costa o dalle piccole imbarcazioni. In più, non è escluso che il Corpo delle guardie rivoluzionarie Islamiche faccia esplodere gli oleodotti e le infrastrutture portuali. Tradotto: sarebbe richiesta una presenza militare continua, non destinata quindi a concludersi nel breve periodo. Invece, sui depositi nucleari, si tratterebbe di un’invasione unica, non però senza rischi. I tunnel a Isfahan, in cui secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica è stoccata la maggior parte dell’uranio arricchito al 60%, sono difficili da raggiungere. Anche perché alcuni accessi sono stati distrutti dai bombardamenti americani dello scorso giugno. Nel caso dell’operazione di terra, non è chiaro quanto tempo ci possano impiegare le forze speciali per prelevare i contenitori con la massima cautela.
Pur non svelando le carte dell’amministrazione americana, le dichiarazioni rilasciate ieri da Trump in diverse occasioni sono state dei diretti avvertimenti a Teheran in merito al cuore della loro tenuta economica. Al Financial Times ha fatto presente che Washington è pronta ad attaccare l’isola e questa volta non risparmierebbe le infrastrutture petrolifere. «Avete visto che abbiamo colpito l’isola di Kharg, tutto tranne gli oleodotti. Possiamo colpirla in cinque minuti. E non c’è niente che possano fare al riguardo» ha detto. Nel pomeriggio, in un’intervista rilasciata a Pbs, ha di nuovo minacciato di «distruggerla completamente». E durante una conferenza stampa a Washington ha ribadito: «Abbiamo attaccato l’isola di Kharg e abbiamo distrutto praticamente tutto a parte l’area in cui abbiamo lasciato gli oleodotti intatti, ma potrebbe andare anche diversamente, basta dire una parola e questi oleodotti saranno distrutti».
Facendo un bilancio sulle prime due settimane dell’operazione Furia epica, il tycoon ha reso noto che gli Stati Uniti e Israele hanno colpito «7.000 obiettivi» e «ottenuto la riduzione del 90% dei lanci missilistici» iraniani e il «95% degli attacchi con i droni». E quindi «la Marina è sparita, molte navi sono state affondate, non le usano più, le forze antiaeree sono state decimate, i radar non ci sono più e i leader non ci sono più. I missili stanno sparendo, vengono lanciati a livelli molto bassi perché gliene sono rimasti pochi».
A suo dire, Teheran sarebbe propensa a trattare: «Vuole fare un accordo, stanno negoziando e noi abbiamo voluto un dialogo, io parlo con tutti perché a volte ne viene fuori del bene, ma non so se siano pronti». Di tutt’altro avviso è il regime iraniano. Qualche ora prima, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ribadito che «l’Iran non ha cercato né una tregua né negoziati. Tali affermazioni sono deliranti». La rappresaglia del regime andrà avanti finché Trump «non capirà che la guerra illegale che sta imponendo agli americani e agli iraniani è sbagliata». Secondo Axios, tuttavia, un canale diplomatico si sarebbe riaperto tra il ministro iraniano e l’inviato Usa Steve Witkoff.
Sono due invece le osservazioni che il presidente americano ha fornito sui rispettivi alleati, ovvero Israele per Washington e la Russia per l’Iran. Sullo Stato ebraico ci ha tenuto a chiarire che Gerusalemme, che avrebbe 100 testate nucleari, «non farebbe mai» un attacco nucleare contro il territorio iraniano. Dall’altra parte, in merito alle indiscrezioni secondo cui Mosca fornirebbe dati satellitari al regime sugli obiettivi da colpire, il tycoon non è apparso disturbato. Al Financial Times, pur spiegando di «non sapere con certezza» se lo zar russo Vladimir Putin abbia aiutato i pasdaran, ha spezzato una lancia a favore della Russia. «Si potrebbe anche sostenere che in una certa misura abbiamo aiutato l’Ucraina. È difficile dire: “Caspita, cosa state facendo?” quando noi abbiamo fatto la stessa cosa con l’Ucraina».
Silenzio di Mosca su Khamenei jr. Gli 007 Usa: «È gay». E Trump ride
Mentre la guerra tra Iran, Usa e Israele sta infiammando l’intero Golfo persico, si infittisce il mistero sulle condizioni e sugli spostamenti della nuova guida suprema, l’ayatollah Mojtaba Khamenei. Da giorni circolano voci secondo cui il leader iraniano, rimasto ferito nel raid in cui è stato ucciso il padre Ali Khamenei, sarebbe stato trasferito a Mosca per ricevere cure mediche. L’indiscrezione, pubblicata dal quotidiano kuwaitiano Al Jarida, sostiene che Mojtaba sarebbe arrivato nella capitale russa il 12 marzo a bordo di un aereo militare e sarebbe stato sottoposto a intervento chirurgico in una clinica privata. Dal Cremlino, però, non è arrivata né una conferma né una smentita: «Non commentiamo mai questo tipo di notizie», ha dichiarato Dmitri Peskov, il portavoce di Vladimir Putin.
Sul giallo si è invece espresso Donald Trump: «Non sappiamo se sia morto o meno, nessuno lo ha visto, e questo è un fatto insolito». Anche il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha dichiarato alla Cnbc che Mojtaba Khamenei potrebbe essere «ferito» e «forse incapacitato», sostenendo inoltre che i vertici iraniani sarebbero in preda al panico: «Se volete usare un’analogia storica», ha detto Bessent, «pensate che sono nel bunker di Hitler, ma Hitler è morto».
Sul nuovo leader iraniano, del resto, stanno circolando indiscrezioni ancora più «delicate». Il New York Post ha riferito ieri che gli 007 statunitensi considererebbero credibili informazioni secondo cui Mojtaba Khamenei potrebbe essere omosessuale. La valutazione sarebbe stata presentata al presidente Trump in persona. Secondo quanto riportato dal quotidiano newyorchese, la notizia avrebbe provocato sorpresa e ilarità nello Studio Ovale, con il tycoon che avrebbe reagito ridendo insieme ad alcuni presenti. Le stesse fonti sostengono che Mojtaba avrebbe avuto per anni una relazione con una persona che aveva lavorato come suo tutore durante l’infanzia.
Nonostante questi rumor sul destino della nuova guida suprema, da Teheran arrivano messaggi di continuità istituzionale. Mojtaba Khamenei avrebbe infatti confermato le nomine di dirigenti e funzionari scelti dal padre, nominando inoltre l’ex comandante dei pasdaran, Mohsen Rezaei, come consigliere militare. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghei, ha anzi rispedito oltre Atlantico le insinuazioni di Bennet sul presunto sbandamento dei vertici iraniani: «Il motivo per cui le autorità americane continuano a diffamarci come “una nazione del terrore e dell’odio”», ha detto, «è che gli iraniani non capitolano davanti al bullismo e resistono alla brutale aggressione contro la loro amata patria». Ancora più chiaro è stato Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri in persona: «Non stiamo chiedendo un cessate il fuoco, questa guerra deve finire in un modo tale che nessun altro nemico possa invadere l’Iran», ha affermato alla tv di Stato.
Da parte loro, i Guardiani della rivoluzione hanno annunciato che gli interessi americani nel Golfo potrebbero presto essere colpiti, invitando i dipendenti delle compagnie statunitensi nella regione a «lasciare immediatamente i siti». A finire nel mirino della Repubblica islamica, inoltre, è stata anche la Romania: Bucarest è stata esplicitamente accusata di partecipare a un’«aggressione militare», qualora dovesse consentire agli Stati Uniti di utilizzare basi sul suo territorio per operazioni contro l’Iran. Al tempo stesso, come riferisce Reuters, la Repubblica islamica ha firmato con la Russia un contratto da 589 milioni di dollari per l’acquisto di sistemi di difesa aerea portatili Verba (Manpads). L’accordo, siglato a Mosca a dicembre, prevede 500 lanciatori e 2.500 missili con consegne tra il 2027 e il 2029.
Nel frattempo, proseguono senza sosta le rappresaglie dell’esercito di Teheran. In Israele, per esempio, frammenti di missili balistici iraniani intercettati sono caduti a Gerusalemme nei pressi della Knesset e della Chiesa del Santo Sepolcro. Una grossa scheggia è precipitata persino vicino all’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu.
Continua a leggereRiduci
Ursula von der Leyen (Ansa)
La Commissione rafforzerà ulteriormente questi meccanismi e li renderà più flessibili, consentendo ai Paesi membri di fornire un sostegno ancora più immediato dove è più necessario. Lo stesso vale per i costi del carbonio, per i quali gli Stati membri possono anche compensare fino all’80% dei costi indiretti del carbonio, mitigando così l’impatto di tali costi in un’ampia gamma di industrie ad alta intensità energetica. Attualmente, 16 Stati membri stanno già facendo ricorso a questo strumento. La Commissione», aggiunge Ursula, «rafforzerà ulteriormente questi meccanismi e li renderà più flessibili, consentendo agli Stati membri di fornire un sostegno ancora più immediato dove è più necessario».
Evidentemente i burosauri di Bruxelles hanno capito che di fronte allo sconquasso energetico mondiale non potevano continuare a far finta di niente, e quindi la prima mossa è quella di allentare i vincoli finanziari. Ma non è tutto: come ha chiesto pochi giorni fa Giorgia Meloni in Parlamento, l’Europa è finalmente sul punto di iniziare a smantellare le allucinanti politiche green per sostenere l’economia, in particolare intervenendo sull’Ets, il sistema europeo di tassazione del carbonio, che il premier aveva sollecitato a rivedere: «Gli Ets», aveva scandito la Meloni lo scorso 10 marzo, «sono di fatto una tassa voluta dall’Europa che dovrebbe gravare solo sulle modalità più inquinanti di produzione di energia, come quelle di origine fossile, ma finisce per determinare il prezzo di tutte le forme di energia, anche quelle rinnovabili, che questa tassa non la pagano. A livello europeo», aveva aggiunto la Meloni, «stiamo chiedendo di sospendere urgentemente l’applicazione dell’Ets alla produzione di elettricità da fonti termiche, cioè dal termoelettrico». E Ursula si adegua: «Stiamo accelerando il lavoro sulla prossima revisione dell’Ets», scrive ancora il presidente della Commissione Ue, «in particolare per definire una traiettoria di decarbonizzazione più realistica oltre il 2030. La Commissione Ue adotterà a breve i benchmark dell’Ets, tenendo conto delle preoccupazioni espresse dall’industria. L’Ets resta uno strumento collaudato per guidare la trasformazione industriale e deve essere adeguato alle nuove realtà. La Commissione», aggiunge la Von der Leyen, «presenterà inoltre una proposta per rafforzare la riserva di stabilità del mercato dell’Ets affinché possa affrontare in modo più efficace l’eccessiva volatilità dei prezzi e mantenerli sotto controllo nel breve termine».
L’incubo di un razionamento dell’energia, con inevitabile crollo definitivo della credibilità (quella che rimane) della Ue, sembra smuovere le acque. Ma se da questo lato dunque la Commissione sembra finalmente essere scesa da Marte, non altrettanto può dirsi sul fronte dell’energia proveniente dalla Russia. Con il settore energetico letteralmente in tilt, sono in tanti a chiedere di intervenire riaprendo i gasdotti e gli oleodotti con Mosca. Il premier belga Bart De Wever, non certo un estremista putiniano, in un’intervista al quotidiano L’Echo squarcia il velo dell’ipocrisia, sollecitando una soluzione negoziata al conflitto in Ucraina e la riapertura dei canali con Mosca: «In privato», sostiene De Wever, «i leader europei sono d’accordo con me, ma nessuno osa dirlo ad alta voce. Dobbiamo porre fine al conflitto nell’interesse dell’Europa, senza essere ingenui nei confronti di Putin. Allo stesso tempo, dobbiamo normalizzare le relazioni con la Russia e recuperare l’accesso all’energia a basso costo. È una questione di buon senso». Manco a dirlo, la Commissione si mette di traverso, anzi minaccia una ulteriore stretta: «La Commissione europea», afferma il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, al termine del Consiglio europeo sull’energia di ieri, «intende formulare una proposta per mettere al bando le importazioni di petrolio dalla Russia. Come sapete, al momento ci sono sanzioni e ci sono due Paesi, Ungheria e Slovacchia, che hanno deroghe. Formuleremo una proposta per cambiare questo. Tutti i Paesi devono prepararsi per questa situazione. In futuro non vogliamo comprare energia dalla Russia». Per il commissario, servono «più rinnovabili il più velocemente possibile» per «abbassare i prezzi dell’energia in Europa».
In Consiglio è emerso anche un dialogo italo-francese: fonti transalpine hanno fatto sapere che le loro proposte hanno suscitato «molto interesse da parte dei nostri vicini, in particolare degli italiani».
L’Ungheria non sosterrà l’adozione del ventesimo pacchetto di sanzioni dell’Unione europea contro la Russia e di un prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina fino a quando Kiev non riprenderà le operazioni di riparazione dell’oleodotto Druzhba, che trasporta greggio dalla Russia verso la stessa Ungheria e la Slovacchia attraverso l’Ucraina scandisce il ministro degli Esteri di Budapest, Peter Szijjarto: «Se un Paese ci impone un blocco petrolifero», sottolinea Szijjarto, «non può aspettarsi che noi appoggiamo alcuna decisione a suo favore qui a Bruxelles». «Ho appena avuto un incontro, stamattina (ieri, ndr), con gli ucraini», sottolinea Jorgensen, «e stanno lavorando il più duramente possibile per riparare l’oleodotto».
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 17 marzo con Flaminia Camilletti