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2020-03-09
Compravendita di visti nell’ambasciata italiana in Pakistan
iStock
«Documenti in regola? Non bastano. Qui money money». Soldi. Tanti soldi.
A parlare è un pakistano, da anni residente in Italia, ma «pizzicato» alcune settimane fa a Islamabad dalla Verità. Il quadro che emerge dal racconto di quest'uomo, come da quello di tanti altri suoi connazionali, è preoccupante: in Pakistan, attorno alla nostra ambasciata, sarebbe in piedi un vero e proprio mercimonio di visti, per cifre che arrivano a 15-20.000 euro. A gestire tale business ci sarebbero degli intermediari locali, i quali conterebbero su complici che operano come contrattisti all'interno della sede diplomatica italiana.
La notizia è allarmante per almeno due motivi: primo, perché le istituzioni del nostro Paese sarebbero parte lesa, danneggiate da truffatori e, nella peggiore delle ipotesi, da dipendenti infedeli; secondo, perché se veramente in Pakistan esiste una compravendita di visti, essa si presta a fungere anche da canale di immigrazione. È questa l'idea che ci suggerisce un ragazzo, arrivato in Italia circa 4 anni fa: «Anziché fare il viaggio della speranza come me, da Islamabad, all'Iran, alla Turchia, ai Balcani, fino all'Italia, uno prende il visto turistico, arriva in aereo e poi fa domanda d'asilo». Ed è la stessa prospettiva che ci presentano i gestori di un minimarket etnico del Nord Est, che conosceremo più avanti: «Arrivi in area Schengen e poi, prima che scada il visto, chiedi la protezione internazionale». Quella su cui Matteo Salvini, da ministro dell'Interno, ha imposto una stretta che il governo giallorosso vorrebbe di nuovo allentare.
Ma partiamo da un fenomeno che è la Farnesina stessa a confermare. In Pakistan («e in molte altre sedi nel mondo», aggiungono dal ministero degli Esteri), ci sono delle specie di «mediatori truffaldini» che, attraverso il sistema informatico, prenotano una serie di appuntamenti in ambasciata. Dopodiché, li vendono a chi ne ha bisogno. «L'ambasciata non può sapere se chi ha fissato l'appuntamento online sia la stessa persona che poi si presenta in ufficio», spiega la Farnesina. «Questo, però, non significa affatto che i mediatori siano in grado di garantire un visto, che deve passare controlli stringenti». Tant'è che la percentuale di dinieghi è altissima: «Per alcune tipologie, può arrivare al 50%». E vivaddio che la selezione sia rigorosissima: immigrazione a parte, il Pakistan ha un'elevata presenza di estremisti islamici, che bisogna tenere lontani non soltanto dall'Italia, ma da tutta l'area Schengen. Però è proprio per la difficoltà di ottenere un via libera, che chi vive nella Repubblica islamica è disposto a sborsare. Ciò che rende complesso sgominare un traffico del genere è che non si parla, apparentemente, né di visti falsi (che verrebbero scoperti alle frontiere), né di permessi concessi a chi non ha i requisiti (le autorità italiane assicurano che i controlli sui richiedenti sono stringenti). Il punto, insomma, è che anche chi dovrebbe essere a posto con i documenti, poiché rischia comunque un diniego - le nostre autorità possono ritenere non sufficientemente giustificata la richiesta, o sospettare che gli aspiranti viaggiatori siano in realtà aspiranti immigrati - trova chi gli propone di pagare. Money money, appunto. Ma quanto, di preciso? «3-4.000 euro», secondo l'uomo da noi intercettato a Islamabad. «E in due o tre mesi arriva il visto».
È un caso? Siamo stati avvicinati da un impostore, pronto a prendere il denaro e a sparire? Una storia simile, in realtà, ce l'ha illustrata pure un altro pakistano, residente nel Bresciano. «Circa 6 anni fa ho seguito la disavventura di una ragazza che era tornata a visitare i suoi a Islamabad, ma aveva perso i documenti e non poteva rientrare in Italia. Si era recata alla Gerry Fedex», la società presso la quale le persone devono depositare i loro faldoni, che poi essa inoltra all'ambasciata. Su questa (come su altre aziende esterne di cui si serve la nostra diplomazia nel mondo), la Farnesina ci assicura che vengono svolti controlli accurati sia per evitare fenomeni di bagarinaggio, sia per minimizzare il rischio che qualche dipendente si lasci corrompere. Eppure, ci viene raccontato che la ragazza di Islamabad, in difficoltà con il suo faldone, «alla fine aveva trovato un intermediario, che le chiese 1.000 euro per fissare un appuntamento in ambasciata e per facilitare la pratica. Pochi giorni dopo, guada caso, riottenne i documenti». D'altronde, dell'ultimo episodio di un conterraneo che ha pagato 500 euro per farsi ricevere nella sede diplomatica di Islamabad, l'uomo ci garantisce di essere venuto a conoscenza solo «un paio di mesi fa».
Nel frattempo, il 10 febbraio, nella capitale del Paese asiatico è arrivato il nuovo ambasciatore, subentrato a Stefano Pontecorvo, che aveva concluso il proprio mandato. E se nella Repubblica islamica capita quello che abbiamo documentato, è l'uomo giusto al posto giusto. Si tratta di Andreas Ferrarese, che nel 2014, da ambasciatore a Pristina, dovette fronteggiare lo scandalo dei visti Schengen, messi in vendita a prezzi che oscillavano tra i 2.700 e i 3.500 euro da un gruppo criminale kosovaro. Tra gli arrestati figurava pure il figlio del leader della battaglia per l'indipendenza dello Stato balcanico dalla Serbia. Quella vicenda fece scalpore: si era parlato di complici tra i funzionari italiani, era stato travolto persino il precedente ambasciatore, Michael Giffoni (prima destituito direttamente dal ministero, poi reintegrato dal Tar, perché giudicato vittima del raggiro). Soprattutto, era emerso che tre dei visti erano stati concessi a combattenti jihadisti, dei quali, dopo l'ingresso in Italia, si erano perse le tracce, finché uno di loro non aveva compiuto un attacco suicida in Iraq.
Raggiunto dalla Verità, Ferrarese ha ammesso che «possono esserci tre livelli di truffa». Uno, è quello di chi intasca i soldi e si dilegua. Un altro è quello di chi, conoscendo le leggi, inganna i connazionali, convincendoli a farsi pagare per ottenere un servizio cui avrebbero già diritto. Entrambe queste ipotesi «danneggiano l'immagine dell'ambasciata, ma sul piano giuridico riguardano le autorità pakistane». Il terzo è il più grave: è quello di chi, eventualmente, ha davvero un complice interno alla sede diplomatica. «Ma chi è stato avvicinato da questi soggetti deve fare nomi e cognomi. Deve denunciare». Certo, un principio sacrosanto. Ma un business dei visti si regge proprio sulla certezza che, per paura o per l'estremo bisogno di procurarsi un lasciapassare, nessuno di quelli cui viene chiesto di pagare denuncerà. «Senza prove, non posso sospettare di funzionari dell'ambasciata. Mi pare difficile, poi, che i contrattisti pakistani rischino di perdere un posto per il quale ricevono uno stipendio ben più alto della media dei loro compatrioti». Tuttavia Ferrarese è perfettamente consapevole che «i problemi con i visti esistono da anni. Io ne ho esperienza dagli anni Novanta, nelle Filippine. Voi non mi state certo parlando di aria fritta. Abbiamo la stessa preoccupazione, perciò invitiamo a denunciare: chi ha paura, sappia che si possono studiare soluzioni per assicurare l'anonimato. In ogni caso», conclude l'ambasciatore, «abbiamo già un rodato meccanismo di controlli interni e io, personalmente, mi sono dato da fare per fronteggiare queste situazioni anche in passato. Non ho mai avuto problemi a far arrestare chi provava a violare la legge».
Magari, quelle dei testimoni da noi raggiunti sono solo voci. Magari c'è una pletora di truffatori che ruota intorno all'ambasciata, solo «all'esterno», come ipotizza Ferrarese. Eppure, quando chiediamo ai pakistani se è vero che nel loro Paese si può comprare un visto, tutti rispondono senza esitare: «Sì, sì. È tutto vero». Lo conferma, ad esempio, un giovane che era arrivato in Italia appena maggiorenne. «Un mediatore a Islamabad mi aveva assicurato un visto in cambio di 20.000 euro. Ci sarebbero voluti dai 3 ai 6 mesi, ma se segui i canali “tradizionali", quasi sempre ti bocciano la richiesta. Io personalmente non avevo abbastanza denaro, ma ho conosciuto diverse persone che hanno comprato il visto».
E a quanto pare, non è affatto difficile raggiungere questa sorta di bagarini del passaporto.
Insieme a un ragazzo pakistano, siamo riusciti ad avviare una trattativa semplicemente entrando in un alimentari etnico di una grande città del Nord Est (non diamo i dettagli proprio per non inguaiare il nostro complice, che lì ci vive ed è abbastanza conosciuto all'interno della sua comunità). I gestori del negozio danno una mano ai connazionali con i documenti da inoltrare in ambasciata. Per suscitare il loro interesse, ci è bastato riferire che la persona in cerca del visto ha messo da parte circa 12.000 euro. I due sono subito chiari: «Se seguite la via regolare, noi vi prepariamo tutto, ma non possiamo assicurarvi niente. L'altra via a noi non piace… Però è più sicura».
Ma come facciamo a essere sicuri che chi ci promette il documento, non intaschi i nostri soldi per poi volatilizzarsi? In fondo, era stato già l'uomo di Islamabad, quello del money money, a metterci in guardia: «Tu consegni il denaro, poi loro ti dicono: “No no, io non ne so niente"». I gestori del minimarket, però, ci aiutano a fugare questo dubbio. E spiegano che il pagamento avverrebbe solamente a visto emesso. Ci assicurano anche che hanno già alcuni documenti in arrivo, destinati a connazionali che hanno accettato di sborsare 10.000 euro. D'altra parte, se la compravendita si risolvesse sempre in un raggiro, non ci sarebbero tanti pakistani certi che pagando ci si riserva una corsia preferenziale, o pieni di conoscenti che dichiarano (confidenzialmente) di aver comprato i visti.
Con i proprietari del supermercato etnico, lo scorso fine settimana, ci eravamo dati un appuntamento per ieri: i signori avevano promesso che avrebbero sentito il loro contatto in Pakistan, il quale, stando al loro resoconto, sarebbe addirittura in grado di procurare documenti per molti altri Paesi dell'area Schengen. Poi, però, è arrivato il nuovo decreto della presidenza del Consiglio per l'emergenza coronavirus, che ha sigillato la Lombardia. E molti pakistani si sono attivati per gestire l'esodo dei connazionali dalla Regione, in particolare da Milano. L'appuntamento è saltato. Ma appena possibile, riattiveremo la trattativa, per verificare con i nostri occhi se davvero essa conduce dentro la sede diplomatica di Islamabad.
E i minori dal Paese islamico fanno gola alle comunità: soldi pubblici, zero resoconti
L'accoglienza dei minori non accompagnati è un terreno complesso, delicato, ma soprattutto, remunerativo. La complessa trafila burocratica e logistica che si mette in moto appena un minorenne di cittadinanza non europea, senza genitori o parenti, entra in Italia, è regolata dalla legge numero 47 del 2017. La disposizione è chiara: se sul territorio sono individuati familiari idonei a prendersi cura del minore, questa soluzione dovrà essere preferita al collocamento in una comunità. Ma destinare centinaia di minori, o presunti tali, nelle case di accoglienza conviene a tutti. Soprattutto in Friuli Venezia Giulia.
Nella Regione infatti, a differenza di quanto avviene nel resto d'Italia, i Comuni scelgono le case di accoglienza a cui destinare i minori non tramite un bando pubblico, ma semplicemente tramite delle convenzioni. In media, un centro di accoglienza riceve tra i 75 e i 140 euro al giorno per minore. Soldi pubblici, che i servizi sociali, incaricati di smistare i minori, possono quindi indirizzare a loro piacimento, sapendo in quali conti correnti andranno. Calcolando una media di 100 euro al giorno, una comunità che ospita 30 ragazzi, incassa ogni mese 90.000 euro, ovvero più di 1 milione all'anno. Un giro d'affari che fa gola a molti, e a dimostrarlo ci sono i numeri del report della Regione Friuli Venezia Giulia che fotografa la situazione nel 2019: i minori in carico ai Comuni sono in totale 956, provenienti prevalentemente da Pakistan, Kosovo, Bangladesh, Afghanistan e Albania. La maggior parte di loro viene mandata nelle strutture di Trieste, Cividale del Friuli e Udine. In una struttura triestina era stato destinato Saif (nome di fantasia, ndr) ragazzo pachistano, partito dal suo Paese circa due anni fa. Il viaggio per arrivare in Italia è stato lungo: la prima tappa è stata in Iran, dove Saif si è fermato una decina di giorni per poi arrivare a Istanbul, dove si è fermato circa 8 mesi. La città turca è infatti un vero e proprio punto di smistamento per pakistani, afghani e bengalesi, che rimangono lì fino a quando non riescono a racimolare la somma necessaria a raggiungere la Grecia. Dopo Istanbul Saif raggiunge Salonicco, dove si ferma una settimana, per poi proseguire attraversando i Paesi balcanici. Dopo due giorni in Macedonia, Saif resta nella capitale serba, Belgrado, per tre mesi, comi come a Sarajevo, in Bosnia, poi Croazia e Slovenia di passaggio e, infine, Trieste. Viene affidato a una comunità, che sebbene disponga di soldi pubblici per fornire vestiti, pasti, e tutto ciò di cui ha bisogno, non si prende cura di lui, tanto da farlo scappare, come racconta: «In comunità non mi davano da mangiare, nemmeno i vestiti. Se mi facevo male non mi portavano nemmeno all'ospedale. Sono scappato molte volte ma i servizi sociali hanno sempre imposto che io stessi in comunità».
L'ultima parola, spetta sempre infatti a loro, come conferma il senatore Simone Pillon, in prima linea nel tentativo di far luce sul business dei minori non accompagnati: «Non esiste un organo che supervisioni i servizi sociali. Le loro relazioni restano come ultimo verbo nei fasciscoli dei tribunali dei minori, su queste si basa tutto il lavoro dei giudici, molti dei quali sono onorari, non togati, senza le competenze giuridiche di un magistrato di carriera, e anche su di loro manca una normativa chiara per evitare conflitti d'interessi». A dimostrarlo, un caso chiave, quello della cooperativa umbra per minori Il piccolo carro, finita nel 2017 sotto la lente dell'l'Autorità nazionale anticorruzione, poiché un socio era anche il figlio della Garante per l'infanzia e l'adolescenza della Regione, Maria Pia Serlupini. Come spiega Pillon, «è necessario riformare l'intero sistema delle comunità per minori non accompagnati perché, tra l'altro, queste si autocontrollano. Non c'è nessuno che monitori le loro spese, basta un'autocertificazione». Le strutture sono libere quindi di incassare denaro pubblico senza rendicontare le spese, libere di diventare dei semplici parcheggi per minori, che più sono, meglio è.
Il vicesindaco di Trieste, Paolo Polidori, ha provato a far luce sulla situazione anche rivolgendosi all'ambasciata del Pakistan in Italia, ma per ricevere risposte, non sono sufficienti le domande di un singolo Comune, servirebbe un interessamento da parte del governo, che non arriva.
Dopo i pakistani, la comunità più numerosa di minori stranieri è quella proveniente dal Kosovo. Nel terzo trimestre del 2019, in Friuli Venezia Giulia erano 207. Il viaggio per arrivare in Italia pero loro è molto meno difficile. Con 8 ore di macchina e qualche mancia al confine con la Croazia, si è in Italia. Alcuni dei minori accolti fanno parte di bande in mano alla criminalità organizzata, come per esempio la Gang del kalashnikov, i cui membri spesso ne portano lo stemma tatuato sul collo, protagonista di un accoltellamento nell'ottobre scorso alla Scala dei Giganti, nel centro di Trieste.
E intanto, intere zone del Kosovo e dell'Albania si stanno spopolando di giovani, diretti in Friuli, dove possono essere mantenuti a spese della Regione.
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Mediatori locali chiedono fino a 20.000 euro per il documento. L'ambasciatore: «Il problema esiste, ma chi sa deve denunciare».E i minori dal Paese islamico fanno gola alle comunità: soldi pubblici, zero resoconti. In Friuli sono il gruppo più numeroso tra gli under 18 e i Comuni scelgono le strutture di affido senza un bando. Uno di loro racconta: «In casa famiglia non mi davano cibo».Lo speciale comprende due articoli. «Documenti in regola? Non bastano. Qui money money». Soldi. Tanti soldi. A parlare è un pakistano, da anni residente in Italia, ma «pizzicato» alcune settimane fa a Islamabad dalla Verità. Il quadro che emerge dal racconto di quest'uomo, come da quello di tanti altri suoi connazionali, è preoccupante: in Pakistan, attorno alla nostra ambasciata, sarebbe in piedi un vero e proprio mercimonio di visti, per cifre che arrivano a 15-20.000 euro. A gestire tale business ci sarebbero degli intermediari locali, i quali conterebbero su complici che operano come contrattisti all'interno della sede diplomatica italiana. La notizia è allarmante per almeno due motivi: primo, perché le istituzioni del nostro Paese sarebbero parte lesa, danneggiate da truffatori e, nella peggiore delle ipotesi, da dipendenti infedeli; secondo, perché se veramente in Pakistan esiste una compravendita di visti, essa si presta a fungere anche da canale di immigrazione. È questa l'idea che ci suggerisce un ragazzo, arrivato in Italia circa 4 anni fa: «Anziché fare il viaggio della speranza come me, da Islamabad, all'Iran, alla Turchia, ai Balcani, fino all'Italia, uno prende il visto turistico, arriva in aereo e poi fa domanda d'asilo». Ed è la stessa prospettiva che ci presentano i gestori di un minimarket etnico del Nord Est, che conosceremo più avanti: «Arrivi in area Schengen e poi, prima che scada il visto, chiedi la protezione internazionale». Quella su cui Matteo Salvini, da ministro dell'Interno, ha imposto una stretta che il governo giallorosso vorrebbe di nuovo allentare.Ma partiamo da un fenomeno che è la Farnesina stessa a confermare. In Pakistan («e in molte altre sedi nel mondo», aggiungono dal ministero degli Esteri), ci sono delle specie di «mediatori truffaldini» che, attraverso il sistema informatico, prenotano una serie di appuntamenti in ambasciata. Dopodiché, li vendono a chi ne ha bisogno. «L'ambasciata non può sapere se chi ha fissato l'appuntamento online sia la stessa persona che poi si presenta in ufficio», spiega la Farnesina. «Questo, però, non significa affatto che i mediatori siano in grado di garantire un visto, che deve passare controlli stringenti». Tant'è che la percentuale di dinieghi è altissima: «Per alcune tipologie, può arrivare al 50%». E vivaddio che la selezione sia rigorosissima: immigrazione a parte, il Pakistan ha un'elevata presenza di estremisti islamici, che bisogna tenere lontani non soltanto dall'Italia, ma da tutta l'area Schengen. Però è proprio per la difficoltà di ottenere un via libera, che chi vive nella Repubblica islamica è disposto a sborsare. Ciò che rende complesso sgominare un traffico del genere è che non si parla, apparentemente, né di visti falsi (che verrebbero scoperti alle frontiere), né di permessi concessi a chi non ha i requisiti (le autorità italiane assicurano che i controlli sui richiedenti sono stringenti). Il punto, insomma, è che anche chi dovrebbe essere a posto con i documenti, poiché rischia comunque un diniego - le nostre autorità possono ritenere non sufficientemente giustificata la richiesta, o sospettare che gli aspiranti viaggiatori siano in realtà aspiranti immigrati - trova chi gli propone di pagare. Money money, appunto. Ma quanto, di preciso? «3-4.000 euro», secondo l'uomo da noi intercettato a Islamabad. «E in due o tre mesi arriva il visto».È un caso? Siamo stati avvicinati da un impostore, pronto a prendere il denaro e a sparire? Una storia simile, in realtà, ce l'ha illustrata pure un altro pakistano, residente nel Bresciano. «Circa 6 anni fa ho seguito la disavventura di una ragazza che era tornata a visitare i suoi a Islamabad, ma aveva perso i documenti e non poteva rientrare in Italia. Si era recata alla Gerry Fedex», la società presso la quale le persone devono depositare i loro faldoni, che poi essa inoltra all'ambasciata. Su questa (come su altre aziende esterne di cui si serve la nostra diplomazia nel mondo), la Farnesina ci assicura che vengono svolti controlli accurati sia per evitare fenomeni di bagarinaggio, sia per minimizzare il rischio che qualche dipendente si lasci corrompere. Eppure, ci viene raccontato che la ragazza di Islamabad, in difficoltà con il suo faldone, «alla fine aveva trovato un intermediario, che le chiese 1.000 euro per fissare un appuntamento in ambasciata e per facilitare la pratica. Pochi giorni dopo, guada caso, riottenne i documenti». D'altronde, dell'ultimo episodio di un conterraneo che ha pagato 500 euro per farsi ricevere nella sede diplomatica di Islamabad, l'uomo ci garantisce di essere venuto a conoscenza solo «un paio di mesi fa». Nel frattempo, il 10 febbraio, nella capitale del Paese asiatico è arrivato il nuovo ambasciatore, subentrato a Stefano Pontecorvo, che aveva concluso il proprio mandato. E se nella Repubblica islamica capita quello che abbiamo documentato, è l'uomo giusto al posto giusto. Si tratta di Andreas Ferrarese, che nel 2014, da ambasciatore a Pristina, dovette fronteggiare lo scandalo dei visti Schengen, messi in vendita a prezzi che oscillavano tra i 2.700 e i 3.500 euro da un gruppo criminale kosovaro. Tra gli arrestati figurava pure il figlio del leader della battaglia per l'indipendenza dello Stato balcanico dalla Serbia. Quella vicenda fece scalpore: si era parlato di complici tra i funzionari italiani, era stato travolto persino il precedente ambasciatore, Michael Giffoni (prima destituito direttamente dal ministero, poi reintegrato dal Tar, perché giudicato vittima del raggiro). Soprattutto, era emerso che tre dei visti erano stati concessi a combattenti jihadisti, dei quali, dopo l'ingresso in Italia, si erano perse le tracce, finché uno di loro non aveva compiuto un attacco suicida in Iraq.Raggiunto dalla Verità, Ferrarese ha ammesso che «possono esserci tre livelli di truffa». Uno, è quello di chi intasca i soldi e si dilegua. Un altro è quello di chi, conoscendo le leggi, inganna i connazionali, convincendoli a farsi pagare per ottenere un servizio cui avrebbero già diritto. Entrambe queste ipotesi «danneggiano l'immagine dell'ambasciata, ma sul piano giuridico riguardano le autorità pakistane». Il terzo è il più grave: è quello di chi, eventualmente, ha davvero un complice interno alla sede diplomatica. «Ma chi è stato avvicinato da questi soggetti deve fare nomi e cognomi. Deve denunciare». Certo, un principio sacrosanto. Ma un business dei visti si regge proprio sulla certezza che, per paura o per l'estremo bisogno di procurarsi un lasciapassare, nessuno di quelli cui viene chiesto di pagare denuncerà. «Senza prove, non posso sospettare di funzionari dell'ambasciata. Mi pare difficile, poi, che i contrattisti pakistani rischino di perdere un posto per il quale ricevono uno stipendio ben più alto della media dei loro compatrioti». Tuttavia Ferrarese è perfettamente consapevole che «i problemi con i visti esistono da anni. Io ne ho esperienza dagli anni Novanta, nelle Filippine. Voi non mi state certo parlando di aria fritta. Abbiamo la stessa preoccupazione, perciò invitiamo a denunciare: chi ha paura, sappia che si possono studiare soluzioni per assicurare l'anonimato. In ogni caso», conclude l'ambasciatore, «abbiamo già un rodato meccanismo di controlli interni e io, personalmente, mi sono dato da fare per fronteggiare queste situazioni anche in passato. Non ho mai avuto problemi a far arrestare chi provava a violare la legge».Magari, quelle dei testimoni da noi raggiunti sono solo voci. Magari c'è una pletora di truffatori che ruota intorno all'ambasciata, solo «all'esterno», come ipotizza Ferrarese. Eppure, quando chiediamo ai pakistani se è vero che nel loro Paese si può comprare un visto, tutti rispondono senza esitare: «Sì, sì. È tutto vero». Lo conferma, ad esempio, un giovane che era arrivato in Italia appena maggiorenne. «Un mediatore a Islamabad mi aveva assicurato un visto in cambio di 20.000 euro. Ci sarebbero voluti dai 3 ai 6 mesi, ma se segui i canali “tradizionali", quasi sempre ti bocciano la richiesta. Io personalmente non avevo abbastanza denaro, ma ho conosciuto diverse persone che hanno comprato il visto».E a quanto pare, non è affatto difficile raggiungere questa sorta di bagarini del passaporto. Insieme a un ragazzo pakistano, siamo riusciti ad avviare una trattativa semplicemente entrando in un alimentari etnico di una grande città del Nord Est (non diamo i dettagli proprio per non inguaiare il nostro complice, che lì ci vive ed è abbastanza conosciuto all'interno della sua comunità). I gestori del negozio danno una mano ai connazionali con i documenti da inoltrare in ambasciata. Per suscitare il loro interesse, ci è bastato riferire che la persona in cerca del visto ha messo da parte circa 12.000 euro. I due sono subito chiari: «Se seguite la via regolare, noi vi prepariamo tutto, ma non possiamo assicurarvi niente. L'altra via a noi non piace… Però è più sicura». Ma come facciamo a essere sicuri che chi ci promette il documento, non intaschi i nostri soldi per poi volatilizzarsi? In fondo, era stato già l'uomo di Islamabad, quello del money money, a metterci in guardia: «Tu consegni il denaro, poi loro ti dicono: “No no, io non ne so niente"». I gestori del minimarket, però, ci aiutano a fugare questo dubbio. E spiegano che il pagamento avverrebbe solamente a visto emesso. Ci assicurano anche che hanno già alcuni documenti in arrivo, destinati a connazionali che hanno accettato di sborsare 10.000 euro. D'altra parte, se la compravendita si risolvesse sempre in un raggiro, non ci sarebbero tanti pakistani certi che pagando ci si riserva una corsia preferenziale, o pieni di conoscenti che dichiarano (confidenzialmente) di aver comprato i visti.Con i proprietari del supermercato etnico, lo scorso fine settimana, ci eravamo dati un appuntamento per ieri: i signori avevano promesso che avrebbero sentito il loro contatto in Pakistan, il quale, stando al loro resoconto, sarebbe addirittura in grado di procurare documenti per molti altri Paesi dell'area Schengen. Poi, però, è arrivato il nuovo decreto della presidenza del Consiglio per l'emergenza coronavirus, che ha sigillato la Lombardia. E molti pakistani si sono attivati per gestire l'esodo dei connazionali dalla Regione, in particolare da Milano. L'appuntamento è saltato. Ma appena possibile, riattiveremo la trattativa, per verificare con i nostri occhi se davvero essa conduce dentro la sede diplomatica di Islamabad.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-ambasciata-denaro-e-visti-facili-il-caso-del-pakistan-2645432351.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-i-minori-dal-paese-islamico-fanno-gola-alle-comunita-soldi-pubblici-zero-resoconti" data-post-id="2645432351" data-published-at="1779805409" data-use-pagination="False"> E i minori dal Paese islamico fanno gola alle comunità: soldi pubblici, zero resoconti L'accoglienza dei minori non accompagnati è un terreno complesso, delicato, ma soprattutto, remunerativo. La complessa trafila burocratica e logistica che si mette in moto appena un minorenne di cittadinanza non europea, senza genitori o parenti, entra in Italia, è regolata dalla legge numero 47 del 2017. La disposizione è chiara: se sul territorio sono individuati familiari idonei a prendersi cura del minore, questa soluzione dovrà essere preferita al collocamento in una comunità. Ma destinare centinaia di minori, o presunti tali, nelle case di accoglienza conviene a tutti. Soprattutto in Friuli Venezia Giulia. Nella Regione infatti, a differenza di quanto avviene nel resto d'Italia, i Comuni scelgono le case di accoglienza a cui destinare i minori non tramite un bando pubblico, ma semplicemente tramite delle convenzioni. In media, un centro di accoglienza riceve tra i 75 e i 140 euro al giorno per minore. Soldi pubblici, che i servizi sociali, incaricati di smistare i minori, possono quindi indirizzare a loro piacimento, sapendo in quali conti correnti andranno. Calcolando una media di 100 euro al giorno, una comunità che ospita 30 ragazzi, incassa ogni mese 90.000 euro, ovvero più di 1 milione all'anno. Un giro d'affari che fa gola a molti, e a dimostrarlo ci sono i numeri del report della Regione Friuli Venezia Giulia che fotografa la situazione nel 2019: i minori in carico ai Comuni sono in totale 956, provenienti prevalentemente da Pakistan, Kosovo, Bangladesh, Afghanistan e Albania. La maggior parte di loro viene mandata nelle strutture di Trieste, Cividale del Friuli e Udine. In una struttura triestina era stato destinato Saif (nome di fantasia, ndr) ragazzo pachistano, partito dal suo Paese circa due anni fa. Il viaggio per arrivare in Italia è stato lungo: la prima tappa è stata in Iran, dove Saif si è fermato una decina di giorni per poi arrivare a Istanbul, dove si è fermato circa 8 mesi. La città turca è infatti un vero e proprio punto di smistamento per pakistani, afghani e bengalesi, che rimangono lì fino a quando non riescono a racimolare la somma necessaria a raggiungere la Grecia. Dopo Istanbul Saif raggiunge Salonicco, dove si ferma una settimana, per poi proseguire attraversando i Paesi balcanici. Dopo due giorni in Macedonia, Saif resta nella capitale serba, Belgrado, per tre mesi, comi come a Sarajevo, in Bosnia, poi Croazia e Slovenia di passaggio e, infine, Trieste. Viene affidato a una comunità, che sebbene disponga di soldi pubblici per fornire vestiti, pasti, e tutto ciò di cui ha bisogno, non si prende cura di lui, tanto da farlo scappare, come racconta: «In comunità non mi davano da mangiare, nemmeno i vestiti. Se mi facevo male non mi portavano nemmeno all'ospedale. Sono scappato molte volte ma i servizi sociali hanno sempre imposto che io stessi in comunità». L'ultima parola, spetta sempre infatti a loro, come conferma il senatore Simone Pillon, in prima linea nel tentativo di far luce sul business dei minori non accompagnati: «Non esiste un organo che supervisioni i servizi sociali. Le loro relazioni restano come ultimo verbo nei fasciscoli dei tribunali dei minori, su queste si basa tutto il lavoro dei giudici, molti dei quali sono onorari, non togati, senza le competenze giuridiche di un magistrato di carriera, e anche su di loro manca una normativa chiara per evitare conflitti d'interessi». A dimostrarlo, un caso chiave, quello della cooperativa umbra per minori Il piccolo carro, finita nel 2017 sotto la lente dell'l'Autorità nazionale anticorruzione, poiché un socio era anche il figlio della Garante per l'infanzia e l'adolescenza della Regione, Maria Pia Serlupini. Come spiega Pillon, «è necessario riformare l'intero sistema delle comunità per minori non accompagnati perché, tra l'altro, queste si autocontrollano. Non c'è nessuno che monitori le loro spese, basta un'autocertificazione». Le strutture sono libere quindi di incassare denaro pubblico senza rendicontare le spese, libere di diventare dei semplici parcheggi per minori, che più sono, meglio è. Il vicesindaco di Trieste, Paolo Polidori, ha provato a far luce sulla situazione anche rivolgendosi all'ambasciata del Pakistan in Italia, ma per ricevere risposte, non sono sufficienti le domande di un singolo Comune, servirebbe un interessamento da parte del governo, che non arriva. Dopo i pakistani, la comunità più numerosa di minori stranieri è quella proveniente dal Kosovo. Nel terzo trimestre del 2019, in Friuli Venezia Giulia erano 207. Il viaggio per arrivare in Italia pero loro è molto meno difficile. Con 8 ore di macchina e qualche mancia al confine con la Croazia, si è in Italia. Alcuni dei minori accolti fanno parte di bande in mano alla criminalità organizzata, come per esempio la Gang del kalashnikov, i cui membri spesso ne portano lo stemma tatuato sul collo, protagonista di un accoltellamento nell'ottobre scorso alla Scala dei Giganti, nel centro di Trieste. E intanto, intere zone del Kosovo e dell'Albania si stanno spopolando di giovani, diretti in Friuli, dove possono essere mantenuti a spese della Regione.
Roberto Vannacci nella sede romana di Futuro Nazionale (Imagoeconomica)
Perché», risponde Vannacci, «non mi risulta sia capo di un partito politico. Oppure stiamo dicendo che Forza Italia è un partito eterodiretto dal potere dei soldi e dell’editoria? Non mi risulta che Marina Berlusconi faccia politica. Quindi perché dovrei rispondere a qualcuno che non fa politica?».
Vannacci è convinto, ed è difficile dargli torto, che il centrodestra, alle prossime politiche, avrà bisogno di lui, e quindi può permettersi di tutto e di più, anche di dettare condizioni: «Per l’alleanza», sottolinea il generale, «ci sono margini, purché si adeguino alle nostre linee rosse che sono quelle della destra, perché oggi probabilmente abbiamo una destra che fa più la sinistra, non alla moda. Questo probabilmente non piace ai cittadini, tant’è vero che in soli tre mesi Futuro nazionale sta riscuotendo successo per questo motivo. La sinistra non è alla moda, non piace. E quindi, che la destra ritorni a fare la destra. La destra ha perso la trebisonda, probabilmente. E quindi arriva Futuro nazionale che è una specie di sestante: fa il punto nave, ristabilisce la rotta giusta e andiamo avanti per la rotta giusta». Per Vannacci, in fin dei conti, la legge elettorale non è un grande problema: se il centrodestra avrà bisogno dei suoi voti e stringerà l’intesa elettorale, o dovrà assegnare a Futuro nazionale una parte di collegi sicuri, come accade per tutti i partiti, oppure, se la legge cambierà, avrà una quota di suoi rappresentanti nel listino bloccato del premio di maggioranza. Tiene però alle preferenze: «Noi ci preoccupiamo poco della legge elettorale», argomenta Vannacci, «perché qualsiasi essa sia noi ci adegueremo. Ci dispiace che le nostre proposte non siano state prese in considerazione e ci dispiace che la futura legge elettorale, se andrà per come è stata disegnata e progettata, continui a togliere la sovranità al popolo. Noi ci vogliamo battere per il ritorno delle preferenze, perché la democrazia è là dove il cittadino sceglie i propri rappresentanti. Oggi non siamo in questa situazione, oggi i rappresentanti vengono scelti dalle segreterie di partito, secondo delle logiche e delle dinamiche totalmente estranee a quelle democratiche».
Intanto, il suo partito continua a crescere sui territori. Ieri due consiglieri regionali lombardi, Luca Ferrazzi del gruppo misto e Pietro Macconi di Fratelli d’Italia, hanno aderito a Futuro nazionale. «Non ho nessuna valutazione da fare», commenta il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, «nel senso che è una scelta che hanno fatto due consiglieri, sono liberissimi di farla. Possono spostarsi dove vogliono. Personalmente ho sempre sostenuto che la Lega non abbia nulla in comune con Vannacci». Stessa scelta l’ha fatta la ex deputata leghista Francesca Martini, già Sottosegretaria alla Salute nel governo Berlusconi dal 2009 al 2011 e, prima ancora, assessore alla Sanità della Regione Veneto. La Martini è stata parlamentare del Carroccio per due legislature, e nel 2017 era stata tra i fondatori di Grande Nord.
L’unico a tenere ancora chiuse le porte del centrodestra a Futuro nazionale è Maurizio Lupi: «Ho un grande rispetto per tutti coloro che si mettono a fare politica», sottolinea il leader di Noi moderati, «che iniziano anche una proposta politica e un percorso. Detto questo, Vannacci nulla ha a che fare con la storia del centrodestra, nulla ha a che fare con la proposta di governo del futuro del nostro Paese». Questa ce la segniamo…
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Olimpia Tarzia (Imagoeconomica)
di Olimpia Tarzia, Responsabile del Dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia
Il 27 novembre 2020 il presidente Berlusconi mi nominò responsabile nazionale del Dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia. Accolsi la proposta, accettando, per la prima volta - in 20 anni di vita politica e istituzionale vissuta, nelle tre legislature alla Regione Lazio, come indipendente nell’area del centrodestra - di aderire a un partito, proprio a motivo delle sue posizioni sul tema della vita, considerando che, pur nelle variegate sfumature delle singole posizioni sui temi etici presenti in Fi, affidarmi un tale Dipartimento esprimeva una precisa volontà politica del presidente di rafforzare una visione antropologica basata su principi e valori cristiani.
Queste le sue parole nel motivare l’incarico affidatomi: «Un affettuoso benvenuto ad Olimpia Tarzia, che ha scelto di far parte di Forza Italia. La sua decisione ha un grande significato: Olimpia in questi anni è stata ed è una degli esponenti più qualificati e più rappresentativi dell’associazionismo e del volontariato cattolico. Le sue competenze e il suo impegno nel delicatissimo settore della bioetica, l’esperienza del Movimento per la vita di cui è cofondatrice, le tante battaglie per la vita e per la famiglia delle quali è stata protagonista, ne fanno un punto di riferimento per tutti coloro che credono nei valori di un autentico umanesimo cristiano. Sono valori che Forza Italia considera parte integrante della sua visione dell’uomo e della società, e per i quali ci siamo battuti e ci batteremo, pur nel rispetto della libertà di coscienza di ciascuno, in ogni occasione parlamentare e politica. La presenza di Olimpia ci darà più forza in queste battaglie di civiltà. Con lei ci rivolgeremo ai tanti elettori cattolici disorientati e delusi dalla politica e dai politici che li hanno rappresentati in Parlamento».
A settembre 2022 Berlusconi rilasciò una lunga intervista ad Avvenire, in cui affermava: «Noi su temi come unioni civili e biotestamento abbiamo sempre votato contro».
Sui temi eticamente sensibili, in questi anni, fino a pochi mesi fa, ho potuto liberamente condurre il Dipartimento su tale strada. Da quando è iniziato il dibattito sul ddl Fine vita, in diverse occasioni, in colloqui singoli all’interno del partito, ma anche pubblicamente, ho manifestato la mia contrarietà a una legge che normasse il suicidio assistito, sottolineando la rilevanza etica e antropologica di una tale disciplina giuridica, nella ferma convinzione che una legge ad hoc non serva e che le direttive della Consulta non necessitino di una legge che le recepisca, in quanto la Consulta ha già di fatto eliminato, alle condizioni indicate, il presidio della sanzione penale all’aiuto al suicidio che è stato posto dall’articolo 580 del Codice penale.
Su questo tema sono intervenuta più volte, fin dal 2021, con significativi risultati di coinvolgimento e sensibilizzazione attraverso molteplici iniziative rivolte particolarmente al mondo cattolico, sia con interventi sui media, sia organizzando convegni e incontri, ribadendo tale linea e sostenendo la necessità di un rafforzamento delle cure palliative in termini di allocazione di fondi e di realizzazione di strutture ad hoc. Come è chiaramente scritto nell’Evangelium vitae (n. 66): «Condividere l’intenzione suicida di un altro e aiutarlo a realizzarla mediante il cosiddetto “suicidio assistito” significa farsi collaboratori, e qualche volta attori in prima persona, di un’ingiustizia che non può mai essere giustificata, neppure quando fosse richiesta».
È per questo motivo che le recenti prese di posizione del partito sul fine vita, che, non tenendo in considerazione le mie forti perplessità, hanno portato alla scelta di portare avanti un disegno di legge sul suicidio assistito, mi costringono a constatare che sono venuti a mancare i presupposti per mantenere, in tale contesto, il mio incarico come responsabile nazionale del Dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia.
Nella mia storia di vita personale, associativa e politica, ho sempre considerato la libertà interiore, la coerenza delle scelte e la fedeltà ai principi in cui si crede un punto fermo, anche a costo di sacrifici personali: non intendo ora rendermi corresponsabile di una legge, foriera di inevitabili pericolose implicazioni e conseguenze, che di fatto sancisce, anche se surrettiziamente, il «diritto al suicidio», una legge che vedrebbe lo Stato, anziché garantire e tutelare il diritto alla vita, specialmente dei più vulnerabili, assicurare la morte, mettendo a disposizione risorse economiche e strutture adeguate a rendere fruibile quell’atto, anche magari tramite il Servizio sanitario nazionale.
Con questa mia decisione non ho alcuna intenzione di colpevolizzare chi sta impegnandosi per trovare le migliori soluzioni possibili a una questione estremamente delicata e complessa, ma non posso condividere l’idea di considerare questa proposta di legge come una scelta obbligata al fine di perseguire una «riduzione del danno» perché il «male minore», come ci insegna la dottrina cattolica, si può tollerare, se inevitabilmente costretti (e non è questo il caso), ma non può mai essere una scelta.
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Stefano Zenni, musicologo jazz, ricorda Sonny Rollins, leggendario sassofonista scomparso a 95 anni e a poche ore dal centenario di Miles Davis. La sua inesauribile fantasia, unita a generose dosi di ironia, lo ha reso un colosso assoluto dell’arte dell’improvvisazione.
Nel riquadro, un frame dell'episodio di violenza nei confronti di due docenti in un parco di Parma (iStock-Ansa)
Codraro ha chiesto che la scuola prenda provvedimenti contro lo studente, ma ha deciso di non denunciarlo. Ricevendo per questo il plauso del segretario generale della Flc Cgil di Pordenone, Giuseppe Mancaniello, che ha dichiarato al Gazzettino: «L’insegnante si è comportato bene non denunciando, perché in questo caso si trattava di giovanissimi sotto i 14 anni».
È la stessa decisione che hanno preso, a Parma, i due professori pesantemente malmenati da un gruppo di maranza in un parco fuori da un istituto tecnico. Sdegno sì, ma niente vie legali. Sulle prime anche il provveditore di Parma, Andrea Grossi, aveva caldeggiato la linea morbida, spiegando che la scuola «educa ma non sanziona». Poi però, forse riflettendoci un poco di più, ha cambiato opinione: «La scuola educa anche sanzionando».
Sulla rissa di Pordenone interviene invece Silvia Burelli, vicepreside della scuola secondaria di primo grado Terzo Drusin, che afferma: «Da domani ci attiveremo per tutte quelle azioni educative che possiamo avviare, in accordo con la famiglia. Azioni che prevedono attività con le tante associazioni del territorio che ci supportano». Insomma, il ragazzino picchiatore se la caverà con un po’ di volontariato.
È un fatto: ogni volta che esplodono casi di violenza adolescenziale si assiste a un profluvio di dichiarazioni di tenore più o meno analogo. C’è chi sostiene che si ascoltino poco e male i giovani, chi propone ore di educazione affettiva, chi se la prende con gli adulti che fanno la guerra. E può anche darsi che ci sia del vero in tutte queste affermazioni. Il problema, nel frattempo, resta e peggiora. Il che suggerirebbe, forse, di cambiare prospettiva.
A Parma il disastro era annunciato. Anzi è stato preceduto da altri e numerosi disastri. Sono anni che dal territorio si levano voci allarmate riguardo all’esorbitante presenza di maranza intemperanti. Fuori dal coro e altre trasmissioni hanno dedicato servizi alla (un tempo) placida città emiliana. Le denunce pubbliche di cittadini e politici, negli anni, sono state fin troppe. Il fenomeno è talmente evidente che l’anno scorso qualcuno ha avuto la brillante idea di girare un video musicale in stile trap intitolato Parma città di maranza, interpretato da studenti anche minorenni. Una operazione perfino divertente a testimonianza di una situazione drammatica. Segno che qualche provvedimento si poteva e si doveva prendere anche prima. Il massimo che le istituzioni sono riuscite a escogitare è l’introduzione dei cosiddetti «street tutor», figure a metà tra gli addetti alla sicurezza delle discoteche (da cui in effetti sembra che alcuni provengano) e i mediatori culturali che dovrebbe occuparsi di «prevenzione dei rischi e mediazione dei conflitti», anche grazie alla conoscenza dell’arabo. Insomma, vigilantes anti maranza che però non sono vigilantes e non hanno compiti di polizia ma di mediazione culturale. Boh.
È chiaro: non esistono soluzioni semplici e immediatamente efficaci. Tuttavia, è abbastanza ovvio che servano due approcci congiunti: uno politico (più misure di sicurezza) e uno culturale. Quest’ultimo potrebbe seguire alcune direttrici che vari analisti nel corso del tempo hanno indicato. Tra questi c’è il filosofo Stefano Zecchi, che sul tema dei maranza e della violenza giovanile ha le idee piuttosto chiare.
«Cominciamo dalla scuola e dalla famiglia che sono le due istituzioni che educano i ragazzi», dice. «In entrambe quello che viene a mancare ormai da tanti anni è l’autorità, il senso del rispetto di un’autorità che oltrepassa, trascende le singole persone. Questa autorità è stata sostituita da uno sfrenato individualismo, per cui ognuno pensa per sé e pensa di raggiungere da solo certi risultati. Questo porta evidentemente a situazioni paradossali, come nei casi in cui i genitori fanno da schermo per evitare danni ai figli oppure essi stessi aggrediscono i professori».
In tanti lo hanno detto: manca il padre simbolico, cioè colui che fissa le regole e i limiti. «Il padre è l’autorevolezza, non voglio dire la parola autorità che oggi sembra sconcia, nella famiglia», spiega Zecchi. «Non dico che debba prendere le decisioni da solo, deve certo condividerle, ma il suo compito è cercare di portare una razionalità all’interno della famiglia: soprattutto il padre ha questa funzione. Nella scuola vale lo stesso con la figura dell’insegnante. Sento dire che la scuola educa, ma non è vero. La scuola non educa, deve insegnare. Ha un compito molto complesso, quello di insegnare e attraverso l’insegnamento far capire i modi di comportamento. A scuola non vengono insegnate le buone maniere: si prende semmai, dico per fare un esempio, una poesia di Pascoli e attraverso quella poesia si comincia anche a capire il mondo e a rispettare gli altri».
La mancanza del padre non è una banalità da psicologi: è un tema serissimo che trova conferma nella rinuncia dei docenti alle denunce e a un approccio più severo: sembra che l’autorità debba essere sempre smorzata.
Quanto alla mancanza di dialogo con gli adolescenti, Zecchi appare scettico. «Questo discorso lo sento fare in continuazione», dice. «Mi sembra una via di fuga e anche una specie di giustificazione. Non è che i ragazzi non vengano ascoltati, semmai i ragazzi non hanno intenzione di parlare. Oggi il mondo dei ragazzi è una specie di recinto chiuso da questa ipnotica visione del cellulare che sostituisce i discorsi. Non è che i genitori non ascoltano i figli, i figli non parlano con i genitori, questo è il problema. Questa retorica di dare la colpa sempre ai genitori perché non ascoltano è sociologistica, non riflette bene su ciò che accade. Io mi muovo a Milano con la metropolitana: non c’è una persona adulta, meno adulta, piccola, non piccola che non abbia in mano il cellulare. L’altro giorno sempre in metropolitana è arrivata una banda di ragazzini delle elementari, erano proprio piccoli: erano festosi, gridavano, scherzavano tra di loro, toccavano... Il cellulare non esisteva. Ma piano piano, andando avanti con l’età, tutto questo sparisce».
Forse allora bisogna pensare a limitazioni serie sull’uso della tecnologia, e ragionare sul rapporto che hanno con essa anche gli adulti, non solo i più piccoli. E poi c’è un altro tema enorme che non si può eludere: l’immigrazione.
«È un elemento di rottura di uno schema convenzionale, tradizionale», dice Zecchi. «Ormai dobbiamo abituarci a convivere con questa realtà e a scuola si fa molto per favorire l’integrazione. Che però resta una cosa, come dire, non naturale. Non voglio usare parole troppo dure ma è qualcosa fuori dalla naturalezza, a cui non c’è un’adeguata preparazione. L’integrazione in fondo è una violenza, è sradicare la persona dalla sua storia, dalla sua tradizione, dalla sua religione. Sono state tentate tante vie per l’integrazione: c’è quella inglese, c’è quella tedesca e c’è quella francese... Non ha funzionato nessuna delle tre».
Come si vede, le questioni sono stratificate e complesse, e tocca agire a più livelli. Ma una bussola, spiega Zecchi, l’abbiamo: «Non bisogna aver paura di sostenere l’autorità, di sostenere le figure paterne dentro la famiglia e gli insegnanti dentro la scuola».
Viene da dire che anche gli insegnanti, in questo senso, talvolta potrebbero offrire un maggiore contributo. Ai fini di difendere la presenza di una autorità non sembra molto utile evitare di denunciare chi picchia e bastona.
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