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2018-07-15
Impedire gli sbarchi alla fine paga: «A Francia e Malta 100 migranti»
Ansa
Italia chiama e l'Europa, stavolta, è costretta a rispondere. E questa volta è un «sì», frutto della linea dura mantenuta dal governo italiano, che ha tenuto il punto sulla chiusura dei porti in assenza di una condivisione dell'onere di accoglienza, principio stabilito nell'ultimo Consiglio europeo e ribadito dall'esecutivo sia al vertice Nato che alla riunione dei ministri dell'Interno Ue.
«Francia e Malta prenderanno rispettivamente 50 dei 450 migranti trasbordati sulle due navi militari. A breve arriveranno anche le adesioni di altri Paesi europei». Giuseppe Conte esulta su Facebook alle 20 e allega al post la lettera inviata ieri ai capi di Stato e di governo e ai membri del Consiglio europeo. «È un risultato importante ottenuto dopo una giornata di scambi telefonici e scritti che ho avuto con tutti i 27 leader europei», ha rivendicato il premier, che chiude il post con queste parole: «Finalmente l'Italia inizia ad essere ascoltata davvero». Mentre Malta, in un primo momento, si era girata ancora una volta dall'altra parte, lasciando i migranti in mare. Donne e bambini che avevano bisogno di cure sono stati accompagnati a Lampedusa a bordo di motovedette della Guardia costiera italiana. «Motivi sanitari», hanno precisato le autorità. Gli altri 450 migranti, completato il trasbordo dal barcone di legno soccorso a largo di Linosa due giorni fa, sono sul pattugliatore Protector, inserito nel dispositivo Frontex, che ne ha presi 176, e sul Monte Sperone della Guardia di finanza, che ne ha tirati su 266. L'altro ieri sera, alla vista di tre motovedette della Guardia costiera e di uno dei pattugliatori della Guardia di finanza, il barcone della speranza si è fermato e alcuni migranti si sono tuffati in acqua. A quel punto è partita l'operazione salvataggio. Ma le due navi non hanno avuto l'autorizzazione a sbarcare fino all'annuncio di Conte. E ora che è arrivato il segnale dall'Europa, anche l'Italia, come scrive il premier nella missiva, prenderà la sua quota di migranti.
Le tre alternative possibili, prima dell'ok Ue, erano queste: suddivisione tra i Paesi europei, ritorno in Libia o permanenza a bordo della navi che, così, si sarebbero trasformate in centri di identificazione ed espulsione su mare.
«In Italia solo con mezzi legali». Altrimenti nisba: non si sbarca. Il ministro dell'Interno Matteo Salvini lo aveva detto subito a chiare lettere al premier nel corso di una telefonata. Il governo, su questo punto, si era mostrato compatto.
Per Salvini nessun porto italiano era a disposizione dei migranti. «Occorre», aveva detto , «un atto di giustizia, rispetto e coraggio per contrastare i trafficanti e stimolare un intervento europeo», insistendo subito sull'opportunità che alle due navi venisse data indicazione di fare rotta nuovamente verso Malta o verso la Libia. E in ogni caso, aveva avvertito il ministro, per il barcone i porti italiani sono chiusi: «Abbiamo già dato, ci siamo capiti?». Stessa linea per il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli: «Malta faccia subito il suo dovere e apra il porto». Una richiesta che si è trasformata poco dopo in una comunicazione ufficiale della Farnesina all'ambasciata maltese a Roma. Ma i maltesi hanno continuato a fare gli gnorri fino a ieri sera. E all'inizio avevano affidato la risposta all'ambasciatore Vanessa Frazier: «Rispettiamo le regole internazionali, come hanno sempre fatto altri Paesi europei». Una non risposta. Un portavoce del governo maltese citato dal quotidiano Times of Malta, invece, aveva detto che quando è stata segnalata la presenza della nave, era a circa 53 miglia nautiche da Lampedusa e a 110 miglia da Malta. Stando alla versione del governo maltese, le persone a bordo, contattate, avrebbero espresso l'intenzione di procedere verso Lampedusa. Ma i carteggi tra i due Stati dicono altro. Nella nota verbale che ricostruisce la dinamica della vicenda inviata dalla Farnesina all'ambasciata maltese a Roma l'area di soccorso era stata individuata a Malta: «Alle ore 04.25 di venerdì 13 luglio, il Maritime rescue coordination center italiano ha ricevuto una segnalazione su un'imbarcazione con circa 450 persone a bordo in area Sar maltese».
Le autorità maltesi hanno poi comunicato l'assunzione del coordinamento delle operazioni di soccorso e l'invio in zona di un aereo che ha individuato l'imbarcazione alla deriva, senza inviare però alcun mezzo di soccorso. Per questo la Farnesina li ha bacchettati, ricordando che il porto di sbarco era da identificare in area maltese. Su questo il governo italiano è stato irremovibile. Anche perché, come dimostrano il successo di ieri con l'Ue e il calo di sbarchi da quando si è insediato il nuovo governo (27.000 in meno rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso), la linea dura paga. E quindi, per Salvini, non era il momento di mostrare debolezze. Da Palazzo Chigi è partita quindi la comunicazione ufficiale ai leader europei per sollecitare l'applicazione dei principi affermati nel corso dell'ultimo Consiglio Europeo. Secondo le attuali regole d'ingaggio delle navi in missione Ue, quali sono quelle di Frontex, non è possibile lo sbarco in Paesi terzi come la Libia. Centri regionali di sbarco in Paesi terzi sono invece una delle opzioni che sta valutando la Commissione Ue dopo il vertice. E alcuni contatti con Paesi stranieri lasciano ben sperare. Nel frattempo toccherà anche a loro prendersi una fetta di migranti.
Fabio Amendolara
Arrestati due scafisti sulla Diciotti
«La Procura di Trapani ha confermato l'arresto di due immigrati sbarcati ieri dalla nave Diciotti per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina». Il vicepremier Matteo Salvini ha dato l'annunciato su Facebook ieri sera, in contemporanea con il premier Giuseppe Conte che dichiarava la disponibilità dei Paesi Ue a prendersi parte dei 450 migranti sul barcone respinto da Malta. È una svolta nella vicenda dei 67 salvati dalla Vos Thalassa, trasferiti su un'unità della Guardia costiera, due dei quali erano stati indagati dalla Procura di Trapani con il sospetto di essere proprio i due scafisti, e - forse - anche i responsabili del tentativo di ammutinamento, ancora tutto da dimostrare.
Intanto ieri è emerso che, da quando l'Italia, con il giro di vite dell'esecutivo gialloblù, ha dichiarato guerra alle Ong e ha chiuso i porti, e da quando le motovedette libiche, con l'assistenza italiana, pattugliano le acque della neonata zona Sar di Tripoli, sulle nostre coste non arrivano più gommoni e zattere improvvisate.
I gommoni usati fino a qualche mese fa, tutti made in Cina, comprati a migliaia con qualche dollaro investito dai trafficanti di carne umana, non sono resistenti. E allora gli scafisti hanno rispolverato i vecchi mezzi. Il barcone di legno che l'altro giorno, dopo essere passato per le acque maltesi, ha puntato l'Italia, secondo il quotidiano Malta Today, infatti, sembra essere un mezzo insolito: peschereccio a due piani, lungo poco più di 20 metri. Un mezzo che i trafficanti di persone sulla rotta libica non usavano da tempo e che forse è stato rispolverato proprio in risposta al blocco dei porti alle Ong, accusate di favorire indirettamente il traffico illegale di esseri umani.
Barche di legno erano già state usate in passato per trasportare migranti dalla Libia. Il più delle volte si trattava di navi sovraffollate e in pessime condizioni. Ma di certo più robuste dei gommoni cinesi usati per arrivare a poche miglia dalla costa di Tripoli, dove simulare un incidente e lanciare un Sos, quasi certi che qualche Ong sarebbe intervenuta.
Scene di questo tipo si sono ripetute a centinaia negli ultimi anni. Fino a quando non si sono mosse le Procure, svelando che c'erano contatti frequenti tra scafisti e volontari di Ong. Che i sistemi di segnalazione delle navi e i transponder venivano spenti. E che con molta probabilità gli accordi per i finti salvataggi venivano presi in anticipo e viaggiavano sui telefoni cellulari con qualche semplice sms. Senza questo giochetto i trafficanti avrebbero dovuto mollare la rotta.
E allora si sono riorganizzati: hanno messo da parte i gommoni da affondare davanti alle navi delle Ong e si sono procurati imbarcazioni più resistenti, con le quali ci sono più probabilità di raggiungere Lampedusa o Malta. In Calabria, ad esempio, l'altro giorno è approdato un veliero proveniente dalla Turchia con 75 curdi. E poi, ancora in Sicilia, a Noto, Siracusa, Vendicari, gli scafisti ucraini e georgiani continuano a fare affari d'oro. Ma in questo caso, come ricostruito più volte dalla Verità, vengono usati anche yacht di lusso o costose barche a vela da 14 metri. Il prezzo del traghettamento, ovviamente, è salato: si parte da 5.000 euro. Ma per i migranti, pur nella tragedia di essere vittime dei trafficanti, le probabilità di morire annegati sono calate significativamente.
Fabio Amendolara
La strategia coordinata passo passo ha lasciato senza parole Mattarella
La compattezza del governo sul fronte immigrazione produce risultati: la Francia e Malta ieri hanno accettato di farsi carico di 50 migranti ciascuno, dei 450 protagonisti dell'ultimo caso. Non solo: l'unità dell'esecutivo è l'antidoto agli interventi del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. L'armonia tra il premier Giuseppe Conte e i ministri, e soprattutto quella tra i ministri stessi, è condizione indispensabile per non soccombere alla «moral suasion» del capo dello Stato. Considerazione basata su quanto accaduto nel caso della Diciotti: quando Mattarella ha telefonato a Conte, tra i vari argomenti utilizzati dal capo dello Stato per convincere il premier a far attraccare la nave c'è stato anche quello del rischio che le polemiche nella maggioranza potessero acuirsi, mettendo a rischio la tenuta stessa dell'esecutivo. Tutti allineati e coperti, dunque: ieri il governo e i massimi esponenti di M5s e Lega hanno accuratamente evitato di lasciarsi andare a distinguo e sfumature sull'argomento, come gli screzi con il ministro della Difesa Elisabetta Trenta.
Del resto, Mattarella, stando a quanto trapela da fonti vicine al Colle, non ha alcuna smania di tornare a occuparsi in prima persona di vicende che sono di esclusiva competenza del governo. La sua attenzione è puntata sul rispetto di alcuni principi: in particolare, quello dell'autonomia della magistratura dal potere esecutivo. Decidere chi ammanettare e chi no, è compito solo e soltanto della magistratura, a meno che ovviamente non ci si trovi di fronte a una flagranza di reato. Mattarella quindi, salvo clamorosi imprevisti, non muoverà un dito rispetto a questa nuova emergenza. Gli altri paletti che il Colle, fin dal momento delle lunghissime consultazioni del dopo-elezioni, ha ripetuto costantemente ai leader della maggioranza, sono il rispetto dei vincoli di bilancio e dei trattati internazionali. Dunque, la telefonata di Mattarella a Conte per «chiedere informazioni sulla Diciotti» resterà la prima e l'ultima.
La strategia messa a punto ieri nel corso della telefonata tra il premier Giuseppe Conte e il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, si è già rivelata vincente e verrà portata fino in fondo senza tentennamenti. Le opzioni per i migranti che si trovano a bordo della nave inglese di Frontex «Protector» (176) e della unità Monte Sperone della Guardia di Finanza (266) erano tre: la redistribuzione immediata dei migranti stessi in collaborazione con altri partner europei (perseguita, con successo); i contatti con Libia per il loro eventuale rientro sulle coste libiche, da dove sono partiti; la permanenza a bordo delle navi dove fare riconoscimenti ed esame delle richieste.
Come sanno benissimo sia Conte che Salvini, la seconda opzione era puramente teorica, e la terza inevitabilmente temporanea. Il vero obiettivo, dunque, è costringere i partner dell'Unione europea a tradurre in fatti concreti le numerose buone intenzioni manifestate nei recenti vertici internazionali. «Sull'immigrazione l'Italia non va lasciata sola!» hanno ripetuto in coro i leader di tutta Europa e i vertici delle istituzioni di Bruxelles nelle ultime settimane. La linea dura di Conte e Salvini ha prodotto già un primo importante risultato: «Francia e Malta», ha annunciato Conte ieri sera, «prenderanno rispettivamente 50 persone dei 450 migranti trasbordati sulle due navi militari. A breve arriveranno anche le adesioni di altri paesi europei. È il primo importante risultato ottenuto oggi, dopo una giornata di scambi telefonici che ho avuto con tutti i 27 leader europei. Ho ricordato loro», ha aggiunto Conte, «la logica e lo spirito di condivisione che sono contenuti nelle conclusioni del consiglio europeo di fine giugno e che prevedono il pieno coinvolgimento di tutti i paesi dell'Ue. È proprio rifacendomi a questi principi, che ho chiesto loro di farsi carico di una parte di questi migranti. Le stesse cose le ho ribadite anche nella lettera che, come annunciato, ho inviato al presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker e al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, sollecitando una attuazione immediata delle conclusioni del Consiglio europeo».
Il Colle può spingere ma non obbligare il capo del governo ad aprire i porti
Porti chiusi: ma da chi? Il dibattito politico in questi giorni torridi sul fronte dell'immigrazione si concentra anche sulla complessa materia delle competenze dei vari ministri, del presidente del Consiglio e del presidente della Repubblica sugli attracchi delle navi nei porti e sugli sbarchi di chi si trova a bordo. Non sono pochi gli interrogativi sollevati da opinionisti e esponenti politici. Iniziamo da quello più attuale: il capo dello Stato, Sergio Mattarella, è rimasto nell'alveo delle sue prerogative istituzionali quando ha telefonato al premier Giuseppe Conte facendo sì che venisse consentito agli immigrati presenti sulla nave Diciotti di sbarcare a Trapani?
Da un punto di vista prettamente istituzionale, in realtà, quello di Mattarella non è stato un intervento vero e proprio. Il presidente della Repubblica, telefonando a Conte, ha esercitato nient'altro che la più classica delle «moral suasion». In sostanza, quello del capo dello Stato è stato un consiglio, un suggerimento, anzi come ha fatto sapere il Quirinale una «richiesta di informazioni». Ovvio: Mattarella, telefonando a Conte, ha fatto valere il proprio peso istituzionale, ma la decisione di fare attraccare la Diciotti è stata una scelta politica dell'esecutivo, non si è trattato di un atto formale del Quirinale.
In questi giorni, molti media hanno sottolineato che il capo dello Stato sarebbe intervenuto in quanto presidente del Consiglio supremo per la politica estera e la difesa, ed in questa veste in qualità di comandante delle Forze armate, poiché la Diciotti è una nave della Marina militare. Nulla di tutto questo: il presidente della Repubblica ha semplicemente fatto una telefonata, non ha convocato il Consiglio supremo, come invece lo stesso Mattarella fece lo scorso 5 ottobre 2017, quando convocò l'organismo mettendo all'ordine del giorno proprio il tema dell'immigrazione. Se Mattarella volesse intervenire formalmente su una vicenda come quella dell'immigrazione, potrebbe farlo attraverso un messaggio alle Camere, non certo con una telefonata.
I poteri e le competenze sul tema degli sbarchi delle navi sono affidati, principalmente, a due ministeri: quello dell'Interno e quello delle Infrastrutture e Trasporti, e non è un caso quindi che Matteo Salvini e Danilo Toninelli siano i protagonisti principali delle vicende di questi giorni. La facoltà di vietare l'accesso alle acque territoriali o ai porti italiani è stabilita dall'articolo 83 del Codice della navigazione, ed è sempre in capo al ministero delle Infrastrutture e dei trasporti. «Il ministro dei Trasporti e della navigazione», recita l'articolo, «può limitare o vietare il transito e la sosta di navi mercantili nel mare territoriale, per motivi di ordine pubblico, di sicurezza della navigazione e, di concerto con il ministro dell'Ambiente, per motivi di protezione dell'ambiente marino, determinando le zone alle quali il divieto si estende». Il primo caso, ovvero il divieto di accesso alle acque territoriali o a un porto italiano per motivi di ordine pubblico, è quello che ci interessa in questo caso, e chiama in causa il ministro dell'Interno. È accaduto alla fine dello scorso giugno per la Oper Arms, nave della Ong catalana Proactiva con 60 immigrati a bordo, quando Salvini scrisse a Toninelli evidenziando problematiche di ordine pubblico che a suo avviso richiedevano di vietare l'accesso ai porti italiani. Toninelli vietò alla Open Arms l'attracco in Italia, «in ragione della nota formale che mi arriva dal ministero dell'Interno e che adduce motivi di ordine pubblico». La nave andò in Spagna.
Per quel che riguarda poi le funzioni della Guardia costiera, il fatto che le Capitanerie di porto e la Guardia costiera stessa siano un corpo della Marina militare non deve indurre in errore facendo pensare che dipendano dal ministero della Difesa. «Il Corpo», si legge infatti sul sito della Marina, «dipende funzionalmente dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per i compiti attribuiti a tale dicastero in materia di navigazione e trasporto marittimo, vigilanza nei porti, demanio marittimo e sicurezza della navigazione. Svolge, altresì, compiti e funzioni nelle materie di competenza dei seguenti dicasteri: dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare; delle Politiche agricole alimentari e forestali; dell'Interno; dei Beni e le attività culturali». Tra le funzioni e le competenze della Guardia costiera ci sono anche la ricerca e soccorso in mare (Search and rescue); la sicurezza della navigazione, con controlli ispettivi sistematici su tutto il naviglio nazionale mercantile, da pesca e da diporto, attività di Port state control, anche sul naviglio mercantile estero che scala nei porti nazionali e attività di maritime security; il controllo dei flussi migratori clandestini, in concorso con il ministro dell'Interno.
I compiti del ministro degli Esteri, nel caso dell'immigrazione, riguarda i contatti con gli altri Stati e governi: ricordiamo che l'altro ieri, quando si è scatenando la nuova bufera per il barcone con 450 immigrati a bordo, è stata la Farnesina a chiarire che «la responsabilità del soccorso al barcone individuato in acque Sar maltesi spetta a Malta e lo sbarco dovrà avvenire in territorio maltese». Il coordinamento tra i ministeri e l'ultima parola nel caso di eventuali differenti valutazioni spetta naturalmente al presidente del Consiglio.
Carlo Tarallo
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Giuseppe Conte annuncia la vittoria italiana: «Anche altri Paesi sono disponibili all'accoglienza». In giornata il governo era stato compatto sui 450 africani salvati: «Gli Stati Ue facciano la propria parte, altrimenti nessuno scende».Arrestati due scafisti sulla Diciotti. La coppia di africani indagata dopo il caso della Vos Thalassa accusata di «favorire l'immigrazione clandestina». Intanto, con la stretta alle Ong, ci sono meno gommoni.La strategia coordinata passo passo ha lasciato senza parole Sergio Mattarella. Il Colle in silenzio e nessuno screzio tra i ministri: la strada scelta è quella giusta.Il Colle può spingere ma non obbligare il capo del governo ad aprire i porti. Mattarella nel caso Diciotti ha chiamato Conte: la decisione dello sbarco è stata politica. Le leggi fissano paletti al Quirinale.Lo speciale contiene quattro articoli.Italia chiama e l'Europa, stavolta, è costretta a rispondere. E questa volta è un «sì», frutto della linea dura mantenuta dal governo italiano, che ha tenuto il punto sulla chiusura dei porti in assenza di una condivisione dell'onere di accoglienza, principio stabilito nell'ultimo Consiglio europeo e ribadito dall'esecutivo sia al vertice Nato che alla riunione dei ministri dell'Interno Ue. «Francia e Malta prenderanno rispettivamente 50 dei 450 migranti trasbordati sulle due navi militari. A breve arriveranno anche le adesioni di altri Paesi europei». Giuseppe Conte esulta su Facebook alle 20 e allega al post la lettera inviata ieri ai capi di Stato e di governo e ai membri del Consiglio europeo. «È un risultato importante ottenuto dopo una giornata di scambi telefonici e scritti che ho avuto con tutti i 27 leader europei», ha rivendicato il premier, che chiude il post con queste parole: «Finalmente l'Italia inizia ad essere ascoltata davvero». Mentre Malta, in un primo momento, si era girata ancora una volta dall'altra parte, lasciando i migranti in mare. Donne e bambini che avevano bisogno di cure sono stati accompagnati a Lampedusa a bordo di motovedette della Guardia costiera italiana. «Motivi sanitari», hanno precisato le autorità. Gli altri 450 migranti, completato il trasbordo dal barcone di legno soccorso a largo di Linosa due giorni fa, sono sul pattugliatore Protector, inserito nel dispositivo Frontex, che ne ha presi 176, e sul Monte Sperone della Guardia di finanza, che ne ha tirati su 266. L'altro ieri sera, alla vista di tre motovedette della Guardia costiera e di uno dei pattugliatori della Guardia di finanza, il barcone della speranza si è fermato e alcuni migranti si sono tuffati in acqua. A quel punto è partita l'operazione salvataggio. Ma le due navi non hanno avuto l'autorizzazione a sbarcare fino all'annuncio di Conte. E ora che è arrivato il segnale dall'Europa, anche l'Italia, come scrive il premier nella missiva, prenderà la sua quota di migranti. Le tre alternative possibili, prima dell'ok Ue, erano queste: suddivisione tra i Paesi europei, ritorno in Libia o permanenza a bordo della navi che, così, si sarebbero trasformate in centri di identificazione ed espulsione su mare.«In Italia solo con mezzi legali». Altrimenti nisba: non si sbarca. Il ministro dell'Interno Matteo Salvini lo aveva detto subito a chiare lettere al premier nel corso di una telefonata. Il governo, su questo punto, si era mostrato compatto. Per Salvini nessun porto italiano era a disposizione dei migranti. «Occorre», aveva detto , «un atto di giustizia, rispetto e coraggio per contrastare i trafficanti e stimolare un intervento europeo», insistendo subito sull'opportunità che alle due navi venisse data indicazione di fare rotta nuovamente verso Malta o verso la Libia. E in ogni caso, aveva avvertito il ministro, per il barcone i porti italiani sono chiusi: «Abbiamo già dato, ci siamo capiti?». Stessa linea per il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli: «Malta faccia subito il suo dovere e apra il porto». Una richiesta che si è trasformata poco dopo in una comunicazione ufficiale della Farnesina all'ambasciata maltese a Roma. Ma i maltesi hanno continuato a fare gli gnorri fino a ieri sera. E all'inizio avevano affidato la risposta all'ambasciatore Vanessa Frazier: «Rispettiamo le regole internazionali, come hanno sempre fatto altri Paesi europei». Una non risposta. Un portavoce del governo maltese citato dal quotidiano Times of Malta, invece, aveva detto che quando è stata segnalata la presenza della nave, era a circa 53 miglia nautiche da Lampedusa e a 110 miglia da Malta. Stando alla versione del governo maltese, le persone a bordo, contattate, avrebbero espresso l'intenzione di procedere verso Lampedusa. Ma i carteggi tra i due Stati dicono altro. Nella nota verbale che ricostruisce la dinamica della vicenda inviata dalla Farnesina all'ambasciata maltese a Roma l'area di soccorso era stata individuata a Malta: «Alle ore 04.25 di venerdì 13 luglio, il Maritime rescue coordination center italiano ha ricevuto una segnalazione su un'imbarcazione con circa 450 persone a bordo in area Sar maltese». Le autorità maltesi hanno poi comunicato l'assunzione del coordinamento delle operazioni di soccorso e l'invio in zona di un aereo che ha individuato l'imbarcazione alla deriva, senza inviare però alcun mezzo di soccorso. Per questo la Farnesina li ha bacchettati, ricordando che il porto di sbarco era da identificare in area maltese. Su questo il governo italiano è stato irremovibile. Anche perché, come dimostrano il successo di ieri con l'Ue e il calo di sbarchi da quando si è insediato il nuovo governo (27.000 in meno rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso), la linea dura paga. E quindi, per Salvini, non era il momento di mostrare debolezze. Da Palazzo Chigi è partita quindi la comunicazione ufficiale ai leader europei per sollecitare l'applicazione dei principi affermati nel corso dell'ultimo Consiglio Europeo. Secondo le attuali regole d'ingaggio delle navi in missione Ue, quali sono quelle di Frontex, non è possibile lo sbarco in Paesi terzi come la Libia. Centri regionali di sbarco in Paesi terzi sono invece una delle opzioni che sta valutando la Commissione Ue dopo il vertice. E alcuni contatti con Paesi stranieri lasciano ben sperare. Nel frattempo toccherà anche a loro prendersi una fetta di migranti.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/impedire-gli-sbarchi-alla-fine-paga-a-francia-e-malta-100-migranti-2586732313.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="arrestati-due-scafisti-sulla-diciotti" data-post-id="2586732313" data-published-at="1775542909" data-use-pagination="False"> Arrestati due scafisti sulla Diciotti «La Procura di Trapani ha confermato l'arresto di due immigrati sbarcati ieri dalla nave Diciotti per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina». Il vicepremier Matteo Salvini ha dato l'annunciato su Facebook ieri sera, in contemporanea con il premier Giuseppe Conte che dichiarava la disponibilità dei Paesi Ue a prendersi parte dei 450 migranti sul barcone respinto da Malta. È una svolta nella vicenda dei 67 salvati dalla Vos Thalassa, trasferiti su un'unità della Guardia costiera, due dei quali erano stati indagati dalla Procura di Trapani con il sospetto di essere proprio i due scafisti, e - forse - anche i responsabili del tentativo di ammutinamento, ancora tutto da dimostrare. Intanto ieri è emerso che, da quando l'Italia, con il giro di vite dell'esecutivo gialloblù, ha dichiarato guerra alle Ong e ha chiuso i porti, e da quando le motovedette libiche, con l'assistenza italiana, pattugliano le acque della neonata zona Sar di Tripoli, sulle nostre coste non arrivano più gommoni e zattere improvvisate. I gommoni usati fino a qualche mese fa, tutti made in Cina, comprati a migliaia con qualche dollaro investito dai trafficanti di carne umana, non sono resistenti. E allora gli scafisti hanno rispolverato i vecchi mezzi. Il barcone di legno che l'altro giorno, dopo essere passato per le acque maltesi, ha puntato l'Italia, secondo il quotidiano Malta Today, infatti, sembra essere un mezzo insolito: peschereccio a due piani, lungo poco più di 20 metri. Un mezzo che i trafficanti di persone sulla rotta libica non usavano da tempo e che forse è stato rispolverato proprio in risposta al blocco dei porti alle Ong, accusate di favorire indirettamente il traffico illegale di esseri umani. Barche di legno erano già state usate in passato per trasportare migranti dalla Libia. Il più delle volte si trattava di navi sovraffollate e in pessime condizioni. Ma di certo più robuste dei gommoni cinesi usati per arrivare a poche miglia dalla costa di Tripoli, dove simulare un incidente e lanciare un Sos, quasi certi che qualche Ong sarebbe intervenuta. Scene di questo tipo si sono ripetute a centinaia negli ultimi anni. Fino a quando non si sono mosse le Procure, svelando che c'erano contatti frequenti tra scafisti e volontari di Ong. Che i sistemi di segnalazione delle navi e i transponder venivano spenti. E che con molta probabilità gli accordi per i finti salvataggi venivano presi in anticipo e viaggiavano sui telefoni cellulari con qualche semplice sms. Senza questo giochetto i trafficanti avrebbero dovuto mollare la rotta. E allora si sono riorganizzati: hanno messo da parte i gommoni da affondare davanti alle navi delle Ong e si sono procurati imbarcazioni più resistenti, con le quali ci sono più probabilità di raggiungere Lampedusa o Malta. In Calabria, ad esempio, l'altro giorno è approdato un veliero proveniente dalla Turchia con 75 curdi. E poi, ancora in Sicilia, a Noto, Siracusa, Vendicari, gli scafisti ucraini e georgiani continuano a fare affari d'oro. Ma in questo caso, come ricostruito più volte dalla Verità, vengono usati anche yacht di lusso o costose barche a vela da 14 metri. Il prezzo del traghettamento, ovviamente, è salato: si parte da 5.000 euro. Ma per i migranti, pur nella tragedia di essere vittime dei trafficanti, le probabilità di morire annegati sono calate significativamente. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/impedire-gli-sbarchi-alla-fine-paga-a-francia-e-malta-100-migranti-2586732313.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-strategia-coordinata-passo-passo-ha-lasciato-senza-parole-mattarella" data-post-id="2586732313" data-published-at="1775542909" data-use-pagination="False"> La strategia coordinata passo passo ha lasciato senza parole Mattarella La compattezza del governo sul fronte immigrazione produce risultati: la Francia e Malta ieri hanno accettato di farsi carico di 50 migranti ciascuno, dei 450 protagonisti dell'ultimo caso. Non solo: l'unità dell'esecutivo è l'antidoto agli interventi del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. L'armonia tra il premier Giuseppe Conte e i ministri, e soprattutto quella tra i ministri stessi, è condizione indispensabile per non soccombere alla «moral suasion» del capo dello Stato. Considerazione basata su quanto accaduto nel caso della Diciotti: quando Mattarella ha telefonato a Conte, tra i vari argomenti utilizzati dal capo dello Stato per convincere il premier a far attraccare la nave c'è stato anche quello del rischio che le polemiche nella maggioranza potessero acuirsi, mettendo a rischio la tenuta stessa dell'esecutivo. Tutti allineati e coperti, dunque: ieri il governo e i massimi esponenti di M5s e Lega hanno accuratamente evitato di lasciarsi andare a distinguo e sfumature sull'argomento, come gli screzi con il ministro della Difesa Elisabetta Trenta. Del resto, Mattarella, stando a quanto trapela da fonti vicine al Colle, non ha alcuna smania di tornare a occuparsi in prima persona di vicende che sono di esclusiva competenza del governo. La sua attenzione è puntata sul rispetto di alcuni principi: in particolare, quello dell'autonomia della magistratura dal potere esecutivo. Decidere chi ammanettare e chi no, è compito solo e soltanto della magistratura, a meno che ovviamente non ci si trovi di fronte a una flagranza di reato. Mattarella quindi, salvo clamorosi imprevisti, non muoverà un dito rispetto a questa nuova emergenza. Gli altri paletti che il Colle, fin dal momento delle lunghissime consultazioni del dopo-elezioni, ha ripetuto costantemente ai leader della maggioranza, sono il rispetto dei vincoli di bilancio e dei trattati internazionali. Dunque, la telefonata di Mattarella a Conte per «chiedere informazioni sulla Diciotti» resterà la prima e l'ultima. La strategia messa a punto ieri nel corso della telefonata tra il premier Giuseppe Conte e il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, si è già rivelata vincente e verrà portata fino in fondo senza tentennamenti. Le opzioni per i migranti che si trovano a bordo della nave inglese di Frontex «Protector» (176) e della unità Monte Sperone della Guardia di Finanza (266) erano tre: la redistribuzione immediata dei migranti stessi in collaborazione con altri partner europei (perseguita, con successo); i contatti con Libia per il loro eventuale rientro sulle coste libiche, da dove sono partiti; la permanenza a bordo delle navi dove fare riconoscimenti ed esame delle richieste. Come sanno benissimo sia Conte che Salvini, la seconda opzione era puramente teorica, e la terza inevitabilmente temporanea. Il vero obiettivo, dunque, è costringere i partner dell'Unione europea a tradurre in fatti concreti le numerose buone intenzioni manifestate nei recenti vertici internazionali. «Sull'immigrazione l'Italia non va lasciata sola!» hanno ripetuto in coro i leader di tutta Europa e i vertici delle istituzioni di Bruxelles nelle ultime settimane. La linea dura di Conte e Salvini ha prodotto già un primo importante risultato: «Francia e Malta», ha annunciato Conte ieri sera, «prenderanno rispettivamente 50 persone dei 450 migranti trasbordati sulle due navi militari. A breve arriveranno anche le adesioni di altri paesi europei. È il primo importante risultato ottenuto oggi, dopo una giornata di scambi telefonici che ho avuto con tutti i 27 leader europei. Ho ricordato loro», ha aggiunto Conte, «la logica e lo spirito di condivisione che sono contenuti nelle conclusioni del consiglio europeo di fine giugno e che prevedono il pieno coinvolgimento di tutti i paesi dell'Ue. È proprio rifacendomi a questi principi, che ho chiesto loro di farsi carico di una parte di questi migranti. Le stesse cose le ho ribadite anche nella lettera che, come annunciato, ho inviato al presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker e al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, sollecitando una attuazione immediata delle conclusioni del Consiglio europeo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/impedire-gli-sbarchi-alla-fine-paga-a-francia-e-malta-100-migranti-2586732313.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-colle-puo-spingere-ma-non-obbligare-il-capo-del-governo-ad-aprire-i-porti" data-post-id="2586732313" data-published-at="1775542909" data-use-pagination="False"> Il Colle può spingere ma non obbligare il capo del governo ad aprire i porti Porti chiusi: ma da chi? Il dibattito politico in questi giorni torridi sul fronte dell'immigrazione si concentra anche sulla complessa materia delle competenze dei vari ministri, del presidente del Consiglio e del presidente della Repubblica sugli attracchi delle navi nei porti e sugli sbarchi di chi si trova a bordo. Non sono pochi gli interrogativi sollevati da opinionisti e esponenti politici. Iniziamo da quello più attuale: il capo dello Stato, Sergio Mattarella, è rimasto nell'alveo delle sue prerogative istituzionali quando ha telefonato al premier Giuseppe Conte facendo sì che venisse consentito agli immigrati presenti sulla nave Diciotti di sbarcare a Trapani? Da un punto di vista prettamente istituzionale, in realtà, quello di Mattarella non è stato un intervento vero e proprio. Il presidente della Repubblica, telefonando a Conte, ha esercitato nient'altro che la più classica delle «moral suasion». In sostanza, quello del capo dello Stato è stato un consiglio, un suggerimento, anzi come ha fatto sapere il Quirinale una «richiesta di informazioni». Ovvio: Mattarella, telefonando a Conte, ha fatto valere il proprio peso istituzionale, ma la decisione di fare attraccare la Diciotti è stata una scelta politica dell'esecutivo, non si è trattato di un atto formale del Quirinale. In questi giorni, molti media hanno sottolineato che il capo dello Stato sarebbe intervenuto in quanto presidente del Consiglio supremo per la politica estera e la difesa, ed in questa veste in qualità di comandante delle Forze armate, poiché la Diciotti è una nave della Marina militare. Nulla di tutto questo: il presidente della Repubblica ha semplicemente fatto una telefonata, non ha convocato il Consiglio supremo, come invece lo stesso Mattarella fece lo scorso 5 ottobre 2017, quando convocò l'organismo mettendo all'ordine del giorno proprio il tema dell'immigrazione. Se Mattarella volesse intervenire formalmente su una vicenda come quella dell'immigrazione, potrebbe farlo attraverso un messaggio alle Camere, non certo con una telefonata. I poteri e le competenze sul tema degli sbarchi delle navi sono affidati, principalmente, a due ministeri: quello dell'Interno e quello delle Infrastrutture e Trasporti, e non è un caso quindi che Matteo Salvini e Danilo Toninelli siano i protagonisti principali delle vicende di questi giorni. La facoltà di vietare l'accesso alle acque territoriali o ai porti italiani è stabilita dall'articolo 83 del Codice della navigazione, ed è sempre in capo al ministero delle Infrastrutture e dei trasporti. «Il ministro dei Trasporti e della navigazione», recita l'articolo, «può limitare o vietare il transito e la sosta di navi mercantili nel mare territoriale, per motivi di ordine pubblico, di sicurezza della navigazione e, di concerto con il ministro dell'Ambiente, per motivi di protezione dell'ambiente marino, determinando le zone alle quali il divieto si estende». Il primo caso, ovvero il divieto di accesso alle acque territoriali o a un porto italiano per motivi di ordine pubblico, è quello che ci interessa in questo caso, e chiama in causa il ministro dell'Interno. È accaduto alla fine dello scorso giugno per la Oper Arms, nave della Ong catalana Proactiva con 60 immigrati a bordo, quando Salvini scrisse a Toninelli evidenziando problematiche di ordine pubblico che a suo avviso richiedevano di vietare l'accesso ai porti italiani. Toninelli vietò alla Open Arms l'attracco in Italia, «in ragione della nota formale che mi arriva dal ministero dell'Interno e che adduce motivi di ordine pubblico». La nave andò in Spagna. Per quel che riguarda poi le funzioni della Guardia costiera, il fatto che le Capitanerie di porto e la Guardia costiera stessa siano un corpo della Marina militare non deve indurre in errore facendo pensare che dipendano dal ministero della Difesa. «Il Corpo», si legge infatti sul sito della Marina, «dipende funzionalmente dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per i compiti attribuiti a tale dicastero in materia di navigazione e trasporto marittimo, vigilanza nei porti, demanio marittimo e sicurezza della navigazione. Svolge, altresì, compiti e funzioni nelle materie di competenza dei seguenti dicasteri: dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare; delle Politiche agricole alimentari e forestali; dell'Interno; dei Beni e le attività culturali». Tra le funzioni e le competenze della Guardia costiera ci sono anche la ricerca e soccorso in mare (Search and rescue); la sicurezza della navigazione, con controlli ispettivi sistematici su tutto il naviglio nazionale mercantile, da pesca e da diporto, attività di Port state control, anche sul naviglio mercantile estero che scala nei porti nazionali e attività di maritime security; il controllo dei flussi migratori clandestini, in concorso con il ministro dell'Interno. I compiti del ministro degli Esteri, nel caso dell'immigrazione, riguarda i contatti con gli altri Stati e governi: ricordiamo che l'altro ieri, quando si è scatenando la nuova bufera per il barcone con 450 immigrati a bordo, è stata la Farnesina a chiarire che «la responsabilità del soccorso al barcone individuato in acque Sar maltesi spetta a Malta e lo sbarco dovrà avvenire in territorio maltese». Il coordinamento tra i ministeri e l'ultima parola nel caso di eventuali differenti valutazioni spetta naturalmente al presidente del Consiglio.Carlo Tarallo
Ansa
Anche quando la guerra terminerà, saranno infatti necessari tempi abbastanza lunghi per ripristinare gli impianti energetici danneggiati dai bombardamenti iraniani nel Golfo e questo sta spingendo molti Stati ad agire subito.
Il Sudest asiatico appare la zona più sofferente in questo momento, vista la sua quasi totale dipendenza dal petrolio proveniente da Hormuz. Questa area consuma un quinto di tutto il petrolio e del gas naturale estratto al mondo, destinato a nazioni che hanno una crescita economica costante. I problemi potrebbero arrivare anche per Paesi come India, Pakistan, Giappone o Cina, ma per il momento sono le nazioni a reddito più basso a subire le conseguenze più gravi.
La prima nazione a dichiarare lo stato di emergenza per un anno solare sono state le Filippine. Manila ha già deciso di prevedere sussidi per gli autisti pubblici, la riduzione dei collegamenti fra le isole dell’arcipelago e la settimana corta per i dipendenti statali, invitati a fare più smart working possibile. Il presidente filippino Ferdinand Marcos ha parlato alla nazione spiegando che le scorte di carburante arriveranno soltanto fino alla fine di aprile e che non esclude che presto possa esserci un severo razionamento. Proprio il razionamento è già effettivo invece in Sri Lanka, che impone un massimo di 15 litri di benzina a settimana per gli automobilisti e di 5 litri per chi è invece proprietario di una moto. Non solo, a Colombo il governo ha imposto la chiusura di un giorno alla settimana per scuole ed università, mentre sono concesse soltanto sei ore di elettricità negli edifici pubblici. In Myanmar, l’ex Birmana, i veicoli privati possono circolare soltanto a giorni alterni, mentre in Bangladesh oltre al razionamento sono previste sospensioni programmate dell’elettricità nel tentativo di limitare il consumo di energia.
Ma la situazione appare estremamente complicata anche in Indonesia e in Malesia. A Jakarta, i dipendenti pubblici dovranno lavorare da casa due giorni a settimana, mentre a Kuala Lumpur tutti gli spostamenti privati saranno contingentati e controllati con una scheda chilometrica. Anche il Nepal ha già dimezzato le corse di treni e autobus, chiedendo ai cittadini della capitale Katmandu di muoversi in bici o addirittura a piedi almeno all’interno della città. La Corea del Sud, che da Hormuz vede arrivare il 58% del suo petrolio, ha creato una task force governativa per distribuire le riserve di carburante ed evitare il blocco del settore industriale. In Bangladesh intanto la criminalità organizzata ha già assaltato diverse stazioni di carburante e derubato gli automobilisti subito dopo l’acquisto di benzina. Sempre a Dacca, ma anche in India e Pakistan, alcuni lavoratori delle pompe di benzina sono stati uccisi, non solo per rapina, ma anche per l’esasperazione dei cittadini.
L’India, un gigante energivoro sempre bisognoso di petrolio, ha trattato fin da subito per permettere alle petroliere bloccate nel Golfo Persico di raggiungere i porti indiani, ma anche per Nuova Delhi l’incertezza resta un grave problema ed il primo ministro Narendra Modi ha dichiarato che al momento ci sono riserve per 70 giorni. Nel vicino e storico nemico Pakistan, il campionato nazionale di cricket, lo sport più popolare della nazione asiatica, si gioca in stadi quasi vuoti, perché molti cercano di risparmiare carburante evitando gli spostamenti.
Taiwan sta provando a diversificare e ha riavviato due impianti nucleari, cambiando la sua politica energetica in base alla quale aveva deciso, prima nazione dell’area, di rinunciare al nucleare. A parte il caso della Cina, provvista di riserve maggiori e fonti alternative, come detto il continente asiatico annovera i Paesi più sensibili a questa incertezza: il Giappone, la Corea del Sud e l’India importano infatti tra il 70 e l’85% del loro fabbisogno energetico dal Medio Oriente. L’Asia appare come il primo anello debole, perché tutte le sue economie emergenti hanno già diminuito le loro produzioni, rischiando di scivolare verso una crescente inflazione. Ma i segnali sono presenti un po’ ovunque: in Australia oltre 500 stazioni di servizio sono già rimaste senza carburante negli ultimi giorni, provocando lunghissime file in diverse città.
Nemmeno il continente africano appare immune al problema e diverse nazioni stanno cercando una soluzione. In Egitto il presidente Abdel-Fattah al Sisi ha deciso di imporre la chiusura di negozi, bar e ristoranti a partire dalle ore 21, nel tentativo di ridurre i consumi, con il rischio di un pericoloso contraccolpo al vitale settore del turismo. In Zambia e Tanzania i governi locali hanno proibito gli spostamenti privati e imposto ai cittadini di avere in auto almeno 3 passeggeri.
Duramente colpito anche il settore degli aiuti: i farmaci destinati a circa 50.000 persone in Sudan sono bloccati a Dubai da giorni, mentre la Somalia non riceve cibo ormai da settimane. Situazione anche peggiore in Kenya dove la carenza di carburante ha bloccato le spedizioni nei campi profughi di Kakuma e nel complesso profughi di Dadaab, dove la situazione è davvero al limite. Asia ed Africa appaiono già duramente colpite dal blocco imposto dall’Iran e stanno spingendo per una soluzione più rapida possibile.
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Che cosa è successo quel pomeriggio? La brutale aggressione si è verificata nei pressi di via 24 Maggio nel corso di un’attività di servizio degli agenti della squadra volante operativi proprio in una delle zone più attenzionate dalle forze dell’ordine. I poliziotti hanno fermato diverse persone per normali iter di controllo e identificazione.
Tra questi è toccato pure al giovane gambiano, già noto alle forze dell’ordine, che però ha prontamente rifiutato di farsi identificare. Non solo ha posto resistenza, ma ha iniziato ad aggredire gli agenti con violenza e forza, tanto da ferirne quattro. I poliziotti, a stento, sono riusciti a bloccarlo e a portarlo in questura.
Ma anche lì il giovane non riusciva a trattenersi e, secondo quanto è stato riferito, ha iniziato a inveire contro chiunque passasse davanti a lui. A quel punto, i poliziotti sono stati costretti a chiamare il 118 per evitare che la situazione degenerasse. Il giovane è stato portato in ospedale e anche lì ha cominciato ad aggredire il personale sanitario manifestando continui segni di squilibrio. Finalmente gli operatori sanitari sono riusciti a calmarlo. Il gambiano mostrava evidenti alterazioni psico-fisiche, sia perché era sotto l’effetto di droghe e sia perché, da quanto si è appreso, soffre di disturbi psichici. Pesante il bilancio dei quattro agenti aggrediti: in totale hanno riportato lesioni per ben 77 giorni di prognosi. Per due di loro le condizioni sono apparse, sin dall’inizio, più serie perché sono stati considerati guaribili in circa trenta giorni. Mentre gli altri due colleghi hanno riportato ferite più lievi con una prognosi di 10 e 7 giorni. Il giovane gambiano è stato segnalato all’Autorità giudiziaria e poi è stato rimesso in libertà. Ma l’aggressione ai quattro poliziotti di Pesaro ha nuovamente riacceso i riflettori sulla mancanza di sicurezza delle forze dell’ordine, spesso nel mirino di persone, molte delle quali extracomunitari, molto pericolose per l’incolumità pubblica.
Su questo episodio è intervenuto il segretario del sindacato Silp Cgil, Pierpaolo Frega, che ha evidenziato la gravità della situazione: «Che cosa si è fatto nel tempo? L’uomo, oltre che tossicodipendente è affetto da una grave patologia psichica, ma nel corso degli anni non si è mai riusciti ad espellerlo, si sono utilizzati provvedimenti dettati dalla politica totalmente inefficaci come Daspo e fogli di via, non esistono strutture per misure detentive psichiatriche che potrebbero contenere e gestire le sue patologie. Le forze dell’ordine sono lasciate sole a gestire un problema sanitario, importante, facendolo diventare un problema di polizia, sperando solo che la magistratura, allo stesso modo impotente, mandi in carcere un soggetto che di fatto è incompatibile con la detenzione. Le forze dell’ordine sono chiamate a lavorare cercando di dare risposte concrete ai cittadini, provando a rimanere incolumi, consapevoli che però, dopo di loro, esiste un vuoto e un silenzio assoluto per mancanza atavica di strumenti, di supporto e soprattutto di soluzioni concrete che non spostino solo il problema più in là». Pesaro è però solo la punta dell’iceberg di un’escalation di aggressioni.
Due cittadini nordafricani hanno seminato il panico, in provincia di Bergamo, causando un inseguimento al cardiopalma da parte dei carabinieri che sono riusciti a evitare il peggio. Ma, alla fine, sono stati presi a calci. L’inseguimento, simile a quelli dei film, è iniziato nel territorio di Gorle, quando una pattuglia dei carabinieri ha notato due nordafricani a bordo di una Volkswagen Taigo in atteggiamento sospetto. A quel punto, i militari hanno intimato l’alt. Ma i due hanno fatto finta di nulla. Anzi, il passeggero si è dato alla fuga scappando a piedi, mentre il conducente ha dato inizio a una corsa infinita e spericolata. La tentata fuga è proseguita lungo diverse arterie della provincia bergamasca, attraversando i territori di Gorle, Ranica, Villa di Serio, Alzano Lombardo e Albino. Il giovane alla guida ha eseguito numerose manovre estremamente pericolose: sorpassi azzardati, guida contromano, attraversamento di incroci con semaforo rosso e velocità che superavano i 140 chilometri orari, percorrendo infine strade secondarie e sterrate. Il 39enne marocchino, alla fine, ha perso il controllo dell’automobile che si è ribaltata e ha, quindi, concluso la sua corsa in località Fiobbio di Albino. Ma, nonostante lo stop forzato e l’incidente causato, il giovane nordafricano ha cercato di svignarsela a piedi. Dopo un breve inseguimento, i carabinieri sono riusciti a raggiungerlo e a bloccarlo, ma l’uomo non si dava per vinto e ha iniziato ad aggredire i militari prendendoli a calci e spinte. Una volta fermato e identificato, lo straniero è risultato irregolare sul territorio nazionale e senza la patente di guida. È stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e il giudice ha rilasciato il nulla osta all’espulsione.
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La Verità è a conoscenza dell’iter logico-argomentativo che lo scorso 7 gennaio ha portato il giudice Claudio Politi della sezione decima del Tribunale di Roma a condannare a tre anni di reclusione il vicebrigadiere Emanuele Marroccella che, per difendere il collega Lorenzo Grasso (vivo per miracolo), la notte del 20 settembre 2020 aveva sparato e ucciso il delinquente siriano Jamal Badawi.
Leggendo la motivazione, depositata il 27 marzo, al di là di ogni ragionevole dubbio non si può che definirla una «sentenza politica» come presto capirete. Inasprendo la pena a due anni e sei mesi chiesta dalla Procura, il carabiniere è stato condannato perché «per eccesso colposo nell’uso legittimo di armi cagionava il decesso di Jamal Badawi». Il giudice afferma che Marroccella è colpevole in quanto «non adoperando una reazione proporzionata al tentativo di fuga del Badawi seguito alle lesioni cagionate al Grasso, da una distanza compresa tra metri 7,22 e metri 13,65, esplodeva due proiettili all’indirizzo del Badawi con la pistola d’ordinanza». Un colpo andava a vuoto, si disintegrava contro una centralina elettrica, l’altro colpiva e uccideva il siriano. La difesa chiedeva l’assoluzione perché il fatto non costituisce reato, o perlomeno la condanna al minimo della pena con applicazione delle attenuanti generiche e benefici di legge. Politi aveva aggravato la pena avanzata dal pm disponendo per il vicebrigadiere l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni e il pagamento di una provvisionale esorbitante ai parenti del Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti.
Solo la generosità dei cittadini, che hanno risposto alla sottoscrizione lanciata dalla Verità, ha permesso di coprire i 137.849,01 euro di provvisionale comprensivi di «refusione delle spese di costituzione e difesa» sostenute da moglie, figli e fratelli del pregiudicato siriano, malgrado i familiari avessero chiesto e ottenuto il patrocinio gratuito. Le eccedenze della sottoscrizione, che era arrivata alla cifra strabiliante di 450.000 euro, fanno parte di un fondo vincolato da destinare a casi simili ritenuti meritevoli da questo giornale. Innanzitutto, nella motivazione viene spiegato che Marroccella è finito sotto processo per il «grave evento verificatosi la sera del 20 gennaio 2020 in Roma, in danno di Badawi». Già è indicativo il modo di presentare la difesa dell’ordine del pubblico da parte di un carabiniere, o poliziotto che sia. Il siriano stava per commettere un furto, ha colpito il collega del vicebrigadiere con un’arma contundente che solo successivamente si era rivelata un grosso cacciavite. Non bastava, come reazione a una minaccia grave?
Per gli avvocati del militare dell’Arma, dietro «percezione di un pericolo imminente, concreto e perdurante», il carabiniere aveva «sparato dall’alto verso il basso» puntando alle gambe per bloccare il malvivente, non al busto. L’uso dell’arma «costituì l’unica opzione concretamente praticabile data la concitazione dell’azione, la natura dell’aggressione e l’impossibilità di predisporre rimedi alternativi che non esponessero anche ulteriori soggetti al pericolo per la loro incolumità».
Malgrado un materiale probatorio definito «imponente» dallo stesso giudice, il magistrato ha deciso che Marroccella è colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio. Nella descrizione dei fatti avvenuti la notte del 20 settembre 2020, Politi scrive che «ben tre equipaggi» dei carabinieri erano arrivati davanti a uno stabile dell’Eur, dove era stata segnalata dal portiere un’effrazione ai danni di una società di sicurezza informatica e certificazione antifrode. Lo ripete: «Ben tre autoradio si erano dirette sul luogo loro indicato». Bisognava andare allo sbaraglio?
Solo due vice brigadieri però scavalcano il cancello, entrano nel cortile, si posizionano accanto al portone d’ingresso. Il siriano li sente, scende le scale, colpisce al torace Grasso «avvicinatosi allo scopo di bloccarlo», poi inciampa, da terra dove era caduto si rialza «agilmente» e riprende la corsa per scavalcare il muro «nel tentativo di sottrarsi alla cattura». Che cosa doveva fare Marroccella che aveva intimato «alt carabinieri»? Lasciarlo scappare dopo che Badawi aveva ferito il collega? «Mi ha dato una coltellata», aveva urlato Grasso. «Gli appartenenti alle forze dell’ordine hanno l’obbligo di intervenire, la scriminante dell’uso legittimo delle armi a favore del pubblico ufficiale non è un privilegio», dichiarò alla Verità l’avvocato Paolo Gallinelli che assieme al collega Lorenzo Rutolo assiste Marroccella.
Il dubbio al giudice, sul fatto che non si era trattato di eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi, doveva nascere dalle relazioni del Reparto investigazioni scientifiche (Ris) e perché le telecamere di sorveglianza non sono riuscite a riprendere il Badawi nel momento in cui veniva colpito, mentre se fosse stato in posizione eretta lo si sarebbe visto. «Entrambi i colpi sparati erano rivolti con traiettoria verso il basso», si dichiarava nelle perizie dei Ris. Nonostante la concitazione del momento il carabiniere puntava alle gambe del siriano, voleva solo bloccarlo perché non accoltellasse i colleghi che erano rimasti fuori.
Il giudice si è fatto tutt’altra idea e la espone nella sezione «Qualificazione giuridica della condotta del Marroccella». Esclude per fortuna l’omicidio volontario richiesto dalle parti civili ma afferma che non è possibile ritenere la risposta del vicebrigadiere un «uso legittimo delle armi da parte di un pubblico ufficiale», perché poteva interrompere la fuga del malvivente con modalità diverse quali «esplosione di colpi in aria a scopo intimidatorio, o alle gambe, inseguimento nel momento del necessario rallentamento del fuggitivo per lo scavalcamento del muro di cinta, attesa dell’intervento dei colleghi rimasti all’esterno».
Non solo, ridimensiona il ferimento del collega di Marroccella. «Il Tribunale osserva che, quanto alla ferita inferta al Grasso, non appare seriamente discutibile che si sia in presenza di lesioni di scarsissimo rilievo - sostanzialmente riconducibili ad una mera “contusione con ecchimosi”». Ma questo è stato accertato solo dopo in ospedale, al momento dell’aggressione sembrava un accoltellamento.
Politi scrive che si trattava di un «cacciavite a punta piatta e non certo un’arma da fuoco o di micidiale potenzialità lesiva», e che le forze dell’ordine dovrebbero essere abituate ad affrontare «situazioni di gravissima violenza perpetrata nei loro confronti da soggetti intenzionati ad evitare la cattura (si pensi, solo per fare il più recente dei possibili richiami esemplificativi, alla vicenda avvenuta il 31 gennaio 2026 in occasione dello sgombero del centro sociale Askatasuna a Torino».
Dunque, carabinieri e poliziotti devono farsi accoltellare o colpire con qualsiasi oggetto «senza per ciò solo fare sempre uso dell’arma d’ordinanza», è il ragionamento del giudice. Quello che sconcerta maggiormente, però, è che la motivazione di una sentenza del 7 gennaio porti a supporto della tesi di condanna un episodio accaduto a fine gennaio «quando numerosi manifestanti accerchiarono e picchiarono un poliziotto rimasto in posizione isolata». E si limita a definirli manifestanti. Il giudice descrive come di «contenuta entità la resistenza posta in essere dal Badawi», sostiene «l’assenza di presupposti di una precedente estrema violenza del malvivente perpetrata nel corso dell’intera operazione, tale da mettere a repentaglio le vite di persone inermi». Doveva sparare ai carabinieri per giustificare una loro reazione?
Politi tiene a precisare che il fatto accaduto «deve essere effettuato con un giudizio “ex ante”», senza tener conto dei «precedenti penali o giudiziari del Badawi, alla legittimità della sua presenza sul territorio italiano, alla sua fede religiosa, alle condotte - talvolta illecite, talvolta addirittura solo eticamente discutibili». Per carità, che non ci permettiamo di pensare male di un extracomunitario con quattro fogli di via.
«Il Marroccella ha agito con grado elevato di colpa, le cui tragiche conseguenze hanno portato al decesso di Jamal Badawi», conclude il giudice. Aggiunge che il vicebrigadiere nemmeno è degno delle attenuanti generiche per «l’innegabile assoluta gravità del fatto», per aver commesso un «errore di proporzioni macroscopiche, tale da porsi quasi ai limiti del dolo eventuale» e perché la sua condotta ha «determinato l’aggressione al bene primario della vita della vittima».
Dopo sentenze come queste, scordiamoci che le forze dell’ordine impugnino una pistola per difenderci.
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Imagoeconomica
Tutto ha origine da una notte di sei anni fa, quando una pattuglia viene inviata per controlli a seguito della segnalazione di un furto. I ladri probabilmente hanno forzato la porta d’ingresso di un palazzo e Marroccella e un collega sono i primi a intervenire. Un brigadiere avanza nel buio, mentre il suo vice, quello che poi sparerà, lo segue. Il primo si trova davanti un uomo e dopo aver gridato «Alt, carabinieri» viene colpito al petto. Si scoprirà dopo che il ladro impugna un cacciavite lungo 31 centimetri, ma sentendo qualche cosa di piatto che lo ferisce, il collega grida «Mi ha accoltellato. Emanue’ attento c’ha un coltello», lamentando di non riuscire a respirare. Marroccella a questo punto usa la pistola che tiene in pugno e spara. A una distanza stimata fra i 7,20 e i 13,65 metri un primo proiettile finisce contro una rete a un’altezza da terra di 5 cm. Il secondo, esploso sempre dall’alto verso il basso ma con una traiettoria rialzata per effetto del rinculo dell’arma tenuta con una sola mano (nell’altra il vicebrigadiere ha una torcia, per orientarsi al buio), prende in pieno il malvivente sotto l’ascella. Il delinquente, che al processo verrà descritto da chi lo conosceva aggressivo e con precedenti ma soprattutto con addestramento militare e alle arti marziali, muore e il carabiniere che ha sparato dopo aver sentito il collega urlare «mi ha accoltellato» finisce a processo. Marroccella scampa per un pelo l’accusa di omicidio volontario, ma non schiva quella di eccesso colposo di uso legittimo dell’arma. Il tribunale lo condanna a tre anni di carcere, sei mesi in più di quelli chiesti dal pm, a risarcire i parenti del ladro e a pagare pure le spese processuali. In totale 165.000 euro, cui poi in sede civile si dovrà aggiungere il resto del danno che, immagino, non sarà certo da meno della provvisionale.
Mi sono letto tutte le 49 pagine che servono al giudice per concludere che «il carabiniere Marroccella travalicò colposamente, con il proprio comportamento, tutti i limiti». Tra cui quello della proporzionata reazione, «in assenza dei presupposti di una precedente estrema violenza del malvivente, tale da mettere a repentaglio le vite di persone inermi». Insomma, «attese le descritte condizioni, il Marroccella ha agito con grado di elevata colpa, le cui conseguenze hanno portato al decesso» del ladro.
Per giustificare la condanna, il tribunale spiega che nei recenti fatti delle manifestazioni per lo sgombero del centro sociale Askatasuna, a Torino, il poliziotto aggredito da una decina di manifestanti, e colpito con il martello, non ha sparato. Tutto ciò nonostante di «sovente le forze delL'ordine si trovano si trovano a far fronte a situazioni di gravissima violenza nei loro confronti». Dunque, che cosa ha indotto il carabiniere a ritenere che il ferimento di un collega richiedesse l’uso dell’arma? E poi, in fondo, il carabiniere che lo accompagnava non è stato colpito in modo grave, anzi «non appare seriamente discutibile che si sia in presenza di lesioni di scarsissimo rilievo - sostanzialmente riconducibili a una mera contusione con ecchimosi - che furono inferte con un oggetto atto a offendere a punta piatta e non certo con un’arma da fuoco o di micidiale potenza lesiva». Dunque, per il giudice, non avendo né lui né il collega ferito, rischiato la vita, Marroccella va condannato. E il buio, l’esclamazione del carabiniere che aveva a fianco, il quale urlò «mi ha accoltellato», oltre alla dinamica concitata dell’intervento, la paura, il pericolo, il concetto di difesa, non sono circostanze che possano scagionarlo.
Siete stupiti e scandalizzati? Io no, anche perché ho appena finito di leggere la notizia di uno straniero fermato a Pesaro che ha mandato all’ospedale quattro agenti con 77 giorni di prognosi. Sapete come si è conclusa la faccenda? I poliziotti al pronto soccorso, lui libero di tornare a spaccare qualche altra testa. Che altro c’è da dire, se non che così ogni ladro, ogni delinquente, può diventare una vittima e chi difende il cittadino un colpevole?
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