True
2018-07-15
Impedire gli sbarchi alla fine paga: «A Francia e Malta 100 migranti»
Ansa
Italia chiama e l'Europa, stavolta, è costretta a rispondere. E questa volta è un «sì», frutto della linea dura mantenuta dal governo italiano, che ha tenuto il punto sulla chiusura dei porti in assenza di una condivisione dell'onere di accoglienza, principio stabilito nell'ultimo Consiglio europeo e ribadito dall'esecutivo sia al vertice Nato che alla riunione dei ministri dell'Interno Ue.
«Francia e Malta prenderanno rispettivamente 50 dei 450 migranti trasbordati sulle due navi militari. A breve arriveranno anche le adesioni di altri Paesi europei». Giuseppe Conte esulta su Facebook alle 20 e allega al post la lettera inviata ieri ai capi di Stato e di governo e ai membri del Consiglio europeo. «È un risultato importante ottenuto dopo una giornata di scambi telefonici e scritti che ho avuto con tutti i 27 leader europei», ha rivendicato il premier, che chiude il post con queste parole: «Finalmente l'Italia inizia ad essere ascoltata davvero». Mentre Malta, in un primo momento, si era girata ancora una volta dall'altra parte, lasciando i migranti in mare. Donne e bambini che avevano bisogno di cure sono stati accompagnati a Lampedusa a bordo di motovedette della Guardia costiera italiana. «Motivi sanitari», hanno precisato le autorità. Gli altri 450 migranti, completato il trasbordo dal barcone di legno soccorso a largo di Linosa due giorni fa, sono sul pattugliatore Protector, inserito nel dispositivo Frontex, che ne ha presi 176, e sul Monte Sperone della Guardia di finanza, che ne ha tirati su 266. L'altro ieri sera, alla vista di tre motovedette della Guardia costiera e di uno dei pattugliatori della Guardia di finanza, il barcone della speranza si è fermato e alcuni migranti si sono tuffati in acqua. A quel punto è partita l'operazione salvataggio. Ma le due navi non hanno avuto l'autorizzazione a sbarcare fino all'annuncio di Conte. E ora che è arrivato il segnale dall'Europa, anche l'Italia, come scrive il premier nella missiva, prenderà la sua quota di migranti.
Le tre alternative possibili, prima dell'ok Ue, erano queste: suddivisione tra i Paesi europei, ritorno in Libia o permanenza a bordo della navi che, così, si sarebbero trasformate in centri di identificazione ed espulsione su mare.
«In Italia solo con mezzi legali». Altrimenti nisba: non si sbarca. Il ministro dell'Interno Matteo Salvini lo aveva detto subito a chiare lettere al premier nel corso di una telefonata. Il governo, su questo punto, si era mostrato compatto.
Per Salvini nessun porto italiano era a disposizione dei migranti. «Occorre», aveva detto , «un atto di giustizia, rispetto e coraggio per contrastare i trafficanti e stimolare un intervento europeo», insistendo subito sull'opportunità che alle due navi venisse data indicazione di fare rotta nuovamente verso Malta o verso la Libia. E in ogni caso, aveva avvertito il ministro, per il barcone i porti italiani sono chiusi: «Abbiamo già dato, ci siamo capiti?». Stessa linea per il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli: «Malta faccia subito il suo dovere e apra il porto». Una richiesta che si è trasformata poco dopo in una comunicazione ufficiale della Farnesina all'ambasciata maltese a Roma. Ma i maltesi hanno continuato a fare gli gnorri fino a ieri sera. E all'inizio avevano affidato la risposta all'ambasciatore Vanessa Frazier: «Rispettiamo le regole internazionali, come hanno sempre fatto altri Paesi europei». Una non risposta. Un portavoce del governo maltese citato dal quotidiano Times of Malta, invece, aveva detto che quando è stata segnalata la presenza della nave, era a circa 53 miglia nautiche da Lampedusa e a 110 miglia da Malta. Stando alla versione del governo maltese, le persone a bordo, contattate, avrebbero espresso l'intenzione di procedere verso Lampedusa. Ma i carteggi tra i due Stati dicono altro. Nella nota verbale che ricostruisce la dinamica della vicenda inviata dalla Farnesina all'ambasciata maltese a Roma l'area di soccorso era stata individuata a Malta: «Alle ore 04.25 di venerdì 13 luglio, il Maritime rescue coordination center italiano ha ricevuto una segnalazione su un'imbarcazione con circa 450 persone a bordo in area Sar maltese».
Le autorità maltesi hanno poi comunicato l'assunzione del coordinamento delle operazioni di soccorso e l'invio in zona di un aereo che ha individuato l'imbarcazione alla deriva, senza inviare però alcun mezzo di soccorso. Per questo la Farnesina li ha bacchettati, ricordando che il porto di sbarco era da identificare in area maltese. Su questo il governo italiano è stato irremovibile. Anche perché, come dimostrano il successo di ieri con l'Ue e il calo di sbarchi da quando si è insediato il nuovo governo (27.000 in meno rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso), la linea dura paga. E quindi, per Salvini, non era il momento di mostrare debolezze. Da Palazzo Chigi è partita quindi la comunicazione ufficiale ai leader europei per sollecitare l'applicazione dei principi affermati nel corso dell'ultimo Consiglio Europeo. Secondo le attuali regole d'ingaggio delle navi in missione Ue, quali sono quelle di Frontex, non è possibile lo sbarco in Paesi terzi come la Libia. Centri regionali di sbarco in Paesi terzi sono invece una delle opzioni che sta valutando la Commissione Ue dopo il vertice. E alcuni contatti con Paesi stranieri lasciano ben sperare. Nel frattempo toccherà anche a loro prendersi una fetta di migranti.
Fabio Amendolara
Arrestati due scafisti sulla Diciotti
«La Procura di Trapani ha confermato l'arresto di due immigrati sbarcati ieri dalla nave Diciotti per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina». Il vicepremier Matteo Salvini ha dato l'annunciato su Facebook ieri sera, in contemporanea con il premier Giuseppe Conte che dichiarava la disponibilità dei Paesi Ue a prendersi parte dei 450 migranti sul barcone respinto da Malta. È una svolta nella vicenda dei 67 salvati dalla Vos Thalassa, trasferiti su un'unità della Guardia costiera, due dei quali erano stati indagati dalla Procura di Trapani con il sospetto di essere proprio i due scafisti, e - forse - anche i responsabili del tentativo di ammutinamento, ancora tutto da dimostrare.
Intanto ieri è emerso che, da quando l'Italia, con il giro di vite dell'esecutivo gialloblù, ha dichiarato guerra alle Ong e ha chiuso i porti, e da quando le motovedette libiche, con l'assistenza italiana, pattugliano le acque della neonata zona Sar di Tripoli, sulle nostre coste non arrivano più gommoni e zattere improvvisate.
I gommoni usati fino a qualche mese fa, tutti made in Cina, comprati a migliaia con qualche dollaro investito dai trafficanti di carne umana, non sono resistenti. E allora gli scafisti hanno rispolverato i vecchi mezzi. Il barcone di legno che l'altro giorno, dopo essere passato per le acque maltesi, ha puntato l'Italia, secondo il quotidiano Malta Today, infatti, sembra essere un mezzo insolito: peschereccio a due piani, lungo poco più di 20 metri. Un mezzo che i trafficanti di persone sulla rotta libica non usavano da tempo e che forse è stato rispolverato proprio in risposta al blocco dei porti alle Ong, accusate di favorire indirettamente il traffico illegale di esseri umani.
Barche di legno erano già state usate in passato per trasportare migranti dalla Libia. Il più delle volte si trattava di navi sovraffollate e in pessime condizioni. Ma di certo più robuste dei gommoni cinesi usati per arrivare a poche miglia dalla costa di Tripoli, dove simulare un incidente e lanciare un Sos, quasi certi che qualche Ong sarebbe intervenuta.
Scene di questo tipo si sono ripetute a centinaia negli ultimi anni. Fino a quando non si sono mosse le Procure, svelando che c'erano contatti frequenti tra scafisti e volontari di Ong. Che i sistemi di segnalazione delle navi e i transponder venivano spenti. E che con molta probabilità gli accordi per i finti salvataggi venivano presi in anticipo e viaggiavano sui telefoni cellulari con qualche semplice sms. Senza questo giochetto i trafficanti avrebbero dovuto mollare la rotta.
E allora si sono riorganizzati: hanno messo da parte i gommoni da affondare davanti alle navi delle Ong e si sono procurati imbarcazioni più resistenti, con le quali ci sono più probabilità di raggiungere Lampedusa o Malta. In Calabria, ad esempio, l'altro giorno è approdato un veliero proveniente dalla Turchia con 75 curdi. E poi, ancora in Sicilia, a Noto, Siracusa, Vendicari, gli scafisti ucraini e georgiani continuano a fare affari d'oro. Ma in questo caso, come ricostruito più volte dalla Verità, vengono usati anche yacht di lusso o costose barche a vela da 14 metri. Il prezzo del traghettamento, ovviamente, è salato: si parte da 5.000 euro. Ma per i migranti, pur nella tragedia di essere vittime dei trafficanti, le probabilità di morire annegati sono calate significativamente.
Fabio Amendolara
La strategia coordinata passo passo ha lasciato senza parole Mattarella
La compattezza del governo sul fronte immigrazione produce risultati: la Francia e Malta ieri hanno accettato di farsi carico di 50 migranti ciascuno, dei 450 protagonisti dell'ultimo caso. Non solo: l'unità dell'esecutivo è l'antidoto agli interventi del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. L'armonia tra il premier Giuseppe Conte e i ministri, e soprattutto quella tra i ministri stessi, è condizione indispensabile per non soccombere alla «moral suasion» del capo dello Stato. Considerazione basata su quanto accaduto nel caso della Diciotti: quando Mattarella ha telefonato a Conte, tra i vari argomenti utilizzati dal capo dello Stato per convincere il premier a far attraccare la nave c'è stato anche quello del rischio che le polemiche nella maggioranza potessero acuirsi, mettendo a rischio la tenuta stessa dell'esecutivo. Tutti allineati e coperti, dunque: ieri il governo e i massimi esponenti di M5s e Lega hanno accuratamente evitato di lasciarsi andare a distinguo e sfumature sull'argomento, come gli screzi con il ministro della Difesa Elisabetta Trenta.
Del resto, Mattarella, stando a quanto trapela da fonti vicine al Colle, non ha alcuna smania di tornare a occuparsi in prima persona di vicende che sono di esclusiva competenza del governo. La sua attenzione è puntata sul rispetto di alcuni principi: in particolare, quello dell'autonomia della magistratura dal potere esecutivo. Decidere chi ammanettare e chi no, è compito solo e soltanto della magistratura, a meno che ovviamente non ci si trovi di fronte a una flagranza di reato. Mattarella quindi, salvo clamorosi imprevisti, non muoverà un dito rispetto a questa nuova emergenza. Gli altri paletti che il Colle, fin dal momento delle lunghissime consultazioni del dopo-elezioni, ha ripetuto costantemente ai leader della maggioranza, sono il rispetto dei vincoli di bilancio e dei trattati internazionali. Dunque, la telefonata di Mattarella a Conte per «chiedere informazioni sulla Diciotti» resterà la prima e l'ultima.
La strategia messa a punto ieri nel corso della telefonata tra il premier Giuseppe Conte e il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, si è già rivelata vincente e verrà portata fino in fondo senza tentennamenti. Le opzioni per i migranti che si trovano a bordo della nave inglese di Frontex «Protector» (176) e della unità Monte Sperone della Guardia di Finanza (266) erano tre: la redistribuzione immediata dei migranti stessi in collaborazione con altri partner europei (perseguita, con successo); i contatti con Libia per il loro eventuale rientro sulle coste libiche, da dove sono partiti; la permanenza a bordo delle navi dove fare riconoscimenti ed esame delle richieste.
Come sanno benissimo sia Conte che Salvini, la seconda opzione era puramente teorica, e la terza inevitabilmente temporanea. Il vero obiettivo, dunque, è costringere i partner dell'Unione europea a tradurre in fatti concreti le numerose buone intenzioni manifestate nei recenti vertici internazionali. «Sull'immigrazione l'Italia non va lasciata sola!» hanno ripetuto in coro i leader di tutta Europa e i vertici delle istituzioni di Bruxelles nelle ultime settimane. La linea dura di Conte e Salvini ha prodotto già un primo importante risultato: «Francia e Malta», ha annunciato Conte ieri sera, «prenderanno rispettivamente 50 persone dei 450 migranti trasbordati sulle due navi militari. A breve arriveranno anche le adesioni di altri paesi europei. È il primo importante risultato ottenuto oggi, dopo una giornata di scambi telefonici che ho avuto con tutti i 27 leader europei. Ho ricordato loro», ha aggiunto Conte, «la logica e lo spirito di condivisione che sono contenuti nelle conclusioni del consiglio europeo di fine giugno e che prevedono il pieno coinvolgimento di tutti i paesi dell'Ue. È proprio rifacendomi a questi principi, che ho chiesto loro di farsi carico di una parte di questi migranti. Le stesse cose le ho ribadite anche nella lettera che, come annunciato, ho inviato al presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker e al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, sollecitando una attuazione immediata delle conclusioni del Consiglio europeo».
Il Colle può spingere ma non obbligare il capo del governo ad aprire i porti
Porti chiusi: ma da chi? Il dibattito politico in questi giorni torridi sul fronte dell'immigrazione si concentra anche sulla complessa materia delle competenze dei vari ministri, del presidente del Consiglio e del presidente della Repubblica sugli attracchi delle navi nei porti e sugli sbarchi di chi si trova a bordo. Non sono pochi gli interrogativi sollevati da opinionisti e esponenti politici. Iniziamo da quello più attuale: il capo dello Stato, Sergio Mattarella, è rimasto nell'alveo delle sue prerogative istituzionali quando ha telefonato al premier Giuseppe Conte facendo sì che venisse consentito agli immigrati presenti sulla nave Diciotti di sbarcare a Trapani?
Da un punto di vista prettamente istituzionale, in realtà, quello di Mattarella non è stato un intervento vero e proprio. Il presidente della Repubblica, telefonando a Conte, ha esercitato nient'altro che la più classica delle «moral suasion». In sostanza, quello del capo dello Stato è stato un consiglio, un suggerimento, anzi come ha fatto sapere il Quirinale una «richiesta di informazioni». Ovvio: Mattarella, telefonando a Conte, ha fatto valere il proprio peso istituzionale, ma la decisione di fare attraccare la Diciotti è stata una scelta politica dell'esecutivo, non si è trattato di un atto formale del Quirinale.
In questi giorni, molti media hanno sottolineato che il capo dello Stato sarebbe intervenuto in quanto presidente del Consiglio supremo per la politica estera e la difesa, ed in questa veste in qualità di comandante delle Forze armate, poiché la Diciotti è una nave della Marina militare. Nulla di tutto questo: il presidente della Repubblica ha semplicemente fatto una telefonata, non ha convocato il Consiglio supremo, come invece lo stesso Mattarella fece lo scorso 5 ottobre 2017, quando convocò l'organismo mettendo all'ordine del giorno proprio il tema dell'immigrazione. Se Mattarella volesse intervenire formalmente su una vicenda come quella dell'immigrazione, potrebbe farlo attraverso un messaggio alle Camere, non certo con una telefonata.
I poteri e le competenze sul tema degli sbarchi delle navi sono affidati, principalmente, a due ministeri: quello dell'Interno e quello delle Infrastrutture e Trasporti, e non è un caso quindi che Matteo Salvini e Danilo Toninelli siano i protagonisti principali delle vicende di questi giorni. La facoltà di vietare l'accesso alle acque territoriali o ai porti italiani è stabilita dall'articolo 83 del Codice della navigazione, ed è sempre in capo al ministero delle Infrastrutture e dei trasporti. «Il ministro dei Trasporti e della navigazione», recita l'articolo, «può limitare o vietare il transito e la sosta di navi mercantili nel mare territoriale, per motivi di ordine pubblico, di sicurezza della navigazione e, di concerto con il ministro dell'Ambiente, per motivi di protezione dell'ambiente marino, determinando le zone alle quali il divieto si estende». Il primo caso, ovvero il divieto di accesso alle acque territoriali o a un porto italiano per motivi di ordine pubblico, è quello che ci interessa in questo caso, e chiama in causa il ministro dell'Interno. È accaduto alla fine dello scorso giugno per la Oper Arms, nave della Ong catalana Proactiva con 60 immigrati a bordo, quando Salvini scrisse a Toninelli evidenziando problematiche di ordine pubblico che a suo avviso richiedevano di vietare l'accesso ai porti italiani. Toninelli vietò alla Open Arms l'attracco in Italia, «in ragione della nota formale che mi arriva dal ministero dell'Interno e che adduce motivi di ordine pubblico». La nave andò in Spagna.
Per quel che riguarda poi le funzioni della Guardia costiera, il fatto che le Capitanerie di porto e la Guardia costiera stessa siano un corpo della Marina militare non deve indurre in errore facendo pensare che dipendano dal ministero della Difesa. «Il Corpo», si legge infatti sul sito della Marina, «dipende funzionalmente dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per i compiti attribuiti a tale dicastero in materia di navigazione e trasporto marittimo, vigilanza nei porti, demanio marittimo e sicurezza della navigazione. Svolge, altresì, compiti e funzioni nelle materie di competenza dei seguenti dicasteri: dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare; delle Politiche agricole alimentari e forestali; dell'Interno; dei Beni e le attività culturali». Tra le funzioni e le competenze della Guardia costiera ci sono anche la ricerca e soccorso in mare (Search and rescue); la sicurezza della navigazione, con controlli ispettivi sistematici su tutto il naviglio nazionale mercantile, da pesca e da diporto, attività di Port state control, anche sul naviglio mercantile estero che scala nei porti nazionali e attività di maritime security; il controllo dei flussi migratori clandestini, in concorso con il ministro dell'Interno.
I compiti del ministro degli Esteri, nel caso dell'immigrazione, riguarda i contatti con gli altri Stati e governi: ricordiamo che l'altro ieri, quando si è scatenando la nuova bufera per il barcone con 450 immigrati a bordo, è stata la Farnesina a chiarire che «la responsabilità del soccorso al barcone individuato in acque Sar maltesi spetta a Malta e lo sbarco dovrà avvenire in territorio maltese». Il coordinamento tra i ministeri e l'ultima parola nel caso di eventuali differenti valutazioni spetta naturalmente al presidente del Consiglio.
Carlo Tarallo
Continua a leggereRiduci
Giuseppe Conte annuncia la vittoria italiana: «Anche altri Paesi sono disponibili all'accoglienza». In giornata il governo era stato compatto sui 450 africani salvati: «Gli Stati Ue facciano la propria parte, altrimenti nessuno scende».Arrestati due scafisti sulla Diciotti. La coppia di africani indagata dopo il caso della Vos Thalassa accusata di «favorire l'immigrazione clandestina». Intanto, con la stretta alle Ong, ci sono meno gommoni.La strategia coordinata passo passo ha lasciato senza parole Sergio Mattarella. Il Colle in silenzio e nessuno screzio tra i ministri: la strada scelta è quella giusta.Il Colle può spingere ma non obbligare il capo del governo ad aprire i porti. Mattarella nel caso Diciotti ha chiamato Conte: la decisione dello sbarco è stata politica. Le leggi fissano paletti al Quirinale.Lo speciale contiene quattro articoli.Italia chiama e l'Europa, stavolta, è costretta a rispondere. E questa volta è un «sì», frutto della linea dura mantenuta dal governo italiano, che ha tenuto il punto sulla chiusura dei porti in assenza di una condivisione dell'onere di accoglienza, principio stabilito nell'ultimo Consiglio europeo e ribadito dall'esecutivo sia al vertice Nato che alla riunione dei ministri dell'Interno Ue. «Francia e Malta prenderanno rispettivamente 50 dei 450 migranti trasbordati sulle due navi militari. A breve arriveranno anche le adesioni di altri Paesi europei». Giuseppe Conte esulta su Facebook alle 20 e allega al post la lettera inviata ieri ai capi di Stato e di governo e ai membri del Consiglio europeo. «È un risultato importante ottenuto dopo una giornata di scambi telefonici e scritti che ho avuto con tutti i 27 leader europei», ha rivendicato il premier, che chiude il post con queste parole: «Finalmente l'Italia inizia ad essere ascoltata davvero». Mentre Malta, in un primo momento, si era girata ancora una volta dall'altra parte, lasciando i migranti in mare. Donne e bambini che avevano bisogno di cure sono stati accompagnati a Lampedusa a bordo di motovedette della Guardia costiera italiana. «Motivi sanitari», hanno precisato le autorità. Gli altri 450 migranti, completato il trasbordo dal barcone di legno soccorso a largo di Linosa due giorni fa, sono sul pattugliatore Protector, inserito nel dispositivo Frontex, che ne ha presi 176, e sul Monte Sperone della Guardia di finanza, che ne ha tirati su 266. L'altro ieri sera, alla vista di tre motovedette della Guardia costiera e di uno dei pattugliatori della Guardia di finanza, il barcone della speranza si è fermato e alcuni migranti si sono tuffati in acqua. A quel punto è partita l'operazione salvataggio. Ma le due navi non hanno avuto l'autorizzazione a sbarcare fino all'annuncio di Conte. E ora che è arrivato il segnale dall'Europa, anche l'Italia, come scrive il premier nella missiva, prenderà la sua quota di migranti. Le tre alternative possibili, prima dell'ok Ue, erano queste: suddivisione tra i Paesi europei, ritorno in Libia o permanenza a bordo della navi che, così, si sarebbero trasformate in centri di identificazione ed espulsione su mare.«In Italia solo con mezzi legali». Altrimenti nisba: non si sbarca. Il ministro dell'Interno Matteo Salvini lo aveva detto subito a chiare lettere al premier nel corso di una telefonata. Il governo, su questo punto, si era mostrato compatto. Per Salvini nessun porto italiano era a disposizione dei migranti. «Occorre», aveva detto , «un atto di giustizia, rispetto e coraggio per contrastare i trafficanti e stimolare un intervento europeo», insistendo subito sull'opportunità che alle due navi venisse data indicazione di fare rotta nuovamente verso Malta o verso la Libia. E in ogni caso, aveva avvertito il ministro, per il barcone i porti italiani sono chiusi: «Abbiamo già dato, ci siamo capiti?». Stessa linea per il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli: «Malta faccia subito il suo dovere e apra il porto». Una richiesta che si è trasformata poco dopo in una comunicazione ufficiale della Farnesina all'ambasciata maltese a Roma. Ma i maltesi hanno continuato a fare gli gnorri fino a ieri sera. E all'inizio avevano affidato la risposta all'ambasciatore Vanessa Frazier: «Rispettiamo le regole internazionali, come hanno sempre fatto altri Paesi europei». Una non risposta. Un portavoce del governo maltese citato dal quotidiano Times of Malta, invece, aveva detto che quando è stata segnalata la presenza della nave, era a circa 53 miglia nautiche da Lampedusa e a 110 miglia da Malta. Stando alla versione del governo maltese, le persone a bordo, contattate, avrebbero espresso l'intenzione di procedere verso Lampedusa. Ma i carteggi tra i due Stati dicono altro. Nella nota verbale che ricostruisce la dinamica della vicenda inviata dalla Farnesina all'ambasciata maltese a Roma l'area di soccorso era stata individuata a Malta: «Alle ore 04.25 di venerdì 13 luglio, il Maritime rescue coordination center italiano ha ricevuto una segnalazione su un'imbarcazione con circa 450 persone a bordo in area Sar maltese». Le autorità maltesi hanno poi comunicato l'assunzione del coordinamento delle operazioni di soccorso e l'invio in zona di un aereo che ha individuato l'imbarcazione alla deriva, senza inviare però alcun mezzo di soccorso. Per questo la Farnesina li ha bacchettati, ricordando che il porto di sbarco era da identificare in area maltese. Su questo il governo italiano è stato irremovibile. Anche perché, come dimostrano il successo di ieri con l'Ue e il calo di sbarchi da quando si è insediato il nuovo governo (27.000 in meno rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso), la linea dura paga. E quindi, per Salvini, non era il momento di mostrare debolezze. Da Palazzo Chigi è partita quindi la comunicazione ufficiale ai leader europei per sollecitare l'applicazione dei principi affermati nel corso dell'ultimo Consiglio Europeo. Secondo le attuali regole d'ingaggio delle navi in missione Ue, quali sono quelle di Frontex, non è possibile lo sbarco in Paesi terzi come la Libia. Centri regionali di sbarco in Paesi terzi sono invece una delle opzioni che sta valutando la Commissione Ue dopo il vertice. E alcuni contatti con Paesi stranieri lasciano ben sperare. Nel frattempo toccherà anche a loro prendersi una fetta di migranti.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/impedire-gli-sbarchi-alla-fine-paga-a-francia-e-malta-100-migranti-2586732313.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="arrestati-due-scafisti-sulla-diciotti" data-post-id="2586732313" data-published-at="1778658316" data-use-pagination="False"> Arrestati due scafisti sulla Diciotti «La Procura di Trapani ha confermato l'arresto di due immigrati sbarcati ieri dalla nave Diciotti per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina». Il vicepremier Matteo Salvini ha dato l'annunciato su Facebook ieri sera, in contemporanea con il premier Giuseppe Conte che dichiarava la disponibilità dei Paesi Ue a prendersi parte dei 450 migranti sul barcone respinto da Malta. È una svolta nella vicenda dei 67 salvati dalla Vos Thalassa, trasferiti su un'unità della Guardia costiera, due dei quali erano stati indagati dalla Procura di Trapani con il sospetto di essere proprio i due scafisti, e - forse - anche i responsabili del tentativo di ammutinamento, ancora tutto da dimostrare. Intanto ieri è emerso che, da quando l'Italia, con il giro di vite dell'esecutivo gialloblù, ha dichiarato guerra alle Ong e ha chiuso i porti, e da quando le motovedette libiche, con l'assistenza italiana, pattugliano le acque della neonata zona Sar di Tripoli, sulle nostre coste non arrivano più gommoni e zattere improvvisate. I gommoni usati fino a qualche mese fa, tutti made in Cina, comprati a migliaia con qualche dollaro investito dai trafficanti di carne umana, non sono resistenti. E allora gli scafisti hanno rispolverato i vecchi mezzi. Il barcone di legno che l'altro giorno, dopo essere passato per le acque maltesi, ha puntato l'Italia, secondo il quotidiano Malta Today, infatti, sembra essere un mezzo insolito: peschereccio a due piani, lungo poco più di 20 metri. Un mezzo che i trafficanti di persone sulla rotta libica non usavano da tempo e che forse è stato rispolverato proprio in risposta al blocco dei porti alle Ong, accusate di favorire indirettamente il traffico illegale di esseri umani. Barche di legno erano già state usate in passato per trasportare migranti dalla Libia. Il più delle volte si trattava di navi sovraffollate e in pessime condizioni. Ma di certo più robuste dei gommoni cinesi usati per arrivare a poche miglia dalla costa di Tripoli, dove simulare un incidente e lanciare un Sos, quasi certi che qualche Ong sarebbe intervenuta. Scene di questo tipo si sono ripetute a centinaia negli ultimi anni. Fino a quando non si sono mosse le Procure, svelando che c'erano contatti frequenti tra scafisti e volontari di Ong. Che i sistemi di segnalazione delle navi e i transponder venivano spenti. E che con molta probabilità gli accordi per i finti salvataggi venivano presi in anticipo e viaggiavano sui telefoni cellulari con qualche semplice sms. Senza questo giochetto i trafficanti avrebbero dovuto mollare la rotta. E allora si sono riorganizzati: hanno messo da parte i gommoni da affondare davanti alle navi delle Ong e si sono procurati imbarcazioni più resistenti, con le quali ci sono più probabilità di raggiungere Lampedusa o Malta. In Calabria, ad esempio, l'altro giorno è approdato un veliero proveniente dalla Turchia con 75 curdi. E poi, ancora in Sicilia, a Noto, Siracusa, Vendicari, gli scafisti ucraini e georgiani continuano a fare affari d'oro. Ma in questo caso, come ricostruito più volte dalla Verità, vengono usati anche yacht di lusso o costose barche a vela da 14 metri. Il prezzo del traghettamento, ovviamente, è salato: si parte da 5.000 euro. Ma per i migranti, pur nella tragedia di essere vittime dei trafficanti, le probabilità di morire annegati sono calate significativamente. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/impedire-gli-sbarchi-alla-fine-paga-a-francia-e-malta-100-migranti-2586732313.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-strategia-coordinata-passo-passo-ha-lasciato-senza-parole-mattarella" data-post-id="2586732313" data-published-at="1778658316" data-use-pagination="False"> La strategia coordinata passo passo ha lasciato senza parole Mattarella La compattezza del governo sul fronte immigrazione produce risultati: la Francia e Malta ieri hanno accettato di farsi carico di 50 migranti ciascuno, dei 450 protagonisti dell'ultimo caso. Non solo: l'unità dell'esecutivo è l'antidoto agli interventi del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. L'armonia tra il premier Giuseppe Conte e i ministri, e soprattutto quella tra i ministri stessi, è condizione indispensabile per non soccombere alla «moral suasion» del capo dello Stato. Considerazione basata su quanto accaduto nel caso della Diciotti: quando Mattarella ha telefonato a Conte, tra i vari argomenti utilizzati dal capo dello Stato per convincere il premier a far attraccare la nave c'è stato anche quello del rischio che le polemiche nella maggioranza potessero acuirsi, mettendo a rischio la tenuta stessa dell'esecutivo. Tutti allineati e coperti, dunque: ieri il governo e i massimi esponenti di M5s e Lega hanno accuratamente evitato di lasciarsi andare a distinguo e sfumature sull'argomento, come gli screzi con il ministro della Difesa Elisabetta Trenta. Del resto, Mattarella, stando a quanto trapela da fonti vicine al Colle, non ha alcuna smania di tornare a occuparsi in prima persona di vicende che sono di esclusiva competenza del governo. La sua attenzione è puntata sul rispetto di alcuni principi: in particolare, quello dell'autonomia della magistratura dal potere esecutivo. Decidere chi ammanettare e chi no, è compito solo e soltanto della magistratura, a meno che ovviamente non ci si trovi di fronte a una flagranza di reato. Mattarella quindi, salvo clamorosi imprevisti, non muoverà un dito rispetto a questa nuova emergenza. Gli altri paletti che il Colle, fin dal momento delle lunghissime consultazioni del dopo-elezioni, ha ripetuto costantemente ai leader della maggioranza, sono il rispetto dei vincoli di bilancio e dei trattati internazionali. Dunque, la telefonata di Mattarella a Conte per «chiedere informazioni sulla Diciotti» resterà la prima e l'ultima. La strategia messa a punto ieri nel corso della telefonata tra il premier Giuseppe Conte e il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, si è già rivelata vincente e verrà portata fino in fondo senza tentennamenti. Le opzioni per i migranti che si trovano a bordo della nave inglese di Frontex «Protector» (176) e della unità Monte Sperone della Guardia di Finanza (266) erano tre: la redistribuzione immediata dei migranti stessi in collaborazione con altri partner europei (perseguita, con successo); i contatti con Libia per il loro eventuale rientro sulle coste libiche, da dove sono partiti; la permanenza a bordo delle navi dove fare riconoscimenti ed esame delle richieste. Come sanno benissimo sia Conte che Salvini, la seconda opzione era puramente teorica, e la terza inevitabilmente temporanea. Il vero obiettivo, dunque, è costringere i partner dell'Unione europea a tradurre in fatti concreti le numerose buone intenzioni manifestate nei recenti vertici internazionali. «Sull'immigrazione l'Italia non va lasciata sola!» hanno ripetuto in coro i leader di tutta Europa e i vertici delle istituzioni di Bruxelles nelle ultime settimane. La linea dura di Conte e Salvini ha prodotto già un primo importante risultato: «Francia e Malta», ha annunciato Conte ieri sera, «prenderanno rispettivamente 50 persone dei 450 migranti trasbordati sulle due navi militari. A breve arriveranno anche le adesioni di altri paesi europei. È il primo importante risultato ottenuto oggi, dopo una giornata di scambi telefonici che ho avuto con tutti i 27 leader europei. Ho ricordato loro», ha aggiunto Conte, «la logica e lo spirito di condivisione che sono contenuti nelle conclusioni del consiglio europeo di fine giugno e che prevedono il pieno coinvolgimento di tutti i paesi dell'Ue. È proprio rifacendomi a questi principi, che ho chiesto loro di farsi carico di una parte di questi migranti. Le stesse cose le ho ribadite anche nella lettera che, come annunciato, ho inviato al presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker e al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, sollecitando una attuazione immediata delle conclusioni del Consiglio europeo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/impedire-gli-sbarchi-alla-fine-paga-a-francia-e-malta-100-migranti-2586732313.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-colle-puo-spingere-ma-non-obbligare-il-capo-del-governo-ad-aprire-i-porti" data-post-id="2586732313" data-published-at="1778658316" data-use-pagination="False"> Il Colle può spingere ma non obbligare il capo del governo ad aprire i porti Porti chiusi: ma da chi? Il dibattito politico in questi giorni torridi sul fronte dell'immigrazione si concentra anche sulla complessa materia delle competenze dei vari ministri, del presidente del Consiglio e del presidente della Repubblica sugli attracchi delle navi nei porti e sugli sbarchi di chi si trova a bordo. Non sono pochi gli interrogativi sollevati da opinionisti e esponenti politici. Iniziamo da quello più attuale: il capo dello Stato, Sergio Mattarella, è rimasto nell'alveo delle sue prerogative istituzionali quando ha telefonato al premier Giuseppe Conte facendo sì che venisse consentito agli immigrati presenti sulla nave Diciotti di sbarcare a Trapani? Da un punto di vista prettamente istituzionale, in realtà, quello di Mattarella non è stato un intervento vero e proprio. Il presidente della Repubblica, telefonando a Conte, ha esercitato nient'altro che la più classica delle «moral suasion». In sostanza, quello del capo dello Stato è stato un consiglio, un suggerimento, anzi come ha fatto sapere il Quirinale una «richiesta di informazioni». Ovvio: Mattarella, telefonando a Conte, ha fatto valere il proprio peso istituzionale, ma la decisione di fare attraccare la Diciotti è stata una scelta politica dell'esecutivo, non si è trattato di un atto formale del Quirinale. In questi giorni, molti media hanno sottolineato che il capo dello Stato sarebbe intervenuto in quanto presidente del Consiglio supremo per la politica estera e la difesa, ed in questa veste in qualità di comandante delle Forze armate, poiché la Diciotti è una nave della Marina militare. Nulla di tutto questo: il presidente della Repubblica ha semplicemente fatto una telefonata, non ha convocato il Consiglio supremo, come invece lo stesso Mattarella fece lo scorso 5 ottobre 2017, quando convocò l'organismo mettendo all'ordine del giorno proprio il tema dell'immigrazione. Se Mattarella volesse intervenire formalmente su una vicenda come quella dell'immigrazione, potrebbe farlo attraverso un messaggio alle Camere, non certo con una telefonata. I poteri e le competenze sul tema degli sbarchi delle navi sono affidati, principalmente, a due ministeri: quello dell'Interno e quello delle Infrastrutture e Trasporti, e non è un caso quindi che Matteo Salvini e Danilo Toninelli siano i protagonisti principali delle vicende di questi giorni. La facoltà di vietare l'accesso alle acque territoriali o ai porti italiani è stabilita dall'articolo 83 del Codice della navigazione, ed è sempre in capo al ministero delle Infrastrutture e dei trasporti. «Il ministro dei Trasporti e della navigazione», recita l'articolo, «può limitare o vietare il transito e la sosta di navi mercantili nel mare territoriale, per motivi di ordine pubblico, di sicurezza della navigazione e, di concerto con il ministro dell'Ambiente, per motivi di protezione dell'ambiente marino, determinando le zone alle quali il divieto si estende». Il primo caso, ovvero il divieto di accesso alle acque territoriali o a un porto italiano per motivi di ordine pubblico, è quello che ci interessa in questo caso, e chiama in causa il ministro dell'Interno. È accaduto alla fine dello scorso giugno per la Oper Arms, nave della Ong catalana Proactiva con 60 immigrati a bordo, quando Salvini scrisse a Toninelli evidenziando problematiche di ordine pubblico che a suo avviso richiedevano di vietare l'accesso ai porti italiani. Toninelli vietò alla Open Arms l'attracco in Italia, «in ragione della nota formale che mi arriva dal ministero dell'Interno e che adduce motivi di ordine pubblico». La nave andò in Spagna. Per quel che riguarda poi le funzioni della Guardia costiera, il fatto che le Capitanerie di porto e la Guardia costiera stessa siano un corpo della Marina militare non deve indurre in errore facendo pensare che dipendano dal ministero della Difesa. «Il Corpo», si legge infatti sul sito della Marina, «dipende funzionalmente dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per i compiti attribuiti a tale dicastero in materia di navigazione e trasporto marittimo, vigilanza nei porti, demanio marittimo e sicurezza della navigazione. Svolge, altresì, compiti e funzioni nelle materie di competenza dei seguenti dicasteri: dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare; delle Politiche agricole alimentari e forestali; dell'Interno; dei Beni e le attività culturali». Tra le funzioni e le competenze della Guardia costiera ci sono anche la ricerca e soccorso in mare (Search and rescue); la sicurezza della navigazione, con controlli ispettivi sistematici su tutto il naviglio nazionale mercantile, da pesca e da diporto, attività di Port state control, anche sul naviglio mercantile estero che scala nei porti nazionali e attività di maritime security; il controllo dei flussi migratori clandestini, in concorso con il ministro dell'Interno. I compiti del ministro degli Esteri, nel caso dell'immigrazione, riguarda i contatti con gli altri Stati e governi: ricordiamo che l'altro ieri, quando si è scatenando la nuova bufera per il barcone con 450 immigrati a bordo, è stata la Farnesina a chiarire che «la responsabilità del soccorso al barcone individuato in acque Sar maltesi spetta a Malta e lo sbarco dovrà avvenire in territorio maltese». Il coordinamento tra i ministeri e l'ultima parola nel caso di eventuali differenti valutazioni spetta naturalmente al presidente del Consiglio.Carlo Tarallo
Alberto Stasi (Ansa)
Alcune ricostruzioni, soprattutto nei talk show televisivi, hanno parlato di un documento capace di «scagionarlo». Altre hanno sostenuto che un’aggressione «più lunga e articolata» potesse rendere meno compatibile la sua presenza sulla scena.
Lette le carte, però, la relazione Cattaneo dice qualcosa di più tecnico e meno assoluto. Non assolve Stasi, non lo colloca fuori dalla villetta, ma soprattutto non attribuisce l’omicidio ad Andrea Sempio. Fa un’operazione diversa: allarga l’incertezza, chiarisce alcuni aspetti medico-legali, ma non produce da sola la nuova verità giudiziaria che era stata anticipata.
Il perimetro dell’incarico è il primo limite da ricordare. Alla consulente viene chiesto di valutare le lesioni di Chiara, l’eventuale attività di difesa, gli strumenti compatibili, il range temporale del decesso e, solo con integrazione successiva, le misure antropometriche di Sempio. Non le viene chiesto di stabilire chi fosse l’assassino, né di escludere Stasi dalla scena.
Il nodo dell’orario è il più delicato. La relazione scrive che «l’epoca della morte può essere stimata con la massima precisione entro un intervallo compreso in via di elevatissima probabilità tra le 7 e le 12.30 del 13/8/2007». È una finestra ampia, ma non una finestra liberatoria. Dentro resta anche la fascia 9.12-9.35, quella che negli anni ha retto una parte centrale della ricostruzione contro Stasi. I cosiddetti metodi «ancillari» (livor e rigor mortis) possono far «stringere» verso la parte più recente del range, cioè 10-12. Ma la stessa Cattaneo avverte che «sul piano rigorosamente scientifico» bisogna restare ancorati al range più ampio.
Anche il contenuto gastrico non mette un punto definitivo. La consulenza lo considera coerente con quanto trovato sul divano e compatibile con una morte tra 30 minuti e 2-3 ore dall’ingestione della colazione. Ma aggiunge che, senza un momento esatto di inizio della colazione, quel dato non può restringere le lancette dell’orologio in cui è avvenuta la morte. In sostanza, la conferma del pasto mattutino aiuta a ricostruire la mattina di Chiara, non a fissare l’ora del delitto. Lo stesso accade per la difesa messa in atto dalla ragazza. La Cattaneo valorizza un dato importante. Chiara, nei primi momenti dell’aggressione, era «molto probabilmente nelle piene capacità di reagire». E indica numerosi segni riconducibili a una «difesa passiva» - compatibile con una prevalenza di lesioni su avambracci e dorso delle mani - e colloca la durata dell’aggressione «tra i 15 e i 20 minuti massimo». Ma anche questo non identifica l’autore. Dice che Chiara subì una violenza veemente e in più fasi, ma non dice che quell’aggressore fosse Sempio, né che non potesse essere Stasi.
Sull’arma, poi, la relazione resta prudente. Le lesioni sono compatibili con «uno strumento produttivo contundente, con superficie piana, margini e spigoli, composto da metalli»: un martello a testa squadrata, una mazzetta, il retro di una piccola accetta o un oggetto simile. Ma l’arma non è stata trovata e non è stato individuato con certezza nemmeno il tipo. La frase decisiva è un’altra: «Tutte le lesioni sono coerenti con l’ipotesi di utilizzo di un unico strumento». Dunque, non si tratta di una svolta definitiva, come avevano lasciato intendere alcune anticipazioni, ma una compatibilità medico-legale con uno strumento comune.
Nel frattempo, il fronte difensivo lavora a una contro-lettura medico-legale e di scena. Questa è stata affidata anche ad Armando Palmegiani, ex poliziotto della Scientifica, criminologo e consulente nominato dalla difesa dopo la rinuncia di Luciano Garofano. Palmegiani porta nel caso un profilo tecnico particolare: nel suo curriculum figurano rilievi planimetrici e ricostruzioni tridimensionali per determinare la traiettoria del colpo che uccise Marta Russo alla Sapienza nel maggio 1997; nel 1999, inoltre, compaiono rilievi in via Carini per la ricostruzione dell’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nel processo contro i mandanti. È, dunque, un consulente abituato a lavorare proprio sul punto che oggi diventa centrale a Garlasco: la traduzione della scena del crimine in geometria e traiettorie.
Sentito dalla Verità, Palmegiani conferma che il range dell’epoca della morte resta ampio e che il contenuto gastrico non consente di fissare con precisione l’orario della colazione. Se gli inquirenti restringessero quel tempo, ha detto, sarebbe «qualcosa di non scientifico nella ricostruzione della Cattaneo». Quindi la relazione non esclude Stasi dalla scena, ma rende più fragile ogni ricostruzione che pretenda di fissare l’orario del delitto con certezza.
Anche il trascinamento resta un punto aperto. La Bpa del colonnello del Ris Andrea Berti ipotizza che Chiara sia stata trascinata «verosimilmente per le caviglie». La consulenza Cattaneo, però, rileva segni soprattutto alla caviglia sinistra e non li interpreta in modo univoco: potrebbero dipendere da un afferramento, ma anche dal tentativo di bloccare un calcio o da urti contro superfici della casa.
La differenza è importante. Se una persona viene trascinata per entrambe le caviglie, il corpo tende a muoversi in modo più dritto e controllato. Se invece viene tirata da una sola caviglia, il corpo ruota, si torce, cambia posizione, e anche le tracce di sangue possono distribuirsi in modo diverso.
Per la difesa di Sempio questo è un punto utile. Se non è certo come Chiara sia stata trascinata, allora non è certa nemmeno la ricostruzione dei movimenti dell’aggressore. Tirarla per due caviglie avrebbe prodotto un movimento più lineare, mentre tirarla per una sola avrebbe potuto far ruotare il corpo e lasciare tracce diverse. Quindi la scena non permette una conclusione definitiva: offre solo ipotesi.
Per di più, proprio Palmegiani contesta anche la rappresentazione 3D della Procura. L’avatar, sostiene, sarebbe troppo suggestivo perché somigliante a Sempio («La prima cosa che insegnano nei modelli 3D è di essere il più possibile semplici, qui ci sono anche gli occhi…», dice alla Verità), mentre «chiunque scenda quella scala appoggia la mano». La difesa, dunque, non nega la centralità della scena, ma contesta il salto da modello grafico a identificazione personale.
In questo senso, la relazione è meno spettacolare delle anticipazioni. Non dice chi ha ucciso Chiara Poggi. Sostiene che, dal punto di vista medico-legale, alcune certezze costruite negli anni non erano certezze. Erano stime, compatibilità, intervalli, ma anche margini d’errore. Ed è dentro quel margine, oggi, che si gioca la nuova battaglia su Stasi e Sempio.
Continua a leggereRiduci
Andriy Yermak (Ansa)
Un nuovo terremoto scuote i vertici politici di Kiev. Le autorità ucraine hanno accusato l’ex capo di gabinetto di Volodymyr Zelensky, Andriy Yermak, di riciclaggio di denaro. È in questo quadro che, ieri, il diretto interessato è comparso davanti all’Alta corte anticorruzione dell’Ucraina.
In particolare, l’ufficio nazionale anticorruzione (Nabu) e la Procura specializzata anticorruzione (Sapo) ritengono che Yermak abbia riciclato circa 10 milioni di dollari attraverso il progetto di costruzione di un complesso residenziale di lusso nei pressi di Kiev. Secondo il Kyiv Independent, Yermak avrebbe utilizzato «una rete di società di comodo, transazioni in contanti e documenti finanziari fittizi». Un’accusa che l’avvocato dello stesso Yermak, Ihor Fomin, ha respinto. «Posso affermare che la questione del riciclaggio di denaro, a mio parere, è infondata», ha affermato, per poi aggiungere: «Tutta questa situazione è stata provocata dalla pressione dell’opinione pubblica». Come che sia, ieri, il capo della Procura specializzata anticorruzione, Oleksandr Klymenko, oltre a negare esplicitamente che Zekensky sia coinvolto nell’indagine, ha chiesto la custodia cautelare per Yermak o, in alternativa, la libertà su cauzione per un importo di 4 milioni di dollari. L’udienza è stata tuttavia sospesa e rinviata a oggi per permettere intanto alla difesa di esaminare gli atti processuali.
Ricordiamo che l’ex capo di gabinetto di Zelensky è sotto inchiesta nell’ambito di un’indagine per corruzione dal valore complessivo di 100 milioni di dollari relativa all’azienda statale Energoatom: un’indagine, battezzata «Midas», che ha già portato all’incriminazione di vari collaboratori del presidente ucraino, tra cui l’ex vicepremier, Oleksiy Chernyshov, e l’ex ministro della Giustizia, Herman Halushchenko. È in questo contesto che, lo scorso 28 novembre, Yermak si dimise da capo di gabinetto: un passo indietro avvenuto dopo che le autorità anticorruzione avevano fatto perquisire la sua abitazione. Si trattò, all’epoca, di un vero e proprio scossone ai vertici del governo ucraino.
Nominato da Zelensky proprio capo di gabinetto nel 2020, Yermak era diventato una delle figure più potenti (e controverse) dell’ecosistema politico ucraino. Politico, nel 2023, lo definì il «cardinale verde», in virtù della sua considerevole influenza e per la tendenza a vestirsi con abiti militari di color oliva. Inoltre, secondo il Kyiv Independent, sarebbe stato proprio lui a spingere Zelensky a sostenere la norma, poi ritirata, che avrebbe indebolito l’indipendenza delle autorità anticorruzione ucraine.
Non solo. A marzo dell’anno scorso, il presidente ucraino aveva anche messo Yermak a capo della delegazione che avrebbe dovuto negoziare con Washington e Mosca per porre fine alla guerra in Ucraina. La sua caduta fu quindi particolarmente fragorosa. E lui stesso lasciò intendere, in alcune dichiarazioni rilasciate al New York Post dopo le dimissioni, di essersi sentito abbandonato. «Sono stato dissacrato e la mia dignità non è stata tutelata, nonostante sia a Kiev dal 24 febbraio 2022. Pertanto, non voglio creare problemi a Zelensky; andrò al fronte», affermò.
Il ritorno di Yermak sotto i riflettori indebolisce il presidente ucraino. Pur non essendo coinvolto nell’inchiesta, Zelensky si ritrova infatti ad affrontare un duplice problema politico. Innanzitutto, il nodo della corruzione potrebbe complicare il già accidentato percorso di Kiev verso l’adesione all’Unione europea: percorso che, anche in considerazione della recente sconfitta elettorale di Viktor Orbán in Ungheria, la Commissione Ue ha recentemente cercato di rilanciare ma che, adesso, potrebbe impelagarsi di nuovo a causa dell’inchiesta sul caso Energoatom.
In secondo luogo, non è detto che la questione non abbia indirettamente un impatto anche sul fronte diplomatico e geopolitico. Come detto, fino a novembre, Yermak era stato il capo negoziatore di Kiev nel processo diplomatico relativo alla crisi ucraina. In questo quadro, a giugno, Politico riportò che l’amministrazione Trump fosse particolarmente irritata con lui. Non è inoltre un mistero che l’attuale Casa Bianca auspichi dall’anno scorso che l’Ucraina tenga al più presto delle nuove elezioni presidenziali. Non dimentichiamo poi che, all’inizio del 2026, a lasciare l’amministrazione Trump, dopo aver perso decisamente influenza, è stato il generale Keith Kellogg: uno dei principali punti di riferimento di Zelensky a Washington. A questo si aggiunga che, nonostante abbia reso noto che i rappresentanti americani visiteranno Kiev a cavallo tra primavera ed estate, il presidente ucraino è attualmente in rapporti problematici con Trump. Irritato dall’attenzione che la Casa Bianca sta riservando al dossier iraniano, Zelensky, secondo The Atlantic, starebbe cercando delle sponde alternative agli Stati Uniti. Il punto è che difficilmente il leader ucraino potrà fare realmente a meno di Washington, soprattutto qualora il processo diplomatico dovesse ripartire. Ed è qui che la questione Yermak potrebbe pesare negativamente su Zelensky.
Ieri, il ministero degli Esteri russo non ha perso tempo e ha cercato di cavalcare questo caso giudiziario per screditare Kiev: un caso giudiziario che, secondo Reuters, potrebbe complicare un domani la rielezione del presidente ucraino, oltre a creargli imbarazzo sul fronte dei rapporti internazionali.
Mosca: «Tregua finita, tocca a loro»
Consapevole che l’Ucraina non si trovi in una posizione di vantaggio, Mosca tiene il punto sulla sua disponibilità a sedersi al tavolo delle trattative.
La conferma è arrivata dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha commentato le recenti dichiarazioni del presidente russo, Vladimir Putin, sulla fine del conflitto. Il portavoce ha infatti spiegato che la guerra «può finire in qualsiasi momento, non appena il regime di Kiev e Volodymyr Zelensky si assumeranno la responsabilità e prenderanno le decisioni necessarie», alludendo al Donbass. Un indicatore che confermerebbe la possibilità della fine delle ostilità è «il lavoro svolto nel formato trilaterale». Quanto all’eventuale faccia a faccia tra il leader ucraino e il presidente russo Putin, il portavoce ha affermato che lo zar è pronto «in qualsiasi momento» all’incontro «per dei negoziati», purché sia nella Capitale russa. Un’altra sede «avrebbe senso solo per finalizzare il processo di regolamento», ma prima serve «molto lavoro preliminare».
Mosca, nel frattempo, resta «aperta ai contatti». Anche perché il portavoce del Cremlino ha ribadito che la Russia «accoglie con favore gli sforzi di mediazione degli Stati Uniti». Che Washington sia indispensabile nel contesto degli sforzi di pace ne è convinto anche il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha: «Abbiamo bisogno del coinvolgimento degli Usa, ma allo stesso tempo abbiamo anche bisogno della loro influenza e della pressione che esercitano sulla Russia».
Al contrario, l’Europa resta ancora in panchina. Dopo che l’Alto Rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, ha bocciato il ruolo di negoziatore dell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, definendolo un «lobbista russo», Mosca è tornata a mettere i puntini sulle i riguardo al coinvolgimento europeo. Il viceministro degli Esteri russo, Alexander Grushko, ha chiarito che è esclusa «al momento qualsiasi partecipazione costruttiva dell’Unione europea agli sforzi volti a incanalare il conflitto in una dimensione politico-diplomatica». Mentre «la retorica» europea sbandiera la volontà di raggiungere la pace, secondo Grushko, Bruxelles «sta facendo tutto il possibile per protrarre il conflitto il più a lungo possibile».
Future trattative a parte, ieri è scaduta la breve tregua tra la Russia e l’Ucraina, con decine di droni russi che sono tornati a colpire Kiev. La ripresa dei combattimenti è stata poi confermata dal ministero della Difesa russo, mentre lo zar annunciava tra l’altro che Mosca schiererà il suo nuovo missile nucleare strategico Sarmat alla fine dell’anno. Dall’altra parte, Sybiha ha riferito che Kiev ha «proposto a Mosca di estendere il cessate il fuoco parziale, ma la Russia ha lanciato oltre 200 droni, colpendo infrastrutture civili, incluso un asilo nido, ferendo almeno sei persone e uccidendone almeno una». A suo dire, «Putin deve rendersi conto che per lui le cose andranno solo peggio». Sulla stessa linea anche il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, che intravede una presunta posizione di forza di Kiev sul fronte. Dopo aver visitato le regioni di Zaporizhzhia e Dnipro, ha infatti sentenziato: «Credo che gli ucraini abbiano effettivamente un momento favorevole. La Russia sta attraversando una fase di debolezza, sia dal punto di vista economico che politico interno, nonché sul campo di battaglia». Peraltro, la Germania ha dichiarato che darà un contributo di oltre 10 milioni di euro al progetto europeo per creare centri di addestramento militare in Ucraina. Gli aiuti a Kiev annunciati ieri riguardano anche i velivoli senza pilota: Kallas ha reso noto che a «giugno» il primo esborso del prestito di 90 miliardi sarà destinato «all’acquisto di droni». E con l’obiettivo di «sviluppare l’Intelligenza artificiale» per intercettare i droni russi, Zelensky ha incontrato Alex Karp, Ceo di Palantir Technologies, colosso americano specializzato in sicurezza e intelligence.
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 13 maggio con Carlo Cambi
Donald Trump (Ansa)
Poco dopo, durante una cena con la polizia americana alla Casa Bianca, il presidente ha abbandonato i toni diplomatici. «Le nostre forze armate sono fantastiche, stiamo facendo il c... a tutti», ha dichiarato, rivendicando apertamente le operazioni contro l’Iran, mentre il Pentagono continua formalmente a sostenere la validità del cessate il fuoco.
Mentre il Pentagono confermava che la guerra in Iran è già costata 29 miliardi, Trump ha poi rilanciato la pressione sul programma nucleare iraniano. Intervistato dal conduttore radiofonico conservatore Sid Rosenberg, il presidente americano ha sostenuto che solo Stati Uniti e Cina sarebbero in grado di recuperare il materiale nucleare iraniano, definito da lui «polvere nucleare», a condizione che Teheran accetti di consegnarlo. «Al 100 per 100 si fermeranno», ha detto riferendosi all’arricchimento dell’uranio. «Non possiamo permettere loro di avere un’arma nucleare perché la userebbero».
Sul fronte iraniano, però, le posizioni restano contrastanti. Il presidente Masoud Pezeshkian continua a sostenere che esiste ancora spazio per il dialogo con Washington e che la Repubblica islamica può negoziare «da una posizione di dignità». Allo stesso tempo però, gli esponenti della linea dura minacciano un’escalation nucleare. Ebrahim Rezaei, portavoce della commissione parlamentare per la sicurezza nazionale, ha dichiarato che Teheran potrebbe arricchire l’uranio fino al 90% in caso di nuovi attacchi. Il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha invece ribadito che Washington deve riconoscere «i diritti del popolo iraniano» contenuti nella risposta di Teheran.
Nel frattempo gli Usa stanno rafforzando la presenza militare nella regione. Il Comando centrale americano ha confermato che il 9 maggio un bombardiere strategico B-1B Lancer ha effettuato una missione operativa verso il Medio Oriente. Il generale Dan Caine, capo di Stato maggiore congiunto Usa, ha cercato di rassicurare il Congresso sostenendo che Washington dispone ancora di munizioni sufficienti nonostante un conflitto che sarebbe già costato circa 29 miliardi di dollari. Funzionari americani hanno però ammesso che gli Stati Uniti hanno dovuto trasferire rapidamente bombe e missili dai comandi in Asia ed Europa verso il Medio Oriente, riducendo la prontezza militare nei confronti di Russia e Cina. Anche Israele continua a rafforzare il dispositivo difensivo regionale. L’ambasciatore americano Mike Huckabee ha dichiarato che Tel Aviv ha trasferito negli Emirati una batteria Iron Dome. Secondo indiscrezioni del Wall Street Journal, gli Emirati avrebbero inoltre partecipato segretamente ad attacchi contro l’Iran, compresa un’operazione aerea contro una raffineria sull’isola iraniana di Lavan. Abu Dhabi non ha confermato le notizie.
Il centro dello scontro resta lo Stretto di Hormuz. Il segretario alla Difesa americano, Pete Hegseth, ha dichiarato al Senato che gli Stati Uniti mantengono il controllo dello Stretto, sostenendo che «nulla vi entra senza il nostro permesso». Il vice comandante della Marina dei pasdaran ha risposto annunciando che l’Iran ha ampliato il controllo strategico dell’area fino alle coste di Jask e Siri, assicurando che ogni movimento viene monitorato. Nelle stesse ore la petroliera qatariota Mihzem ha attraversato lo Stretto dopo essere rimasta bloccata in attesa dell’autorizzazione iraniana. Più delicato il caso della petroliera greca Agios Phanourios. Prima i media iraniani avevano sostenuto che la nave fosse stata respinta dalla Marina americana dopo aver attraversato Hormuz con greggio iracheno. Il Centcom ha confermato di aver bloccato una petroliera per violazione del blocco verso i porti iraniani, precisando che il carico non era petrolio iraniano e che altre navi sono già state intercettate.
In serata il Pakistan ha smentito le accuse di aver ospitato aerei militari iraniani nei propri aeroporti durante i negoziati tra Teheran e Washington, definendo «fuorviante e sensazionalistico» il report della Cbs. Le polemiche sono esplose dopo le dichiarazioni del senatore Lindsey Graham, che ha messo in dubbio l’affidabilità di Islamabad come mediatore: «Non mi fido più del Pakistan. Se davvero ci sono aerei iraniani parcheggiati nelle basi pakistane, questo mi dice che dovremmo cercare qualcun altro come mediatore. Non c’è da stupirsi se questa dannata situazione non va da nessuna parte». Secondo il governo pakistano, gli aerei arrivati nel Paese servivano soltanto al trasporto di diplomatici e personale coinvolto nei colloqui. Infine, la crescente militarizzazione del Golfo coinvolge ormai anche l’Europa. L’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, ha dichiarato che la missione navale europea Aspides potrebbe diventare il contributo europeo alla sicurezza marittima nella regione, chiedendo più navi e maggiore coordinamento tra gli Stati membri.
Continua a leggereRiduci