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2018-07-15
Impedire gli sbarchi alla fine paga: «A Francia e Malta 100 migranti»
Ansa
Italia chiama e l'Europa, stavolta, è costretta a rispondere. E questa volta è un «sì», frutto della linea dura mantenuta dal governo italiano, che ha tenuto il punto sulla chiusura dei porti in assenza di una condivisione dell'onere di accoglienza, principio stabilito nell'ultimo Consiglio europeo e ribadito dall'esecutivo sia al vertice Nato che alla riunione dei ministri dell'Interno Ue.
«Francia e Malta prenderanno rispettivamente 50 dei 450 migranti trasbordati sulle due navi militari. A breve arriveranno anche le adesioni di altri Paesi europei». Giuseppe Conte esulta su Facebook alle 20 e allega al post la lettera inviata ieri ai capi di Stato e di governo e ai membri del Consiglio europeo. «È un risultato importante ottenuto dopo una giornata di scambi telefonici e scritti che ho avuto con tutti i 27 leader europei», ha rivendicato il premier, che chiude il post con queste parole: «Finalmente l'Italia inizia ad essere ascoltata davvero». Mentre Malta, in un primo momento, si era girata ancora una volta dall'altra parte, lasciando i migranti in mare. Donne e bambini che avevano bisogno di cure sono stati accompagnati a Lampedusa a bordo di motovedette della Guardia costiera italiana. «Motivi sanitari», hanno precisato le autorità. Gli altri 450 migranti, completato il trasbordo dal barcone di legno soccorso a largo di Linosa due giorni fa, sono sul pattugliatore Protector, inserito nel dispositivo Frontex, che ne ha presi 176, e sul Monte Sperone della Guardia di finanza, che ne ha tirati su 266. L'altro ieri sera, alla vista di tre motovedette della Guardia costiera e di uno dei pattugliatori della Guardia di finanza, il barcone della speranza si è fermato e alcuni migranti si sono tuffati in acqua. A quel punto è partita l'operazione salvataggio. Ma le due navi non hanno avuto l'autorizzazione a sbarcare fino all'annuncio di Conte. E ora che è arrivato il segnale dall'Europa, anche l'Italia, come scrive il premier nella missiva, prenderà la sua quota di migranti.
Le tre alternative possibili, prima dell'ok Ue, erano queste: suddivisione tra i Paesi europei, ritorno in Libia o permanenza a bordo della navi che, così, si sarebbero trasformate in centri di identificazione ed espulsione su mare.
«In Italia solo con mezzi legali». Altrimenti nisba: non si sbarca. Il ministro dell'Interno Matteo Salvini lo aveva detto subito a chiare lettere al premier nel corso di una telefonata. Il governo, su questo punto, si era mostrato compatto.
Per Salvini nessun porto italiano era a disposizione dei migranti. «Occorre», aveva detto , «un atto di giustizia, rispetto e coraggio per contrastare i trafficanti e stimolare un intervento europeo», insistendo subito sull'opportunità che alle due navi venisse data indicazione di fare rotta nuovamente verso Malta o verso la Libia. E in ogni caso, aveva avvertito il ministro, per il barcone i porti italiani sono chiusi: «Abbiamo già dato, ci siamo capiti?». Stessa linea per il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli: «Malta faccia subito il suo dovere e apra il porto». Una richiesta che si è trasformata poco dopo in una comunicazione ufficiale della Farnesina all'ambasciata maltese a Roma. Ma i maltesi hanno continuato a fare gli gnorri fino a ieri sera. E all'inizio avevano affidato la risposta all'ambasciatore Vanessa Frazier: «Rispettiamo le regole internazionali, come hanno sempre fatto altri Paesi europei». Una non risposta. Un portavoce del governo maltese citato dal quotidiano Times of Malta, invece, aveva detto che quando è stata segnalata la presenza della nave, era a circa 53 miglia nautiche da Lampedusa e a 110 miglia da Malta. Stando alla versione del governo maltese, le persone a bordo, contattate, avrebbero espresso l'intenzione di procedere verso Lampedusa. Ma i carteggi tra i due Stati dicono altro. Nella nota verbale che ricostruisce la dinamica della vicenda inviata dalla Farnesina all'ambasciata maltese a Roma l'area di soccorso era stata individuata a Malta: «Alle ore 04.25 di venerdì 13 luglio, il Maritime rescue coordination center italiano ha ricevuto una segnalazione su un'imbarcazione con circa 450 persone a bordo in area Sar maltese».
Le autorità maltesi hanno poi comunicato l'assunzione del coordinamento delle operazioni di soccorso e l'invio in zona di un aereo che ha individuato l'imbarcazione alla deriva, senza inviare però alcun mezzo di soccorso. Per questo la Farnesina li ha bacchettati, ricordando che il porto di sbarco era da identificare in area maltese. Su questo il governo italiano è stato irremovibile. Anche perché, come dimostrano il successo di ieri con l'Ue e il calo di sbarchi da quando si è insediato il nuovo governo (27.000 in meno rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso), la linea dura paga. E quindi, per Salvini, non era il momento di mostrare debolezze. Da Palazzo Chigi è partita quindi la comunicazione ufficiale ai leader europei per sollecitare l'applicazione dei principi affermati nel corso dell'ultimo Consiglio Europeo. Secondo le attuali regole d'ingaggio delle navi in missione Ue, quali sono quelle di Frontex, non è possibile lo sbarco in Paesi terzi come la Libia. Centri regionali di sbarco in Paesi terzi sono invece una delle opzioni che sta valutando la Commissione Ue dopo il vertice. E alcuni contatti con Paesi stranieri lasciano ben sperare. Nel frattempo toccherà anche a loro prendersi una fetta di migranti.
Fabio Amendolara
Arrestati due scafisti sulla Diciotti
«La Procura di Trapani ha confermato l'arresto di due immigrati sbarcati ieri dalla nave Diciotti per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina». Il vicepremier Matteo Salvini ha dato l'annunciato su Facebook ieri sera, in contemporanea con il premier Giuseppe Conte che dichiarava la disponibilità dei Paesi Ue a prendersi parte dei 450 migranti sul barcone respinto da Malta. È una svolta nella vicenda dei 67 salvati dalla Vos Thalassa, trasferiti su un'unità della Guardia costiera, due dei quali erano stati indagati dalla Procura di Trapani con il sospetto di essere proprio i due scafisti, e - forse - anche i responsabili del tentativo di ammutinamento, ancora tutto da dimostrare.
Intanto ieri è emerso che, da quando l'Italia, con il giro di vite dell'esecutivo gialloblù, ha dichiarato guerra alle Ong e ha chiuso i porti, e da quando le motovedette libiche, con l'assistenza italiana, pattugliano le acque della neonata zona Sar di Tripoli, sulle nostre coste non arrivano più gommoni e zattere improvvisate.
I gommoni usati fino a qualche mese fa, tutti made in Cina, comprati a migliaia con qualche dollaro investito dai trafficanti di carne umana, non sono resistenti. E allora gli scafisti hanno rispolverato i vecchi mezzi. Il barcone di legno che l'altro giorno, dopo essere passato per le acque maltesi, ha puntato l'Italia, secondo il quotidiano Malta Today, infatti, sembra essere un mezzo insolito: peschereccio a due piani, lungo poco più di 20 metri. Un mezzo che i trafficanti di persone sulla rotta libica non usavano da tempo e che forse è stato rispolverato proprio in risposta al blocco dei porti alle Ong, accusate di favorire indirettamente il traffico illegale di esseri umani.
Barche di legno erano già state usate in passato per trasportare migranti dalla Libia. Il più delle volte si trattava di navi sovraffollate e in pessime condizioni. Ma di certo più robuste dei gommoni cinesi usati per arrivare a poche miglia dalla costa di Tripoli, dove simulare un incidente e lanciare un Sos, quasi certi che qualche Ong sarebbe intervenuta.
Scene di questo tipo si sono ripetute a centinaia negli ultimi anni. Fino a quando non si sono mosse le Procure, svelando che c'erano contatti frequenti tra scafisti e volontari di Ong. Che i sistemi di segnalazione delle navi e i transponder venivano spenti. E che con molta probabilità gli accordi per i finti salvataggi venivano presi in anticipo e viaggiavano sui telefoni cellulari con qualche semplice sms. Senza questo giochetto i trafficanti avrebbero dovuto mollare la rotta.
E allora si sono riorganizzati: hanno messo da parte i gommoni da affondare davanti alle navi delle Ong e si sono procurati imbarcazioni più resistenti, con le quali ci sono più probabilità di raggiungere Lampedusa o Malta. In Calabria, ad esempio, l'altro giorno è approdato un veliero proveniente dalla Turchia con 75 curdi. E poi, ancora in Sicilia, a Noto, Siracusa, Vendicari, gli scafisti ucraini e georgiani continuano a fare affari d'oro. Ma in questo caso, come ricostruito più volte dalla Verità, vengono usati anche yacht di lusso o costose barche a vela da 14 metri. Il prezzo del traghettamento, ovviamente, è salato: si parte da 5.000 euro. Ma per i migranti, pur nella tragedia di essere vittime dei trafficanti, le probabilità di morire annegati sono calate significativamente.
Fabio Amendolara
La strategia coordinata passo passo ha lasciato senza parole Mattarella
La compattezza del governo sul fronte immigrazione produce risultati: la Francia e Malta ieri hanno accettato di farsi carico di 50 migranti ciascuno, dei 450 protagonisti dell'ultimo caso. Non solo: l'unità dell'esecutivo è l'antidoto agli interventi del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. L'armonia tra il premier Giuseppe Conte e i ministri, e soprattutto quella tra i ministri stessi, è condizione indispensabile per non soccombere alla «moral suasion» del capo dello Stato. Considerazione basata su quanto accaduto nel caso della Diciotti: quando Mattarella ha telefonato a Conte, tra i vari argomenti utilizzati dal capo dello Stato per convincere il premier a far attraccare la nave c'è stato anche quello del rischio che le polemiche nella maggioranza potessero acuirsi, mettendo a rischio la tenuta stessa dell'esecutivo. Tutti allineati e coperti, dunque: ieri il governo e i massimi esponenti di M5s e Lega hanno accuratamente evitato di lasciarsi andare a distinguo e sfumature sull'argomento, come gli screzi con il ministro della Difesa Elisabetta Trenta.
Del resto, Mattarella, stando a quanto trapela da fonti vicine al Colle, non ha alcuna smania di tornare a occuparsi in prima persona di vicende che sono di esclusiva competenza del governo. La sua attenzione è puntata sul rispetto di alcuni principi: in particolare, quello dell'autonomia della magistratura dal potere esecutivo. Decidere chi ammanettare e chi no, è compito solo e soltanto della magistratura, a meno che ovviamente non ci si trovi di fronte a una flagranza di reato. Mattarella quindi, salvo clamorosi imprevisti, non muoverà un dito rispetto a questa nuova emergenza. Gli altri paletti che il Colle, fin dal momento delle lunghissime consultazioni del dopo-elezioni, ha ripetuto costantemente ai leader della maggioranza, sono il rispetto dei vincoli di bilancio e dei trattati internazionali. Dunque, la telefonata di Mattarella a Conte per «chiedere informazioni sulla Diciotti» resterà la prima e l'ultima.
La strategia messa a punto ieri nel corso della telefonata tra il premier Giuseppe Conte e il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, si è già rivelata vincente e verrà portata fino in fondo senza tentennamenti. Le opzioni per i migranti che si trovano a bordo della nave inglese di Frontex «Protector» (176) e della unità Monte Sperone della Guardia di Finanza (266) erano tre: la redistribuzione immediata dei migranti stessi in collaborazione con altri partner europei (perseguita, con successo); i contatti con Libia per il loro eventuale rientro sulle coste libiche, da dove sono partiti; la permanenza a bordo delle navi dove fare riconoscimenti ed esame delle richieste.
Come sanno benissimo sia Conte che Salvini, la seconda opzione era puramente teorica, e la terza inevitabilmente temporanea. Il vero obiettivo, dunque, è costringere i partner dell'Unione europea a tradurre in fatti concreti le numerose buone intenzioni manifestate nei recenti vertici internazionali. «Sull'immigrazione l'Italia non va lasciata sola!» hanno ripetuto in coro i leader di tutta Europa e i vertici delle istituzioni di Bruxelles nelle ultime settimane. La linea dura di Conte e Salvini ha prodotto già un primo importante risultato: «Francia e Malta», ha annunciato Conte ieri sera, «prenderanno rispettivamente 50 persone dei 450 migranti trasbordati sulle due navi militari. A breve arriveranno anche le adesioni di altri paesi europei. È il primo importante risultato ottenuto oggi, dopo una giornata di scambi telefonici che ho avuto con tutti i 27 leader europei. Ho ricordato loro», ha aggiunto Conte, «la logica e lo spirito di condivisione che sono contenuti nelle conclusioni del consiglio europeo di fine giugno e che prevedono il pieno coinvolgimento di tutti i paesi dell'Ue. È proprio rifacendomi a questi principi, che ho chiesto loro di farsi carico di una parte di questi migranti. Le stesse cose le ho ribadite anche nella lettera che, come annunciato, ho inviato al presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker e al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, sollecitando una attuazione immediata delle conclusioni del Consiglio europeo».
Il Colle può spingere ma non obbligare il capo del governo ad aprire i porti
Porti chiusi: ma da chi? Il dibattito politico in questi giorni torridi sul fronte dell'immigrazione si concentra anche sulla complessa materia delle competenze dei vari ministri, del presidente del Consiglio e del presidente della Repubblica sugli attracchi delle navi nei porti e sugli sbarchi di chi si trova a bordo. Non sono pochi gli interrogativi sollevati da opinionisti e esponenti politici. Iniziamo da quello più attuale: il capo dello Stato, Sergio Mattarella, è rimasto nell'alveo delle sue prerogative istituzionali quando ha telefonato al premier Giuseppe Conte facendo sì che venisse consentito agli immigrati presenti sulla nave Diciotti di sbarcare a Trapani?
Da un punto di vista prettamente istituzionale, in realtà, quello di Mattarella non è stato un intervento vero e proprio. Il presidente della Repubblica, telefonando a Conte, ha esercitato nient'altro che la più classica delle «moral suasion». In sostanza, quello del capo dello Stato è stato un consiglio, un suggerimento, anzi come ha fatto sapere il Quirinale una «richiesta di informazioni». Ovvio: Mattarella, telefonando a Conte, ha fatto valere il proprio peso istituzionale, ma la decisione di fare attraccare la Diciotti è stata una scelta politica dell'esecutivo, non si è trattato di un atto formale del Quirinale.
In questi giorni, molti media hanno sottolineato che il capo dello Stato sarebbe intervenuto in quanto presidente del Consiglio supremo per la politica estera e la difesa, ed in questa veste in qualità di comandante delle Forze armate, poiché la Diciotti è una nave della Marina militare. Nulla di tutto questo: il presidente della Repubblica ha semplicemente fatto una telefonata, non ha convocato il Consiglio supremo, come invece lo stesso Mattarella fece lo scorso 5 ottobre 2017, quando convocò l'organismo mettendo all'ordine del giorno proprio il tema dell'immigrazione. Se Mattarella volesse intervenire formalmente su una vicenda come quella dell'immigrazione, potrebbe farlo attraverso un messaggio alle Camere, non certo con una telefonata.
I poteri e le competenze sul tema degli sbarchi delle navi sono affidati, principalmente, a due ministeri: quello dell'Interno e quello delle Infrastrutture e Trasporti, e non è un caso quindi che Matteo Salvini e Danilo Toninelli siano i protagonisti principali delle vicende di questi giorni. La facoltà di vietare l'accesso alle acque territoriali o ai porti italiani è stabilita dall'articolo 83 del Codice della navigazione, ed è sempre in capo al ministero delle Infrastrutture e dei trasporti. «Il ministro dei Trasporti e della navigazione», recita l'articolo, «può limitare o vietare il transito e la sosta di navi mercantili nel mare territoriale, per motivi di ordine pubblico, di sicurezza della navigazione e, di concerto con il ministro dell'Ambiente, per motivi di protezione dell'ambiente marino, determinando le zone alle quali il divieto si estende». Il primo caso, ovvero il divieto di accesso alle acque territoriali o a un porto italiano per motivi di ordine pubblico, è quello che ci interessa in questo caso, e chiama in causa il ministro dell'Interno. È accaduto alla fine dello scorso giugno per la Oper Arms, nave della Ong catalana Proactiva con 60 immigrati a bordo, quando Salvini scrisse a Toninelli evidenziando problematiche di ordine pubblico che a suo avviso richiedevano di vietare l'accesso ai porti italiani. Toninelli vietò alla Open Arms l'attracco in Italia, «in ragione della nota formale che mi arriva dal ministero dell'Interno e che adduce motivi di ordine pubblico». La nave andò in Spagna.
Per quel che riguarda poi le funzioni della Guardia costiera, il fatto che le Capitanerie di porto e la Guardia costiera stessa siano un corpo della Marina militare non deve indurre in errore facendo pensare che dipendano dal ministero della Difesa. «Il Corpo», si legge infatti sul sito della Marina, «dipende funzionalmente dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per i compiti attribuiti a tale dicastero in materia di navigazione e trasporto marittimo, vigilanza nei porti, demanio marittimo e sicurezza della navigazione. Svolge, altresì, compiti e funzioni nelle materie di competenza dei seguenti dicasteri: dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare; delle Politiche agricole alimentari e forestali; dell'Interno; dei Beni e le attività culturali». Tra le funzioni e le competenze della Guardia costiera ci sono anche la ricerca e soccorso in mare (Search and rescue); la sicurezza della navigazione, con controlli ispettivi sistematici su tutto il naviglio nazionale mercantile, da pesca e da diporto, attività di Port state control, anche sul naviglio mercantile estero che scala nei porti nazionali e attività di maritime security; il controllo dei flussi migratori clandestini, in concorso con il ministro dell'Interno.
I compiti del ministro degli Esteri, nel caso dell'immigrazione, riguarda i contatti con gli altri Stati e governi: ricordiamo che l'altro ieri, quando si è scatenando la nuova bufera per il barcone con 450 immigrati a bordo, è stata la Farnesina a chiarire che «la responsabilità del soccorso al barcone individuato in acque Sar maltesi spetta a Malta e lo sbarco dovrà avvenire in territorio maltese». Il coordinamento tra i ministeri e l'ultima parola nel caso di eventuali differenti valutazioni spetta naturalmente al presidente del Consiglio.
Carlo Tarallo
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Giuseppe Conte annuncia la vittoria italiana: «Anche altri Paesi sono disponibili all'accoglienza». In giornata il governo era stato compatto sui 450 africani salvati: «Gli Stati Ue facciano la propria parte, altrimenti nessuno scende».Arrestati due scafisti sulla Diciotti. La coppia di africani indagata dopo il caso della Vos Thalassa accusata di «favorire l'immigrazione clandestina». Intanto, con la stretta alle Ong, ci sono meno gommoni.La strategia coordinata passo passo ha lasciato senza parole Sergio Mattarella. Il Colle in silenzio e nessuno screzio tra i ministri: la strada scelta è quella giusta.Il Colle può spingere ma non obbligare il capo del governo ad aprire i porti. Mattarella nel caso Diciotti ha chiamato Conte: la decisione dello sbarco è stata politica. Le leggi fissano paletti al Quirinale.Lo speciale contiene quattro articoli.Italia chiama e l'Europa, stavolta, è costretta a rispondere. E questa volta è un «sì», frutto della linea dura mantenuta dal governo italiano, che ha tenuto il punto sulla chiusura dei porti in assenza di una condivisione dell'onere di accoglienza, principio stabilito nell'ultimo Consiglio europeo e ribadito dall'esecutivo sia al vertice Nato che alla riunione dei ministri dell'Interno Ue. «Francia e Malta prenderanno rispettivamente 50 dei 450 migranti trasbordati sulle due navi militari. A breve arriveranno anche le adesioni di altri Paesi europei». Giuseppe Conte esulta su Facebook alle 20 e allega al post la lettera inviata ieri ai capi di Stato e di governo e ai membri del Consiglio europeo. «È un risultato importante ottenuto dopo una giornata di scambi telefonici e scritti che ho avuto con tutti i 27 leader europei», ha rivendicato il premier, che chiude il post con queste parole: «Finalmente l'Italia inizia ad essere ascoltata davvero». Mentre Malta, in un primo momento, si era girata ancora una volta dall'altra parte, lasciando i migranti in mare. Donne e bambini che avevano bisogno di cure sono stati accompagnati a Lampedusa a bordo di motovedette della Guardia costiera italiana. «Motivi sanitari», hanno precisato le autorità. Gli altri 450 migranti, completato il trasbordo dal barcone di legno soccorso a largo di Linosa due giorni fa, sono sul pattugliatore Protector, inserito nel dispositivo Frontex, che ne ha presi 176, e sul Monte Sperone della Guardia di finanza, che ne ha tirati su 266. L'altro ieri sera, alla vista di tre motovedette della Guardia costiera e di uno dei pattugliatori della Guardia di finanza, il barcone della speranza si è fermato e alcuni migranti si sono tuffati in acqua. A quel punto è partita l'operazione salvataggio. Ma le due navi non hanno avuto l'autorizzazione a sbarcare fino all'annuncio di Conte. E ora che è arrivato il segnale dall'Europa, anche l'Italia, come scrive il premier nella missiva, prenderà la sua quota di migranti. Le tre alternative possibili, prima dell'ok Ue, erano queste: suddivisione tra i Paesi europei, ritorno in Libia o permanenza a bordo della navi che, così, si sarebbero trasformate in centri di identificazione ed espulsione su mare.«In Italia solo con mezzi legali». Altrimenti nisba: non si sbarca. Il ministro dell'Interno Matteo Salvini lo aveva detto subito a chiare lettere al premier nel corso di una telefonata. Il governo, su questo punto, si era mostrato compatto. Per Salvini nessun porto italiano era a disposizione dei migranti. «Occorre», aveva detto , «un atto di giustizia, rispetto e coraggio per contrastare i trafficanti e stimolare un intervento europeo», insistendo subito sull'opportunità che alle due navi venisse data indicazione di fare rotta nuovamente verso Malta o verso la Libia. E in ogni caso, aveva avvertito il ministro, per il barcone i porti italiani sono chiusi: «Abbiamo già dato, ci siamo capiti?». Stessa linea per il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli: «Malta faccia subito il suo dovere e apra il porto». Una richiesta che si è trasformata poco dopo in una comunicazione ufficiale della Farnesina all'ambasciata maltese a Roma. Ma i maltesi hanno continuato a fare gli gnorri fino a ieri sera. E all'inizio avevano affidato la risposta all'ambasciatore Vanessa Frazier: «Rispettiamo le regole internazionali, come hanno sempre fatto altri Paesi europei». Una non risposta. Un portavoce del governo maltese citato dal quotidiano Times of Malta, invece, aveva detto che quando è stata segnalata la presenza della nave, era a circa 53 miglia nautiche da Lampedusa e a 110 miglia da Malta. Stando alla versione del governo maltese, le persone a bordo, contattate, avrebbero espresso l'intenzione di procedere verso Lampedusa. Ma i carteggi tra i due Stati dicono altro. Nella nota verbale che ricostruisce la dinamica della vicenda inviata dalla Farnesina all'ambasciata maltese a Roma l'area di soccorso era stata individuata a Malta: «Alle ore 04.25 di venerdì 13 luglio, il Maritime rescue coordination center italiano ha ricevuto una segnalazione su un'imbarcazione con circa 450 persone a bordo in area Sar maltese». Le autorità maltesi hanno poi comunicato l'assunzione del coordinamento delle operazioni di soccorso e l'invio in zona di un aereo che ha individuato l'imbarcazione alla deriva, senza inviare però alcun mezzo di soccorso. Per questo la Farnesina li ha bacchettati, ricordando che il porto di sbarco era da identificare in area maltese. Su questo il governo italiano è stato irremovibile. Anche perché, come dimostrano il successo di ieri con l'Ue e il calo di sbarchi da quando si è insediato il nuovo governo (27.000 in meno rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso), la linea dura paga. E quindi, per Salvini, non era il momento di mostrare debolezze. Da Palazzo Chigi è partita quindi la comunicazione ufficiale ai leader europei per sollecitare l'applicazione dei principi affermati nel corso dell'ultimo Consiglio Europeo. Secondo le attuali regole d'ingaggio delle navi in missione Ue, quali sono quelle di Frontex, non è possibile lo sbarco in Paesi terzi come la Libia. Centri regionali di sbarco in Paesi terzi sono invece una delle opzioni che sta valutando la Commissione Ue dopo il vertice. E alcuni contatti con Paesi stranieri lasciano ben sperare. Nel frattempo toccherà anche a loro prendersi una fetta di migranti.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/impedire-gli-sbarchi-alla-fine-paga-a-francia-e-malta-100-migranti-2586732313.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="arrestati-due-scafisti-sulla-diciotti" data-post-id="2586732313" data-published-at="1780829331" data-use-pagination="False"> Arrestati due scafisti sulla Diciotti «La Procura di Trapani ha confermato l'arresto di due immigrati sbarcati ieri dalla nave Diciotti per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina». Il vicepremier Matteo Salvini ha dato l'annunciato su Facebook ieri sera, in contemporanea con il premier Giuseppe Conte che dichiarava la disponibilità dei Paesi Ue a prendersi parte dei 450 migranti sul barcone respinto da Malta. È una svolta nella vicenda dei 67 salvati dalla Vos Thalassa, trasferiti su un'unità della Guardia costiera, due dei quali erano stati indagati dalla Procura di Trapani con il sospetto di essere proprio i due scafisti, e - forse - anche i responsabili del tentativo di ammutinamento, ancora tutto da dimostrare. Intanto ieri è emerso che, da quando l'Italia, con il giro di vite dell'esecutivo gialloblù, ha dichiarato guerra alle Ong e ha chiuso i porti, e da quando le motovedette libiche, con l'assistenza italiana, pattugliano le acque della neonata zona Sar di Tripoli, sulle nostre coste non arrivano più gommoni e zattere improvvisate. I gommoni usati fino a qualche mese fa, tutti made in Cina, comprati a migliaia con qualche dollaro investito dai trafficanti di carne umana, non sono resistenti. E allora gli scafisti hanno rispolverato i vecchi mezzi. Il barcone di legno che l'altro giorno, dopo essere passato per le acque maltesi, ha puntato l'Italia, secondo il quotidiano Malta Today, infatti, sembra essere un mezzo insolito: peschereccio a due piani, lungo poco più di 20 metri. Un mezzo che i trafficanti di persone sulla rotta libica non usavano da tempo e che forse è stato rispolverato proprio in risposta al blocco dei porti alle Ong, accusate di favorire indirettamente il traffico illegale di esseri umani. Barche di legno erano già state usate in passato per trasportare migranti dalla Libia. Il più delle volte si trattava di navi sovraffollate e in pessime condizioni. Ma di certo più robuste dei gommoni cinesi usati per arrivare a poche miglia dalla costa di Tripoli, dove simulare un incidente e lanciare un Sos, quasi certi che qualche Ong sarebbe intervenuta. Scene di questo tipo si sono ripetute a centinaia negli ultimi anni. Fino a quando non si sono mosse le Procure, svelando che c'erano contatti frequenti tra scafisti e volontari di Ong. Che i sistemi di segnalazione delle navi e i transponder venivano spenti. E che con molta probabilità gli accordi per i finti salvataggi venivano presi in anticipo e viaggiavano sui telefoni cellulari con qualche semplice sms. Senza questo giochetto i trafficanti avrebbero dovuto mollare la rotta. E allora si sono riorganizzati: hanno messo da parte i gommoni da affondare davanti alle navi delle Ong e si sono procurati imbarcazioni più resistenti, con le quali ci sono più probabilità di raggiungere Lampedusa o Malta. In Calabria, ad esempio, l'altro giorno è approdato un veliero proveniente dalla Turchia con 75 curdi. E poi, ancora in Sicilia, a Noto, Siracusa, Vendicari, gli scafisti ucraini e georgiani continuano a fare affari d'oro. Ma in questo caso, come ricostruito più volte dalla Verità, vengono usati anche yacht di lusso o costose barche a vela da 14 metri. Il prezzo del traghettamento, ovviamente, è salato: si parte da 5.000 euro. Ma per i migranti, pur nella tragedia di essere vittime dei trafficanti, le probabilità di morire annegati sono calate significativamente. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/impedire-gli-sbarchi-alla-fine-paga-a-francia-e-malta-100-migranti-2586732313.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-strategia-coordinata-passo-passo-ha-lasciato-senza-parole-mattarella" data-post-id="2586732313" data-published-at="1780829331" data-use-pagination="False"> La strategia coordinata passo passo ha lasciato senza parole Mattarella La compattezza del governo sul fronte immigrazione produce risultati: la Francia e Malta ieri hanno accettato di farsi carico di 50 migranti ciascuno, dei 450 protagonisti dell'ultimo caso. Non solo: l'unità dell'esecutivo è l'antidoto agli interventi del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. L'armonia tra il premier Giuseppe Conte e i ministri, e soprattutto quella tra i ministri stessi, è condizione indispensabile per non soccombere alla «moral suasion» del capo dello Stato. Considerazione basata su quanto accaduto nel caso della Diciotti: quando Mattarella ha telefonato a Conte, tra i vari argomenti utilizzati dal capo dello Stato per convincere il premier a far attraccare la nave c'è stato anche quello del rischio che le polemiche nella maggioranza potessero acuirsi, mettendo a rischio la tenuta stessa dell'esecutivo. Tutti allineati e coperti, dunque: ieri il governo e i massimi esponenti di M5s e Lega hanno accuratamente evitato di lasciarsi andare a distinguo e sfumature sull'argomento, come gli screzi con il ministro della Difesa Elisabetta Trenta. Del resto, Mattarella, stando a quanto trapela da fonti vicine al Colle, non ha alcuna smania di tornare a occuparsi in prima persona di vicende che sono di esclusiva competenza del governo. La sua attenzione è puntata sul rispetto di alcuni principi: in particolare, quello dell'autonomia della magistratura dal potere esecutivo. Decidere chi ammanettare e chi no, è compito solo e soltanto della magistratura, a meno che ovviamente non ci si trovi di fronte a una flagranza di reato. Mattarella quindi, salvo clamorosi imprevisti, non muoverà un dito rispetto a questa nuova emergenza. Gli altri paletti che il Colle, fin dal momento delle lunghissime consultazioni del dopo-elezioni, ha ripetuto costantemente ai leader della maggioranza, sono il rispetto dei vincoli di bilancio e dei trattati internazionali. Dunque, la telefonata di Mattarella a Conte per «chiedere informazioni sulla Diciotti» resterà la prima e l'ultima. La strategia messa a punto ieri nel corso della telefonata tra il premier Giuseppe Conte e il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, si è già rivelata vincente e verrà portata fino in fondo senza tentennamenti. Le opzioni per i migranti che si trovano a bordo della nave inglese di Frontex «Protector» (176) e della unità Monte Sperone della Guardia di Finanza (266) erano tre: la redistribuzione immediata dei migranti stessi in collaborazione con altri partner europei (perseguita, con successo); i contatti con Libia per il loro eventuale rientro sulle coste libiche, da dove sono partiti; la permanenza a bordo delle navi dove fare riconoscimenti ed esame delle richieste. Come sanno benissimo sia Conte che Salvini, la seconda opzione era puramente teorica, e la terza inevitabilmente temporanea. Il vero obiettivo, dunque, è costringere i partner dell'Unione europea a tradurre in fatti concreti le numerose buone intenzioni manifestate nei recenti vertici internazionali. «Sull'immigrazione l'Italia non va lasciata sola!» hanno ripetuto in coro i leader di tutta Europa e i vertici delle istituzioni di Bruxelles nelle ultime settimane. La linea dura di Conte e Salvini ha prodotto già un primo importante risultato: «Francia e Malta», ha annunciato Conte ieri sera, «prenderanno rispettivamente 50 persone dei 450 migranti trasbordati sulle due navi militari. A breve arriveranno anche le adesioni di altri paesi europei. È il primo importante risultato ottenuto oggi, dopo una giornata di scambi telefonici che ho avuto con tutti i 27 leader europei. Ho ricordato loro», ha aggiunto Conte, «la logica e lo spirito di condivisione che sono contenuti nelle conclusioni del consiglio europeo di fine giugno e che prevedono il pieno coinvolgimento di tutti i paesi dell'Ue. È proprio rifacendomi a questi principi, che ho chiesto loro di farsi carico di una parte di questi migranti. Le stesse cose le ho ribadite anche nella lettera che, come annunciato, ho inviato al presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker e al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, sollecitando una attuazione immediata delle conclusioni del Consiglio europeo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/impedire-gli-sbarchi-alla-fine-paga-a-francia-e-malta-100-migranti-2586732313.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-colle-puo-spingere-ma-non-obbligare-il-capo-del-governo-ad-aprire-i-porti" data-post-id="2586732313" data-published-at="1780829331" data-use-pagination="False"> Il Colle può spingere ma non obbligare il capo del governo ad aprire i porti Porti chiusi: ma da chi? Il dibattito politico in questi giorni torridi sul fronte dell'immigrazione si concentra anche sulla complessa materia delle competenze dei vari ministri, del presidente del Consiglio e del presidente della Repubblica sugli attracchi delle navi nei porti e sugli sbarchi di chi si trova a bordo. Non sono pochi gli interrogativi sollevati da opinionisti e esponenti politici. Iniziamo da quello più attuale: il capo dello Stato, Sergio Mattarella, è rimasto nell'alveo delle sue prerogative istituzionali quando ha telefonato al premier Giuseppe Conte facendo sì che venisse consentito agli immigrati presenti sulla nave Diciotti di sbarcare a Trapani? Da un punto di vista prettamente istituzionale, in realtà, quello di Mattarella non è stato un intervento vero e proprio. Il presidente della Repubblica, telefonando a Conte, ha esercitato nient'altro che la più classica delle «moral suasion». In sostanza, quello del capo dello Stato è stato un consiglio, un suggerimento, anzi come ha fatto sapere il Quirinale una «richiesta di informazioni». Ovvio: Mattarella, telefonando a Conte, ha fatto valere il proprio peso istituzionale, ma la decisione di fare attraccare la Diciotti è stata una scelta politica dell'esecutivo, non si è trattato di un atto formale del Quirinale. In questi giorni, molti media hanno sottolineato che il capo dello Stato sarebbe intervenuto in quanto presidente del Consiglio supremo per la politica estera e la difesa, ed in questa veste in qualità di comandante delle Forze armate, poiché la Diciotti è una nave della Marina militare. Nulla di tutto questo: il presidente della Repubblica ha semplicemente fatto una telefonata, non ha convocato il Consiglio supremo, come invece lo stesso Mattarella fece lo scorso 5 ottobre 2017, quando convocò l'organismo mettendo all'ordine del giorno proprio il tema dell'immigrazione. Se Mattarella volesse intervenire formalmente su una vicenda come quella dell'immigrazione, potrebbe farlo attraverso un messaggio alle Camere, non certo con una telefonata. I poteri e le competenze sul tema degli sbarchi delle navi sono affidati, principalmente, a due ministeri: quello dell'Interno e quello delle Infrastrutture e Trasporti, e non è un caso quindi che Matteo Salvini e Danilo Toninelli siano i protagonisti principali delle vicende di questi giorni. La facoltà di vietare l'accesso alle acque territoriali o ai porti italiani è stabilita dall'articolo 83 del Codice della navigazione, ed è sempre in capo al ministero delle Infrastrutture e dei trasporti. «Il ministro dei Trasporti e della navigazione», recita l'articolo, «può limitare o vietare il transito e la sosta di navi mercantili nel mare territoriale, per motivi di ordine pubblico, di sicurezza della navigazione e, di concerto con il ministro dell'Ambiente, per motivi di protezione dell'ambiente marino, determinando le zone alle quali il divieto si estende». Il primo caso, ovvero il divieto di accesso alle acque territoriali o a un porto italiano per motivi di ordine pubblico, è quello che ci interessa in questo caso, e chiama in causa il ministro dell'Interno. È accaduto alla fine dello scorso giugno per la Oper Arms, nave della Ong catalana Proactiva con 60 immigrati a bordo, quando Salvini scrisse a Toninelli evidenziando problematiche di ordine pubblico che a suo avviso richiedevano di vietare l'accesso ai porti italiani. Toninelli vietò alla Open Arms l'attracco in Italia, «in ragione della nota formale che mi arriva dal ministero dell'Interno e che adduce motivi di ordine pubblico». La nave andò in Spagna. Per quel che riguarda poi le funzioni della Guardia costiera, il fatto che le Capitanerie di porto e la Guardia costiera stessa siano un corpo della Marina militare non deve indurre in errore facendo pensare che dipendano dal ministero della Difesa. «Il Corpo», si legge infatti sul sito della Marina, «dipende funzionalmente dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per i compiti attribuiti a tale dicastero in materia di navigazione e trasporto marittimo, vigilanza nei porti, demanio marittimo e sicurezza della navigazione. Svolge, altresì, compiti e funzioni nelle materie di competenza dei seguenti dicasteri: dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare; delle Politiche agricole alimentari e forestali; dell'Interno; dei Beni e le attività culturali». Tra le funzioni e le competenze della Guardia costiera ci sono anche la ricerca e soccorso in mare (Search and rescue); la sicurezza della navigazione, con controlli ispettivi sistematici su tutto il naviglio nazionale mercantile, da pesca e da diporto, attività di Port state control, anche sul naviglio mercantile estero che scala nei porti nazionali e attività di maritime security; il controllo dei flussi migratori clandestini, in concorso con il ministro dell'Interno. I compiti del ministro degli Esteri, nel caso dell'immigrazione, riguarda i contatti con gli altri Stati e governi: ricordiamo che l'altro ieri, quando si è scatenando la nuova bufera per il barcone con 450 immigrati a bordo, è stata la Farnesina a chiarire che «la responsabilità del soccorso al barcone individuato in acque Sar maltesi spetta a Malta e lo sbarco dovrà avvenire in territorio maltese». Il coordinamento tra i ministeri e l'ultima parola nel caso di eventuali differenti valutazioni spetta naturalmente al presidente del Consiglio.Carlo Tarallo
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La vittima, dopo una lite avvenuta circa mezz’ora prima, è stata colpita con coltelli o cocci di bottiglia almeno una trentina di volte. Lo si legge nel decreto di fermo emesso nei confronti di uno degli indagati, un giovane peruviano, dal pm Elio Ramondini che coordina le indagini sul delitto. Il decreto di fermo di indiziato di delitto emesso dalla Procura riguarda anche un secondo indagato, un ventunenne argentino, che al momento risulta irreperibile. Sono in corso le ricerche della polizia per rintracciarlo. Dalle prime informazioni la persona ricercata si troverebbe all’estero. Complessivamente gli indagati identificati sono 8, tutti residenti a Milano o in comuni limitrofi, mentre per le altre 9 persone gli investigatori sono al lavoro per ricostruire la loro identità. Oltre al fermo sono state effettuate anche 7 perquisizioni. Complessivamente gli indagati identificati sono 8, tutti residenti a Milano o in comuni limitrofi, mentre per le altre 9 persone gli investigatori sono al lavoro per ricostruire la loro identità. Oltre al fermo sono state effettuate anche 7 perquisizioni.
Tra gli indagati c’è anche un giovare trapper, che è stato riconosciuto da alcuni testimoni che si trovavano alla stazione Milano Certosa la sera dell’omicidio. Si tratta di Oma Jair Rey Cordova, 20 anni, popolare sui social come Reyomar su Tiktok e Yo-Rey su Instagram oppure come Reystreetbandana con oltre 10.000 follower. Il ragazzo, raccontano i video delle telecamere, è stato ripreso oltre che notato da persone che hanno assistito in parte all’aggressione.
Dopo un diverbio con la vittima, suo fratello e un amico avvenuto alle 21.50 nel sottopasso e fuori dalla stazione, i 17 complici, che si definivano appartenenti ai Latin King, nome che evoca le gang sudamericane che controllano interi pezzi delle periferie degradate delle metropoli americane, avrebbero messo in atto una «azione preordinata dell’intero gruppo», muovendosi «in modo unitario e compatto».
Secondo la ricostruzione della Procura, che come detto contesta la premeditazione, il gruppo degli aggressori, dopo aver rincorso la vittima, il fratello e un amico «urlando in lingua spagnola “fermatevi, figli di puttana, stronzi”», ha iniziato a lanciare «sassi, bottiglie e coltelli» facendo cadere a terra il ventiduenne, sul quale si sono accaniti «accoltellandolo circa una trentina di volte». Successivamente il giovane ucciso sarebbe stato trascinato e scaraventato «nell’intercapedine esistente tra la sponda dei binari ferroviari e la parete di cinta della stazione ferroviaria».
Lo scenario ricostruito dagli inquirenti si basa il larga misura sulla testimonianza del fratello della vittima il quale dal «suo nascondiglio, attratto dalle urla del fratello aggredito, vedeva a pochi metri di distanza che il gruppo aveva raggiunto» Gianluca «facendolo cadere in avanti e circondandolo, colpendolo con pietre, coltelli e cocci di bottiglie, e dopo che si era girato dalla posizione prona a quella supina, attingendolo ulteriormente con fendenti al tronco ed agli arti superiori e inferiori e, alla fine dell’aggressione, trascinandolo per alcuni metri per buttarlo all’interno di una stretta e profonda intercapedine».
Inquirenti e investigatori stanno cercando di far luce sui motivi che hanno scatenato la furia omicida. Il dato da cui partono è il fatto che durante il diverbio tra due gruppi, gli aggressori, come detto, si sarebbero accreditati come componenti dei Latin King. Sulla loro appartenenza alla pandillas sono in corso approfondimenti.
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Il punto è che da anni, sistematicamente, si cerca di mettere in croce quello che Pascal Bruckner ha definito «il colpevole quasi perfetto», ovvero l’uomo bianco. Apprendiamo dai giornali inglesi che la polizia dell’Hampshire e dell’Isola di Wight - cioè quella di cui fanno parte gli agenti che hanno fermando Nowak - ha costretto il personale a seguire corsi di formazione sulla cosiddetta «diversità». Il programma obbligatorio dedicato a «uguaglianza e inclusione» è costato complessivamente 861.737 sterline in tre anni. Vi hanno partecipato 6.250 membri del corpo di polizia dell’Hampshire, che sono stati allenati a a riconoscere il razzismo, a combattere i pregiudizi (compresi quelli «inconsci») e a riconoscere i «privilegi» in base alla nota «teoria critica della razza». Questo è esattamente il problema: le idee infettive sulla colpevolezza occidentale, sul «razzismo sistemico» e il «privilegio bianco» vengono alimentate da decenni e negli ultimi anni hanno raggiunto un livello micidiale di diffusione. All’inizio erano presenti soltanto nelle università, poi ne sono strisciate fuori e hanno invaso i media, l’industria dell’intrattenimento, i social network, le strutture pubbliche. E si potrebbe pensare che queste storture siano soltanto statunitensi e anglosassoni, ma non è esattamente così. È certamente vero che in Italia il fenomeno woke non ha attecchito come altrove. Ma comunque è arrivato e si è saldato con la già nota e antica pretesa di superiorità morale e antropologica della sinistra, oltre che all’atavica ossessione per il «fascismo eterno». In più, negli ambienti accademici e a livello mediatico, anche le temibili teorie critiche della razza si manifestano da un po’ e contagiano anche il discorso progressista dominante sui social network.
Un piccolo ma efficace esempio lo offre in questi giorni la prestigiosa Fondazione Feltrinelli, tempietto della cultura progressista, tramite la newsletter Pubblico, una rivista online che ospita interventi di intellettuali anche molto noti. L’ultimo numero è dedicato proprio al razzismo e l’editoriale sul tema è affidato a Djarah Kan, scrittrice italo-ghanese, nata in Italia e cresciuta a Castel Volturno (terra nota per le tensioni feroci anche a sfondo etnico). Ebbene, la tesi dell’autrice in questione è che «siamo ancora razzisti». Lo siamo noi italiani, e lo dimostra il fatto che a Taranto è stato ucciso da un gruppo di adolescenti italiani l’operaio agricolo straniero Bakary Sako. Chiaro: in questo caso non valgono le spiegazioni sociologiche sul disagio, l’adolescenza problematica e il malessere sociale. Qui è chiaramente razzismo, perché appunto gli aggressori sono bianchi. E va bene. Il problema vero sorge quando la Kan si mette a parlare di Salim El Koudry, lo stragista di Modena. «L’aggressore è italiano ma le sue origini contano - forse - più delle sue azioni scellerate», spiega la scrittrice. «L’idea che uno “straniero” commetta crimini esiste già a monte. Ha solo bisogno di scendere a valle, tra la rabbia della gente che vede nella presenza degli stranieri la principale minaccia alla sicurezza pubblica». La responsabilità dell’omicidio di Taranto di chi è? Forse di un gruppo di giovani criminali razzisti? No, di tutta la destra, di tutti gli italiani. Quell’atto omicida deriva «da anni di dichiarazioni pubbliche in cui si è parlato liberamente di bombardare i barconi, di affondarli con il loro carico umano ancora a bordo, di disfarsi di persone ridotte allo stato di “risorse”, di sostituzione etnica e invasioni. [...] Quelle parole, in qualche modo, hanno contribuito a creare un clima. E che quel clima ha lasciato tracce ben oltre i confini del dibattito politico». A parte che a definire gli immigrati risorse non è certo stata la destra, è curioso notare come la responsabilità di un omicidio venga attribuita al contesto soltanto se serve a dimostrare la crudeltà degli italiani bianchi. Sul caso di Modena, ovviamente, il contesto non si può richiamare. Il problema è uno e uno soltanto: la pelle bianca. «Il razzismo, a oggi, è uno dei più efficaci strumenti di controllo dell’opinione pubblica», dice Kan. «Chi lo interiorizza si sente sveglio, lucido, emancipato. Non percepisce di stare obbedendo a una narrazione costruita da altri. Percepisce di stare seguendo il proprio istinto, il proprio buon senso, la propria lettura onesta di una realtà scevra da buonismi e ipocrisie. La bianchezza è il contenitore dentro cui tutto questo prende forma: l’identità che giustifica la paura, che trasforma il pregiudizio in appartenenza, che fa sentire chi odia come se stesse difendendo qualcosa, lavora dentro le viscere di chi ha sempre considerato la propria bianchezza come un fatto dato, naturale, e non politico».
Ed eccoci finalmente al nodo centrale: la bianchezza. Causa di ogni male, ricettacolo di ogni orrore. Gli stranieri che commettono omicidi, stupri e reati non contano: anzi anche loro sono vittime in qualche modo del razzismo sistemico. Si comincia così, dalla critica della bianchezza. E si finisce a lasciare morire un ragazzo bianco che sputa sangue proprio perché, in quanto bianco, è da considerarsi esponente del male assoluto.
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Ingredienti – 450 gr di ciliegie denocciolate (considerate circa 6 etti), 110 grammi di farina 00, 75 gr di fecola di patate, 90 gr di burro fuso, 1 bacca di vaniglia, 1 arancia non trattata, 170 gr di zucchero semolato, 3 uova di generose dimensioni, mezza bustina di lievito per dolci, un cucchiaino di sale.
Procedimento – Per prima cosa lavate e poi dividete a metà le ciliegie una ad una privandole del nocciolo. Qui ci vuole un po’ di pazienza! Ora nella planetaria o se volete in una ciotola molto capiente sbattete a bianco le uova con lo zucchero di cui terrete da parte un paio di cucchiai. Setacciate le polveri (farina, fecola, lievito) e miscelatele. Quando le uova sono ben montate aggiungete le polveri, la bacca di vaniglia che avrete diviso per la lunghezza estraendone polpa e semi che sono quelli che danno l’aroma e vanno aggiunti all’impasto, e alla fine fate cadere sempre girando nell’impasto a filo il burro fuso. Ora in una tortiera a cerniera mettete sul fondo facendolo risalire sui bordi un disco di carta forno. Polverizzate di zucchero. Sistemate con la calotta rivolta verso il basso le ciliegie sul fondo della tortiera in modo da ricoprirlo come fosse un mosaico. Il resto delle ciliegie versatelo nell’impasto, amalgamate bene aggiungendo la buccia dell’arancia grattugiata. Ora fate cadere delicatamente l’impasto nella tortiera e passate in forno pre-riscaldato a circa 190 gradi per 40/45 minuti. Sfornate e rigirate la torna in modo che si vedano le ciliegie he avevamo messo sul fondo. Se volete il massimo della golosità servite la torta che farete intiepidire con una pallina di gelato alla vaniglia.
Come far divertire i bambini – Fate sistemare a loro le ciliegie sul fondo della tortiera, se sono grandicelli dite loro di aiutarvi a denocciolare i frutti.
Abbinamento – Per competenza geografica visto che la Puglia e l’Emilia-Romagna hanno ciliegie favolose abbiamo scelto il raro Moscato di Trani o l’Albana passita.
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