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2018-08-22
Il video: crollo dal lato dei tiranti «malati»
Ansa
Eccolo, il video chiave dell'inchiesta sul crollo del ponte Morandi di Genova: è stato girato da una telecamera di sicurezza della Ferrometal, un'azienda che da oltre mezzo secolo opera nel settore del recupero e commercio di rottami metallici ed è stata investita dalle macerie del viadotto crollato. La superficie dell'azienda, 10.000 metri quadrati che ora in parte sono ingombri di macerie, appartiene alla San Giorgio Seigen, la sua capogruppo. Dalla sua casa di piazza Rossetti alla Foce, un quartiere elegante di Genova a pochi metri dalla Fiera, dove sabato scorso si sono svolti i funerali di Stato, Giovanni Cassano, uno dei tre soci dell'azienda, è un uomo apparentemente a pezzi: «Guardi, non ho intenzione di parlare con la stampa. Tanto è andato tutto distrutto».
Non proprio tutto, in realtà: la telecamera di sicurezza, nella sventura, sembra abbia fatto il suo dovere. L'occhio elettronico si trovava proprio sotto il viadotto, ma un poco più a valle, verso il mare. Il suo occhio era rivolto verso nord-est. L'inquadratura del video, quindi, è obliqua e con una certa inclinazione punta dal basso verso l'alto.
La registrazione degli istanti immediatamente precedenti al crollo, avvenuto alle 11.37 di martedì 14 agosto, ha già permesso a inquirenti e consulenti di osservare da distanza ravvicinata quanto è successo nei tre secondi della tragedia. Secondo quanto risulta alla Verità, a cedere sarebbero stati i due tiranti del pilone numero 9, quelli sul lato verso il mare, seguiti immediatamente dopo dai tiranti dell'altra parte. La sede stradale, invece, collassa insieme a stralli e pilone, ma non mostra cedimenti strutturali.
Gli inquirenti avrebbero dunque in mano un indizio importante per stabilire che a crollare per primi siano stati i tiranti «malati», quelli per i quali era stata infatti prevista una ristrutturazione e bandita una gara nel maggio scorso. Anche se poi, inspiegabilmente, si era deciso di rimandare tutto a settembre.
Viene confermata anche la versione della prima testimone oculare del disastro, Valentina Galbusera, che è medico dell'ospedale Villa Scassi e oggi è viva per miracolo: «Ero in macchina, da sola, stavo andando a lavorare», ha raccontato, «ed ero arrivata sul ponte, circa 600 metri dopo la galleria. Eravamo tutti in coda. Poi tutto è cominciato. Ho visto chiaramente i tiranti del ponte cedere, davanti a me». Un tentativo, vano, di retromarcia; quindi la fuga a piedi. «Ho cominciato a correre. Poi ho sentito che dietro di me la struttura del ponte cominciava a tremare. L'effetto era quello di un terremoto».
A puntare per primo il dito sugli stralli era stato, il giorno stesso del crollo, Antonio Brencich, l'ingegnere e docente all'Università di Genova che già nel 2016 aveva sollevato dubbi sulla tenuta del ponte Morandi: «Nel 1992», aveva detto Brencich, «il viadotto aveva 25 anni, e quindi era giovanissimo. Ma i quattro stralli della campata di Est erano così corrosi che era stato necessario affiancarli con cavi d'acciaio: un indice che già a quel tempo era stato rilevato un degrado tale da provare a correre ai ripari».
Da allora, e per 25 lunghi anni, l'asimmetria degli stralli del ponte è stata un monito che incredibilmente è rimasto inascoltato e disatteso: oggi, con il senno di poi, ci si chiede com'è stato possibile che nel 1992-93 fosse stato necessario rafforzare gli stralli di ponente della struttura, infragiliti dall'erosione, mentre per il successivo quarto di secolo nulla abbia spinto tecnici e amministratori a intervenire sugli altri tiranti del viadotto?
Le stesse preoccupazioni, peraltro, erano emerse nella relazione del Politecnico di Milano, consegnata nell'ottobre 2017 ad Autostrade per l'Italia, dove si stimava che i tiranti dei piloni 9 (quello caduto) e 10, in base al progetto di Riccardo Morandi affogati nel calcestruzzo e quindi non visibili a occhio nudo, fossero da considerarsi corrosi al 10-20%.
Un'altra ipotesi che si sta sempre più rafforzando, da due giorni a questa parte, è quella che si basa sull'osservazione del filmato di un'altra telecamera: pochi attimi prima del momento del crollo, infatti, si vedono due tir che avanzano affiancati proprio nel punto crollato. Il peso complessivo dei due grossi automezzi, diverse tonnellate, potrebbe avere insomma inferto la mazzata finale a uno dei due stralli usurati. Forse a tutti e due.
Gli inquirenti genovesi in queste ore discutono con i consulenti, e i loro ragionamenti vanno tutti nella stessa direzione: quasi sicuramente sarebbe stato necessario, quanto meno, ridurre il traffico sul ponte, magari deviando proprio i tir.
Gli investigatori stanno cercando di identificare tutti i protagonisti della vicenda, con ruoli e incarichi. Ma, per chi investiga, è abbastanza evidente che la responsabilità prevalente sia in capo alla Società autostrade.
Per ora non sono ancora state fatte iscrizioni sul registro degli indagati, ma queste dovrebbero arrivare non oltre i primi giorni di settembre. Gli accertamenti si stanno concentrando sulla figura di Stefano Marigliani, il direttore di quel tronco della A 10, cioè il manager sul cui tavolo lo scorso ottobre era arrivato lo studio del Politecnico che denunciava il degrado dei tiranti e che, ragionevolmente, era il responsabile di monitoraggi e interventi. Nella concatenazione dei passaggi burocratici collegati a quell'allarme, andranno però individuati tutti i responsabili che avevano un potere decisionale sulla ristrutturazione e anche sull'eventuale interruzione del traffico.
Gli inquirenti dovranno anche ricostruire l'organizzazione interna di Autostrade, per capire chi oltre a Marigliani avesse il potere decisionale, anche all'interno del consiglio d'amministrazione. E sarà fondamentale verificare a chi fossero delegate le funzioni di vigilanza. A quel punto, i personaggi chiave verranno chiamati a testimoniare e molto probabilmente inizierà lo scaricabarile: gli investigatori, per lo meno, se lo aspettano. Anche perché la fragilità degli stralli era problema noto a molti. Si poteva fare altro, oltre a bandire la gara? E a chi spettava l'ultima decisione?
Oltre all’inchiesta penale arriva pure una class action statunitense
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La telecamera della Ferrometal, posizionata sotto il ponte, avrebbe inquadrato il momento della rottura quasi in contemporanea degli stralli del pilone 9, oggetto dell'allarme del Politecnico. I pm ora vogliono sapere chi decideva davvero sul quel tratto di A10.Lo studio Bronstein, Gewirtz & Grossman di New York, noto per la competenza (e per l'aggressività), ha annunciato l'azione collettiva a favore degli azionisti di Atlantia danneggiati dal crollo in Borsa.Dal cda di Autostrade via libera ai fondi per le famiglie. Oggi si riunisce Atlantia.Lo speciale contiene tre articoli.Eccolo, il video chiave dell'inchiesta sul crollo del ponte Morandi di Genova: è stato girato da una telecamera di sicurezza della Ferrometal, un'azienda che da oltre mezzo secolo opera nel settore del recupero e commercio di rottami metallici ed è stata investita dalle macerie del viadotto crollato. La superficie dell'azienda, 10.000 metri quadrati che ora in parte sono ingombri di macerie, appartiene alla San Giorgio Seigen, la sua capogruppo. Dalla sua casa di piazza Rossetti alla Foce, un quartiere elegante di Genova a pochi metri dalla Fiera, dove sabato scorso si sono svolti i funerali di Stato, Giovanni Cassano, uno dei tre soci dell'azienda, è un uomo apparentemente a pezzi: «Guardi, non ho intenzione di parlare con la stampa. Tanto è andato tutto distrutto». Non proprio tutto, in realtà: la telecamera di sicurezza, nella sventura, sembra abbia fatto il suo dovere. L'occhio elettronico si trovava proprio sotto il viadotto, ma un poco più a valle, verso il mare. Il suo occhio era rivolto verso nord-est. L'inquadratura del video, quindi, è obliqua e con una certa inclinazione punta dal basso verso l'alto.La registrazione degli istanti immediatamente precedenti al crollo, avvenuto alle 11.37 di martedì 14 agosto, ha già permesso a inquirenti e consulenti di osservare da distanza ravvicinata quanto è successo nei tre secondi della tragedia. Secondo quanto risulta alla Verità, a cedere sarebbero stati i due tiranti del pilone numero 9, quelli sul lato verso il mare, seguiti immediatamente dopo dai tiranti dell'altra parte. La sede stradale, invece, collassa insieme a stralli e pilone, ma non mostra cedimenti strutturali. Gli inquirenti avrebbero dunque in mano un indizio importante per stabilire che a crollare per primi siano stati i tiranti «malati», quelli per i quali era stata infatti prevista una ristrutturazione e bandita una gara nel maggio scorso. Anche se poi, inspiegabilmente, si era deciso di rimandare tutto a settembre. Viene confermata anche la versione della prima testimone oculare del disastro, Valentina Galbusera, che è medico dell'ospedale Villa Scassi e oggi è viva per miracolo: «Ero in macchina, da sola, stavo andando a lavorare», ha raccontato, «ed ero arrivata sul ponte, circa 600 metri dopo la galleria. Eravamo tutti in coda. Poi tutto è cominciato. Ho visto chiaramente i tiranti del ponte cedere, davanti a me». Un tentativo, vano, di retromarcia; quindi la fuga a piedi. «Ho cominciato a correre. Poi ho sentito che dietro di me la struttura del ponte cominciava a tremare. L'effetto era quello di un terremoto».A puntare per primo il dito sugli stralli era stato, il giorno stesso del crollo, Antonio Brencich, l'ingegnere e docente all'Università di Genova che già nel 2016 aveva sollevato dubbi sulla tenuta del ponte Morandi: «Nel 1992», aveva detto Brencich, «il viadotto aveva 25 anni, e quindi era giovanissimo. Ma i quattro stralli della campata di Est erano così corrosi che era stato necessario affiancarli con cavi d'acciaio: un indice che già a quel tempo era stato rilevato un degrado tale da provare a correre ai ripari». Da allora, e per 25 lunghi anni, l'asimmetria degli stralli del ponte è stata un monito che incredibilmente è rimasto inascoltato e disatteso: oggi, con il senno di poi, ci si chiede com'è stato possibile che nel 1992-93 fosse stato necessario rafforzare gli stralli di ponente della struttura, infragiliti dall'erosione, mentre per il successivo quarto di secolo nulla abbia spinto tecnici e amministratori a intervenire sugli altri tiranti del viadotto?Le stesse preoccupazioni, peraltro, erano emerse nella relazione del Politecnico di Milano, consegnata nell'ottobre 2017 ad Autostrade per l'Italia, dove si stimava che i tiranti dei piloni 9 (quello caduto) e 10, in base al progetto di Riccardo Morandi affogati nel calcestruzzo e quindi non visibili a occhio nudo, fossero da considerarsi corrosi al 10-20%. Un'altra ipotesi che si sta sempre più rafforzando, da due giorni a questa parte, è quella che si basa sull'osservazione del filmato di un'altra telecamera: pochi attimi prima del momento del crollo, infatti, si vedono due tir che avanzano affiancati proprio nel punto crollato. Il peso complessivo dei due grossi automezzi, diverse tonnellate, potrebbe avere insomma inferto la mazzata finale a uno dei due stralli usurati. Forse a tutti e due.Gli inquirenti genovesi in queste ore discutono con i consulenti, e i loro ragionamenti vanno tutti nella stessa direzione: quasi sicuramente sarebbe stato necessario, quanto meno, ridurre il traffico sul ponte, magari deviando proprio i tir. Gli investigatori stanno cercando di identificare tutti i protagonisti della vicenda, con ruoli e incarichi. Ma, per chi investiga, è abbastanza evidente che la responsabilità prevalente sia in capo alla Società autostrade. Per ora non sono ancora state fatte iscrizioni sul registro degli indagati, ma queste dovrebbero arrivare non oltre i primi giorni di settembre. Gli accertamenti si stanno concentrando sulla figura di Stefano Marigliani, il direttore di quel tronco della A 10, cioè il manager sul cui tavolo lo scorso ottobre era arrivato lo studio del Politecnico che denunciava il degrado dei tiranti e che, ragionevolmente, era il responsabile di monitoraggi e interventi. Nella concatenazione dei passaggi burocratici collegati a quell'allarme, andranno però individuati tutti i responsabili che avevano un potere decisionale sulla ristrutturazione e anche sull'eventuale interruzione del traffico. Gli inquirenti dovranno anche ricostruire l'organizzazione interna di Autostrade, per capire chi oltre a Marigliani avesse il potere decisionale, anche all'interno del consiglio d'amministrazione. E sarà fondamentale verificare a chi fossero delegate le funzioni di vigilanza. A quel punto, i personaggi chiave verranno chiamati a testimoniare e molto probabilmente inizierà lo scaricabarile: gli investigatori, per lo meno, se lo aspettano. Anche perché la fragilità degli stralli era problema noto a molti. Si poteva fare altro, oltre a bandire la gara? E a chi spettava l'ultima decisione? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-video-crollo-dal-lato-dei-tiranti-malati-2597877558.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="oltre-allinchiesta-penale-arriva-pure-una-class-action-statunitense" data-post-id="2597877558" data-published-at="1779523755" data-use-pagination="False"> Oltre all’inchiesta penale arriva pure una class action statunitense L'inchiesta penale per il crollo del ponte Morandi e per i suoi 43 morti, sicuramente è insidiosa. Le richieste di risarcimento in sede civile, prevedibilmente, saranno pesanti. La concessione miliardaria scricchiola. Ma ora Atlantia, la società dei Benetton che controlla Autostrade per l'Italia, rischia anche la class action, cioè un'azione legale collettiva. E non soltanto in Italia, dove per ora si sono fatte sentire alcune organizzazioni di consumatori (a partire da l'associazione Codici), però negli ultimi anni le class action non sono mai veramente decollate. Bensì negli Stati Uniti, dove la legge invece è molto più efficace e la giustizia è tradizionalmente più sensibile agli interessi di consumatori e piccoli azionisti, e per questo spesso condanna a sanzioni molto punitive. Per tutelare gli azionisti americani di Atlantia, ieri, si è proposto un vero colosso del ramo: lo studio legale newyorkese Bronstein, Gewirtz & Grossman. Lo studio, che ha sede nel cuore di Manhattan, a due passi da Grand Station, è famoso proprio per l'aggressività delle sue azioni legali, che ha promosso e vinto negli ultimi anni in diversi settori: dalla sicurezza ambientale alla salute. Ma è forte soprattutto nelle class action in campo finanziario. Bronstein, Gewirtz & Grossman ieri ha annunciato di essere «impegnato nell'esame di potenziali rivendicazioni per conto di chi detenga azioni di Atlantia» negli Stati Uniti. Con un secco comunicato online, lo studio ha invitato anche «chiunque sia a conoscenza di fatti relativi all'indagine sulla caduta del ponte» a contattare i suoi professionisti, con tanto di nomi, numero di telefono e indirizzo email. L'obiettivo degli avvocati newyorkesi è tutelare quanti oggi da quella parte dell'Atlantico si sentano defraudati dalle perdite borsistiche del titolo Atlantia, subite come risultato del crollo genovese, dell'inchiesta, della multa di 150 milioni annunciata dal governo, e del pericolo di una rottura del contratto di concessione. Soltanto il 16 agosto, sottolinea Bronstein, Gewirtz & Grossman, la quotazione di Atlantia è scesa del 13,7%. In realtà, Atlantia non è quotata direttamente a Wall street, ma vi viene trattata attraverso gli Adr (American depositary receipt), uno strumento finanziario che consente a compagnie non americane di accedere a quel mercato e di emettere titoli in dollari grazie all'intervento di banche intermediarie. Ieri, intanto, si è riunito il consiglio d'amministrazione di Autostrade per l'Italia e il piano che ne è uscito è, sostanzialmente, lo stesso che era stato preannunziato dai suoi vertici nella difficile conferenza stampa di sabato scorso. La società ha ripetuto che sarà varato «un piano da mezzo miliardo di euro, finanziato con mezzi propri», accogliendo le proposte del suo presidente Fabio Cerchiai e dell'amministratore delegato, Giovanni Castellucci. Sono state varate anche «iniziative a supporto delle famiglie colpite dalla tragedia, per la ricostruzione del ponte, per la viabilità di Genova e per la sospensione del pedaggio su alcune tratte». Il viadotto, ha confermato Autostrade, potrà essere ricostruito in otto mesi «a decorrere dall'ottenimento delle necessarie autorizzazioni» Quanto alla minaccia di una revoca delle concessioni, ripetuta più volte dal governo, il consiglio d'amministrazione ha fatto sapere di aver preso atto «della lettera di contestazioni ricevuta dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti» e che lo stesso consiglio «verrà riconvocato in tempo utile per fornire e deliberare un adeguato riscontro alle stesse». La lettera del ministero è del 16 agosto ed è stata ricevuta il 20 da Aspi: da quel giorno scattano i 15 giorni necessari per la risposta. Per questo un nuovo cda è previsto molto a breve. Assediata dalle polemiche sulle presunte responsabilità per il crollo del ponte, Aspi ha anche voluto anche ricordare alcuni dati sulla sicurezza stradale delle tratte che le sono state affidate, circa 3.000 chilometri. Prima della privatizzazione, secondo i calcoli dell'azienda, «le risorse destinate alla sicurezza erano drammaticamente inferiori, ma con l'attuale gestione abbiamo raggiunto il risultato di fare diminuire drasticamente le vittime degli incidenti registrati sulle tratte autostradali da noi gestite: dalle 420 vittime nel 1999, ultimo anno di gestione pubblica, alle 119 nel 2017». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-video-crollo-dal-lato-dei-tiranti-malati-2597877558.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-gruppo-sgancia-i-primi-500-milioni-e-promette-un-morandi-in-acciaio" data-post-id="2597877558" data-published-at="1779523755" data-use-pagination="False"> Il gruppo sgancia i primi 500 milioni E promette un Morandi in acciaio Due fondi a favore delle famiglie delle vittime e degli sfollati e 500 milioni da utilizzare per risolvere il prima possibile tutti i problemi legati al crollo del ponte Morandi a Genova. Oltre a un piano per la ricostruzione del ponte in tempi brevi e lo studio di una viabilità alternativa il meno difficoltosa possibile per gli abitanti del capoluogo ligure. Sono questi i punti salienti discussi nel cda straordinario di Autostrade per l'Italia che si è tenuto ieri e che ha preceduto quello della capogruppo Atlantia che si terrà oggi. Nel corso del cda di ieri (in cui si è osservato un minuto di silenzio in ricordo delle vittime), si legge in una nota diffusa dalla società, sono stati ascoltati i responsabili tecnici in merito alle attività svolte da Autostrade per l'Italia sin dai primi minuti dal crollo con i mezzi e il personale disponibile. Come spiega l'azienda concessionaria della galassia Benetton, più di 150 uomini e mezzi hanno collaborato con le istituzioni locali, Protezione Civile, Vigili del Fuoco e forze di Polizia nelle ore successive al disastro. Come primo passo concreto e come già annunciato durante la prima conferenza stampa di Autostrade dopo il crollo, «in attesa degli esiti degli accertamenti in corso», il consiglio ha deciso di stanziare con mezzi propri circa 500 milioni di euro per portare a termine una prima lista di iniziative. Nel dettaglio, il cda ha voluto assicurare immediato supporto alle famiglie colpite dalla tragedia. Autostrade per l'Italia ha così risposto all'appello lanciato sulla piattaforma social Change.org, istituendo un nuovo fondo per soddisfare le prime esigenze delle famiglie colpite dalla tragedia e i bisogni degli sfollati. Le richieste sono raccolte presso i due «Point» istituiti insieme al Comune all'interno del centro civico Buranello e presso la scuola Caffaro, nonché attraverso una mail dedicata. Inoltre, la società autostradale ha proposto al Comune di Genova di creare un fondo sociale di alcuni milioni di euro - che verrebbe gestito dall'azienda stessa - da destinare in aiuto alle famiglie delle vittime, indipendentemente da eventuali indennizzi o risarcimenti futuri. Si è poi parlato della futura ricostruzione del ponte. Su questo fronte, si legge ancora nella nota, Autostrade per l'Italia ha reso noto che sta proseguendo le attività di progettazione per riattivare il ponte Morandi. Il progetto prevede la demolizione delle attuali strutture rimaste del ponte sul Polcevera e la ricostruzione del ponte in acciaio secondo le più moderne tecnologie a oggi disponibili in un periodo stimato di 8 mesi, «a decorrere dall'ottenimento delle necessarie autorizzazioni». Un tempo veramente breve che vedrebbe il nuovo ponte pronto per la primavera 2019. C'è poi il tema della viabilità. Per quanto riguarda l'accesso a Genova, la società ha studiato insieme al Comune alcuni interventi urgenti per il ripristino della viabilità e l'attivazione di percorsi alternativi. In particolare, lo staf dell'ad Giovanni Castellucci ha studiato un asse viario sul lato destro del torrente Polcevera, una rotonda per facilitare l'ingresso al porto, la messa in sicurezza di un viadotto di proprietà demaniale di accesso al casello di Genova Aeroporto e un percorso riservato ai mezzi pesanti sulle aree Ilva. Per quest'ultimo intervento sono già iniziate le operazioni. Ultimo punto preso in esame è stato quello della sospensione del pedaggio. Il pagamento lungo la rete genovese dell'A10, evidenzia l'azienda, «è stato sospeso con effetto retroattivo a partire dal 14 agosto e lo sarà fino alla completa ricostruzione del ponte sul Polcevera». Infine, continua la nota, preso atto della lettera di contestazioni ricevuta dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, un nuovo cda verrà riconvocato in tempo utile per rispondere alle critiche del ministro Danilo Toninelli. Su questo fronte, la battaglia si annuncia serratissima.
Matteo Salvini (Ansa)
Per due giorni, a giugno, la Lega proverà a fare quello che le squadre di calcio in crisi fanno quando la classifica comincia a far paura: chiudersi in ritiro. Matteo Salvini ha convocato per il 19 e 20 giugno il consiglio federale, i ministri, i governatori, i capigruppo, gli amministratori e i segretari regionali. Una «due giorni di incontri, proposte e programmi». La sede non è stata decisa (Luca Zaia ha già annunciato che non ci sarà), ma dovrebbe essere in Veneto, a pochi giorni di distanza dall’assemblea costituente di Futuro nazionale di Roberto Vannacci (che poi proseguirà con i congressi regionali). Magari a Verona, dove il 25 maggio il generale inaugurerà una nuova sede del suo partito. Il messaggio politico è chiaro: il Carroccio deve serrare le fila prima che la stagione entri nella fase più delicata. Il 2027 si preannuncia denso di appuntamenti elettorali decisivi per il futuro di via Bellerio.
Salvini è milanista e conosce bene la grammatica dei ritiri. Con Massimiliano Allegri, al Milan, si può giocare male ma restare in partita è imperativo. Il punto è che il Carroccio continua a osservare la crescita, sulla destra, di un avversario che conosce bene lo spogliatoio leghista. Il nome è quello di Vannacci. L’ex generale è diventato un problema elettorale. Swg per il tg di La7 colloca la Lega al 6% e Futuro nazionale al 4,1%. Ipsos/Pagnoncelli, sul Corriere, è ancora più severo: Lega al 5,8%, Vannacci al 4,1%. Meno di due punti di distanza.
Dopo le chiusure a possibili alleanze da parte di Massimiliano Romeo, Roberto Occhiuto e Letizia Moratti, Vannacci ha risposto sui social con una frase che suona come un avvertimento: «Poi non si venga a dare la colpa» a me «se questo centrodestra sbiadito, timido, tentennante e moderato finirà per perdere consensi ed elezioni». È una minaccia preventiva: se il centrodestra perde, la colpa non sarà di chi rompe, ma di chi non ha avuto il coraggio di inseguirlo.
Il caso di Laura Ravetto ha reso il problema visibile. La deputata ha lasciato la Lega per aderire a Futuro nazionale. Per un partito abituato a perdere amministratori verso Fdi, vedere una parlamentare passare direttamente al nuovo concorrente di destra è un segnale diverso. Non c’è più solo Meloni a drenare consensi.
La linea ufficiale resta la compattezza. Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, respinge l’idea di nuovi «campi larghi» a destra costruiti inseguendo i sondaggi. «Il centrodestra è rodato da anni», dice. «Non si fanno campi larghi soltanto perché può essere indicato favorevole o no in un determinato momento dai vari sondaggi». In fin dei conti la Lega si ritrova con tre grossi problemi da risolvere. Il primo è nazionale: dimostrare di essere ancora indispensabile nel centrodestra. L’altro identitario: impedire che l’elettore più arrabbiato trovi in Vannacci un’offerta più chiara. L’ultimo territoriale: difendere il Nord dall’avanzata di Fdi.
Le elezioni comunali di Milano sono il primo banco di prova. Il centrodestra non ha ancora un candidato per il dopo Beppe Sala. Il nome di Maurizio Lupi circola, ma non decolla. Salvini preferisce un profilo civico. Samuele Piscina, segretario milanese del Carroccio, è stato più esplicito: Lupi «non ha il consenso di tutti».
Il secondo fronte è la Regione Lombardia. Da mesi nel centrodestra si ragiona sull’ipotesi di legare politiche, comunali milanesi e regionali lombarde in un election day nel 2027. L’operazione concentrerebbe la mobilitazione nel territorio più forte della coalizione. Ma aprirebbe subito la guerra per il dopo Attilio Fontana. Fratelli d’Italia considera la Lombardia un obiettivo naturale.
Roberto Calderoli prova a raffreddare il dossier. La legislatura, ricordava ieri, scade naturalmente il 13 ottobre 2027. Di voto anticipato, dice, non se ne parla (lo stesso Salvini aveva rettificato la battuta sulla crisi economica che era stata male interpretata). Il messaggio vale per Palazzo Chigi, ma anche per via Bellerio: la Lega non vuole arrivare logorata alla partita finale.
Il ritiro di giugno serve a questo. Allegri direbbe che conta il risultato. Ma qui il punto non è vincere di corto muso. È evitare che la Lega perda, insieme, pezzi a destra e peso al Nord.
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Il segretario di Stato americano Marco Rubio (Ansa)
«La diplomazia rimane la nostra preferenza nei confronti di Cuba. A essere sincero, la probabilità che ciò accada, considerando con chi abbiamo a che fare in questo momento, non è elevata», ha anche detto. Parole, quelle di Rubio, che hanno innescato la reazione piccata del ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, il quale ha tacciato gli Stati Uniti di «istigare un’aggressione militare».
Del resto, che le fibrillazioni tra Washington e L’Avana stessero aumentando, non è una novità. Negli scorsi giorni, il Pentagono ha schierato la portaerei Nimitz nei Caraibi, mentre il Dipartimento di Giustizia americano ha formalmente incriminato l’ex presidente cubano, Raúl Castro, con l’accusa di aver ordinato l’abbattimento di due aerei civili nel 1996. L’intelligence statunitense ritiene inoltre che dal 2023 il regime castrista abbia acquistato 300 droni da Russia e Iran: materiale bellico che, secondo Washington, Cuba starebbe valutando di usare per colpire obiettivi statunitensi. Sempre negli scorsi giorni, i servizi segreti americani avrebbero anche studiato le possibili reazioni dell’Avana a un eventuale attacco militare da parte di Washington. Tutto questo, senza trascurare che giovedì l’Ice ha arrestato a Miami Adys Lastres Morera. Si tratta della sorella di Ania Guillermina Lastres Morera, che, in qualità di presidente esecutivo, è a capo di Gaesa: conglomerato di imprese in mano ai militari cubani, che è sotto sanzioni statunitensi.
La tensione è significativamente aumentata dopo che i negoziati tra Usa e Cuba sono finiti in stallo. Washington ha offerto aiuti umanitari e sostegno infrastrutturale a patto che il regime castrista allenti la repressione, liberi i prigionieri politici ed entri de facto nell’orbita geopolitica statunitense. Per convincere L’Avana ad accettare, la scorsa settimana si era recato sull’isola anche il direttore della Cia, John Ratcliffe, incontrando vari alti funzionari cubani. Ciononostante il processo diplomatico non si è realmente sbloccato: un fattore che ha irritato notevolmente la Casa Bianca. Mosca e Pechino, dal canto loro, hanno espresso solidarietà nei confronti del regime castrista. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni, non sembra che stiano offrendo chissà quale sostegno concreto all’Avana contro Washington, replicando un po’ un copione già visto ai tempi della cattura di Nicolás Maduro lo scorso gennaio.
Del resto, la strategia cubana di Trump si inserisce nella sua riedizione della Dottrina Monroe, volta a estromettere il più possibile Cina, Russia e Iran dall’Emisfero occidentale. Il presidente americano è, in un certo senso, invogliato ad agire proprio in considerazione del mancato sostegno concreto arrivato al regime di Maduro da Mosca e Pechino l’anno scorso. Ma attenzione: non c’è solo il tema geopolitico. La pressione su Cuba è finalizzata anche a mantenere il sostegno dell’elettorato anticastrista, di cui è ricco uno Stato cruciale come la Florida. Quella Florida di cui Rubio è stato senatore dal 2011 al 2025. Del resto, la questione non riguarda solo le Midterm di novembre. Non è infatti un mistero che Rubio sia considerato, insieme a JD Vance, uno dei possibili candidati alla nomination presidenziale repubblicana del 2028.
D’altronde, se il vicepresidente americano sta cercando di rafforzarsi nella gestione del processo diplomatico iraniano, il segretario di Stato si mantiene proattivo su due fronti: la promozione della Dottrina Monroe e la cura del dossier europeo. «Le opinioni del presidente, la delusione nei confronti di alcuni dei nostri alleati della Nato e della loro reazione alle nostre operazioni in Medio Oriente sono ben documentate», ha detto ieri, durante il vertice dei ministri degli Esteri della Nato a Helsingborg. Ha poi specificato che tali questioni dovranno essere «affrontate» nel corso del summit dell’Alleanza atlantica che si terrà a luglio ad Ankara. «È ovvio che gli Stati Uniti continuano ad avere impegni globali che devono onorare in termini di dispiegamento delle forze armate. E questo ci impone costantemente di riesaminare dove schieriamo le truppe», ha anche detto. Non dimentichiamo che, dopo aver annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania, Trump ha comunicato l’invio di altrettanti militari in Polonia, legando esplicitamente la decisione al suo stretto rapporto con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Questo testimonia la relazione articolata che vige tra il presidente americano e gli alleati della Nato. In tal senso, Trump si appoggia a Rubio perché si tratta della figura più focalizzata, all’interno della sua amministrazione, a mantenere in piedi le relazioni transatlantiche.
Insomma, il segretario di Stato (che in quanto consigliere per la sicurezza nazionale ad interim della Casa Bianca lavora a stretto contatto col presidente) sta gestendo due dossier - quello caraibico e quello europeo - di primo piano, tenendosi invece meno esposto rispetto alla spinosa questione iraniana, su cui lavora maggiormente Vance. È quindi chiaro come le principali partite geopolitiche che Washington si sta trovando ad affrontare vadano a intersecarsi con la campagna elettorale (ancora embrionale) del 2028.
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La casa circondariale di Perugia (Ministero Giustizia)
Cannevale, mercoledì, in un’intervista a questo giornale, aveva raccontato una storia incredibile: nel carcere di Perugia, le quattro salette colloqui sono state sottoposte a intercettazioni indiscriminate e sono stati ascoltati non solo un avvocato indagato e il suo cliente (entrambi sono sotto inchiesta per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti), ma anche molti altri legali che con quella vicenda non hanno nulla a che vedere. E, fatto ancora più incredibile, quelle intercettazioni non solo non sono state interrotte o distrutte, ma sono state ascoltate e, benché ritenute irrilevanti, sono state inserite nel materiale investigativo e poste a disposizione delle parti processuali. «Con ciò moltiplicando e aggravando la violazione già consumata», evidenziano i penalisti.
Cannevale ci dà un aggiornamento della situazione, per come sta emergendo da un’attenta analisi degli atti processuali: «La collega Silvia Lorusso sta proseguendo l’ascolto delle registrazioni, nei limiti delle esigenze di difesa, ed è arrivata a individuare almeno 40 colloqui intercettati senza autorizzazione. Alla collega sembra di aver riconosciuto le voci di 12 o 13 avvocati illegittimamente intercettati. Una cosa curiosa, diciamo così, è che almeno una di queste registrazioni non autorizzate, nella quale si vede e si sente un avvocato a noi sconosciuto parlare con il suo cliente, ci è stata data in copia dalla Procura: l’hanno messa nello stesso file di un colloquio che ritenevano rilevante per le indagini».
In una di queste conversazioni è stata anticipata all’accusa anche la strategia processuale messa a punto da un avvocato in un procedimento diverso da quello per cui sono state attivate le captazioni: infatti il procuratore facente funzioni Gennario Iannarone è titolare pure di quel secondo fascicolo, oltre che di quello da cui è partito tutto.
La giunta dell’Unione delle Cameri penali italiane ha diramato ieri una delibera durissima su questa «sistematica e indiscriminata captazione dei colloqui tra detenuti e i propri difensori».
Nel documento i penalisti hanno riportato punto per punto quanto denunciato da Cannevale nell’intervista e le violazioni al diritto alla difesa da lui elencate.
Per gli avvocati «i fatti emersi a Perugia non possono essere confinati nella dimensione di una patologia locale o di un mero errore procedurale» e, per questo, «l’Unione delle Camere penali, portatrice dei valori del giusto processo e dei diritti della difesa» fa sapere di non poter «rimanere in silenzio dinanzi a violazioni di tale gravità».
I penalisti richiamano «con forza l’attenzione dell’opinione pubblica, delle istituzioni parlamentari e giudiziarie sul tema dell’effettività del segreto dei colloqui difensivi nei luoghi di detenzione» e chiedono che «le autorità competenti, ivi incluso il Consiglio superiore della magistratura, verifichino i fatti accaduti e ne traggano le conseguenze disciplinari e ordinamentali del caso».
Isabella Bertolini, consigliere laico in quota Fdi di Palazzo Bachelet, ha preso in carico la pratica: «Quanto emerso a Perugia rappresenta, qualora fosse appurato, un fatto gravissimo che colpisce l’inviolabile diritto alla difesa per qualsiasi persona sottoposta ad indagine penale, garantito dalla Costituzione. Mi attiverò al Consiglio superiore della magistratura per contribuire a fare chiarezza su quanto realmente accaduto».
La giunta dell’Unione Camere penali, di fronte a questo quadro preoccupante, ha deliberato «l’astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale» per cinque giorni, dall’8 al 12 giugno e ha indetto «una manifestazione nazionale che si terrà l’11 giugno 2026 a Perugia».
La delibera, firmata dal segretario Rinaldo Romanelli e dal presidente Francesco Petrelli, è stata inviata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ai presidenti delle Camere, al premier Giorgia Meloni e al ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il tutto per evitare che «episodi di questo genere», in mancanza di «risposta istituzionale e di adeguata denuncia pubblica» diventino «prassi consolidata».
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