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2018-08-22
Il video: crollo dal lato dei tiranti «malati»
Ansa
Eccolo, il video chiave dell'inchiesta sul crollo del ponte Morandi di Genova: è stato girato da una telecamera di sicurezza della Ferrometal, un'azienda che da oltre mezzo secolo opera nel settore del recupero e commercio di rottami metallici ed è stata investita dalle macerie del viadotto crollato. La superficie dell'azienda, 10.000 metri quadrati che ora in parte sono ingombri di macerie, appartiene alla San Giorgio Seigen, la sua capogruppo. Dalla sua casa di piazza Rossetti alla Foce, un quartiere elegante di Genova a pochi metri dalla Fiera, dove sabato scorso si sono svolti i funerali di Stato, Giovanni Cassano, uno dei tre soci dell'azienda, è un uomo apparentemente a pezzi: «Guardi, non ho intenzione di parlare con la stampa. Tanto è andato tutto distrutto».
Non proprio tutto, in realtà: la telecamera di sicurezza, nella sventura, sembra abbia fatto il suo dovere. L'occhio elettronico si trovava proprio sotto il viadotto, ma un poco più a valle, verso il mare. Il suo occhio era rivolto verso nord-est. L'inquadratura del video, quindi, è obliqua e con una certa inclinazione punta dal basso verso l'alto.
La registrazione degli istanti immediatamente precedenti al crollo, avvenuto alle 11.37 di martedì 14 agosto, ha già permesso a inquirenti e consulenti di osservare da distanza ravvicinata quanto è successo nei tre secondi della tragedia. Secondo quanto risulta alla Verità, a cedere sarebbero stati i due tiranti del pilone numero 9, quelli sul lato verso il mare, seguiti immediatamente dopo dai tiranti dell'altra parte. La sede stradale, invece, collassa insieme a stralli e pilone, ma non mostra cedimenti strutturali.
Gli inquirenti avrebbero dunque in mano un indizio importante per stabilire che a crollare per primi siano stati i tiranti «malati», quelli per i quali era stata infatti prevista una ristrutturazione e bandita una gara nel maggio scorso. Anche se poi, inspiegabilmente, si era deciso di rimandare tutto a settembre.
Viene confermata anche la versione della prima testimone oculare del disastro, Valentina Galbusera, che è medico dell'ospedale Villa Scassi e oggi è viva per miracolo: «Ero in macchina, da sola, stavo andando a lavorare», ha raccontato, «ed ero arrivata sul ponte, circa 600 metri dopo la galleria. Eravamo tutti in coda. Poi tutto è cominciato. Ho visto chiaramente i tiranti del ponte cedere, davanti a me». Un tentativo, vano, di retromarcia; quindi la fuga a piedi. «Ho cominciato a correre. Poi ho sentito che dietro di me la struttura del ponte cominciava a tremare. L'effetto era quello di un terremoto».
A puntare per primo il dito sugli stralli era stato, il giorno stesso del crollo, Antonio Brencich, l'ingegnere e docente all'Università di Genova che già nel 2016 aveva sollevato dubbi sulla tenuta del ponte Morandi: «Nel 1992», aveva detto Brencich, «il viadotto aveva 25 anni, e quindi era giovanissimo. Ma i quattro stralli della campata di Est erano così corrosi che era stato necessario affiancarli con cavi d'acciaio: un indice che già a quel tempo era stato rilevato un degrado tale da provare a correre ai ripari».
Da allora, e per 25 lunghi anni, l'asimmetria degli stralli del ponte è stata un monito che incredibilmente è rimasto inascoltato e disatteso: oggi, con il senno di poi, ci si chiede com'è stato possibile che nel 1992-93 fosse stato necessario rafforzare gli stralli di ponente della struttura, infragiliti dall'erosione, mentre per il successivo quarto di secolo nulla abbia spinto tecnici e amministratori a intervenire sugli altri tiranti del viadotto?
Le stesse preoccupazioni, peraltro, erano emerse nella relazione del Politecnico di Milano, consegnata nell'ottobre 2017 ad Autostrade per l'Italia, dove si stimava che i tiranti dei piloni 9 (quello caduto) e 10, in base al progetto di Riccardo Morandi affogati nel calcestruzzo e quindi non visibili a occhio nudo, fossero da considerarsi corrosi al 10-20%.
Un'altra ipotesi che si sta sempre più rafforzando, da due giorni a questa parte, è quella che si basa sull'osservazione del filmato di un'altra telecamera: pochi attimi prima del momento del crollo, infatti, si vedono due tir che avanzano affiancati proprio nel punto crollato. Il peso complessivo dei due grossi automezzi, diverse tonnellate, potrebbe avere insomma inferto la mazzata finale a uno dei due stralli usurati. Forse a tutti e due.
Gli inquirenti genovesi in queste ore discutono con i consulenti, e i loro ragionamenti vanno tutti nella stessa direzione: quasi sicuramente sarebbe stato necessario, quanto meno, ridurre il traffico sul ponte, magari deviando proprio i tir.
Gli investigatori stanno cercando di identificare tutti i protagonisti della vicenda, con ruoli e incarichi. Ma, per chi investiga, è abbastanza evidente che la responsabilità prevalente sia in capo alla Società autostrade.
Per ora non sono ancora state fatte iscrizioni sul registro degli indagati, ma queste dovrebbero arrivare non oltre i primi giorni di settembre. Gli accertamenti si stanno concentrando sulla figura di Stefano Marigliani, il direttore di quel tronco della A 10, cioè il manager sul cui tavolo lo scorso ottobre era arrivato lo studio del Politecnico che denunciava il degrado dei tiranti e che, ragionevolmente, era il responsabile di monitoraggi e interventi. Nella concatenazione dei passaggi burocratici collegati a quell'allarme, andranno però individuati tutti i responsabili che avevano un potere decisionale sulla ristrutturazione e anche sull'eventuale interruzione del traffico.
Gli inquirenti dovranno anche ricostruire l'organizzazione interna di Autostrade, per capire chi oltre a Marigliani avesse il potere decisionale, anche all'interno del consiglio d'amministrazione. E sarà fondamentale verificare a chi fossero delegate le funzioni di vigilanza. A quel punto, i personaggi chiave verranno chiamati a testimoniare e molto probabilmente inizierà lo scaricabarile: gli investigatori, per lo meno, se lo aspettano. Anche perché la fragilità degli stralli era problema noto a molti. Si poteva fare altro, oltre a bandire la gara? E a chi spettava l'ultima decisione?
Oltre all’inchiesta penale arriva pure una class action statunitense
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La telecamera della Ferrometal, posizionata sotto il ponte, avrebbe inquadrato il momento della rottura quasi in contemporanea degli stralli del pilone 9, oggetto dell'allarme del Politecnico. I pm ora vogliono sapere chi decideva davvero sul quel tratto di A10.Lo studio Bronstein, Gewirtz & Grossman di New York, noto per la competenza (e per l'aggressività), ha annunciato l'azione collettiva a favore degli azionisti di Atlantia danneggiati dal crollo in Borsa.Dal cda di Autostrade via libera ai fondi per le famiglie. Oggi si riunisce Atlantia.Lo speciale contiene tre articoli.Eccolo, il video chiave dell'inchiesta sul crollo del ponte Morandi di Genova: è stato girato da una telecamera di sicurezza della Ferrometal, un'azienda che da oltre mezzo secolo opera nel settore del recupero e commercio di rottami metallici ed è stata investita dalle macerie del viadotto crollato. La superficie dell'azienda, 10.000 metri quadrati che ora in parte sono ingombri di macerie, appartiene alla San Giorgio Seigen, la sua capogruppo. Dalla sua casa di piazza Rossetti alla Foce, un quartiere elegante di Genova a pochi metri dalla Fiera, dove sabato scorso si sono svolti i funerali di Stato, Giovanni Cassano, uno dei tre soci dell'azienda, è un uomo apparentemente a pezzi: «Guardi, non ho intenzione di parlare con la stampa. Tanto è andato tutto distrutto». Non proprio tutto, in realtà: la telecamera di sicurezza, nella sventura, sembra abbia fatto il suo dovere. L'occhio elettronico si trovava proprio sotto il viadotto, ma un poco più a valle, verso il mare. Il suo occhio era rivolto verso nord-est. L'inquadratura del video, quindi, è obliqua e con una certa inclinazione punta dal basso verso l'alto.La registrazione degli istanti immediatamente precedenti al crollo, avvenuto alle 11.37 di martedì 14 agosto, ha già permesso a inquirenti e consulenti di osservare da distanza ravvicinata quanto è successo nei tre secondi della tragedia. Secondo quanto risulta alla Verità, a cedere sarebbero stati i due tiranti del pilone numero 9, quelli sul lato verso il mare, seguiti immediatamente dopo dai tiranti dell'altra parte. La sede stradale, invece, collassa insieme a stralli e pilone, ma non mostra cedimenti strutturali. Gli inquirenti avrebbero dunque in mano un indizio importante per stabilire che a crollare per primi siano stati i tiranti «malati», quelli per i quali era stata infatti prevista una ristrutturazione e bandita una gara nel maggio scorso. Anche se poi, inspiegabilmente, si era deciso di rimandare tutto a settembre. Viene confermata anche la versione della prima testimone oculare del disastro, Valentina Galbusera, che è medico dell'ospedale Villa Scassi e oggi è viva per miracolo: «Ero in macchina, da sola, stavo andando a lavorare», ha raccontato, «ed ero arrivata sul ponte, circa 600 metri dopo la galleria. Eravamo tutti in coda. Poi tutto è cominciato. Ho visto chiaramente i tiranti del ponte cedere, davanti a me». Un tentativo, vano, di retromarcia; quindi la fuga a piedi. «Ho cominciato a correre. Poi ho sentito che dietro di me la struttura del ponte cominciava a tremare. L'effetto era quello di un terremoto».A puntare per primo il dito sugli stralli era stato, il giorno stesso del crollo, Antonio Brencich, l'ingegnere e docente all'Università di Genova che già nel 2016 aveva sollevato dubbi sulla tenuta del ponte Morandi: «Nel 1992», aveva detto Brencich, «il viadotto aveva 25 anni, e quindi era giovanissimo. Ma i quattro stralli della campata di Est erano così corrosi che era stato necessario affiancarli con cavi d'acciaio: un indice che già a quel tempo era stato rilevato un degrado tale da provare a correre ai ripari». Da allora, e per 25 lunghi anni, l'asimmetria degli stralli del ponte è stata un monito che incredibilmente è rimasto inascoltato e disatteso: oggi, con il senno di poi, ci si chiede com'è stato possibile che nel 1992-93 fosse stato necessario rafforzare gli stralli di ponente della struttura, infragiliti dall'erosione, mentre per il successivo quarto di secolo nulla abbia spinto tecnici e amministratori a intervenire sugli altri tiranti del viadotto?Le stesse preoccupazioni, peraltro, erano emerse nella relazione del Politecnico di Milano, consegnata nell'ottobre 2017 ad Autostrade per l'Italia, dove si stimava che i tiranti dei piloni 9 (quello caduto) e 10, in base al progetto di Riccardo Morandi affogati nel calcestruzzo e quindi non visibili a occhio nudo, fossero da considerarsi corrosi al 10-20%. Un'altra ipotesi che si sta sempre più rafforzando, da due giorni a questa parte, è quella che si basa sull'osservazione del filmato di un'altra telecamera: pochi attimi prima del momento del crollo, infatti, si vedono due tir che avanzano affiancati proprio nel punto crollato. Il peso complessivo dei due grossi automezzi, diverse tonnellate, potrebbe avere insomma inferto la mazzata finale a uno dei due stralli usurati. Forse a tutti e due.Gli inquirenti genovesi in queste ore discutono con i consulenti, e i loro ragionamenti vanno tutti nella stessa direzione: quasi sicuramente sarebbe stato necessario, quanto meno, ridurre il traffico sul ponte, magari deviando proprio i tir. Gli investigatori stanno cercando di identificare tutti i protagonisti della vicenda, con ruoli e incarichi. Ma, per chi investiga, è abbastanza evidente che la responsabilità prevalente sia in capo alla Società autostrade. Per ora non sono ancora state fatte iscrizioni sul registro degli indagati, ma queste dovrebbero arrivare non oltre i primi giorni di settembre. Gli accertamenti si stanno concentrando sulla figura di Stefano Marigliani, il direttore di quel tronco della A 10, cioè il manager sul cui tavolo lo scorso ottobre era arrivato lo studio del Politecnico che denunciava il degrado dei tiranti e che, ragionevolmente, era il responsabile di monitoraggi e interventi. Nella concatenazione dei passaggi burocratici collegati a quell'allarme, andranno però individuati tutti i responsabili che avevano un potere decisionale sulla ristrutturazione e anche sull'eventuale interruzione del traffico. Gli inquirenti dovranno anche ricostruire l'organizzazione interna di Autostrade, per capire chi oltre a Marigliani avesse il potere decisionale, anche all'interno del consiglio d'amministrazione. E sarà fondamentale verificare a chi fossero delegate le funzioni di vigilanza. A quel punto, i personaggi chiave verranno chiamati a testimoniare e molto probabilmente inizierà lo scaricabarile: gli investigatori, per lo meno, se lo aspettano. Anche perché la fragilità degli stralli era problema noto a molti. Si poteva fare altro, oltre a bandire la gara? E a chi spettava l'ultima decisione? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-video-crollo-dal-lato-dei-tiranti-malati-2597877558.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="oltre-allinchiesta-penale-arriva-pure-una-class-action-statunitense" data-post-id="2597877558" data-published-at="1770789598" data-use-pagination="False"> Oltre all’inchiesta penale arriva pure una class action statunitense L'inchiesta penale per il crollo del ponte Morandi e per i suoi 43 morti, sicuramente è insidiosa. Le richieste di risarcimento in sede civile, prevedibilmente, saranno pesanti. La concessione miliardaria scricchiola. Ma ora Atlantia, la società dei Benetton che controlla Autostrade per l'Italia, rischia anche la class action, cioè un'azione legale collettiva. E non soltanto in Italia, dove per ora si sono fatte sentire alcune organizzazioni di consumatori (a partire da l'associazione Codici), però negli ultimi anni le class action non sono mai veramente decollate. Bensì negli Stati Uniti, dove la legge invece è molto più efficace e la giustizia è tradizionalmente più sensibile agli interessi di consumatori e piccoli azionisti, e per questo spesso condanna a sanzioni molto punitive. Per tutelare gli azionisti americani di Atlantia, ieri, si è proposto un vero colosso del ramo: lo studio legale newyorkese Bronstein, Gewirtz & Grossman. Lo studio, che ha sede nel cuore di Manhattan, a due passi da Grand Station, è famoso proprio per l'aggressività delle sue azioni legali, che ha promosso e vinto negli ultimi anni in diversi settori: dalla sicurezza ambientale alla salute. Ma è forte soprattutto nelle class action in campo finanziario. Bronstein, Gewirtz & Grossman ieri ha annunciato di essere «impegnato nell'esame di potenziali rivendicazioni per conto di chi detenga azioni di Atlantia» negli Stati Uniti. Con un secco comunicato online, lo studio ha invitato anche «chiunque sia a conoscenza di fatti relativi all'indagine sulla caduta del ponte» a contattare i suoi professionisti, con tanto di nomi, numero di telefono e indirizzo email. L'obiettivo degli avvocati newyorkesi è tutelare quanti oggi da quella parte dell'Atlantico si sentano defraudati dalle perdite borsistiche del titolo Atlantia, subite come risultato del crollo genovese, dell'inchiesta, della multa di 150 milioni annunciata dal governo, e del pericolo di una rottura del contratto di concessione. Soltanto il 16 agosto, sottolinea Bronstein, Gewirtz & Grossman, la quotazione di Atlantia è scesa del 13,7%. In realtà, Atlantia non è quotata direttamente a Wall street, ma vi viene trattata attraverso gli Adr (American depositary receipt), uno strumento finanziario che consente a compagnie non americane di accedere a quel mercato e di emettere titoli in dollari grazie all'intervento di banche intermediarie. Ieri, intanto, si è riunito il consiglio d'amministrazione di Autostrade per l'Italia e il piano che ne è uscito è, sostanzialmente, lo stesso che era stato preannunziato dai suoi vertici nella difficile conferenza stampa di sabato scorso. La società ha ripetuto che sarà varato «un piano da mezzo miliardo di euro, finanziato con mezzi propri», accogliendo le proposte del suo presidente Fabio Cerchiai e dell'amministratore delegato, Giovanni Castellucci. Sono state varate anche «iniziative a supporto delle famiglie colpite dalla tragedia, per la ricostruzione del ponte, per la viabilità di Genova e per la sospensione del pedaggio su alcune tratte». Il viadotto, ha confermato Autostrade, potrà essere ricostruito in otto mesi «a decorrere dall'ottenimento delle necessarie autorizzazioni» Quanto alla minaccia di una revoca delle concessioni, ripetuta più volte dal governo, il consiglio d'amministrazione ha fatto sapere di aver preso atto «della lettera di contestazioni ricevuta dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti» e che lo stesso consiglio «verrà riconvocato in tempo utile per fornire e deliberare un adeguato riscontro alle stesse». La lettera del ministero è del 16 agosto ed è stata ricevuta il 20 da Aspi: da quel giorno scattano i 15 giorni necessari per la risposta. Per questo un nuovo cda è previsto molto a breve. Assediata dalle polemiche sulle presunte responsabilità per il crollo del ponte, Aspi ha anche voluto anche ricordare alcuni dati sulla sicurezza stradale delle tratte che le sono state affidate, circa 3.000 chilometri. Prima della privatizzazione, secondo i calcoli dell'azienda, «le risorse destinate alla sicurezza erano drammaticamente inferiori, ma con l'attuale gestione abbiamo raggiunto il risultato di fare diminuire drasticamente le vittime degli incidenti registrati sulle tratte autostradali da noi gestite: dalle 420 vittime nel 1999, ultimo anno di gestione pubblica, alle 119 nel 2017». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-video-crollo-dal-lato-dei-tiranti-malati-2597877558.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-gruppo-sgancia-i-primi-500-milioni-e-promette-un-morandi-in-acciaio" data-post-id="2597877558" data-published-at="1770789598" data-use-pagination="False"> Il gruppo sgancia i primi 500 milioni E promette un Morandi in acciaio Due fondi a favore delle famiglie delle vittime e degli sfollati e 500 milioni da utilizzare per risolvere il prima possibile tutti i problemi legati al crollo del ponte Morandi a Genova. Oltre a un piano per la ricostruzione del ponte in tempi brevi e lo studio di una viabilità alternativa il meno difficoltosa possibile per gli abitanti del capoluogo ligure. Sono questi i punti salienti discussi nel cda straordinario di Autostrade per l'Italia che si è tenuto ieri e che ha preceduto quello della capogruppo Atlantia che si terrà oggi. Nel corso del cda di ieri (in cui si è osservato un minuto di silenzio in ricordo delle vittime), si legge in una nota diffusa dalla società, sono stati ascoltati i responsabili tecnici in merito alle attività svolte da Autostrade per l'Italia sin dai primi minuti dal crollo con i mezzi e il personale disponibile. Come spiega l'azienda concessionaria della galassia Benetton, più di 150 uomini e mezzi hanno collaborato con le istituzioni locali, Protezione Civile, Vigili del Fuoco e forze di Polizia nelle ore successive al disastro. Come primo passo concreto e come già annunciato durante la prima conferenza stampa di Autostrade dopo il crollo, «in attesa degli esiti degli accertamenti in corso», il consiglio ha deciso di stanziare con mezzi propri circa 500 milioni di euro per portare a termine una prima lista di iniziative. Nel dettaglio, il cda ha voluto assicurare immediato supporto alle famiglie colpite dalla tragedia. Autostrade per l'Italia ha così risposto all'appello lanciato sulla piattaforma social Change.org, istituendo un nuovo fondo per soddisfare le prime esigenze delle famiglie colpite dalla tragedia e i bisogni degli sfollati. Le richieste sono raccolte presso i due «Point» istituiti insieme al Comune all'interno del centro civico Buranello e presso la scuola Caffaro, nonché attraverso una mail dedicata. Inoltre, la società autostradale ha proposto al Comune di Genova di creare un fondo sociale di alcuni milioni di euro - che verrebbe gestito dall'azienda stessa - da destinare in aiuto alle famiglie delle vittime, indipendentemente da eventuali indennizzi o risarcimenti futuri. Si è poi parlato della futura ricostruzione del ponte. Su questo fronte, si legge ancora nella nota, Autostrade per l'Italia ha reso noto che sta proseguendo le attività di progettazione per riattivare il ponte Morandi. Il progetto prevede la demolizione delle attuali strutture rimaste del ponte sul Polcevera e la ricostruzione del ponte in acciaio secondo le più moderne tecnologie a oggi disponibili in un periodo stimato di 8 mesi, «a decorrere dall'ottenimento delle necessarie autorizzazioni». Un tempo veramente breve che vedrebbe il nuovo ponte pronto per la primavera 2019. C'è poi il tema della viabilità. Per quanto riguarda l'accesso a Genova, la società ha studiato insieme al Comune alcuni interventi urgenti per il ripristino della viabilità e l'attivazione di percorsi alternativi. In particolare, lo staf dell'ad Giovanni Castellucci ha studiato un asse viario sul lato destro del torrente Polcevera, una rotonda per facilitare l'ingresso al porto, la messa in sicurezza di un viadotto di proprietà demaniale di accesso al casello di Genova Aeroporto e un percorso riservato ai mezzi pesanti sulle aree Ilva. Per quest'ultimo intervento sono già iniziate le operazioni. Ultimo punto preso in esame è stato quello della sospensione del pedaggio. Il pagamento lungo la rete genovese dell'A10, evidenzia l'azienda, «è stato sospeso con effetto retroattivo a partire dal 14 agosto e lo sarà fino alla completa ricostruzione del ponte sul Polcevera». Infine, continua la nota, preso atto della lettera di contestazioni ricevuta dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, un nuovo cda verrà riconvocato in tempo utile per rispondere alle critiche del ministro Danilo Toninelli. Su questo fronte, la battaglia si annuncia serratissima.
Paolo Petrecca (Imagoeconomica)
Ciò detto, però, vorrei alzare il velo di ipocrisia che impedisce di affrontare il «caso Petrecca» per quel che è, ovvero una faida politica. Premessa: come tutti o quasi tutti i giornalisti del servizio pubblico, l’attuale numero uno dei servizi sportivi ha uno sponsor politico e si dice che il suo sia Fratelli d’Italia. A proposito della lottizzazione dei partiti a viale Mazzini, nella prima Repubblica circolava una battuta che sintetizzava bene la spartizione. Quando bisognava assumere dieci giornalisti, cinque dovevano essere in quota Dc, due con la tessera del Psi, uno dei socialdemocratici, uno era comunista e infine, se lo si trovava, se ne assumeva anche uno bravo. Non credo che, con l’avvento della cosiddetta seconda Repubblica, la situazione sia cambiata di molto. Petrecca ha il suo sponsor, così come ce l’ha gran parte degli altri suoi colleghi, perché nella televisione pubblica la carriera dipende per lo più da decisioni politiche. Bruno Vespa in passato venne crocifisso per aver detto, da direttore del Tg1, che la Dc era il suo azionista di maggioranza, ma era la verità.
Dunque chi critica Petrecca lo fa sostanzialmente perché lo avversa politicamente. Se fosse stato del Pd o dei 5 stelle, di certo né la Schlein né Conte lo avrebbero attaccato per i suoi balbettii.
Però nel caso del direttore di RaiSport c’è qualche cosa di più ed è proprio qui l’ipocrisia che provoca il voltastomaco in qualsiasi persona onesta. Petrecca, infatti, non avrebbe mai dovuto condurre la telecronaca dell’inaugurazione dei Giochi. Al suo posto avrebbe dovuto esserci un collega che da due anni si preparava a seguire l’evento, ossia Auro Bulbarelli. Figlio di Rino, storico direttore della Gazzetta di Mantova, Auro - che come Petrecca non conosco personalmente - è vicedirettore di RaiSport, ma rispetto all’attuale numero uno dei servizi sportivi ha alle spalle anni da telecronista delle principali corse ciclistiche in giro per il mondo. Fino a una settimana prima dell’inaugurazione dei giochi, Bulbarelli era il giornalista delegato a raccontare la cerimonia. Ma durante la conferenza stampa di presentazione gli è sfuggita una frase, ovvero ha dato una notizia, annunciando che venerdì ci sarebbe stata una sorpresa di Sergio Mattarella «paragonabile a quanto avvenuto alle Olimpiadi di Londra del 2012 con Elisabetta II e James Bond». In pratica, il collega ha fatto il suo mestiere, spoilerando ciò che il comitato olimpico e il Quirinale volevano tenere segreto. Mal gliene incolse: dal Colle e non solo sono partite telefonate irritate. Aver rivelato un segreto, ossia che il capo dello Stato avrebbe provato a imitare la Regina d’Inghilterra (senza svelare che sarebbe giunto a bordo di un tram guidato da Valentino Rossi) è stato giudicato un atto di lesa maestà. Dunque, Auro è stato rimosso e al suo posto è arrivato Petrecca. Nessuno ovviamente ha chiesto conto della sostituzione, perché non sia mai che qualcuno disturbi l’immagine armoniosa dell’inquilino del Colle (sono certo che lui nemmeno sapesse dell’indiscrezione, ma come spesso capita, i collaboratori sono più realisti del re). Tutti zitti, sindacati e Ordine, per un collega ingiustamente rimosso per aver fatto il proprio mestiere, ma tutti pronti a sparare vigliaccamente a zero su Petrecca, colpevole, oltre che di qualche gaffe, di non avere lo sponsor giusto che piace al sindacato, all’Ordine e all’opposizione. Il vero scandalo è questo. Non il direttore di RaiSport.
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Il nostro Paese continua ad essere di grande attrattiva per il turismo internazionale e si posiziona davanti a competitor quali Francia e Grecia (seconda solo alla Spagna) per presenze sia internazionali, 255 milioni nei primi 11 mesi 2025, che totali, 456 milioni (sempre tra gennaio - novembre 2025). I viaggiatori in arrivo dall’estero, infatti, l’anno passato, hanno investito ben 60,4 miliardi di euro in Italia e, da qui ai prossimi 10 anni, questa spesa potrebbe sfiorare gli 80 miliardi.
I turisti che spendono di più per vivere le esperienze Made in Italy provengono da Germania (7,5 miliardi di euro di spesa nei primi 9 mesi del 2025, in aumento dell’1,7%), Usa (5,3 miliardi di spesa, +3,3%), Regno Unito (4,4 miliardi, +9%) e Francia (3,8 miliardi di consumi turistici, +6,8%). Lo scorso anno i nostri aeroporti hanno accolto 230,1 milioni di passeggeri (+5% sul 2024), di cui 157 milioni internazionali (+7,6%; di questi quasi 103,7 milioni provengono da nazioni europee, in crescita del +6,1%).
Il fenomeno è in crescita esponenziale. La conferma viene dalle stime per i primi 3 mesi di quest’anno che indicano 3,5 milioni di arrivi nei nostri scali aeroportuali ossia un +7,2% in confronto al primo trimestre del 2025. Il maggior numero di prenotazioni arriva da Regno Unito, Polonia, Germania, Spagna, Francia e Usa.
Le Olimpiadi Milano-Cortina sono un volano importante per il turismo. Uno studio di Banca Ifis evidenzia che, nel complesso tra breve e lungo periodo, la manifestazione olimpica creerà valore per 5,3 miliardi di euro. Una cifra che è il risultato della somma di tre voci che riguardano il territorio tra spesa turistica immediata e differita (per quasi il 60% su Lombardia e il 40% su Veneto e Trentino Alto-Adige) e l’heritage infrastrutturale (per il 53,6% su Lombardia e il 46,4% per Veneto e Trentino Alto-Adige).
I Giochi sono un’opportunità per aumentare la visibilità globale del Paese e rafforzarne l’attrattività turistica nel medio-lungo periodo. I primi risultati economici si vedono già sulle settimane bianche. Secondo l’Osservatorio di Confturismo Confcommercio in collaborazione con Swg sono quasi 9 milioni gli italiani che si concederanno una vacanza sulla neve nel primo trimestre del 2026, in lieve aumento rispetto allo scorso anno, e l’Italia resta la scelta principale. L’effetto Giochi si farà sentire anche nel resto dell’anno. La riscoperta della montagna, anche a causa delle estati molto calde, è un fenomeno in aumento. Le ricerche online legate a montagna, sci e skipass registrate nel 2025 sono state in aumento del +5% rispetto allo stesso periodo del 2024. Il dato complessivo conferma come l’interesse per la montagna si distribuisca lungo l’arco dell’anno.
«Confermiamo ancora una volta che il turismo è in costante crescita e rappresenta un contributo fondamentale all’economia e all’occupazione. Dobbiamo trattare il settore come un’industria vera e propria, non solo come un insieme di servizi» ha detto il ministro del Turismo Daniela Santanchè commentando i dati diffusi da Enit. « È essenziale sviluppare una visione per i prossimi 10 anni che valorizzi tutto il territorio nazionale», aggiunge, «a partire dalle aree meno conosciute».
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Imagoeconomica
Vi commuovete come dei Forneri dalla lacrima facile per «quei giovani senza diritti, usati da tutti e difesi da nessuno»? Per il caporalato delle consegne a domicilio? Per i poveri immigrati sfruttati? Per l’assenza di garanzie? Per l’assenza di contratti e di qualsivoglia diritto? Davvero avete questo coraggio? Davvero siete ipocriti fino a questo punto?
Scusatemi ma i farisei, al confronto, erano esempi di limpida schiettezza. Perché, j’accuse, voi lo sapevate. Lo sapevate benissimo. Lo sapevate fin dall’inizio. Sapevate tutto. Sapevate che quei rider vengono pagati una miseria, privati di ogni diritto, lasciati ore all’addiaccio, alla pioggia e al sole, all’afa e al gelo, per portare a casa uno stipendio da fame. Sapevate che sono per lo più immigrati, magari senza permesso di soggiorno, che non hanno alternativa per guadagnarsi da vivere. E sapevate pure che è proprio per questo che sono arrivati in Italia, per altro con il vostro convinto sostegno. Siete degli ipocriti perché per anni avete continuato a parlare di accoglienza, integrazione, multiculturalismo, muri da abbattere e frontiere da superare. Ma sapevate benissimo che questo era solo il velo per coprire le vere ragioni dell’immigrazione. Che è esattamente quella che rivela l’inchiesta su Glovo: avere una massa di disperati da sfruttare e sottopagare.
È evidente infatti che attraverso l’immigrazione è stata realizzata la più grande opera di distruzione dei diritti dei lavoratori che si sia mai vista nella storia. Pensateci. Fino alla fine degli anni Ottanta abbiamo assistito a una progressiva crescita degli stipendi e delle garanzie di chi lavorava. Poi la tendenza si è invertita. Stipendi in calo da trent’anni, precarietà in aumento, sempre meno tutele e sempre meno sicurezza. Guarda caso questo processo è iniziato e proseguito di pari passo con l’avanzare dell’immigrazione. Ovvio, no? Se hai a disposizione persone disperate, disposte a lavorare per paghe da fame, tutti prima o poi sono costretti ad adeguarsi. O accetti quel sistema o sei fuori mercato. L’immigrazione a questo è servita. A creare una massa di manodopera disposta a tutto per poter distruggere progressivamente i diritti di tutti i lavoratori, in modo da aumentare i guadagni delle Glovo del mondo. E voi, che ora vi indignate per quelle consegne a 2,5 euro lo sapevate benissimo, eppure applaudivate entusiasti all’arrivo di stranieri e chiedevate l’accoglienza senza se e senza ma. Questo è il risultato.
Fateci caso: perché tutta la grande stampa, gli intellettuali ortodossi e il mainstream in questi anni hanno sostenuto l’immigrazione? Ovvio: perché essa era funzionale alla grande finanza e alle multinazionali, insomma al potere economico da cui essi dipendono. E il paradosso fantastico è che tutta la sinistra si è accodata, sindacato in testa, a difendere l’immigrazione incontrollata, a dare del razzista a chi provava a opporsi, senza accorgersi che attraverso l’immigrazione si realizzava la cosa meno di sinistra possibile: il massacro dei lavoratori. Ripeto: di tutti i lavoratori. Perché quando si abbassano gli stipendi, si abbassano per tutti. Quando si distruggono i diritti, si distruggono per tutti. È il film che abbiamo visto in questi anni in Italia. Film horror, purtroppo.
Ricordo che anni fa, quando arrivai per la prima volta a Monfalcone, mi misero in guardia. La trasformazione lì era già in atto da un pezzo: nei cantieri navali, un tempo c’era l’aristocrazia operaia, lavoratori orgogliosi del loro mestiere, giustamente tutelati, protetti e retribuiti. Poi è cominciato il sistema delle cooperative. Degli appalti e dei subappalti. Assunzione in massa di lavoratori stranieri, per lo più bengalesi, che ovviamente si sono adattati a stipendi e condizioni di vita un tempo inimmaginabili. Risultato? Aristocrazia operaia fatta fuori e paghe più basse. I cantieri navali stanno benone, Monfalcone un po’ meno. Oggi è una delle città italiane a più alto tasso di stranieri, per lo più musulmani. Sembra un pezzo di Islam trapiantato nel Nord Est. Doveva essere un’avvisaglia, invece tutti hanno girato la testa dall’altra parte. Avanti con l’accoglienza, avanti con l’immigrazione. E così si è arrivati a oggi: prima di Glovo, la Procura di Milano è intervenuta per i lavoratori sottopagati nella logistica e nella moda, e se andrà avanti interverrà ancora, perché l’intero Paese è ridotto così. O peggio. E lo sanno tutti. E lo sapevano tutti. Anzi, è proprio quello che volevano. Per cui ora, per lo meno, ci risparmino le finte lacrime sul sushi versato.
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Ansa
Grande per me il privilegio di portare il saluto degli esuli giuliani, fiumani e dalmati, non solo come Presidente Onorario dell’Associazione Dalmati Italiani nel Mondo, ma soprattutto come uno degli ultimi nati in Dalmazia, a Zara, durante la sovranità italiana. Rappresento dunque una generazione in estinzione, ma in allegria, con figli e nipoti qui presenti, ai quali cerchiamo di trasmettere le nostre passioni. E mi permetto di salutare qui commosso la nostra decana Zore Bernetti Korman, zaratina, scomparsa pochi giorni or sono a quasi 109 anni di età.
Ricordiamo oggi il 10 febbraio 1947, giorno del Trattato di Pace di Parigi. Senza però mai dimenticare il 10 novembre 1975, giorno del Trattato di Osimo, con cui si chiudeva la questione relativa al Confine Orientale. E ricordiamo una Patria matrigna fino al 30 marzo 2004, quando fu istituito dal Parlamento a grande maggioranza il Giorno del Ricordo: recuperava così dignità una pagina di storia patria, a compensare almeno moralmente il fatto che il peso dei risarcimenti per le riparazioni di guerra dovute alla Jugoslavia fosse stato finanziato soprattutto con la confisca dei beni delle popolazioni esodate. Oggi sono altresì maturi i tempi per realizzare la prevista Fondazione per gestire i fondi accantonati da decenni, secondo i dettami del Trattato di Osimo.
Oggi ricordiamo le foibe istriane e gli annegamenti in Dalmazia. I 54 bombardamenti di Zara, dal maledetto 2 novembre 1943 al 31 ottobre 1944: la Dresda dell’Adriatico, come la definì lo scrittore dalmata Enzo Bettiza; Zara la martire, sempre in attesa che al suo Gonfalone venga appuntata la Medaglia d’Oro concessa tanti anni fa e mai attuata. E ricordiamo gli ottanta anni della strage di Vergarolla, cari amici polesani, il più sanguinoso attentato della storia dell’Italia repubblicana; anche questo dimenticato per decenni.
Tutti terribili delitti che peseranno per sempre nelle anime degli assassini e per cui non può esserci giustificazione neppure cercando una ipotetica attenuante nelle pur esecrabili politiche repressive del fascismo contro le minoranze etniche.
Ma il delitto più grande e più spregevole è quello di aver costretto 350.000 persone ad abbandonare le loro case, dove per secoli l’italianità adriatica aveva vissuto laboriosamente ed in sostanziale equilibrio con le altre componenti del territorio, prima dell’esacerbarsi degli opposti nazionalismi.
Fuggiti in massa per rimanere italiani e per sfuggire alla pulizia ideologica e nazionalistica ordinata da Tito ai suoi collaboratori Gilas e Kardelj.
Esodo che continuerà fino agli anni Cinquanta, per una dissennata politica jugoslava delle opzioni che colpirà i pochi connazionali «rimasti» nelle forme di persecuzione più diverse. Ma ora sta finendo la stagione dei ricordi e delle nostalgie. Nonostante la ingravescente età -mi permetto una citazione di papa Montini e di papa Ratzinger - in questi anni sono andato in Dalmazia il più spesso possibile per dialogare con le autorità locali, per risvegliare sentimenti sopiti e ricucire armonia e amicizia con l’obiettivo di lavorare alla rinascita della Comunità Italiana a Zara con un coraggioso gruppo di giovani di origine italiana residenti a Zara.
Il successo è stato raggiunto solamente qualche settimana fa con il grande impegno di sicuro non solo mio, ma soprattutto dell’Ambasciata italiana, del Consolato Generale a Fiume, della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Giuliani e Dalmati, della Unione Italiana, dell’Università Popolare di Trieste, ma soprattutto grazie ad un gruppo di giovani zaratini, instancabili nell’affrontare e superare ostacoli e difficoltà non solo burocratiche. E sono oggi qui tra noi e li abbraccio con calore, caro Senol e cara Adriana. È rinata dunque la Comunità Italiana di Zara, intitolata a Girolamo Luxardo, nuova stella in un firmamento di comunità piccole e grandi che marcano sul territorio, da Capodistria a Cattaro, passando per Fiume e Spalato, le regioni di insediamento storico della comunità italiana autoctona.
Si è appena conclusa l’incredibile esperienza delle due «Gorizia» - quella italiana e quella slovena, sorta dopo il 1948 -, che per un anno si sono idealmente riunite nella comune designazione a Capitale europea della Cultura: una piazza ha sostituito un nefasto muro. Quest’anno inoltre si ricorda il ventennale dell’accordo Dini-Granic a tutela della nostra minoranza e la cui applicazione deve essere evocata e rafforzata.
Come non citare «Medif», la Mostra degli Esuli dalmati istriani e fiumani ospitata al Vittoriano per i prossimi 4 anni e visitata da circa 1.000 persone al giorno. Incredibilmente rilevante è sostenere il Madrinato Dalmatico per la difesa e la conservazione delle tombe italiane a Zara, così come organizzare i raduni nelle terre d’origine.
E la Dante Alighieri: non solo in Dalmazia o in Istria, ma dovunque nel mondo dove esistono nostre minoranze, per trasmettere alle nuove generazioni un sentimento di appartenenza identitaria. E portare avanti la mirabile attività della nostra Scuola Dalmata di Venezia, nata nel 1451, che invito tutti a visitare, anche per ammirare i famosi teleri di Vittore Carpaccio. E combattere con forza tutti i cosiddetti negazionisti, rappresentati da Associazioni che sostengono e finanziano spregevoli operazioni di odio, perpetuando stantie contrapposizioni, alimentando astio e livore.
Mi permetto di ricordare una sua frase, Presidente: «ribadisco la condanna per inammissibili tentativi di negazionismo e di giustificazionismo».
Quando racconto la nostra vicenda ai ragazzi delle scuole - e qui debbo rivolgere un pubblico ringraziamento ai dirigenti del Ministero dell’Istruzione e del Merito per la straordinaria attività di sostegno - mi fermo e dico dopo un attimo di silenzio: «Eisenhower!»; entrando vincitore in Germania, racconto come egli abbia ordinato ai suoi collaboratori di filmare e fotografare tutte le nefandezze che il regime nazista aveva fatto ai prigionieri, ebrei e non solo, per una documentazione a futura prova per qualsiasi infame negazionista. E allora andiamo avanti.
Noi non siamo stati mai settari, mai terroristi, mai abbiamo spaccato vetrine della ormai scomparsa Jugoslavian Airlines. Siamo stati cacciati e abbiamo pianto nello squallore dei Centri Raccolta Profughi. Siamo stati cacciati e ci siamo risollevati. Siamo stati cacciati e ci siamo inseriti subito nelle comunità in giro per il mondo. Spesso con qualche grande successo: uno fra tutti lo stilista Ottavio Missoni, e ora Marco Balich, creatore di eventi stellari, come la recente Cerimonia di Apertura delle Olimpiadi invernali Milano/Cortina. È di qualche giorno la nomina ad Assessore al Bilancio Risorse e Personale della Regione Liguria della dottoressa Claudia Morich, che con orgoglio ha ricordato le proprie origini dalmate. E allora andiamo avanti. Le vere foibe sono l’oblio, e quindi la speranza è che il vento del tempo non disperda i tesori di storia di cultura del nostro passaggio romano, veneto, italiano, che rimangono patrimonio inesauribile di quelle terre. È il messaggio che ho sempre cercato di trasmettere e condividere con i miei interlocutori locali ogni volta che vado in Dalmazia, con spirito di amicizia e pace, di integrazione, per combattere odi e pregiudizi, per combattere l’ignoranza e l’intolleranza. Messaggio difficile ma l’unico da portare avanti.
Le tragedie e i lutti non vanno dimenticati, ma vanno anche metabolizzati e superati. Per questo sono qui a parlarvi di Fiume, Pola, Zara, felice e gratificato ogni volta che incontro uno sguardo assorto e magari commosso.
Come disse una volta Giuseppe De Rita: «Il rizoma butta ancora». E il nostro rizoma «butterà per sempre». Nel vento del tempo.
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