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2019-11-01
Il taglio delle detrazioni costa 1.160 euro
Dalle stalle alle stelle, si dice. È il destino che tocca ai paperoni d'Italia. Finché c'era la Lega al governo, coloro che guadagnano fino a 100.000 euro l'anno potevano sperare di vedersi applicata la flat tax al 20%, cioè un'imposta unica in sostituzione di Irpef e Irap. Un miraggio: meno della metà rispetto all'aliquota del 43% che i redditi più elevati raggiungono oggi. Ora invece i cosiddetti super ricchi non soltanto vedranno con il telescopio i tagli d'imposta, ma subiranno anche un colpo di scure sulle detrazioni. Il disegno di legge di bilancio 2020 presentato dal governo non dà scampo, se non verrà modificato dal Parlamento.
La ghigliottina è prevista all'articolo 75 della bozza predisposta dal governo M5s-Pd, intitolato «Rimodulazione degli oneri detraibili in base al reddito»: ha l'onore di essere l'articolo che apre la parte che contiene le «Disposizioni in materia di entrate». Il testo è scritto nel più puro e oscuro burocratese. Si parla delle spese che possono essere sottratte all'imposta lorda per una quota del 19%. L'elenco è piuttosto lungo: si va dagli interessi passivi per il mutuo prima casa alle spese mediche e sanitarie, dalle spese veterinarie a quelle funebri, dalle tasse scolastiche e universitarie alle polizze assicurative, dalle erogazioni liberali a favore dello Stato, dei partiti o di associazioni riconosciute senza scopo di lucro alle spese per la manutenzione dei beni culturali, dai costi per fare praticare sport ai figli (iscrizione a società sportive, palestre, piscine) fino agli esborsi per aiutare i disabili. Non vengono toccate le detrazioni per le spese di ristrutturazione edilizia e di riqualificazione energetica, che vengono prorogate in quanto «misure per la crescita».
Il testo mantiene la detrazione intera al 19%, indipendentemente dal reddito, per alcune voci: gli interessi passivi sui mutui e alcune spese mediche, cioè quelle sostenute per le patologie che danno diritto all'esenzione dalla partecipazione alla spesa sanitaria (ad esempio i tumori e malattie croniche come diabete e ipertensione). Secondo il ministero dell'Economia, nel 2018 (anno d'imposta 2017) i contribuenti italiani hanno potuto decurtare le proprie tasse per complessivi 29,96 miliardi di euro. Un buon risparmio.
La legge di bilancio falcidia chi ha un reddito superiore a 120.000 euro, i super ricchi, che rappresentano lo 0,73% del totale dei contribuenti. Chi guadagna fino a 240.000 euro subirà un taglio proporzionale al reddito. Il calcolo da fare, secondo il disegno di legge, è questo. Poniamo che un tizio guadagni 150.000 euro, cioè il 25% in più di 120.000: avrà un taglio equivalente. In pratica, invece che il 19% potrà detrarre il 14,25% delle spese. Chi guadagna 180.000 euro perderà metà delle detrazioni e il suo vecchio 19% si rimpicciolirà al 9,5%. Più ci si avvicina ai 240.000 euro, meno si potrà defalcare dalle tasse. E quanti incassano 240.000 euro e più dovranno dire addio alle detrazioni.
Questa misura non raccoglie molti soldi. Secondo il Mef, tale platea di contribuenti detrae dalle tasse circa 840 milioni di euro, che rappresentano appena il 2,8% del monte complessivo delle detrazioni al 19%, le quali come detto sfiorano i 30 miliardi di euro. Il denaro recuperato in questo modo non dovrebbe superare i 350 milioni. A tale classe di reddito appartengono 302.266 persone. Per ciascuno di loro, in media, si profila dunque una perdita di circa 1.160 euro. È un valore approssimativo, visto che la mannaia del governo giallorosso viene calata in misura progressiva, ma dà un'indicazione del sacrificio preteso.
È dunque una manovra per fare cassa? Soltanto in minima parte: non è con queste somme che si aggiusta il debito pubblico. È piuttosto una mossa classista e populista? Certamente, perché colpisce una classe sociale che dà un forte contributo alle casse pubbliche. È sempre il ministero di via XX Settembre a fornire i dati. Questo nucleo lillipuziano di contribuenti annovera oltre 300.000 persone: meno dell'1% del totale, come si è visto. Il loro reddito imponibile (62,9 miliardi di euro) corrisponde però al 7,8% dell'imponibile complessivo (803,6 miliardi di euro). Su questi soldi i paperoni italici pagano 24,9 miliardi di euro di tasse, cioè l'11,4% dei 218,7 miliardi di euro sborsati dai contribuenti.
Il dettato costituzionale che dispone la progressività della tassazione è applicato alla lettera a questa fascia di cittadini: poco più dello 0,7% paga oltre l'11% di imposte. L'intento del provvedimento è evidente, cioè colpire la categoria più produttiva e andare a mungere chi già sostiene una grossa fetta delle entrate fiscali. Anche gli altri contribuenti avranno comunque a carico un'incombenza: tutte le detrazioni al 19% dovranno essere tracciabili, cioè pagate con bonifico o carta di credito.
Stangata anche sulle auto aziendali. Il prelievo passa da 600 a 2.000 euro
Oltre al danno, la beffa. E, oltre alla beffa, la mancata comprensione dell'economia reale: sia rispetto all'andamento del mercato dell'auto, sia rispetto alla condizione effettiva di lavoro di molte persone.
Il danno si è materializzato da 36 ore, con il succedersi delle bozze della legge di bilancio, e la scoperta dell'autentica mazzata contro le auto aziendali in fringe benefit: lo sconto al 30% del valore di automobili e moto concesse in uso cosiddetto «promiscuo», che ora vale per tutti i dipendenti, con la nuova manovra resterà limitato ai soli agenti e rappresentanti di commercio.
Per tutti gli altri, i mezzi in fringe benefit saranno calcolati a valore integrale. Tradotto volgarmente: tassazione triplicata.
Ma dicevamo che, oltre al danno, c'è anche la beffa, perché la botta di quest'anno fa seguito al grave errore già ereditato dalla finanziaria precedente, quella in cui (con modalità pasticciate, e per tenace volontà grillina) furono introdotte misure di bonus per le auto elettriche (più o meno, l'1% del mercato), sostenute però con un punitivo aggravio fiscale sulle cosiddette auto inquinanti che finiva per colpire più o meno il 20% del parco auto. Un'operazione suicida.
Ma non finisce qui. Perché, oltre alla beffa, si manifesta una duplice mancata comprensione dell'economia reale: per un verso, perché non si comprende che si tassa uno strumento di lavoro per molte persone, che inevitabilmente «ringrazieranno» il governo nelle urne (prima o poi); e per altro verso, perché all'interno di un mercato dell'automotive complessivamente sofferente, l'unico comparto in salute era proprio quello delle auto aziendali. Le auto aziendali rappresentano circa il 40% delle nuove immatricolazioni: una percentuale rilevantissima. Colpire lì significa compiere un atto di puro autolesionismo, in totale contraddizione con gli impegni assunti dal governo e dal ministro Stefano Patuanelli in sede di «tavolo automotive». E la stima è che saranno investiti dal peggioramento fiscale 2 milioni di lavoratori, senza parlare delle imprese che - a questo punto - rifletteranno due volte sullo strumento dell'auto aziendale.
Anche le modalità dell'imposizione sono farraginose e discutibili: è come se si introducesse un ulteriore e anomalo studio di settore. Oggi, infatti, per i veicoli concessi in uso «promiscuo» a dipendenti e amministratori, il valore del compenso «in natura» addebitato (in termini di tassazione Irpef e addizionale) a chi usa l'auto è pari al 30% «dell'importo corrispondente a una percorrenza convenzionale di 15.000 chilometri calcolato sulla base del costo chilometrico di esercizio desumibile dalle tabelle nazionali dell'Aci». Eliminando il riferimento al 30%, la tassazione non sarà più riferita a 4.500 chilometri ma all'intero ammontare dei 15.000 chilometri di «percorrenza convenzionale».
Si ritrova dunque, in una sola misura, l'intero armamentario del peggiore Stato tassatore: inasprimento fiscale, scoraggiamento della parte trainante del mercato, e pretesa regolatoria di stabilire come e quanto «debbano» viaggiare coloro che usano un'auto per lavoro.
Le prime stime parlano chiaro: saremo in presenza di un appesantimento fiscale medio (che scatterebbe già a gennaio) che porterà il prelievo dagli attuali circa 600 euro a 1.800-2.000 euro per i soggetti interessati. E non a caso la stima del Mef è di mezzo miliardo di entrate (513 milioni) da questa misura. Comprensibilmente durissima la reazione dell'associazione dei noleggiatori Aniasa: «Una misura assurda proprio da un punto di vista concettuale, in quanto si tassa non solo l'uso privato dell'auto ma quello lavorativo».
Paradosso finale, e qui si entra in un ambito surreale anche dal punto di vista dei sostenitori delle politiche green: la nuova tassazione colpisce pure le auto ibride ed elettriche, senza alcuna distinzione.
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Lo stop fa risparmiare solo 350 milioni su 30 miliardi. Chi guadagna oltre 120.000 euro perderà pure lo sconto sulle spese sanitarie, eccetto che per alcune patologie. Bastonata una classe che rappresenta lo 0,73% della popolazione, ma versa l'11% delle tasse.Stangata anche sulle auto aziendali. Il prelievo passa da 600 a 2.000 euro. Il settore rappresenta il 40% delle nuove immatricolazioni. Attesi 513 milioni di incassi.Lo speciale comprende due articoli.Dalle stalle alle stelle, si dice. È il destino che tocca ai paperoni d'Italia. Finché c'era la Lega al governo, coloro che guadagnano fino a 100.000 euro l'anno potevano sperare di vedersi applicata la flat tax al 20%, cioè un'imposta unica in sostituzione di Irpef e Irap. Un miraggio: meno della metà rispetto all'aliquota del 43% che i redditi più elevati raggiungono oggi. Ora invece i cosiddetti super ricchi non soltanto vedranno con il telescopio i tagli d'imposta, ma subiranno anche un colpo di scure sulle detrazioni. Il disegno di legge di bilancio 2020 presentato dal governo non dà scampo, se non verrà modificato dal Parlamento.La ghigliottina è prevista all'articolo 75 della bozza predisposta dal governo M5s-Pd, intitolato «Rimodulazione degli oneri detraibili in base al reddito»: ha l'onore di essere l'articolo che apre la parte che contiene le «Disposizioni in materia di entrate». Il testo è scritto nel più puro e oscuro burocratese. Si parla delle spese che possono essere sottratte all'imposta lorda per una quota del 19%. L'elenco è piuttosto lungo: si va dagli interessi passivi per il mutuo prima casa alle spese mediche e sanitarie, dalle spese veterinarie a quelle funebri, dalle tasse scolastiche e universitarie alle polizze assicurative, dalle erogazioni liberali a favore dello Stato, dei partiti o di associazioni riconosciute senza scopo di lucro alle spese per la manutenzione dei beni culturali, dai costi per fare praticare sport ai figli (iscrizione a società sportive, palestre, piscine) fino agli esborsi per aiutare i disabili. Non vengono toccate le detrazioni per le spese di ristrutturazione edilizia e di riqualificazione energetica, che vengono prorogate in quanto «misure per la crescita».Il testo mantiene la detrazione intera al 19%, indipendentemente dal reddito, per alcune voci: gli interessi passivi sui mutui e alcune spese mediche, cioè quelle sostenute per le patologie che danno diritto all'esenzione dalla partecipazione alla spesa sanitaria (ad esempio i tumori e malattie croniche come diabete e ipertensione). Secondo il ministero dell'Economia, nel 2018 (anno d'imposta 2017) i contribuenti italiani hanno potuto decurtare le proprie tasse per complessivi 29,96 miliardi di euro. Un buon risparmio.La legge di bilancio falcidia chi ha un reddito superiore a 120.000 euro, i super ricchi, che rappresentano lo 0,73% del totale dei contribuenti. Chi guadagna fino a 240.000 euro subirà un taglio proporzionale al reddito. Il calcolo da fare, secondo il disegno di legge, è questo. Poniamo che un tizio guadagni 150.000 euro, cioè il 25% in più di 120.000: avrà un taglio equivalente. In pratica, invece che il 19% potrà detrarre il 14,25% delle spese. Chi guadagna 180.000 euro perderà metà delle detrazioni e il suo vecchio 19% si rimpicciolirà al 9,5%. Più ci si avvicina ai 240.000 euro, meno si potrà defalcare dalle tasse. E quanti incassano 240.000 euro e più dovranno dire addio alle detrazioni.Questa misura non raccoglie molti soldi. Secondo il Mef, tale platea di contribuenti detrae dalle tasse circa 840 milioni di euro, che rappresentano appena il 2,8% del monte complessivo delle detrazioni al 19%, le quali come detto sfiorano i 30 miliardi di euro. Il denaro recuperato in questo modo non dovrebbe superare i 350 milioni. A tale classe di reddito appartengono 302.266 persone. Per ciascuno di loro, in media, si profila dunque una perdita di circa 1.160 euro. È un valore approssimativo, visto che la mannaia del governo giallorosso viene calata in misura progressiva, ma dà un'indicazione del sacrificio preteso.È dunque una manovra per fare cassa? Soltanto in minima parte: non è con queste somme che si aggiusta il debito pubblico. È piuttosto una mossa classista e populista? Certamente, perché colpisce una classe sociale che dà un forte contributo alle casse pubbliche. È sempre il ministero di via XX Settembre a fornire i dati. Questo nucleo lillipuziano di contribuenti annovera oltre 300.000 persone: meno dell'1% del totale, come si è visto. Il loro reddito imponibile (62,9 miliardi di euro) corrisponde però al 7,8% dell'imponibile complessivo (803,6 miliardi di euro). Su questi soldi i paperoni italici pagano 24,9 miliardi di euro di tasse, cioè l'11,4% dei 218,7 miliardi di euro sborsati dai contribuenti.Il dettato costituzionale che dispone la progressività della tassazione è applicato alla lettera a questa fascia di cittadini: poco più dello 0,7% paga oltre l'11% di imposte. L'intento del provvedimento è evidente, cioè colpire la categoria più produttiva e andare a mungere chi già sostiene una grossa fetta delle entrate fiscali. Anche gli altri contribuenti avranno comunque a carico un'incombenza: tutte le detrazioni al 19% dovranno essere tracciabili, cioè pagate con bonifico o carta di credito. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-taglio-delle-detrazioni-costa-1-160-euro-2641178164.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="stangata-anche-sulle-auto-aziendali-il-prelievo-passa-da-600-a-2-000-euro" data-post-id="2641178164" data-published-at="1769802955" data-use-pagination="False"> Stangata anche sulle auto aziendali. Il prelievo passa da 600 a 2.000 euro Oltre al danno, la beffa. E, oltre alla beffa, la mancata comprensione dell'economia reale: sia rispetto all'andamento del mercato dell'auto, sia rispetto alla condizione effettiva di lavoro di molte persone. Il danno si è materializzato da 36 ore, con il succedersi delle bozze della legge di bilancio, e la scoperta dell'autentica mazzata contro le auto aziendali in fringe benefit: lo sconto al 30% del valore di automobili e moto concesse in uso cosiddetto «promiscuo», che ora vale per tutti i dipendenti, con la nuova manovra resterà limitato ai soli agenti e rappresentanti di commercio. Per tutti gli altri, i mezzi in fringe benefit saranno calcolati a valore integrale. Tradotto volgarmente: tassazione triplicata. Ma dicevamo che, oltre al danno, c'è anche la beffa, perché la botta di quest'anno fa seguito al grave errore già ereditato dalla finanziaria precedente, quella in cui (con modalità pasticciate, e per tenace volontà grillina) furono introdotte misure di bonus per le auto elettriche (più o meno, l'1% del mercato), sostenute però con un punitivo aggravio fiscale sulle cosiddette auto inquinanti che finiva per colpire più o meno il 20% del parco auto. Un'operazione suicida. Ma non finisce qui. Perché, oltre alla beffa, si manifesta una duplice mancata comprensione dell'economia reale: per un verso, perché non si comprende che si tassa uno strumento di lavoro per molte persone, che inevitabilmente «ringrazieranno» il governo nelle urne (prima o poi); e per altro verso, perché all'interno di un mercato dell'automotive complessivamente sofferente, l'unico comparto in salute era proprio quello delle auto aziendali. Le auto aziendali rappresentano circa il 40% delle nuove immatricolazioni: una percentuale rilevantissima. Colpire lì significa compiere un atto di puro autolesionismo, in totale contraddizione con gli impegni assunti dal governo e dal ministro Stefano Patuanelli in sede di «tavolo automotive». E la stima è che saranno investiti dal peggioramento fiscale 2 milioni di lavoratori, senza parlare delle imprese che - a questo punto - rifletteranno due volte sullo strumento dell'auto aziendale. Anche le modalità dell'imposizione sono farraginose e discutibili: è come se si introducesse un ulteriore e anomalo studio di settore. Oggi, infatti, per i veicoli concessi in uso «promiscuo» a dipendenti e amministratori, il valore del compenso «in natura» addebitato (in termini di tassazione Irpef e addizionale) a chi usa l'auto è pari al 30% «dell'importo corrispondente a una percorrenza convenzionale di 15.000 chilometri calcolato sulla base del costo chilometrico di esercizio desumibile dalle tabelle nazionali dell'Aci». Eliminando il riferimento al 30%, la tassazione non sarà più riferita a 4.500 chilometri ma all'intero ammontare dei 15.000 chilometri di «percorrenza convenzionale». Si ritrova dunque, in una sola misura, l'intero armamentario del peggiore Stato tassatore: inasprimento fiscale, scoraggiamento della parte trainante del mercato, e pretesa regolatoria di stabilire come e quanto «debbano» viaggiare coloro che usano un'auto per lavoro. Le prime stime parlano chiaro: saremo in presenza di un appesantimento fiscale medio (che scatterebbe già a gennaio) che porterà il prelievo dagli attuali circa 600 euro a 1.800-2.000 euro per i soggetti interessati. E non a caso la stima del Mef è di mezzo miliardo di entrate (513 milioni) da questa misura. Comprensibilmente durissima la reazione dell'associazione dei noleggiatori Aniasa: «Una misura assurda proprio da un punto di vista concettuale, in quanto si tassa non solo l'uso privato dell'auto ma quello lavorativo». Paradosso finale, e qui si entra in un ambito surreale anche dal punto di vista dei sostenitori delle politiche green: la nuova tassazione colpisce pure le auto ibride ed elettriche, senza alcuna distinzione.
«Wonder Man» (Disney+)
La nuova serie, su Disney+ da mercoledì 28 gennaio, segue Simon Williams, supereroe con identità segreta, alle prese con una carriera da attore e la sorveglianza del Dipartimento per il controllo dei danni. Tra quotidiano e straordinario, lo show intrattiene senza promettere rivoluzioni.
L'idea è ormai sedimentata. I supereroi, la cui narrazione un tempo era appannaggio di pochi e magnifici film, sarebbero stati sfruttati dalla serialità televisiva. Un do ut des, perché la domanda non rimanesse mai senza risposta e perché anche i personaggi minori degli universi fumettistici potessero trovare un loro spazio. Ci sarebbe stata reciprocità, uno scambio consensuale fra il pubblico e la parte creativa. E così, in questi ultimi anni, è stato. Così continuerà ad essere.
Wonder Man, su Disney+ da mercoledì 28 gennaio, sembra portare avanti quel che è iniziato diverse stagioni fa, l'idea ormai sedimentata. Al centro, dunque, non ha alcun personaggio noto. Non ai più. Protagonista dello show è Simon Williams, un ragazzo all'apparenza ordinario, impegnato a intraprendere una carriera da attore. Parrebbe desiderare quello che tanti, come lui, desiderano: un posto nel mondo patinato dello spettacolo, sotto i riflettori, dove il lavoro si possa mescolare al gioco e il gioco al divertimento. Per farlo, parrebbe anche disposto a tutto. Ivi compreso nascondere quel che più lo renderebbe straordinario, i suoi super poteri. Simon Williams, di cui è stato raccontato (ad oggi) solo all'interno dei fumetti, non è un uomo qualunque, ma un supereroe. Un supereroe che il Dipartimento per il Controllo dei Danni, guidato dall'agente P. Cleary, considera alla stregua di una minaccia. Troppo spesso i supereroi si sono ritagliati ruoli che, all'interno della società, non avrebbero dovuto ricoprire. Troppo spesso i media sono andati loro dietro, accecati da quell'abbaglio che il Dipartimento vuole denunciare come tale.Williams abbozza, concentrando ogni energia su di sé, l'occultamento dei poteri e la carriera da attore. Una carriera che potrebbe prendere il volo, qualora il ragazzo riuscisse ad aggiudicarsi la parte del protagonista in un remake d'autore.Wonder Man si muove così, su un binario duplice, sfruttando l'alterità tra identità segreta e identità pubblica. C'è l'uomo, quello semplice e comune, con i drammi e le difficoltà, le gioie e l'evolversi di un quotidiano che in nulla differisce da quello di chi guardi. E c'è il supereroe, messo alle strette da un'istituzione ambigua, che vorrebbe controllarne il potenziale. Non è irrinunciabile e non promette di inaugurare un nuovo filone, una nuova epopea. Però, intrattiene, con quel po' di genuina magia che i supereroi sanno portarsi appresso.
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Secondo il Rapporto Censis-United, quasi metà dei laureati non avrebbe completato gli studi senza la formazione digitale. La flessibilità, l’autonomia nello studio e la possibilità di conciliare lavoro e università spingono sempre più adulti verso le università telematiche.
In Italia, quasi metà dei laureati delle università telematiche ammette che senza la didattica digitale non avrebbe mai conseguito il titolo: il 45,1% non ce l’avrebbe fatta, mentre un ulteriore 39,4% avrebbe impiegato molto più tempo. È il primo dato che emerge dal Rapporto Censis-United sulla formazione digitale, basato su quasi 4.000 laureati delle sette università telematiche associate United nel periodo 2020-2024.
Il quadro che ne viene fuori racconta di un sistema che non sostituisce gli atenei tradizionali, ma li integra. La principale motivazione degli studenti è la flessibilità: il 73,7% ha scelto l’università telematica per conciliare studio e lavoro, e oltre la metà apprezza la gestione autonoma dei tempi di vita. Anche le agevolazioni economiche giocano un ruolo importante: tra chi ne ha usufruito, l’80,6% le considera determinanti nella scelta del percorso.
Il profilo del laureato digitale è chiaro. Più della metà ha completato una laurea triennale, il 53,7% è donna e quasi il 40% ha 46 anni o più. La maggior parte degli iscritti era già occupata al momento dell’iscrizione (75,3%), e quasi la metà proviene da percorsi tecnici o professionali. Significativa anche la presenza territoriale: il 51,2% dei partecipanti risiede nel Mezzogiorno.
L’esperienza di studio è giudicata complessivamente positiva: il 93,4% dei laureati dichiara di essere soddisfatto del percorso intrapreso. Gli aspetti più apprezzati sono la possibilità di conciliare impegni personali e professionali (82,5%) e l’autonomia nello studio (47,7%). Anche l’uso delle tecnologie è valutato positivamente: oltre il 96% ritiene intuitivi i materiali e le piattaforme online, e il 78,4% segnala come vantaggio l’adozione di strumenti avanzati come intelligenza artificiale, metaverso e laboratori virtuali.
Il Rapporto evidenzia inoltre un effetto concreto sul fronte occupazionale. Tra i laureati che hanno trovato o cambiato lavoro entro un anno, il 79,1% ritiene la laurea utile per ottenere un impiego, soprattutto grazie alle competenze acquisite.
In sintesi, la didattica digitale emerge come uno strumento strategico per ampliare l’accesso all’università, ridurre i divari formativi e rafforzare il capitale umano del Paese, confermandosi più di una semplice alternativa: una risposta strutturale alle esigenze di flessibilità e personalizzazione sempre più richieste dagli studenti.
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Il settore italiano degli imballaggi vale 51,3 miliardi e impiega 12.000 addetti. Alla luce del nuovo regolamento europeo PPWR che punta a ridurre del 15% entro il 2040 i rifiuti da imballaggio, la filiera chiede strumenti stabili e un tavolo con governo e Parlamento per innovare senza penalizzare competitività e lavoro.
L’Italia dell’imballaggio è un settore solido e innovativo, un pezzo importante del Made in Italy che vale complessivamente 51,3 miliardi di euro, tra produttori di materiali e costruttori di macchine per confezionamento, stampa e converting. Con oltre 17 milioni di tonnellate di produzione nel 2024, pari all’1,7% del Pil, la filiera registra una crescita costante e prevede incrementi stabili anche nei prossimi anni.
Ma mentre i numeri confermano la salute del comparto, la sfida principale resta la transizione verso la sostenibilità. Il nuovo regolamento europeo Packaging and Packaging Waste Regulation (PPWR) punta a ridurre del 15% entro il 2040 i rifiuti da imballaggio, spingendo il settore a trovare un equilibrio tra crescita della domanda e riduzione dell’impatto ambientale.
Proprio su questo tema si è concentrato l’incontro Filiera a confronto: l’Italia dell’imballaggio verso la nuova normativa europea, organizzato al Senato dal senatore Gianluca Cantalamessa con il supporto di Giflex, l’associazione dei produttori di imballaggi flessibili. L’iniziativa ha messo sul tavolo dati, prospettive e richieste del settore, alla luce della nuova regolamentazione europea. «Oggi servono strumenti stabili e applicabili per chi produce, per chi utilizza, per chi recupera e per chi ricicla gli imballaggi. Le imprese non possono lavorare nell’incertezza: devono programmare, investire, innovare», ha dichiarato Alberto Palaveri, presidente di Giflex. «Siamo qui per rafforzare e difendere nel nuovo contesto europeo la leadership della nostra filiera». Il messaggio chiave è chiaro: servono regole praticabili, supportate da investimenti mirati che permettano alle imprese di trasformare gli obiettivi normativi in risultati concreti. La filiera chiede anche di potenziare i sistemi di raccolta e riciclo, compreso il riciclo chimico, e di accompagnare la transizione verso imballaggi innovativi con strumenti capaci di compensare i costi e proteggere la competitività del settore.
Un ruolo centrale è giocato dall’imballaggio flessibile, leggero ed efficiente: pesa in media solo il 2-3% del prodotto contenuto, richiede meno materie prime e genera basse emissioni di CO2, contribuendo così agli obiettivi europei. Il comparto europeo ha registrato nel 2024 un fatturato di 18,8 miliardi di euro e le previsioni per il 2029 stimano una crescita significativa, sia a livello mondiale sia in Europa. In Italia, il flessibile impiega circa 12.000 addetti, produce circa 400.000 tonnellate e fattura oltre 4,3 miliardi di euro. «Il Made in Italy dell’imballaggio è un modello industriale di eccellenza, competitivo e sostenibile», ha sottolineato il senatore Cantalamessa. «L’Europa deve riconoscere chi è avanti, non penalizzarlo con burocrazia e norme rigide uguali per tutti. La riduzione dei rifiuti si ottiene con filiera, dialogo e flessibilità normativa, non con regolazioni ideologiche».
Per affrontare queste sfide, Giflex ha annunciato la volontà di promuovere un tavolo di lavoro di filiera con governo e Parlamento, finalizzato a costruire soluzioni condivise per ridurre l’impatto ambientale degli imballaggi senza compromettere innovazione, crescita e competitività.
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