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2024-11-26
Il Surrealismo e l'Italia in mostra alla Fondazione Magnani Rocca
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Dopo la grande mostra incentrata sul rapporto fra il Surrealismo e l’Italia, conclusasi al MART di Rovereto lo scorso 20 ottobre, a un secolo esatto dal «Manifesto Surrealista» di André Breton un’altra importante esposizione pone l’accento su un quesito complesso e ancora aperto: è esistito veramente un Surrealismo italiano? E, inoltre, come sono arrivate in Italia le opere dei grandi Maestri surrealisti internazionali - da Salvador Dalí a René Magritte, passando per Max Ernst , Man Ray, Joan Miró, Marcel Duchamp, e Yves Tanguy - e in che modo hanno influenzato la nostra avanguardia artistica?
Partendo da queste domande, la mostra alla Magnani - Rocca (curata da curata da Alice Ensabella, Alessandro Nigro e Stefano Roffi) si muove quindi su un duplice piano, in un percorso espositivo - di oltre 150 capolavori- che si sviluppa in due grandi capitoli, suddivisi a loro volta in diverse sezioni tematiche: l’obiettivo, perfettamente centrato, è quello di dare al visitatore una panoramica completa del movimento Surrealista internazionale, con un focus importante non solo sugli artisti italiani, (da Giorgio De Chirico a Enrico Baj) ma anche su quei collezionisti ( a cominciare da Peggy Guggenheim) e galleristi che diedero un contributo fondamentale alla diffusione del movimento Surrealista nel nostro Paese.
La mostra
Di grande impatto visivo, la prima parte dell’esposizione parte dall’ indagine del Surrealismo internazionale e della sua varietà di temi e di linguaggi - dall’arte astratta alla fotografia , dal collage all’ assemblage - attraverso importanti lavori degli esponenti di punta del movimento ( strepitose, per esempio, la Divinité di Max Ernst, L’épreuve du sommeil di René Magritte o, ancora, Senza titolo, figure biomorfiche e astrali di Joan Mirò), per poi « approdare » all’arrivo del Surrealismo in Italia, mediato in un primo momento dall’opera di Giorgio de Chirico e di suo fratello Alberto Savinio (pseudonimo di Andrea Francesco Alberto de Chirico), di ritorno da Parigi negli anni Trenta. Ed è da questo periodo, dai protagonisti della scena surrealista italiana proprio a partire dagli anni Trenta, che prende le mosse la seconda parte dell’esposizione parmense ( a mio parere la più interessante), con l’intento di esaminarne le similitudini con i «colleghi» francesi, ma anche - e soprattutto - di metterne in luce l’indipendenza e l’originalità.
A contraddistinguere il movimento surrealista italiano, essenzialmente due tendenze: da una parte il filone «figurativo fantastico», caratterizzato dalla produzione di opere visionarie, a cui appartengono, tra gli altri, artisti come Leonor Fini, Fabrizio Clerici, Stanislao Lepri, Enrico Colombotto Rosso (definiti nel 1946 dalla rivista statunitense View « Italian Surrealists»); dall’altra il gruppo legato alle neo-avanguardie (soprattutto milanesi), ispirato a pratiche artistiche nuove e che intrattiene rapporti col gruppo francese di Breton, di cui fanno parte, fra gli altri, Sergio Dangelo ed Enrico Baj (in mostra con Nikolai Alexeievich e Generale ), che nei sui famosissimi , paradossali «assemblaggi» polimaterici e policromatici riprende il collage, una delle grandi innovazioni tecniche del Surrealismo, e , contemporaneamente, anticipa lo spirito grottesco e satirico del movimento Dada.
Una mostra, quella alla Magnani-Rocca, che regala al pubblico la possibilità di scoprire che «Il meraviglioso è sempre bello, anzi, solo il meraviglioso è bello». Proprio come teorizzava Breton, che del Surrealismo è il padre…
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Alla Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo (Pr), un’interessante mostra (sino al 15 dicembre 2024) indaga il rapporto fra il movimento surrealista e la scena culturale italiana dalla fine degli anni Venti alla fine degli anni Sessanta. Esposti, tra gli altri, capolavori di Magritte, Mirò, De Chirico, Leonor Fini.Dopo la grande mostra incentrata sul rapporto fra il Surrealismo e l’Italia, conclusasi al MART di Rovereto lo scorso 20 ottobre, a un secolo esatto dal «Manifesto Surrealista» di André Breton un’altra importante esposizione pone l’accento su un quesito complesso e ancora aperto: è esistito veramente un Surrealismo italiano? E, inoltre, come sono arrivate in Italia le opere dei grandi Maestri surrealisti internazionali - da Salvador Dalí a René Magritte, passando per Max Ernst , Man Ray, Joan Miró, Marcel Duchamp, e Yves Tanguy - e in che modo hanno influenzato la nostra avanguardia artistica? Partendo da queste domande, la mostra alla Magnani - Rocca (curata da curata da Alice Ensabella, Alessandro Nigro e Stefano Roffi) si muove quindi su un duplice piano, in un percorso espositivo - di oltre 150 capolavori- che si sviluppa in due grandi capitoli, suddivisi a loro volta in diverse sezioni tematiche: l’obiettivo, perfettamente centrato, è quello di dare al visitatore una panoramica completa del movimento Surrealista internazionale, con un focus importante non solo sugli artisti italiani, (da Giorgio De Chirico a Enrico Baj) ma anche su quei collezionisti ( a cominciare da Peggy Guggenheim) e galleristi che diedero un contributo fondamentale alla diffusione del movimento Surrealista nel nostro Paese.La mostraDi grande impatto visivo, la prima parte dell’esposizione parte dall’ indagine del Surrealismo internazionale e della sua varietà di temi e di linguaggi - dall’arte astratta alla fotografia , dal collage all’ assemblage - attraverso importanti lavori degli esponenti di punta del movimento ( strepitose, per esempio, la Divinité di Max Ernst, L’épreuve du sommeil di René Magritte o, ancora, Senza titolo, figure biomorfiche e astrali di Joan Mirò), per poi « approdare » all’arrivo del Surrealismo in Italia, mediato in un primo momento dall’opera di Giorgio de Chirico e di suo fratello Alberto Savinio (pseudonimo di Andrea Francesco Alberto de Chirico), di ritorno da Parigi negli anni Trenta. Ed è da questo periodo, dai protagonisti della scena surrealista italiana proprio a partire dagli anni Trenta, che prende le mosse la seconda parte dell’esposizione parmense ( a mio parere la più interessante), con l’intento di esaminarne le similitudini con i «colleghi» francesi, ma anche - e soprattutto - di metterne in luce l’indipendenza e l’originalità. A contraddistinguere il movimento surrealista italiano, essenzialmente due tendenze: da una parte il filone «figurativo fantastico», caratterizzato dalla produzione di opere visionarie, a cui appartengono, tra gli altri, artisti come Leonor Fini, Fabrizio Clerici, Stanislao Lepri, Enrico Colombotto Rosso (definiti nel 1946 dalla rivista statunitense View « Italian Surrealists»); dall’altra il gruppo legato alle neo-avanguardie (soprattutto milanesi), ispirato a pratiche artistiche nuove e che intrattiene rapporti col gruppo francese di Breton, di cui fanno parte, fra gli altri, Sergio Dangelo ed Enrico Baj (in mostra con Nikolai Alexeievich e Generale ), che nei sui famosissimi , paradossali «assemblaggi» polimaterici e policromatici riprende il collage, una delle grandi innovazioni tecniche del Surrealismo, e , contemporaneamente, anticipa lo spirito grottesco e satirico del movimento Dada. Una mostra, quella alla Magnani-Rocca, che regala al pubblico la possibilità di scoprire che «Il meraviglioso è sempre bello, anzi, solo il meraviglioso è bello». Proprio come teorizzava Breton, che del Surrealismo è il padre…
L'ingresso del locale Le Constellation di Crans-Montana (Ansa)
Non solo bengala e candele pirotecniche. Ma anche petardi e lanciarazzi per i fuochi d’artificio. Un vero «arsenale» per i festeggiamenti accatastato nel magazzino de Le Constellation. È quanto scoperto dagli esperti dell’Istituto forense di Zurigo incaricati dalla procura di Sion. Secondo Jacques Moretti, proprietario del locale insieme alla moglie Jessica, il tutto sarebbe arrivato per iniziativa dei clienti. «Li avranno portati loro», ha detto l’imprenditore, eludendo controlli e sorveglianza. Almeno 6 lanciarazzi Thunder King, 8 petardi lupo p1, oltre a 100 fontane pirotecniche. L’ennesimo elemento fuori posto che va ad aggiungersi alle immagini dei pannelli sorretti da stecche da biliardo. E dei pacchetti di fazzoletti per puntellarli meglio. Una storia, quella degli ormai tristemente famosi strati di poliuretano che hanno preso fuoco e causato la morte di 40 persone e il ferimento di altre 116, che sembra non finire man mano che emergono dettagli che aggravano lo scenario di incuria e pressappochismo con cui si facevano le cose a Le Constellation. Dopo il fai da te di Jacques, con i pannelli acquistati in un negozio di bricolage e da lui stesso incollati al soffitto, video e chat diffusi dalla tv Svizzera Rts raccontano i tentativi di quello che in linguaggio gergale si direbbe «metterci una pezza». Il goffo tentativo di tenere la «schiuma» incollata in qualche modo almeno fino alle delle gran serate di Capodanno.
Un video di 8 secondi girato a metà dicembre e raccolto dall’avvocato Romain Jordan che assiste numerose famiglie delle vittime, mostra come i pannelli tenuti fermi dalle stecche da biliardo in certi punti sporgono verso il basso. Quindi «a portata» di bengala e scintille.
I messaggi vocali rivelano invece lo scambio di battute tra Moretti e un dipendente di nome Gaetan che gli mostra il cedimento dei pannelli. Jacques gli risponde: «Sì Gaetan, prova a toglierne uno e vedi se cade perché ho messo della schiuma che non conosco… Fammi sapere se va bene… se cade o no, se cade dovremo lasciarli lì, purtroppo». Gaetan ribatte con una serie di messaggi e video fino a che l’imprenditore chiude la conversazione con un certo grado di soddisfazione. «Ok, ne metteremo altri, grazie» e «sì, sembra abbastanza bello, togliete gli altri per favore». Un quadro desolante aggravato ora dalle dichiarazioni di un supertestimone, un fornitore coinvolto nella ristrutturazione del locale che avrebbe consigliato di installare protezioni in schiuma ignifuga che però sarebbero state respinte dai Moretti per ragioni di budget.
Intanto dalla Svizzera arriva un segnale all’Italia. Dopo il rientro a Roma per consultazioni dell’ambasciatore italiano fino a quando la Svizzera non avesse accettato l’immediata costituzione di una squadra investigativa comune, la Procura di Sion ha comunicato che le indagini congiunte tra Italia e Svizzera vedranno il via entro il fine settimana.
Un altro segnale, seppur tardivo, cerca di darlo anche il sindaco di Crans Montana Nicolas Feraud, ben 22 giorni dopo la controversa conferenza stampa del 6 gennaio in cui aveva ammesso che il comune non controllava il locale dal 2020. In un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa svizzera Keystone-Sda il primo cittadino ha pensato bene di chiedere scusa per non essersi scusato. E di ammettere di aver sbagliato a non aver dato libero sfogo alle emozioni, tant’è che le preoccupazioni sarebbero talmente intense da non permettergli di dormire la notte e costringendolo a ricorrere ad uno psicologo. «Non mi ha disturbato» la richiesta di dimissioni della stampa italiana, ma piuttosto l’insinuazione di aver «accettato bustarelle», ha aggiunto il primo cittadino. Uno sfogo non richiesto ma probabilmente mosso dalla speranza di placare le critiche che da settimane piovono contro il Comune svizzero e la gestione delle indagini da parte del Cantone. Critiche alle quali si è aggiunto ieri anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani a margine della cerimonia del Giorno della memoria al Quirinale. «Le indagini hanno pregiudicato i diritti dei cittadini italiani perché l’arresto è avvenuto in ritardo, loro stessi hanno detto che c’era pericolo di fuga. La reiterazione del reato purtroppo abbiamo scoperto che c’è anche quella e l’inquinamento delle prove è probabile». E poi il tema della cauzione. Troppo bassa. «Se vuoi dare un segnale non chiedi una cauzione di soli 200.000 franchi ma da 1 milione di franchi svizzeri. Sono tutte cose che lasciano sgomenti». Il problema però non sarebbe la Svizzera, ha tenuto a precisare il ministro. Bensì il Cantone che sta seguendo le indagini dov’è accaduto il disastro. «L’unica cosa che si può fare è cambiare i magistrati di Cantone, però è una richiesta che deve fare la Procura». Commenti duri ai quali non si è fatta attendere la stoccata di Berna. «Un principio fondamentale del nostro sistema democratico - ha fatto sapere una nota del Dipartimento degli Affari esteri Svizzero - è la separazione dei poteri, che attribuisce a ciascun potere dello Stato ruoli, compiti e responsabilità propri». Della serie, non si accettano lezioni. Meglio darle agli altri. Si fa per dire.
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(Esercito Italiano)
La cerimonia ha rappresentato un momento significativo nel percorso di ammodernamento della componente terrestre, sviluppato presso il CEPOLISPE, centro di riferimento per la sperimentazione e la validazione dei mezzi e dei sistemi d’arma di interesse dell’Esercito.
Il Lynx costituirà la base del «sistema di sistemi» A2CS (Army Armoured Combat System), imperniato su una flotta di Armored Infantry Fighting Vehicle (AIFV) e su piattaforme derivate. Il sistema è concepito per operare nei moderni scenari operativi e per implementare il concetto di cooperative combat, grazie a soluzioni tecnologiche di nuova generazione, elevata interoperabilità e piena integrazione dei sistemi di Comando e Controllo (C2).
Il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato: «La consegna del veicolo corazzato Lynx, frutto della collaborazione industriale italo-tedesca, rappresenta un passo concreto nel rafforzamento delle capacità terrestri dell’Esercito. Il CEPOLISPE svolge un ruolo centrale nel garantire che i nuovi sistemi rispondano pienamente ai requisiti operativi».
Roberto Cingolani, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Leonardo, ha sottolineato: «L’avvio delle consegne segna una tappa fondamentale del programma e conferma l’alleanza tra Leonardo e Rheinmetall come punto di riferimento per il rafforzamento della difesa nazionale e della base industriale europea».
In merito alla prima consegna, l’Amministratore Delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, ha evidenziato: «Il Lynx stabilisce nuovi standard in termini di protezione, versatilità e scalabilità, rafforzando al contempo la cooperazione europea nel settore della difesa».
Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello, ha infine aggiunto: «Con l’introduzione di questo mezzo inizia concretamente il percorso di meccanizzazione dell’Esercito. La disponibilità di tecnologie avanzate è fondamentale per affrontare le sfide operative future».
La Joint Venture LRMV ha inoltre presentato le principali caratteristiche del nuovo veicolo da combattimento, che costituirà la base tecnologica per oltre 1.000 piattaforme, articolate in diverse varianti e ruoli operativi.
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Kiro Attia, cugino di Aba, parla con onestà e lucidità dell’omicidio del ragazzo, dell’integrazione e della violenza tra i giovani. Nato in Egitto e cresciuto in Italia, ribadisce che essere italiano significa rispettare leggi e valori condivisi, denuncia un sistema giuridico troppo permissivo e invita a distinguere tra immigrazione regolare e criminalità.