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2019-06-18
Il regista trascurato come Oriana. Firenze è matrigna con i suoi geni
Ansa
Mentre esco dal museo che porta il suo nome, alle spalle di Palazzo Vecchio, mi sorprendo a pensare che vita meravigliosa sia stata la sua. Il viaggio dentro il mondo di Franco Zeffirelli, nelle stanze del Centro culturale delle arti e dello spettacolo dell'ex tribunale in piazza San Firenze, è una commozione interminabile. Eppure quel museo non è stato il naturale omaggio al celebre regista, l'ultimo grande figlio di Firenze. Nossignori.
Lo è diventato oggi , un onore doveroso e, vivaddio, sacrosanto. Ma quanta fatica, quante polemiche e quante minacce si sono intrecciate fra Roma e Firenze, fra il Maestro e il Comune, prima di trovare questa soluzione, che realizza il sogno dell'artista fiorentino di consegnare la sua storia alla città che lo ha visto nascere, e che, a sua volta, sancisce l'eterna riconoscenza di una comunità stizzosa e rissosa, nei confronti di questo grande personaggio amato in tutto il mondo ma non altrettanto qui, che rischiava di dover eleggere a Roma la cittadinanza delle sue memorie. Finché era nel pieno della sua dissacrante vocazione di genio fiorentino, gli hanno fatto la guerra, perché Zeffirelli è sempre andato controcorrente rispetto alla cultura dominante, cioè quella di sinistra. Stesso destino di Oriana Fallaci. Voi pensate che a Firenze, nella loro città, non fosse così? Che questi campioni fossero il vanto dei fiorentini, orgogliosi di condividere le comuni origini? Macché.
Da Dante Alighieri in giù, mai è accaduto che Firenze coccolasse i suoi figli illustri. Dicono sia l'invidia che la città secerne verso chiunque provi ad insidiarle il monopolio della bellezza. Sia essa rappresentata da un film, da un racconto per immagini o dalla capacità di descrivere il mondo, le grandi guerre, le personalità che hanno fatto la storia. Una città ingrata, ecco. Tanto, e viscerale, è stato l'amore di Zeffirelli e Oriana per Firenze, tanta è stata la ruvidezza dei sentimenti con cui molti loro concittadini li hanno ricambiati. Buttando spesso in politica un rapporto che era piuttosto antropologico e quasi carnale, prima ancora che culturale. E quando si butta in politica, i sentimenti degenerano.
Con Zeffirelli, il legame con Firenze si è consumato divorato dal suo anticomunismo, mai nascosto, semmai esibito fino alla sfida. La Fallaci ha pagato l'anti islamismo, anche questo un giardino velenoso coltivato dalla sinistra, che non accettò mai i rabbiosi segnali d'allarme da lei lanciati verso una civiltà che, oggi ne comprendiamo ancora di più la lungimiranza, vuole spazzarci via. E mentre loro gonfiavano il petto in tutto il mondo, orgogliosi della nativa fiorentinità, nella città matrigna erano ignorati o insultati. La Fallaci è morta nel 2006 senza che il Comune le avesse conferito il Fiorino d'oro, il massimo riconoscimento cittadino, che, come commentò Zeffirelli, avevano ricevuto «cani e porci».
E perciò corse al suo funerale per acquistare un fiorino qualunque in un negozio di via del Proconsolo e poi glielo fece scivolare nella tomba prima della sepoltura. Questo non impedì che quando il centrodestra propose di intitolare una strada a Oriana Fallaci, la sinistra si opponesse con le scuse più basse, compresa quella che dovevano passare 10 anni dalla morte per poter deliberare un cambiamento della toponomastica. Nel furore della contrapposizione ideologica (oggi parzialmente sopite) la etichettarono come reazionaria e fascista di ritorno, lei che era stata staffetta partigiana e aveva preso parte alla resistenza, aderendo però a Giustizia e libertà, anticamera della sua scelta socialista, quindi non propriamente allineata al fronte comunista.
Peggio ancora andò a Zeffirelli, al quale di fascista davano sistematicamente, colpevole di anticomunismo, ignorando che anche lui aveva combattuto con le brigate partigiane sul Monte Morello, alle quali si era unito su consiglio di Giorgio La Pira, che tutto si può dire che fosse, fuorché fascista. Due spiriti liberi che era impossibile ingabbiare. Infatti si ritrovarono insieme sulle fragili barricate che nel 2002 cercarono di tenere lontano da Firenze, il Social forum voluto dalle giunte rosso verdi. Si batterono per difendere la loro città, mai del tutto compresi.
Marcello Mancini
La colpa di Zeffirelli: essere omo ma non gay
Sembra quasi che vogliano ridurre il pensiero politico di Franco Zeffirelli a un fastidioso orpello. Come se un artista del suo calibro non potesse essere conservatore se non per posa, per vezzo o per colpa di una vena di follia. Anche ora che è defunto, continuano a rinfacciargli il peccato grave: essere stato omosessuale ma non gay. Lui lo ripeteva spesso: «La parola gay stessa è frutto della cultura puritana, una maniera stupida di chiamare gli omosessuali, per indicarli come fossero dei pazzerelli».
Essere omosessuale, argomentava, «è un impegno molto serio con noi stessi e con la società. Una tradizione antica e spesso di alto livello intellettuale, pensi solo al Rinascimento. Nella cultura greca l'esercito portava gran rispetto a due guerrieri che fossero amici e amanti, perché in battaglia non difendevano solo la patria, ma reciprocamente anche se stessi, offrendo una raddoppiata forza contro il nemico». Per questo ce l'aveva con i gay pride: «Esibizioni veramente oscene, con tutta quella turba sculettante».
Secondo Paolo Isotta, tutto ciò è da attribuire a falsità e cattiveria. «Se c'era una recchia, ma proprio una recchia, non un omosessuale era lui», ha scritto il critico sul Fatto quotidiano. E le professioni di fede cattolica? Tutte «panzane», insiste Isotta.
Lo liquidano così, come un pazzoide. Anche il suo viscerale anticomunismo viene confinato nel recinto della pazzia. Anzi, dell'«ossessione», come ha scritto Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera. Quasi che Zeffirelli fosse un'isterica, un megalomeno fissato con l'idea di non essere abbastanza amato dal suo Paese. Eppure, persino Natalia Aspesi, su Repubblica, lo ha riconosciuto: «La nostra critica cinematografica dichiarata di sinistra come tanti registi e cinefili, obbligava anche noi miti spettatori che oggi verremmo sbeffeggiati come radical chic a non amore le sue lussuose versioni di Romeo e Giulietta e La bisbetica domata, trascurando il fatto che quei film, amatissimi dal pubblico, portavano Shakespeare anche a chi non sapeva chi fosse». Forse, dopo tutto, non era tanto un'ossessione o una mania di persecuzione. Forse davvero al maestro non sono stati tributati i giusti onori.
Del resto, anche adesso, nell'ora delle celebrazioni postume e un po' appiccicose, si continua a mettere in ombra la parte sgradita del suo pensiero. Per esempio quella riguardante le «famiglie arcobaleno». «Conosco molti amici gay che vivono serenamente in coppia, magari da molti anni», disse in un'intervista. «Ma non c'è alcun bisogno di mettersi lì a creare una pseudofamiglia “legale" a vanvera, per me ridicola e inaccettabile. Basta sistemare le cose tra persone civili: se viviamo insieme e magari compriamo una casa, chiariamo anche le questioni delle quote, tra persone intelligenti che si vogliono bene. Basta un atto privato fatto come si deve. Punto e basta».
Omosessuale sì, eccome. Ma, dicevamo, non gay. Nel senso che non si adeguava allo stereotipo arcobaleno, che non faceva del suo orientamento sessuale una questione politica. Dimostrava, così, che si può essere omo senza per forza pensarla come gli attivisti Lgbt.
Ecco perché conviene, a molti, battere sul tasto della stravaganza, della mattana da creativo strampalato. Perché, se preso sul serio, il messaggio di Zeffirelli può risultare dirompente. Tra le altre cose, egli fu uno straordinario testimonial della lotta a favore della vita. Nella sua autobiografia, per dire, raccontò di come sua madre si ostinò a metterlo al mondo. Fu messa incinta da un uomo già sposato, e tutti - amici e parenti compresi - la invitavano a «liberarsi subito del “bastardino" che portava in grembo». Ma la donna s'intignò: «Mia madre sfidò i pregiudizi e le ostilità di una società ottusa per mettermi al mondo», scrisse Zeffirelli. «Per regalare la vita a me, rovinò la sua. Non c'è dunque da meravigliarsi che io sia tanto violentemente contrario all'aborto, e tanto grato per il coraggio di mia madre».
Successivamente, il regista ribadì il concetto: «Una madre che genera una vita è una donna premiata qualunque sia la sua situazione, qualunque siano i conti da pagare, qualunque siano i suoi problemi emozionali», spiegò nel 2002. E mentre oggi sentiamo parlare di «due padri» e vediamo madri surrogate cancellate con un tratto di penna, colpisce al cuore leggere ciò che diceva il genio fiorentino. E cioè che «il privilegio di portare la vita è un privilegio che gli uomini non hanno: noi siamo inferiori alle donne per questo. Il miracolo di sentir germogliare nel proprio ventre una nuova vita, il vederla sbocciare e vederla venir su rende voi donne più forti». Un'ode alla vita, dunque: non una falsità né un'ossessione. Un pensiero forte, dirompente. E quindi sgradito ai cantori del mondo arcobaleno, alla cultura ufficiale che lo ha sdegnato in vita e ancora oggi tenta di rimpicciolirlo.
Francesco Borgonovo
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Entrambi, in vita, sono stati incompresi e rifiutati dalla città che avevano nel cuore.Anche dopo la morte gli rimproverano la mancata adesione al pensiero unico. Non amava i pride: «Roba da carnevale» E ha sempre avuto idee pro life: «Sono violentemente contrario all'aborto». Ma questo suo lato lo dimenticano in troppi.Lo speciale contiene due articoli Mentre esco dal museo che porta il suo nome, alle spalle di Palazzo Vecchio, mi sorprendo a pensare che vita meravigliosa sia stata la sua. Il viaggio dentro il mondo di Franco Zeffirelli, nelle stanze del Centro culturale delle arti e dello spettacolo dell'ex tribunale in piazza San Firenze, è una commozione interminabile. Eppure quel museo non è stato il naturale omaggio al celebre regista, l'ultimo grande figlio di Firenze. Nossignori. Lo è diventato oggi , un onore doveroso e, vivaddio, sacrosanto. Ma quanta fatica, quante polemiche e quante minacce si sono intrecciate fra Roma e Firenze, fra il Maestro e il Comune, prima di trovare questa soluzione, che realizza il sogno dell'artista fiorentino di consegnare la sua storia alla città che lo ha visto nascere, e che, a sua volta, sancisce l'eterna riconoscenza di una comunità stizzosa e rissosa, nei confronti di questo grande personaggio amato in tutto il mondo ma non altrettanto qui, che rischiava di dover eleggere a Roma la cittadinanza delle sue memorie. Finché era nel pieno della sua dissacrante vocazione di genio fiorentino, gli hanno fatto la guerra, perché Zeffirelli è sempre andato controcorrente rispetto alla cultura dominante, cioè quella di sinistra. Stesso destino di Oriana Fallaci. Voi pensate che a Firenze, nella loro città, non fosse così? Che questi campioni fossero il vanto dei fiorentini, orgogliosi di condividere le comuni origini? Macché. Da Dante Alighieri in giù, mai è accaduto che Firenze coccolasse i suoi figli illustri. Dicono sia l'invidia che la città secerne verso chiunque provi ad insidiarle il monopolio della bellezza. Sia essa rappresentata da un film, da un racconto per immagini o dalla capacità di descrivere il mondo, le grandi guerre, le personalità che hanno fatto la storia. Una città ingrata, ecco. Tanto, e viscerale, è stato l'amore di Zeffirelli e Oriana per Firenze, tanta è stata la ruvidezza dei sentimenti con cui molti loro concittadini li hanno ricambiati. Buttando spesso in politica un rapporto che era piuttosto antropologico e quasi carnale, prima ancora che culturale. E quando si butta in politica, i sentimenti degenerano. Con Zeffirelli, il legame con Firenze si è consumato divorato dal suo anticomunismo, mai nascosto, semmai esibito fino alla sfida. La Fallaci ha pagato l'anti islamismo, anche questo un giardino velenoso coltivato dalla sinistra, che non accettò mai i rabbiosi segnali d'allarme da lei lanciati verso una civiltà che, oggi ne comprendiamo ancora di più la lungimiranza, vuole spazzarci via. E mentre loro gonfiavano il petto in tutto il mondo, orgogliosi della nativa fiorentinità, nella città matrigna erano ignorati o insultati. La Fallaci è morta nel 2006 senza che il Comune le avesse conferito il Fiorino d'oro, il massimo riconoscimento cittadino, che, come commentò Zeffirelli, avevano ricevuto «cani e porci». E perciò corse al suo funerale per acquistare un fiorino qualunque in un negozio di via del Proconsolo e poi glielo fece scivolare nella tomba prima della sepoltura. Questo non impedì che quando il centrodestra propose di intitolare una strada a Oriana Fallaci, la sinistra si opponesse con le scuse più basse, compresa quella che dovevano passare 10 anni dalla morte per poter deliberare un cambiamento della toponomastica. Nel furore della contrapposizione ideologica (oggi parzialmente sopite) la etichettarono come reazionaria e fascista di ritorno, lei che era stata staffetta partigiana e aveva preso parte alla resistenza, aderendo però a Giustizia e libertà, anticamera della sua scelta socialista, quindi non propriamente allineata al fronte comunista. Peggio ancora andò a Zeffirelli, al quale di fascista davano sistematicamente, colpevole di anticomunismo, ignorando che anche lui aveva combattuto con le brigate partigiane sul Monte Morello, alle quali si era unito su consiglio di Giorgio La Pira, che tutto si può dire che fosse, fuorché fascista. Due spiriti liberi che era impossibile ingabbiare. Infatti si ritrovarono insieme sulle fragili barricate che nel 2002 cercarono di tenere lontano da Firenze, il Social forum voluto dalle giunte rosso verdi. Si batterono per difendere la loro città, mai del tutto compresi. Marcello Mancini<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-regista-trascurato-come-oriana-firenze-e-matrigna-con-i-suoi-geni-2638893466.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-colpa-di-zeffirelli-essere-omo-ma-non-gay" data-post-id="2638893466" data-published-at="1768417107" data-use-pagination="False"> La colpa di Zeffirelli: essere omo ma non gay Sembra quasi che vogliano ridurre il pensiero politico di Franco Zeffirelli a un fastidioso orpello. Come se un artista del suo calibro non potesse essere conservatore se non per posa, per vezzo o per colpa di una vena di follia. Anche ora che è defunto, continuano a rinfacciargli il peccato grave: essere stato omosessuale ma non gay. Lui lo ripeteva spesso: «La parola gay stessa è frutto della cultura puritana, una maniera stupida di chiamare gli omosessuali, per indicarli come fossero dei pazzerelli». Essere omosessuale, argomentava, «è un impegno molto serio con noi stessi e con la società. Una tradizione antica e spesso di alto livello intellettuale, pensi solo al Rinascimento. Nella cultura greca l'esercito portava gran rispetto a due guerrieri che fossero amici e amanti, perché in battaglia non difendevano solo la patria, ma reciprocamente anche se stessi, offrendo una raddoppiata forza contro il nemico». Per questo ce l'aveva con i gay pride: «Esibizioni veramente oscene, con tutta quella turba sculettante». Secondo Paolo Isotta, tutto ciò è da attribuire a falsità e cattiveria. «Se c'era una recchia, ma proprio una recchia, non un omosessuale era lui», ha scritto il critico sul Fatto quotidiano. E le professioni di fede cattolica? Tutte «panzane», insiste Isotta. Lo liquidano così, come un pazzoide. Anche il suo viscerale anticomunismo viene confinato nel recinto della pazzia. Anzi, dell'«ossessione», come ha scritto Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera. Quasi che Zeffirelli fosse un'isterica, un megalomeno fissato con l'idea di non essere abbastanza amato dal suo Paese. Eppure, persino Natalia Aspesi, su Repubblica, lo ha riconosciuto: «La nostra critica cinematografica dichiarata di sinistra come tanti registi e cinefili, obbligava anche noi miti spettatori che oggi verremmo sbeffeggiati come radical chic a non amore le sue lussuose versioni di Romeo e Giulietta e La bisbetica domata, trascurando il fatto che quei film, amatissimi dal pubblico, portavano Shakespeare anche a chi non sapeva chi fosse». Forse, dopo tutto, non era tanto un'ossessione o una mania di persecuzione. Forse davvero al maestro non sono stati tributati i giusti onori. Del resto, anche adesso, nell'ora delle celebrazioni postume e un po' appiccicose, si continua a mettere in ombra la parte sgradita del suo pensiero. Per esempio quella riguardante le «famiglie arcobaleno». «Conosco molti amici gay che vivono serenamente in coppia, magari da molti anni», disse in un'intervista. «Ma non c'è alcun bisogno di mettersi lì a creare una pseudofamiglia “legale" a vanvera, per me ridicola e inaccettabile. Basta sistemare le cose tra persone civili: se viviamo insieme e magari compriamo una casa, chiariamo anche le questioni delle quote, tra persone intelligenti che si vogliono bene. Basta un atto privato fatto come si deve. Punto e basta». Omosessuale sì, eccome. Ma, dicevamo, non gay. Nel senso che non si adeguava allo stereotipo arcobaleno, che non faceva del suo orientamento sessuale una questione politica. Dimostrava, così, che si può essere omo senza per forza pensarla come gli attivisti Lgbt. Ecco perché conviene, a molti, battere sul tasto della stravaganza, della mattana da creativo strampalato. Perché, se preso sul serio, il messaggio di Zeffirelli può risultare dirompente. Tra le altre cose, egli fu uno straordinario testimonial della lotta a favore della vita. Nella sua autobiografia, per dire, raccontò di come sua madre si ostinò a metterlo al mondo. Fu messa incinta da un uomo già sposato, e tutti - amici e parenti compresi - la invitavano a «liberarsi subito del “bastardino" che portava in grembo». Ma la donna s'intignò: «Mia madre sfidò i pregiudizi e le ostilità di una società ottusa per mettermi al mondo», scrisse Zeffirelli. «Per regalare la vita a me, rovinò la sua. Non c'è dunque da meravigliarsi che io sia tanto violentemente contrario all'aborto, e tanto grato per il coraggio di mia madre». Successivamente, il regista ribadì il concetto: «Una madre che genera una vita è una donna premiata qualunque sia la sua situazione, qualunque siano i conti da pagare, qualunque siano i suoi problemi emozionali», spiegò nel 2002. E mentre oggi sentiamo parlare di «due padri» e vediamo madri surrogate cancellate con un tratto di penna, colpisce al cuore leggere ciò che diceva il genio fiorentino. E cioè che «il privilegio di portare la vita è un privilegio che gli uomini non hanno: noi siamo inferiori alle donne per questo. Il miracolo di sentir germogliare nel proprio ventre una nuova vita, il vederla sbocciare e vederla venir su rende voi donne più forti». Un'ode alla vita, dunque: non una falsità né un'ossessione. Un pensiero forte, dirompente. E quindi sgradito ai cantori del mondo arcobaleno, alla cultura ufficiale che lo ha sdegnato in vita e ancora oggi tenta di rimpicciolirlo. Francesco Borgonovo
Alessandro Giuli (Ansa)
Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, batte un colpo. «Anzi», dice alla Verità, «sparo un colpo di cannone, se non trovo ostacoli che mi bagnano le polveri. Userò la legge delega per bonificare il sistema perverso che ho ereditato», annuncia. Speriamo sia la volta buona. Perché ci è voluta la notizia del finanziamento con il tax credit di quasi 800.000 euro (su 2,4 milioni di budget) del ministero di via del Collegio romano alla pessima docuserie su Fabrizio Corona visibile su Netflix per svelare che, nonostante le promesse dopo l’inchiesta di Davide Perego su questo giornale, in realtà le cose continuavano tranquillamente come prima. La prova sta nella data - 23 dicembre 2025 - del decreto di approvazione dei finanziamenti ai cinque episodi di Io sono notizia diretti da Massimo Cappello per la casa di produzione Bloom media house.
Insieme al documentario di Netflix, numerose altre serie tv per Sky e Paramount+ (Call my agent, Gomorra - Le origini, Vita da Carlo fra le altre) e opere cinematografiche (da Parthenope a Buen camino) hanno ottenuto il sostegno del credito d’imposta grazie al provvedimento firmato dal nuovo direttore generale del dipartimento Cinema e audiovisivo, Giorgio Carlo Brugnoni, subentrato a Nicola Borrelli, dimessosi nel luglio scorso in seguito alla scoperta degli 863.595 euro percepiti, attraverso Coevolution srl, da Francis Kaufmann, il finto regista ora in carcere con l’accusa di omicidio della compagna Anastasia Trofimova e della figlia Andromeda nel parco di Villa Pamphili a Roma. Stavolta non ci saranno dimissioni perché, anche se ancora non sembra, il processo di revisione del sistema di finanziamenti a film, documentari e serie tv è stato avviato. Dal punto di vista strettamente tecnico, osserva un funzionario, il tax credit alla serie sull’ex re dei paparazzi non era rifiutabile con il sistema in vigore. Che, infatti, con il limite della pazienza, si aspetta venga cambiato.
Sciogliere le incrostazioni di decenni di ministri di sinistra organici agli autori d’area richiede un certo lasso di tempo. Ma c’è da augurarsi che «il caso Corona-Netflix» imprima un’accelerazione al processo. Un segnale in questa direzione sembra venire dalle audizioni di ieri in commissione Cultura della Camera che hanno confermato, come annunciato dal presidente Federico Mollicone, la validità dell’impianto normativo della legge delega in vista di «un rafforzamento industriale del comparto». In particolare, è stata definita l’adozione di strumenti per «una gestione più efficiente della tesoreria del Fondo attraverso intermediari bancari vigilati» e per «il rafforzamento delle competenze tecniche del ministero, insieme al potenziamento dei controlli sul credito d’imposta, anche attraverso figure come il tax credit manager».
Ci si augura che queste misure siano sufficienti per «bonificare il sistema perverso ereditato», secondo le parole del ministro. Perché i meccanismi di finanziamento conservano una farraginosità nella quale si allargano le zone grigie. Per fare un esempio, le opere che sbancando il botteghino, tipo Buen camino, fresco campione d’incassi del cinema italiano, dimostrano di non aver bisogno del tax credit, potrebbero essere oggetto di un ricalcolo. Cosicché, a fine corsa, il ministero potrebbe chiedere la restituzione dei quasi otto milioni assegnati al film del duo Zalone-Nunziante, magari per girarli a produzioni più povere. Al contrario, all’interno di una valutazione culturale più che di cassa, potrebbero avere una loro motivazione i due milioni di tax credit, su quattro di budget, a un film non riuscitissimo come Albatross, di Giulio Base, sulla storia di Almerigo Grilz. Certe opere che colmano un vuoto devono essere più pesate che calcolate. Perché queste valutazioni trovino spazio è auspicabile una riduzione degli automatismi consentiti dal meccanismo teoricamente asettico del tax credit per far spazio al lavoro di più commissioni dove decidere anche a maggioranza l’assegnazione dei finanziamenti. Insomma, i margini di intervento ci sono.
Ma forse, più che dal grande e meritato successo di Buen camino, il vero cambio di egemonia dipende dalla rimozione delle troppe incrostazioni sedimentate nei livelli amministrativi di certi ministeri. Quelle che, per esempio, nel 2023 hanno consentito di elargire 6.518.715 euro di tax credit (su 26.439.067 di budget) alla serie Supersex su Rocco Siffredi, prodotta da The Apartment e Groenlandia sempre per Netflix. Pochi giorni dopo il rilascio sulla piattaforma, il sottosegretario del ministero della Cultura, Gianmarco Mazzi, stigmatizzò pubblicamente il fatto, auspicando un radicale cambio di rotta nella gestione dei fondi. Peraltro, detto senza moralismi, in quel caso, ritraendo la vita di un pornoattore di successo, non si prefigurava l’incitamento all’uso della pornografia, possibile causa di negazione del finanziamento?
Comunque sia, era il 14 marzo 2024 quando Mazzi manifestava il suo disappunto. Da Rocco Siffredi a Fabrizio Corona sono trascorsi un anno e dieci mesi. Ma il problema sussiste.
Zerocalcare disegna «Due spicci» ma prende 3 milioni
The Iris Affair - Missione ad alto rischio è «una miniserie televisiva anglo-italiana ideata da Neil Cross e diretta da Terry McDonough e Sarah O’Gorman», recita Wikipedia. Prodotta da Sky Studios e Fremantle, è stata girata in Italia, dalla Sardegna a Campo Imperatore sul Gran Sasso. Visibile da metà ottobre 2025 sul canale Sky Atlantic, le otto puntate sono le vincitrici della speciale classifica delle produzioni più generosamente finanziate dal ministero della Cultura attraverso il tax credit nel corso del 2025: ben 14,2 milioni di sovvenzioni sono stati garantiti al prodotto. Mica pochi. Secondo posto del podio per la serie italo-francese di Luxvide, Sandokan, ideata da Luca Bernabei e interpretata da Can Yaman e Alessandro Preziosi: qui ci ferma poco sopra gli otto milioni di euro di sussidi, 8,1 per l’esattezza. Medaglia di bronzo per Motor valley, sei episodi visibili su Netflix a partire dal 10 febbraio 2026, ideati da Francesca Manieri, Gianluca Bernardini e Matteo Rovere e con protagonisti Luca Argentero e Giulia Michelini. Qui il tax credit ha garantito ai produttori 7,6 milioni di vantaggi fiscali. Le produzioni in cima alla lunga classifica ufficiale del ministero della Cultura fanno, da sole, quasi 30 milioni di euro di sovvenzioni elargite a colossi della streaming, del satellite o a televisioni già sovvenzionate con il canone. Ce n’era bisogno? Piattaforme e canali che chiedono abbonamenti sempre più onerosi per godere dei loro servizi devono essere davvero finanziate in maniera così generosa? In parole povere: non possono camminare con le proprie gambe? The Beauty è una serie thriller internazionale FX creata da Ryan Murphy. in arrivo su Disney+. La stagione, composta da 11 puntate, ha ricevuto 6,1 milioni di tax credit. Sono 5,6, invece, i milioni assicurati alla produzione della quinta stagione di Emily in Paris, con Lily Collins (solo 1,6, invece, quelli assicurati alla quarta stagione). Questi sono quelli richiesti dalla 360 Degrees Film srl, una delle società produttrici. L’altra, la Zeuca Film, ha fatto analogamente richiesta di tax credit, ottenendo l’ok per 2,3 milioni. A quanto risulta dai dati ministeriali, dunque, la serie (bollata così da The New Yorker: «La serie è così povera di trama e di cose che succedono che si può direttamente tenere in sottofondo mentre facciamo qualche altra cosa») ha avuto 7,9 milioni di sgravi. Altri maxi importi sono stati garantiti a Il paradiso delle signore (settima stagione, 5,4 milioni), Regina del Sud (sempre di Luxvide, 5,3), La scuola di Ivan Silvestrini (prodotta da Picomedia, visibile su Netflix, 4,9 milioni). Nord Sud Ovest Est, la serie sulla genesi del gruppo 883 di Sky, ha beneficiato di 4,7 milioni. Gomorra - Le origini, prequel della serie tratta dal libro di Roberto Saviano, si è assicurata 4,5 milioni di euro. Altri 4 milioni sono finiti a Luxvide per la terza stagione di Blanca, 3,3 sono stati assicurati a Il falsario di Netflix, con Pietro Castellitto. Alessandro Gassmann, uno degli attori più presenti nella classifica dei film-flop sovvenzionati dagli italiani sui cui La Verità aveva rendicontato in estate, è il protagonista della serie Rai Un professore 3 che si è assicurata 3,3 milioni di tax. Gassmann ha diretto anche il film per la televisione Questi fantasmi: un milione di aiuti anche qui. ZeroZeroZero è una miniserie televisiva italo-franco-statunitense creata da Stefano Sollima. I primi otto episodi, prodotti per Sky Atlantic, Canal+ e Prime Video, erano stati trasmessi nel 2020: cinque anni dopo, un milioncino di tax credit non si nega. Alla quinta e la sesta stagione di Mare fuori sono arrivati complessivamente 6,5 milioni, a Call my agenti Italia (terza stagione), visibile su Sky, 3,2. Uno sbirro in Appennino è la nuova fiction di Rai 1 con protagonista Claudio Bisio: uscirà nel corso dell’anno, 3,1 i milioni di tax credit assicurati dal Mic. Sempre su Netflix arriverà, nel corso dell’anno, pure la serie Due spicci: di nome, ma non di fatto visto che gli episodi della serie animata di Zerocalcare (Michele Rech) e con Valerio Mastrandrea nel ruolo dell’Armadillo ha avuto un bonus ministeriale di 3 milioni. E che dire, infine, della serie Fbi International? La quarta stagione, agevolata per 1,5 milioni, è stata anche l’ultima visto che la serie è stata cancellata a causa del calo degli ascolti.
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Ecco #DimmiLaVerità del 14 gennaio 2026. Il presidente della Commissione Sanità del Senato Francesco Zaffini: finalmente anche l'Oms non parla più di Covid.
La manifestazione a sostegno delle proteste antigovernative in Iran a Milano (Getty Images). Nel riquadro a sinistra Aysan Ahmadi, in quello a destra Hana Namdari.
Le testimonianze di Aysan Ahmadi e Hana Namdari raccontano una protesta diffusa contro il regime degli ayatollah, tra repressione, blackout informativi e migliaia di vittime. Dalla diaspora l’appoggio a Reza Pahlavi, indicato come figura di riferimento per il futuro dell’Iran, e l’appello a un intervento internazionale.
Mentre in Iran le proteste contro il regime degli ayatollah non accennano a fermarsi e in migliaia restano nelle strade e nelle piazze nel tentativo di abbattere la Repubblica Islamica, la diaspora rimane molto attiva e organizza manifestazioni in tutto il mondo. Anche in Italia, sia a Roma che a Milano, gli iraniani hanno manifestato contro gli ayatollah e soprattutto in appoggio a fratelli, sorelle, figli e amici che rischiano la vita nel loro Paese.
Aysan Ahmadi è un’attivista che vive nel nostro Paese e una donna decisa. «Siamo in piazza per cacciare dall’Iran Ali Khamenei, le situazione è molto peggiore di quello che si dice perché con il blocco di internet arriva soltanto l’1% dei crimini del regime. Le nostre fonti parlano di almeno 12000 morti, senza contare il numero degli arrestati che potrebbe essere doppio o triplo. Dopo l’appello del Principe Reza Pahlavi sono scesi tutti in strada a protestare, perché lui è una figura cha da fiducia per il futuro dell’Iran. Quando ci saremo liberati sarà necessario un referendum per decidere se vogliamo la monarchia o la repubblica, ma adesso l’importante è cacciare il regime». Le proteste sono dilagate in tutto il paese mediorientale e sono iniziate per la difficile situazione economica. «L’economia in difficoltà è stata soltanto la scusa per far partire la rivolta verso questo governo che uccide la nostra gente. Da Teheran, la mia città natale, mi dicono che ci sono miliziani che parlano arabo e che sparano sui manifestanti. Tutta la nazione è in rivolta anche i centri più tradizionalisti come Mashad o Qom e non è vero che il movimento non ha un leader: il suo nome è Reza Pahlavi e gli slogan scanditi per strada sono Lunga Vita allo Shah e Questa è l’ultima battaglia e Pahlavi tornerà!” La polizia sta inviando messaggi alle famiglie perché convincano i figli a restare a casa ed anche agli iraniani all’estero arrivano messaggi simili. «Ai padri e alle madri scrivono che se i figli non restano a casa verranno uccisi, mentre a noi ha scritto l’ambasciata per convincerci a calmare i parenti. L’Australia ha già espulso l’ambasciatore dell’Iran e adesso mi aspetto che l’Europa faccia lo stesso. Oltre il 90% della popolazione è in rivolta e le foto della contro manifestazioni del regime sono fatte con l’intelligenza artificiale e si vede benissimo che sono dei falsi».
Aysan Ahmadi ha le idee molto chiare per il futuro della sua patria. «Qualche politico coinvolto con gli ayatollah proverà a riciclarsi come riformista, ma non vogliamo avere niente a che fare con loro. Nemmeno i Mujahedin-e Khalq sono affidabili, sono come la Repubblica Islamica, fingono di essere oppositori e sono stati una delle causa del crollo della monarchia dello Shah. Io sono favorevole all’intervento militare degli Stati Uniti perché il nostro popolo è disarmato e non ha modo di difendersi». Hana Namdari è una giornalista ed oppositrice del regime che non può rientrare nel suo paese. «Il dissenso nel mio paese va avanti da 40 anni, il popolo iraniano si è sollevato più volte contro il regime, questa volta, il messaggio è chiaro: la popolazione chiede una trasformazione radicale. Non è vero che i movimenti del passato sono scomparsi, hanno continuato ad esistere, anche se il mondo ha chiuso gli occhi e le orecchie di fronte alla voce del popolo iraniano. Se la comunità internazionale avesse sostenuto il popolo iraniano, forse non saremmo giunti a una situazione così drammatica. Tutti i movimenti hanno sempre avuto delle figure di riferimento, anche se il regime ha cercato, con grande crudeltà e strategie mirate, di dividere la popolazione lungo linee etniche, religiose e politiche. Questa volta, ciò che distingue questo movimento è proprio la chiarezza dell’obiettivo: il cambiamento radicale del paese. Molti cittadini invocano il ritorno del principe Reza Pahlavi, figlio dello Shah, auspicando una nuova era. In questo senso, possiamo dire che oggi il popolo ha un leader riconosciuto». Anche Hana Namdari vede nel figlio dell’ultimo Shah una figura chiave per il nuovo Iran. «Oggi si fa la storia in Iran, ma non sappiamo nemmeno il numero delle vittime, fonti attendibili parlano di un range tra i 20.000 e i 25.000, ma non avremo mai dati certi. Ogni singola vita merita rispetto e giustizia e ogni perdita è un richiamo alla nostra coscienza».
Per quanto riguarda l’intervento diretto degli Stati Uniti Hana Namdari ribadisce che il popolo iraniano non va più lasciato da solo a combattere. «In molti citano l’esempio dell’Afganistan o dell’Iraq, ma a Teheran la situazione è diversa. Queste decisioni richiedono tempo e riflessione, ma la storia ci insegna che se il popolo iraniano viene lasciato solo, il regime può resistere e quindi un intervento delle autorità internazionali può essere determinante. Se gli Stati Uniti e Israele avessero continuato a indebolire il regime, forse avremmo già visto la sua caduta. Purtroppo, oggi la popolazione iraniana è ostaggio degli ayatollah e quindi l’intervento esterno potrebbe rivelarsi necessario». Nemmeno la Namdari vede positivamente il coinvolgimento dei Mujahedin-e Khalq. «Come donna iraniana vedo che la loro leader Maryam Rajavi porta il velo e si presenta in modo tradizionale. Questo contrasta con il movimento Donna, Vita, Libertà, che ha visto le donne iraniane rimuovere il velo come atto di disobbedienza civile. Mi chiedo come i Mujahedin-e Khalq possano effettivamente rappresentare il popolo iraniano e non credo che abbiano un posto nel cuore del popolo iraniano. Ripeto che l’unica figura di riferimento rimane il principe Reza Pahlavi, perché vediamo in lui un simbolo della continuità della vera identità iraniana, che per secoli è stata messa in discussione dall’arrivo dell’Islam e dall’invasione araba. Oggi molti invocano il suo ritorno, vedendolo come il simbolo di un’identità persiana perduta. Questo ci fa pensare che, così come abbiamo vissuto un rinascimento culturale tra il 1925 e il 1979, anche oggi, con la guida di una figura come il principe Reza Pahlavi, potremmo essere vicini a un nuovo rinascimento iraniano persiano».
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