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2019-06-18
Il regista trascurato come Oriana. Firenze è matrigna con i suoi geni
Ansa
Mentre esco dal museo che porta il suo nome, alle spalle di Palazzo Vecchio, mi sorprendo a pensare che vita meravigliosa sia stata la sua. Il viaggio dentro il mondo di Franco Zeffirelli, nelle stanze del Centro culturale delle arti e dello spettacolo dell'ex tribunale in piazza San Firenze, è una commozione interminabile. Eppure quel museo non è stato il naturale omaggio al celebre regista, l'ultimo grande figlio di Firenze. Nossignori.
Lo è diventato oggi , un onore doveroso e, vivaddio, sacrosanto. Ma quanta fatica, quante polemiche e quante minacce si sono intrecciate fra Roma e Firenze, fra il Maestro e il Comune, prima di trovare questa soluzione, che realizza il sogno dell'artista fiorentino di consegnare la sua storia alla città che lo ha visto nascere, e che, a sua volta, sancisce l'eterna riconoscenza di una comunità stizzosa e rissosa, nei confronti di questo grande personaggio amato in tutto il mondo ma non altrettanto qui, che rischiava di dover eleggere a Roma la cittadinanza delle sue memorie. Finché era nel pieno della sua dissacrante vocazione di genio fiorentino, gli hanno fatto la guerra, perché Zeffirelli è sempre andato controcorrente rispetto alla cultura dominante, cioè quella di sinistra. Stesso destino di Oriana Fallaci. Voi pensate che a Firenze, nella loro città, non fosse così? Che questi campioni fossero il vanto dei fiorentini, orgogliosi di condividere le comuni origini? Macché.
Da Dante Alighieri in giù, mai è accaduto che Firenze coccolasse i suoi figli illustri. Dicono sia l'invidia che la città secerne verso chiunque provi ad insidiarle il monopolio della bellezza. Sia essa rappresentata da un film, da un racconto per immagini o dalla capacità di descrivere il mondo, le grandi guerre, le personalità che hanno fatto la storia. Una città ingrata, ecco. Tanto, e viscerale, è stato l'amore di Zeffirelli e Oriana per Firenze, tanta è stata la ruvidezza dei sentimenti con cui molti loro concittadini li hanno ricambiati. Buttando spesso in politica un rapporto che era piuttosto antropologico e quasi carnale, prima ancora che culturale. E quando si butta in politica, i sentimenti degenerano.
Con Zeffirelli, il legame con Firenze si è consumato divorato dal suo anticomunismo, mai nascosto, semmai esibito fino alla sfida. La Fallaci ha pagato l'anti islamismo, anche questo un giardino velenoso coltivato dalla sinistra, che non accettò mai i rabbiosi segnali d'allarme da lei lanciati verso una civiltà che, oggi ne comprendiamo ancora di più la lungimiranza, vuole spazzarci via. E mentre loro gonfiavano il petto in tutto il mondo, orgogliosi della nativa fiorentinità, nella città matrigna erano ignorati o insultati. La Fallaci è morta nel 2006 senza che il Comune le avesse conferito il Fiorino d'oro, il massimo riconoscimento cittadino, che, come commentò Zeffirelli, avevano ricevuto «cani e porci».
E perciò corse al suo funerale per acquistare un fiorino qualunque in un negozio di via del Proconsolo e poi glielo fece scivolare nella tomba prima della sepoltura. Questo non impedì che quando il centrodestra propose di intitolare una strada a Oriana Fallaci, la sinistra si opponesse con le scuse più basse, compresa quella che dovevano passare 10 anni dalla morte per poter deliberare un cambiamento della toponomastica. Nel furore della contrapposizione ideologica (oggi parzialmente sopite) la etichettarono come reazionaria e fascista di ritorno, lei che era stata staffetta partigiana e aveva preso parte alla resistenza, aderendo però a Giustizia e libertà, anticamera della sua scelta socialista, quindi non propriamente allineata al fronte comunista.
Peggio ancora andò a Zeffirelli, al quale di fascista davano sistematicamente, colpevole di anticomunismo, ignorando che anche lui aveva combattuto con le brigate partigiane sul Monte Morello, alle quali si era unito su consiglio di Giorgio La Pira, che tutto si può dire che fosse, fuorché fascista. Due spiriti liberi che era impossibile ingabbiare. Infatti si ritrovarono insieme sulle fragili barricate che nel 2002 cercarono di tenere lontano da Firenze, il Social forum voluto dalle giunte rosso verdi. Si batterono per difendere la loro città, mai del tutto compresi.
Marcello Mancini
La colpa di Zeffirelli: essere omo ma non gay
Sembra quasi che vogliano ridurre il pensiero politico di Franco Zeffirelli a un fastidioso orpello. Come se un artista del suo calibro non potesse essere conservatore se non per posa, per vezzo o per colpa di una vena di follia. Anche ora che è defunto, continuano a rinfacciargli il peccato grave: essere stato omosessuale ma non gay. Lui lo ripeteva spesso: «La parola gay stessa è frutto della cultura puritana, una maniera stupida di chiamare gli omosessuali, per indicarli come fossero dei pazzerelli».
Essere omosessuale, argomentava, «è un impegno molto serio con noi stessi e con la società. Una tradizione antica e spesso di alto livello intellettuale, pensi solo al Rinascimento. Nella cultura greca l'esercito portava gran rispetto a due guerrieri che fossero amici e amanti, perché in battaglia non difendevano solo la patria, ma reciprocamente anche se stessi, offrendo una raddoppiata forza contro il nemico». Per questo ce l'aveva con i gay pride: «Esibizioni veramente oscene, con tutta quella turba sculettante».
Secondo Paolo Isotta, tutto ciò è da attribuire a falsità e cattiveria. «Se c'era una recchia, ma proprio una recchia, non un omosessuale era lui», ha scritto il critico sul Fatto quotidiano. E le professioni di fede cattolica? Tutte «panzane», insiste Isotta.
Lo liquidano così, come un pazzoide. Anche il suo viscerale anticomunismo viene confinato nel recinto della pazzia. Anzi, dell'«ossessione», come ha scritto Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera. Quasi che Zeffirelli fosse un'isterica, un megalomeno fissato con l'idea di non essere abbastanza amato dal suo Paese. Eppure, persino Natalia Aspesi, su Repubblica, lo ha riconosciuto: «La nostra critica cinematografica dichiarata di sinistra come tanti registi e cinefili, obbligava anche noi miti spettatori che oggi verremmo sbeffeggiati come radical chic a non amore le sue lussuose versioni di Romeo e Giulietta e La bisbetica domata, trascurando il fatto che quei film, amatissimi dal pubblico, portavano Shakespeare anche a chi non sapeva chi fosse». Forse, dopo tutto, non era tanto un'ossessione o una mania di persecuzione. Forse davvero al maestro non sono stati tributati i giusti onori.
Del resto, anche adesso, nell'ora delle celebrazioni postume e un po' appiccicose, si continua a mettere in ombra la parte sgradita del suo pensiero. Per esempio quella riguardante le «famiglie arcobaleno». «Conosco molti amici gay che vivono serenamente in coppia, magari da molti anni», disse in un'intervista. «Ma non c'è alcun bisogno di mettersi lì a creare una pseudofamiglia “legale" a vanvera, per me ridicola e inaccettabile. Basta sistemare le cose tra persone civili: se viviamo insieme e magari compriamo una casa, chiariamo anche le questioni delle quote, tra persone intelligenti che si vogliono bene. Basta un atto privato fatto come si deve. Punto e basta».
Omosessuale sì, eccome. Ma, dicevamo, non gay. Nel senso che non si adeguava allo stereotipo arcobaleno, che non faceva del suo orientamento sessuale una questione politica. Dimostrava, così, che si può essere omo senza per forza pensarla come gli attivisti Lgbt.
Ecco perché conviene, a molti, battere sul tasto della stravaganza, della mattana da creativo strampalato. Perché, se preso sul serio, il messaggio di Zeffirelli può risultare dirompente. Tra le altre cose, egli fu uno straordinario testimonial della lotta a favore della vita. Nella sua autobiografia, per dire, raccontò di come sua madre si ostinò a metterlo al mondo. Fu messa incinta da un uomo già sposato, e tutti - amici e parenti compresi - la invitavano a «liberarsi subito del “bastardino" che portava in grembo». Ma la donna s'intignò: «Mia madre sfidò i pregiudizi e le ostilità di una società ottusa per mettermi al mondo», scrisse Zeffirelli. «Per regalare la vita a me, rovinò la sua. Non c'è dunque da meravigliarsi che io sia tanto violentemente contrario all'aborto, e tanto grato per il coraggio di mia madre».
Successivamente, il regista ribadì il concetto: «Una madre che genera una vita è una donna premiata qualunque sia la sua situazione, qualunque siano i conti da pagare, qualunque siano i suoi problemi emozionali», spiegò nel 2002. E mentre oggi sentiamo parlare di «due padri» e vediamo madri surrogate cancellate con un tratto di penna, colpisce al cuore leggere ciò che diceva il genio fiorentino. E cioè che «il privilegio di portare la vita è un privilegio che gli uomini non hanno: noi siamo inferiori alle donne per questo. Il miracolo di sentir germogliare nel proprio ventre una nuova vita, il vederla sbocciare e vederla venir su rende voi donne più forti». Un'ode alla vita, dunque: non una falsità né un'ossessione. Un pensiero forte, dirompente. E quindi sgradito ai cantori del mondo arcobaleno, alla cultura ufficiale che lo ha sdegnato in vita e ancora oggi tenta di rimpicciolirlo.
Francesco Borgonovo
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Entrambi, in vita, sono stati incompresi e rifiutati dalla città che avevano nel cuore.Anche dopo la morte gli rimproverano la mancata adesione al pensiero unico. Non amava i pride: «Roba da carnevale» E ha sempre avuto idee pro life: «Sono violentemente contrario all'aborto». Ma questo suo lato lo dimenticano in troppi.Lo speciale contiene due articoli Mentre esco dal museo che porta il suo nome, alle spalle di Palazzo Vecchio, mi sorprendo a pensare che vita meravigliosa sia stata la sua. Il viaggio dentro il mondo di Franco Zeffirelli, nelle stanze del Centro culturale delle arti e dello spettacolo dell'ex tribunale in piazza San Firenze, è una commozione interminabile. Eppure quel museo non è stato il naturale omaggio al celebre regista, l'ultimo grande figlio di Firenze. Nossignori. Lo è diventato oggi , un onore doveroso e, vivaddio, sacrosanto. Ma quanta fatica, quante polemiche e quante minacce si sono intrecciate fra Roma e Firenze, fra il Maestro e il Comune, prima di trovare questa soluzione, che realizza il sogno dell'artista fiorentino di consegnare la sua storia alla città che lo ha visto nascere, e che, a sua volta, sancisce l'eterna riconoscenza di una comunità stizzosa e rissosa, nei confronti di questo grande personaggio amato in tutto il mondo ma non altrettanto qui, che rischiava di dover eleggere a Roma la cittadinanza delle sue memorie. Finché era nel pieno della sua dissacrante vocazione di genio fiorentino, gli hanno fatto la guerra, perché Zeffirelli è sempre andato controcorrente rispetto alla cultura dominante, cioè quella di sinistra. Stesso destino di Oriana Fallaci. Voi pensate che a Firenze, nella loro città, non fosse così? Che questi campioni fossero il vanto dei fiorentini, orgogliosi di condividere le comuni origini? Macché. Da Dante Alighieri in giù, mai è accaduto che Firenze coccolasse i suoi figli illustri. Dicono sia l'invidia che la città secerne verso chiunque provi ad insidiarle il monopolio della bellezza. Sia essa rappresentata da un film, da un racconto per immagini o dalla capacità di descrivere il mondo, le grandi guerre, le personalità che hanno fatto la storia. Una città ingrata, ecco. Tanto, e viscerale, è stato l'amore di Zeffirelli e Oriana per Firenze, tanta è stata la ruvidezza dei sentimenti con cui molti loro concittadini li hanno ricambiati. Buttando spesso in politica un rapporto che era piuttosto antropologico e quasi carnale, prima ancora che culturale. E quando si butta in politica, i sentimenti degenerano. Con Zeffirelli, il legame con Firenze si è consumato divorato dal suo anticomunismo, mai nascosto, semmai esibito fino alla sfida. La Fallaci ha pagato l'anti islamismo, anche questo un giardino velenoso coltivato dalla sinistra, che non accettò mai i rabbiosi segnali d'allarme da lei lanciati verso una civiltà che, oggi ne comprendiamo ancora di più la lungimiranza, vuole spazzarci via. E mentre loro gonfiavano il petto in tutto il mondo, orgogliosi della nativa fiorentinità, nella città matrigna erano ignorati o insultati. La Fallaci è morta nel 2006 senza che il Comune le avesse conferito il Fiorino d'oro, il massimo riconoscimento cittadino, che, come commentò Zeffirelli, avevano ricevuto «cani e porci». E perciò corse al suo funerale per acquistare un fiorino qualunque in un negozio di via del Proconsolo e poi glielo fece scivolare nella tomba prima della sepoltura. Questo non impedì che quando il centrodestra propose di intitolare una strada a Oriana Fallaci, la sinistra si opponesse con le scuse più basse, compresa quella che dovevano passare 10 anni dalla morte per poter deliberare un cambiamento della toponomastica. Nel furore della contrapposizione ideologica (oggi parzialmente sopite) la etichettarono come reazionaria e fascista di ritorno, lei che era stata staffetta partigiana e aveva preso parte alla resistenza, aderendo però a Giustizia e libertà, anticamera della sua scelta socialista, quindi non propriamente allineata al fronte comunista. Peggio ancora andò a Zeffirelli, al quale di fascista davano sistematicamente, colpevole di anticomunismo, ignorando che anche lui aveva combattuto con le brigate partigiane sul Monte Morello, alle quali si era unito su consiglio di Giorgio La Pira, che tutto si può dire che fosse, fuorché fascista. Due spiriti liberi che era impossibile ingabbiare. Infatti si ritrovarono insieme sulle fragili barricate che nel 2002 cercarono di tenere lontano da Firenze, il Social forum voluto dalle giunte rosso verdi. Si batterono per difendere la loro città, mai del tutto compresi. Marcello Mancini<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-regista-trascurato-come-oriana-firenze-e-matrigna-con-i-suoi-geni-2638893466.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-colpa-di-zeffirelli-essere-omo-ma-non-gay" data-post-id="2638893466" data-published-at="1769517244" data-use-pagination="False"> La colpa di Zeffirelli: essere omo ma non gay Sembra quasi che vogliano ridurre il pensiero politico di Franco Zeffirelli a un fastidioso orpello. Come se un artista del suo calibro non potesse essere conservatore se non per posa, per vezzo o per colpa di una vena di follia. Anche ora che è defunto, continuano a rinfacciargli il peccato grave: essere stato omosessuale ma non gay. Lui lo ripeteva spesso: «La parola gay stessa è frutto della cultura puritana, una maniera stupida di chiamare gli omosessuali, per indicarli come fossero dei pazzerelli». Essere omosessuale, argomentava, «è un impegno molto serio con noi stessi e con la società. Una tradizione antica e spesso di alto livello intellettuale, pensi solo al Rinascimento. Nella cultura greca l'esercito portava gran rispetto a due guerrieri che fossero amici e amanti, perché in battaglia non difendevano solo la patria, ma reciprocamente anche se stessi, offrendo una raddoppiata forza contro il nemico». Per questo ce l'aveva con i gay pride: «Esibizioni veramente oscene, con tutta quella turba sculettante». Secondo Paolo Isotta, tutto ciò è da attribuire a falsità e cattiveria. «Se c'era una recchia, ma proprio una recchia, non un omosessuale era lui», ha scritto il critico sul Fatto quotidiano. E le professioni di fede cattolica? Tutte «panzane», insiste Isotta. Lo liquidano così, come un pazzoide. Anche il suo viscerale anticomunismo viene confinato nel recinto della pazzia. Anzi, dell'«ossessione», come ha scritto Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera. Quasi che Zeffirelli fosse un'isterica, un megalomeno fissato con l'idea di non essere abbastanza amato dal suo Paese. Eppure, persino Natalia Aspesi, su Repubblica, lo ha riconosciuto: «La nostra critica cinematografica dichiarata di sinistra come tanti registi e cinefili, obbligava anche noi miti spettatori che oggi verremmo sbeffeggiati come radical chic a non amore le sue lussuose versioni di Romeo e Giulietta e La bisbetica domata, trascurando il fatto che quei film, amatissimi dal pubblico, portavano Shakespeare anche a chi non sapeva chi fosse». Forse, dopo tutto, non era tanto un'ossessione o una mania di persecuzione. Forse davvero al maestro non sono stati tributati i giusti onori. Del resto, anche adesso, nell'ora delle celebrazioni postume e un po' appiccicose, si continua a mettere in ombra la parte sgradita del suo pensiero. Per esempio quella riguardante le «famiglie arcobaleno». «Conosco molti amici gay che vivono serenamente in coppia, magari da molti anni», disse in un'intervista. «Ma non c'è alcun bisogno di mettersi lì a creare una pseudofamiglia “legale" a vanvera, per me ridicola e inaccettabile. Basta sistemare le cose tra persone civili: se viviamo insieme e magari compriamo una casa, chiariamo anche le questioni delle quote, tra persone intelligenti che si vogliono bene. Basta un atto privato fatto come si deve. Punto e basta». Omosessuale sì, eccome. Ma, dicevamo, non gay. Nel senso che non si adeguava allo stereotipo arcobaleno, che non faceva del suo orientamento sessuale una questione politica. Dimostrava, così, che si può essere omo senza per forza pensarla come gli attivisti Lgbt. Ecco perché conviene, a molti, battere sul tasto della stravaganza, della mattana da creativo strampalato. Perché, se preso sul serio, il messaggio di Zeffirelli può risultare dirompente. Tra le altre cose, egli fu uno straordinario testimonial della lotta a favore della vita. Nella sua autobiografia, per dire, raccontò di come sua madre si ostinò a metterlo al mondo. Fu messa incinta da un uomo già sposato, e tutti - amici e parenti compresi - la invitavano a «liberarsi subito del “bastardino" che portava in grembo». Ma la donna s'intignò: «Mia madre sfidò i pregiudizi e le ostilità di una società ottusa per mettermi al mondo», scrisse Zeffirelli. «Per regalare la vita a me, rovinò la sua. Non c'è dunque da meravigliarsi che io sia tanto violentemente contrario all'aborto, e tanto grato per il coraggio di mia madre». Successivamente, il regista ribadì il concetto: «Una madre che genera una vita è una donna premiata qualunque sia la sua situazione, qualunque siano i conti da pagare, qualunque siano i suoi problemi emozionali», spiegò nel 2002. E mentre oggi sentiamo parlare di «due padri» e vediamo madri surrogate cancellate con un tratto di penna, colpisce al cuore leggere ciò che diceva il genio fiorentino. E cioè che «il privilegio di portare la vita è un privilegio che gli uomini non hanno: noi siamo inferiori alle donne per questo. Il miracolo di sentir germogliare nel proprio ventre una nuova vita, il vederla sbocciare e vederla venir su rende voi donne più forti». Un'ode alla vita, dunque: non una falsità né un'ossessione. Un pensiero forte, dirompente. E quindi sgradito ai cantori del mondo arcobaleno, alla cultura ufficiale che lo ha sdegnato in vita e ancora oggi tenta di rimpicciolirlo. Francesco Borgonovo
Milena Gabanelli (Ansa)
Non solo, nel sottotitolo ecco la fosca previsione: «Con il decreto Caivano saranno multati i genitori, ma si taglia sulla prevenzione». Ma è davvero così? Non è compito dei giornali difendere i governi, anche perché la realtà di solito si difende benissimo da sola, ma l’esplosione della violenza giovanile è un problema talmente grave da meritare più riflessioni e meno slogan.
Cominciamo dai numeri. In base ai dati del ministero della Giustizia, i minori indagati in carico ai servizi sociali erano 20.963 nel 2019 e sono diventati 23.862 alla fine del 2025, con un aumento del 13,8%. Il governo guidato da Giorgia Meloni è in carica da settembre 2022 e in questi tre anni la crescita è stata del 9,3%. Sicuramente sulla dinamica del dato degli indagati incide anche il decreto Caivano, convertito in legge alla fine del 2023, che ha inasprito le pene e ha reso possibile l’arresto dei minori anche per lo spaccio di lieve entità, il furto aggravato e la resistenza alle forze dell’ordine. A parte l’uso discutibile di queste statistiche, comprese quelle sugli arresti preventivi, va detto che se con lo stesso metro si misurassero le politiche di contrasto ai femminicidi si sarebbe costretti ad affermare che le nuove leggi più severe non funzionano, o che l’aumento degli assassinii è colpa della Meloni e di Carlo Nordio. Sono due evidenti bestialità.
Resta aperta l’indagine sulle cause dell’aumento della violenza giovanile. E qui, a patto di sganciarlo dall’uso politico o dalla continua manipolazione dei codici, il dibattito è ovviamente benvenuto e importante. Scrive il giornale diretto da Luciano Fontana che «dopo il Covid il fenomeno è esploso e ha cambiato pelle». Una notazione interessante, ma purtroppo gli autori dell’articolo, Milena Gabanelli e Andrea Priante, non la sviluppano in alcun modo. Forse il motivo è questo, ed è un motivo che i lettori della Verità conosco bene: fin dai tempi del primo lockdown, che colpì sia i lavoratori cinquantenni sia bambini e ragazzi in età scolare, pediatri e psicologi avvertirono che si rischiava un aumento dell’aggressività dei minori. Il fenomeno fu rilevato in tempi abbastanza brevi in famiglia, a danno dei genitori, e poi si vide a scuola quando riaprirono le classi. Nulla di più facile da capire. Se prendi un ragazzino e lo rinchiudi in casa, levandogli la possibilità di socializzare e di fare sport, prima o poi esplode e te la fa pagare. Insomma, se per decreto prendi un dodicenne e lo fai vivere recluso, quando tutto intorno era chiaro che il Covid stava mietendo vittime tra persone già malate o anziane, poi non c’è da stupirsi se rischi di avere una generazione mezzo bruciata. Non per colpa sua, ovviamente. Ma certo, riflessioni del genere su giornali che hanno avallato persino il Green pass non sono ancora possibili.
Se poi si passa ai modi per contrastare questo picco di violenza, il Corriere incolpa il governo attuale (tra il 2019 e il 2022 c’erano Conte e Draghi e i bambini erano tutti buoni) e attacca sul fronte dei fondi disponibili per la prevenzione. A un certo punto scrive che «sui Comuni, sempre a corto di risorse, sono stati scaricati i 17.500 minori stranieri non accompagnati che rappresentano la vera grande emergenza perché sono i più esposti al reclutamento da parte della criminalità». Un passaggio notevole, almeno per gli standard buonisti della narrazione democratica ed inclusiva dominante, perché riconosce l’esistenza di minori stranieri che delinquono, un fenomeno che questo giornale segnala da anni in perfetta solitudine, beccandosi anche surreali accuse di razzismo. E accorgersi oggi dei ragazzi stranieri «reclutati» dalla criminalità è fuori tempo massimo, se si pensa che a settembre 2022, quando la Verità osò scrivere di «migranti scaricati» da un porto all’altro, fu accusata di parlarne come pacchi postali. Ma a ben vedere, se si guardano le cronache quasi quotidiane dei minori migranti arrestati, si nota che ci sono molte violenze sessuali. Non è chiaro se anche gli stupri possano essere organizzati dalla criminalità nostrana, ma certo che anche parlare di una vaga, fantomatica e onnipotente «criminalità» che recluta i minori aiuta a non fare i conti con la realtà dell’immigrazione clandestina.
Il Corriere, sistemato il governo, si dedica poi alla consueta predica da barbagianni sull’uso dei telefoni cellulari e sulla violenza dei contenuti online, come se non fossero il terminale ultimo di un disastro educativo e di una disumanizzazione della società. I cellulari sono un mezzo, non un fine e neppure un inizio. Sarebbe molto più interessante ragionare su quali siano gli spazi a disposizione di questi ragazzi per sfogare e gestire la violenza. Ovviamente non è il caso di rimpiangere l’epoca in cui i giovani si prendevano a sprangate per motivi politici o calcistici, ma forse una riflessione su come evitate che tanti minorenni si sentano compressi sarebbe utile. Anche perché se la si lascia allo Stato, la risposta non può che essere in gran parte repressiva. Per il Corriere, «la repressione non serve se non è accompagnata da interventi di politiche sociali, con il diretto coinvolgimento della famiglia e soprattutto, della scuola». In quel soprattutto c’è una buona dose dei motivi per cui siamo conciati così male: il disprezzo della famiglia. E poi, finalino da incorniciare: «A oggi, nel programma scolastico, l’educazione alle relazioni e affettività non è ancora materia obbligatoria». La non violenza ce la insegnerà lo Stato, che come scriveva Max Weber ne ha il monopolio legalizzato.
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Nel riquadro Anna Maria Cisint (Imagoeconomica)
Da anni, Anna Maria Cisint (Lega) segue il fenomeno dell’islamizzazione. Prima da sindaco di Monfalcone e, oggi, da eurodeputata.
Siamo già sottomessi?
«L’Italia deve essere in grado di reagire ora, prima che sia troppo tardi. E io lo so, lo so meglio di altri: l’ho visto e l’ho vissuto sulla mia pelle a Monfalcone già dieci anni fa. Ho ascoltato le voci spezzate di ragazze poco più che bambine, che mi hanno raccontato la gabbia in cui vivevano prima di trovare la forza di denunciare e fuggire da quello che è, a tutti gli effetti, un sistema ideologico di controllo della comunità, nel quale la religione diventa lo strumento di gestione del potere e del terrore su una comunità interamente sottomessa a ciò che impone il sedicente imam all’interno di moschee, per lo più abusive. Sono loro a insegnare ai bambini che è giusto sposarsi con una bambina e alcuni lo dicono anche perché così l’uomo può provare più piacere. Una vera e propria operazione di indottrinamento tramite il lavaggio del cervello».
Cosa intendete fare per fermare l’islamizzazione del Paese?
«Serve un’azione forte. Ed è esattamente ciò che vogliamo fare con l’introduzione di un nuovo impianto normativo. L’obiettivo principale è il raggiungimento dell’intesa prevista dalla Costituzione. Ma per l’inerzia degli islamici tale traguardo è ancora lontano. Per questo è necessario promulgare una legge: regole chiare, che definiscano il perimetro di legalità dell’esercizio del culto islamico in Italia. Sei dentro? Bene. Altrimenti non possiamo concederti nulla, neppure mezzo metro. Intendiamo istituire un registro dei predicatori e dei ministri di culto, vincolandone l’iscrizione alla sottoscrizione di una nuova “Carta dei valori degli enti religiosi”. Una carta che impone precise responsabilità e obblighi sia ai predicatori sia ai referenti delle associazioni islamiche: dal rispetto del nostro ordinamento giuridico, alla tutela della dignità della persona e della donna».
Cosa prevede la proposta di legge a cui state lavorando? Ci può anticipare alcuni punti?
«Vogliamo introdurre requisiti stringenti, come la conoscenza della lingua, la residenza in Italia e l’assenza di condanne penali. A ciò si affiancherà un sistema di monitoraggio costante, anche successivi all’iscrizione. Le sanzioni severe: espulsioni velocizzate, reclusione per chi predica violenza o contenuti contrari all’ordinamento, revoca definitiva dell’iscrizione al registro e quindi l’impossibilità di poter predicare in Italia e sanzioni alle associazioni islamiche che consentano attività di culto a predicatori non iscritti all’albo».
Tra i vari problemi ci sono anche i finanziamenti, poco limpidi, che le moschee ricevono dall’estero…
«Ce lo ha insegnato l’inchiesta sul cosiddetto “pizzo islamico” a Monfalcone, con soldi estorti ai lavoratori bengalesi per essere destinati alle moschee; il report dell’intelligence francese, che accende un faro sui finanziamenti provenienti da organizzazioni, fondazioni e Paesi vicini alla Fratellanza musulmana; e l’inchiesta su Hannoun e sui fondi sporchi utilizzati per finanziare Hamas. Tutto questo ci impone di pretendere trasparenza e tracciabilità nei bilanci di tutte le associazioni islamiche. Nella nostra proposta introduciamo, infatti, l’obbligo di pubblicazione dei bilanci e il blocco dei finanziamenti dall’estero, salvo esplicita autorizzazione. Non possiamo permettere che realtà come l’Ucoii, braccio operativo della Fratellanza musulmana in Italia, non pubblichi i propri bilanci dal 2020 e, nel frattempo, faccia da tramite per il finanziamento di decine di moschee nel nostro Paese per milioni di euro».
L’immigrazione islamica si può fermare? Se sì come?
«Si può fermare e si deve fermare è una questione di sopravvivenza per il nostro Paese e di difesa dei nostri valori e della nostra identità, di un’incompatibilità profonda con un sistema - quello islamico - che punta a espandersi anche attraverso l’arma degli ingressi, sia regolari che irregolari».
È soddisfatta delle misure che sono state messe in atto?
«Su questo il nostro Governo si sta muovendo bene: gli sbarchi sono diminuiti e poi in Europa abbiamo ottenuto l’accordo per schierare uomini e mezzi di Frontex in Bosnia, così da frenare la Rotta balcanica e una nuova lista dei Paesi sicuri dove poter rimpatriare i clandestini; con Molteni abbiamo introdotto nel prossimo decreto sicurezza una stretta importantissima sui ricongiungimenti familiari, che ridurrà ulteriormente gli ingressi; e serve poi introdurre il test osseo per accertare la reale età dei presunti stranieri non accompagnati e rimandare a casa chi truffa lo Stato e commette reati. È inoltre positiva la proposta di un nuovo permesso di soggiorno a punti lanciata da Salvini. Ma se in Italia esiste un problema di islamizzazione, dobbiamo bloccare anche l’arrivo di manodopera a basso costo di fede islamica. Basta bengalesi e pakistani, sì a chi ha radici comuni alle nostre come i popoli latini».
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Ansa
Commenti di questo genere ne abbiamo letti parecchi nelle ultime settimane, tipo quelli di Ilaria Salis secondo cui «negli Usa la caccia agli immigrati diventa rastrellamento di massa». Queste frasi sono indicative di una strategia nota ma sempre subdolamente efficace che consiste appunto nel sovrapporre ciò che avviene all’estero a quanto accade in Italia. A furia di osservare le immagini degli uomini dell’Ice che battono le città americane in cerca di clandestini, a furia di vedere sparatorie e uccisioni e a furia di sentire le grida di dolore della nostra sinistra, il grande pubblico potrebbe cominciare a pensare che sia davvero in corso chissà quale tentativo di pulizia etnica. E, soprattutto, che ci riguardi. Dunque è bene ribadirlo ed essere molto chiari: ciò che avviene negli Usa è lontano anni luce dalla nostra situazione. Quanto sta accadendo a Minneapolis e altrove ha davvero pochissimi punti di contatto con quanto si verifica da noi. Se proprio vogliamo trovare un punto in comune dobbiamo guardare alla truffa del Minnesota, cioè al mucchio di soldi spesi dai contribuenti americani per sostenere accoglienza e integrazione della comunità somala che in realtà venivano sperperati o usati per finanziare servizi inesistenti. Ecco, questo ricorda in parte quanto fatto in Italia da coop disoneste e amministratori furbetti. Per il resto, qui ci si muove su altre coordinate. Per prima cosa, a differenza degli Usa, l’Italia non è una nazione costruita sull’immigrazione di massa. Non ha ridotto gli africani in schiavitù per coltivare i campi né ha applicato nel passato un modello multiculturale basato sulla creazione di ghetti. Ha una omogeneità culturale e una tradizione differente e paradossalmente risente di più degli ingressi massivi di stranieri. Qui non esistono forze come l’Ice e di sicuro nessuno pensa di inviare la polizia o i carabinieri casa per casa a prelevare i clandestini e i loro figli. Anzi, abbiamo difficoltà a espellere persino i criminali abituali e i soggetti più pericolosi. I metodi delle nostre forze dell’ordine sono - per fortuna - radicalmente diversi, meno esaltati e giustamente più rispettosi. Prima di aprire il fuoco su un uomo indifeso o di sparare dentro una macchina con una donna alla guida ci pensano due volte. Anzi, a dirla tutta qui non appena un agente o un carabiniere apre il fuoco passa enormi guai. Lo dimostra oltre ogni ragionevole dubbio il caso di Emanuele Marroccella, che ha sparato per salvare un collega e ha preso una condanna a tre anni con l’infamante aggiunta di un cospicuo risarcimento da corrispondere ai familiari del migrante irregolare e violento che ha involontariamente ucciso. Lo conferma l’ultimo caso avvenuto proprio ieri a Milano. Durante un controllo antidroga a San Donato Milanese un nordafricano - con precedenti manco a dirlo - pare che abbia estratto una pistola a salve. Un poliziotto presente sul posto ha sparato e lo ha ucciso. Subito vengono aperte indagini sull’accaduto, ma è già chiaro a tutti che i colpi vengono esplosi solo per estrema difesa, e anche così chi preme il grilletto sa che non avrà vita facile. Ed è proprio questo il nocciolo della questione. Non ci piacciono gli Stati di polizia, né i giustizieri invasati che se ne vanno in giro ad ammazzare la gente, anche se si tratta di manifestanti ideologizzati e talvolta minacciosi. Non ci piacciono i bambini trascinati via a forza o altre brutalità di questo tipo. In Italia, in Europa, grazie al cielo non ci si comporta così: abbiamo un rispetto diverso, una cultura diversa. E questa diversità ci terremmo a mantenerla. Ecco perché è necessario, dalle nostre parti, cambiare registro. Non per fare come l’Ice, ma per porre rimedio a violenze e soprusi che sono quotidiani, per permettere a tutti coloro che vivono onestamente di operare liberi e sicuri. Chi suggerisce che una stretta sull’immigrazione in Italia ci precipiterebbe nella brutalità dell’Ice compie un errore gravissimo: servono regole più severe, più espulsioni e più rimpatri proprio per evitare che, un domani non troppo lontano, il clima si esasperi del tutto. A quel punto potremmo trovarci di fronte a qualcosa di perfino peggiore delle retate trumpiane.
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