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2019-06-18
Il regista trascurato come Oriana. Firenze è matrigna con i suoi geni
Ansa
Mentre esco dal museo che porta il suo nome, alle spalle di Palazzo Vecchio, mi sorprendo a pensare che vita meravigliosa sia stata la sua. Il viaggio dentro il mondo di Franco Zeffirelli, nelle stanze del Centro culturale delle arti e dello spettacolo dell'ex tribunale in piazza San Firenze, è una commozione interminabile. Eppure quel museo non è stato il naturale omaggio al celebre regista, l'ultimo grande figlio di Firenze. Nossignori.
Lo è diventato oggi , un onore doveroso e, vivaddio, sacrosanto. Ma quanta fatica, quante polemiche e quante minacce si sono intrecciate fra Roma e Firenze, fra il Maestro e il Comune, prima di trovare questa soluzione, che realizza il sogno dell'artista fiorentino di consegnare la sua storia alla città che lo ha visto nascere, e che, a sua volta, sancisce l'eterna riconoscenza di una comunità stizzosa e rissosa, nei confronti di questo grande personaggio amato in tutto il mondo ma non altrettanto qui, che rischiava di dover eleggere a Roma la cittadinanza delle sue memorie. Finché era nel pieno della sua dissacrante vocazione di genio fiorentino, gli hanno fatto la guerra, perché Zeffirelli è sempre andato controcorrente rispetto alla cultura dominante, cioè quella di sinistra. Stesso destino di Oriana Fallaci. Voi pensate che a Firenze, nella loro città, non fosse così? Che questi campioni fossero il vanto dei fiorentini, orgogliosi di condividere le comuni origini? Macché.
Da Dante Alighieri in giù, mai è accaduto che Firenze coccolasse i suoi figli illustri. Dicono sia l'invidia che la città secerne verso chiunque provi ad insidiarle il monopolio della bellezza. Sia essa rappresentata da un film, da un racconto per immagini o dalla capacità di descrivere il mondo, le grandi guerre, le personalità che hanno fatto la storia. Una città ingrata, ecco. Tanto, e viscerale, è stato l'amore di Zeffirelli e Oriana per Firenze, tanta è stata la ruvidezza dei sentimenti con cui molti loro concittadini li hanno ricambiati. Buttando spesso in politica un rapporto che era piuttosto antropologico e quasi carnale, prima ancora che culturale. E quando si butta in politica, i sentimenti degenerano.
Con Zeffirelli, il legame con Firenze si è consumato divorato dal suo anticomunismo, mai nascosto, semmai esibito fino alla sfida. La Fallaci ha pagato l'anti islamismo, anche questo un giardino velenoso coltivato dalla sinistra, che non accettò mai i rabbiosi segnali d'allarme da lei lanciati verso una civiltà che, oggi ne comprendiamo ancora di più la lungimiranza, vuole spazzarci via. E mentre loro gonfiavano il petto in tutto il mondo, orgogliosi della nativa fiorentinità, nella città matrigna erano ignorati o insultati. La Fallaci è morta nel 2006 senza che il Comune le avesse conferito il Fiorino d'oro, il massimo riconoscimento cittadino, che, come commentò Zeffirelli, avevano ricevuto «cani e porci».
E perciò corse al suo funerale per acquistare un fiorino qualunque in un negozio di via del Proconsolo e poi glielo fece scivolare nella tomba prima della sepoltura. Questo non impedì che quando il centrodestra propose di intitolare una strada a Oriana Fallaci, la sinistra si opponesse con le scuse più basse, compresa quella che dovevano passare 10 anni dalla morte per poter deliberare un cambiamento della toponomastica. Nel furore della contrapposizione ideologica (oggi parzialmente sopite) la etichettarono come reazionaria e fascista di ritorno, lei che era stata staffetta partigiana e aveva preso parte alla resistenza, aderendo però a Giustizia e libertà, anticamera della sua scelta socialista, quindi non propriamente allineata al fronte comunista.
Peggio ancora andò a Zeffirelli, al quale di fascista davano sistematicamente, colpevole di anticomunismo, ignorando che anche lui aveva combattuto con le brigate partigiane sul Monte Morello, alle quali si era unito su consiglio di Giorgio La Pira, che tutto si può dire che fosse, fuorché fascista. Due spiriti liberi che era impossibile ingabbiare. Infatti si ritrovarono insieme sulle fragili barricate che nel 2002 cercarono di tenere lontano da Firenze, il Social forum voluto dalle giunte rosso verdi. Si batterono per difendere la loro città, mai del tutto compresi.
Marcello Mancini
La colpa di Zeffirelli: essere omo ma non gay
Sembra quasi che vogliano ridurre il pensiero politico di Franco Zeffirelli a un fastidioso orpello. Come se un artista del suo calibro non potesse essere conservatore se non per posa, per vezzo o per colpa di una vena di follia. Anche ora che è defunto, continuano a rinfacciargli il peccato grave: essere stato omosessuale ma non gay. Lui lo ripeteva spesso: «La parola gay stessa è frutto della cultura puritana, una maniera stupida di chiamare gli omosessuali, per indicarli come fossero dei pazzerelli».
Essere omosessuale, argomentava, «è un impegno molto serio con noi stessi e con la società. Una tradizione antica e spesso di alto livello intellettuale, pensi solo al Rinascimento. Nella cultura greca l'esercito portava gran rispetto a due guerrieri che fossero amici e amanti, perché in battaglia non difendevano solo la patria, ma reciprocamente anche se stessi, offrendo una raddoppiata forza contro il nemico». Per questo ce l'aveva con i gay pride: «Esibizioni veramente oscene, con tutta quella turba sculettante».
Secondo Paolo Isotta, tutto ciò è da attribuire a falsità e cattiveria. «Se c'era una recchia, ma proprio una recchia, non un omosessuale era lui», ha scritto il critico sul Fatto quotidiano. E le professioni di fede cattolica? Tutte «panzane», insiste Isotta.
Lo liquidano così, come un pazzoide. Anche il suo viscerale anticomunismo viene confinato nel recinto della pazzia. Anzi, dell'«ossessione», come ha scritto Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera. Quasi che Zeffirelli fosse un'isterica, un megalomeno fissato con l'idea di non essere abbastanza amato dal suo Paese. Eppure, persino Natalia Aspesi, su Repubblica, lo ha riconosciuto: «La nostra critica cinematografica dichiarata di sinistra come tanti registi e cinefili, obbligava anche noi miti spettatori che oggi verremmo sbeffeggiati come radical chic a non amore le sue lussuose versioni di Romeo e Giulietta e La bisbetica domata, trascurando il fatto che quei film, amatissimi dal pubblico, portavano Shakespeare anche a chi non sapeva chi fosse». Forse, dopo tutto, non era tanto un'ossessione o una mania di persecuzione. Forse davvero al maestro non sono stati tributati i giusti onori.
Del resto, anche adesso, nell'ora delle celebrazioni postume e un po' appiccicose, si continua a mettere in ombra la parte sgradita del suo pensiero. Per esempio quella riguardante le «famiglie arcobaleno». «Conosco molti amici gay che vivono serenamente in coppia, magari da molti anni», disse in un'intervista. «Ma non c'è alcun bisogno di mettersi lì a creare una pseudofamiglia “legale" a vanvera, per me ridicola e inaccettabile. Basta sistemare le cose tra persone civili: se viviamo insieme e magari compriamo una casa, chiariamo anche le questioni delle quote, tra persone intelligenti che si vogliono bene. Basta un atto privato fatto come si deve. Punto e basta».
Omosessuale sì, eccome. Ma, dicevamo, non gay. Nel senso che non si adeguava allo stereotipo arcobaleno, che non faceva del suo orientamento sessuale una questione politica. Dimostrava, così, che si può essere omo senza per forza pensarla come gli attivisti Lgbt.
Ecco perché conviene, a molti, battere sul tasto della stravaganza, della mattana da creativo strampalato. Perché, se preso sul serio, il messaggio di Zeffirelli può risultare dirompente. Tra le altre cose, egli fu uno straordinario testimonial della lotta a favore della vita. Nella sua autobiografia, per dire, raccontò di come sua madre si ostinò a metterlo al mondo. Fu messa incinta da un uomo già sposato, e tutti - amici e parenti compresi - la invitavano a «liberarsi subito del “bastardino" che portava in grembo». Ma la donna s'intignò: «Mia madre sfidò i pregiudizi e le ostilità di una società ottusa per mettermi al mondo», scrisse Zeffirelli. «Per regalare la vita a me, rovinò la sua. Non c'è dunque da meravigliarsi che io sia tanto violentemente contrario all'aborto, e tanto grato per il coraggio di mia madre».
Successivamente, il regista ribadì il concetto: «Una madre che genera una vita è una donna premiata qualunque sia la sua situazione, qualunque siano i conti da pagare, qualunque siano i suoi problemi emozionali», spiegò nel 2002. E mentre oggi sentiamo parlare di «due padri» e vediamo madri surrogate cancellate con un tratto di penna, colpisce al cuore leggere ciò che diceva il genio fiorentino. E cioè che «il privilegio di portare la vita è un privilegio che gli uomini non hanno: noi siamo inferiori alle donne per questo. Il miracolo di sentir germogliare nel proprio ventre una nuova vita, il vederla sbocciare e vederla venir su rende voi donne più forti». Un'ode alla vita, dunque: non una falsità né un'ossessione. Un pensiero forte, dirompente. E quindi sgradito ai cantori del mondo arcobaleno, alla cultura ufficiale che lo ha sdegnato in vita e ancora oggi tenta di rimpicciolirlo.
Francesco Borgonovo
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Entrambi, in vita, sono stati incompresi e rifiutati dalla città che avevano nel cuore.Anche dopo la morte gli rimproverano la mancata adesione al pensiero unico. Non amava i pride: «Roba da carnevale» E ha sempre avuto idee pro life: «Sono violentemente contrario all'aborto». Ma questo suo lato lo dimenticano in troppi.Lo speciale contiene due articoli Mentre esco dal museo che porta il suo nome, alle spalle di Palazzo Vecchio, mi sorprendo a pensare che vita meravigliosa sia stata la sua. Il viaggio dentro il mondo di Franco Zeffirelli, nelle stanze del Centro culturale delle arti e dello spettacolo dell'ex tribunale in piazza San Firenze, è una commozione interminabile. Eppure quel museo non è stato il naturale omaggio al celebre regista, l'ultimo grande figlio di Firenze. Nossignori. Lo è diventato oggi , un onore doveroso e, vivaddio, sacrosanto. Ma quanta fatica, quante polemiche e quante minacce si sono intrecciate fra Roma e Firenze, fra il Maestro e il Comune, prima di trovare questa soluzione, che realizza il sogno dell'artista fiorentino di consegnare la sua storia alla città che lo ha visto nascere, e che, a sua volta, sancisce l'eterna riconoscenza di una comunità stizzosa e rissosa, nei confronti di questo grande personaggio amato in tutto il mondo ma non altrettanto qui, che rischiava di dover eleggere a Roma la cittadinanza delle sue memorie. Finché era nel pieno della sua dissacrante vocazione di genio fiorentino, gli hanno fatto la guerra, perché Zeffirelli è sempre andato controcorrente rispetto alla cultura dominante, cioè quella di sinistra. Stesso destino di Oriana Fallaci. Voi pensate che a Firenze, nella loro città, non fosse così? Che questi campioni fossero il vanto dei fiorentini, orgogliosi di condividere le comuni origini? Macché. Da Dante Alighieri in giù, mai è accaduto che Firenze coccolasse i suoi figli illustri. Dicono sia l'invidia che la città secerne verso chiunque provi ad insidiarle il monopolio della bellezza. Sia essa rappresentata da un film, da un racconto per immagini o dalla capacità di descrivere il mondo, le grandi guerre, le personalità che hanno fatto la storia. Una città ingrata, ecco. Tanto, e viscerale, è stato l'amore di Zeffirelli e Oriana per Firenze, tanta è stata la ruvidezza dei sentimenti con cui molti loro concittadini li hanno ricambiati. Buttando spesso in politica un rapporto che era piuttosto antropologico e quasi carnale, prima ancora che culturale. E quando si butta in politica, i sentimenti degenerano. Con Zeffirelli, il legame con Firenze si è consumato divorato dal suo anticomunismo, mai nascosto, semmai esibito fino alla sfida. La Fallaci ha pagato l'anti islamismo, anche questo un giardino velenoso coltivato dalla sinistra, che non accettò mai i rabbiosi segnali d'allarme da lei lanciati verso una civiltà che, oggi ne comprendiamo ancora di più la lungimiranza, vuole spazzarci via. E mentre loro gonfiavano il petto in tutto il mondo, orgogliosi della nativa fiorentinità, nella città matrigna erano ignorati o insultati. La Fallaci è morta nel 2006 senza che il Comune le avesse conferito il Fiorino d'oro, il massimo riconoscimento cittadino, che, come commentò Zeffirelli, avevano ricevuto «cani e porci». E perciò corse al suo funerale per acquistare un fiorino qualunque in un negozio di via del Proconsolo e poi glielo fece scivolare nella tomba prima della sepoltura. Questo non impedì che quando il centrodestra propose di intitolare una strada a Oriana Fallaci, la sinistra si opponesse con le scuse più basse, compresa quella che dovevano passare 10 anni dalla morte per poter deliberare un cambiamento della toponomastica. Nel furore della contrapposizione ideologica (oggi parzialmente sopite) la etichettarono come reazionaria e fascista di ritorno, lei che era stata staffetta partigiana e aveva preso parte alla resistenza, aderendo però a Giustizia e libertà, anticamera della sua scelta socialista, quindi non propriamente allineata al fronte comunista. Peggio ancora andò a Zeffirelli, al quale di fascista davano sistematicamente, colpevole di anticomunismo, ignorando che anche lui aveva combattuto con le brigate partigiane sul Monte Morello, alle quali si era unito su consiglio di Giorgio La Pira, che tutto si può dire che fosse, fuorché fascista. Due spiriti liberi che era impossibile ingabbiare. Infatti si ritrovarono insieme sulle fragili barricate che nel 2002 cercarono di tenere lontano da Firenze, il Social forum voluto dalle giunte rosso verdi. Si batterono per difendere la loro città, mai del tutto compresi. Marcello Mancini<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-regista-trascurato-come-oriana-firenze-e-matrigna-con-i-suoi-geni-2638893466.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-colpa-di-zeffirelli-essere-omo-ma-non-gay" data-post-id="2638893466" data-published-at="1779567654" data-use-pagination="False"> La colpa di Zeffirelli: essere omo ma non gay Sembra quasi che vogliano ridurre il pensiero politico di Franco Zeffirelli a un fastidioso orpello. Come se un artista del suo calibro non potesse essere conservatore se non per posa, per vezzo o per colpa di una vena di follia. Anche ora che è defunto, continuano a rinfacciargli il peccato grave: essere stato omosessuale ma non gay. Lui lo ripeteva spesso: «La parola gay stessa è frutto della cultura puritana, una maniera stupida di chiamare gli omosessuali, per indicarli come fossero dei pazzerelli». Essere omosessuale, argomentava, «è un impegno molto serio con noi stessi e con la società. Una tradizione antica e spesso di alto livello intellettuale, pensi solo al Rinascimento. Nella cultura greca l'esercito portava gran rispetto a due guerrieri che fossero amici e amanti, perché in battaglia non difendevano solo la patria, ma reciprocamente anche se stessi, offrendo una raddoppiata forza contro il nemico». Per questo ce l'aveva con i gay pride: «Esibizioni veramente oscene, con tutta quella turba sculettante». Secondo Paolo Isotta, tutto ciò è da attribuire a falsità e cattiveria. «Se c'era una recchia, ma proprio una recchia, non un omosessuale era lui», ha scritto il critico sul Fatto quotidiano. E le professioni di fede cattolica? Tutte «panzane», insiste Isotta. Lo liquidano così, come un pazzoide. Anche il suo viscerale anticomunismo viene confinato nel recinto della pazzia. Anzi, dell'«ossessione», come ha scritto Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera. Quasi che Zeffirelli fosse un'isterica, un megalomeno fissato con l'idea di non essere abbastanza amato dal suo Paese. Eppure, persino Natalia Aspesi, su Repubblica, lo ha riconosciuto: «La nostra critica cinematografica dichiarata di sinistra come tanti registi e cinefili, obbligava anche noi miti spettatori che oggi verremmo sbeffeggiati come radical chic a non amore le sue lussuose versioni di Romeo e Giulietta e La bisbetica domata, trascurando il fatto che quei film, amatissimi dal pubblico, portavano Shakespeare anche a chi non sapeva chi fosse». Forse, dopo tutto, non era tanto un'ossessione o una mania di persecuzione. Forse davvero al maestro non sono stati tributati i giusti onori. Del resto, anche adesso, nell'ora delle celebrazioni postume e un po' appiccicose, si continua a mettere in ombra la parte sgradita del suo pensiero. Per esempio quella riguardante le «famiglie arcobaleno». «Conosco molti amici gay che vivono serenamente in coppia, magari da molti anni», disse in un'intervista. «Ma non c'è alcun bisogno di mettersi lì a creare una pseudofamiglia “legale" a vanvera, per me ridicola e inaccettabile. Basta sistemare le cose tra persone civili: se viviamo insieme e magari compriamo una casa, chiariamo anche le questioni delle quote, tra persone intelligenti che si vogliono bene. Basta un atto privato fatto come si deve. Punto e basta». Omosessuale sì, eccome. Ma, dicevamo, non gay. Nel senso che non si adeguava allo stereotipo arcobaleno, che non faceva del suo orientamento sessuale una questione politica. Dimostrava, così, che si può essere omo senza per forza pensarla come gli attivisti Lgbt. Ecco perché conviene, a molti, battere sul tasto della stravaganza, della mattana da creativo strampalato. Perché, se preso sul serio, il messaggio di Zeffirelli può risultare dirompente. Tra le altre cose, egli fu uno straordinario testimonial della lotta a favore della vita. Nella sua autobiografia, per dire, raccontò di come sua madre si ostinò a metterlo al mondo. Fu messa incinta da un uomo già sposato, e tutti - amici e parenti compresi - la invitavano a «liberarsi subito del “bastardino" che portava in grembo». Ma la donna s'intignò: «Mia madre sfidò i pregiudizi e le ostilità di una società ottusa per mettermi al mondo», scrisse Zeffirelli. «Per regalare la vita a me, rovinò la sua. Non c'è dunque da meravigliarsi che io sia tanto violentemente contrario all'aborto, e tanto grato per il coraggio di mia madre». Successivamente, il regista ribadì il concetto: «Una madre che genera una vita è una donna premiata qualunque sia la sua situazione, qualunque siano i conti da pagare, qualunque siano i suoi problemi emozionali», spiegò nel 2002. E mentre oggi sentiamo parlare di «due padri» e vediamo madri surrogate cancellate con un tratto di penna, colpisce al cuore leggere ciò che diceva il genio fiorentino. E cioè che «il privilegio di portare la vita è un privilegio che gli uomini non hanno: noi siamo inferiori alle donne per questo. Il miracolo di sentir germogliare nel proprio ventre una nuova vita, il vederla sbocciare e vederla venir su rende voi donne più forti». Un'ode alla vita, dunque: non una falsità né un'ossessione. Un pensiero forte, dirompente. E quindi sgradito ai cantori del mondo arcobaleno, alla cultura ufficiale che lo ha sdegnato in vita e ancora oggi tenta di rimpicciolirlo. Francesco Borgonovo
iStock
Ma qui non si parla delle conquiste di Don Giovanni, ma di ciliegie. Tra le precoci ecco le maiatiche, buone e suggestive come un’aurora primaverile, chiamate così perché sono le ciliegie di maggio, maius per i latini. Le maiatiche sono le debuttanti della stagione: «Maggio ciliegie per assaggio». Le precoci più celebri sono di Taurasi, patria di due celebri rossi: il vino Docg e, appunto, la ciliegia dolce e succosa, buona al naturale e ottima come marmellata. Altrettanto gustose la Melella e la San Pasquale, cugine irpine, e la maiatica di Cerisano, nel Cosentino.
La ciliegia non è solo un frutto. È molto di più. È un simbolo, sacro e profano, è desiderio e appagamento, palato e lingua, gusto e metafora. La ciliegia è poesia. A volte intrigante, passionale, erotica. «Vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi», sussurra Pablo Neruda in una delle sue canzoni disperate lasciandoci la libertà di pensare cosa mai farà la primavera con i ciliegi. In García Lorca il sentimento è trasporto: «E io ti baciavo senza rendermi conto che non ti dicevo: labbra di ciliegia».
A volte la ciliegia è malinconia, nostalgia di un amore lontano o perduto: «Vi supplico o figlie di Xiang, ricamate un guanciale di lino con mille ciliegie purpuree. Cerco il mio dolce amore e non lo trovo. Dov’è la mia bella, la mia amata? Posando il capo sui rossi ricami stanotte sognerò le labbra punicee del mio tesoro, le carezze vermiglie del mio bene smarrito. Le ciliegie addolciscono il sonno e l’assenza». Chi supplica è un anonimo poeta orientale convinto che solo sognando bacerà il suo amore spezzando il malvagio sortilegio dell’abbandono. In Angiolo Silvio Novaro c’è il ricordo dell’infanzia e delle poesie imparate a memoria: «E l’estate vien cantando, vien cantando alla tua porta. Sai tu dirmi che ti porta? Un cestel di bionde pesche vellutate, appena tocche, e ciliege lustre e fresche, ben divise a mazzi e a ciocche».
Ciliege e amore è un classico anche nella canzone, nel romanzo d’amore, nel cinema. Se la «ninfetta» Lolita, nell’omonimo romanzo di Vladimir Nabokov (tradotto poi in film), si fosse dipinta le labbra con un rossetto qualsiasi anziché con il wet cherry (ciliegia bagnata) e avesse succhiato un leccalecca al limone, più consono alla sua età, piuttosto di leccare quello alla ciliegia a forma di cuore, il trentasettenne professor Humbert Humbert non avrebbe rischiato la camicia di forza. Quale misero effetto avrebbe fatto in Pulp fiction di Quentin Tarantino, il frappè di latte di Uma Thurman se sopra la candida schiuma del frullato che sta bevendo con voluttà ci fosse stata, al posto della ciliegia scarlatta, una moscatella, ciliegia buonissima ma di color bianco? Riguardate la scena nella mente: la stangona di Hollywood fissa negli occhi John Travolta passando e ripassando tra le labbra la pallida controfigura di una ciliegia rossa come il fuoco. Seee…addio eros.
Purtroppo le ciliegie bianche hanno la dolcezza delle sorelle rosse, ma non lo stesso sex appeal. Non emozionano, non stuzzicano i sensi come le sorelle scarlatte. Queste, frutto proibito, suggeriscono voluttà, sensualità, peccato (ai minori di 14 anni, come è opportuno che sia, solo golosità). Quelle - oltre alla moscatella ci sono la limona, la bianca di Verona - fanno pensare all’innocenza, alla pudicizia, alla Prima comunione. Al bianco vestito delle spose che (almeno una volta era così) arrivavano illibate all’altare.
La ciliegia rossa ha ispirato compositori e cantanti. Nell’Amico Fritz di Pietro Mascagni c’è il Duetto delle ciliegie: «Han della porpora vivo il colore, son dolci e tenere». Nel 1950 Nilla Pizzi titillava il cuore degli innamorati cantando «Ciliegi rosa a primavera come le labbra del mio amor, i baci della prima sera ricordo ancor». Nel 1959 Gloria Christian gorgheggiava Cerasella al Festival di Napoli. Nel 1990 Pino Mango firma con Mogol Ma com’è rossa la ciliegia: «Ma com’è rossa la ciliegia, come mai? I raggi del sole l’hanno baciata e lei si è trovata già maturata». Insomma, ciliegie, baci e amore vanno sempre d’accordo. Ma, e non è cosa da poco, le ciliegie fanno bene alla salute oltre che all’amore. Sono ricche di vitamine: A, C, B1 e B2 e di sali minerali: potassio, calcio, magnesio, fosforo. Hanno poche calorie (38 in un etto) e sono diuretiche.
La bellezza e la dolcezza della ciliegia hanno ispirato artisti e letterati fin dall’antichità. A Ercolano, nella casa detta del Gran portale, c’è un bellissimo ciliegio dipinto 2.000 anni fa. I Greci, che la chiamavano kèrasos, la apprezzavano da molto prima dei Romani. Teofrasto ne parla 300 anni prima di Cristo. Prima di loro, la conoscevano gli Egizi. Secondo Plinio fu Lucio Licinio Lucullo a introdurre il ciliegio in Italia nel 73 a.C. dopo aver sconfitto Mitridate, re del Ponto. Oltre a essere il più noto gourmet del mondo antico - celebri le cene luculliane - fu anche un ottimo generale e, siccome una ciliegia tira l’altra, Lucullo pensò bene di procacciarsene una scorta infinita portandosi un ciliegio da Cerasunte, colonia greca sul Mar Nero famosa per la coltivazione della pianta dalla quale prese il nome: il cerasum.
Nome che, più o meno modificato, si usa ancora in molti dialetti della Penisola e all’estero. In Sicilia (famose le ciliegie etnee) la chiamano ciràsa; a Napoli ’a ceràsa; cirésa in Piemonte (celebri quelle di Pecetto); sirésa in Veneto dove domina la Mora di Tramigna. In Spagna è cereza, in Francia cerise, in Portogallo cereja. In Inglese è cherry che è anche il nome del liquore che si ricava dal frutto. Gabriele D’Annunzio battezzò Sangue morlacco il liquore che la Luxardo produceva a Fiume con le marasche.
La ciliegia, oltre all’arte e alla poesia, appartiene alla simbologia cristiana. Il rosso richiama il sangue di Cristo e dei martiri. Per questo si trovano ciliegie su tavole raffiguranti l’ultima cena o la Cena in Emmaus. Nel Riposo durante la fuga in Egitto del Barocci, Gesù Bambino ha ciliegie in mano. Nella Madonna del libro di Sandro Botticelli c’è una coppa di ciliegie. Nella Madonna delle ciliegie di Tiziano sono in mano al Bambino e a Maria che le porge a San Giovannino; simboleggiano la futura Passione di Gesù e il martirio del Battista decollato da Erode.
Agli smemorati mangiatori di frutta d’oggidì, la ciliegia bianca presenta le sue antiche e aristocratiche radici, il blasone rinascimentale. È nelle nature morte dei pittori del Cinquecento e del Seicento. La troviamo in scenografici vassoi. Bellissime le fruttivendole di Vincenzo Campi che dispongono cesti di frutta con tutte le varietà di ciliegie, anche le bianche. Il toscano Bartolomeo Bimbi, alla corte dei Medici, tocca le vette della natura morta. Nella villa medicea di Poggio a Caiano le sue tele con la frutta e i fiori dominano meravigliose, educative e tragiche perché ci fanno capire quanta biodiversità, quanti frutti, verdure, animali abbiamo perduto dal Settecento a oggi. Il Bimbi, nella grande tela delle ciliegie pone al centro della scena le moscatelle bianche che i Medici coltivavano nelle tenute intorno a Firenze.
Pochi lo sanno, ma anche le ciliegie, sia rosse sia bianche, dolci o asprigne, hanno un santo protettore: San Gerardo dei Tintori, patrono della città di Monza (lo si festeggia tra poco, il 6 giugno). Una sera d’inverno del Duecento, in cui sentiva ardentemente il bisogno di pregare, chiese ai chierici del Duomo di Monza di farlo entrare. I custodi, insonnoliti, gli opposero un «no» secco. San Gerardo non si scompose: se lo avessero fatto entrare, avrebbe donato loro un cesto di ciliegie. Vista la stagione, gli altri acconsentirono ridacchiando. Di lì a poco Gerardo tornò con le ciliegie.
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In occasione del Milan longevity summit, Unifarco presenta il progetto GenAge® e il modello delle Farmacie specializzate in longevità: un approccio che punta a trasformare la farmacia in un vero «Longevity hub», dove il farmacista diventa guida multidisciplinare in un percorso costruito su evidenze scientifiche, analisi dello stile di vita e prevenzione personalizzata. Ne parliamo con il dottor Gianni Baratto, direttore scientifico e vicepresidente (Ricerca e sviluppo) di Unifarco, per capire quale ruolo potranno avere le farmacie nella diffusione di una cultura della longevità sana e consapevole.
Oggi si parla moltissimo di longevità. Secondo lei qual è il rischio più grande: trasformarla in una moda o riuscire davvero a renderla prevenzione quotidiana?
«Sicuramente oggi il termine “longevity” è ampiamente utilizzato e strumentalizzato anche fuori dai giusti contesti. È diventato un termine spendibile in svariati ambiti, dalla comunicazione sanitaria a quella finanziaria e assicurativa. Tuttavia è utile ricordare che, sebbene questo termine sia oggi sulla bocca di tutti e possa sembrare una trovata commerciale per vendere più beni e servizi, non è un tema così recente. Longevità si può tradurre anche con “salute nel tempo”, e ogni prodotto nasce per far star bene le persone. È esplosa questa meravigliosa bolla, finalmente ora parlare di longevità non è più fantascienza ma scienza, e questo ha reso più motivati brand come GenAge® a fornire a tutte le persone gli strumenti più concreti che la scienza oggi offre».
A che punto è la conoscenza?
«In questo campo non si ferma mai, nascono ogni giorno startup e aziende dedicate, vengono investiti sempre più capitali per lo studio di come accompagnare l’allungamento della durata media della vita con un parallelo aumento degli anni in salute. A chi è scettico suggeriamo di trovare i giusti referenti, interlocutori formati e competenti con cui differenziare ciò che è longevity solo per moda e convenienza da ciò che è realmente longevity, per una salute ora e nel tempo tramite un lavoro di squadra sulle proprie abitudini e sulla propria biologia. Così da esprimere al meglio le potenzialità genetiche che abbiamo ricevuto e vivere più a lungo e in salute, con partecipazione attiva alla vita sociale, autonomia e soddisfazione di noi stessi a qualsiasi età. Perché è davvero possibile».
Che cosa significa «manutenzione della salute» nella vita di una persona di 40, 50 o 60 anni?
«Quando parliamo di meccanismi biologici malleabili, di azioni sul nostro stile di vita, di cambiamenti che devono diventare sane routine mantenute nel tempo, ecco che si evidenzia chiaramente come sia necessario cominciare a occuparsi della propria longevità (in salute) prima che tutto sia visibile e manifesto. In realtà, a partire dai 35-40 anni, nel nostro corpo, i meccanismi biologici, la vitalità delle cellule, l’accumulo di danni, le compensazioni che prima erano altamente efficienti, cominciano ad alterarsi innescando la curva dell’invecchiamento. È nel momento in cui siamo al massimo della nostra vitalità che dobbiamo sostenerla e “revisionarla” (quasi fosse la nostra automobile), per darle l’energia e la carica per durare più a lungo nel tempo e in modo più performante».
Nel vostro approccio i farmacisti diventano una sorta di «guida della longevità». Come cambia il ruolo della farmacia rispetto al passato?
«Il farmacista è depositario di una solida esperienza formulativa e analitica di stampo multidisciplinare e ha le competenze necessarie per mettere la persona al centro, prendersene cura a 360 gradi, accompagnarla in modo personalizzato e sostenerne la motivazione. Possiede tutte le caratteristiche per essere il primo punto di riferimento e l’anello di congiunzione per un percorso multidisciplinare che include anche altri professionisti della salute. Oltre a questo, la farmacia è un presidio accessibile, diffuso capillarmente in tutto il territorio e intercetta tutte le fasce della popolazione. In farmacia, con la presenza di un farmacista preparatore formato nell’approccio pro-longevity promosso da GenAge®, potrà così concretizzarsi un percorso di manutenzione della salute fatto di analisi genetiche, analisi dei principali parametri ematici e dei marker infiammatori, test del microbiota e valutazione della composizione corporea. Approcci concreti, facilmente accessibili ed estremamente scientifici e personalizzati. Per rendere il tutto più approfondito e oggettivo, abbiamo creato il Programma yougevity, in cui alla figura del farmacista si affianca un team multidisciplinare composto da medico, nutrizionista, personal trainer e mental coach, per un’esperienza completa che integra ogni aspetto essenziale alla nostra longevità in salute».
Parlate di geroscienze e «hallmarks of aging». Quanto siamo vicini a una medicina che non cura solo le malattie, ma rallenta i meccanismi dell’invecchiamento?
«Negli ultimi anni la scienza dell’invecchiamento ha registrato un progresso senza precedenti. Ad oggi, è in grado di dare una risposta, seppur complessa e forse ancora incompleta, a questa domanda. La scienza si è concentrata soprattutto nell’analisi dei meccanismi chiave responsabili del progressivo declino dei sistemi di regolazione ed equilibrio (omeostasi) cellulare, identificando 12 “hallmarks of aging”, cioè 12 pilastri dell’invecchiamento».
Quali sono?
«Biomarker distintivi e responsabili della senescenza che si manifestano durante il normale invecchiamento, che lo accelerano se esacerbati e, viceversa, lo rallentano se gestiti correttamente. Metabolismo, funzioni cognitive, ossa, articolazioni, muscoli, pelle e intestino possono incontrare qualche ostacolo lungo il percorso degli anni anagrafici, spesso con segnali sottili, difficili da riconoscere e sensazioni che emergono nella routine quotidiana. Se siamo consapevoli dei nostri punti di forza e riconosciamo le nostre aree più vulnerabili, grazie a genetica e azione epigenetica con lo stile di vita pro-longevity, facciamo il primo fondamentale passo per lavorare sulla nostra biologia, rendendola più vitale, più funzionale, più ottimizzata e longeva».
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Le foto stanno facendo il tour dei social con una velocità superiore a quella del cronoman Filippo Ganna. Ed escludendo l’autoironia (difficile trovarne qualche grammo su questi temi), indicano tante cose insieme: il delirio fuori scala di chi ha avuto la pensata, la volontà di abbracciare la moda woke ormai fuori tempo massimo e la dimostrazione di insensibilità nell’accostare il mondo fantasy a quello reale. Perché vedere la sedia a rotelle (con tutto ciò che presuppone in termini di dolore e di coraggio) accanto a un droide da Star Wars farebbe sobbalzare anche il più cinico dei leoni da tastiera di X.
Quello grossetano nella Cittadella dello studente dev’essere un istituto davvero fortunato. Mentre gli altri, in tutta Italia, sono preoccupati dalla dispersione scolastica, dall’uso indiscriminato dell’Intelligenza artificiale, dalle sacche di violenza al loro interno, ecco la paradisiaca Eat dove c’è la possibilità per i ragazzi di incontrare Robin mentre fa asciugare i guanti verdi sotto il getto di aria calda. È l’invasione dell’ultra-woke. Non fa una piega l’assessore regionale toscano alla Scuola, Alessandra Nardini (Pd), orgogliosa di mostrare l’opera su Facebook nella speranza che sia un viatico per decollare verso il Nazareno. Si sa che Elly Schlein è molto sensibile alle pulsioni radical da terza liceo «sull’accessibilità universale» che arriva ad abbracciare il transgenderismo planetario. Anzi galattico. Anzi a fumetti.
Così l’istituto dedicato a enogastronomia, accoglienza (nel senso di hospitality) e turismo deve fare i conti con i bagni più inclusivi dell’universo interstellar. Non vorremmo deludere chi ha avuto la pensata, ma è arrivato ultimo. Alcune università italiane, mosse dall’urgenza di adeguarsi ai dogmi del fanatismo Lgbtq+ da campus californiano, da tempo hanno ricavato servizi igienici per il presunto terzo sesso, destinati a rimanere deserti o ad attrarre superflue polemiche. Come quella avvampata due anni fa alla Bocconi di Milano, allorché tre studenti sono stati sospesi per sei mesi dalle lezioni per aver pubblicato sui social media commenti a loro dire goliardici, ma ritenuti «transfobici» dal consiglio di disciplina dell’ateneo. Un provvedimento molto severo, rigorosamente in linea con la polizia del pensiero e della parola.
I bagni di Guerre Stellari (noi boomer di periferia eravamo fermi al bar) stanno facendo discutere. Il parlamentare di Fratelli d’Italia, Fabrizio Rossi, ha commentato: «Direbbe il poeta, Non so se il riso o la pietà prevale. Ecco come le porte di un gabinetto diventano una crociata». È bastata la frase perché si autoproducesse come un blob una task force molto seria e molto presa dall’argomento, capitanata dall’assessora Nardini, pronta a far divampare lo scontro ideologico: «L’attacco di Rossi è l’ennesima prova dell’ossessione della destra. Io sto dalla parte di chi realizza spazi accoglienti, non di chi agita fantasmi woke. Davvero il problema sarebbero bagni pensati per riconoscere ogni persona? Penso che tutte le iniziative che consentono a ogni persona, ogni corpo e ogni identità, di essere riconosciuta, siano le benvenute». Se c’erano dubbi sulla mancanza di autoironia e di profondità morale del progressismo radical, questi evaporano. Perché sarebbe interessante definire l’identità e il perimetro sociale del robottino Ambrogio e della sirenetta Ariel. E capire le profonde motivazioni filosofiche che consentono di accostare nella stessa frase, con la stessa sensibilità, dentro lo stesso perimetro di dignità civile Batman e una mamma incinta, i Minions e una persona disabile. Anche il presidente provinciale Francesco Limatola (ovviamente piddino pure lui) non si è risparmiato qualche grammo di indignazione: «L’onorevole Rossi dovrebbe preoccuparsi un po’ di più di dare risposte ai territori e un po’ di meno di inseguire un maldestro tentativo di fare il fenomeno sui social». È noto che il presidente di una Provincia, al contrario, possa mettersi alle spalle le tematiche che riguardano i cittadini per baloccarsi a piacere dentro un cartoon. Undici icone, zero autocritica, una difesa d’ufficio da far cascare le braccia. Non resta che un consiglio: controllate spesso la carta igienica.
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