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2019-06-18
Il regista trascurato come Oriana. Firenze è matrigna con i suoi geni
Ansa
Mentre esco dal museo che porta il suo nome, alle spalle di Palazzo Vecchio, mi sorprendo a pensare che vita meravigliosa sia stata la sua. Il viaggio dentro il mondo di Franco Zeffirelli, nelle stanze del Centro culturale delle arti e dello spettacolo dell'ex tribunale in piazza San Firenze, è una commozione interminabile. Eppure quel museo non è stato il naturale omaggio al celebre regista, l'ultimo grande figlio di Firenze. Nossignori.
Lo è diventato oggi , un onore doveroso e, vivaddio, sacrosanto. Ma quanta fatica, quante polemiche e quante minacce si sono intrecciate fra Roma e Firenze, fra il Maestro e il Comune, prima di trovare questa soluzione, che realizza il sogno dell'artista fiorentino di consegnare la sua storia alla città che lo ha visto nascere, e che, a sua volta, sancisce l'eterna riconoscenza di una comunità stizzosa e rissosa, nei confronti di questo grande personaggio amato in tutto il mondo ma non altrettanto qui, che rischiava di dover eleggere a Roma la cittadinanza delle sue memorie. Finché era nel pieno della sua dissacrante vocazione di genio fiorentino, gli hanno fatto la guerra, perché Zeffirelli è sempre andato controcorrente rispetto alla cultura dominante, cioè quella di sinistra. Stesso destino di Oriana Fallaci. Voi pensate che a Firenze, nella loro città, non fosse così? Che questi campioni fossero il vanto dei fiorentini, orgogliosi di condividere le comuni origini? Macché.
Da Dante Alighieri in giù, mai è accaduto che Firenze coccolasse i suoi figli illustri. Dicono sia l'invidia che la città secerne verso chiunque provi ad insidiarle il monopolio della bellezza. Sia essa rappresentata da un film, da un racconto per immagini o dalla capacità di descrivere il mondo, le grandi guerre, le personalità che hanno fatto la storia. Una città ingrata, ecco. Tanto, e viscerale, è stato l'amore di Zeffirelli e Oriana per Firenze, tanta è stata la ruvidezza dei sentimenti con cui molti loro concittadini li hanno ricambiati. Buttando spesso in politica un rapporto che era piuttosto antropologico e quasi carnale, prima ancora che culturale. E quando si butta in politica, i sentimenti degenerano.
Con Zeffirelli, il legame con Firenze si è consumato divorato dal suo anticomunismo, mai nascosto, semmai esibito fino alla sfida. La Fallaci ha pagato l'anti islamismo, anche questo un giardino velenoso coltivato dalla sinistra, che non accettò mai i rabbiosi segnali d'allarme da lei lanciati verso una civiltà che, oggi ne comprendiamo ancora di più la lungimiranza, vuole spazzarci via. E mentre loro gonfiavano il petto in tutto il mondo, orgogliosi della nativa fiorentinità, nella città matrigna erano ignorati o insultati. La Fallaci è morta nel 2006 senza che il Comune le avesse conferito il Fiorino d'oro, il massimo riconoscimento cittadino, che, come commentò Zeffirelli, avevano ricevuto «cani e porci».
E perciò corse al suo funerale per acquistare un fiorino qualunque in un negozio di via del Proconsolo e poi glielo fece scivolare nella tomba prima della sepoltura. Questo non impedì che quando il centrodestra propose di intitolare una strada a Oriana Fallaci, la sinistra si opponesse con le scuse più basse, compresa quella che dovevano passare 10 anni dalla morte per poter deliberare un cambiamento della toponomastica. Nel furore della contrapposizione ideologica (oggi parzialmente sopite) la etichettarono come reazionaria e fascista di ritorno, lei che era stata staffetta partigiana e aveva preso parte alla resistenza, aderendo però a Giustizia e libertà, anticamera della sua scelta socialista, quindi non propriamente allineata al fronte comunista.
Peggio ancora andò a Zeffirelli, al quale di fascista davano sistematicamente, colpevole di anticomunismo, ignorando che anche lui aveva combattuto con le brigate partigiane sul Monte Morello, alle quali si era unito su consiglio di Giorgio La Pira, che tutto si può dire che fosse, fuorché fascista. Due spiriti liberi che era impossibile ingabbiare. Infatti si ritrovarono insieme sulle fragili barricate che nel 2002 cercarono di tenere lontano da Firenze, il Social forum voluto dalle giunte rosso verdi. Si batterono per difendere la loro città, mai del tutto compresi.
Marcello Mancini
La colpa di Zeffirelli: essere omo ma non gay
Sembra quasi che vogliano ridurre il pensiero politico di Franco Zeffirelli a un fastidioso orpello. Come se un artista del suo calibro non potesse essere conservatore se non per posa, per vezzo o per colpa di una vena di follia. Anche ora che è defunto, continuano a rinfacciargli il peccato grave: essere stato omosessuale ma non gay. Lui lo ripeteva spesso: «La parola gay stessa è frutto della cultura puritana, una maniera stupida di chiamare gli omosessuali, per indicarli come fossero dei pazzerelli».
Essere omosessuale, argomentava, «è un impegno molto serio con noi stessi e con la società. Una tradizione antica e spesso di alto livello intellettuale, pensi solo al Rinascimento. Nella cultura greca l'esercito portava gran rispetto a due guerrieri che fossero amici e amanti, perché in battaglia non difendevano solo la patria, ma reciprocamente anche se stessi, offrendo una raddoppiata forza contro il nemico». Per questo ce l'aveva con i gay pride: «Esibizioni veramente oscene, con tutta quella turba sculettante».
Secondo Paolo Isotta, tutto ciò è da attribuire a falsità e cattiveria. «Se c'era una recchia, ma proprio una recchia, non un omosessuale era lui», ha scritto il critico sul Fatto quotidiano. E le professioni di fede cattolica? Tutte «panzane», insiste Isotta.
Lo liquidano così, come un pazzoide. Anche il suo viscerale anticomunismo viene confinato nel recinto della pazzia. Anzi, dell'«ossessione», come ha scritto Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera. Quasi che Zeffirelli fosse un'isterica, un megalomeno fissato con l'idea di non essere abbastanza amato dal suo Paese. Eppure, persino Natalia Aspesi, su Repubblica, lo ha riconosciuto: «La nostra critica cinematografica dichiarata di sinistra come tanti registi e cinefili, obbligava anche noi miti spettatori che oggi verremmo sbeffeggiati come radical chic a non amore le sue lussuose versioni di Romeo e Giulietta e La bisbetica domata, trascurando il fatto che quei film, amatissimi dal pubblico, portavano Shakespeare anche a chi non sapeva chi fosse». Forse, dopo tutto, non era tanto un'ossessione o una mania di persecuzione. Forse davvero al maestro non sono stati tributati i giusti onori.
Del resto, anche adesso, nell'ora delle celebrazioni postume e un po' appiccicose, si continua a mettere in ombra la parte sgradita del suo pensiero. Per esempio quella riguardante le «famiglie arcobaleno». «Conosco molti amici gay che vivono serenamente in coppia, magari da molti anni», disse in un'intervista. «Ma non c'è alcun bisogno di mettersi lì a creare una pseudofamiglia “legale" a vanvera, per me ridicola e inaccettabile. Basta sistemare le cose tra persone civili: se viviamo insieme e magari compriamo una casa, chiariamo anche le questioni delle quote, tra persone intelligenti che si vogliono bene. Basta un atto privato fatto come si deve. Punto e basta».
Omosessuale sì, eccome. Ma, dicevamo, non gay. Nel senso che non si adeguava allo stereotipo arcobaleno, che non faceva del suo orientamento sessuale una questione politica. Dimostrava, così, che si può essere omo senza per forza pensarla come gli attivisti Lgbt.
Ecco perché conviene, a molti, battere sul tasto della stravaganza, della mattana da creativo strampalato. Perché, se preso sul serio, il messaggio di Zeffirelli può risultare dirompente. Tra le altre cose, egli fu uno straordinario testimonial della lotta a favore della vita. Nella sua autobiografia, per dire, raccontò di come sua madre si ostinò a metterlo al mondo. Fu messa incinta da un uomo già sposato, e tutti - amici e parenti compresi - la invitavano a «liberarsi subito del “bastardino" che portava in grembo». Ma la donna s'intignò: «Mia madre sfidò i pregiudizi e le ostilità di una società ottusa per mettermi al mondo», scrisse Zeffirelli. «Per regalare la vita a me, rovinò la sua. Non c'è dunque da meravigliarsi che io sia tanto violentemente contrario all'aborto, e tanto grato per il coraggio di mia madre».
Successivamente, il regista ribadì il concetto: «Una madre che genera una vita è una donna premiata qualunque sia la sua situazione, qualunque siano i conti da pagare, qualunque siano i suoi problemi emozionali», spiegò nel 2002. E mentre oggi sentiamo parlare di «due padri» e vediamo madri surrogate cancellate con un tratto di penna, colpisce al cuore leggere ciò che diceva il genio fiorentino. E cioè che «il privilegio di portare la vita è un privilegio che gli uomini non hanno: noi siamo inferiori alle donne per questo. Il miracolo di sentir germogliare nel proprio ventre una nuova vita, il vederla sbocciare e vederla venir su rende voi donne più forti». Un'ode alla vita, dunque: non una falsità né un'ossessione. Un pensiero forte, dirompente. E quindi sgradito ai cantori del mondo arcobaleno, alla cultura ufficiale che lo ha sdegnato in vita e ancora oggi tenta di rimpicciolirlo.
Francesco Borgonovo
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Entrambi, in vita, sono stati incompresi e rifiutati dalla città che avevano nel cuore.Anche dopo la morte gli rimproverano la mancata adesione al pensiero unico. Non amava i pride: «Roba da carnevale» E ha sempre avuto idee pro life: «Sono violentemente contrario all'aborto». Ma questo suo lato lo dimenticano in troppi.Lo speciale contiene due articoli Mentre esco dal museo che porta il suo nome, alle spalle di Palazzo Vecchio, mi sorprendo a pensare che vita meravigliosa sia stata la sua. Il viaggio dentro il mondo di Franco Zeffirelli, nelle stanze del Centro culturale delle arti e dello spettacolo dell'ex tribunale in piazza San Firenze, è una commozione interminabile. Eppure quel museo non è stato il naturale omaggio al celebre regista, l'ultimo grande figlio di Firenze. Nossignori. Lo è diventato oggi , un onore doveroso e, vivaddio, sacrosanto. Ma quanta fatica, quante polemiche e quante minacce si sono intrecciate fra Roma e Firenze, fra il Maestro e il Comune, prima di trovare questa soluzione, che realizza il sogno dell'artista fiorentino di consegnare la sua storia alla città che lo ha visto nascere, e che, a sua volta, sancisce l'eterna riconoscenza di una comunità stizzosa e rissosa, nei confronti di questo grande personaggio amato in tutto il mondo ma non altrettanto qui, che rischiava di dover eleggere a Roma la cittadinanza delle sue memorie. Finché era nel pieno della sua dissacrante vocazione di genio fiorentino, gli hanno fatto la guerra, perché Zeffirelli è sempre andato controcorrente rispetto alla cultura dominante, cioè quella di sinistra. Stesso destino di Oriana Fallaci. Voi pensate che a Firenze, nella loro città, non fosse così? Che questi campioni fossero il vanto dei fiorentini, orgogliosi di condividere le comuni origini? Macché. Da Dante Alighieri in giù, mai è accaduto che Firenze coccolasse i suoi figli illustri. Dicono sia l'invidia che la città secerne verso chiunque provi ad insidiarle il monopolio della bellezza. Sia essa rappresentata da un film, da un racconto per immagini o dalla capacità di descrivere il mondo, le grandi guerre, le personalità che hanno fatto la storia. Una città ingrata, ecco. Tanto, e viscerale, è stato l'amore di Zeffirelli e Oriana per Firenze, tanta è stata la ruvidezza dei sentimenti con cui molti loro concittadini li hanno ricambiati. Buttando spesso in politica un rapporto che era piuttosto antropologico e quasi carnale, prima ancora che culturale. E quando si butta in politica, i sentimenti degenerano. Con Zeffirelli, il legame con Firenze si è consumato divorato dal suo anticomunismo, mai nascosto, semmai esibito fino alla sfida. La Fallaci ha pagato l'anti islamismo, anche questo un giardino velenoso coltivato dalla sinistra, che non accettò mai i rabbiosi segnali d'allarme da lei lanciati verso una civiltà che, oggi ne comprendiamo ancora di più la lungimiranza, vuole spazzarci via. E mentre loro gonfiavano il petto in tutto il mondo, orgogliosi della nativa fiorentinità, nella città matrigna erano ignorati o insultati. La Fallaci è morta nel 2006 senza che il Comune le avesse conferito il Fiorino d'oro, il massimo riconoscimento cittadino, che, come commentò Zeffirelli, avevano ricevuto «cani e porci». E perciò corse al suo funerale per acquistare un fiorino qualunque in un negozio di via del Proconsolo e poi glielo fece scivolare nella tomba prima della sepoltura. Questo non impedì che quando il centrodestra propose di intitolare una strada a Oriana Fallaci, la sinistra si opponesse con le scuse più basse, compresa quella che dovevano passare 10 anni dalla morte per poter deliberare un cambiamento della toponomastica. Nel furore della contrapposizione ideologica (oggi parzialmente sopite) la etichettarono come reazionaria e fascista di ritorno, lei che era stata staffetta partigiana e aveva preso parte alla resistenza, aderendo però a Giustizia e libertà, anticamera della sua scelta socialista, quindi non propriamente allineata al fronte comunista. Peggio ancora andò a Zeffirelli, al quale di fascista davano sistematicamente, colpevole di anticomunismo, ignorando che anche lui aveva combattuto con le brigate partigiane sul Monte Morello, alle quali si era unito su consiglio di Giorgio La Pira, che tutto si può dire che fosse, fuorché fascista. Due spiriti liberi che era impossibile ingabbiare. Infatti si ritrovarono insieme sulle fragili barricate che nel 2002 cercarono di tenere lontano da Firenze, il Social forum voluto dalle giunte rosso verdi. Si batterono per difendere la loro città, mai del tutto compresi. Marcello Mancini<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-regista-trascurato-come-oriana-firenze-e-matrigna-con-i-suoi-geni-2638893466.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-colpa-di-zeffirelli-essere-omo-ma-non-gay" data-post-id="2638893466" data-published-at="1775142061" data-use-pagination="False"> La colpa di Zeffirelli: essere omo ma non gay Sembra quasi che vogliano ridurre il pensiero politico di Franco Zeffirelli a un fastidioso orpello. Come se un artista del suo calibro non potesse essere conservatore se non per posa, per vezzo o per colpa di una vena di follia. Anche ora che è defunto, continuano a rinfacciargli il peccato grave: essere stato omosessuale ma non gay. Lui lo ripeteva spesso: «La parola gay stessa è frutto della cultura puritana, una maniera stupida di chiamare gli omosessuali, per indicarli come fossero dei pazzerelli». Essere omosessuale, argomentava, «è un impegno molto serio con noi stessi e con la società. Una tradizione antica e spesso di alto livello intellettuale, pensi solo al Rinascimento. Nella cultura greca l'esercito portava gran rispetto a due guerrieri che fossero amici e amanti, perché in battaglia non difendevano solo la patria, ma reciprocamente anche se stessi, offrendo una raddoppiata forza contro il nemico». Per questo ce l'aveva con i gay pride: «Esibizioni veramente oscene, con tutta quella turba sculettante». Secondo Paolo Isotta, tutto ciò è da attribuire a falsità e cattiveria. «Se c'era una recchia, ma proprio una recchia, non un omosessuale era lui», ha scritto il critico sul Fatto quotidiano. E le professioni di fede cattolica? Tutte «panzane», insiste Isotta. Lo liquidano così, come un pazzoide. Anche il suo viscerale anticomunismo viene confinato nel recinto della pazzia. Anzi, dell'«ossessione», come ha scritto Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera. Quasi che Zeffirelli fosse un'isterica, un megalomeno fissato con l'idea di non essere abbastanza amato dal suo Paese. Eppure, persino Natalia Aspesi, su Repubblica, lo ha riconosciuto: «La nostra critica cinematografica dichiarata di sinistra come tanti registi e cinefili, obbligava anche noi miti spettatori che oggi verremmo sbeffeggiati come radical chic a non amore le sue lussuose versioni di Romeo e Giulietta e La bisbetica domata, trascurando il fatto che quei film, amatissimi dal pubblico, portavano Shakespeare anche a chi non sapeva chi fosse». Forse, dopo tutto, non era tanto un'ossessione o una mania di persecuzione. Forse davvero al maestro non sono stati tributati i giusti onori. Del resto, anche adesso, nell'ora delle celebrazioni postume e un po' appiccicose, si continua a mettere in ombra la parte sgradita del suo pensiero. Per esempio quella riguardante le «famiglie arcobaleno». «Conosco molti amici gay che vivono serenamente in coppia, magari da molti anni», disse in un'intervista. «Ma non c'è alcun bisogno di mettersi lì a creare una pseudofamiglia “legale" a vanvera, per me ridicola e inaccettabile. Basta sistemare le cose tra persone civili: se viviamo insieme e magari compriamo una casa, chiariamo anche le questioni delle quote, tra persone intelligenti che si vogliono bene. Basta un atto privato fatto come si deve. Punto e basta». Omosessuale sì, eccome. Ma, dicevamo, non gay. Nel senso che non si adeguava allo stereotipo arcobaleno, che non faceva del suo orientamento sessuale una questione politica. Dimostrava, così, che si può essere omo senza per forza pensarla come gli attivisti Lgbt. Ecco perché conviene, a molti, battere sul tasto della stravaganza, della mattana da creativo strampalato. Perché, se preso sul serio, il messaggio di Zeffirelli può risultare dirompente. Tra le altre cose, egli fu uno straordinario testimonial della lotta a favore della vita. Nella sua autobiografia, per dire, raccontò di come sua madre si ostinò a metterlo al mondo. Fu messa incinta da un uomo già sposato, e tutti - amici e parenti compresi - la invitavano a «liberarsi subito del “bastardino" che portava in grembo». Ma la donna s'intignò: «Mia madre sfidò i pregiudizi e le ostilità di una società ottusa per mettermi al mondo», scrisse Zeffirelli. «Per regalare la vita a me, rovinò la sua. Non c'è dunque da meravigliarsi che io sia tanto violentemente contrario all'aborto, e tanto grato per il coraggio di mia madre». Successivamente, il regista ribadì il concetto: «Una madre che genera una vita è una donna premiata qualunque sia la sua situazione, qualunque siano i conti da pagare, qualunque siano i suoi problemi emozionali», spiegò nel 2002. E mentre oggi sentiamo parlare di «due padri» e vediamo madri surrogate cancellate con un tratto di penna, colpisce al cuore leggere ciò che diceva il genio fiorentino. E cioè che «il privilegio di portare la vita è un privilegio che gli uomini non hanno: noi siamo inferiori alle donne per questo. Il miracolo di sentir germogliare nel proprio ventre una nuova vita, il vederla sbocciare e vederla venir su rende voi donne più forti». Un'ode alla vita, dunque: non una falsità né un'ossessione. Un pensiero forte, dirompente. E quindi sgradito ai cantori del mondo arcobaleno, alla cultura ufficiale che lo ha sdegnato in vita e ancora oggi tenta di rimpicciolirlo. Francesco Borgonovo
iStock
Per chi avrà il compito titanico di rifondare il calcio nazionale disperso nelle lande della Bosnia vale lo stesso principio: non servono né fantasia né italica furbizia, basta mettere in pratica i fondamentali che tutta Europa applica, mutuati da due realtà vincenti, Norvegia e Germania. La prima in ascesa, la seconda in declino controllato fra i veleni del calcio iperglobalizzato, ma ai Mondiali ci va in carrozza.
Al di là delle futili promesse che da 12 anni accompagnano rivoluzioni mai neppure immaginate (basta un rigore non dato domenica prossima per tornare alla misera routine) esistono due precondizioni di buonsenso: che il pallone italiano venga innervato da giovani italiani (finanziamento dei vivai con il 10-15% dei fatturati) e che nel campionato italiano giochino mediani, esterni a tutta fascia, centravanti italiani (almeno 3-4 per squadra dal primo minuto). In caso contrario si tratta di chiacchiere e distintivo alla Gabriele Gravina. Sembrano banalità ma non lo sono: deve infortunarsi il mediocre Pervin Estupinan perché il Milan scopra Davide Bartesaghi, deve marcare visita mezzo Napoli perché Antonio Conte mandi in campo Antonio Vergara, deve fare cilecca per un’intera stagione Markus Thuram perché l’Inter punti con decisione su Pio Esposito.
Stilati i punti fermi ecco i modelli vincenti da copiare. Una ventina d’anni fa in Norvegia hanno deciso di investire non solo nello sci ma anche in quella strana sfera che rotola su un prato. E hanno puntato su tre fattori: 1) i ragazzi fino a 13 anni devono divertirsi, quindi nessuna esasperazione tattica ma solo crescita atletica e tecnica; 2) il rinnovamento di tutti gli impianti di base e di vertice (senza comitati e pm «bellaciao» in circolazione è più facile); 3) le scuole calcio affidate a educatori in grado di trasmettere l’etica dello sport e non solo l’urgenza del risultato a tutti i costi e con tutti i mezzucci. Uno schema vincente, anche se per stracciare gli avversari dalle metodologie meno cool bisogna poi avere in squadra Erling Haaland, Alexander Sorloth e Antonio Nusa.
In Germania hanno costruito un modello più centralista, con 366 scuole calcio regionali più 52 d’eccellenza finanziate dalla federazione e piazzate a macchia di leopardo in tutti i länder. Quindi controllo diretto del territorio, dei vivai e delle filosofie di gioco. Si chiama «Programma talenti», è stato varato dopo la disfatta a Euro 2000 e ha portato il Wunderteam a vincere il mondiale 2014 in Brasile. Ogni club ha l’obbligo di schierare una squadra B (in Italia ci arriviamo adesso) e i giovani calciatori fino ai 14 anni devono imparare tutti i fondamentali, le specializzazioni arrivano dopo. Poiché «è sempre vero anche il contrario», il Barcellona si è accaparrato Lamine Yamal a 7 anni e non ha mai pensato di metterlo in porta.
Tornando al modello tedesco, molta importanza è stata data allo scouting dei giovani talenti, alla necessità di farli giocare e non invecchiare in panchina. E alla formazione professionale dei tecnici, con la realizzazione di una vera e propria università del pallone, con l’esplosione di Jürgen Klopp, Hans Dieter Flick, Thomas Tuchel e del simpaticone Julian Nagelsmann. Pur senza raggiungere mai gli abissi italiani, il sistema tedesco conosce alti e bassi per due motivi: la presenza costante di club come Bayern Monaco e Borussia Dortmund nel supermarket dei talenti stranieri e il gap generazionale. Non tutti gli anni nascono i Kroos, i Neuer, i Kimmich.
Mentre Matteo Renzi minaccia di organizzare «una riunione pubblica di Italia Viva in cui daremo le nostre idee sul futuro del calcio» (detto da un ex premier che non ha un’idea di Paese ma solo un’idea di poltrone fa ridere), copiare diventa un dovere. E se guardare agli altri è un atteggiamento troppo esterofilo o provinciale, basta riprendere in mano il dossier di Roberto Baggio. Una decina di anni fa il Divin Codino era stato incaricato dalla federazione di preparare uno studio con l’obiettivo di ripensare dalle fondamenta il calcio italiano. Ne scaturì un lavoro monstre, 900 pagine stilate con 50 collaboratori che finirono sulle scrivanie del Consiglio federale.
Lì dentro c’era tutto. La nuova formazione degli allenatori con una selezione rigorosa e percorsi di studio. La suddivisione dell’Italia in 100 distretti con gli osservatori federali pronti a scoprire i talenti. La necessità di valorizzare i vivai con un indirizzo preciso: sviluppare la tecnica (era Baggio non Gentile) e non solo la fisicità, crescere giovani con cultura sportiva e non solo con la fregola del 4-4-2 o della ripartenza a elastico. Il dossier finì in qualche cassetto e in qualche camino, Baggio tornò a caccia in Patagonia. E la Nazionale a farsi impallinare in Bosnia.
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Stampa francese sul bombardamento austriaco di Venezia con palloni senza pilota (Getty Images)
Il quadro storico è quello dell’assedio austriaco alla città di Venezia, durante la prima guerra d’Indipendenza. Gli austriaci di Radetzky, dopo aver occupato le città dell’entroterra veneto, cingevano d’assedio la Repubblica di San Marco in quei mesi governata da Daniele Manin dopo la rivolta che cacciò temporaneamente gli stessi asburgici. Verso la tarda primavera del 1849, gli austriaci avevano espugnato una delle strutture difensive più importanti della città, il Forte Marghera.
A Treviso, centro logistico militare austriaco da cui passavano le armi per l’assedio di Venezia, fu preparato un esperimento senza precedenti nella storia militare. Il generale dell’artiglieria Franz von Ucathius, militare ed inventore poliedrico (costruì uno dei primi proiettori di immagini in movimento e sperimentò l’autofrettaggio sulle bocche da fuoco) aveva studiato la prima forma di bombardamento aereo al mondo tramite piccoli aerostati senza pilota. Un primo progetto prevedeva l’uso di un pallone-guida dotato di vela per la direzione con equipaggio a bordo. A quest’ultimo sarebbero stati vincolati altri piccoli palloni tramite cavi di rame a loro volta collegati ad una batteria galvanica. Giunti sull’obiettivo, gli aerostati avrebbero sganciato il carico esplosivo tramite un impulso elettrico proveniente dall’aerostato madre.
Dalla base austriaca nel trevigiano, nella primavera dell’assedio, furono svolti i primi esperimenti e i veneziani notarono alcuni aerostati in volo e gli scoppi delle cariche rilasciate. Il fenomeno allarmò i comandi della Repubblica di San Marco che cercarono di studiare un sistema di difesa per quell’arma inedita. Fu la nascita di un primo, sperimentale, sistema di difesa aerea delle città. Il maggiore friulano Leonardo Andervolti, ufficiale del genio al servizio di Manin, portò l’idea di utilizzare un «razzo Congreve», usato dagli inglesi già nel 1811. Si trattava di un tubo riempito di polvere da sparo al quale Andervolti intendeva fissare un arpione legato ad una fune, che avrebbe permesso di agganciare il pallone esplosivo degli austriaci mentre sorvolava la città. Un’idea ancora più originale venne dall’ingegnere milanese Giovanni Battista Piatti. Un pallone ancorato ad una nave, che garantiva agili spostamenti corretti, avrebbe dovuto intercettare gli aerostati nemici e, una volta raggiunti, lanciare un arpione che avrebbe vincolato il pallone esplosivo all’aerostato di difesa. A sua volta richiamato dalla nave madre, il personale avrebbe neutralizzato la carica esplosiva.
Von Ucathius venne a conoscere le contromosse veneziane, senza però desistere dal suo esperimento. Abbandonata l’idea dei palloni portati dall’aerostato madre, mise da parte anche il sistema di sgancio elettrico tramite funi di rame. Fece allora costruire a Treviso palloni più piccoli con l’involucro in carta cerata, simile a quello delle lanterne cinesi. Il sistema di sgancio e detonazione sarebbe stato garantito da una miccia temporizzata, regolata per un volo intorno ai 35 minuti. Senza giuda, i palloni avrebbero dovuto compiere un volo libero calcolato secondo stime metereologiche dopo il decollo da una nave.
Il primo lancio sperimentale avvenne il 7 luglio 1849 durante uno degli assalti austriaci al ponte ferroviario che collegava Mestre a Venezia, condotto di notte dagli uomini di Radetzky anche con barchini esplosivi. Fu in quell’occasione lanciato un solo pallone, decollato da Campalto, che fu probabilmente utilizzato per calcolare la traiettoria per futuri attacchi dal cielo. I veneziani videro nuovamente gli aerostati nemici il 12 ed il 18 luglio, senza che questi recassero danni alla città cinta d’assedio.
Il 25 luglio 1849 fu lanciato il primo vero bombardamento dal cielo, con decine di palloni esplosivi lanciati dalla nave della Marina imperiale «Vulcano», ancorata nei pressi del Lido, che può considerarsi la prima portaerei della storia. Le cronache raccontano del sostanziale fallimento di quei primissimi droni. Il primo pallone scese troppo presto e scoppiò tra la vegetazione a poca distanza dal Lido, altri furono deviati dal vento in direzione opposta alla città. Altri ancora la sorvolarono senza esplodere, dirigendosi in alcuni casi verso le linee austriache a Marghera e Campalto. Le cronache divergono anche sugli effetti del bombardamento: molti cronisti dell’epoca, tra cui Niccolò Tommaseo, affermano che la città non fu danneggiata e che il volo dei palloni costituisse un divertente spettacolo per i veneziani. Altri invece hanno affermato che la nuova arma avesse prodotto un senso di angoscia nella popolazione già provata dall’assedio e che uno dei palloni fosse esploso in Piazza San Marco (ma non vi sono prove certe). Il 29 luglio gli austriaci scelsero di tornare alle armi tradizionali con un violentissimo bombardamento di artiglieria. Complice il colera che colpì Venezia, di fronte alla popolazione stremata dal morbo e dall’assedio, Daniele Manin si arrese agli austriaci il 22 agosto 1849. E sul ponte della ferrovia sventolò la famigerata «bandiera bianca».
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