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2020-07-24
Il Recovery fund scontenta l’Europa. Arriva lo schiaffo del Parlamento Ue
David Sassoli (Sean Gallup/Getty Images)
È durata appena una manciata di giorni la luna di miele con il Recovery fund. La brusca frenata imposta dal Parlamento europeo, riunito ieri in sessione plenaria straordinaria per discutere nel merito delle conclusioni dell'ultimo Consiglio europeo, ha riportato tutti (o quasi) con i piedi per terra. Primi della fila i media mainstream nostrani, per giorni intenti a tessere le lodi dell'accordo tra i 27, ma che oggi sembrano essersi risvegliati da un lungo sonno. Ecco dunque apparire sulle pagine del Corriere della Sera, associati al Recovery fund, locuzioni piuttosto tranchant quali «insidie», «punti oscuri» e «trappole» da evitare. Oppure, tanto per citarne un altro, il Sole 24 Ore che si esprime in termini di «strada in salita», «paletti», «linee rosse».
Noi della Verità, anticipando quella che sarebbe diventata la narrazione comune, avevamo preannunciato ai nostri lettori quanto stava per accadere. La risoluzione approvata ieri a larga maggioranza (465 voti a favore, 150 contrari e 67 astenuti) dall'europarlamento getta un'ombra pesante sul Recovery fund. Sia per quanto concerne la sostanza, dal momento che gli eurodeputati «deplorano la scelta di ridurre la quota di sovvenzioni», come richiesto dai Paesi frugali; sia per le meno note questioni di forma, dato che la scelta di incardinare lo strumento per la ripresa nell'articolo 122 del Trattato del funzionamento «non attribuisce un ruolo formale ai membri eletti del Parlamento europeo».
Sentendosi messo da parte sul Recovery fund, l'emiciclo presieduto da David Sassoli ha reagito mostrando gli artigli nella materia sulla quale i trattati - a proposito: valgono ancora qualcosa? - gli danno potere di intervenire, vale a dire il budget Ue. E lo ha fatto utilizzando espressioni durissime, che riportano a galla tutto il malcontento. Per gli eurodeputati, infatti, «le conclusioni raggiunte dal Consiglio rappresentano niente di più che un accordo politico tra i capi di Stato e di governo». Perciò il Parlamento non si limiterà a mettere «il timbro su un fatto compiuto», dicendosi pronto a bloccare l'accordo sul Quadro finanziario pluriennale (Qfp) «finché non verrà raggiunto un accordo ritenuto soddisfacente tra il Consiglio e il Parlamento». Nel mirino rientrano i tagli ad alcuni programmi di spesa (tra i quali Erasmus e Eu4Health), la condizionalità dei fondi legata al rispetto dello Stato di diritto e la riforma delle risorse proprie.
Minacce reali o disperata ricerca di attenzione? Tecnicamente, la normativa europea vincola la partenza del Qfp all'approvazione del Parlamento europeo. Se ciò non dovesse avvenire, si entrerebbe in un regime di «bilancio provvisorio» durante il quale verrebbero replicati gli schemi del precedente budget. Molto più verosimile la possibilità che da qui a ottobre (mese entro il quale è previsto l'esito del voto) si svolgano una serie di negoziati finalizzati a venire incontro, per quanto possibile, alle richieste del Parlamento. Basse dunque le probabilità di assistere a un vero e proprio muro contro muro.
Tuttavia, solo il tempo potrà dirci se la risoluzione approvata ieri sarà in grado o meno di innescare una crisi. Nel frattempo, gli eventi di questi giorni scavano un solco tra le tre istituzioni europee, e di conseguenza sul modello di governance dell'Ue. Per un Parlamento che rivendica il diritto a essere partecipe, o quanto meno maggiormente coinvolto, nelle decisioni che contano, troviamo una Commissione e un Consiglio che si muovono su direttrici autonome. Due diversi modelli di gestione del potere - uno fondato sul principio di rappresentanza, l'altro su quello intergovernativo - difficilmente conciliabili, se non a prezzo di dolorose rinunce. Se lette sotto questa luce, le parole pronunciate ieri prima del voto dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, assumono un significato ben preciso. Perché è vero che i tagli «sono difficili da mandare giù», e «vi sono decisioni deplorevoli su molti programmi che hanno un valore aggiunto europeo», d'altro canto è necessario «fare un passo indietro» e considerare che «rispetto a dove siamo partiti, questo è un risultato enorme». Come fossero moderni Socrate, sembra dire la von der Leyen, ai parlamentari europei non resterebbe altro che bere la cicuta di un bilancio monco e svilito.
Una cosa è certa, a prescindere da come andranno le cose, e cioè che le contraddizioni emerse in questi giorni in seno alle istituzioni europee generano strascichi paradossali, ma non per questo meno velenosi, a livello nazionale. Curioso ascoltare in sede europea discorsi critici da quegli stessi partiti - Pd e M5s in testa - che in patria dimostrano di voler seguire pedissequamente le indicazioni di Bruxelles. Possiamo solo augurarci che a fare le spese di questa deriva del pensiero politico non siano ancora una volta i cittadini.
Grillini e Lega insieme contro il Mes
I prestiti del Mes sono da tempo la mela avvelenata che il serpente tentatore cerca di far mordere all'attuale governo, con le inevitabili conseguenze sulla sua salute. Ieri, al Parlamento europeo, chiamato in seduta plenaria a discutere una risoluzione, peraltro piuttosto critica, sull'accordo politico appena raggiunto dal Consiglio europeo lo scorso 21 luglio, abbiamo assistito a un ennesimo episodio rivelatore di quanto sia profonda la linea di faglia che attraversa la maggioranza parlamentare su questo argomento. Infatti sul voto relativo a un emendamento alla risoluzione che testualmente recitava: «Respinge un utilizzo del Mes finalizzato a stimolare l'economia in seguito alla crisi del Covid-19», l'intero gruppo del M5s si è unito agli eurodeputati della Lega appartenenti al gruppo Identità e democrazia nel voto a favore, mentre gli eurodeputati del Pd e Forza Italia hanno votato contro, e l'emendamento è stato quindi respinto.
Non è la prima volta che accade in quella sede. Anche lo scorso 2 luglio, nella commissione Affari economici e finanziari - chiamata a esercitare il proprio potere di veto su una modifica a una tabella informativa di un regolamento delegato sulla sorveglianza rafforzata a carico dei Paesi beneficiari del Mes - l'eurodeputato del M5s Piernicola Pedicini ha unito il proprio voto a quello dei suoi colleghi leghisti (Marco Zanni, Francesca Donato ed Antonio Rinaldi).
Il commento del capogruppo Marco Zanni ha immediatamente evidenziato la profonda crepa che solca la maggioranza e che, verosimilmente, si riproduce anche nel Parlamento italiano: «La maggioranza di questo governo non sostenuto dal voto degli italiani è sempre più spaccata. Il voto favorevole del Movimento 5 stelle al nostro emendamento sulla risoluzione del Parlamento europeo con cui abbiamo ribadito il no al Mes, benché propagandistico, ne è un'ulteriore prova. Del resto è lo stesso premier Giuseppe Conte a mentire, quando vuole far credere agli italiani che il Meccanismo europeo di stabilità non sarà attivato. L'unica strada da percorrere per evitare di intrappolare il Paese in uno strumento che consegnerà l'Italia alla Troika, complice l'ennesima inversione a U del partito di Luigi Di Maio, è il ritorno alle urne». Rinaldi, intanto, ha toccato un altro potenziale nervo scoperto nella costruzione del Recovery fund, chiedendo: «Presidente Ursula von der Leyen, se un Paese farà default chi pagherà per il debito contratto con Next generation?». E mettendo così a nudo il tema della garanzia fornita dagli Stati membri, ben lontana dall'essere solidale, bensì solo separata e limitata alla propria quota.
La spaccatura tra Pd e M5s assume rilevanza proprio alla luce delle prime valutazioni sulla lentezza con cui arriveranno le somme del Recovery fund. Infatti, dopo essersi posato il fumo della propaganda, è apparso chiaro anche ai più accesi sostenitori dell'azione del presidente Conte, ciò che abbiamo sostenuto a Consiglio europeo ancora in corso: il Recovery fund sarà lento nelle erogazioni, così come tutti i fondi comunitari. Infatti va posta attenzione alla differenza tra «impegno di spesa» ed «erogazione» e l'obiettivo prefissato dal Consiglio riguarda solo l'impegno di spesa nel 2021-22 per il 70% e 2023 per il residuo 30%, non l'effettiva erogazione. E non sarà certo il prefinanziamento pari al 10% dei sussidi (e non anche dei prestiti) a ribaltare la situazione.
Allora il Mes viene riproposto in quanto strumento di pronto impiego, potenzialmente idoneo a fare da ombrello in occasione dei primi acquazzoni autunnali. Ma, purtroppo, per i suoi fan, il fatto che il Mes sia più rapido di altri strumenti non significa affatto che sia più efficace. Ricordiamo, per l'ennesima volta, che anche il Mes deve raccogliere fondi sui mercati e ha bisogno di tempo e quindi potrebbe erogare all'Italia al massimo 5,4 miliardi al mese. Ma basti pensare che nel solo mese di aprile il Tesoro ha eseguito emissioni lorde per 66 miliardi, per rivelare che anche il «fate presto» è un argomento inconsistente. Fino a quando reggerà la linea rossa del M5s?
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Approvata ieri la risoluzione che censura i tagli alle sovvenzioni e lamenta la marginalizzazione dei deputati. Dubbi anche da Ursula von der Leyen. E i media italiani s'accorgono di «paletti», «insidie» e «punti oscuri».A Bruxelles franano le intese romane: Carroccio e M5s respingono l'uso del Salvastati per stimolare l'economia. Fi vota con il Pd. Marco Zanni: «Giallorossi divisi, si torni alle urne»Lo speciale contiene due articoli.È durata appena una manciata di giorni la luna di miele con il Recovery fund. La brusca frenata imposta dal Parlamento europeo, riunito ieri in sessione plenaria straordinaria per discutere nel merito delle conclusioni dell'ultimo Consiglio europeo, ha riportato tutti (o quasi) con i piedi per terra. Primi della fila i media mainstream nostrani, per giorni intenti a tessere le lodi dell'accordo tra i 27, ma che oggi sembrano essersi risvegliati da un lungo sonno. Ecco dunque apparire sulle pagine del Corriere della Sera, associati al Recovery fund, locuzioni piuttosto tranchant quali «insidie», «punti oscuri» e «trappole» da evitare. Oppure, tanto per citarne un altro, il Sole 24 Ore che si esprime in termini di «strada in salita», «paletti», «linee rosse».Noi della Verità, anticipando quella che sarebbe diventata la narrazione comune, avevamo preannunciato ai nostri lettori quanto stava per accadere. La risoluzione approvata ieri a larga maggioranza (465 voti a favore, 150 contrari e 67 astenuti) dall'europarlamento getta un'ombra pesante sul Recovery fund. Sia per quanto concerne la sostanza, dal momento che gli eurodeputati «deplorano la scelta di ridurre la quota di sovvenzioni», come richiesto dai Paesi frugali; sia per le meno note questioni di forma, dato che la scelta di incardinare lo strumento per la ripresa nell'articolo 122 del Trattato del funzionamento «non attribuisce un ruolo formale ai membri eletti del Parlamento europeo». Sentendosi messo da parte sul Recovery fund, l'emiciclo presieduto da David Sassoli ha reagito mostrando gli artigli nella materia sulla quale i trattati - a proposito: valgono ancora qualcosa? - gli danno potere di intervenire, vale a dire il budget Ue. E lo ha fatto utilizzando espressioni durissime, che riportano a galla tutto il malcontento. Per gli eurodeputati, infatti, «le conclusioni raggiunte dal Consiglio rappresentano niente di più che un accordo politico tra i capi di Stato e di governo». Perciò il Parlamento non si limiterà a mettere «il timbro su un fatto compiuto», dicendosi pronto a bloccare l'accordo sul Quadro finanziario pluriennale (Qfp) «finché non verrà raggiunto un accordo ritenuto soddisfacente tra il Consiglio e il Parlamento». Nel mirino rientrano i tagli ad alcuni programmi di spesa (tra i quali Erasmus e Eu4Health), la condizionalità dei fondi legata al rispetto dello Stato di diritto e la riforma delle risorse proprie.Minacce reali o disperata ricerca di attenzione? Tecnicamente, la normativa europea vincola la partenza del Qfp all'approvazione del Parlamento europeo. Se ciò non dovesse avvenire, si entrerebbe in un regime di «bilancio provvisorio» durante il quale verrebbero replicati gli schemi del precedente budget. Molto più verosimile la possibilità che da qui a ottobre (mese entro il quale è previsto l'esito del voto) si svolgano una serie di negoziati finalizzati a venire incontro, per quanto possibile, alle richieste del Parlamento. Basse dunque le probabilità di assistere a un vero e proprio muro contro muro. Tuttavia, solo il tempo potrà dirci se la risoluzione approvata ieri sarà in grado o meno di innescare una crisi. Nel frattempo, gli eventi di questi giorni scavano un solco tra le tre istituzioni europee, e di conseguenza sul modello di governance dell'Ue. Per un Parlamento che rivendica il diritto a essere partecipe, o quanto meno maggiormente coinvolto, nelle decisioni che contano, troviamo una Commissione e un Consiglio che si muovono su direttrici autonome. Due diversi modelli di gestione del potere - uno fondato sul principio di rappresentanza, l'altro su quello intergovernativo - difficilmente conciliabili, se non a prezzo di dolorose rinunce. Se lette sotto questa luce, le parole pronunciate ieri prima del voto dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, assumono un significato ben preciso. Perché è vero che i tagli «sono difficili da mandare giù», e «vi sono decisioni deplorevoli su molti programmi che hanno un valore aggiunto europeo», d'altro canto è necessario «fare un passo indietro» e considerare che «rispetto a dove siamo partiti, questo è un risultato enorme». Come fossero moderni Socrate, sembra dire la von der Leyen, ai parlamentari europei non resterebbe altro che bere la cicuta di un bilancio monco e svilito. Una cosa è certa, a prescindere da come andranno le cose, e cioè che le contraddizioni emerse in questi giorni in seno alle istituzioni europee generano strascichi paradossali, ma non per questo meno velenosi, a livello nazionale. Curioso ascoltare in sede europea discorsi critici da quegli stessi partiti - Pd e M5s in testa - che in patria dimostrano di voler seguire pedissequamente le indicazioni di Bruxelles. Possiamo solo augurarci che a fare le spese di questa deriva del pensiero politico non siano ancora una volta i cittadini. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-recovery-fund-scontenta-leuropa-arriva-lo-schiaffo-del-parlamento-ue-2646685571.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="grillini-e-lega-insieme-contro-il-mes" data-post-id="2646685571" data-published-at="1595531509" data-use-pagination="False"> Grillini e Lega insieme contro il Mes I prestiti del Mes sono da tempo la mela avvelenata che il serpente tentatore cerca di far mordere all'attuale governo, con le inevitabili conseguenze sulla sua salute. Ieri, al Parlamento europeo, chiamato in seduta plenaria a discutere una risoluzione, peraltro piuttosto critica, sull'accordo politico appena raggiunto dal Consiglio europeo lo scorso 21 luglio, abbiamo assistito a un ennesimo episodio rivelatore di quanto sia profonda la linea di faglia che attraversa la maggioranza parlamentare su questo argomento. Infatti sul voto relativo a un emendamento alla risoluzione che testualmente recitava: «Respinge un utilizzo del Mes finalizzato a stimolare l'economia in seguito alla crisi del Covid-19», l'intero gruppo del M5s si è unito agli eurodeputati della Lega appartenenti al gruppo Identità e democrazia nel voto a favore, mentre gli eurodeputati del Pd e Forza Italia hanno votato contro, e l'emendamento è stato quindi respinto. Non è la prima volta che accade in quella sede. Anche lo scorso 2 luglio, nella commissione Affari economici e finanziari - chiamata a esercitare il proprio potere di veto su una modifica a una tabella informativa di un regolamento delegato sulla sorveglianza rafforzata a carico dei Paesi beneficiari del Mes - l'eurodeputato del M5s Piernicola Pedicini ha unito il proprio voto a quello dei suoi colleghi leghisti (Marco Zanni, Francesca Donato ed Antonio Rinaldi). Il commento del capogruppo Marco Zanni ha immediatamente evidenziato la profonda crepa che solca la maggioranza e che, verosimilmente, si riproduce anche nel Parlamento italiano: «La maggioranza di questo governo non sostenuto dal voto degli italiani è sempre più spaccata. Il voto favorevole del Movimento 5 stelle al nostro emendamento sulla risoluzione del Parlamento europeo con cui abbiamo ribadito il no al Mes, benché propagandistico, ne è un'ulteriore prova. Del resto è lo stesso premier Giuseppe Conte a mentire, quando vuole far credere agli italiani che il Meccanismo europeo di stabilità non sarà attivato. L'unica strada da percorrere per evitare di intrappolare il Paese in uno strumento che consegnerà l'Italia alla Troika, complice l'ennesima inversione a U del partito di Luigi Di Maio, è il ritorno alle urne». Rinaldi, intanto, ha toccato un altro potenziale nervo scoperto nella costruzione del Recovery fund, chiedendo: «Presidente Ursula von der Leyen, se un Paese farà default chi pagherà per il debito contratto con Next generation?». E mettendo così a nudo il tema della garanzia fornita dagli Stati membri, ben lontana dall'essere solidale, bensì solo separata e limitata alla propria quota. La spaccatura tra Pd e M5s assume rilevanza proprio alla luce delle prime valutazioni sulla lentezza con cui arriveranno le somme del Recovery fund. Infatti, dopo essersi posato il fumo della propaganda, è apparso chiaro anche ai più accesi sostenitori dell'azione del presidente Conte, ciò che abbiamo sostenuto a Consiglio europeo ancora in corso: il Recovery fund sarà lento nelle erogazioni, così come tutti i fondi comunitari. Infatti va posta attenzione alla differenza tra «impegno di spesa» ed «erogazione» e l'obiettivo prefissato dal Consiglio riguarda solo l'impegno di spesa nel 2021-22 per il 70% e 2023 per il residuo 30%, non l'effettiva erogazione. E non sarà certo il prefinanziamento pari al 10% dei sussidi (e non anche dei prestiti) a ribaltare la situazione. Allora il Mes viene riproposto in quanto strumento di pronto impiego, potenzialmente idoneo a fare da ombrello in occasione dei primi acquazzoni autunnali. Ma, purtroppo, per i suoi fan, il fatto che il Mes sia più rapido di altri strumenti non significa affatto che sia più efficace. Ricordiamo, per l'ennesima volta, che anche il Mes deve raccogliere fondi sui mercati e ha bisogno di tempo e quindi potrebbe erogare all'Italia al massimo 5,4 miliardi al mese. Ma basti pensare che nel solo mese di aprile il Tesoro ha eseguito emissioni lorde per 66 miliardi, per rivelare che anche il «fate presto» è un argomento inconsistente. Fino a quando reggerà la linea rossa del M5s?
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La reazione di tanti è però ambigua, come è nella natura degli italiani, scaltri e navigati, e di chi ha uso di mondo. Bello in via di principio ma in pratica come si fa? Tecnicamente si può davvero lasciare loro lo smartphone ma col «parental control» che inibisce alcuni social, o ci saranno sotterfugi, scappatoie, nasceranno simil-social selvatici e dunque ancora più pericolosi, e saremo punto e daccapo? Giusto il provvedimento, bravi gli australiani ma come li tieni poi i ragazzi e le loro reazioni? E se poi scappa il suicidio, l’atto disperato, o il parricidio, il matricidio, del ragazzo imbestialito e privato del suo super-Io in display; se i ragazzi che sono fragili vengono traumatizzati dal divieto, i governi, le autorità non cominceranno a fare retromarcia, a inventarsi improbabili soluzioni graduali, a cominciare coi primi distinguo che poi vanificano il provvedimento? E poi, botta finale: è facile concepire queste norme restrittive quando non si hanno ragazzini in casa, o pretendere di educare gli educatori quando si è ben lontani da quelle gabbie feroci che sono le aule scolastiche! Provate a mettervi nei nostri panni prima di fare i Catoni da remoto!
Avete ragione su tutto, ma alla fine se volete tentare di guidare un po’ il futuro, se volete aiutare davvero i ragazzi, se volete dare e non solo subire la direzione del mondo, dovete provare a non assecondarli, a non rifugiarvi dietro il comodo fatalismo dei processi irreversibili, e dunque il fatalismo dei sì, perché sono assai più facili dei no. Ma qualcosa bisogna fare per impedire l’istupidimento in tenera età e in via di formazione degli uomini di domani. Abbiamo una responsabilità civile e sociale, morale e culturale, abbiamo dei doveri, non possiamo rassegnarci al feticcio del fatto compiuto. Abbiamo criticato per anni il pigro conformismo delle società arcaiche che ripetevano i luoghi comuni e le pratiche di vita semplicemente perché «si è fatto sempre così». E ora dovremmo adottare il conformismo altrettanto pigro, e spesso nocivo, delle società moderne e postmoderne con la scusa che «lo fanno tutti oggi, e non si può tornare indietro». Di questa decisione australiana io condivido lo spirito e la legge; ho solo un’inevitabile allergia per i divieti, ma in questi casi va superata, e un’altrettanto comprensibile diffidenza sull’efficacia e la durata del provvedimento, perché anche in Australia, perfino in Australia, si troveranno alla fine i modi per aggirare il divieto o per sostituire gli accessi con altri. Figuratevi da noi, a Furbilandia. Ma sono due perplessità ineliminabili che non rendono vano il provvedimento che resta invece necessario; semmai andrebbe solo perfezionato.
Il problema è la dipendenza dai social, e la trasformazione degli accessi in eccessi: troppe ore sui social, e questo vale anche per gli adulti e per i vecchi, un po’ come già succedeva con la televisione sempre accesa ma con un grado virale di attenzione e di interattività che rende lo smartphone più nocivo del già noto istupidimento da overdose televisiva.
Si perde la realtà, la vita vera, le relazioni e le amicizie, le esperienze della vita, l’esercizio dell’intelligenza applicata ai fatti e ai rapporti umani, si sterilizzano i sentimenti, si favorisce l’allergia alle letture e alle altre forme socio-culturali. È un mondo piccolo, assai più piccolo di quello descritto così vivacemente da Giovannino Guareschi, che era però pieno di umanità, di natura, di forti passioni e di un rapporto duro e verace con la vita, senza mediazioni e fughe; ma anche con il Padreterno e con i misteri della fede. Quel mondo iscatolato in una teca di vetro di nove per sedici centimetri è davvero piccolo anche se ha l’apparenza di portarti in giro per il mondo, e in tutti i tempi. Sono ipnotizzati dallo Strumento, che diventa il tabernacolo e la fonte di ogni luce e di ogni sapere, di ogni relazione e di ogni rivelazione; bisogna spezzare l’incantesimo, bisogna riprendere a vivere e bisogna saper farne a meno, per alcune ore del giorno.
La stupida Europa che bandisce culti, culture e coltivazioni per imporre norme, algoritmi ed espianti, dovrebbe per una volta esercitarsi in una direttiva veramente educativa: impegnarsi a far passare la legge australiana anche da noi, magari più circostanziata e contestualizzata. L’Europa può farlo, perché non risponde a nessun demos sovrano, a nessuna elezione; i governi nazionali temono troppo l’impopolarità, le opposizioni e la ritorsione dei ragazzi e dei loro famigliari in loro soccorso o perché li preferiscono ipnotizzati sul video così non richiedono attenzioni e premure e non fanno danni. Invece bisogna pur giocare la partita con la tecnologia, favorendo ciò che giova e scoraggiando ciò che nuoce, con occhio limpido e mente lucida, senza terrore e senza euforia.
Mi auguro anzi che qualcuno in grado di mutare i destini dei popoli, possa concepire una visione strategica complessiva in cui saper dosare in via preliminare libertà e limiti, benefici e sacrifici, piaceri e doveri, che poi ciascuno strada facendo gestirà per conto suo. E se qualcuno dirà che questo è un compito da Stato etico, risponderemo che l’assenza di limiti e di interesse per il bene comune, rende gli Stati inutili o dannosi, perché al servizio dei guastatori e dei peggiori o vigliaccamente neutri rispetto a ciò che fa bene e ciò che fa male. È difficile trovare un punto di equilibrio tra diritti e doveri, tra libertà e responsabilità, ma se gli Stati si arrendono a priori, si rivelano solo inutili e ingombranti carcasse. Per evitare lo Stato etico fondano lo Stato ebete, facile preda dei peggiori.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 dicembre 2025. Con il nostro Fabio Amendolara commentiamo gli ultimi sviluppi del caso Garlasco.
L'amministratore delegato di SIMEST Regina Corradini D’Arienzo (Imagoeconomica)
SIMEST e la Indian Chamber of Commerce hanno firmato un Memorandum of Understanding per favorire progetti congiunti, scambio di informazioni e nuovi investimenti tra imprese italiane e indiane. L'ad di Simest Regina Corradini D’Arienzo: «Mercato chiave per il Made in Italy, rafforziamo il supporto alle aziende».
Nel quadro del Business Forum Italia-India, in corso a Mumbai, SIMEST e Indian Chamber of Commerce (ICC) hanno firmato un Memorandum of Understanding per consolidare la cooperazione economica tra i due Paesi e facilitare nuove opportunità di investimento bilaterale. La firma è avvenuta alla presenza del ministro degli Esteri Antonio Tajani e del ministro indiano del Commercio e dell’Industria Piyush Goyal.
A sottoscrivere l’accordo sono stati l’amministratore delegato di SIMEST, Regina Corradini D’Arienzo, e il direttore generale della ICC, Rajeev Singh. L’intesa punta a mettere in rete le imprese italiane e indiane, sviluppare iniziative comuni e favorire l’accesso ai rispettivi mercati. Tra gli obiettivi: promuovere progetti congiunti, sostenere gli investimenti delle aziende di entrambi i Paesi anche grazie agli strumenti finanziari messi a disposizione da SIMEST, facilitare lo scambio di informazioni e creare un network stabile tra le comunità imprenditoriali.
«L’accordo conferma la volontà di SIMEST di supportare gli investimenti delle imprese italiane in un mercato chiave come quello indiano, sostenendole con strumenti finanziari e know-how dedicato», ha dichiarato Corradini D’Arienzo. L’ad ha ricordato che l’India è tra i Paesi prioritari del Piano d’Azione per l’export della Farnesina e che nel 2025 SIMEST ha aperto un ufficio a Delhi e attivato una misura dedicata per favorire gli investimenti italiani nel Paese. Un tassello, ha aggiunto, che rientra nell’azione coordinata del «Sistema Italia» guidato dalla Farnesina insieme a CDP, ICE e SACE.
SIMEST, società del Gruppo CDP, sostiene la crescita internazionale delle imprese italiane – in particolare le PMI – lungo tutto il ciclo di espansione all’estero, attraverso export credit, finanziamenti agevolati, partecipazioni al capitale e investimenti in equity.
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