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2020-05-07
Il premier dà buca pure agli industriali e tace sulle tasse: così il dl slitta ancora
Roberto Gualtieri (Ansa)
Continuano a chiamarlo «aprile», anche se a questo punto il nuovo decreto-legge arriverà a maggio inoltrato. Infatti, a meno di sorprese, sembra difficile che la convocazione del Consiglio dei ministri decisivo avvenga oggi o domani.
Senza fare una piega, Giuseppe Conte, intervistato dal Fatto, ha tentato di scaricare la colpa di questo ulteriore ritardo sull'Europa: «La commissaria europea Margrethe Vestager sta aggiornando in questi giorni il Temporary framework, cioè lo strumento con cui si introduce un regime di deroga per gli aiuti alle imprese colpite dall'emergenza. Quindi tutte le misure di sostegno dovranno attenersi al nuovo quadro. Ne abbiamo delle anticipazioni, ma fino alla versione definitiva non possiamo essere sicuri di essere conformi». Per il resto, è caos su tutto: sul reddito di emergenza (di cui i grillini preparano una specie di stabilizzazione, con due mesi di durata, avendo in mente un'inevitabile proroga, visto il prevedibile andamento della crisi) e sui contratti collettivi, con la proposta del ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, di meno ore con lo stesso stipendio (e ovviamente non si vede come questo possa contribuire a un recupero di produttività). Quanto a quest'ultimo punto, l'obiettivo di tagliare l'orario (a parità di salario) portandolo sotto le 40 ore, convertendone una parte in formazione, vede il prevedibilissimo ok dei sindacati, ma l'altrettanto scontato (e motivato) no di Confindustria e Ance.
A proposito di parti sociali, ieri il governo ha avuto uno scambio per un verso con il settore agricolo (Coldiretti, Confagricoltura, Cia, Copagri, Federdistribuzione), per altro verso – presente anche Conte in collegamento - con Rete Imprese Italia (Confesercenti, Confartigianato, Confcommercio, Cna, Casartigiani), e ancora con altri rappresentanti del mondo imprenditoriale e produttivo (Confindustria, Confapi, Confimi, Confprofessioni, Ance).
In particolare a questo terzo incontro online, ieri mattina, Giuseppe Conte non si è presentato (pare avesse una serie di telefonate: questa la assai poco convincente motivazione), delegando i ministri Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli, oltre alla Catalfo. Non c'era nemmeno il non ancora insediato presidente di Confindustria Carlo Bonomi, che ha inviato il dg Marcella Panucci, portatrice di una vera e propria controagenda: no a sussidi e nuovi redditi di cittadinanza, sì a sospensioni di tasse, sì al taglio di altre imposte come l'Irap. Sul piano non strettamente economico, gli imprenditori hanno anche insistito sull'esigenza di evitare responsabilità civili e penali a carico delle aziende (pressoché automatiche se il Coronavirus è considerato alla stregua di un infortunio sul lavoro).
Incredibilmente, su tutto, il governo non ha dato alcuna risposta: i ministri si sono limitati ad ascoltare e a precisare che le richieste saranno analizzate con attenzione. Mancava solo dicessero che le proposte delle imprese saranno bocciate con disattenzione.
Restando sulle imprese, è ancora buio sugli aiuti a artigiani, commercianti e microimprese (fino a 5 milioni di fatturato). Si parla di 7 miliardi di ristoro, che dovrebbero coprire affitti, bollette e una quota del fatturato venuto meno. Quest'ultima parte sarebbe a fondo perduto, ma questo pone nuovamente il tema delle risorse e della platea, con il rischio di ripetere lo svarione realizzato in altro ambito con la Cig. Intanto, però, a fonte di questa promessa (per maggio), per ciò che riguarda aprile il governo sembra pronto a rimangiarsi la promessa di far salire il minibonus da 600 a 1.000 euro: resterà a 600 o al massimo salirà a 800.
Quanto all'intervento diretto sulle imprese maggiori, intervistato dal Sole 24 Ore, l'ex ministro Giulio Tremonti ha avuto buon gioco a mettere a confronto, ben al di là della sentenza della Corte di Karlsruhe, la Germania («ha ottenuto il permesso per fabbricarsi, anche via Kfw, più di un trilione di aiuti di stato made in Germany») e l'Italia, con la stravagante ondata di neostatalizzazione su cui il governo sta ragionando («idee tardosovietiche, ovvero, alla tedesca, si pensa di far entrare nel cda il rappresentante della Stasi», ha chiosato Tremonti).
In altro ambito, l'unica buona notizia, ma tutta da verificare, riguarda un'ipotesi di detrazione al 110% per ecobonus e sismabonus, incentivando la messa in sicurezza antisismica degli edifici e la loro riqualificazone energetica. Ci sta lavorando il sottosegretario Riccardo Fraccaro: si tratterebbe di un credito d'imposta del 110% per le imprese che faranno i lavori, che andranno svolti tra luglio 2020 e dicembre 2021.
Gran silenzio invece sulla parte fiscale: nessuna anticipazione credibile e definita su eventuali misure destinate a essere inserite nel decreto. Il governo sembra sottovalutare la grandinata fiscale in arrivo a giugno, che si compone di tre scariche: le scadenze ordinariamente previste per giugno, quelle di marzo rinviate sempre a giugno, più (a meno di uno stop da inserire nel decreto) gli 8,5 milioni di cartelle e avvisi pronti a essere «sparati» dall'Agenzia delle entrate. Non esattamente un incentivo a riaprire per commercianti, artigiani, autonomi e partite Iva: per molti, semmai, rischia di essere la proverbiale goccia che fa traboccare un vaso già colmo. Senza dire che ieri a Napoli un imprenditore cinquantasettenne, oppresso dalla crisi, si è tolto la vita nel suo capannone.
Altro che ripartenza dei cantieri. Le norme del Cura Italia li ingolfano
Il 4 maggio il settore dell'edilizia avrebbe dovuto tornare a respirare. Invece il rischio è quello di un nuovo blocco a livello nazionale.
Il problema è semplice, quanto fondamentale: molti Comuni, facendo affidamento sull'articolo 103 del decreto Cura Italia, hanno rinviato fino al 16 maggio - come previsto dalla norma – qualunque decisione sulle gare di progettazione dei cantieri, il primo passo verso la realizzazione di opere di edilizia.
Così facendo e senza nuovi progetti in fase di approvazione il rischio è che – conclusi i cantieri già in essere – non ve ne possano essere di nuovi portando tutto il sistema verso la paralisi.
In pratica, senza un chiarimento rivolto alle amministrazioni, il rischio serio è il blocco totale del sistema per altri mesi come denunciato dall'Oice, l'associazione delle società di ingegneria, che ha fatto un monitoraggio a campione di situazioni sul territorio nazionale. A Roma, ad esempio, è tutto bloccato, addirittura il rilascio di permessi di costruire è fermo da febbraio.
Del resto, il problema si vede chiaramente dando uno sguardo ai dati contenuti nell'ultimo Osservatorio Oice/Informatel sulle gare di progettazione.
Come spiega l'analisi, «particolarmente indicativo è il dato delle gare di progettazione rettificate (rinviate/sospese) per gli effetti dei dpcm pubblicati per contrastare la pandemia di Covid-19 e in relazione all'applicazione dell'articolo 103 del decreto Cura Italia, e che hanno avuto effetti retrogradi da dicembre 2019 fino ad aprile 2020: sono state 145», si legge. «Sono stati 80 gli avvisi di rettifica per 71 milioni di importo, pubblicati ad aprile (relativamente a 5 gare pubblicate ad aprile, 33 a marzo, 32 a febbraio, 10 a gennaio), e 65 nel mese di marzo (per 20 gare pubblicate a marzo, 39 a febbraio, 4 a gennaio e 2 a dicembre 2019)».
«Noi rappresentiamo la prima parte della filiera», spiega alla Verità Andrea Mascolini, direttore generale Oice. «Se non c'è la buona volontà da parte dei Comuni e le gare di progettazione non vengono portate avanti, il rischio è che tutto si blocchi. Per ora i cantieri stanno andando avanti, ma quando i lavori saranno conclusi, il rischio concreto è che non ci saranno nuovi cantieri e ci sarà una paralisi che potrebbe durare mesi», spiega l'esperto.
Sul tema, prima che scoppiasse il bubbone, era intervenuta ache l'Anac, l'Autorità anticorruzione, che aveva inviato una segnalazione al governo e al Parlamento affinché fossero prese misure specifiche per lo svolgimento delle procedure di gara, l'affidamento di appalti pubblici e la loro esecuzione in vista della ripartenza.
Come aveva sottolineato l'Autorità prima del 4 maggio, la proroga dei termini amministrativi decisa con il decreto Cura Italia e poi ampliata con il dl Liquidità «rischia di bloccare gli appalti con l'avvio della cosiddetta fase 2, ossia con la ripresa delle attività produttive ora bloccate». «La recente proroga del periodo di sospensione dei termini dal 15 aprile al 15 maggio», evidenziava l'Anac, «potrebbe comportare una sospensione generalizzata delle procedure di gara, comprese quelle d'urgenza. Per scongiurare una simile eventualità, l'Authority ha già fornito le prime indicazioni attraverso un'apposita delibera (numero 312 del 2020), con l'intento di garantire comportamenti omogenei ed uniformi nello svolgimento delle procedure di gara e nella relativa fase di esecuzione».
Il problema, dunque, era già noto prima dell'avvio della fase 2 e l'Anac aveva invitato l'esecutivo a porre rimedio a questa situazione per evitare di arrivare alla paralisi in cui ora il mondo dell'edilizia rischia di trovarsi.
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Giuseppe Conte lascia Roberto Gualtieri a trattare con Confindustria la proposta di tagliare l'orario a parità di salario. Nulla sul rinvio fiscale.Andrea Mascolini (Oice): «La Pa non rilascia i visti sui progetti». Rischio stop per mesi.Lo speciale contiene due articoliContinuano a chiamarlo «aprile», anche se a questo punto il nuovo decreto-legge arriverà a maggio inoltrato. Infatti, a meno di sorprese, sembra difficile che la convocazione del Consiglio dei ministri decisivo avvenga oggi o domani.Senza fare una piega, Giuseppe Conte, intervistato dal Fatto, ha tentato di scaricare la colpa di questo ulteriore ritardo sull'Europa: «La commissaria europea Margrethe Vestager sta aggiornando in questi giorni il Temporary framework, cioè lo strumento con cui si introduce un regime di deroga per gli aiuti alle imprese colpite dall'emergenza. Quindi tutte le misure di sostegno dovranno attenersi al nuovo quadro. Ne abbiamo delle anticipazioni, ma fino alla versione definitiva non possiamo essere sicuri di essere conformi». Per il resto, è caos su tutto: sul reddito di emergenza (di cui i grillini preparano una specie di stabilizzazione, con due mesi di durata, avendo in mente un'inevitabile proroga, visto il prevedibile andamento della crisi) e sui contratti collettivi, con la proposta del ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, di meno ore con lo stesso stipendio (e ovviamente non si vede come questo possa contribuire a un recupero di produttività). Quanto a quest'ultimo punto, l'obiettivo di tagliare l'orario (a parità di salario) portandolo sotto le 40 ore, convertendone una parte in formazione, vede il prevedibilissimo ok dei sindacati, ma l'altrettanto scontato (e motivato) no di Confindustria e Ance. A proposito di parti sociali, ieri il governo ha avuto uno scambio per un verso con il settore agricolo (Coldiretti, Confagricoltura, Cia, Copagri, Federdistribuzione), per altro verso – presente anche Conte in collegamento - con Rete Imprese Italia (Confesercenti, Confartigianato, Confcommercio, Cna, Casartigiani), e ancora con altri rappresentanti del mondo imprenditoriale e produttivo (Confindustria, Confapi, Confimi, Confprofessioni, Ance).In particolare a questo terzo incontro online, ieri mattina, Giuseppe Conte non si è presentato (pare avesse una serie di telefonate: questa la assai poco convincente motivazione), delegando i ministri Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli, oltre alla Catalfo. Non c'era nemmeno il non ancora insediato presidente di Confindustria Carlo Bonomi, che ha inviato il dg Marcella Panucci, portatrice di una vera e propria controagenda: no a sussidi e nuovi redditi di cittadinanza, sì a sospensioni di tasse, sì al taglio di altre imposte come l'Irap. Sul piano non strettamente economico, gli imprenditori hanno anche insistito sull'esigenza di evitare responsabilità civili e penali a carico delle aziende (pressoché automatiche se il Coronavirus è considerato alla stregua di un infortunio sul lavoro).Incredibilmente, su tutto, il governo non ha dato alcuna risposta: i ministri si sono limitati ad ascoltare e a precisare che le richieste saranno analizzate con attenzione. Mancava solo dicessero che le proposte delle imprese saranno bocciate con disattenzione. Restando sulle imprese, è ancora buio sugli aiuti a artigiani, commercianti e microimprese (fino a 5 milioni di fatturato). Si parla di 7 miliardi di ristoro, che dovrebbero coprire affitti, bollette e una quota del fatturato venuto meno. Quest'ultima parte sarebbe a fondo perduto, ma questo pone nuovamente il tema delle risorse e della platea, con il rischio di ripetere lo svarione realizzato in altro ambito con la Cig. Intanto, però, a fonte di questa promessa (per maggio), per ciò che riguarda aprile il governo sembra pronto a rimangiarsi la promessa di far salire il minibonus da 600 a 1.000 euro: resterà a 600 o al massimo salirà a 800. Quanto all'intervento diretto sulle imprese maggiori, intervistato dal Sole 24 Ore, l'ex ministro Giulio Tremonti ha avuto buon gioco a mettere a confronto, ben al di là della sentenza della Corte di Karlsruhe, la Germania («ha ottenuto il permesso per fabbricarsi, anche via Kfw, più di un trilione di aiuti di stato made in Germany») e l'Italia, con la stravagante ondata di neostatalizzazione su cui il governo sta ragionando («idee tardosovietiche, ovvero, alla tedesca, si pensa di far entrare nel cda il rappresentante della Stasi», ha chiosato Tremonti). In altro ambito, l'unica buona notizia, ma tutta da verificare, riguarda un'ipotesi di detrazione al 110% per ecobonus e sismabonus, incentivando la messa in sicurezza antisismica degli edifici e la loro riqualificazone energetica. Ci sta lavorando il sottosegretario Riccardo Fraccaro: si tratterebbe di un credito d'imposta del 110% per le imprese che faranno i lavori, che andranno svolti tra luglio 2020 e dicembre 2021. Gran silenzio invece sulla parte fiscale: nessuna anticipazione credibile e definita su eventuali misure destinate a essere inserite nel decreto. Il governo sembra sottovalutare la grandinata fiscale in arrivo a giugno, che si compone di tre scariche: le scadenze ordinariamente previste per giugno, quelle di marzo rinviate sempre a giugno, più (a meno di uno stop da inserire nel decreto) gli 8,5 milioni di cartelle e avvisi pronti a essere «sparati» dall'Agenzia delle entrate. Non esattamente un incentivo a riaprire per commercianti, artigiani, autonomi e partite Iva: per molti, semmai, rischia di essere la proverbiale goccia che fa traboccare un vaso già colmo. Senza dire che ieri a Napoli un imprenditore cinquantasettenne, oppresso dalla crisi, si è tolto la vita nel suo capannone. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-premier-da-buca-pure-agli-industriali-e-tace-sulle-tasse-cosi-il-dl-slitta-ancora-2645935599.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altro-che-ripartenza-dei-cantieri-le-norme-del-cura-italia-li-ingolfano" data-post-id="2645935599" data-published-at="1588788570" data-use-pagination="False"> Altro che ripartenza dei cantieri. Le norme del Cura Italia li ingolfano Il 4 maggio il settore dell'edilizia avrebbe dovuto tornare a respirare. Invece il rischio è quello di un nuovo blocco a livello nazionale. Il problema è semplice, quanto fondamentale: molti Comuni, facendo affidamento sull'articolo 103 del decreto Cura Italia, hanno rinviato fino al 16 maggio - come previsto dalla norma – qualunque decisione sulle gare di progettazione dei cantieri, il primo passo verso la realizzazione di opere di edilizia. Così facendo e senza nuovi progetti in fase di approvazione il rischio è che – conclusi i cantieri già in essere – non ve ne possano essere di nuovi portando tutto il sistema verso la paralisi. In pratica, senza un chiarimento rivolto alle amministrazioni, il rischio serio è il blocco totale del sistema per altri mesi come denunciato dall'Oice, l'associazione delle società di ingegneria, che ha fatto un monitoraggio a campione di situazioni sul territorio nazionale. A Roma, ad esempio, è tutto bloccato, addirittura il rilascio di permessi di costruire è fermo da febbraio. Del resto, il problema si vede chiaramente dando uno sguardo ai dati contenuti nell'ultimo Osservatorio Oice/Informatel sulle gare di progettazione. Come spiega l'analisi, «particolarmente indicativo è il dato delle gare di progettazione rettificate (rinviate/sospese) per gli effetti dei dpcm pubblicati per contrastare la pandemia di Covid-19 e in relazione all'applicazione dell'articolo 103 del decreto Cura Italia, e che hanno avuto effetti retrogradi da dicembre 2019 fino ad aprile 2020: sono state 145», si legge. «Sono stati 80 gli avvisi di rettifica per 71 milioni di importo, pubblicati ad aprile (relativamente a 5 gare pubblicate ad aprile, 33 a marzo, 32 a febbraio, 10 a gennaio), e 65 nel mese di marzo (per 20 gare pubblicate a marzo, 39 a febbraio, 4 a gennaio e 2 a dicembre 2019)». «Noi rappresentiamo la prima parte della filiera», spiega alla Verità Andrea Mascolini, direttore generale Oice. «Se non c'è la buona volontà da parte dei Comuni e le gare di progettazione non vengono portate avanti, il rischio è che tutto si blocchi. Per ora i cantieri stanno andando avanti, ma quando i lavori saranno conclusi, il rischio concreto è che non ci saranno nuovi cantieri e ci sarà una paralisi che potrebbe durare mesi», spiega l'esperto. Sul tema, prima che scoppiasse il bubbone, era intervenuta ache l'Anac, l'Autorità anticorruzione, che aveva inviato una segnalazione al governo e al Parlamento affinché fossero prese misure specifiche per lo svolgimento delle procedure di gara, l'affidamento di appalti pubblici e la loro esecuzione in vista della ripartenza. Come aveva sottolineato l'Autorità prima del 4 maggio, la proroga dei termini amministrativi decisa con il decreto Cura Italia e poi ampliata con il dl Liquidità «rischia di bloccare gli appalti con l'avvio della cosiddetta fase 2, ossia con la ripresa delle attività produttive ora bloccate». «La recente proroga del periodo di sospensione dei termini dal 15 aprile al 15 maggio», evidenziava l'Anac, «potrebbe comportare una sospensione generalizzata delle procedure di gara, comprese quelle d'urgenza. Per scongiurare una simile eventualità, l'Authority ha già fornito le prime indicazioni attraverso un'apposita delibera (numero 312 del 2020), con l'intento di garantire comportamenti omogenei ed uniformi nello svolgimento delle procedure di gara e nella relativa fase di esecuzione». Il problema, dunque, era già noto prima dell'avvio della fase 2 e l'Anac aveva invitato l'esecutivo a porre rimedio a questa situazione per evitare di arrivare alla paralisi in cui ora il mondo dell'edilizia rischia di trovarsi.
Le proteste davanti alla Biennale di Venezia (Ansa)
Aperta ieri la Biennale della discordia. Non si respira aria di festa, ma di guerriglia, con calli blindate ed elicotteri per aria.
Le polemiche sulla presenza della Russia e di Israele tengono ancora banco. La più importante manifestazione d’arte contemporanea, che si chiuderà il 22 novembre, è funestata come non mai da controversie e imprevisti. Malgrado questo, lunghissime code si sono viste davanti all’ingresso dei Giardini e all’Arsenale, con migliaia di visitatori in attesa di entrare. La cerimonia d’apertura è saltata, così come l’assegnazione dei Leoni d’oro e d’argento a causa del fatto che, la settimana scorsa, la giuria si è dimessa in blocco (un fatto senza precedenti dalla fondazione nel 1895). I premi saranno assegnati attraverso una votazione del pubblico.
Il padiglione russo rimane chiuso e l’interno è visibile solo dall’esterno su grandi schermi. Venerdì sera 2.000 persone hanno manifestato contro la partecipazione di Israele e c’è stato uno scontro con la polizia. Venti padiglioni sono rimasti chiusi perché il personale ha scioperato contro la presenza dello Stato ebraico, in solidarietà, pure, degli attivisti della Flotilla imprigionati a Gaza: «Nessun artista o lavoratore dovrebbe essere obbligato a condividere spazi con chi è responsabile di genocidio», protestano i pro Pal. L’annuncio dello sciopero è arrivato dal canale Telegram Global Project. E in alto bandiere della Palestina, kefiah al collo e cartelloni con scritte come «Free Palestine, abolish Zionism».
Le ispezioni ministeriali, le richieste di chiarimento rivolte alla Fondazione e il fitto carteggio con ministero della Cultura, Farnesina e Palazzo Chigi non hanno fatto emergere irregolarità. Resta aperta una richiesta di chiarimenti dell’Ue sul rispetto del regime sanzionatorio nei confronti della Russia. La Biennale dovrà rispondere entro domani, pur avendo già anticipato che «tutto risulta conforme». La Commissione Ue in mancanza di una risposta convincente minaccia un taglio di due milioni di euro per progetti legati alla cinematografia.
Il vicepremier Matteo Salvini si è precipitato a Venezia per cercare di placare gli animi: «Penso che l’arte, come lo sport debbano essere esenti da conflitti». Visitando il padiglione russo dice: «Non penso che venendo qua si sostenga il conflitto o un governo di una parte o dell’altra. Penso, invece, che l’arte e la Biennale servano a riavvicinare». Salvini attacca poi l’intervento dell’Ue: «È volgare. Possiamo fare a meno dei loro 2 milioni».
Per il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, invece le proteste «sono legittime». Dal Pd si leva la voce di Piero De Luca, capogruppo in commissione Affari europei della Camera: «Palazzo Chigi ha definito quanto accaduto alla Biennale un pasticcio, ma i pasticci hanno sempre dei responsabili. Il governo aveva tutti gli strumenti per impedire che la propaganda russa sbarcasse in laguna». Prende la parola il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco e, subito, sfotte il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, assente all’inaugurazione. «Grazie al ministro che sostiene le nostre iniziative...». Giuli accetta la provocazione: «Ho scritto un messaggio a Buttafuoco, ma non mi risponde. Il 20 sarò alla Biennale, lui verrà?».
Intanto, ieri il suono delle sirene antiaeree che avvisa gli ucraini dei bombardamenti è stato riprodotto davanti al padiglione russo nel corso di un flash mob organizzato da +Europa. Presenti il segretario Riccardo Magi e l’ex ministro Cécile Kyenge. «La realtà non è quella raccontata da Salvini. La realtà è che in quel padiglione c’è arte di regime e non c’è arte libera perché l’arte libera viene perseguitata da Putin in Russia», dice Magi.
Quando la politica entra nell’arte non è mai cosa buona. Di certo questa sarà una Biennale che ci ricorderemo per molto tempo. E non solo per le polemiche: ieri sono stati 10.000 con un +10% sul 2024. Gli accreditati nei giorni di pre-apertura sono stati 27.935 (+4%) e 3.733 i giornalisti presenti (70% della stampa internazionale.
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Donald Trump (Ansa)
Ci fosse ancora Dante direbbe: «Stavvi Minòs orribilmente e ringhia: essamina le colpe ne l’intrata; giudica e manda secondo ch’avvinghia», perché il presidente degli Stati Uniti assolve e danna sentendosi giudice universale. Nella seconda telefonata improvvisa al Corriere della Sera ieri Donald Trump, ancora un po’ piccato con Giorgia Meloni, ha dettato: «Sto ancora prendendo in considerazione la possibilità di spostare le truppe dall’Italia». Poi il maestrone dal pennarello nero - quello con cui firma gli estemporanei e incisivi executive order - ci ha dato la pagella: «L’Italia non c’era quando avevamo bisogno di lei. E io ci sono sempre stato per l’Italia, e così il mio Paese». Viviana Mazza la corrispondente da Washington del Corriere che ha risposto alla Casa Bianca come già il 14 aprile quando Trump si disse scioccato da Gorgia Meloni ha provato a insistere: l’Italia potrebbe fornire utilissimi cacciamine per bonificare Hormuz, e Trump: «L’Italia non c’era quando ne avevamo bisogno e quanto a Hormuz sulla lettera di risposta dell’Iran non commento». Quello del presidente Usa è evidentemente uno «squillo» politico. Il 3 maggio alla vigila della visita di Marco Rubio in Italia - venerdì si è intrattenuto per un’ora e mezzo con Giorgia Meloni e giovedì il Segretario di Stato ha avuto un lungo colloquio con Leone XIV per ricucire le relazioni col Papa - il presidente americano aveva rilanciato su Truth, il suo social personale, un’intervista di Matteo Salvini al sito ultra conservatore Breitbart in cui tra l’altro ha affermato: «Il presidente Trump è il nostro alleato e il nostro amico e ogni malinteso sarà risolto molto presto», aggiungendo: «Siamo stati gli unici a sostenere apertamente il presidente Trump, sia nel primo che nel secondo mandato. È stata una bella conversazione quella che ho avuto con il vicepresidente J.D. Vance». A domanda di Viviana Mazza sul perché abbia ripostato quella intervista, il tycoon ha tagliato corto: «Lo ritenevo appropriato». Per avvertire silenziosamente Giorgia Meloni che ora il suo interlocutore più prossimo è Matteo Salvini dopo le critiche che la premier gli ha avanzato sulle frasi che Trump ha rivolto al Papa da lei definite «inaccettabili»? O per lanciare un messaggio a Marco Rubio avvertendolo: chi decide sono io. Non è un caso che la telefonata arrivi il giorno dopo l’incontro - «franco e costruttivo in una cornice di comune aderenza ai valori occidentali» - tra il Segretario di Stato americano e il presidente del Consiglio italiano. Meloni ha sintetizzato: «Entrambi comprendiamo quanto sia importante il rapporto transatlantico, ma entrambi comprendiamo quanto sia necessario per ciascuno difendere i propri interessi nazionali. Ed è bene che su questo ci si trovi d’accordo». Marco Rubio nulla ha detto di preciso sulla presenza delle truppe americane in Italia. Ben sapendo che Trump ci «sta ancora pensando» si è limitato a confermare che si è discusso «delle sfide alla sicurezza regionale, tra cui il Medio Oriente e l’Ucraina, e dell’importanza di una collaborazione transatlantica costante per affrontare le minacce globali in un quadro di rafforzamento della partnership strategica tra Usa e Italia». Insomma molto è appeso alle volontà di Trump, ma anche all’opera di ricucitura che Giorgia Meloni farà con la Casa Bianca. Peraltro Trump è ben consapevole che l’Italia resta il suo alleato più forte in Europa e infatti mentre ha maltrattato sia Friedrich Merz (le truppe dalla Germania le ritira sul serio) sia Pedro Sánchez (lo spagnolo ribelle a parole) con Meloni ha avuto toni duri, ma non di rottura. E se per Nicola Fratoianni (Avs) l’incontro con Rubio «è stato una farsa», Elly Schlein (Pd) che è alla corte di Barack Obama a Toronto, ha commentato: «Noi siamo alleati degli Usa, non di Trump». Peraltro si sa che la premier con Rubio si è «lamentata» della imprevedibilità e delle reazioni di Trump dicendo sostanzialmente che per l’alleanza con lui in Europa ha pagato un prezzo.
La lettura più «morbida» di queste ore l’ha data il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani che peraltro ha visto Rubio prima di Meloni suggerendo che non è alle viste un incontro della premier con Trump e così ha riassunto questi due giorni «americani»: «Gli Stati Uniti sono il nostro principale alleato. I rapporti transatlantici sono fondamentali e siamo sempre pronti ad avere un dialogo franco. Se ci sono delle cose che non condividiamo, le diciamo. Noi le abbiamo sempre dette. Questo perché siamo convinti che l’Italia e l’Europa hanno bisogno degli Stati Uniti, ma anche gli Usa hanno bisogno dell’Italia e dell’Europa».
Un po’ più deciso il ministro della Difesa Guido Crosetto che pone l’accento su un punto, la qualità delle relazioni: «Sono contento», ha detto il ministro, «di essere, il 4 luglio, a New York, a festeggiare con gli Stati Uniti i 250 anni di indipendenza. È un momento nel quale sembra che le relazioni tra Italia e Stati Uniti non siano buone. Noi ricordiamo però che le relazioni sono tra popoli».
Trump: «Aspetto presto risposte dall’Iran»
La tensione nel Golfo Persico continua a crescere mentre Stati Uniti, Iran e potenze internazionali cercano un equilibrio sempre più fragile tra diplomazia e pressione militare. Washington ha rivisto la propria proposta di risoluzione all’Onu sullo Stretto di Hormuz nel tentativo di evitare uno scontro diretto con Cina e Russia al Consiglio di Sicurezza. Secondo Reuters, la nuova bozza chiede all’Iran di interrompere gli attacchi e le attività di minamento nello Stretto, eliminando però il riferimento al Capitolo VII della Carta Onu che avrebbe potuto aprire formalmente la strada a sanzioni o azioni militari.
Nonostante il linguaggio più prudente, il testo resta duro contro Teheran. La risoluzione prevede infatti che, in caso di mancato rispetto, il Consiglio possa valutare «misure efficaci, comprese le sanzioni» per garantire la libertà di navigazione. Viene inoltre riaffermato il diritto degli Stati membri a difendere le proprie navi da minacce e attacchi nello Stretto di Hormuz. Sulle modifiche americane pesa soprattutto il fattore geopolitico: un veto cinese rappresenterebbe infatti un grave imbarazzo diplomatico per Donald Trump alla vigilia del suo viaggio a Pechino previsto la prossima settimana. Nel frattempo il Comando centrale americano ha annunciato di aver reindirizzato 57 navi commerciali e impedito ad altre quattro di entrare o uscire dai porti iraniani. Il Centcom ha inoltre confermato che i cacciatorpediniere Uss Truxtun, Uss Rafael Peralta e Uss Mason stanno operando nel Mar Arabico a sostegno del blocco navale contro Teheran.
La crisi rischia però di trasformarsi anche in un’emergenza ambientale. Una vasta chiazza di petrolio si sta espandendo al largo dell’isola iraniana di Kharg, terminale strategico per le esportazioni energetiche della Repubblica islamica. Il New York Times, citando immagini satellitari, riferisce che lo sversamento avrebbe già raggiunto oltre 52 chilometri quadrati e si starebbe spostando verso Sud, in direzione delle acque saudite.
Sul fronte interno iraniano cresce intanto il peso politico di Mojtaba Khamenei, figlio della storica Guida suprema, morta all’inizio della guerra. Secondo la Cnn, l’intelligence americana ritiene che Mojtaba stia assumendo un ruolo centrale nella strategia militare iraniana. Per la prima volta Teheran ha anche confermato che il nuovo leader ha riportato ferite alla rotula e alla schiena durante i bombardamenti. La situazione resta estremamente delicata anche all’interno del Paese. Domani il Parlamento iraniano tornerà a riunirsi in sessione plenaria per la prima volta dall’inizio della guerra, ma lo farà in videoconferenza per motivi di sicurezza. Il dibattito si concentrerà soprattutto sull’aumento dei prezzi e sulla crisi economica aggravata dal conflitto e dalle sanzioni.
Mentre la pressione militare continua, emergono segnali di stanchezza anche da parte americana. Secondo The Atlantic, Donald Trump sarebbe sempre più riluttante a riaprire le ostilità contro l’Iran. Il presidente statunitense teme di restare intrappolato in un nuovo conflitto mediorientale e vuole evitare nuove escalation almeno fino alla conclusione della visita in Cina. Trump ha inoltre dichiarato di attendere «molto presto» una risposta ufficiale di Teheran all’ultima proposta americana per porre fine alla guerra e riaprire lo Stretto di Hormuz.
Le mosse americane continuano però ad alimentare la diffidenza di Teheran. Il New York Times rivela che la Russia starebbe usando il Mar Caspio come corridoio strategico per rifornire l’Iran aggirando il blocco navale americano. Per questo il Caspio viene ormai definito da diversi analisti un «corridoio ombra» tra Mosca e Teheran. In quest’ottica va letto anche il recente attacco israeliano contro Bandar Anzali: non solo un raid contro una base navale iraniana, ma un colpo a una infrastruttura chiave per i collegamenti logistici e militari tra Russia e Iran.
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In Asia cominciano a scarseggiare i carburanti. Soffre anche la filiera della plastica. La Cina riduce le importazioni di greggio e frena i rincari del greggio. Rame in salita in attesa dei dazi Usa.