True
2020-05-07
Il premier dà buca pure agli industriali e tace sulle tasse: così il dl slitta ancora
Roberto Gualtieri (Ansa)
Continuano a chiamarlo «aprile», anche se a questo punto il nuovo decreto-legge arriverà a maggio inoltrato. Infatti, a meno di sorprese, sembra difficile che la convocazione del Consiglio dei ministri decisivo avvenga oggi o domani.
Senza fare una piega, Giuseppe Conte, intervistato dal Fatto, ha tentato di scaricare la colpa di questo ulteriore ritardo sull'Europa: «La commissaria europea Margrethe Vestager sta aggiornando in questi giorni il Temporary framework, cioè lo strumento con cui si introduce un regime di deroga per gli aiuti alle imprese colpite dall'emergenza. Quindi tutte le misure di sostegno dovranno attenersi al nuovo quadro. Ne abbiamo delle anticipazioni, ma fino alla versione definitiva non possiamo essere sicuri di essere conformi». Per il resto, è caos su tutto: sul reddito di emergenza (di cui i grillini preparano una specie di stabilizzazione, con due mesi di durata, avendo in mente un'inevitabile proroga, visto il prevedibile andamento della crisi) e sui contratti collettivi, con la proposta del ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, di meno ore con lo stesso stipendio (e ovviamente non si vede come questo possa contribuire a un recupero di produttività). Quanto a quest'ultimo punto, l'obiettivo di tagliare l'orario (a parità di salario) portandolo sotto le 40 ore, convertendone una parte in formazione, vede il prevedibilissimo ok dei sindacati, ma l'altrettanto scontato (e motivato) no di Confindustria e Ance.
A proposito di parti sociali, ieri il governo ha avuto uno scambio per un verso con il settore agricolo (Coldiretti, Confagricoltura, Cia, Copagri, Federdistribuzione), per altro verso – presente anche Conte in collegamento - con Rete Imprese Italia (Confesercenti, Confartigianato, Confcommercio, Cna, Casartigiani), e ancora con altri rappresentanti del mondo imprenditoriale e produttivo (Confindustria, Confapi, Confimi, Confprofessioni, Ance).
In particolare a questo terzo incontro online, ieri mattina, Giuseppe Conte non si è presentato (pare avesse una serie di telefonate: questa la assai poco convincente motivazione), delegando i ministri Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli, oltre alla Catalfo. Non c'era nemmeno il non ancora insediato presidente di Confindustria Carlo Bonomi, che ha inviato il dg Marcella Panucci, portatrice di una vera e propria controagenda: no a sussidi e nuovi redditi di cittadinanza, sì a sospensioni di tasse, sì al taglio di altre imposte come l'Irap. Sul piano non strettamente economico, gli imprenditori hanno anche insistito sull'esigenza di evitare responsabilità civili e penali a carico delle aziende (pressoché automatiche se il Coronavirus è considerato alla stregua di un infortunio sul lavoro).
Incredibilmente, su tutto, il governo non ha dato alcuna risposta: i ministri si sono limitati ad ascoltare e a precisare che le richieste saranno analizzate con attenzione. Mancava solo dicessero che le proposte delle imprese saranno bocciate con disattenzione.
Restando sulle imprese, è ancora buio sugli aiuti a artigiani, commercianti e microimprese (fino a 5 milioni di fatturato). Si parla di 7 miliardi di ristoro, che dovrebbero coprire affitti, bollette e una quota del fatturato venuto meno. Quest'ultima parte sarebbe a fondo perduto, ma questo pone nuovamente il tema delle risorse e della platea, con il rischio di ripetere lo svarione realizzato in altro ambito con la Cig. Intanto, però, a fonte di questa promessa (per maggio), per ciò che riguarda aprile il governo sembra pronto a rimangiarsi la promessa di far salire il minibonus da 600 a 1.000 euro: resterà a 600 o al massimo salirà a 800.
Quanto all'intervento diretto sulle imprese maggiori, intervistato dal Sole 24 Ore, l'ex ministro Giulio Tremonti ha avuto buon gioco a mettere a confronto, ben al di là della sentenza della Corte di Karlsruhe, la Germania («ha ottenuto il permesso per fabbricarsi, anche via Kfw, più di un trilione di aiuti di stato made in Germany») e l'Italia, con la stravagante ondata di neostatalizzazione su cui il governo sta ragionando («idee tardosovietiche, ovvero, alla tedesca, si pensa di far entrare nel cda il rappresentante della Stasi», ha chiosato Tremonti).
In altro ambito, l'unica buona notizia, ma tutta da verificare, riguarda un'ipotesi di detrazione al 110% per ecobonus e sismabonus, incentivando la messa in sicurezza antisismica degli edifici e la loro riqualificazone energetica. Ci sta lavorando il sottosegretario Riccardo Fraccaro: si tratterebbe di un credito d'imposta del 110% per le imprese che faranno i lavori, che andranno svolti tra luglio 2020 e dicembre 2021.
Gran silenzio invece sulla parte fiscale: nessuna anticipazione credibile e definita su eventuali misure destinate a essere inserite nel decreto. Il governo sembra sottovalutare la grandinata fiscale in arrivo a giugno, che si compone di tre scariche: le scadenze ordinariamente previste per giugno, quelle di marzo rinviate sempre a giugno, più (a meno di uno stop da inserire nel decreto) gli 8,5 milioni di cartelle e avvisi pronti a essere «sparati» dall'Agenzia delle entrate. Non esattamente un incentivo a riaprire per commercianti, artigiani, autonomi e partite Iva: per molti, semmai, rischia di essere la proverbiale goccia che fa traboccare un vaso già colmo. Senza dire che ieri a Napoli un imprenditore cinquantasettenne, oppresso dalla crisi, si è tolto la vita nel suo capannone.
Altro che ripartenza dei cantieri. Le norme del Cura Italia li ingolfano
Il 4 maggio il settore dell'edilizia avrebbe dovuto tornare a respirare. Invece il rischio è quello di un nuovo blocco a livello nazionale.
Il problema è semplice, quanto fondamentale: molti Comuni, facendo affidamento sull'articolo 103 del decreto Cura Italia, hanno rinviato fino al 16 maggio - come previsto dalla norma – qualunque decisione sulle gare di progettazione dei cantieri, il primo passo verso la realizzazione di opere di edilizia.
Così facendo e senza nuovi progetti in fase di approvazione il rischio è che – conclusi i cantieri già in essere – non ve ne possano essere di nuovi portando tutto il sistema verso la paralisi.
In pratica, senza un chiarimento rivolto alle amministrazioni, il rischio serio è il blocco totale del sistema per altri mesi come denunciato dall'Oice, l'associazione delle società di ingegneria, che ha fatto un monitoraggio a campione di situazioni sul territorio nazionale. A Roma, ad esempio, è tutto bloccato, addirittura il rilascio di permessi di costruire è fermo da febbraio.
Del resto, il problema si vede chiaramente dando uno sguardo ai dati contenuti nell'ultimo Osservatorio Oice/Informatel sulle gare di progettazione.
Come spiega l'analisi, «particolarmente indicativo è il dato delle gare di progettazione rettificate (rinviate/sospese) per gli effetti dei dpcm pubblicati per contrastare la pandemia di Covid-19 e in relazione all'applicazione dell'articolo 103 del decreto Cura Italia, e che hanno avuto effetti retrogradi da dicembre 2019 fino ad aprile 2020: sono state 145», si legge. «Sono stati 80 gli avvisi di rettifica per 71 milioni di importo, pubblicati ad aprile (relativamente a 5 gare pubblicate ad aprile, 33 a marzo, 32 a febbraio, 10 a gennaio), e 65 nel mese di marzo (per 20 gare pubblicate a marzo, 39 a febbraio, 4 a gennaio e 2 a dicembre 2019)».
«Noi rappresentiamo la prima parte della filiera», spiega alla Verità Andrea Mascolini, direttore generale Oice. «Se non c'è la buona volontà da parte dei Comuni e le gare di progettazione non vengono portate avanti, il rischio è che tutto si blocchi. Per ora i cantieri stanno andando avanti, ma quando i lavori saranno conclusi, il rischio concreto è che non ci saranno nuovi cantieri e ci sarà una paralisi che potrebbe durare mesi», spiega l'esperto.
Sul tema, prima che scoppiasse il bubbone, era intervenuta ache l'Anac, l'Autorità anticorruzione, che aveva inviato una segnalazione al governo e al Parlamento affinché fossero prese misure specifiche per lo svolgimento delle procedure di gara, l'affidamento di appalti pubblici e la loro esecuzione in vista della ripartenza.
Come aveva sottolineato l'Autorità prima del 4 maggio, la proroga dei termini amministrativi decisa con il decreto Cura Italia e poi ampliata con il dl Liquidità «rischia di bloccare gli appalti con l'avvio della cosiddetta fase 2, ossia con la ripresa delle attività produttive ora bloccate». «La recente proroga del periodo di sospensione dei termini dal 15 aprile al 15 maggio», evidenziava l'Anac, «potrebbe comportare una sospensione generalizzata delle procedure di gara, comprese quelle d'urgenza. Per scongiurare una simile eventualità, l'Authority ha già fornito le prime indicazioni attraverso un'apposita delibera (numero 312 del 2020), con l'intento di garantire comportamenti omogenei ed uniformi nello svolgimento delle procedure di gara e nella relativa fase di esecuzione».
Il problema, dunque, era già noto prima dell'avvio della fase 2 e l'Anac aveva invitato l'esecutivo a porre rimedio a questa situazione per evitare di arrivare alla paralisi in cui ora il mondo dell'edilizia rischia di trovarsi.
Continua a leggereRiduci
Giuseppe Conte lascia Roberto Gualtieri a trattare con Confindustria la proposta di tagliare l'orario a parità di salario. Nulla sul rinvio fiscale.Andrea Mascolini (Oice): «La Pa non rilascia i visti sui progetti». Rischio stop per mesi.Lo speciale contiene due articoliContinuano a chiamarlo «aprile», anche se a questo punto il nuovo decreto-legge arriverà a maggio inoltrato. Infatti, a meno di sorprese, sembra difficile che la convocazione del Consiglio dei ministri decisivo avvenga oggi o domani.Senza fare una piega, Giuseppe Conte, intervistato dal Fatto, ha tentato di scaricare la colpa di questo ulteriore ritardo sull'Europa: «La commissaria europea Margrethe Vestager sta aggiornando in questi giorni il Temporary framework, cioè lo strumento con cui si introduce un regime di deroga per gli aiuti alle imprese colpite dall'emergenza. Quindi tutte le misure di sostegno dovranno attenersi al nuovo quadro. Ne abbiamo delle anticipazioni, ma fino alla versione definitiva non possiamo essere sicuri di essere conformi». Per il resto, è caos su tutto: sul reddito di emergenza (di cui i grillini preparano una specie di stabilizzazione, con due mesi di durata, avendo in mente un'inevitabile proroga, visto il prevedibile andamento della crisi) e sui contratti collettivi, con la proposta del ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, di meno ore con lo stesso stipendio (e ovviamente non si vede come questo possa contribuire a un recupero di produttività). Quanto a quest'ultimo punto, l'obiettivo di tagliare l'orario (a parità di salario) portandolo sotto le 40 ore, convertendone una parte in formazione, vede il prevedibilissimo ok dei sindacati, ma l'altrettanto scontato (e motivato) no di Confindustria e Ance. A proposito di parti sociali, ieri il governo ha avuto uno scambio per un verso con il settore agricolo (Coldiretti, Confagricoltura, Cia, Copagri, Federdistribuzione), per altro verso – presente anche Conte in collegamento - con Rete Imprese Italia (Confesercenti, Confartigianato, Confcommercio, Cna, Casartigiani), e ancora con altri rappresentanti del mondo imprenditoriale e produttivo (Confindustria, Confapi, Confimi, Confprofessioni, Ance).In particolare a questo terzo incontro online, ieri mattina, Giuseppe Conte non si è presentato (pare avesse una serie di telefonate: questa la assai poco convincente motivazione), delegando i ministri Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli, oltre alla Catalfo. Non c'era nemmeno il non ancora insediato presidente di Confindustria Carlo Bonomi, che ha inviato il dg Marcella Panucci, portatrice di una vera e propria controagenda: no a sussidi e nuovi redditi di cittadinanza, sì a sospensioni di tasse, sì al taglio di altre imposte come l'Irap. Sul piano non strettamente economico, gli imprenditori hanno anche insistito sull'esigenza di evitare responsabilità civili e penali a carico delle aziende (pressoché automatiche se il Coronavirus è considerato alla stregua di un infortunio sul lavoro).Incredibilmente, su tutto, il governo non ha dato alcuna risposta: i ministri si sono limitati ad ascoltare e a precisare che le richieste saranno analizzate con attenzione. Mancava solo dicessero che le proposte delle imprese saranno bocciate con disattenzione. Restando sulle imprese, è ancora buio sugli aiuti a artigiani, commercianti e microimprese (fino a 5 milioni di fatturato). Si parla di 7 miliardi di ristoro, che dovrebbero coprire affitti, bollette e una quota del fatturato venuto meno. Quest'ultima parte sarebbe a fondo perduto, ma questo pone nuovamente il tema delle risorse e della platea, con il rischio di ripetere lo svarione realizzato in altro ambito con la Cig. Intanto, però, a fonte di questa promessa (per maggio), per ciò che riguarda aprile il governo sembra pronto a rimangiarsi la promessa di far salire il minibonus da 600 a 1.000 euro: resterà a 600 o al massimo salirà a 800. Quanto all'intervento diretto sulle imprese maggiori, intervistato dal Sole 24 Ore, l'ex ministro Giulio Tremonti ha avuto buon gioco a mettere a confronto, ben al di là della sentenza della Corte di Karlsruhe, la Germania («ha ottenuto il permesso per fabbricarsi, anche via Kfw, più di un trilione di aiuti di stato made in Germany») e l'Italia, con la stravagante ondata di neostatalizzazione su cui il governo sta ragionando («idee tardosovietiche, ovvero, alla tedesca, si pensa di far entrare nel cda il rappresentante della Stasi», ha chiosato Tremonti). In altro ambito, l'unica buona notizia, ma tutta da verificare, riguarda un'ipotesi di detrazione al 110% per ecobonus e sismabonus, incentivando la messa in sicurezza antisismica degli edifici e la loro riqualificazone energetica. Ci sta lavorando il sottosegretario Riccardo Fraccaro: si tratterebbe di un credito d'imposta del 110% per le imprese che faranno i lavori, che andranno svolti tra luglio 2020 e dicembre 2021. Gran silenzio invece sulla parte fiscale: nessuna anticipazione credibile e definita su eventuali misure destinate a essere inserite nel decreto. Il governo sembra sottovalutare la grandinata fiscale in arrivo a giugno, che si compone di tre scariche: le scadenze ordinariamente previste per giugno, quelle di marzo rinviate sempre a giugno, più (a meno di uno stop da inserire nel decreto) gli 8,5 milioni di cartelle e avvisi pronti a essere «sparati» dall'Agenzia delle entrate. Non esattamente un incentivo a riaprire per commercianti, artigiani, autonomi e partite Iva: per molti, semmai, rischia di essere la proverbiale goccia che fa traboccare un vaso già colmo. Senza dire che ieri a Napoli un imprenditore cinquantasettenne, oppresso dalla crisi, si è tolto la vita nel suo capannone. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-premier-da-buca-pure-agli-industriali-e-tace-sulle-tasse-cosi-il-dl-slitta-ancora-2645935599.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altro-che-ripartenza-dei-cantieri-le-norme-del-cura-italia-li-ingolfano" data-post-id="2645935599" data-published-at="1588788570" data-use-pagination="False"> Altro che ripartenza dei cantieri. Le norme del Cura Italia li ingolfano Il 4 maggio il settore dell'edilizia avrebbe dovuto tornare a respirare. Invece il rischio è quello di un nuovo blocco a livello nazionale. Il problema è semplice, quanto fondamentale: molti Comuni, facendo affidamento sull'articolo 103 del decreto Cura Italia, hanno rinviato fino al 16 maggio - come previsto dalla norma – qualunque decisione sulle gare di progettazione dei cantieri, il primo passo verso la realizzazione di opere di edilizia. Così facendo e senza nuovi progetti in fase di approvazione il rischio è che – conclusi i cantieri già in essere – non ve ne possano essere di nuovi portando tutto il sistema verso la paralisi. In pratica, senza un chiarimento rivolto alle amministrazioni, il rischio serio è il blocco totale del sistema per altri mesi come denunciato dall'Oice, l'associazione delle società di ingegneria, che ha fatto un monitoraggio a campione di situazioni sul territorio nazionale. A Roma, ad esempio, è tutto bloccato, addirittura il rilascio di permessi di costruire è fermo da febbraio. Del resto, il problema si vede chiaramente dando uno sguardo ai dati contenuti nell'ultimo Osservatorio Oice/Informatel sulle gare di progettazione. Come spiega l'analisi, «particolarmente indicativo è il dato delle gare di progettazione rettificate (rinviate/sospese) per gli effetti dei dpcm pubblicati per contrastare la pandemia di Covid-19 e in relazione all'applicazione dell'articolo 103 del decreto Cura Italia, e che hanno avuto effetti retrogradi da dicembre 2019 fino ad aprile 2020: sono state 145», si legge. «Sono stati 80 gli avvisi di rettifica per 71 milioni di importo, pubblicati ad aprile (relativamente a 5 gare pubblicate ad aprile, 33 a marzo, 32 a febbraio, 10 a gennaio), e 65 nel mese di marzo (per 20 gare pubblicate a marzo, 39 a febbraio, 4 a gennaio e 2 a dicembre 2019)». «Noi rappresentiamo la prima parte della filiera», spiega alla Verità Andrea Mascolini, direttore generale Oice. «Se non c'è la buona volontà da parte dei Comuni e le gare di progettazione non vengono portate avanti, il rischio è che tutto si blocchi. Per ora i cantieri stanno andando avanti, ma quando i lavori saranno conclusi, il rischio concreto è che non ci saranno nuovi cantieri e ci sarà una paralisi che potrebbe durare mesi», spiega l'esperto. Sul tema, prima che scoppiasse il bubbone, era intervenuta ache l'Anac, l'Autorità anticorruzione, che aveva inviato una segnalazione al governo e al Parlamento affinché fossero prese misure specifiche per lo svolgimento delle procedure di gara, l'affidamento di appalti pubblici e la loro esecuzione in vista della ripartenza. Come aveva sottolineato l'Autorità prima del 4 maggio, la proroga dei termini amministrativi decisa con il decreto Cura Italia e poi ampliata con il dl Liquidità «rischia di bloccare gli appalti con l'avvio della cosiddetta fase 2, ossia con la ripresa delle attività produttive ora bloccate». «La recente proroga del periodo di sospensione dei termini dal 15 aprile al 15 maggio», evidenziava l'Anac, «potrebbe comportare una sospensione generalizzata delle procedure di gara, comprese quelle d'urgenza. Per scongiurare una simile eventualità, l'Authority ha già fornito le prime indicazioni attraverso un'apposita delibera (numero 312 del 2020), con l'intento di garantire comportamenti omogenei ed uniformi nello svolgimento delle procedure di gara e nella relativa fase di esecuzione». Il problema, dunque, era già noto prima dell'avvio della fase 2 e l'Anac aveva invitato l'esecutivo a porre rimedio a questa situazione per evitare di arrivare alla paralisi in cui ora il mondo dell'edilizia rischia di trovarsi.
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
Continua a leggereRiduci
Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
Continua a leggereRiduci