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2020-04-16
Il partito unico del Mes fa calare subito le braghe a Giuseppi
Federico D'Incà (Ansa)
Il premier Conti (così lo ha chiamato Silvio Berlusconi), abbassa la cresta, anzi il ciuffo. Di fronte alla spaccatura dei giallorossi sul Mes, e alla probabile esplosione del M5s, con Forza Italia pronta a entrare a maggioranza, Conte cerca di gettare acqua sul fuoco delle polemiche tra Pd e M5s. «Sul Mes», dice Conte, «sta lievitando un dibattito che rischia di dividere l'intera Italia secondo opposte tifoserie e rigide contrapposizioni. Se vi saranno condizionalità o meno», aggiunge Conte, «lo giudicheremo alla fine, solo allora potremo valutare se questa nuova linea di credito pone condizioni, quali condizioni pone, e solo allora potremo discutere se quel regolamento è conforme al nostro interesse nazionale. E questa discussione dovrà avvenire in modo pubblico e trasparente, dinanzi al parlamento, al quale spetterà l'ultima parola. Discutere adesso se vi saranno o meno altre condizioni oltre a quelle delle spese sanitarie e valutare adesso se all'Italia converrà o meno attivare questa nuova linea di credito», sottolinea il premier, «significa logorarsi in un dibattito meramente astratto e schematico». Altro che dibattito astratto: sul Mes, tra Pd e M5s volano stracci, mentre Forza Italia si mette alla finestra dicendo «sì» all'utilizzo del fondo e preparandosi all'eventuale approdo al governo, se i pentastellati dovessero spaccarsi definitivamente. «Rispetto al Mes la posizione di Renzi (favorevole, ndr) non mi stupisce», dice al Fatto Quotidiano il reggente del M5s, Vito Crimi, «lui non mi stupisce mai. Invece mi stupiscono le parole del Pd, perché mettono in discussione la linea del governo e del presidente del Consiglio Conte, che ha espresso la necessità di altri strumenti contro la crisi. Un atteggiamento sbagliato quello del Pd, che sta smentendo il premier». «No, non si mette in discussione nulla», replica il capogruppo dem alla camera, Graziano Delrio, a Radio anch'io, «abbiamo solo detto che se non ci sono condizioni capestro il nostro Paese deve utilizzare tutte le risorse, non capisco perché non utilizzare il fondo se c'è bisogno. Non buttiamo a mare la disponibilità di miliardi per la sanità pubblica». Il sottosegretario grillino agli Esteri, Manlio Di Stefano, azzanna il capogruppo dem: «Delrio ha ammesso candidamente», dice Di Stefano, «di non sapere nulla sul tema ma comunque, alla cieca, si è lanciato contro la linea sul Mes del governo e del presidente Conte. La verità è che le condizionalità del Mes esistono e il fatto che siano light non cambia la sostanza». «Il Mes», sottolinea il viceministro M5s allo Sviluppo economico, Stefano Buffagni, «non sono soldi regalati, ci impone dei limiti che dovrà pagare pure mio figlio fra 30 anni». «Abbiamo sempre giocato da squadra», incalza il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «ora ci troviamo in uno dei momenti più delicati della nostra storia, ed è bene che si torni a giocare da squadra». Maretta anche nel centrodestra: «Il Mes», scrive Berlusconi in un intervento su Il Giornale, «non va demonizzato. Non c'è nulla di sbagliato, in linea di principio, nel fatto che i Paesi ad economia più solida chiedano garanzie rafforzate per finanziare Paesi più a rischio». «Ho letto le dichiarazioni di Berlusconi», replica Matteo Salvini, «che erano l'esatta fotocopia di quelli di Prodi e Zingaretti, e mi è dispiaciuto». La permanenza di Conte a palazzo Chigi dipende dal Recovery fund: se il 23 aprile sarà approvato dal Consiglio europeo, il premier avrà ancora un po' di ossigeno.
I giallorossi sono peggio di Maduro: Salvastati, Parlamento imbavagliato
C'era una volta il Parlamento, c'era una volta la democrazia. Il regime «commissariale», quello degli insulti all'opposizione a reti unificate, delle decisioni prese solo e soltanto consultando esperti di fiducia, del completo annichilimento delle aule parlamentari, ridotte a un afono bivacco, per Giuseppe Conte non è più, o non è soltanto, una pulsione da dittatore da operetta, ma l'ultima trincea di un caporale rimasto senza truppe. Il governo infatti sul Mes «sanitario» non ha più una maggioranza: Pd e M5s, sulla questione, sono ormai ai ferri corti. I grillini non ne vogliono sapere, i dem invece, inginocchiati all'Europa, non vedono l'ora di infilare il collo degli italiani nel cappio. La coalizione è in frantumi. Il rischio che una risoluzione «no Mes» venga approvata con i voti di M5s, Lega e Fratelli d'Italia è concreto: il presidente del Consiglio, un minuto dopo, dovrebbe andare a dimettersi al Quirinale, anche se arrivasse il soccorso numerico di Forza Italia. E che fa, allora, Conte? Scappa, evita il voto. Una deriva tristissima quanto pericolosa, che dovrebbe convincere il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a intervenire con decisione.
La giornata di ieri resterà nella storia della Repubblica italiana come una delle pagine più nere in assoluto. In mattinata, si riunisce la conferenza dei capigruppo della Camera. Il capogruppo di Fdi, Francesco Lollobrigida, e quello della Lega, Riccardo Molinari, chiedono, che Conte riferisca in vista del Consiglio europeo del prossimo 23 aprile, quello che deciderà il futuro del nostro paese e di tutta Europa. Accade l'incredibile: la maggioranza fissa per il 21 aprile l'appuntamento con Conte in aula, ma non per le comunicazioni, come accade di consueto, ma per una semplice «informativa». La differenza è abissale, la stessa che passa tra una vera democrazia e l'Italia al tempo di Conte: le comunicazioni prevedono che al termine vengano votate le risoluzioni; l'informativa no, nessun voto, solo un monologo del premier che si sente Napoleone. Lollobrigida e Molinari insorgono: il governo, rappresentato dal ministro per i Rapporti con il parlamento, Federico D'Incà, del M5s, si difende affermando che trattandosi di un Consiglio europeo informale, Conte non è tenuto a rendere comunicazioni, ma che basta una informativa. Il presidente della camera, Roberto Fico, chiama in causa i capigruppo: Pd, M5s e Leu si esprimono contro le comunicazioni e a favore dell'informativa, mentre il centrodestra sostiene la posizione opposta. Il comportamento dei grillini è da psichiatria politica: non vogliono il Mes, ma si schierano contro la richiesta di un voto. La paura di perdere la poltrona è più forte di qualunque altro ragionamento.
La scelta dei giallorossi va anche contro una legge dello stato, la 234 del 24 dicembre 2012, sulle «Norme generali sulla partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea». L'articolo 5, «Consultazione delle Camere su accordi in materia finanziaria o monetaria», al comma 2 recita testualmente: «Il governo assicura che la posizione rappresentata dall'Italia nella fase di negoziazione degli accordi tenga conto degli atti di indirizzo adottati dalle Camere». L'escamotage del «Consiglio informale» appare debole per giustificare la mancata possibilità per l'aula di esprimere atti di indirizzo. Non solo: il 24 aprile, il giorno dopo il Consiglio europeo, è previsto il voto della Camera sullo scostamento di bilancio.
Fratelli d'Italia e Lega attaccano. «Dopo aver detto», dice Giorgia Meloni in un video pubblicato su Facebook, «in una specie di conferenza stampa a reti unificate, che il governo italiano non lavora con il favore delle tenebre, che guarda in faccia il popolo italiano e che sul Mes guarderà in faccia il popolo italiano, Giuseppe Conte decide di venire in aula ma di non accettare un voto parlamentare prima di andare al Consiglio europeo che dovrà decidere cosa il presidente Conte debba dire sul Mes, sugli eurobond e sugli strumenti europei a fronte della crisi sul coronavirus. Non è esattamente il modo giusto», argomenta la Meloni, rivolgendosi al premier, «di procedere, presidente Conte: se lei vuole guardare in faccia gli italiani e non vuole lavorare con il favore delle tenebre, venga in Aula e accetti un voto parlamentare».
«Io sostengo», sottolinea il leader della Lega, Matteo Salvini, «esattamente quello che sostengono ministri e parlamentari M5s e quello che sostengono centinaia di economisti. Conte ha detto non useremo il Mes. Bene, contiamo che mantenga fede alle sue parole. La cosa strana è che in capigruppo abbiamo chiesto che il Parlamento voti ma ci dicono di no. Se nessuno ha niente da nascondere», evidenzia Salvini, «non vedo perché negare il diritto di voto del Parlamento, è una lesione della democrazia. L'importante è che prima del 23 ci consentano di esprimerci. Poi possono anche vincere i favorevoli al Mes, che per ottenere poco oggi impegnano il lavoro dei nostri figli domani. Ma ci facciano votare. Se passerà il documento della maggioranza va bene così. È democrazia, ma, ripeto», conclude Salvini, «ci facciano votare».
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Lo scontro nel governo mette a rischio il premier, che si rifugia nell'ennesima giravolta: da «No» a «Vedremo». Il Cav scalpita.I giallorossi sono peggio di Nicolas Maduro: Salvastati, Parlamento imbavagliato. Giuseppe Conte si presenterà in Aula per riferire sul Consiglio europeo del 23 aprile, ma per paura di brutte sorprese non ci saranno votazioni. Il grillino Federico D'Incà lo difende: «Il meeting è informale». Una balla che viola la legge.Lo speciale comprende due articoli. Il premier Conti (così lo ha chiamato Silvio Berlusconi), abbassa la cresta, anzi il ciuffo. Di fronte alla spaccatura dei giallorossi sul Mes, e alla probabile esplosione del M5s, con Forza Italia pronta a entrare a maggioranza, Conte cerca di gettare acqua sul fuoco delle polemiche tra Pd e M5s. «Sul Mes», dice Conte, «sta lievitando un dibattito che rischia di dividere l'intera Italia secondo opposte tifoserie e rigide contrapposizioni. Se vi saranno condizionalità o meno», aggiunge Conte, «lo giudicheremo alla fine, solo allora potremo valutare se questa nuova linea di credito pone condizioni, quali condizioni pone, e solo allora potremo discutere se quel regolamento è conforme al nostro interesse nazionale. E questa discussione dovrà avvenire in modo pubblico e trasparente, dinanzi al parlamento, al quale spetterà l'ultima parola. Discutere adesso se vi saranno o meno altre condizioni oltre a quelle delle spese sanitarie e valutare adesso se all'Italia converrà o meno attivare questa nuova linea di credito», sottolinea il premier, «significa logorarsi in un dibattito meramente astratto e schematico». Altro che dibattito astratto: sul Mes, tra Pd e M5s volano stracci, mentre Forza Italia si mette alla finestra dicendo «sì» all'utilizzo del fondo e preparandosi all'eventuale approdo al governo, se i pentastellati dovessero spaccarsi definitivamente. «Rispetto al Mes la posizione di Renzi (favorevole, ndr) non mi stupisce», dice al Fatto Quotidiano il reggente del M5s, Vito Crimi, «lui non mi stupisce mai. Invece mi stupiscono le parole del Pd, perché mettono in discussione la linea del governo e del presidente del Consiglio Conte, che ha espresso la necessità di altri strumenti contro la crisi. Un atteggiamento sbagliato quello del Pd, che sta smentendo il premier». «No, non si mette in discussione nulla», replica il capogruppo dem alla camera, Graziano Delrio, a Radio anch'io, «abbiamo solo detto che se non ci sono condizioni capestro il nostro Paese deve utilizzare tutte le risorse, non capisco perché non utilizzare il fondo se c'è bisogno. Non buttiamo a mare la disponibilità di miliardi per la sanità pubblica». Il sottosegretario grillino agli Esteri, Manlio Di Stefano, azzanna il capogruppo dem: «Delrio ha ammesso candidamente», dice Di Stefano, «di non sapere nulla sul tema ma comunque, alla cieca, si è lanciato contro la linea sul Mes del governo e del presidente Conte. La verità è che le condizionalità del Mes esistono e il fatto che siano light non cambia la sostanza». «Il Mes», sottolinea il viceministro M5s allo Sviluppo economico, Stefano Buffagni, «non sono soldi regalati, ci impone dei limiti che dovrà pagare pure mio figlio fra 30 anni». «Abbiamo sempre giocato da squadra», incalza il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «ora ci troviamo in uno dei momenti più delicati della nostra storia, ed è bene che si torni a giocare da squadra». Maretta anche nel centrodestra: «Il Mes», scrive Berlusconi in un intervento su Il Giornale, «non va demonizzato. Non c'è nulla di sbagliato, in linea di principio, nel fatto che i Paesi ad economia più solida chiedano garanzie rafforzate per finanziare Paesi più a rischio». «Ho letto le dichiarazioni di Berlusconi», replica Matteo Salvini, «che erano l'esatta fotocopia di quelli di Prodi e Zingaretti, e mi è dispiaciuto». La permanenza di Conte a palazzo Chigi dipende dal Recovery fund: se il 23 aprile sarà approvato dal Consiglio europeo, il premier avrà ancora un po' di ossigeno. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-partito-unico-del-mes-fa-calare-subito-le-braghe-a-giuseppi-2645726950.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-giallorossi-sono-peggio-di-maduro-salvastati-parlamento-imbavagliato" data-post-id="2645726950" data-published-at="1586977865" data-use-pagination="False"> I giallorossi sono peggio di Maduro: Salvastati, Parlamento imbavagliato C'era una volta il Parlamento, c'era una volta la democrazia. Il regime «commissariale», quello degli insulti all'opposizione a reti unificate, delle decisioni prese solo e soltanto consultando esperti di fiducia, del completo annichilimento delle aule parlamentari, ridotte a un afono bivacco, per Giuseppe Conte non è più, o non è soltanto, una pulsione da dittatore da operetta, ma l'ultima trincea di un caporale rimasto senza truppe. Il governo infatti sul Mes «sanitario» non ha più una maggioranza: Pd e M5s, sulla questione, sono ormai ai ferri corti. I grillini non ne vogliono sapere, i dem invece, inginocchiati all'Europa, non vedono l'ora di infilare il collo degli italiani nel cappio. La coalizione è in frantumi. Il rischio che una risoluzione «no Mes» venga approvata con i voti di M5s, Lega e Fratelli d'Italia è concreto: il presidente del Consiglio, un minuto dopo, dovrebbe andare a dimettersi al Quirinale, anche se arrivasse il soccorso numerico di Forza Italia. E che fa, allora, Conte? Scappa, evita il voto. Una deriva tristissima quanto pericolosa, che dovrebbe convincere il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a intervenire con decisione. La giornata di ieri resterà nella storia della Repubblica italiana come una delle pagine più nere in assoluto. In mattinata, si riunisce la conferenza dei capigruppo della Camera. Il capogruppo di Fdi, Francesco Lollobrigida, e quello della Lega, Riccardo Molinari, chiedono, che Conte riferisca in vista del Consiglio europeo del prossimo 23 aprile, quello che deciderà il futuro del nostro paese e di tutta Europa. Accade l'incredibile: la maggioranza fissa per il 21 aprile l'appuntamento con Conte in aula, ma non per le comunicazioni, come accade di consueto, ma per una semplice «informativa». La differenza è abissale, la stessa che passa tra una vera democrazia e l'Italia al tempo di Conte: le comunicazioni prevedono che al termine vengano votate le risoluzioni; l'informativa no, nessun voto, solo un monologo del premier che si sente Napoleone. Lollobrigida e Molinari insorgono: il governo, rappresentato dal ministro per i Rapporti con il parlamento, Federico D'Incà, del M5s, si difende affermando che trattandosi di un Consiglio europeo informale, Conte non è tenuto a rendere comunicazioni, ma che basta una informativa. Il presidente della camera, Roberto Fico, chiama in causa i capigruppo: Pd, M5s e Leu si esprimono contro le comunicazioni e a favore dell'informativa, mentre il centrodestra sostiene la posizione opposta. Il comportamento dei grillini è da psichiatria politica: non vogliono il Mes, ma si schierano contro la richiesta di un voto. La paura di perdere la poltrona è più forte di qualunque altro ragionamento. La scelta dei giallorossi va anche contro una legge dello stato, la 234 del 24 dicembre 2012, sulle «Norme generali sulla partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea». L'articolo 5, «Consultazione delle Camere su accordi in materia finanziaria o monetaria», al comma 2 recita testualmente: «Il governo assicura che la posizione rappresentata dall'Italia nella fase di negoziazione degli accordi tenga conto degli atti di indirizzo adottati dalle Camere». L'escamotage del «Consiglio informale» appare debole per giustificare la mancata possibilità per l'aula di esprimere atti di indirizzo. Non solo: il 24 aprile, il giorno dopo il Consiglio europeo, è previsto il voto della Camera sullo scostamento di bilancio. Fratelli d'Italia e Lega attaccano. «Dopo aver detto», dice Giorgia Meloni in un video pubblicato su Facebook, «in una specie di conferenza stampa a reti unificate, che il governo italiano non lavora con il favore delle tenebre, che guarda in faccia il popolo italiano e che sul Mes guarderà in faccia il popolo italiano, Giuseppe Conte decide di venire in aula ma di non accettare un voto parlamentare prima di andare al Consiglio europeo che dovrà decidere cosa il presidente Conte debba dire sul Mes, sugli eurobond e sugli strumenti europei a fronte della crisi sul coronavirus. Non è esattamente il modo giusto», argomenta la Meloni, rivolgendosi al premier, «di procedere, presidente Conte: se lei vuole guardare in faccia gli italiani e non vuole lavorare con il favore delle tenebre, venga in Aula e accetti un voto parlamentare». «Io sostengo», sottolinea il leader della Lega, Matteo Salvini, «esattamente quello che sostengono ministri e parlamentari M5s e quello che sostengono centinaia di economisti. Conte ha detto non useremo il Mes. Bene, contiamo che mantenga fede alle sue parole. La cosa strana è che in capigruppo abbiamo chiesto che il Parlamento voti ma ci dicono di no. Se nessuno ha niente da nascondere», evidenzia Salvini, «non vedo perché negare il diritto di voto del Parlamento, è una lesione della democrazia. L'importante è che prima del 23 ci consentano di esprimerci. Poi possono anche vincere i favorevoli al Mes, che per ottenere poco oggi impegnano il lavoro dei nostri figli domani. Ma ci facciano votare. Se passerà il documento della maggioranza va bene così. È democrazia, ma, ripeto», conclude Salvini, «ci facciano votare».
(Ansa)
Il metallo più prezioso nel giorno del destino arriva dal sacrificio disumano di una specialità militare. Si fatica col fucile in spalla e si spara. Per sei chilometri, è il Biathlon bellezza. Si arriva sfiniti al poligono dove quelle mani gelate e tremanti devono centrare il bersaglio. «Un respiro troppo corto, un indugio troppo lungo e hai perso». Ma Lisa Vittozzi di Sappada riesce a trovare l’armonia anche dentro la più infernale delle prove e sull’anello di Anterselva porta la staffetta mista a vincere l’argento olimpico nel delirio di una folla incredula. A 31 anni, con il suo cuore enorme, la ragazza che voleva fare la modella di Victoria Secrets trascina sul podio il treno azzurro (Tommaso Giacomel, Lukas Hofer, Dorothea Wierer) nella più incredibile delle rimonte. Oro alla Francia, bronzo alla Germania, risucchiata dall’irriducibile friulana partita per fare legna e arrivata per fare la storia.
Il volto del giorno è quello di lady Vittozzi, iperattiva fin da bambina, esasperata dal desiderio di vincere anche la tombola a Natale. Giocava a calcio con i maschi, poi provò nuoto, arrampicata, danza. Ricorda con la medaglia al collo: «Il mio segreto è non arrendermi mai. Quando mi sono distrutta tibia e perone sugli sci da discesa ho deciso di passare al fondo. Ma non mi bastava, ho trovato la pace mettendomi in spalla anche il fucile ad aria compressa». Un argento vivo, metafora che oggi funziona in quello sport mutuato da guerre vere e reso famoso sui campi di battaglia di Finlandia dove nel secolo scorso un intero popolo seppe fermare due volte l’imperialismo sovietico.
Vittozzi è un volto televisivo, ha partecipato al docufilm «Radici» su Discovery, dove ha raccontato il rapporto speciale con sua nonna Lea, alla quale ha dedicato la medaglia olimpica. Francesca Lollobrigida con il piccolo Tommaso in braccio ha raccontato il profondo senso dell’essere madre, Lisa l’amore di una nonna speciale. Questi sono Giochi di famiglia. «Gareggiavo ad Oberhof in Germania e al telefono mi disse che sarebbe venuta a vedermi. Le ordinai di non muoversi. Le dissi: nonna, non puoi farti 9 ore di macchina e poi stare al freddo. Si è presentata a Oberhof, mi ha visto salire sul podio. È stata la cosa più bella che abbia fatto. È stata l’ultima gara che ha visto».
È il giorno dei nonni e delle donne speciali. «Non ho paura di niente», grida al mondo da Livigno Lucia Dalmasso con la tavola fra le mani; si è messa al collo il bronzo, battuta solo dalla ceka Suzana Maderova e dall’austriaca Sabine Payer. I maschi hanno deluso, lei ha fatto tornare l’azzurro nel cielo. La guerriera di Feltre, 28 anni, era una promessa dello Sci alpino, ma un incidente le ha cambiato il destino: crociati delle due ginocchia rotti e un bivio, o il ritiro o la rinascita. La bellunese vira sullo Snowboard, ecco la cura. Cinque anni di sacrifici per diventare un top, per declinare nel gigante parallelo tutta la sua forza interiore, fino al podio olimpico.
Due donne nuove, due sorprese stupende. Sofia Goggia perdonerà. È di bronzo anche la sua giornata, ma con un fondo di amarezza. Probabilmente ha perso le medaglie nobili della Libera (prima la statunitense Breezy Johnson, seconda la tedesca Emma Aicher) in quei 20 minuti di attesa al cancelletto delle Tofane di Cortina, mentre i medici si occupavano di Lindsey Vonn, mito caduto. Sofia si chiude in se stessa, ripete meccanicamente a gesti tutta la pista, prova a trattenere la concentrazione che scappa via. Ma quando scende è frenata, meno fluida del solito. «Volevo l’oro, so di aver commesso qualche errore ma bisogna guardare al risultato complessivo, è la terza medaglia alla terza olimpiade. Una cosa enorme».
È vero, aveva già vinto l’oro a PyeongChang e l’argento a Pechino. Ora ha completato la collezione, in attesa della rivincita in SuperG e Gigante. Buone sensazioni anche da Federica Brignone, decima dopo mesi ai box. I Giochi durano solo 13” per la fuoriclasse Vonn: alla terza curva un bastoncino si impiglia in un paletto. La caduta è rovinosa, un’esplosione di pulviscolo bianco, con lei che urla a gambe aperte perché gli sci non si sono sganciati. Sul traguardo cala un silenzio irreale mentre le pale dell’elisoccorso scandiscono il trasferimento della sciatrice in ospedale con una gamba fratturata. All’icona dello Sport, che a 41 anni voleva correre con un tutore a protezione del ginocchio con il crociato rotto, il dio delle nevi ha voltato le spalle.
Oggi le speranze italiane di medaglia tornano a rivolgersi a Dominik Paris e Giovanni Franzoni nella Combinata maschile, in attesa di altre sorprese e meraviglie. Siamo in buone mani.
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Friedrich Merz (Ansa)
Così è arrivato il momento di mettere a folle il motore della transazione energetica. Il ministero dell’Economia tedesco starebbe valutando un giro di vite sulle fonti rinnovabili. In particolare, sta studiando di limitare alcuni elementi centrali nel piano di espansione delle energie green, il cosiddetto diritto di priorità di immissione e di allaccio alla rete. Secondo quanto riporta il quotidiano Tagesspiegel, citando fonti del settore, un «pacchetto rete» sarebbe in preparazione parallelamente alla riforma della legge sulle energie rinnovabili (Eeg). In base alle indiscrezioni, nuovi impianti eolici e solari non verrebbero più collegati «senza indugio» e, se nell’area di rete oltre il 3% dell’energia rinnovabile fosse stato limitato l’anno precedente, i gestori dei nuovi impianti dovrebbero rinunciare fino a dieci anni all’indennizzo previsto per le riduzioni di produzione. Inoltre, i gestori delle reti di distribuzione potrebbero definire procedure autonome di allaccio per impianti superiori a 135 chilowatt, con il rischio - secondo il settore - di rallentare i collegamenti, dato che in Germania operano oltre 800 gestori. Critiche sono giunte dalle oltre 1.000 cooperative energetiche attive nel solare, eolico e bioenergia: «Questi investimenti necessitano di condizioni quadro affidabili», ha dichiarato Jan Holthaus dell’associazione Dgrv, chiedendo regole chiare per il rifinanziamento e un accesso sicuro alla rete.
Ma non è questo l’unico passo indietro sulla transizione ecologica in questo Paese che fino a ieri era uno dei sostenitori più convinti dell’abbandono delle fonti fossili. L’impresa europea di batterie per veicoli Automotive cells (Acc) ha comunicato al sindacato dei metalmeccanici Uilm che accantonerà i piani per costruire gigafactory in Italia e Germania. Che il progetto di Termoli fosse tramontato si vociferava da tempo ma ieri è arrivata la conferma ufficiale insieme a quella dell’analogo piano in Germania. È una vera e propria ritirata dal settore e implicitamente la resa alla Cina. In una nota, Acc, sostenuta da Stellantis, ha affermato che sta valutando la chiusura dei progetti, sospesi dal 2024 a causa di una crescita più lenta del previsto per i veicoli elettrici. I nuovi siti erano tra le decine pianificati in Europa, nel tentativo di ridurre la dipendenza dai produttori cinesi, ma sono stati bloccati quando l’azienda ha valutato il passaggio a una tecnologia di batterie meno costosa. Acc ha detto chiaramente che non ci sono i «prerequisiti per riavviare i progetti in Germania e Italia». Impensabile andare avanti se le auto elettriche non si vendono. D’altronde Stellantis ha avvertito che subirà un calo di 22 miliardi di euro a causa della diffusione più lenta del previsto dei veicoli a batteria. A settembre 2024, l’Italia ha annunciato il ritiro di circa 250 milioni di euro dai fondi dell’Unione europea inizialmente destinati alla gigafactory, a causa dell’incertezza sui tempi di realizzazione del progetto.
Sempre in Germania, il ministero della Difesa ha rifatto il catasto dei campi armati, in modo che le ex aree militari non saranno disponibili per nuovi progetti fotovoltaici o eolici. Caserme dismesse, ex aeroporti e campi di addestramento che negli ultimi decenni erano stati convertiti a usi civili, diventano ora parte di una «riserva strategica». Tredici superfici destinate a ospitare impianti per le energie rinnovabili, serviranno a ospitare basi operative dell’esercito e per l’addestramento. Altro che pannelli solari e pale eoliche.
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(Honda Aircraft Company)
La novità rappresenta un importante passo avanti per la sicurezza aerea. Honda Aircraft Company sta lavorando per ottenere le necessarie autorizzazioni anche in altri Paesi, così da rendere questa tecnologia disponibile a livello internazionale.
«L’introduzione di Emergency Autoland dimostra il nostro impegno nel rendere il volo sempre più sicuro e accessibile», ha dichiarato Hideto Yamasaki, Presidente e Ceo di Honda Aircraft Company. «Questa tecnologia offre ai nostri clienti una maggiore tranquillità, sapendo che l’aereo è in grado di gestire una situazione critica anche nelle circostanze più difficili».
Emergency Autoland è un sistema progettato per far atterrare l’aereo da solo in caso di emergenza, ad esempio se il pilota si sente male o non riesce più a controllare il velivolo.
Il sistema può essere attivato premendo un pulsante in cabina oppure entrare in funzione automaticamente se rileva che il pilota non risponde.
Una volta attivo, Emergency Autoland avvisa automaticamente il controllo del traffico aereo e sceglie l’aeroporto più adatto in base alle condizioni meteo, alla quantità di carburante disponibile e alle caratteristiche delle piste. L’aereo viene quindi guidato in sicurezza fino all’atterraggio e si ferma completamente sulla pista, senza bisogno di interventi esterni.
Già nel 2024 HondaJet Elite II era stato il primo jet della sua categoria a introdurre un sistema automatico di gestione della velocità, un passaggio fondamentale per rendere possibile Emergency Autoland. I test di volo si sono conclusi nel 2025, aprendo la strada a questa importante innovazione.
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Ansa
In realtà sembra assodato che i bambini «socializzassero» adeguatamente con quelli delle famiglie vicine, ma ciò non è apparso sufficiente, in assenza della «socializzazione» in ambito scolastico, dovuta al fatto che i bambini non frequentavano la scuola, avendo i genitori optato per la educazione in famiglia («home schooling»), come consentito, a determinate condizioni, dalla legge. Non risulta chiaro, in verità, se tali condizioni fossero state o meno soddisfatte. Ma non è su questo che si vuole qui puntare l’attenzione, quanto piuttosto sul fatto che è, comunque, la socializzazione in ambito scolastico quella che viene, in sostanza, considerata imprescindibile ai fini di una corretta formazione della personalità del minore. E questo tipo di socializzazione è caratterizzato dal suo svolgersi secondo le direttive e sotto la supervisione di un’autorità che, direttamente o indirettamente, è quella dello Stato.
In sostanza, si lascia, quindi, intendere che, pur nel dichiarato rispetto dell’articolo 30 della Costituzione secondo cui è «dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli», è però preferibile che l’istruzione e l’educazione siano affidate allo Stato. E su questa stessa linea si pongono le forze politiche e gli «opinion makers» che sostengono la necessità o, quanto meno, l’opportunità che nei programmi scolastici venga inserita l’educazione «sessuo-affettiva» per supplire alle presunte carenze o distorsioni frequentemente riscontrabili - si afferma - nell’educazione che, in materia sessuo-affettiva, i minori ricevono in famiglia. Il tutto riconducibile a una visione generale secondo cui spetterebbe allo Stato curare la formazione della personalità di ogni cittadino, fin dalla più tenera età, in modo da renderla conforme a un modello ideale precostituito, funzionale al modello assunto come proprio dallo Stato nel suo complesso. Visione, questa, che ben può trovare la sua collocazione nell’ambito di quella che viene oggi da molti definita come «democrazia totalitaria», riprendendo, pur sotto varie e diverse angolature, un concetto enunciato per la prima volta, nel 1952, dallo storico israeliano Jakob Talmon nel suo libro The origins of totalitarian democracy.
Ma si tratta di una visione le cui radici, risalendo addirittura all’antichità, possiamo ritrovare nella Repubblica di Platone, in cui si immaginava uno Stato governato dai «filosofi», nel quale, tra l’altro, la famiglia tradizionale fosse abolita e i figli, nati da accoppiamenti decisi dalla sorte, fossero affidati, fin dalla più tenera età, alla pubblica autorità. Questa raffigurazione di quello che avrebbe dovuto essere, secondo l’autore, lo Stato ideale rimase, in realtà, pressoché isolata nel pensiero dell’antichità greco-romana. Essa venne, però, ripresa a partire dal XVI secolo in varie opere le più note delle quali sono l’Utopia di Thomas More e La città del Sole, di Tommaso Campanella. In quest’ultima, in particolare, si torna a predicare l’abolizione della famiglia e l’esclusiva competenza dello Stato a provvedere all’educazione dei figli nati dalle unioni sessuali decise, peraltro, non più dalla sorte ma dalle autorità. Più moderata risulta la posizione del More, il quale lascia sussistere la famiglia tradizionale salvo, però, prevedere che il numero dei figli per ogni famiglia sia fissato dall’autorità, per cui, in caso di superamento, i figli in eccedenza sono assegnati a un’altra famiglia che non ne ha avuti a sufficienza.
Una radicale avversione alla famiglia, accompagnata alla pretesa che i figli, comunque venuti al mondo, debbano essere affidati, il prima possibile, alle cure esclusive dello Stato o della «comunità», costituisce
poi - come messo bene in luce da Igor Safarevich nel suo Il socialismo come fenomeno storico mondiale, pubblicato la prima volta nel 1977 - elemento ricorrente in pressoché tutti i numerosi progetti di società qualificabili, in senso lato, come «socialisti» in quanto basati sul rifiuto di ogni forma di libera iniziativa e di proprietà individuale, comparsi a partire dal XVIII secolo. Fra essi, a titolo di esempio: Il codice della natura, ovvero l’autentico spirito delle leggi, di Morelly (probabile pseudonimo di Denis Diderot); Il vero sistema, di Léger DeschampsIl nuovo mondo industriale e societario, di François Fourier; la Congiura per l’eguaglianza, di Filippo Buonarroti. Sulla stessa linea si ritrova, poi, l’opera specificamente dedicata, da Friedrich Engels, alla Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato.
Ci si potrebbe chiedere, tuttavia, a questo punto, come mai l’attuale pretesa dello Stato di estromettere, per quanto possibile, le famiglie dall’educazione dei figli, pur essendo ricollegabile, come si è visto, a originarie visioni di tipo collettivistico, si accompagni invece, oggi, a una diffusa mentalità di tipo edonistico-individualista, in buona parte avallata anche dallo stesso Stato. Può rispondersi che ciò appare come uno dei frutti della commistione, verificatasi a partire dal 1968, tra l’edonismo individualista proprio della tradizione anglo-sassone, resosi dominante in Occidente ma non più compensato dal moralismo di stampo calvinista, proprio anch’esso di quella tradizione, e l’egualitarismo delle visioni collettiviste, fatte proprie ed in parte realizzate nel marxismo, ma non più compensate, a loro volta, dalla dichiarata finalità della creazione di un ordinamento statuale in cui esse trovassero compiuta realizzazione; finalità, quella ora detta, la cui scomparsa ha lasciato, tuttavia, come residuo, l’antico e talvolta confessato convincimento di molti fra i politici e pensatori della sinistra marxista che quelli in favore dei quali doveva promuoversi e garantirsi l’eguaglianza, essendo privi di adeguata intelligenza (Engels definì una volta, in una lettera a Marx, gli operai come «una massa spaventosamente idiota»), dovessero essere guidati e diretti, fin dalla nascita, da chi ne sapeva più di loro.
Ed è proprio, quindi, quella commistione che bisognerebbe decidersi, una volta o l’altra, a spezzare.
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