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2020-04-16
Il partito unico del Mes fa calare subito le braghe a Giuseppi
Federico D'Incà (Ansa)
Il premier Conti (così lo ha chiamato Silvio Berlusconi), abbassa la cresta, anzi il ciuffo. Di fronte alla spaccatura dei giallorossi sul Mes, e alla probabile esplosione del M5s, con Forza Italia pronta a entrare a maggioranza, Conte cerca di gettare acqua sul fuoco delle polemiche tra Pd e M5s. «Sul Mes», dice Conte, «sta lievitando un dibattito che rischia di dividere l'intera Italia secondo opposte tifoserie e rigide contrapposizioni. Se vi saranno condizionalità o meno», aggiunge Conte, «lo giudicheremo alla fine, solo allora potremo valutare se questa nuova linea di credito pone condizioni, quali condizioni pone, e solo allora potremo discutere se quel regolamento è conforme al nostro interesse nazionale. E questa discussione dovrà avvenire in modo pubblico e trasparente, dinanzi al parlamento, al quale spetterà l'ultima parola. Discutere adesso se vi saranno o meno altre condizioni oltre a quelle delle spese sanitarie e valutare adesso se all'Italia converrà o meno attivare questa nuova linea di credito», sottolinea il premier, «significa logorarsi in un dibattito meramente astratto e schematico». Altro che dibattito astratto: sul Mes, tra Pd e M5s volano stracci, mentre Forza Italia si mette alla finestra dicendo «sì» all'utilizzo del fondo e preparandosi all'eventuale approdo al governo, se i pentastellati dovessero spaccarsi definitivamente. «Rispetto al Mes la posizione di Renzi (favorevole, ndr) non mi stupisce», dice al Fatto Quotidiano il reggente del M5s, Vito Crimi, «lui non mi stupisce mai. Invece mi stupiscono le parole del Pd, perché mettono in discussione la linea del governo e del presidente del Consiglio Conte, che ha espresso la necessità di altri strumenti contro la crisi. Un atteggiamento sbagliato quello del Pd, che sta smentendo il premier». «No, non si mette in discussione nulla», replica il capogruppo dem alla camera, Graziano Delrio, a Radio anch'io, «abbiamo solo detto che se non ci sono condizioni capestro il nostro Paese deve utilizzare tutte le risorse, non capisco perché non utilizzare il fondo se c'è bisogno. Non buttiamo a mare la disponibilità di miliardi per la sanità pubblica». Il sottosegretario grillino agli Esteri, Manlio Di Stefano, azzanna il capogruppo dem: «Delrio ha ammesso candidamente», dice Di Stefano, «di non sapere nulla sul tema ma comunque, alla cieca, si è lanciato contro la linea sul Mes del governo e del presidente Conte. La verità è che le condizionalità del Mes esistono e il fatto che siano light non cambia la sostanza». «Il Mes», sottolinea il viceministro M5s allo Sviluppo economico, Stefano Buffagni, «non sono soldi regalati, ci impone dei limiti che dovrà pagare pure mio figlio fra 30 anni». «Abbiamo sempre giocato da squadra», incalza il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «ora ci troviamo in uno dei momenti più delicati della nostra storia, ed è bene che si torni a giocare da squadra». Maretta anche nel centrodestra: «Il Mes», scrive Berlusconi in un intervento su Il Giornale, «non va demonizzato. Non c'è nulla di sbagliato, in linea di principio, nel fatto che i Paesi ad economia più solida chiedano garanzie rafforzate per finanziare Paesi più a rischio». «Ho letto le dichiarazioni di Berlusconi», replica Matteo Salvini, «che erano l'esatta fotocopia di quelli di Prodi e Zingaretti, e mi è dispiaciuto». La permanenza di Conte a palazzo Chigi dipende dal Recovery fund: se il 23 aprile sarà approvato dal Consiglio europeo, il premier avrà ancora un po' di ossigeno.
I giallorossi sono peggio di Maduro: Salvastati, Parlamento imbavagliato
C'era una volta il Parlamento, c'era una volta la democrazia. Il regime «commissariale», quello degli insulti all'opposizione a reti unificate, delle decisioni prese solo e soltanto consultando esperti di fiducia, del completo annichilimento delle aule parlamentari, ridotte a un afono bivacco, per Giuseppe Conte non è più, o non è soltanto, una pulsione da dittatore da operetta, ma l'ultima trincea di un caporale rimasto senza truppe. Il governo infatti sul Mes «sanitario» non ha più una maggioranza: Pd e M5s, sulla questione, sono ormai ai ferri corti. I grillini non ne vogliono sapere, i dem invece, inginocchiati all'Europa, non vedono l'ora di infilare il collo degli italiani nel cappio. La coalizione è in frantumi. Il rischio che una risoluzione «no Mes» venga approvata con i voti di M5s, Lega e Fratelli d'Italia è concreto: il presidente del Consiglio, un minuto dopo, dovrebbe andare a dimettersi al Quirinale, anche se arrivasse il soccorso numerico di Forza Italia. E che fa, allora, Conte? Scappa, evita il voto. Una deriva tristissima quanto pericolosa, che dovrebbe convincere il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a intervenire con decisione.
La giornata di ieri resterà nella storia della Repubblica italiana come una delle pagine più nere in assoluto. In mattinata, si riunisce la conferenza dei capigruppo della Camera. Il capogruppo di Fdi, Francesco Lollobrigida, e quello della Lega, Riccardo Molinari, chiedono, che Conte riferisca in vista del Consiglio europeo del prossimo 23 aprile, quello che deciderà il futuro del nostro paese e di tutta Europa. Accade l'incredibile: la maggioranza fissa per il 21 aprile l'appuntamento con Conte in aula, ma non per le comunicazioni, come accade di consueto, ma per una semplice «informativa». La differenza è abissale, la stessa che passa tra una vera democrazia e l'Italia al tempo di Conte: le comunicazioni prevedono che al termine vengano votate le risoluzioni; l'informativa no, nessun voto, solo un monologo del premier che si sente Napoleone. Lollobrigida e Molinari insorgono: il governo, rappresentato dal ministro per i Rapporti con il parlamento, Federico D'Incà, del M5s, si difende affermando che trattandosi di un Consiglio europeo informale, Conte non è tenuto a rendere comunicazioni, ma che basta una informativa. Il presidente della camera, Roberto Fico, chiama in causa i capigruppo: Pd, M5s e Leu si esprimono contro le comunicazioni e a favore dell'informativa, mentre il centrodestra sostiene la posizione opposta. Il comportamento dei grillini è da psichiatria politica: non vogliono il Mes, ma si schierano contro la richiesta di un voto. La paura di perdere la poltrona è più forte di qualunque altro ragionamento.
La scelta dei giallorossi va anche contro una legge dello stato, la 234 del 24 dicembre 2012, sulle «Norme generali sulla partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea». L'articolo 5, «Consultazione delle Camere su accordi in materia finanziaria o monetaria», al comma 2 recita testualmente: «Il governo assicura che la posizione rappresentata dall'Italia nella fase di negoziazione degli accordi tenga conto degli atti di indirizzo adottati dalle Camere». L'escamotage del «Consiglio informale» appare debole per giustificare la mancata possibilità per l'aula di esprimere atti di indirizzo. Non solo: il 24 aprile, il giorno dopo il Consiglio europeo, è previsto il voto della Camera sullo scostamento di bilancio.
Fratelli d'Italia e Lega attaccano. «Dopo aver detto», dice Giorgia Meloni in un video pubblicato su Facebook, «in una specie di conferenza stampa a reti unificate, che il governo italiano non lavora con il favore delle tenebre, che guarda in faccia il popolo italiano e che sul Mes guarderà in faccia il popolo italiano, Giuseppe Conte decide di venire in aula ma di non accettare un voto parlamentare prima di andare al Consiglio europeo che dovrà decidere cosa il presidente Conte debba dire sul Mes, sugli eurobond e sugli strumenti europei a fronte della crisi sul coronavirus. Non è esattamente il modo giusto», argomenta la Meloni, rivolgendosi al premier, «di procedere, presidente Conte: se lei vuole guardare in faccia gli italiani e non vuole lavorare con il favore delle tenebre, venga in Aula e accetti un voto parlamentare».
«Io sostengo», sottolinea il leader della Lega, Matteo Salvini, «esattamente quello che sostengono ministri e parlamentari M5s e quello che sostengono centinaia di economisti. Conte ha detto non useremo il Mes. Bene, contiamo che mantenga fede alle sue parole. La cosa strana è che in capigruppo abbiamo chiesto che il Parlamento voti ma ci dicono di no. Se nessuno ha niente da nascondere», evidenzia Salvini, «non vedo perché negare il diritto di voto del Parlamento, è una lesione della democrazia. L'importante è che prima del 23 ci consentano di esprimerci. Poi possono anche vincere i favorevoli al Mes, che per ottenere poco oggi impegnano il lavoro dei nostri figli domani. Ma ci facciano votare. Se passerà il documento della maggioranza va bene così. È democrazia, ma, ripeto», conclude Salvini, «ci facciano votare».
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Lo scontro nel governo mette a rischio il premier, che si rifugia nell'ennesima giravolta: da «No» a «Vedremo». Il Cav scalpita.I giallorossi sono peggio di Nicolas Maduro: Salvastati, Parlamento imbavagliato. Giuseppe Conte si presenterà in Aula per riferire sul Consiglio europeo del 23 aprile, ma per paura di brutte sorprese non ci saranno votazioni. Il grillino Federico D'Incà lo difende: «Il meeting è informale». Una balla che viola la legge.Lo speciale comprende due articoli. Il premier Conti (così lo ha chiamato Silvio Berlusconi), abbassa la cresta, anzi il ciuffo. Di fronte alla spaccatura dei giallorossi sul Mes, e alla probabile esplosione del M5s, con Forza Italia pronta a entrare a maggioranza, Conte cerca di gettare acqua sul fuoco delle polemiche tra Pd e M5s. «Sul Mes», dice Conte, «sta lievitando un dibattito che rischia di dividere l'intera Italia secondo opposte tifoserie e rigide contrapposizioni. Se vi saranno condizionalità o meno», aggiunge Conte, «lo giudicheremo alla fine, solo allora potremo valutare se questa nuova linea di credito pone condizioni, quali condizioni pone, e solo allora potremo discutere se quel regolamento è conforme al nostro interesse nazionale. E questa discussione dovrà avvenire in modo pubblico e trasparente, dinanzi al parlamento, al quale spetterà l'ultima parola. Discutere adesso se vi saranno o meno altre condizioni oltre a quelle delle spese sanitarie e valutare adesso se all'Italia converrà o meno attivare questa nuova linea di credito», sottolinea il premier, «significa logorarsi in un dibattito meramente astratto e schematico». Altro che dibattito astratto: sul Mes, tra Pd e M5s volano stracci, mentre Forza Italia si mette alla finestra dicendo «sì» all'utilizzo del fondo e preparandosi all'eventuale approdo al governo, se i pentastellati dovessero spaccarsi definitivamente. «Rispetto al Mes la posizione di Renzi (favorevole, ndr) non mi stupisce», dice al Fatto Quotidiano il reggente del M5s, Vito Crimi, «lui non mi stupisce mai. Invece mi stupiscono le parole del Pd, perché mettono in discussione la linea del governo e del presidente del Consiglio Conte, che ha espresso la necessità di altri strumenti contro la crisi. Un atteggiamento sbagliato quello del Pd, che sta smentendo il premier». «No, non si mette in discussione nulla», replica il capogruppo dem alla camera, Graziano Delrio, a Radio anch'io, «abbiamo solo detto che se non ci sono condizioni capestro il nostro Paese deve utilizzare tutte le risorse, non capisco perché non utilizzare il fondo se c'è bisogno. Non buttiamo a mare la disponibilità di miliardi per la sanità pubblica». Il sottosegretario grillino agli Esteri, Manlio Di Stefano, azzanna il capogruppo dem: «Delrio ha ammesso candidamente», dice Di Stefano, «di non sapere nulla sul tema ma comunque, alla cieca, si è lanciato contro la linea sul Mes del governo e del presidente Conte. La verità è che le condizionalità del Mes esistono e il fatto che siano light non cambia la sostanza». «Il Mes», sottolinea il viceministro M5s allo Sviluppo economico, Stefano Buffagni, «non sono soldi regalati, ci impone dei limiti che dovrà pagare pure mio figlio fra 30 anni». «Abbiamo sempre giocato da squadra», incalza il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «ora ci troviamo in uno dei momenti più delicati della nostra storia, ed è bene che si torni a giocare da squadra». Maretta anche nel centrodestra: «Il Mes», scrive Berlusconi in un intervento su Il Giornale, «non va demonizzato. Non c'è nulla di sbagliato, in linea di principio, nel fatto che i Paesi ad economia più solida chiedano garanzie rafforzate per finanziare Paesi più a rischio». «Ho letto le dichiarazioni di Berlusconi», replica Matteo Salvini, «che erano l'esatta fotocopia di quelli di Prodi e Zingaretti, e mi è dispiaciuto». 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Il regime «commissariale», quello degli insulti all'opposizione a reti unificate, delle decisioni prese solo e soltanto consultando esperti di fiducia, del completo annichilimento delle aule parlamentari, ridotte a un afono bivacco, per Giuseppe Conte non è più, o non è soltanto, una pulsione da dittatore da operetta, ma l'ultima trincea di un caporale rimasto senza truppe. Il governo infatti sul Mes «sanitario» non ha più una maggioranza: Pd e M5s, sulla questione, sono ormai ai ferri corti. I grillini non ne vogliono sapere, i dem invece, inginocchiati all'Europa, non vedono l'ora di infilare il collo degli italiani nel cappio. La coalizione è in frantumi. Il rischio che una risoluzione «no Mes» venga approvata con i voti di M5s, Lega e Fratelli d'Italia è concreto: il presidente del Consiglio, un minuto dopo, dovrebbe andare a dimettersi al Quirinale, anche se arrivasse il soccorso numerico di Forza Italia. E che fa, allora, Conte? Scappa, evita il voto. Una deriva tristissima quanto pericolosa, che dovrebbe convincere il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a intervenire con decisione. La giornata di ieri resterà nella storia della Repubblica italiana come una delle pagine più nere in assoluto. In mattinata, si riunisce la conferenza dei capigruppo della Camera. Il capogruppo di Fdi, Francesco Lollobrigida, e quello della Lega, Riccardo Molinari, chiedono, che Conte riferisca in vista del Consiglio europeo del prossimo 23 aprile, quello che deciderà il futuro del nostro paese e di tutta Europa. Accade l'incredibile: la maggioranza fissa per il 21 aprile l'appuntamento con Conte in aula, ma non per le comunicazioni, come accade di consueto, ma per una semplice «informativa». La differenza è abissale, la stessa che passa tra una vera democrazia e l'Italia al tempo di Conte: le comunicazioni prevedono che al termine vengano votate le risoluzioni; l'informativa no, nessun voto, solo un monologo del premier che si sente Napoleone. Lollobrigida e Molinari insorgono: il governo, rappresentato dal ministro per i Rapporti con il parlamento, Federico D'Incà, del M5s, si difende affermando che trattandosi di un Consiglio europeo informale, Conte non è tenuto a rendere comunicazioni, ma che basta una informativa. Il presidente della camera, Roberto Fico, chiama in causa i capigruppo: Pd, M5s e Leu si esprimono contro le comunicazioni e a favore dell'informativa, mentre il centrodestra sostiene la posizione opposta. Il comportamento dei grillini è da psichiatria politica: non vogliono il Mes, ma si schierano contro la richiesta di un voto. La paura di perdere la poltrona è più forte di qualunque altro ragionamento. La scelta dei giallorossi va anche contro una legge dello stato, la 234 del 24 dicembre 2012, sulle «Norme generali sulla partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea». L'articolo 5, «Consultazione delle Camere su accordi in materia finanziaria o monetaria», al comma 2 recita testualmente: «Il governo assicura che la posizione rappresentata dall'Italia nella fase di negoziazione degli accordi tenga conto degli atti di indirizzo adottati dalle Camere». L'escamotage del «Consiglio informale» appare debole per giustificare la mancata possibilità per l'aula di esprimere atti di indirizzo. Non solo: il 24 aprile, il giorno dopo il Consiglio europeo, è previsto il voto della Camera sullo scostamento di bilancio. Fratelli d'Italia e Lega attaccano. «Dopo aver detto», dice Giorgia Meloni in un video pubblicato su Facebook, «in una specie di conferenza stampa a reti unificate, che il governo italiano non lavora con il favore delle tenebre, che guarda in faccia il popolo italiano e che sul Mes guarderà in faccia il popolo italiano, Giuseppe Conte decide di venire in aula ma di non accettare un voto parlamentare prima di andare al Consiglio europeo che dovrà decidere cosa il presidente Conte debba dire sul Mes, sugli eurobond e sugli strumenti europei a fronte della crisi sul coronavirus. Non è esattamente il modo giusto», argomenta la Meloni, rivolgendosi al premier, «di procedere, presidente Conte: se lei vuole guardare in faccia gli italiani e non vuole lavorare con il favore delle tenebre, venga in Aula e accetti un voto parlamentare». «Io sostengo», sottolinea il leader della Lega, Matteo Salvini, «esattamente quello che sostengono ministri e parlamentari M5s e quello che sostengono centinaia di economisti. Conte ha detto non useremo il Mes. Bene, contiamo che mantenga fede alle sue parole. La cosa strana è che in capigruppo abbiamo chiesto che il Parlamento voti ma ci dicono di no. Se nessuno ha niente da nascondere», evidenzia Salvini, «non vedo perché negare il diritto di voto del Parlamento, è una lesione della democrazia. L'importante è che prima del 23 ci consentano di esprimerci. Poi possono anche vincere i favorevoli al Mes, che per ottenere poco oggi impegnano il lavoro dei nostri figli domani. Ma ci facciano votare. Se passerà il documento della maggioranza va bene così. È democrazia, ma, ripeto», conclude Salvini, «ci facciano votare».
(iStock)
Quindi, dopo i saluti del sindaco (pardon della sindaca), con al fianco l’imprescindibile associazione «Linea Lesbica», si è entrati finalmente nel vivo della festa con il laboratorio di illustrazione erotica, «ideato per essere un ponte verso una nuova consapevolezza nella ricerca del piacere, verso un’analisi sia personale che collettiva del concetto di erotismo e di bellezza». Roba perfetta per i bambini, si capisce, mentre i più grandicelli hanno potuto partecipare al talk sul tema «Mondi immaginati e lo scardinamento dell’eteronorma». E dopo aver scardinato l’eteronorma, tutti a divertirsi con «piadine, tigelle e gozzoviglie», soprattutto gozzoviglie, in pieno «Carrà mood» (vera icona gay) con l’aiuto di Mister Pink. Ovvio, no? Cosa c’è di meglio per intrattenere i piccolini?
La festa, infatti, è stata patrocinata dal Comune. Siamo a Budrio, provincia di Bologna, e il sindaco (pardon: la sindaca) Debora Badiali ci ha tenuto assai, oltre che a sostenere, anche a inaugurare di persona questo «piccolo grande Pride» che si è tenuto, per ironia della sorte, nella frazione di Maddalena di Cazzano. Dico ironia della sorte perché qualcuno ha voluto ironizzare su quel «Cazz/ano» che sembrerebbe anch’esso un’icona gay. Ma tant’è: la festa si è tenuta proprio a Maddalena di Cazzano, sabato pomeriggio. E alla fine tutti vissero Lgbt e contenti, a parte s’intende qualche consigliere di opposizione che ha chiesto conto dell’eventuale dispendio di denaro pubblico. Come se il problema principale fosse chi ha pagato le tigelle. E non chi ha portato i bambini al mercato artigianale delle eccellenze queer ed erotiche.
In effetti al piccolo grande Pride di grande s’è visto ben poco, a parte lo scardinamento dell’eteronorma (qualsiasi cosa esso sia). E a parte l’ideologia Lgbt che a occhio e croce dev’essere stata grandissima nell’area gioco-laboratoriale di Genderlens, un’associazione che si occupa di «infanzia queer e trans» inseguendo un giorno dopo l’altro «carriere alias», «binarismo di genere», «euforia di genere» e presunti bebé cisgender. Ma a parte questo, il Pride non è stato grande. È stato invece piccolo. E per i piccoli. Di bambini, infatti, se ne sono visti molti: poveretti, forse pensavano di andare a una semplice festa nel parco. E invece si sono trovati davanti il mercatino delle eccellenze queer ed erotiche e il laboratorio di illustrazione erotica. Per carità: l’illustrazione erotica sarà pure un ponte verso la consapevolezza del piacere. Ma vuoi mettere, per un bimbo, il piacere di giocare a palla? O a nascondino? Magari persino, come una volta, all’orologio di Milano fa tic tac?
Niente: adesso l’orologio di Milano, al massimo, fa drag queen. Nascondino si può giocare solo dopo aver scardinato l’eteronorma (e guai a dire «tana libera tutti» perché già con la parola tana si profila il reato di molestia sessuale). Non parliamo poi del classico gioco della palla, perché «Linea Lesbica», a sentir parlare di palle, potrebbe già inalberarsi contro la deriva patriarcale con prevalenza del maschilismo fallocentrico. Possiamo solo immaginare, dunque, quali saranno state le «coloratissime attività» a cura dello staff Piccolo Pride: truccatevi da trans? Travestitevi da Platinette? Oppure una caccia al tesoro fra le eccellenze queer ed erotiche del piccolo mercato artigianale? Purtroppo temiamo non ci sia stato tempo per raccontare favole, con tutto quel popò di «tigelle e gozzoviglie», altrimenti sarebbero state quelle note per simili circostanze: Principessa col pisello, Cappuccetto Arcobaleno oppure Cenerentolo e il Principe Rosa. Accompagna le danze, in perfetto Carrà mood, mister Pink. Ton su ton, ça va sans dire.
Ora: noi non sappiamo se tutta questa bella festa all’insegna delle eccellenze erotiche e dello scardinamento dell’eternorma sia costata qualcosa alle casse pubbliche, e dunque sia stata finanziata dai contribuenti oppure no. Nel caso, ovviamente, sarebbe un’aggravante. Ma per la verità ci sembra già di per sé abbastanza grave che un Comune, quello di Budrio nella circostanza, metta il suo logo e il suo patrocinio su una manifestazione che coinvolge i bambini per infilarli nel laboratorio gestito dagli specialisti dell’infanzia trans e queer per fare le «coloratissime attività» del Piccolo Pride. E poi, come se non bastasse, circonda i medesimi bimbi con il mercato delle eccellenze queer ed erotiche, con il laboratorio di illustrazione erotiche, con la Linea Lesbica e le gozzoviglie mescolate alle tigelle, fino ad arrivare allo scardinamento dell’eternorma. Che poi, forse, più che scardinare l’eteronorma, questi hanno intenzione di scardinare la famiglia e la natura. Ma, intanto, ci hanno scardinato qualcos’altro.
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(Ansa)
L’affare, costruito, secondo la Procura, su assunzioni fantasma e pratiche amministrative solo formalmente impeccabili, aveva al centro una società: la Vittoria srls, della quale Megahed detiene la metà delle quote con il suo socio, egiziano pure lui, Mohamed Eid Abd Faragalla. Il gip Manuela Castellabate descrive le attività per aggirare le regole del decreto Flussi come «seriali». Al costo di 5.000 (a volte 6.000) euro a pratica. A volte in anticipo, altre con saldo finale dopo l’arrivo in Italia. Le conversazioni captate hanno un tono freddo, quasi commerciale. In cui i migranti diventavano delle «pratiche». Ma la storia che ricostruisce l’ordinanza con la quale la Castellabate ha disposto l’arresto per i due imprenditori egiziani, l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e tre decreti di perquisizione nei confronti di quattro persone (tra cui la moglie di uno dei due arrestati), va oltre il presunto favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. È il racconto di una zona grigia in cui illegalità, idealismo radicale e burocrazia finiscono per sovrapporsi quasi perfettamente. Il motore dell’organizzazione sarebbe Megahed, l’uomo che cercava i clienti all’estero, prendeva contatti con persone interessate a entrare in Italia, organizzava le pratiche e gestiva i rapporti economici, era anche molto altro. Già il 4 ottobre 2024 Megahed, fino a quel momento imprenditore insospettabile, emerge «in contesti informativi in qualità di appartenente e militante alla dissidenza egiziana di area Fratellanza musulmana». Ma anche come «membro» dei Volontari dell’alleanza islamica d’Italia, «sodalizio», evidenziano gli investigatori, «di mutua assistenza, ramificazione del movimento della Fratellanza musulmana», impegnato «in attività di solidarietà consistenti nell’invio di aiuti umanitari in Palestina». L’indirizzo indicato è a Sesto San Giovanni, dove avrebbe sede anche l’Associazione giovani mussulmani d’Italia. È da qui che prende forma un’attività investigativa definita negli atti «serrata», sviluppata inizialmente attraverso il monitoraggio dei profili social dell’indagato. Gli accertamenti avrebbero consentito di documentare la partecipazione di Megahed a diverse manifestazioni organizzate dal comitato pro Pal. Gli investigatori sottolineano come il suo numero telefonico comparisse persino nei volantini degli eventi quale contatto di riferimento. E non solo Milano. La presenza dell’indagato sarebbe stata rilevata anche nel corso di iniziative fuori provincia e in attività promosse dall’Abspp di Mohammad Hannoun. L’inchiesta retrodata questa militanza almeno al 2017, quando Megahed frequentava il Centro islamico di Cinisello Balsamo. Ma gli investigatori scavano ancora. Nelle carte viene ricordato anche il suo coinvolgimento, nel 2016, nella nascita del «Consiglio rivoluzionario egiziano Cre», noto come Consiglio degli egiziani, formazione associativa sorta, riportano gli inquirenti, «a seguito di dissapori interni tra le correnti interne al Comitato libertà e democrazia per l’Egitto e Alleanza islamica d’Italia». Megahed, insomma, viene considerato uno della vecchia guardia. Uno degli elementi che colpiscono maggiormente gli investigatori è il contenuto del profilo Facebook attribuito all’indagato, identificato con il vanity-name Il Combattente. Nell’autunno del 2024 quel profilo avrebbe superato i 4.000 follower. Ed è proprio su quella pagina che, secondo la prima annotazione trasmessa al giudice, si assisterebbe a una «continua, e quasi ossessiva, pubblicazione di diversi contenuti dai toni radicali». «Nell’esprimere solidarietà al popolo palestinese di fronte all’escalation militare di Tel Aviv», l’indagato avrebbe, «anche attraverso l’aperta esaltazione di Hamas e altri gruppi armati palestinesi», tracimato «in esternazioni oltraggiose e discriminatorie nei confronti del popolo israeliano». Nella stessa annotazione si parla anche di «parziale minimizzazione del genocidio subito dal popolo ebraico». Ma l’attività di Megahed non si sarebbe limitata ai social network. La giudice richiama infatti una «militanza strettamente politica», sviluppata attraverso la partecipazione alle iniziative di piazza organizzate nel capoluogo lombardo dall’Abspp onlus, associazione che gli investigatori descrivono come «da sempre vicina alle posizioni politico-religiose della Fratellanza musulmana». Ed è qui che emerge un altro snodo delicato dell’inchiesta. Perché, secondo quanto riportato nell’ordinanza (che richiama alcune informative), la sede ligure della stessa onlus sarebbe stata oggetto nel 2021 di approfondimenti tecnici da parte dell’Antiriciclaggio «per presunti finanziamenti ritenuti destinati alle casse dell’organizzazione terroristica palestinese», circostanza che avrebbe portato «alla conseguente chiusura di alcuni conti bancari riferibili alla onlus». Finché l’egiziano non si è presentato allo Sportello unico per l’Immigrazione di Milano con una cinquantina di pratiche. È stato il passo falso.
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Lo sgomento e la rabbia dilagano a Belfast. Qui, a Kinnaird Avenue, un quartiere residenziale a Nord, un immigrato originario del Sudan ha provato a decapitare un quarantenne lo scorso lunedì sera. Solo il coraggio dei passanti ha evitato il peggio. Adesso la vittima è ricoverata in ospedale con gravi lesioni agli occhi, al collo e alla testa, mentre lo sgozzatore è stato arrestato.
Il capo della polizia nordirlandese, Jon Boutcher, ha dichiarato che si ritiene che il sospettato abbia viaggiato dal Sudan a Parigi, e poi da Parigi a Dublino, in date imprecisate, prima di prendere un autobus per Belfast nel febbraio 2023. Secondo quanto affermato da Boutcher, l’uomo ha immediatamente richiesto asilo e nel settembre del 2023 gli è stato concesso il permesso di soggiorno nel Regno Unito valido per 5 anni.
Tutto è avvenuto alle 22.30 dello scorso lunedì, quando un quarantenne nordirlandese è stato bloccato a terra e percosso, tra le strade della periferia di Belfast. Lo straniero ha mostrato l’intenzione di tagliare la testa al primo malcapitato e tra le mani teneva un coltello da cucina, poi rinvenuto dalle forze dell’ordine.
Un video girato da alcuni passanti e poi diffuso sul web ritrae la scena: la vittima è una maschera di sangue, prova a dimenarsi da terra, nella morsa dell’immigrato. Solo l’intervento di alcuni presenti, armati di bastoni da hurling, uno sport irlandese, ha salvato la vita dell’uomo, disarmato e allontanato l’aggressore. Successivamente l’arrivo della polizia ha consentito l’arresto e l’avvio delle indagini. L’ipotesi di reato riguarda il tentato omicidio, escludendo però la matrice terroristica, almeno per il momento.
«L’attacco di Belfast è rivoltante e orribile. I miei pensieri vanno innanzitutto alla vittima e ringrazio i primi soccorritori», ha dichiarato Keir Starmer, primo ministro del Regno Unito. Gli fanno eco gli altri politici di governo che invitano a mantenere la calma. In primis Michelle O’Neill, primo ministro dell’Irlanda del Nord, che ha pensato bene di lanciare appelli... contro il razzismo: «Questa è una società accogliente e inclusiva. Non voglio vedere nessuno vivere nella paura e dobbiamo dire no al razzismo e all’odio».
Sul Web, però, la protesta monta, soprattutto di fronte al video dell’accaduto. A legittimare il concreto malcontento sono soprattutto i leader dei partiti di opposizione. «Questo è stato un attacco medievale, barbarico e agghiacciante», la sentenza di Gavin Robinson, deputato di Belfast East, «l’autore, che viveva nel Regno Unito con un visto quinquennale, deve essere condannato e deportato con il primo volo di sola andata. La vittima appartiene a Belfast, l’aggressore no». «Ciò che è accaduto a Belfast ieri sera è orribile. Le autorità devono rivelare immediatamente l’identità e lo status dell’aggressore. Il pubblico ha diritto alla verità» ha dichiarato, invece, Nigel Farage, chiaramente riferendosi al rifiuto di Downing Street di confermare ufficialmente lo status dell’aggressore. Ma più in generale il riferimento è anche al clima generale che si respira al di là della Manica, nel segno continuo di reati commessi dagli immigrati e insabbiati dalle istituzioni.
Ieri sera l’onda di protesta ha investito anche le piazze: gruppi di patrioti e cittadini sono scesi tra le strade di diverse città del Regno Unito per chiedere maggiore sicurezza e una stretta sull’immigrazione clandestina. In primis a Belfast, diversi hotel e negozi commerciali hanno chiuso i battenti e le forze dell’ordine hanno aumentato i controlli. Dublin Express ha cancellato tutti i suoi servizi di autobus da e per Belfast in previsione delle proteste programmate.
Nel frattempo, le tensioni sono esplose durante la notte. Le manifestazioni contro l'immigrazione si sono trasformate in violenti disordini in diverse aree di Belfast, dove sono stati incendiati autobus, automobili e alcune abitazioni. La polizia nordirlandese è stata presa di mira con lanci di oggetti e costretta a intervenire in assetto antisommossa, mentre i vigili del fuoco hanno effettuato decine di interventi per spegnere i roghi divampati nei quartieri interessati dalle proteste. In alcune zone della città gruppi di uomini con il volto coperto hanno sfilato scandendo slogan contro gli immigrati e prendendo di mira soprattutto famiglie di origine africana, tanto che alcuni residenti hanno offerto protezione ai vicini stranieri.
Durissima la reazione della premier nordirlandese Michelle O'Neill, che ha definito i responsabili delle violenze «teppisti» e «delinquenti», parlando di attacchi condotti da «codardi disgustosi» contro persone indifese. Intanto il trentenne sudanese arrestato per il tentato omicidio del quarantenne dovrebbe comparire oggi davanti ai giudici, mentre le autorità mantengono alta l'allerta per il rischio di nuove rivolte. Anche il clima politico resta incandescente: Nigel Farage ha nuovamente chiesto piena trasparenza sullo status migratorio dell'aggressore, mentre sui social il caso continua ad alimentare polemiche e divisioni nel Regno Unito.
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Meloni: «Contro Salvini un gesto grave»
Il premier ha commentato sui social quanto avvenuto alla Sapienza di Roma dove alcuni studenti di Cambiare Rotta hanno bruciato manifesti con il volto del leader della Lega e vicepremier. «Solidarietà a Matteo Salvini per il grave episodio avvenuto oggi alla Sapienza. Bruciare il volto di chi la pensa diversamente non è protesta: è odio ideologico. Un gesto intollerante, che nulla ha a che vedere con il confronto democratico. Noi continueremo a portare avanti il nostro lavoro con determinazione e senza sconti, nonostante il clima di odio che qualcuno cerca di alimentare»