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2020-04-16
Il partito unico del Mes fa calare subito le braghe a Giuseppi
Federico D'Incà (Ansa)
Il premier Conti (così lo ha chiamato Silvio Berlusconi), abbassa la cresta, anzi il ciuffo. Di fronte alla spaccatura dei giallorossi sul Mes, e alla probabile esplosione del M5s, con Forza Italia pronta a entrare a maggioranza, Conte cerca di gettare acqua sul fuoco delle polemiche tra Pd e M5s. «Sul Mes», dice Conte, «sta lievitando un dibattito che rischia di dividere l'intera Italia secondo opposte tifoserie e rigide contrapposizioni. Se vi saranno condizionalità o meno», aggiunge Conte, «lo giudicheremo alla fine, solo allora potremo valutare se questa nuova linea di credito pone condizioni, quali condizioni pone, e solo allora potremo discutere se quel regolamento è conforme al nostro interesse nazionale. E questa discussione dovrà avvenire in modo pubblico e trasparente, dinanzi al parlamento, al quale spetterà l'ultima parola. Discutere adesso se vi saranno o meno altre condizioni oltre a quelle delle spese sanitarie e valutare adesso se all'Italia converrà o meno attivare questa nuova linea di credito», sottolinea il premier, «significa logorarsi in un dibattito meramente astratto e schematico». Altro che dibattito astratto: sul Mes, tra Pd e M5s volano stracci, mentre Forza Italia si mette alla finestra dicendo «sì» all'utilizzo del fondo e preparandosi all'eventuale approdo al governo, se i pentastellati dovessero spaccarsi definitivamente. «Rispetto al Mes la posizione di Renzi (favorevole, ndr) non mi stupisce», dice al Fatto Quotidiano il reggente del M5s, Vito Crimi, «lui non mi stupisce mai. Invece mi stupiscono le parole del Pd, perché mettono in discussione la linea del governo e del presidente del Consiglio Conte, che ha espresso la necessità di altri strumenti contro la crisi. Un atteggiamento sbagliato quello del Pd, che sta smentendo il premier». «No, non si mette in discussione nulla», replica il capogruppo dem alla camera, Graziano Delrio, a Radio anch'io, «abbiamo solo detto che se non ci sono condizioni capestro il nostro Paese deve utilizzare tutte le risorse, non capisco perché non utilizzare il fondo se c'è bisogno. Non buttiamo a mare la disponibilità di miliardi per la sanità pubblica». Il sottosegretario grillino agli Esteri, Manlio Di Stefano, azzanna il capogruppo dem: «Delrio ha ammesso candidamente», dice Di Stefano, «di non sapere nulla sul tema ma comunque, alla cieca, si è lanciato contro la linea sul Mes del governo e del presidente Conte. La verità è che le condizionalità del Mes esistono e il fatto che siano light non cambia la sostanza». «Il Mes», sottolinea il viceministro M5s allo Sviluppo economico, Stefano Buffagni, «non sono soldi regalati, ci impone dei limiti che dovrà pagare pure mio figlio fra 30 anni». «Abbiamo sempre giocato da squadra», incalza il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «ora ci troviamo in uno dei momenti più delicati della nostra storia, ed è bene che si torni a giocare da squadra». Maretta anche nel centrodestra: «Il Mes», scrive Berlusconi in un intervento su Il Giornale, «non va demonizzato. Non c'è nulla di sbagliato, in linea di principio, nel fatto che i Paesi ad economia più solida chiedano garanzie rafforzate per finanziare Paesi più a rischio». «Ho letto le dichiarazioni di Berlusconi», replica Matteo Salvini, «che erano l'esatta fotocopia di quelli di Prodi e Zingaretti, e mi è dispiaciuto». La permanenza di Conte a palazzo Chigi dipende dal Recovery fund: se il 23 aprile sarà approvato dal Consiglio europeo, il premier avrà ancora un po' di ossigeno.
I giallorossi sono peggio di Maduro: Salvastati, Parlamento imbavagliato
C'era una volta il Parlamento, c'era una volta la democrazia. Il regime «commissariale», quello degli insulti all'opposizione a reti unificate, delle decisioni prese solo e soltanto consultando esperti di fiducia, del completo annichilimento delle aule parlamentari, ridotte a un afono bivacco, per Giuseppe Conte non è più, o non è soltanto, una pulsione da dittatore da operetta, ma l'ultima trincea di un caporale rimasto senza truppe. Il governo infatti sul Mes «sanitario» non ha più una maggioranza: Pd e M5s, sulla questione, sono ormai ai ferri corti. I grillini non ne vogliono sapere, i dem invece, inginocchiati all'Europa, non vedono l'ora di infilare il collo degli italiani nel cappio. La coalizione è in frantumi. Il rischio che una risoluzione «no Mes» venga approvata con i voti di M5s, Lega e Fratelli d'Italia è concreto: il presidente del Consiglio, un minuto dopo, dovrebbe andare a dimettersi al Quirinale, anche se arrivasse il soccorso numerico di Forza Italia. E che fa, allora, Conte? Scappa, evita il voto. Una deriva tristissima quanto pericolosa, che dovrebbe convincere il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a intervenire con decisione.
La giornata di ieri resterà nella storia della Repubblica italiana come una delle pagine più nere in assoluto. In mattinata, si riunisce la conferenza dei capigruppo della Camera. Il capogruppo di Fdi, Francesco Lollobrigida, e quello della Lega, Riccardo Molinari, chiedono, che Conte riferisca in vista del Consiglio europeo del prossimo 23 aprile, quello che deciderà il futuro del nostro paese e di tutta Europa. Accade l'incredibile: la maggioranza fissa per il 21 aprile l'appuntamento con Conte in aula, ma non per le comunicazioni, come accade di consueto, ma per una semplice «informativa». La differenza è abissale, la stessa che passa tra una vera democrazia e l'Italia al tempo di Conte: le comunicazioni prevedono che al termine vengano votate le risoluzioni; l'informativa no, nessun voto, solo un monologo del premier che si sente Napoleone. Lollobrigida e Molinari insorgono: il governo, rappresentato dal ministro per i Rapporti con il parlamento, Federico D'Incà, del M5s, si difende affermando che trattandosi di un Consiglio europeo informale, Conte non è tenuto a rendere comunicazioni, ma che basta una informativa. Il presidente della camera, Roberto Fico, chiama in causa i capigruppo: Pd, M5s e Leu si esprimono contro le comunicazioni e a favore dell'informativa, mentre il centrodestra sostiene la posizione opposta. Il comportamento dei grillini è da psichiatria politica: non vogliono il Mes, ma si schierano contro la richiesta di un voto. La paura di perdere la poltrona è più forte di qualunque altro ragionamento.
La scelta dei giallorossi va anche contro una legge dello stato, la 234 del 24 dicembre 2012, sulle «Norme generali sulla partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea». L'articolo 5, «Consultazione delle Camere su accordi in materia finanziaria o monetaria», al comma 2 recita testualmente: «Il governo assicura che la posizione rappresentata dall'Italia nella fase di negoziazione degli accordi tenga conto degli atti di indirizzo adottati dalle Camere». L'escamotage del «Consiglio informale» appare debole per giustificare la mancata possibilità per l'aula di esprimere atti di indirizzo. Non solo: il 24 aprile, il giorno dopo il Consiglio europeo, è previsto il voto della Camera sullo scostamento di bilancio.
Fratelli d'Italia e Lega attaccano. «Dopo aver detto», dice Giorgia Meloni in un video pubblicato su Facebook, «in una specie di conferenza stampa a reti unificate, che il governo italiano non lavora con il favore delle tenebre, che guarda in faccia il popolo italiano e che sul Mes guarderà in faccia il popolo italiano, Giuseppe Conte decide di venire in aula ma di non accettare un voto parlamentare prima di andare al Consiglio europeo che dovrà decidere cosa il presidente Conte debba dire sul Mes, sugli eurobond e sugli strumenti europei a fronte della crisi sul coronavirus. Non è esattamente il modo giusto», argomenta la Meloni, rivolgendosi al premier, «di procedere, presidente Conte: se lei vuole guardare in faccia gli italiani e non vuole lavorare con il favore delle tenebre, venga in Aula e accetti un voto parlamentare».
«Io sostengo», sottolinea il leader della Lega, Matteo Salvini, «esattamente quello che sostengono ministri e parlamentari M5s e quello che sostengono centinaia di economisti. Conte ha detto non useremo il Mes. Bene, contiamo che mantenga fede alle sue parole. La cosa strana è che in capigruppo abbiamo chiesto che il Parlamento voti ma ci dicono di no. Se nessuno ha niente da nascondere», evidenzia Salvini, «non vedo perché negare il diritto di voto del Parlamento, è una lesione della democrazia. L'importante è che prima del 23 ci consentano di esprimerci. Poi possono anche vincere i favorevoli al Mes, che per ottenere poco oggi impegnano il lavoro dei nostri figli domani. Ma ci facciano votare. Se passerà il documento della maggioranza va bene così. È democrazia, ma, ripeto», conclude Salvini, «ci facciano votare».
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Lo scontro nel governo mette a rischio il premier, che si rifugia nell'ennesima giravolta: da «No» a «Vedremo». Il Cav scalpita.I giallorossi sono peggio di Nicolas Maduro: Salvastati, Parlamento imbavagliato. Giuseppe Conte si presenterà in Aula per riferire sul Consiglio europeo del 23 aprile, ma per paura di brutte sorprese non ci saranno votazioni. Il grillino Federico D'Incà lo difende: «Il meeting è informale». Una balla che viola la legge.Lo speciale comprende due articoli. Il premier Conti (così lo ha chiamato Silvio Berlusconi), abbassa la cresta, anzi il ciuffo. Di fronte alla spaccatura dei giallorossi sul Mes, e alla probabile esplosione del M5s, con Forza Italia pronta a entrare a maggioranza, Conte cerca di gettare acqua sul fuoco delle polemiche tra Pd e M5s. «Sul Mes», dice Conte, «sta lievitando un dibattito che rischia di dividere l'intera Italia secondo opposte tifoserie e rigide contrapposizioni. Se vi saranno condizionalità o meno», aggiunge Conte, «lo giudicheremo alla fine, solo allora potremo valutare se questa nuova linea di credito pone condizioni, quali condizioni pone, e solo allora potremo discutere se quel regolamento è conforme al nostro interesse nazionale. E questa discussione dovrà avvenire in modo pubblico e trasparente, dinanzi al parlamento, al quale spetterà l'ultima parola. Discutere adesso se vi saranno o meno altre condizioni oltre a quelle delle spese sanitarie e valutare adesso se all'Italia converrà o meno attivare questa nuova linea di credito», sottolinea il premier, «significa logorarsi in un dibattito meramente astratto e schematico». Altro che dibattito astratto: sul Mes, tra Pd e M5s volano stracci, mentre Forza Italia si mette alla finestra dicendo «sì» all'utilizzo del fondo e preparandosi all'eventuale approdo al governo, se i pentastellati dovessero spaccarsi definitivamente. «Rispetto al Mes la posizione di Renzi (favorevole, ndr) non mi stupisce», dice al Fatto Quotidiano il reggente del M5s, Vito Crimi, «lui non mi stupisce mai. Invece mi stupiscono le parole del Pd, perché mettono in discussione la linea del governo e del presidente del Consiglio Conte, che ha espresso la necessità di altri strumenti contro la crisi. Un atteggiamento sbagliato quello del Pd, che sta smentendo il premier». «No, non si mette in discussione nulla», replica il capogruppo dem alla camera, Graziano Delrio, a Radio anch'io, «abbiamo solo detto che se non ci sono condizioni capestro il nostro Paese deve utilizzare tutte le risorse, non capisco perché non utilizzare il fondo se c'è bisogno. Non buttiamo a mare la disponibilità di miliardi per la sanità pubblica». Il sottosegretario grillino agli Esteri, Manlio Di Stefano, azzanna il capogruppo dem: «Delrio ha ammesso candidamente», dice Di Stefano, «di non sapere nulla sul tema ma comunque, alla cieca, si è lanciato contro la linea sul Mes del governo e del presidente Conte. La verità è che le condizionalità del Mes esistono e il fatto che siano light non cambia la sostanza». «Il Mes», sottolinea il viceministro M5s allo Sviluppo economico, Stefano Buffagni, «non sono soldi regalati, ci impone dei limiti che dovrà pagare pure mio figlio fra 30 anni». «Abbiamo sempre giocato da squadra», incalza il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «ora ci troviamo in uno dei momenti più delicati della nostra storia, ed è bene che si torni a giocare da squadra». Maretta anche nel centrodestra: «Il Mes», scrive Berlusconi in un intervento su Il Giornale, «non va demonizzato. Non c'è nulla di sbagliato, in linea di principio, nel fatto che i Paesi ad economia più solida chiedano garanzie rafforzate per finanziare Paesi più a rischio». «Ho letto le dichiarazioni di Berlusconi», replica Matteo Salvini, «che erano l'esatta fotocopia di quelli di Prodi e Zingaretti, e mi è dispiaciuto». La permanenza di Conte a palazzo Chigi dipende dal Recovery fund: se il 23 aprile sarà approvato dal Consiglio europeo, il premier avrà ancora un po' di ossigeno. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-partito-unico-del-mes-fa-calare-subito-le-braghe-a-giuseppi-2645726950.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-giallorossi-sono-peggio-di-maduro-salvastati-parlamento-imbavagliato" data-post-id="2645726950" data-published-at="1586977865" data-use-pagination="False"> I giallorossi sono peggio di Maduro: Salvastati, Parlamento imbavagliato C'era una volta il Parlamento, c'era una volta la democrazia. Il regime «commissariale», quello degli insulti all'opposizione a reti unificate, delle decisioni prese solo e soltanto consultando esperti di fiducia, del completo annichilimento delle aule parlamentari, ridotte a un afono bivacco, per Giuseppe Conte non è più, o non è soltanto, una pulsione da dittatore da operetta, ma l'ultima trincea di un caporale rimasto senza truppe. Il governo infatti sul Mes «sanitario» non ha più una maggioranza: Pd e M5s, sulla questione, sono ormai ai ferri corti. I grillini non ne vogliono sapere, i dem invece, inginocchiati all'Europa, non vedono l'ora di infilare il collo degli italiani nel cappio. La coalizione è in frantumi. Il rischio che una risoluzione «no Mes» venga approvata con i voti di M5s, Lega e Fratelli d'Italia è concreto: il presidente del Consiglio, un minuto dopo, dovrebbe andare a dimettersi al Quirinale, anche se arrivasse il soccorso numerico di Forza Italia. E che fa, allora, Conte? Scappa, evita il voto. Una deriva tristissima quanto pericolosa, che dovrebbe convincere il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a intervenire con decisione. La giornata di ieri resterà nella storia della Repubblica italiana come una delle pagine più nere in assoluto. In mattinata, si riunisce la conferenza dei capigruppo della Camera. Il capogruppo di Fdi, Francesco Lollobrigida, e quello della Lega, Riccardo Molinari, chiedono, che Conte riferisca in vista del Consiglio europeo del prossimo 23 aprile, quello che deciderà il futuro del nostro paese e di tutta Europa. Accade l'incredibile: la maggioranza fissa per il 21 aprile l'appuntamento con Conte in aula, ma non per le comunicazioni, come accade di consueto, ma per una semplice «informativa». La differenza è abissale, la stessa che passa tra una vera democrazia e l'Italia al tempo di Conte: le comunicazioni prevedono che al termine vengano votate le risoluzioni; l'informativa no, nessun voto, solo un monologo del premier che si sente Napoleone. Lollobrigida e Molinari insorgono: il governo, rappresentato dal ministro per i Rapporti con il parlamento, Federico D'Incà, del M5s, si difende affermando che trattandosi di un Consiglio europeo informale, Conte non è tenuto a rendere comunicazioni, ma che basta una informativa. Il presidente della camera, Roberto Fico, chiama in causa i capigruppo: Pd, M5s e Leu si esprimono contro le comunicazioni e a favore dell'informativa, mentre il centrodestra sostiene la posizione opposta. Il comportamento dei grillini è da psichiatria politica: non vogliono il Mes, ma si schierano contro la richiesta di un voto. La paura di perdere la poltrona è più forte di qualunque altro ragionamento. La scelta dei giallorossi va anche contro una legge dello stato, la 234 del 24 dicembre 2012, sulle «Norme generali sulla partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea». L'articolo 5, «Consultazione delle Camere su accordi in materia finanziaria o monetaria», al comma 2 recita testualmente: «Il governo assicura che la posizione rappresentata dall'Italia nella fase di negoziazione degli accordi tenga conto degli atti di indirizzo adottati dalle Camere». L'escamotage del «Consiglio informale» appare debole per giustificare la mancata possibilità per l'aula di esprimere atti di indirizzo. Non solo: il 24 aprile, il giorno dopo il Consiglio europeo, è previsto il voto della Camera sullo scostamento di bilancio. Fratelli d'Italia e Lega attaccano. «Dopo aver detto», dice Giorgia Meloni in un video pubblicato su Facebook, «in una specie di conferenza stampa a reti unificate, che il governo italiano non lavora con il favore delle tenebre, che guarda in faccia il popolo italiano e che sul Mes guarderà in faccia il popolo italiano, Giuseppe Conte decide di venire in aula ma di non accettare un voto parlamentare prima di andare al Consiglio europeo che dovrà decidere cosa il presidente Conte debba dire sul Mes, sugli eurobond e sugli strumenti europei a fronte della crisi sul coronavirus. Non è esattamente il modo giusto», argomenta la Meloni, rivolgendosi al premier, «di procedere, presidente Conte: se lei vuole guardare in faccia gli italiani e non vuole lavorare con il favore delle tenebre, venga in Aula e accetti un voto parlamentare». «Io sostengo», sottolinea il leader della Lega, Matteo Salvini, «esattamente quello che sostengono ministri e parlamentari M5s e quello che sostengono centinaia di economisti. Conte ha detto non useremo il Mes. Bene, contiamo che mantenga fede alle sue parole. La cosa strana è che in capigruppo abbiamo chiesto che il Parlamento voti ma ci dicono di no. Se nessuno ha niente da nascondere», evidenzia Salvini, «non vedo perché negare il diritto di voto del Parlamento, è una lesione della democrazia. L'importante è che prima del 23 ci consentano di esprimerci. Poi possono anche vincere i favorevoli al Mes, che per ottenere poco oggi impegnano il lavoro dei nostri figli domani. Ma ci facciano votare. Se passerà il documento della maggioranza va bene così. È democrazia, ma, ripeto», conclude Salvini, «ci facciano votare».
Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 4 giugno con Carlo Cambi
La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
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Sergio Mattarella e Nicole Minetti (Ansa)
Così, dopo un mese e mezzo di chiacchiere, la Procura generale di Milano certifica in un lungo comunicato che Nicole Minetti non ha una doppia vita. L’ex igienista dentale condannata per il caso Ruby e per le spese pazze del Pirellone non ha ingannato Sergio Mattarella. Semmai il presidente della Repubblica si è fatto ingannare dagli articoli del Fatto quotidiano e dagli scivoloni di Sigfrido Ranucci, con i quali per giorni si è accreditato un caso internazionale, che a un certo punto si è cercato di addossare a Carlo Nordio allo scopo neanche troppo nascosto di indurlo alle dimissioni.
La storia è quella della grazia concessa dal capo dello Stato all’ex consigliera regionale. Mattarella, a cui in base alla Costituzione competono in via esclusiva gli atti di clemenza, il 18 febbraio di quest’anno ha cancellato la pena inflitta a Minetti dal Tribunale di Milano. La donna, finita nei guai all’epoca di Silvio Berlusconi per lo scandalo delle Olgettine, avrebbe dovuto scontare tre anni ai servizi sociali, ma i suoi avvocati alla fine di luglio del 2025 inoltrarono al Quirinale una domanda di grazia. Dovendo accudire un minore adottato da lei e dal compagno e bisognoso di cure all’estero, Minetti tramite i legali chiese di essere esentata dall’espiazione della pena. Domanda legittima, che poteva essere accolta o respinta, ma che sul Colle trovò una rapida istruzione e appena una settimana dopo, weekend compreso, il fascicolo riguardante l’ex igienista dentale finì sul tavolo del ministero della Giustizia, inoltrato dal responsabile dell’ufficio grazie di Mattarella. E da via Arenula la richiesta fu spedita a Milano, alla Procura generale della Corte d’appello, per il dovuto parere. In pochi mesi, Minetti fu dunque sollevata da ogni pendenza con la giustizia e autorizzata a occuparsi del figlio adottivo. Tutto bene? Eh, no, perché quando la notizia della grazia divenne di dominio pubblico, ai giornalisti del Fatto quotidiano cominciarono a prudere le mani. Così, a metà aprile, la vicenda di presunti favoritismi nell’adozione, di misteri profondi nella scomparsa della madre del bimbo e pure di oscuri decessi, uniti a un giro di festini a base di coca e donnine allegre in Uruguay, finì in prima pagina, con tanto di testimonianze rigorosamente anonime.
Un giallo internazionale, in luoghi esotici frequentati dal jet set, con sullo sfondo addirittura l’ombra di Jeffrey Epstein, il miliardario pedofilo che ha inguaiato mezzo mondo, governi e regni compresi, era un’occasione troppo ghiotta. Soprattutto se la si poteva rovesciare contro il governo in carica e il ministro della Giustizia. Sono bastati tre o quattro giorni di campagna a tutta pagina e pur di fronte al nulla, perché le testimonianze anonime sono il nulla, al Quirinale, sempre attento all’immagine sacra e inviolabile del presidente, ci dev’essere stata un po’ di tensione. E così ecco partire un secco comunicato per ingiungere al ministero di via Arenula di fare chiarezza e accertare se nella ricostruzione del percorso di grazia alla Minetti fossero stati omessi comportamenti poco commendevoli. Cioè il Colle chiedeva al ministero di verificare se il ministero, che pur nella faccenda non aveva avuto alcun ruolo se non quello di inoltrare la richiesta del Quirinale, avesse compiuto errori. La palla a questo punto è passata alla Procura generale di Milano, che pure aveva concesso il nulla osta, e nel frattempo, mentre le opposizioni reclamavano le dimissioni di Nordio, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci si presentava in tv, da Bianca Berlinguer, per dire che una sua fonte accreditava un viaggio del Guardasigilli a casa della Minetti, in Uruguay. Bum. La bomba era pronta per esplodere e per spazzare via sia il ministro che il suo governo.
Peccato che Nordio non conosca la Minetti e non abbia dunque mai messo piede nella sua casa in Sudamerica. E peccato che adesso la Procura generale abbia accertato che le accuse contro l’ex consigliera regionale, i festini, l’adozione taroccata, l’uccisione del legale e pure la sparizione della madre naturale del bambino adottato siano tutte un’invenzione. In altre parole, una bufala.
A questo punto però si impongono due riflessioni. La prima è sul cosiddetto giornalismo d’inchiesta, che le inchieste le confeziona con le chiacchiere. La seconda invece riguarda Sergio Mattarella, monarca a cui la stampa plaude a ogni sospiro, ma a cui basta qualche titolo del Fatto quotidiano per fare marcia indietro, lasciando che i suoi uffici scarichino le responsabilità di un presunto passo falso su altri.
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