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2020-04-16
Il partito unico del Mes fa calare subito le braghe a Giuseppi
Federico D'Incà (Ansa)
Il premier Conti (così lo ha chiamato Silvio Berlusconi), abbassa la cresta, anzi il ciuffo. Di fronte alla spaccatura dei giallorossi sul Mes, e alla probabile esplosione del M5s, con Forza Italia pronta a entrare a maggioranza, Conte cerca di gettare acqua sul fuoco delle polemiche tra Pd e M5s. «Sul Mes», dice Conte, «sta lievitando un dibattito che rischia di dividere l'intera Italia secondo opposte tifoserie e rigide contrapposizioni. Se vi saranno condizionalità o meno», aggiunge Conte, «lo giudicheremo alla fine, solo allora potremo valutare se questa nuova linea di credito pone condizioni, quali condizioni pone, e solo allora potremo discutere se quel regolamento è conforme al nostro interesse nazionale. E questa discussione dovrà avvenire in modo pubblico e trasparente, dinanzi al parlamento, al quale spetterà l'ultima parola. Discutere adesso se vi saranno o meno altre condizioni oltre a quelle delle spese sanitarie e valutare adesso se all'Italia converrà o meno attivare questa nuova linea di credito», sottolinea il premier, «significa logorarsi in un dibattito meramente astratto e schematico». Altro che dibattito astratto: sul Mes, tra Pd e M5s volano stracci, mentre Forza Italia si mette alla finestra dicendo «sì» all'utilizzo del fondo e preparandosi all'eventuale approdo al governo, se i pentastellati dovessero spaccarsi definitivamente. «Rispetto al Mes la posizione di Renzi (favorevole, ndr) non mi stupisce», dice al Fatto Quotidiano il reggente del M5s, Vito Crimi, «lui non mi stupisce mai. Invece mi stupiscono le parole del Pd, perché mettono in discussione la linea del governo e del presidente del Consiglio Conte, che ha espresso la necessità di altri strumenti contro la crisi. Un atteggiamento sbagliato quello del Pd, che sta smentendo il premier». «No, non si mette in discussione nulla», replica il capogruppo dem alla camera, Graziano Delrio, a Radio anch'io, «abbiamo solo detto che se non ci sono condizioni capestro il nostro Paese deve utilizzare tutte le risorse, non capisco perché non utilizzare il fondo se c'è bisogno. Non buttiamo a mare la disponibilità di miliardi per la sanità pubblica». Il sottosegretario grillino agli Esteri, Manlio Di Stefano, azzanna il capogruppo dem: «Delrio ha ammesso candidamente», dice Di Stefano, «di non sapere nulla sul tema ma comunque, alla cieca, si è lanciato contro la linea sul Mes del governo e del presidente Conte. La verità è che le condizionalità del Mes esistono e il fatto che siano light non cambia la sostanza». «Il Mes», sottolinea il viceministro M5s allo Sviluppo economico, Stefano Buffagni, «non sono soldi regalati, ci impone dei limiti che dovrà pagare pure mio figlio fra 30 anni». «Abbiamo sempre giocato da squadra», incalza il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «ora ci troviamo in uno dei momenti più delicati della nostra storia, ed è bene che si torni a giocare da squadra». Maretta anche nel centrodestra: «Il Mes», scrive Berlusconi in un intervento su Il Giornale, «non va demonizzato. Non c'è nulla di sbagliato, in linea di principio, nel fatto che i Paesi ad economia più solida chiedano garanzie rafforzate per finanziare Paesi più a rischio». «Ho letto le dichiarazioni di Berlusconi», replica Matteo Salvini, «che erano l'esatta fotocopia di quelli di Prodi e Zingaretti, e mi è dispiaciuto». La permanenza di Conte a palazzo Chigi dipende dal Recovery fund: se il 23 aprile sarà approvato dal Consiglio europeo, il premier avrà ancora un po' di ossigeno.
I giallorossi sono peggio di Maduro: Salvastati, Parlamento imbavagliato
C'era una volta il Parlamento, c'era una volta la democrazia. Il regime «commissariale», quello degli insulti all'opposizione a reti unificate, delle decisioni prese solo e soltanto consultando esperti di fiducia, del completo annichilimento delle aule parlamentari, ridotte a un afono bivacco, per Giuseppe Conte non è più, o non è soltanto, una pulsione da dittatore da operetta, ma l'ultima trincea di un caporale rimasto senza truppe. Il governo infatti sul Mes «sanitario» non ha più una maggioranza: Pd e M5s, sulla questione, sono ormai ai ferri corti. I grillini non ne vogliono sapere, i dem invece, inginocchiati all'Europa, non vedono l'ora di infilare il collo degli italiani nel cappio. La coalizione è in frantumi. Il rischio che una risoluzione «no Mes» venga approvata con i voti di M5s, Lega e Fratelli d'Italia è concreto: il presidente del Consiglio, un minuto dopo, dovrebbe andare a dimettersi al Quirinale, anche se arrivasse il soccorso numerico di Forza Italia. E che fa, allora, Conte? Scappa, evita il voto. Una deriva tristissima quanto pericolosa, che dovrebbe convincere il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a intervenire con decisione.
La giornata di ieri resterà nella storia della Repubblica italiana come una delle pagine più nere in assoluto. In mattinata, si riunisce la conferenza dei capigruppo della Camera. Il capogruppo di Fdi, Francesco Lollobrigida, e quello della Lega, Riccardo Molinari, chiedono, che Conte riferisca in vista del Consiglio europeo del prossimo 23 aprile, quello che deciderà il futuro del nostro paese e di tutta Europa. Accade l'incredibile: la maggioranza fissa per il 21 aprile l'appuntamento con Conte in aula, ma non per le comunicazioni, come accade di consueto, ma per una semplice «informativa». La differenza è abissale, la stessa che passa tra una vera democrazia e l'Italia al tempo di Conte: le comunicazioni prevedono che al termine vengano votate le risoluzioni; l'informativa no, nessun voto, solo un monologo del premier che si sente Napoleone. Lollobrigida e Molinari insorgono: il governo, rappresentato dal ministro per i Rapporti con il parlamento, Federico D'Incà, del M5s, si difende affermando che trattandosi di un Consiglio europeo informale, Conte non è tenuto a rendere comunicazioni, ma che basta una informativa. Il presidente della camera, Roberto Fico, chiama in causa i capigruppo: Pd, M5s e Leu si esprimono contro le comunicazioni e a favore dell'informativa, mentre il centrodestra sostiene la posizione opposta. Il comportamento dei grillini è da psichiatria politica: non vogliono il Mes, ma si schierano contro la richiesta di un voto. La paura di perdere la poltrona è più forte di qualunque altro ragionamento.
La scelta dei giallorossi va anche contro una legge dello stato, la 234 del 24 dicembre 2012, sulle «Norme generali sulla partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea». L'articolo 5, «Consultazione delle Camere su accordi in materia finanziaria o monetaria», al comma 2 recita testualmente: «Il governo assicura che la posizione rappresentata dall'Italia nella fase di negoziazione degli accordi tenga conto degli atti di indirizzo adottati dalle Camere». L'escamotage del «Consiglio informale» appare debole per giustificare la mancata possibilità per l'aula di esprimere atti di indirizzo. Non solo: il 24 aprile, il giorno dopo il Consiglio europeo, è previsto il voto della Camera sullo scostamento di bilancio.
Fratelli d'Italia e Lega attaccano. «Dopo aver detto», dice Giorgia Meloni in un video pubblicato su Facebook, «in una specie di conferenza stampa a reti unificate, che il governo italiano non lavora con il favore delle tenebre, che guarda in faccia il popolo italiano e che sul Mes guarderà in faccia il popolo italiano, Giuseppe Conte decide di venire in aula ma di non accettare un voto parlamentare prima di andare al Consiglio europeo che dovrà decidere cosa il presidente Conte debba dire sul Mes, sugli eurobond e sugli strumenti europei a fronte della crisi sul coronavirus. Non è esattamente il modo giusto», argomenta la Meloni, rivolgendosi al premier, «di procedere, presidente Conte: se lei vuole guardare in faccia gli italiani e non vuole lavorare con il favore delle tenebre, venga in Aula e accetti un voto parlamentare».
«Io sostengo», sottolinea il leader della Lega, Matteo Salvini, «esattamente quello che sostengono ministri e parlamentari M5s e quello che sostengono centinaia di economisti. Conte ha detto non useremo il Mes. Bene, contiamo che mantenga fede alle sue parole. La cosa strana è che in capigruppo abbiamo chiesto che il Parlamento voti ma ci dicono di no. Se nessuno ha niente da nascondere», evidenzia Salvini, «non vedo perché negare il diritto di voto del Parlamento, è una lesione della democrazia. L'importante è che prima del 23 ci consentano di esprimerci. Poi possono anche vincere i favorevoli al Mes, che per ottenere poco oggi impegnano il lavoro dei nostri figli domani. Ma ci facciano votare. Se passerà il documento della maggioranza va bene così. È democrazia, ma, ripeto», conclude Salvini, «ci facciano votare».
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Lo scontro nel governo mette a rischio il premier, che si rifugia nell'ennesima giravolta: da «No» a «Vedremo». Il Cav scalpita.I giallorossi sono peggio di Nicolas Maduro: Salvastati, Parlamento imbavagliato. Giuseppe Conte si presenterà in Aula per riferire sul Consiglio europeo del 23 aprile, ma per paura di brutte sorprese non ci saranno votazioni. Il grillino Federico D'Incà lo difende: «Il meeting è informale». Una balla che viola la legge.Lo speciale comprende due articoli. Il premier Conti (così lo ha chiamato Silvio Berlusconi), abbassa la cresta, anzi il ciuffo. Di fronte alla spaccatura dei giallorossi sul Mes, e alla probabile esplosione del M5s, con Forza Italia pronta a entrare a maggioranza, Conte cerca di gettare acqua sul fuoco delle polemiche tra Pd e M5s. «Sul Mes», dice Conte, «sta lievitando un dibattito che rischia di dividere l'intera Italia secondo opposte tifoserie e rigide contrapposizioni. Se vi saranno condizionalità o meno», aggiunge Conte, «lo giudicheremo alla fine, solo allora potremo valutare se questa nuova linea di credito pone condizioni, quali condizioni pone, e solo allora potremo discutere se quel regolamento è conforme al nostro interesse nazionale. E questa discussione dovrà avvenire in modo pubblico e trasparente, dinanzi al parlamento, al quale spetterà l'ultima parola. Discutere adesso se vi saranno o meno altre condizioni oltre a quelle delle spese sanitarie e valutare adesso se all'Italia converrà o meno attivare questa nuova linea di credito», sottolinea il premier, «significa logorarsi in un dibattito meramente astratto e schematico». Altro che dibattito astratto: sul Mes, tra Pd e M5s volano stracci, mentre Forza Italia si mette alla finestra dicendo «sì» all'utilizzo del fondo e preparandosi all'eventuale approdo al governo, se i pentastellati dovessero spaccarsi definitivamente. «Rispetto al Mes la posizione di Renzi (favorevole, ndr) non mi stupisce», dice al Fatto Quotidiano il reggente del M5s, Vito Crimi, «lui non mi stupisce mai. Invece mi stupiscono le parole del Pd, perché mettono in discussione la linea del governo e del presidente del Consiglio Conte, che ha espresso la necessità di altri strumenti contro la crisi. Un atteggiamento sbagliato quello del Pd, che sta smentendo il premier». «No, non si mette in discussione nulla», replica il capogruppo dem alla camera, Graziano Delrio, a Radio anch'io, «abbiamo solo detto che se non ci sono condizioni capestro il nostro Paese deve utilizzare tutte le risorse, non capisco perché non utilizzare il fondo se c'è bisogno. Non buttiamo a mare la disponibilità di miliardi per la sanità pubblica». Il sottosegretario grillino agli Esteri, Manlio Di Stefano, azzanna il capogruppo dem: «Delrio ha ammesso candidamente», dice Di Stefano, «di non sapere nulla sul tema ma comunque, alla cieca, si è lanciato contro la linea sul Mes del governo e del presidente Conte. La verità è che le condizionalità del Mes esistono e il fatto che siano light non cambia la sostanza». «Il Mes», sottolinea il viceministro M5s allo Sviluppo economico, Stefano Buffagni, «non sono soldi regalati, ci impone dei limiti che dovrà pagare pure mio figlio fra 30 anni». «Abbiamo sempre giocato da squadra», incalza il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «ora ci troviamo in uno dei momenti più delicati della nostra storia, ed è bene che si torni a giocare da squadra». Maretta anche nel centrodestra: «Il Mes», scrive Berlusconi in un intervento su Il Giornale, «non va demonizzato. Non c'è nulla di sbagliato, in linea di principio, nel fatto che i Paesi ad economia più solida chiedano garanzie rafforzate per finanziare Paesi più a rischio». «Ho letto le dichiarazioni di Berlusconi», replica Matteo Salvini, «che erano l'esatta fotocopia di quelli di Prodi e Zingaretti, e mi è dispiaciuto». La permanenza di Conte a palazzo Chigi dipende dal Recovery fund: se il 23 aprile sarà approvato dal Consiglio europeo, il premier avrà ancora un po' di ossigeno. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-partito-unico-del-mes-fa-calare-subito-le-braghe-a-giuseppi-2645726950.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-giallorossi-sono-peggio-di-maduro-salvastati-parlamento-imbavagliato" data-post-id="2645726950" data-published-at="1586977865" data-use-pagination="False"> I giallorossi sono peggio di Maduro: Salvastati, Parlamento imbavagliato C'era una volta il Parlamento, c'era una volta la democrazia. Il regime «commissariale», quello degli insulti all'opposizione a reti unificate, delle decisioni prese solo e soltanto consultando esperti di fiducia, del completo annichilimento delle aule parlamentari, ridotte a un afono bivacco, per Giuseppe Conte non è più, o non è soltanto, una pulsione da dittatore da operetta, ma l'ultima trincea di un caporale rimasto senza truppe. Il governo infatti sul Mes «sanitario» non ha più una maggioranza: Pd e M5s, sulla questione, sono ormai ai ferri corti. I grillini non ne vogliono sapere, i dem invece, inginocchiati all'Europa, non vedono l'ora di infilare il collo degli italiani nel cappio. La coalizione è in frantumi. Il rischio che una risoluzione «no Mes» venga approvata con i voti di M5s, Lega e Fratelli d'Italia è concreto: il presidente del Consiglio, un minuto dopo, dovrebbe andare a dimettersi al Quirinale, anche se arrivasse il soccorso numerico di Forza Italia. E che fa, allora, Conte? Scappa, evita il voto. Una deriva tristissima quanto pericolosa, che dovrebbe convincere il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a intervenire con decisione. La giornata di ieri resterà nella storia della Repubblica italiana come una delle pagine più nere in assoluto. In mattinata, si riunisce la conferenza dei capigruppo della Camera. Il capogruppo di Fdi, Francesco Lollobrigida, e quello della Lega, Riccardo Molinari, chiedono, che Conte riferisca in vista del Consiglio europeo del prossimo 23 aprile, quello che deciderà il futuro del nostro paese e di tutta Europa. Accade l'incredibile: la maggioranza fissa per il 21 aprile l'appuntamento con Conte in aula, ma non per le comunicazioni, come accade di consueto, ma per una semplice «informativa». La differenza è abissale, la stessa che passa tra una vera democrazia e l'Italia al tempo di Conte: le comunicazioni prevedono che al termine vengano votate le risoluzioni; l'informativa no, nessun voto, solo un monologo del premier che si sente Napoleone. Lollobrigida e Molinari insorgono: il governo, rappresentato dal ministro per i Rapporti con il parlamento, Federico D'Incà, del M5s, si difende affermando che trattandosi di un Consiglio europeo informale, Conte non è tenuto a rendere comunicazioni, ma che basta una informativa. Il presidente della camera, Roberto Fico, chiama in causa i capigruppo: Pd, M5s e Leu si esprimono contro le comunicazioni e a favore dell'informativa, mentre il centrodestra sostiene la posizione opposta. Il comportamento dei grillini è da psichiatria politica: non vogliono il Mes, ma si schierano contro la richiesta di un voto. La paura di perdere la poltrona è più forte di qualunque altro ragionamento. La scelta dei giallorossi va anche contro una legge dello stato, la 234 del 24 dicembre 2012, sulle «Norme generali sulla partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea». L'articolo 5, «Consultazione delle Camere su accordi in materia finanziaria o monetaria», al comma 2 recita testualmente: «Il governo assicura che la posizione rappresentata dall'Italia nella fase di negoziazione degli accordi tenga conto degli atti di indirizzo adottati dalle Camere». L'escamotage del «Consiglio informale» appare debole per giustificare la mancata possibilità per l'aula di esprimere atti di indirizzo. Non solo: il 24 aprile, il giorno dopo il Consiglio europeo, è previsto il voto della Camera sullo scostamento di bilancio. Fratelli d'Italia e Lega attaccano. «Dopo aver detto», dice Giorgia Meloni in un video pubblicato su Facebook, «in una specie di conferenza stampa a reti unificate, che il governo italiano non lavora con il favore delle tenebre, che guarda in faccia il popolo italiano e che sul Mes guarderà in faccia il popolo italiano, Giuseppe Conte decide di venire in aula ma di non accettare un voto parlamentare prima di andare al Consiglio europeo che dovrà decidere cosa il presidente Conte debba dire sul Mes, sugli eurobond e sugli strumenti europei a fronte della crisi sul coronavirus. Non è esattamente il modo giusto», argomenta la Meloni, rivolgendosi al premier, «di procedere, presidente Conte: se lei vuole guardare in faccia gli italiani e non vuole lavorare con il favore delle tenebre, venga in Aula e accetti un voto parlamentare». «Io sostengo», sottolinea il leader della Lega, Matteo Salvini, «esattamente quello che sostengono ministri e parlamentari M5s e quello che sostengono centinaia di economisti. Conte ha detto non useremo il Mes. Bene, contiamo che mantenga fede alle sue parole. La cosa strana è che in capigruppo abbiamo chiesto che il Parlamento voti ma ci dicono di no. Se nessuno ha niente da nascondere», evidenzia Salvini, «non vedo perché negare il diritto di voto del Parlamento, è una lesione della democrazia. L'importante è che prima del 23 ci consentano di esprimerci. Poi possono anche vincere i favorevoli al Mes, che per ottenere poco oggi impegnano il lavoro dei nostri figli domani. Ma ci facciano votare. Se passerà il documento della maggioranza va bene così. È democrazia, ma, ripeto», conclude Salvini, «ci facciano votare».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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