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2020-04-16
Il partito unico del Mes fa calare subito le braghe a Giuseppi
Federico D'Incà (Ansa)
Il premier Conti (così lo ha chiamato Silvio Berlusconi), abbassa la cresta, anzi il ciuffo. Di fronte alla spaccatura dei giallorossi sul Mes, e alla probabile esplosione del M5s, con Forza Italia pronta a entrare a maggioranza, Conte cerca di gettare acqua sul fuoco delle polemiche tra Pd e M5s. «Sul Mes», dice Conte, «sta lievitando un dibattito che rischia di dividere l'intera Italia secondo opposte tifoserie e rigide contrapposizioni. Se vi saranno condizionalità o meno», aggiunge Conte, «lo giudicheremo alla fine, solo allora potremo valutare se questa nuova linea di credito pone condizioni, quali condizioni pone, e solo allora potremo discutere se quel regolamento è conforme al nostro interesse nazionale. E questa discussione dovrà avvenire in modo pubblico e trasparente, dinanzi al parlamento, al quale spetterà l'ultima parola. Discutere adesso se vi saranno o meno altre condizioni oltre a quelle delle spese sanitarie e valutare adesso se all'Italia converrà o meno attivare questa nuova linea di credito», sottolinea il premier, «significa logorarsi in un dibattito meramente astratto e schematico». Altro che dibattito astratto: sul Mes, tra Pd e M5s volano stracci, mentre Forza Italia si mette alla finestra dicendo «sì» all'utilizzo del fondo e preparandosi all'eventuale approdo al governo, se i pentastellati dovessero spaccarsi definitivamente. «Rispetto al Mes la posizione di Renzi (favorevole, ndr) non mi stupisce», dice al Fatto Quotidiano il reggente del M5s, Vito Crimi, «lui non mi stupisce mai. Invece mi stupiscono le parole del Pd, perché mettono in discussione la linea del governo e del presidente del Consiglio Conte, che ha espresso la necessità di altri strumenti contro la crisi. Un atteggiamento sbagliato quello del Pd, che sta smentendo il premier». «No, non si mette in discussione nulla», replica il capogruppo dem alla camera, Graziano Delrio, a Radio anch'io, «abbiamo solo detto che se non ci sono condizioni capestro il nostro Paese deve utilizzare tutte le risorse, non capisco perché non utilizzare il fondo se c'è bisogno. Non buttiamo a mare la disponibilità di miliardi per la sanità pubblica». Il sottosegretario grillino agli Esteri, Manlio Di Stefano, azzanna il capogruppo dem: «Delrio ha ammesso candidamente», dice Di Stefano, «di non sapere nulla sul tema ma comunque, alla cieca, si è lanciato contro la linea sul Mes del governo e del presidente Conte. La verità è che le condizionalità del Mes esistono e il fatto che siano light non cambia la sostanza». «Il Mes», sottolinea il viceministro M5s allo Sviluppo economico, Stefano Buffagni, «non sono soldi regalati, ci impone dei limiti che dovrà pagare pure mio figlio fra 30 anni». «Abbiamo sempre giocato da squadra», incalza il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «ora ci troviamo in uno dei momenti più delicati della nostra storia, ed è bene che si torni a giocare da squadra». Maretta anche nel centrodestra: «Il Mes», scrive Berlusconi in un intervento su Il Giornale, «non va demonizzato. Non c'è nulla di sbagliato, in linea di principio, nel fatto che i Paesi ad economia più solida chiedano garanzie rafforzate per finanziare Paesi più a rischio». «Ho letto le dichiarazioni di Berlusconi», replica Matteo Salvini, «che erano l'esatta fotocopia di quelli di Prodi e Zingaretti, e mi è dispiaciuto». La permanenza di Conte a palazzo Chigi dipende dal Recovery fund: se il 23 aprile sarà approvato dal Consiglio europeo, il premier avrà ancora un po' di ossigeno.
I giallorossi sono peggio di Maduro: Salvastati, Parlamento imbavagliato
C'era una volta il Parlamento, c'era una volta la democrazia. Il regime «commissariale», quello degli insulti all'opposizione a reti unificate, delle decisioni prese solo e soltanto consultando esperti di fiducia, del completo annichilimento delle aule parlamentari, ridotte a un afono bivacco, per Giuseppe Conte non è più, o non è soltanto, una pulsione da dittatore da operetta, ma l'ultima trincea di un caporale rimasto senza truppe. Il governo infatti sul Mes «sanitario» non ha più una maggioranza: Pd e M5s, sulla questione, sono ormai ai ferri corti. I grillini non ne vogliono sapere, i dem invece, inginocchiati all'Europa, non vedono l'ora di infilare il collo degli italiani nel cappio. La coalizione è in frantumi. Il rischio che una risoluzione «no Mes» venga approvata con i voti di M5s, Lega e Fratelli d'Italia è concreto: il presidente del Consiglio, un minuto dopo, dovrebbe andare a dimettersi al Quirinale, anche se arrivasse il soccorso numerico di Forza Italia. E che fa, allora, Conte? Scappa, evita il voto. Una deriva tristissima quanto pericolosa, che dovrebbe convincere il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a intervenire con decisione.
La giornata di ieri resterà nella storia della Repubblica italiana come una delle pagine più nere in assoluto. In mattinata, si riunisce la conferenza dei capigruppo della Camera. Il capogruppo di Fdi, Francesco Lollobrigida, e quello della Lega, Riccardo Molinari, chiedono, che Conte riferisca in vista del Consiglio europeo del prossimo 23 aprile, quello che deciderà il futuro del nostro paese e di tutta Europa. Accade l'incredibile: la maggioranza fissa per il 21 aprile l'appuntamento con Conte in aula, ma non per le comunicazioni, come accade di consueto, ma per una semplice «informativa». La differenza è abissale, la stessa che passa tra una vera democrazia e l'Italia al tempo di Conte: le comunicazioni prevedono che al termine vengano votate le risoluzioni; l'informativa no, nessun voto, solo un monologo del premier che si sente Napoleone. Lollobrigida e Molinari insorgono: il governo, rappresentato dal ministro per i Rapporti con il parlamento, Federico D'Incà, del M5s, si difende affermando che trattandosi di un Consiglio europeo informale, Conte non è tenuto a rendere comunicazioni, ma che basta una informativa. Il presidente della camera, Roberto Fico, chiama in causa i capigruppo: Pd, M5s e Leu si esprimono contro le comunicazioni e a favore dell'informativa, mentre il centrodestra sostiene la posizione opposta. Il comportamento dei grillini è da psichiatria politica: non vogliono il Mes, ma si schierano contro la richiesta di un voto. La paura di perdere la poltrona è più forte di qualunque altro ragionamento.
La scelta dei giallorossi va anche contro una legge dello stato, la 234 del 24 dicembre 2012, sulle «Norme generali sulla partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea». L'articolo 5, «Consultazione delle Camere su accordi in materia finanziaria o monetaria», al comma 2 recita testualmente: «Il governo assicura che la posizione rappresentata dall'Italia nella fase di negoziazione degli accordi tenga conto degli atti di indirizzo adottati dalle Camere». L'escamotage del «Consiglio informale» appare debole per giustificare la mancata possibilità per l'aula di esprimere atti di indirizzo. Non solo: il 24 aprile, il giorno dopo il Consiglio europeo, è previsto il voto della Camera sullo scostamento di bilancio.
Fratelli d'Italia e Lega attaccano. «Dopo aver detto», dice Giorgia Meloni in un video pubblicato su Facebook, «in una specie di conferenza stampa a reti unificate, che il governo italiano non lavora con il favore delle tenebre, che guarda in faccia il popolo italiano e che sul Mes guarderà in faccia il popolo italiano, Giuseppe Conte decide di venire in aula ma di non accettare un voto parlamentare prima di andare al Consiglio europeo che dovrà decidere cosa il presidente Conte debba dire sul Mes, sugli eurobond e sugli strumenti europei a fronte della crisi sul coronavirus. Non è esattamente il modo giusto», argomenta la Meloni, rivolgendosi al premier, «di procedere, presidente Conte: se lei vuole guardare in faccia gli italiani e non vuole lavorare con il favore delle tenebre, venga in Aula e accetti un voto parlamentare».
«Io sostengo», sottolinea il leader della Lega, Matteo Salvini, «esattamente quello che sostengono ministri e parlamentari M5s e quello che sostengono centinaia di economisti. Conte ha detto non useremo il Mes. Bene, contiamo che mantenga fede alle sue parole. La cosa strana è che in capigruppo abbiamo chiesto che il Parlamento voti ma ci dicono di no. Se nessuno ha niente da nascondere», evidenzia Salvini, «non vedo perché negare il diritto di voto del Parlamento, è una lesione della democrazia. L'importante è che prima del 23 ci consentano di esprimerci. Poi possono anche vincere i favorevoli al Mes, che per ottenere poco oggi impegnano il lavoro dei nostri figli domani. Ma ci facciano votare. Se passerà il documento della maggioranza va bene così. È democrazia, ma, ripeto», conclude Salvini, «ci facciano votare».
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Lo scontro nel governo mette a rischio il premier, che si rifugia nell'ennesima giravolta: da «No» a «Vedremo». Il Cav scalpita.I giallorossi sono peggio di Nicolas Maduro: Salvastati, Parlamento imbavagliato. Giuseppe Conte si presenterà in Aula per riferire sul Consiglio europeo del 23 aprile, ma per paura di brutte sorprese non ci saranno votazioni. Il grillino Federico D'Incà lo difende: «Il meeting è informale». Una balla che viola la legge.Lo speciale comprende due articoli. Il premier Conti (così lo ha chiamato Silvio Berlusconi), abbassa la cresta, anzi il ciuffo. Di fronte alla spaccatura dei giallorossi sul Mes, e alla probabile esplosione del M5s, con Forza Italia pronta a entrare a maggioranza, Conte cerca di gettare acqua sul fuoco delle polemiche tra Pd e M5s. «Sul Mes», dice Conte, «sta lievitando un dibattito che rischia di dividere l'intera Italia secondo opposte tifoserie e rigide contrapposizioni. Se vi saranno condizionalità o meno», aggiunge Conte, «lo giudicheremo alla fine, solo allora potremo valutare se questa nuova linea di credito pone condizioni, quali condizioni pone, e solo allora potremo discutere se quel regolamento è conforme al nostro interesse nazionale. E questa discussione dovrà avvenire in modo pubblico e trasparente, dinanzi al parlamento, al quale spetterà l'ultima parola. Discutere adesso se vi saranno o meno altre condizioni oltre a quelle delle spese sanitarie e valutare adesso se all'Italia converrà o meno attivare questa nuova linea di credito», sottolinea il premier, «significa logorarsi in un dibattito meramente astratto e schematico». Altro che dibattito astratto: sul Mes, tra Pd e M5s volano stracci, mentre Forza Italia si mette alla finestra dicendo «sì» all'utilizzo del fondo e preparandosi all'eventuale approdo al governo, se i pentastellati dovessero spaccarsi definitivamente. «Rispetto al Mes la posizione di Renzi (favorevole, ndr) non mi stupisce», dice al Fatto Quotidiano il reggente del M5s, Vito Crimi, «lui non mi stupisce mai. Invece mi stupiscono le parole del Pd, perché mettono in discussione la linea del governo e del presidente del Consiglio Conte, che ha espresso la necessità di altri strumenti contro la crisi. Un atteggiamento sbagliato quello del Pd, che sta smentendo il premier». «No, non si mette in discussione nulla», replica il capogruppo dem alla camera, Graziano Delrio, a Radio anch'io, «abbiamo solo detto che se non ci sono condizioni capestro il nostro Paese deve utilizzare tutte le risorse, non capisco perché non utilizzare il fondo se c'è bisogno. Non buttiamo a mare la disponibilità di miliardi per la sanità pubblica». Il sottosegretario grillino agli Esteri, Manlio Di Stefano, azzanna il capogruppo dem: «Delrio ha ammesso candidamente», dice Di Stefano, «di non sapere nulla sul tema ma comunque, alla cieca, si è lanciato contro la linea sul Mes del governo e del presidente Conte. La verità è che le condizionalità del Mes esistono e il fatto che siano light non cambia la sostanza». «Il Mes», sottolinea il viceministro M5s allo Sviluppo economico, Stefano Buffagni, «non sono soldi regalati, ci impone dei limiti che dovrà pagare pure mio figlio fra 30 anni». «Abbiamo sempre giocato da squadra», incalza il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «ora ci troviamo in uno dei momenti più delicati della nostra storia, ed è bene che si torni a giocare da squadra». Maretta anche nel centrodestra: «Il Mes», scrive Berlusconi in un intervento su Il Giornale, «non va demonizzato. Non c'è nulla di sbagliato, in linea di principio, nel fatto che i Paesi ad economia più solida chiedano garanzie rafforzate per finanziare Paesi più a rischio». «Ho letto le dichiarazioni di Berlusconi», replica Matteo Salvini, «che erano l'esatta fotocopia di quelli di Prodi e Zingaretti, e mi è dispiaciuto». La permanenza di Conte a palazzo Chigi dipende dal Recovery fund: se il 23 aprile sarà approvato dal Consiglio europeo, il premier avrà ancora un po' di ossigeno. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-partito-unico-del-mes-fa-calare-subito-le-braghe-a-giuseppi-2645726950.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-giallorossi-sono-peggio-di-maduro-salvastati-parlamento-imbavagliato" data-post-id="2645726950" data-published-at="1586977865" data-use-pagination="False"> I giallorossi sono peggio di Maduro: Salvastati, Parlamento imbavagliato C'era una volta il Parlamento, c'era una volta la democrazia. Il regime «commissariale», quello degli insulti all'opposizione a reti unificate, delle decisioni prese solo e soltanto consultando esperti di fiducia, del completo annichilimento delle aule parlamentari, ridotte a un afono bivacco, per Giuseppe Conte non è più, o non è soltanto, una pulsione da dittatore da operetta, ma l'ultima trincea di un caporale rimasto senza truppe. Il governo infatti sul Mes «sanitario» non ha più una maggioranza: Pd e M5s, sulla questione, sono ormai ai ferri corti. I grillini non ne vogliono sapere, i dem invece, inginocchiati all'Europa, non vedono l'ora di infilare il collo degli italiani nel cappio. La coalizione è in frantumi. Il rischio che una risoluzione «no Mes» venga approvata con i voti di M5s, Lega e Fratelli d'Italia è concreto: il presidente del Consiglio, un minuto dopo, dovrebbe andare a dimettersi al Quirinale, anche se arrivasse il soccorso numerico di Forza Italia. E che fa, allora, Conte? Scappa, evita il voto. Una deriva tristissima quanto pericolosa, che dovrebbe convincere il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a intervenire con decisione. La giornata di ieri resterà nella storia della Repubblica italiana come una delle pagine più nere in assoluto. In mattinata, si riunisce la conferenza dei capigruppo della Camera. Il capogruppo di Fdi, Francesco Lollobrigida, e quello della Lega, Riccardo Molinari, chiedono, che Conte riferisca in vista del Consiglio europeo del prossimo 23 aprile, quello che deciderà il futuro del nostro paese e di tutta Europa. Accade l'incredibile: la maggioranza fissa per il 21 aprile l'appuntamento con Conte in aula, ma non per le comunicazioni, come accade di consueto, ma per una semplice «informativa». La differenza è abissale, la stessa che passa tra una vera democrazia e l'Italia al tempo di Conte: le comunicazioni prevedono che al termine vengano votate le risoluzioni; l'informativa no, nessun voto, solo un monologo del premier che si sente Napoleone. Lollobrigida e Molinari insorgono: il governo, rappresentato dal ministro per i Rapporti con il parlamento, Federico D'Incà, del M5s, si difende affermando che trattandosi di un Consiglio europeo informale, Conte non è tenuto a rendere comunicazioni, ma che basta una informativa. Il presidente della camera, Roberto Fico, chiama in causa i capigruppo: Pd, M5s e Leu si esprimono contro le comunicazioni e a favore dell'informativa, mentre il centrodestra sostiene la posizione opposta. Il comportamento dei grillini è da psichiatria politica: non vogliono il Mes, ma si schierano contro la richiesta di un voto. La paura di perdere la poltrona è più forte di qualunque altro ragionamento. La scelta dei giallorossi va anche contro una legge dello stato, la 234 del 24 dicembre 2012, sulle «Norme generali sulla partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea». L'articolo 5, «Consultazione delle Camere su accordi in materia finanziaria o monetaria», al comma 2 recita testualmente: «Il governo assicura che la posizione rappresentata dall'Italia nella fase di negoziazione degli accordi tenga conto degli atti di indirizzo adottati dalle Camere». L'escamotage del «Consiglio informale» appare debole per giustificare la mancata possibilità per l'aula di esprimere atti di indirizzo. Non solo: il 24 aprile, il giorno dopo il Consiglio europeo, è previsto il voto della Camera sullo scostamento di bilancio. Fratelli d'Italia e Lega attaccano. «Dopo aver detto», dice Giorgia Meloni in un video pubblicato su Facebook, «in una specie di conferenza stampa a reti unificate, che il governo italiano non lavora con il favore delle tenebre, che guarda in faccia il popolo italiano e che sul Mes guarderà in faccia il popolo italiano, Giuseppe Conte decide di venire in aula ma di non accettare un voto parlamentare prima di andare al Consiglio europeo che dovrà decidere cosa il presidente Conte debba dire sul Mes, sugli eurobond e sugli strumenti europei a fronte della crisi sul coronavirus. Non è esattamente il modo giusto», argomenta la Meloni, rivolgendosi al premier, «di procedere, presidente Conte: se lei vuole guardare in faccia gli italiani e non vuole lavorare con il favore delle tenebre, venga in Aula e accetti un voto parlamentare». «Io sostengo», sottolinea il leader della Lega, Matteo Salvini, «esattamente quello che sostengono ministri e parlamentari M5s e quello che sostengono centinaia di economisti. Conte ha detto non useremo il Mes. Bene, contiamo che mantenga fede alle sue parole. La cosa strana è che in capigruppo abbiamo chiesto che il Parlamento voti ma ci dicono di no. Se nessuno ha niente da nascondere», evidenzia Salvini, «non vedo perché negare il diritto di voto del Parlamento, è una lesione della democrazia. L'importante è che prima del 23 ci consentano di esprimerci. Poi possono anche vincere i favorevoli al Mes, che per ottenere poco oggi impegnano il lavoro dei nostri figli domani. Ma ci facciano votare. Se passerà il documento della maggioranza va bene così. È democrazia, ma, ripeto», conclude Salvini, «ci facciano votare».
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
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