True
2018-06-22
Il Papa riapre il giallo dei dubia: «Li ho scoperti grazie ai giornali»
ANSA
L'ennesima intervista del Papa ha scatenato tantissimi organi di stampa soprattutto sul tema dell'immigrazione contro l'amministrazione Trump, ma dal Vaticano filtrano commenti amari anche su altri temi affrontati da Francesco con il giornalista Philip Pullella dell'agenzia Reuters.
Uno dei passaggi che desta maggiori perplessità è quello sui famosi dubia presentati nel 2016 da quattro cardinali - Raymond Burke, Walter Brandmüller, e gli oggi defunti Carlo Caffarra e Joachim Meisner - in merito ad alcune interpretazioni dell'esortazione Amoris laetitia, frutto del lungo cammino sinodale sulla famiglia.
Secondo la ricostruzione dell'intervista pubblicata dalla Reuters, Francesco avrebbe dichiarato di aver «sentito parlare di questa lettera dai giornali… un modo di fare le cose che è, diciamo, non ecclesiale, ma facciamo tutti degli errori». Come ha rilevato il vaticanista statunitense Edward Pentin in un tweet, questa dichiarazione contrasta con il fatto che il Papa avrebbe ricevuto la lettera con i dubia personalmente e ben due mesi prima che i cardinali decidessero di rendere pubbliche le loro domande. Peraltro, aggiunge ancora Pentin, la pubblicazione dei dubia a mezzo stampa sarebbe avvenuta dopo che Francesco avrebbe istruito il cardinale Gerhard Müller, allora prefetto all'ex Sant'Ufficio, di non rispondere a queste domande, visto che per competenza erano state inviate anche alla congregazione per la Dottrina della fede. È «forse un caso di scarsa memoria», si chiede il vaticanista?
La maliziosa domanda di Pentin genera qualche dubbio anche fra compassati monsignori, perché gli stessi quattro cardinali dei dubia, quando li resero pubblici, dichiararono apertamente di averli inviati al Papa due mesi prima, «ma non essendoci stata risposta, questo eccezionale documento viene reso pubblico così che possa continuare la riflessione sui problemi sollevati». Riflessione poi stoppata anche dal fatto che Francesco non ha mai ricevuto, nemmeno in udienza privata, le quattro porpore.
Il cardinale statunitense Burke ha dichiarato ieri al sito americano Lifesitenews.com che «il defunto cardinale Carlo Caffarra consegnò di persona la lettera contenente i dubia alla residenza del Papa e, allo stesso tempo, alla Congregazione per la dottrina della fede, il 19 settembre 2016, così come consegnò anche la successiva corrispondenza dei quattro cardinali riguardante i dubia». Una testimonianza diretta che conferma le perplessità che serpeggiano sulle dichiarazioni del Papa rilasciate a Pullella. Per questo lo stesso Burke dice che «se la domanda del giornalista (della Reuters, nda) si riferisce alla presentazione formale dei dubia o alle domande riguardanti Amoris laetitia del cardinale Walter Brandmüller, i defunti cardinali Carlo Caffarra e Joachim Meisner, e me stesso, allora papa Francesco non deve averlo capito».
Il resoconto di Pullella aggiunge che il Papa prende a prestito l'immagine del fiume che scorre per rappresentare la Chiesa, dove appunto si lascia spazio a visioni diverse. E avrebbe così sottolineato che «dobbiamo essere rispettosi e tolleranti, e se qualcuno è nel fiume, andiamo avanti», così da far pensare che in fondo tutto scorre e qualcuno potrebbe pensare, come dice un antico e conosciuto proverbio cinese, «siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico».
A proposito dei rapporti fra Cina e Vaticano, il cui accordo dato ormai per prossimo pare bloccato per volontà del governo cinese, il Papa ha detto alla Reuters che le preoccupazioni del cardinale Joseph Zen sono forse dovute alla paura e, ha aggiunto: «anche l'età forse influisce un po'. È un uomo buono. È venuto a parlare con me, l'ho ricevuto, ma è un po' spaventato. Il dialogo è un rischio, ma preferisco il rischio che non la sconfitta sicura di non dialogare». Il fatto che sull'accordo con la Cina, dice Francesco, «siamo a buon punto» è un'altra delle questioni sollevate nell'intervista che genera mugugni qua e là nella Chiesa, dove molti pensano che l'accordo sia un sostanziale cedimento sulla questione cruciale della nomina dei vescovi.
D'altra parte Francesco è uomo per cui il dialogo è valore irrinunciabile, come ha dimostrato anche nel viaggio intrapreso ieri a Ginevra in occasione del settantesimo anniversario della fondazione del Consiglio ecumenico delle Chiese, organismo di cui la Chiesa cattolica non fa parte come membro, ma con il quale collabora da anni. Essere «del Signore prima che di destra o di sinistra, scegliere in nome del Vangelo il fratello anziché sé stessi», ha detto il Papa, «significa spesso, agli occhi del mondo, lavorare in perdita. Non abbiamo paura di lavorare in perdita. L'ecumenismo è una grande impresa in perdita. Ma si tratta di perdita evangelica». Il dialogo è la via tracciata per l'unità, la riconciliazione delle diversità secondo quell'idea poliedrica di Chiesa che Francesco ha ripetuto più volte. L'armonia superiore tra i diversi punti di vista delle chiese, ma anche nella Chiesa, come si vede nel caso dei dubia, secondo questo pensiero sarebbe garantita da una certa dialettica che dal vecchio conduce al nuovo e via di seguito. La dottrina non può arrestare questo processo, ciò che resta in mezzo al fiume non importa, «andiamo avanti», dice il Papa.
La Lagarde vicina a prendersi lo Ior?
Christine Lagarde ai vertici dello Ior? Papa Francesco non lo esclude affatto. Ieri, mentre si trovava sull'aereo per recarsi a Ginevra, ha difatti affermato che l'attuale responsabile del Fondo monetario internazionale potrebbe sedere nel nuovo board della Banca vaticana. «Siamo in trattative», ha detto ai giornalisti, sorridendo. L'idea si colloca nel più ampio discorso, molto caro all'attuale Pontefice, di una maggiore presenza femminile in seno alle istituzioni della Santa Sede. Intento in sé stesso anche lodevole. Se non fosse che Christine Lagarde risulti storicamente legata a quella destra neogollista che ha sempre fatto della difesa del capitalismo, del libero mercato e della finanza uno dei propri principali cavalli di battaglia (ricordiamo, del resto, che fu l'allora presidente francese, Nicolas Sarkozy, a sponsorizzarla per il Fondo monetario nel 2011). Un paradosso in effetti un po' stridente per un Pontefice che quel mondo finanziario ha sempre - talvolta anche giustamente - criticato.
Come che sia, il viaggio ginevrino del Papa si è configurato come un «pellegrinaggio ecumenico», con l'obiettivo di incrementare il dialogo religioso. Il Pontefice si è infatti recato nella città svizzera per incontrare il Consiglio ecumenico delle chiese (Wcc, World council of churches): un organismo che riunisce oltre 300 chiese cristiane di oltre 110 Paesi, del quale la Chiesa cattolica non fa parte, ma con cui collabora dal 1965. Un incontro ancora più significativo alla luce del fatto che Ginevra sia stata storicamente la patria del riformatore Giovanni Calvino. I cristiani debbono camminare verso «una meta precisa: l'unità. La strada contraria, quella della divisione, porta a guerre e distruzioni». «Il Signore ci chiede di imboccare continuamente la via della comunione, che conduce alla pace. La divisione, infatti, si oppone apertamente alla volontà di Cristo, ma è anche di scandalo al mondo». «Il Signore ci chiede unità; il mondo, dilaniato da troppe divisioni che colpiscono soprattutto i più deboli, invoca unità».
Questi, alcuni dei principali passaggi del discorso tenuto dal Pontefice nel corso della preghiera al World council of churches. «La credibilità del Vangelo è messa alla prova dal modo in cui i cristiani rispondono al grido di quanti, in ogni angolo della terra, sono ingiustamente vittime del tragico aumento di un'esclusione che, generando povertà, fomenta i conflitti», ha detto il Papa. «I deboli sono sempre più emarginati, senza pane, lavoro e futuro, mentre i ricchi sono sempre di meno e sempre più ricchi. Sentiamoci interpellati dal pianto di coloro che soffrono, e proviamo compassione, perché «il programma del cristiano», ha detto Francesco citando papa Benedetto XVI, «è un cuore che vede». «Vediamo ciò che è possibile fare concretamente, piuttosto che scoraggiarci per ciò che non lo è», ha inoltre aggiunto. «Ancora più triste è la convinzione di quanti ritengono i propri benefici puri segni di predilezione divina, anziché chiamata a servire responsabilmente la famiglia umana e a custodire il creato. Sull'amore per il prossimo, per ogni prossimo, il Signore, buon samaritano dell'umanità, ci interpellerà. Chiediamoci allora: che cosa possiamo fare insieme? Se un servizio è possibile, perché non progettarlo e compierlo insieme, cominciando a sperimentare una fraternità più intensa nell'esercizio della carità concreta?».
Povertà, fraternità, ecumenismo, quindi. Temi che, da sempre, stanno molto a cuore all'attività pastorale dell'attuale Pontefice. Nulla di nuovo sotto il sole dunque. Che cosa c'entri Christine Lagarde con tutto questo resta però un mistero.
Gianluca De Maio
Continua a leggereRiduci
L'intervista alla Reuters fa emergere diverse contraddizioni. Carlo Caffarra infatti li portò a Bergoglio prima della pubblicazione.Il Santo Padre, in pellegrinaggio ecumenico a Ginevra, apre all'ipotesi di affidare la banca vaticana a una donna. È la direttrice del Fmi, Christine Lagarde, paladina del capitalismo.Lo speciale contiene due articoli.L'ennesima intervista del Papa ha scatenato tantissimi organi di stampa soprattutto sul tema dell'immigrazione contro l'amministrazione Trump, ma dal Vaticano filtrano commenti amari anche su altri temi affrontati da Francesco con il giornalista Philip Pullella dell'agenzia Reuters.Uno dei passaggi che desta maggiori perplessità è quello sui famosi dubia presentati nel 2016 da quattro cardinali - Raymond Burke, Walter Brandmüller, e gli oggi defunti Carlo Caffarra e Joachim Meisner - in merito ad alcune interpretazioni dell'esortazione Amoris laetitia, frutto del lungo cammino sinodale sulla famiglia. Secondo la ricostruzione dell'intervista pubblicata dalla Reuters, Francesco avrebbe dichiarato di aver «sentito parlare di questa lettera dai giornali… un modo di fare le cose che è, diciamo, non ecclesiale, ma facciamo tutti degli errori». Come ha rilevato il vaticanista statunitense Edward Pentin in un tweet, questa dichiarazione contrasta con il fatto che il Papa avrebbe ricevuto la lettera con i dubia personalmente e ben due mesi prima che i cardinali decidessero di rendere pubbliche le loro domande. Peraltro, aggiunge ancora Pentin, la pubblicazione dei dubia a mezzo stampa sarebbe avvenuta dopo che Francesco avrebbe istruito il cardinale Gerhard Müller, allora prefetto all'ex Sant'Ufficio, di non rispondere a queste domande, visto che per competenza erano state inviate anche alla congregazione per la Dottrina della fede. È «forse un caso di scarsa memoria», si chiede il vaticanista?La maliziosa domanda di Pentin genera qualche dubbio anche fra compassati monsignori, perché gli stessi quattro cardinali dei dubia, quando li resero pubblici, dichiararono apertamente di averli inviati al Papa due mesi prima, «ma non essendoci stata risposta, questo eccezionale documento viene reso pubblico così che possa continuare la riflessione sui problemi sollevati». Riflessione poi stoppata anche dal fatto che Francesco non ha mai ricevuto, nemmeno in udienza privata, le quattro porpore.Il cardinale statunitense Burke ha dichiarato ieri al sito americano Lifesitenews.com che «il defunto cardinale Carlo Caffarra consegnò di persona la lettera contenente i dubia alla residenza del Papa e, allo stesso tempo, alla Congregazione per la dottrina della fede, il 19 settembre 2016, così come consegnò anche la successiva corrispondenza dei quattro cardinali riguardante i dubia». Una testimonianza diretta che conferma le perplessità che serpeggiano sulle dichiarazioni del Papa rilasciate a Pullella. Per questo lo stesso Burke dice che «se la domanda del giornalista (della Reuters, nda) si riferisce alla presentazione formale dei dubia o alle domande riguardanti Amoris laetitia del cardinale Walter Brandmüller, i defunti cardinali Carlo Caffarra e Joachim Meisner, e me stesso, allora papa Francesco non deve averlo capito». Il resoconto di Pullella aggiunge che il Papa prende a prestito l'immagine del fiume che scorre per rappresentare la Chiesa, dove appunto si lascia spazio a visioni diverse. E avrebbe così sottolineato che «dobbiamo essere rispettosi e tolleranti, e se qualcuno è nel fiume, andiamo avanti», così da far pensare che in fondo tutto scorre e qualcuno potrebbe pensare, come dice un antico e conosciuto proverbio cinese, «siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico». A proposito dei rapporti fra Cina e Vaticano, il cui accordo dato ormai per prossimo pare bloccato per volontà del governo cinese, il Papa ha detto alla Reuters che le preoccupazioni del cardinale Joseph Zen sono forse dovute alla paura e, ha aggiunto: «anche l'età forse influisce un po'. È un uomo buono. È venuto a parlare con me, l'ho ricevuto, ma è un po' spaventato. Il dialogo è un rischio, ma preferisco il rischio che non la sconfitta sicura di non dialogare». Il fatto che sull'accordo con la Cina, dice Francesco, «siamo a buon punto» è un'altra delle questioni sollevate nell'intervista che genera mugugni qua e là nella Chiesa, dove molti pensano che l'accordo sia un sostanziale cedimento sulla questione cruciale della nomina dei vescovi.D'altra parte Francesco è uomo per cui il dialogo è valore irrinunciabile, come ha dimostrato anche nel viaggio intrapreso ieri a Ginevra in occasione del settantesimo anniversario della fondazione del Consiglio ecumenico delle Chiese, organismo di cui la Chiesa cattolica non fa parte come membro, ma con il quale collabora da anni. Essere «del Signore prima che di destra o di sinistra, scegliere in nome del Vangelo il fratello anziché sé stessi», ha detto il Papa, «significa spesso, agli occhi del mondo, lavorare in perdita. Non abbiamo paura di lavorare in perdita. L'ecumenismo è una grande impresa in perdita. Ma si tratta di perdita evangelica». Il dialogo è la via tracciata per l'unità, la riconciliazione delle diversità secondo quell'idea poliedrica di Chiesa che Francesco ha ripetuto più volte. L'armonia superiore tra i diversi punti di vista delle chiese, ma anche nella Chiesa, come si vede nel caso dei dubia, secondo questo pensiero sarebbe garantita da una certa dialettica che dal vecchio conduce al nuovo e via di seguito. La dottrina non può arrestare questo processo, ciò che resta in mezzo al fiume non importa, «andiamo avanti», dice il Papa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-papa-riapre-il-giallo-dei-dubia-li-ho-scoperti-grazie-ai-giornali-2580097183.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-lagarde-vicina-a-prendersi-lo-ior" data-post-id="2580097183" data-published-at="1779617715" data-use-pagination="False"> La Lagarde vicina a prendersi lo Ior? Christine Lagarde ai vertici dello Ior? Papa Francesco non lo esclude affatto. Ieri, mentre si trovava sull'aereo per recarsi a Ginevra, ha difatti affermato che l'attuale responsabile del Fondo monetario internazionale potrebbe sedere nel nuovo board della Banca vaticana. «Siamo in trattative», ha detto ai giornalisti, sorridendo. L'idea si colloca nel più ampio discorso, molto caro all'attuale Pontefice, di una maggiore presenza femminile in seno alle istituzioni della Santa Sede. Intento in sé stesso anche lodevole. Se non fosse che Christine Lagarde risulti storicamente legata a quella destra neogollista che ha sempre fatto della difesa del capitalismo, del libero mercato e della finanza uno dei propri principali cavalli di battaglia (ricordiamo, del resto, che fu l'allora presidente francese, Nicolas Sarkozy, a sponsorizzarla per il Fondo monetario nel 2011). Un paradosso in effetti un po' stridente per un Pontefice che quel mondo finanziario ha sempre - talvolta anche giustamente - criticato. Come che sia, il viaggio ginevrino del Papa si è configurato come un «pellegrinaggio ecumenico», con l'obiettivo di incrementare il dialogo religioso. Il Pontefice si è infatti recato nella città svizzera per incontrare il Consiglio ecumenico delle chiese (Wcc, World council of churches): un organismo che riunisce oltre 300 chiese cristiane di oltre 110 Paesi, del quale la Chiesa cattolica non fa parte, ma con cui collabora dal 1965. Un incontro ancora più significativo alla luce del fatto che Ginevra sia stata storicamente la patria del riformatore Giovanni Calvino. I cristiani debbono camminare verso «una meta precisa: l'unità. La strada contraria, quella della divisione, porta a guerre e distruzioni». «Il Signore ci chiede di imboccare continuamente la via della comunione, che conduce alla pace. La divisione, infatti, si oppone apertamente alla volontà di Cristo, ma è anche di scandalo al mondo». «Il Signore ci chiede unità; il mondo, dilaniato da troppe divisioni che colpiscono soprattutto i più deboli, invoca unità». Questi, alcuni dei principali passaggi del discorso tenuto dal Pontefice nel corso della preghiera al World council of churches. «La credibilità del Vangelo è messa alla prova dal modo in cui i cristiani rispondono al grido di quanti, in ogni angolo della terra, sono ingiustamente vittime del tragico aumento di un'esclusione che, generando povertà, fomenta i conflitti», ha detto il Papa. «I deboli sono sempre più emarginati, senza pane, lavoro e futuro, mentre i ricchi sono sempre di meno e sempre più ricchi. Sentiamoci interpellati dal pianto di coloro che soffrono, e proviamo compassione, perché «il programma del cristiano», ha detto Francesco citando papa Benedetto XVI, «è un cuore che vede». «Vediamo ciò che è possibile fare concretamente, piuttosto che scoraggiarci per ciò che non lo è», ha inoltre aggiunto. «Ancora più triste è la convinzione di quanti ritengono i propri benefici puri segni di predilezione divina, anziché chiamata a servire responsabilmente la famiglia umana e a custodire il creato. Sull'amore per il prossimo, per ogni prossimo, il Signore, buon samaritano dell'umanità, ci interpellerà. Chiediamoci allora: che cosa possiamo fare insieme? Se un servizio è possibile, perché non progettarlo e compierlo insieme, cominciando a sperimentare una fraternità più intensa nell'esercizio della carità concreta?». Povertà, fraternità, ecumenismo, quindi. Temi che, da sempre, stanno molto a cuore all'attività pastorale dell'attuale Pontefice. Nulla di nuovo sotto il sole dunque. Che cosa c'entri Christine Lagarde con tutto questo resta però un mistero. Gianluca De Maio
Luca Ciriani (Ansa)
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».
Continua a leggereRiduci
Il Kennedy Space Center della Nasa a Titusville in Florida (Ansa)
Aziende private lanciano satelliti, gestiscono costellazioni e offrono servizi che un tempo erano appannaggio esclusivo dei governi. In particolare, aziende private - come Space X e Blue Origin - stanno abbattendo i costi di accesso allo Spazio, passando da sistemi di proprietà governativa a un mercato commerciale e competitivo.
In tutto questo, dove si colloca l’Europa? Riuscirà a mantenere un ruolo sostanziale senza dipendere da tecnologie prodotte altrove? Mentre procediamo verso quella che la Nasa ha definito la «seconda era spaziale», l’autonomia strategica diventa improvvisamente centrale per l’Ue. Ed è sempre più essenziale che l’Europa possa raggiungere, controllare e proteggere i propri sistemi spaziali, senza vincoli. Lo Spazio un tempo era principalmente legato alla scienza o al business, ma ora è una risorsa di fondamentale importanza per l’Ue. Quasi tutto - finanza, comunicazioni, trasporti, sicurezza - dipende dalla tecnologia spaziale. Ma c’è un problema: molti componenti e servizi cruciali provengono ancora da fuori Europa. Questo tipo di dipendenza non è sostenibile se si vuole esercitare una reale influenza globale, in un contesto dove chi controlla le infrastrutture detta legge. La governance spaziale europea è invece frammentata tra le istituzioni dell’Ue, l’Agenzia spaziale europea, i Paesi membri e le aziende. Anche i finanziamenti mostrano criticità: i bilanci europei sono (notevolmente) inferiori a quelli di Usa e Cina, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Inoltre, la cultura imprenditoriale europea è restia a farsi coinvolgere, dato che l’industria e le startup non godono della stessa propensione al rischio che troverebbero Oltreoceano. L’Europa deve ridurre al più presto la sua dipendenza, concentrandosi sullo sviluppo delle proprie catene di approvvigionamento per tecnologie come chip speciali, sistemi di propulsione avanzati, crittografia e infrastrutture di terra sicure. L’Europa dovrebbe inoltre incrementare gli sforzi della ricerca privata, soprattutto in settori come i sistemi di lancio riutilizzabili, i servizi in orbita e la sicurezza informatica dei satelliti. Tutto questo richiede investimenti: bisogna quindi creare strumenti finanziari che combinino fondi dell’Unione europea, nazionali e privati per aiutare le nuove aziende spaziali europee a crescere.
Un’opportunità emergente è quella dello Spazio cislunare. Parliamo della regione dello Spazio tra la Terra e la Luna, generalmente considerato poco più di un corridoio. Ma ora gli Usa ne hanno fatto un pivot di competizione strategica. Al momento, non esiste un piano per amministrare o difendere quella che sta diventando una delle aree spaziali più importanti. Gli attuali sistemi di controllo sono inadatti a monitorare le attività in questo sistema che si sta trasformando in un ambiente affollato da molteplici attori statali, commerciali e ibridi, con una vasta gamma di idee e obiettivi. Queste attività spaziano dalla ricerca, allo sviluppo e all’esplorazione, fino alla raccolta di informazioni di intelligence, alla trasmissione sicura di dati e a operazioni di prossimità ambigue che confondono il confine tra uso pacifico e militare.
La prospettiva di un conflitto nello Spazio cislunare non è più quindi puramente teorica, ma sempre più plausibile. I conflitti «terrestri» perdono di rilevanza, rispetto a questo nuovo scenario. E questo è uno dei messaggi in filigrana emersi dal recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. La scelta non è tra militarizzare lo Spazio o preservare un bene comune pacifico. L’unica scelta è tra amministrare deliberatamente lo Spazio cislunare o permettere ad altri di definire un proprio ordine. Per questo il nuovo amministratore Nasa, nel presentare ai primi di marzo Ignition - la nuova strategia Usa per lo Spazio - ha parlato della competizione in atto con il «vero rivale geopolitico» - la Cina - rimarcando che «la differenza tra successo e fallimento si misurerà in mesi, non in anni. Potremmo arrivare presto, ma la storia recente suggerisce che potremmo arrivare tardi». Uno degli elementi principali dei piani presentati a Ignition è stato il blocco del progetto del Lunar gateway (parte centrale del programma Artemis), delegandone l’eventuale costruzione e gestione ai privati, e orientandosi verso la costruzione di una base lunare, con tanto di centrale nucleare e strutture di deposito per i dati della Intelligenza artificiale. I partner internazionali sono stati colti alla sprovvista: lo smantellamento del Gateway significa incertezza sugli investimenti realizzati per Artemis, e molti elementi già progettati potrebbero non essere riutilizzabili per una base lunare.
A prescindere dal danno economico e dallo scompiglio generato, tutto questo deve portarci a interrogarci sul senso della collaborazione con gli Usa. Siamo partner o comprimari irrilevanti? Su tutto questo la politica tace o è assente. Qualcuno dovrebbe risvegliarla. La seconda era spaziale non aspetterà l’Europa. L’Europa deve decidere. Vuole essere leader o limitarsi a osservare da bordo campo? È ancora possibile permettersi di non avere una politica industriale spaziale ben definita e attentamente monitorata? Occorre apportare cambiamenti significativi e velocemente. L’Ue deve agire ora: deve investire in modo ambizioso, innovare con urgenza, governare in modo coeso e sviluppare capacità spaziali indipendenti e resilienti. L’opportunità per l’Europa di assumere un ruolo guida è aperta. Ma si sta chiudendo rapidamente.
di Mariano Bizzarri, Coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo Spazio
Continua a leggereRiduci
Ansa
Ieri il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha annunciato che droni dei servizi di sicurezza hanno raggiunto e colpito un importante impianto chimico russo, implicato in produzioni a scopo militare, situato a 1.700 km dal confine. È la Metafrax Chemicals di Gubakha, nella regione di Perm, presso la catena dei monti Urali. Ha detto il leader di Kiev: «Sono grato al Servizio di sicurezza dell’Ucraina per aver colpito una delle più importanti imprese militar-industriali della Russia. I prodotti della Metafrax Chemicals supportano dozzine di altre industrie militari russe inclusi quelli di equipaggiamento d’aviazione e droni, motori di missili ed esplosivi». L’attacco è avvenuto nella notte fra venerdì e sabato e ha causato la sospensione della produzione. L’impianto produce precursori di esplosivi e di carburanti di razzi, come ammoniaca, urea e melammina, e ha una capacità quotidiana di 900 tonnellate di ammoniaca e 1.600 tonnellate di urea.
La Metafrax era stata attaccata già lo scorso 17 febbraio e in quell’occasione erano stati impiegati droni An-196 Liutyi prodotti dalla celebre azienda aeronautica Antonov. Probabilmente è lo stesso drone usato anche per l’azione di ieri. È tra i mezzi più efficaci del servizio di sicurezza Sbu, il servizio segreto di Kiev che ha il monopolio degli attacchi in profondità. Lungo 4,4 metri e con apertura alare di 6,7 metri, il Liutyi è spinto da un motore a elica importato dalla Germania, un Hirth F-23 da 50 cavalli, e pesa al decollo 300 kg di cui fra 50 e 75 kg, a seconda della missione, spettanti alla testata esplosiva. Il suo raggio d’azione arriva fino a 2.000 km. Il sistema di guida s’avvale dell’intelligenza artificiale, un settore in cui l’Ucraina ha investito molto nell’ambito del suo piano di produzione di droni, ma anche della guida satellitare tipo Gps o Glonass. È solo uno degli ordigni che gli ucraini hanno sviluppato dal 2022 per portare la guerra nel cuore della Russia.
L’Sbu ha colpito una volta di più Mosca, domenica, utilizzando altri due tipi di droni, il Fire Point FP-1 e l’RS-1 Bars, più un terzo tipo di cui si sa ancora poco, il Bars-SM Gladiator. Giovedì è stata centrata la sede del servizio segreto russo Fsb nella regione annessa di Kherson, dove si sono avuti 100 morti. Poi nella notte fra giovedì e venerdì è stato bombardato il dormitorio studentesco di Starobilsk, nella regione ucraina russofona di Lugansk, annessa alla Russia. Raid il cui bilancio è arrivato ieri a 18 morti e 42 feriti. Dalle macerie sono stati estratti corpi di quattro bambini. Gli ucraini sostengono che l’edificio celasse un centro di guida di droni russi dell’unità Rubicon. Putin, invece, ha annunciato una rappresaglia, con Zelensky che ha avvisato i cittadini ucraini di un possibile attacco con missili Oreshnik. Sabato altri droni di Kiev hanno incendiato il terminal petrolifero di Sheskharis e il deposito di greggio di Grushovaya, nella regione di Novorossiysk, nonché la nave cisterna Chrysalis, reputata da Kiev parte della «flotta ombra».
Per gli attacchi a lungo raggio gli ucraini hanno messo a punto vari sistemi di guida dei velivoli oltre la linea dell’orizzonte, ovviando alla curvatura terrestre che limita i segnali diretti da stazioni terrestri. Sono stati usati droni ripetitori che, volando ad alta quota, fanno da ponte radio per rimandare i segnali guida da terra. L’uso dell’IA permette inoltre ad alcuni di questi tipi di orientarsi sulla base di una mappa memorizzata. Molto importante s’è dimostrato anche lo sfruttamento della rete telefonica cellulare russa per inviare segnali di guida a una scheda Sim installata sul drone stesso. In certe occasioni, magari per la guida terminale vicino dall’obbiettivo, possono essere stati utilizzati segnali, radio o forse laser, mandati da terra da agenti dell’Sbu infiltrati in Russia. Il che spiega anche perché proprio un’agenzia di spionaggio, più che l’Aeronautica di Kiev, sia responsabile di tali raid.
L’invio dei droni kamikaze su obbiettivi non solo militari ma anche civili in larga parte della Russia non ha solo lo scopo di rispondere alle massicce incursioni che gli stessi russi compiono. È anche una forma di pressione politica, come lo stesso Zelensky ha rimarcato, definendo i raid su strutture produttive ed energetiche «le nostre sanzioni a lungo raggio» e affermando che «occorre far capire a Mosca che continuare la guerra costa caro».
Continua a leggereRiduci