Andrea Sempio (Ansa)
Ossessioni, video, appunti, intercettazioni: ecco tutti gli elementi raccolti dall’accusa. Emerge un profilo psicologico problematico del nuovo indagato, ma manca una vera «pistola fumante». La famiglia Poggi all’assalto degli inquirenti: «Condizionati e opachi».
«Mi guardo intorno e realizzo una cosa importantissima: i miei libri, gli autori che leggevo, le canzoni che ascoltavo, i miei film preferiti erano tutti neri. Tutto girava attorno a sconfitta, depressione, suicidio, odio... lì ho capito che la mia depressione la stavo alimentando io stesso».
È notte piena il 4 gennaio 2011 quando Andrea Sempio, unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, sembra fare i conti con sé stesso. È uno dei tanti racconti che compongono la sua autobiografia diventata un pezzo importante dell’indagine dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano.
L’informativa da 300 pagine che riassume i punti salienti dell’inchiesta è una radiografia della sua intimità tratta da un’enorme massa di appunti, riflessioni, fantasie, ricerche sul Web, sfoghi, sogni violenti, ossessioni sessuali, vuoti temporali e frasi lasciate lì, come se qualcuno, prima o poi, dovesse leggerle. È un viaggio nella mente di Andrea. Che parte dai manoscritti sequestrati durante la perquisizione del 14 maggio 2025 e, come in un film, riavvolge indietro nel tempo il nastro fino al 2018. Proprio in quel momento preciso, secondo gli investigatori, compare un elemento anomalo. Prima del 2017 quasi non esiste nulla. Eppure Sempio, scrivono i carabinieri, appare come una persona che annota riflessioni da sempre. Una grafomania costante. E allora quel vuoto, stando alle ricostruzioni dell’accusa, sarebbe significativo. Perché coincide con gli anni del delitto di Garlasco e con il periodo in cui lui entra nell’inchiesta.
La polizia giudiziaria lo scrive chiaramente: il procedimento aperto a suo carico tra il 2016 e il 2017 avrebbe rappresentato «una barriera di consapevolezza». E una frase intercettata il 27 febbraio 2025 sembra andare esattamente in quella direzione: «Le ho bruciate tutte… vaffanculo, andiamo a processo». Bruciate. In alcuni casi, il periodo successivo alla maturità sparisce dai racconti autobiografici. Altrove compare una formula secca, quasi cinematografica. Sempio annota: «Fast forward», avanti veloce. Per il resto, invece, si racconta senza pudore. Nei diari parla del «bullismo» subito alle superiori, delle difficoltà relazionali, «dell’autolesionismo», del suicidio dell’amico Michele Bertani, del «satanismo», dell’incapacità di integrarsi, della difficoltà ad approcciarsi alle donne. Poi, improvvisamente, il tono cambia. «Commesso cose brutte». Non le spiega. Le lascia lì, accanto ad altre parole: «Paura, dolore, poca esperienza sessuale». E ancora: «Ne ho passate tante… cose che altri non hanno mai vissuto, né vivranno».
Subito dopo arriva un altro passaggio che, nell’informativa, viene isolato: «Perché so difendermi se serve. Perché cazzo ho visto, subìto e fatto cose che fottetevi tutti, provate a vivere la metà di che cazzo ho vissuto io». Una parte sostanziosa dell’informativa riguarda la sessualità. I carabinieri descrivono un uomo che vive il rapporto con le donne quasi sempre con frustrazione, tensione o rifugiandosi nell’autoerotismo. Negli appunti annota incontri mancati, ragazze viste per caso, «eye contact» mai trasformati in approccio reale. Ogni occasione sfumata finisce con la solita mesta conclusione: «Una sega». Come quando era stato a «un passo dal parlare alla bionda».
La difficoltà nel contatto fisico emerge anche nella relazione psicologica del Racis (Raggruppamento carabinieri investigazioni scientifiche), richiamata dai carabinieri. Sempio parla di disagio non solo con le partner, ma perfino con gli amici. Dice di trovarsi meglio nei contesti di gruppo che nel rapporto «faccia a faccia». E torna continuamente su un rifiuto sentimentale subito a 17 anni. «Una vera e propria batosta». Quel tema, il rifiuto, oggi è centrale nell’impostazione accusatoria della Procura di Pavia, che l’ha posizionato come base del possibile movente. L’informativa entra poi in un territorio ancora più delicato: pornografia, fantasie, intrusioni digitali. Nell’iPhone vengono trovate fotografie intime di una collega ricevute tramite Whatsapp dietro compenso economico. Ma per gli investigatori Sempio non si sarebbe limitato a riceverle consensualmente. Avrebbe anche effettuato accessi abusivi impossessandosi illegalmente di foto e video privati. Lo stesso, scrivono i carabinieri, sarebbe accaduto anche nei confronti di un’altra ragazza che lavorava con lui.
Negli atti compare pure un video girato di nascosto: la telecamera inquadra la giovane sotto la gonna. Parallelamente emergono frequentazioni online di forum per aspiranti o sedicenti seduttori e di siti di pornografia estrema. Gli investigatori segnalano «numerosissime visite» a categorie porno «incesto» e «stupro». Ma, soprattutto, ricostruiscono una navigazione Internet che alterna pornografia, torture e violenza. Il 13 luglio 2014 Sempio, per esempio, cerca un «test psicologico killer». Poi visita le pagine «Il test del serial killer» e «Scopri il serial killer che c’è in te». Il 15 gennaio 2014, tra le 19.07 e le 19.40, secondo la ricostruzione dei carabinieri, passa da ebook come Death dealers manual e Manual for the independent assassin a video Youtube di sgozzamenti, esecuzioni, torture e decapitazioni in Siria. Poi torna su forum di seduzione. Poi webcam porno. Poi ancora video su killer professionisti.
Non una consultazione casuale generata «da popup», scrivono gli investigatori, ma una caccia consapevole. E poi ci sono i sogni trascritti in una moleskine. Sempio annota scene violente e sessualmente aggressive, che i carabinieri riassumono con formule come «sogna che accoltella delle persone» o «che stupra E.». In un altro, una donna bionda gli punta contro un taser e «lui le salta addosso e le apre la faccia». L’informativa arriva al punto più scivoloso con un file Word intitolato «Genesi dell’aggressione predatoria»: un testo costruito sull’idea che «nell’istinto predatorio» non vi sia cattiveria, ma desiderio di possesso. Vi si legge che «uno può prendere una donna con la forza perché la desidera» e che la morte può essere «un eventuale effetto collaterale». Compare anche il caso di Issei Sagawa: «Pur rendendomi conto della gravità dell’omicidio, ci vedo una storia d’amore».
Dentro questo universo mentale, il capitolo centrale resta Garlasco. Secondo l’informativa, dal 2013 Sempio consulta pagine sulla vicenda e su Alberto Stasi; dal settembre 2014, però, le ricerche diventano mirate al Dna sotto le unghie di Chiara. Il 29 novembre 2014 cerca «Stasi undici indizi», il 13 febbraio 2015 approfondisce su Wikipedia il «Dna mitocondriale». Per gli investigatori, non è semplice curiosità: dal 2016 Sempio avrebbe capito che le indagini potevano arrivare a lui. Le intercettazioni del 2017 mostrano una famiglia che si prepara a subire indagini. In auto, i genitori rassicurano Andrea: «Tutto quello che è stato detto, è stato riscontrato». La madre gli chiede se sia preoccupato; lui risponde: «No, preoccupato no. Di sicuro non sono tranquillissimo». Il padre gli suggerisce di dire che sono passati dieci anni, se non ricorda, e richiama il Dna come punto da gestire con gli avvocati. Quel tema torna nei monologhi di Andrea: «’Sta merda di Dna», bofonchia. Poi calcola la posta in gioco: «C’è in ballo 30 anni di galera». Le sue annotazioni seguono le tappe processuali di Stasi: «Ha chiesto riapertura», «mamma in panico per la cosa di Stasi», «archiviato ancora».
Altro tema centrale è quello che riguarda lo scontrino del parcheggio di Vigevano. Per anni baluardo difensivo, nelle nuove carte si incrina: nel 2025 Giuseppe dice alla moglie Daniela: «Lo scontrino lo hai fatto tu». Lei piange: «È colpa mia, gli ho detto io di tenere lo scontrino […] gli ho rovinato la vita all’Andrea». Dentro questo snodo entra Antonio, vigile del fuoco in congedo: dai tabulati emergono Sms con Daniela tra il 12 e il 13 agosto, mentre l’utenza di lei si muove verso Vigevano. Sentito nel 2025, ammette incontri «solo ed esclusivamente di natura intima» e non «sentimentale». Così, nella nuova indagine, la sessualità della provincia pavese del 2007 diventa una chiave per rileggere Garlasco: non più zona d’ombra tra Alberto e Chiara. La notte tra l’1 e il 2 agosto 2007, Alberto è a Londra e Chiara a Garlasco. Mancano 12 giorni all’omicidio. Lui le dice di averle comprato dei «regalini», poi precisa: «Sono regalini sexy». Lei non si irrigidisce: chiede se sia stato nel sexy shop visto insieme, lui risponde «non solo» e racconta Soho, «quartiere a luci rosse». Il dialogo di questi due ventenni ci restituisce gli ardori tipici dell’età. Per i carabinieri, quelle chat smontano l’idea che la sessualità fosse terreno di crisi tra i due: mostrerebbero una coppia complice, capace di parlare di sex toys, pornografia e video intimi senza disagio.
Il punto, allora, non è più se i filmati a luci rosse separassero Alberto da Chiara, ma se quell’intimità, vista o desiderata da altri, possa aver trasformato Chiara, agli occhi di qualcuno, da ragazza irraggiungibile a bersaglio. Ed è così che, nelle nuove carte, il movente attribuito a Stasi si sgretola. Mentre quello attribuito a Sempio sembra crescere attorno a un soliloquio in cui l’indagato sembra ammettere di essere stato rifiutato da Chiara: imita la vittima («Non ci voglio parlare con te»); dice di averle chiesto di vedersi e annota che lei «ha messo giù il telefono». Da lì, nella lettura dei carabinieri, il tono si sarebbe fatto rancoroso: «Cioè è stata bella stronza». E si salderebbe a uno dei nodi della condanna di Stasi: il sangue. Sempio evoca la tesi secondo cui Alberto avrebbe «evitato le macchie» e il dibattito sul sangue ormai secco, quasi a ripercorrere il punto più discusso della scena del crimine: come l’assassino potesse muoversi nella villetta senza lasciare addosso le tracce che tutti si aspettavano. Ma anche nella nuova inchiesta al momento sembra mancare una vera «pistola fumante».
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Bettina Orlopp (Ansa)
L’istituto tedesco taglia 3.000 posti di lavoro e traccia un percorso di crescita autonoma. Poi svela il bluff: siamo aperti al dialogo con Unicredit però abbiamo le nostre richieste.
Commerzbank chiude un trimestre record, alza l’asticella delle previsioni, continua a sforbiciare organici e si infila sempre più a fondo nell’intelligenza artificiale. Il tutto mentre, sullo sfondo, la partita con UniCredit resta aperta, e tutt’altro che diplomatica. I numeri, almeno quelli, parlano da soli. Il primo trimestre dell’istituto tedesco si chiude con risultati record: utile operativo in crescita dell’11% a 1,4 miliardi di euro, utile netto a 913 milioni (+9%).
Valori che, nelle intenzioni dell’amministratore delegato Bettina Orlopp, non sono solo contabilità ma munizioni strategiche: «Abbiamo iniziato l’anno con risultati da record. La nostra strategia funziona e ha più potenziale del previsto». Rivede al rialzo i target fino al 2030: utili in crescita progressiva (3,4 miliardi nel 2026, 4,6 nel 2028, 5,9 nel 2030) e ricavi attesi fino a 15 miliardi. Un miglioramento che sembra più una dichiarazione d’indipendenza che una semplice revisione contabile. Sul fronte azionario, il messaggio è altrettanto chiaro: sarà distribuito il 100% degli utili. Insomma, agli azionisti si promette il massimo possibile. Ma non a tutti. Perché è proprio qui che si innesta il nodo vero della vicenda: l’operazione proposta da UniCredit. La risposta è tagliente. Il piano italiano viene definito «vago», «rischioso» e persino «fuorviante». E le sinergie? Secondo Orlopp sarebbero, «non realistiche». In altre parole: bella idea, ma così com’è non si può fare. Eppure la porta non viene chiusa del tutto. Commerzbank si dice «aperta al dialogo», ma a condizioni molto precise: serve un premio sul valore attuale delle azioni «attraente» e soprattutto un piano industriale che non smonti il modello di business tedesco. In altre parole se volete comprarci, pagate bene e non cambiate l’arredamento. Nel frattempo, mentre si alza il muro negoziale, si abbassa quello occupazionale. Altri 3.000 posti in meno si aggiungono al lungo processo di razionalizzazione: 3.900 tagli già pianificati, più 10.000 concordati nel 2021. Ma questa volta, almeno sulla carta, senza forzature: solo uscite volontarie e ricollocamenti mirati. Una cura dimagrante continua, venduta come evoluzione strategica. E dentro questa trasformazione silenziosa, c’è anche la scommessa sul futuro: 600 milioni investiti nell’intelligenza artificiale entro il 2030. Un modo per dire che la banca non si difende soltanto, ma prova a reinventarsi. Sul piano politico, però, il caso resta caldo. Le cancellerie osservano, la Bce predica apertura alle fusioni transfrontaliere, mentre a Berlino il tono resta prudente. E qualcuno, tra Roma e Francoforte, ricorda che le banche non sono solo aziende, ma anche pedine geopolitiche. Così il messaggio finale di Commerzbank è doppio, contraddittorio solo in apparenza: sì al dialogo con UniCredit, ma a modo nostro. Sì all’Europa bancaria, ma senza sconti. Sì alle nozze, forse, ma con dote pesante. E soprattutto, un dettaglio non negoziabile: le azioni, si pagano care. Molto care.
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Circuito di Monza (Getty Images)
Il Politecnico userà la pista come laboratorio per studi su materiali, strutture e asfalti.
Da Tempio della velocità a…Università della velocità. E dell’innovazione. L’Autodromo nazionale di Monza e il Politecnico di Milano hanno siglato una convenzione quadro della durata di cinque anni per sviluppare attività congiunte nei campi della ricerca scientifica, della formazione e dell’innovazione tecnologica applicata al mondo della mobilità e delle infrastrutture sportive. L’accordo mira a trasformare il circuito in un laboratorio a cielo aperto per la sperimentazione di nuove soluzioni tecnologiche, coinvolgendo studenti, ricercatori e docenti del Politecnico in progetti di ricerca applicata e attività formative.
La collaborazione, che vede come referente per il Politecnico il professor Emilio Faroldi, riguarderà in particolare lo studio di materiali e infrastrutture per circuiti e impianti sportivi, il loro impatto architettonico e paesaggistico-ambientale, lo sviluppo di asfalti ad alte prestazioni e sistemi di sicurezza, la sperimentazione di tecnologie automotive e la realizzazione di modelli di simulazione avanzata per la progettazione e la gestione delle infrastrutture. Le attività comprenderanno anche studi sulla gestione dei flussi di pubblico e sulla sicurezza dei grandi eventi, oltre a progetti dedicati alla sostenibilità ambientale e alla valorizzazione delle strutture storiche del circuito. «L’Autodromo di Monza rappresenta un’infrastruttura complessa e di grande valore, sia memoriale sia funzionale, in grado di rappresentare il contesto ideale per sviluppare attività di ricerca e sperimentazione applicata. Questa collaborazione permetterà al nostro Ateneo di lavorare su materiali, sicurezza e gestione delle infrastrutture sportive, portando la nostra azione di progettazione e di ricerca a confrontarsi con condizioni reali caratterizzate da un’elevata complessità, ribadendo la forte identità del luogo», commenta Emilio Faroldi, prorettore vicario del Politecnico.
L’intesa, sostengono i firmatari, rafforza la collaborazione tra università e mondo industriale, favorendo il trasferimento tecnologico e la sperimentazione in un contesto reale di rilevanza internazionale come l’Autodromo di Monza, uno dei circuiti motoristici più iconici al mondo e sede del Gran Premio d’Italia di Formula 1. «Fin dalle sue origini (è stato inaugurato nel 1922, ndr), quello Monza è stato molto più di un circuito: una palestra e un laboratorio di innovazione. Qui sono nate soluzioni poi diffuse su larga scala, dall’uso dei caschi integrali ai guardrail, alle tecnologie di telepedaggio. La collaborazione con il Politecnico di Milano rafforza questa vocazione, proiettandoci verso nuove sfide nella ricerca e nella sperimentazione applicata. Vogliamo continuare a essere un punto di riferimento per lo sviluppo tecnologico, mettendo in relazione formazione, innovazione e applicazione concreta. Questa convenzione valorizza la nostra storia e consolida il ruolo pionieristico dell’Autodromo nel campo delle infrastrutture e della gestione dei grandi eventi», dichiara il presidente della pista, Giuseppe Redaelli.
Una pista che guarda al futuro ma ben ancorata al presente visto che mercoledì la Ferrari si è presentata sulla pista brianzola per un «filming day» a porte chiuse. Si tratta di una delle due sessioni speciali, concesse dalla Federazione internazionale dell’automobile (Fia), in cui i team utilizzano le proprie monoposto per girare video promozionali destinati a sponsor e media. Queste giornate vengono sfruttate dai team come test privati per raccogliere dati aerodinamici o testare aggiornamenti, con un limite di 200 chilometri a disposizione dei due piloti presenti, Charles Leclerc e Lewis Hamilton. «A Miami porteremo un pacchetto e mezzo di aggiornamenti», aveva annunciato il team principal della Ferrari, Frederic Vasseur, nel corso dell’appuntamento del Mondiale di Suzuka. Secondo quanto riportato dal Corriere, la Ferrari a Monza avrebbe provato diverse novità in vista della tappa il Florida del prossimo 3 maggio: ali, fondo e altri particolari aerodinamici.
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Con la Pan America 1250 Limited la casa americana propone un prodotto praticamente «chiavi in mano»: c’è tutto quello che si potrebbe desiderare. Forse anche troppo. Il prezzo non la rende una moto per tutti. Ma è comoda e macina chilometri.
È stata presentata come una adventure touring completa «chiavi in mano»: include di serie valigie laterali e top case in alluminio (sviluppati con Sw-Motech: set di tre borse per una capacità totale di 120 litri, suddivisi tra la ampia valigia sinistra, 45 litri, quella destra, 37 litri e il bauletto da 38 litri), manopole riscaldate, paramani, paracoppa in alluminio, protezione del radiatore e fari fendinebbia aggiuntivi. Lei è la Harley Davidson Pan America 1250 Limited, che la casa americana ha affidato alla Verità una decina di giorni per una prova su strada.
Ricchissima, come detto, la dotazione di accessori già di serie sul modello: cambio rapido Screamin Eagle con leva pieghevole e regolabile (anche sul freno posteriore), cerchi anodizzati a raggi con pneumatici tubeless, protezione tubolare posteriore per lo scarico e motore interamente rifinito in nero. Insomma, c’è davvero di tutto: pare un suv. Cuore pulsante è il motore Revolution Max 1250, un bicilindrico raffreddato a liquido capace di erogare una coppia poderosa (da 149 cavalli a 8.750 giri e 124 Nm a 6.750 giri, 9 modalità di guida selezionabili incluse quelle dedicate all’off-road, display con infotainment). Garantisce una potenza fluida su tutto l’arco di giri. Il sistema di sospensioni semi-attive, unitamente all’innovativo Adaptive ride height (Arh), permette alla moto di abbassarsi automaticamente durante le soste, garantendo stabilità e sicurezza a piloti di ogni statura.
Quello che va
Le dimensioni e il peso non sono un problema: anche al primo salto in sella, la Pan America Limited trasferisce subito un senso di sicurezza e immediatezza. Ci si sente a casa, la posizione di guida è molto naturale sulla sella ampia, accogliente e molto ben fatta. Ciò che sorprende più di tutto è l’agilità: per una moto lunga 2,3 metri e pesante 299 kg, districarsi nel traffico cittadino di una città caotica come Milano risulta molto naturale. Il meglio lo dà, ovviamente, sulle grande arterie di scorrimento come tangenziali e autostrade: qui si possono macinare anche centinaia di chilometri senza patirne le conseguenze. Ma pure nel traffico cittadino manovre improvvise o cambi di direzione non comportano alcun problema per il guidatore, anche se «appesantito» da un eventuale passeggero.
Il cupolino regolabile in altezza svolge egregiamente il suo lavoro di protezione, le sospensioni semi-attive sono morbide, azzerano ogni buca o inciampo sulla carreggiata. Il Revolution Max 1250 è un motore affidabile che spinge in maniera lineare, non brusca. Paga un po’ nei tragitti più lenti, ma senza diventare un peso per la guida, facilitata anche dal manubrio largo che aiuta (e non poco) nelle manovre del traffico. Nel traffico o in autostrada è impossibile non notarla: in tanti si volteranno per vedere da dove arriva quel rumore così pastoso emesso dal motore. Le forcelle a steli rovesciati da 47 mm con controllo dello smorzamento semi-attivo regolabile elettronicamente.
Dietro ha un monoammortizzatore montato su leveraggio con controllo del precarico elettronico automatico e smorzamento in estensione e compressione semi-attivo. All’anteriore, la pinza dei freni è a 4 pistoncini, monoblocco, con attacco radiale; al posteriore, pinza mono flottante. Completano la dotazione di serie i sistemi dedicati alla sicurezza: Abs, traction control cornering, controllo del freno motore, Vehicle hold control e monitoraggio pressione pneumatici. Lo schermo Tft da 6,8 pollici è leggibile anche sotto il sole e immediato.
Cosa non va
Il prezzo per tutto questo «chiavi in mano» è in linea con i concorrenti: 27.500 euro. Settemila euro in più del modello base, la St. Il costo di acquisto, comunque in linea con le dirette competitor di cilindrata e fascia, non la rende proprio «per tutti». L’elettronica, come detto, la fa da padrona. Forse un po’ troppo, vista la quantità di pulsanti che si trovano accanto alle manopole e di menu e sottomenu a schermo. Alcune traduzioni dall’inglese visibili sullo display non sono proprio il massimo, in questo c’è ancora da raffinare il lavoro un bel po’. Altra pecca: il motore scalda tantissimo, soprattutto la gamba destra è a rischio bruciatura. Bisogna adattarsi velocemente trovando la migliore posizione.
Conclusione
Scordatevi le Harley tradizionali: la Pan America è altro. È una moto accessibile a tutti dal punto di vista della guida, non certo economicamente. Fa divertire senza essere estrema. Il suo mondo ideale sono i lunghi viaggi.
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