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2019-02-16
Il nunzio apostolico in Francia indagato: «Palpò un dipendente del Comune di Parigi»
Ansa
Doveva essere una serata formale di auguri, d' incontri diplomatici, d'affari e relazioni sociali, quella che il Comune di Parigi aveva organizzato lo scorso 17 gennaio all'Hotel de Ville.
E invece la consueta cerimonia degli auguri del sindaco alle autorità civili, diplomatiche e religiose si è trasformata in un incubo per un giovane funzionario della delegazione internazionale del municipio della capitale. Si è infatti trovato preso di mira dalle avance insistenti e dai palpeggiamenti di un sacerdote, addirittura il nunzio apostolico in Francia, monsignor Luigi Ventura, 74 anni, ora indagato dalla Procura della capitale per aggressione sessuale. Una situazione ancora da chiarire ma che si annuncia davvero terrificante se ha portato l'amministrazione comunale di Parigi a inoltrare qualche giorno dopo, il 24 gennaio, formale segnalazione all'autorità giudiziaria, che ora sta valutando il caso.
Una notizia che ha gelato la curia e il mondo delle nunziature. Monsignor Ventura, seppur non sia mai stato elevato cardinale nonostante ruolo ed età, copre sicuramente una posizione di primo piano, essendo appunto l'equivalente dell'ambasciatore dello stato di Città del Vaticano nello strategico paese d'Oltralpe. È l'uomo che collega i vertici della Francia e della comunità di vescovi e cardinali di quel Paese con i sacri palazzi. Che hanno reagito con imbarazzo e silenzio a questa notizia anticipata da Le Monde che non lesina dettagli. Tra l'altro, il monsignore avrebbe lasciato «cadere a più riprese la mano morta su un giovane uomo della delegazione».
Il fascicolo è ora sul tavolo del procuratore Remi Heitz che ha disposto l'immediata convocazione di diverse persone che hanno partecipato alla serata e che potrebbero rilevarsi dei testimoni decisivi sulle accuse contro il nunzio, in Francia ormai da dieci anni e che rappresenta Francesco a Parigi. Questo anche se la distanza tra monsignor Ventura e Bergoglio era già stata oggetto di più di un mormorio nei corridoi della curia romana, dove si sottolinea come il monsignore sia più legato al mondo dell'ex segretario di Stato, Angelo Sodano, oggi decano del collegio cardinalizio, ma storicamente eminenza grigia e punto di riferimento del mondo diplomatico della santa sede.
La vicenda fa da contraltare, per una sinistra coincidenza, a un altro momento di tensione nelle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, quando la Francia aveva dovuto ritirare la nomina ad ambasciatore presso la Santa Sede del diplomatico omosessuale Laurent Stefanini, dopo che, pur presentata ormai da anni, era stata accolta con un gelido silenzio dalla Santa Sede, equivalente nel linguaggio delle diplomazie a un secco rifiuto.
Stefanini, cattolico praticante, era quindi stato trasferito dal Vaticano all'Unesco. Il caso era finito sui giornali, dato che l'ambasciatore sarebbe stato non accettato per la sua omosessualità, dichiarata ma non ostentata. Francesco, in un incontro con lo stesso Stefanini, si era lamentato del metodo quasi impositivo adottato per la sua nomina da parte dell'Eliseo, che ne fece una bandiera mediatica di principio. Oggi il Santo Padre si trova a gestire una situazione opposta, questa sì imbarazzante. Se i fatti verranno accertati - e i tempi dell'indagine non si annunciano lunghi - significherebbe che il diplomatico ha aggredito il giovane, convinto che nessuno lo avrebbe denunciato, che tutti avrebbero fatto finta di niente. Una posizione che ben esprimerebbe un certo senso di impunità. Vero è che se si scorre la casistica del passato si trovano casi analoghi di sacerdoti in ruoli e gradi diversi che si sentivano talmente intoccabili da spingersi in atteggiamenti deprecabili persino alla luce del sole, rischiando conseguenze inimmaginabili. «La Santa Sede ha appreso a mezzo stampa che è stata avviata una inchiesta da parte delle autorità francesi nei confronti di mons. Luigi Ventura, nunzio apostolico a Parigi», ha dichiarato il direttore «ad interim» della sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, in risposta alle domande dei giornalisti. «La Santa Sede rimane in attesa del risultato delle indagini». E in sala stampa sono tornati a lavorare al summit di giovedì, quando arriveranno a Roma, convocati dal Papa, i presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo per affrontare il tema delicato degli abusi sessuali nella Chiesa e la tutela dei minori. Due storie ben distinte: un conto è l'ambito delle molestie (sempre allo stato presunte) omosessuali, cosa diversa sono i reati di pedofilia. E, forse, il punto di incontro di queste vicende va trovato nel crescente senso di intolleranza, dentro e fuori la Chiesa, che sta crescendo verso ogni violenza compiuta da sacerdoti. Un tempo i più tacevano, oggi quel muro d'omertà impenetrabile perde sempre più pezzi.
E non solo tra i laici (che non vanno più solo a lamentarsi dal vescovo se un parroco si comporta male, rischiando di vanificare il cambiamento) ma anche nella Chiesa. La «tolleranza zero» verso non solo la pedofilia e ogni forma di violenza ma anche verso chi protegge i preti pedofili e insabbia i casi, potrebbe esser ben colta dal summit di Francesco, dando un segnale concreto che tanti cattolici si attendono.
Macron ci rimanda l’ambasciatore
L'incidente diplomatico tra Italia e Francia, causato dalla visita dello stato maggiore grillino a una componente dei gilet gialli, sembra rientrato.
L'ambasciatore francese, Christian Masset, è infatti rientrato a Roma, da dove era stato richiamato il 7 febbraio scorso, proprio in polemica con lo sgarbo pentastellato. Una mossa che aveva fatto molto rumore perché, pur simbolica e priva di effetti reali sulle relazioni tra i due Paesi, non era mai stata attuata dal 1940, cioè dalla seconda guerra mondiale.
Masset è sbarcato ieri alle 15.30 all'aeroporto di Fiumicino con un aereo di linea. Da qualche giorno, il governo francese dava il suo ritorno per «imminente».
«Abbiamo sentito Matteo Salvini dire che non voleva una guerra con la Francia», ha detto il ministro francese per gli Affari europei, Nathalie Loiseau, «e abbiamo sentito Luigi Di Maio dire cose complicate, ma era stato lui a mettersi da solo in una situazione molto complicata. Credo che gli italiani abbiano bisogno della Francia, quindi lavoriamo insieme».
E ha aggiunto: «Il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha telefonato al presidente Emmanuel Macron, si sono parlati, hanno detto insieme fino a che punto è importante l'amicizia tra la Francia e l'Italia, a che punto i due paesi hanno bisogno uno dell'altro. Abbiamo anche ascoltato dei leader politici che si erano lasciati andare a parole o comportamenti francamente non amichevoli e inaccettabili, mostrare rammarico» ha aggiunto Loiseau.
La citazione di Mattarella non è casuale. E infatti ieri il presidente della Repubblica ha ricevuto al Quirinale Masset, che gli ha consegnato una lettera del presidente Macron di invito a compiere una visita di Stato in Francia. E Mattarella ha accettato.
Una schiarita che, in verità, rischiava di essere messa a repentaglio dalle dichiarazioni rilasciate fuori onda ai microfoni di Piazzapulita da Christophe Chalençon, il leader dei gilet gialli incontrato da Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista in Francia.
«Abbiamo dei paramilitari pronti a intervenire perché anche loro vogliono far cadere il governo. Oggi è tutto calmo ma siamo sull'orlo della guerra civile», aveva detto l'attivista, non senza precisare che «con i grillini ci rivedremo. Siamo alleati».
Millanterie, probabilmente, ma che hanno fatto il giro del mondo, costringendo prima lo stesso Chalençon a una claudicante rettifica («Non volevo chiamare al colpo di Stato, denunciavo solo il rischio della violenza crescente»), poi lo stesso Luigi Di Maio a prende re le distanze.
«C'è stata un'interlocuzione con una realtà complessa, ma noi non abbiamo intenzione di dialogare con quell'anima che parla di lotta armata o la guerra civile. Chi presenterà quella lista dovrà essere una persona che crede nella democrazia per cambiare le cose», ha spiegato il vicepremier italiano.
E, per far capire bene che i toni barricaderi con cui fino a poche settimane fa veniva sfidata Parigi sono archiviati, il ministro del Lavoro ha addirittura dato il bentornato al diplomatico transalpino che era stato allontanato in protesta contro di lui: «Sono contento che stia tornando l'ambasciatore francese in Italia, a cui chiederò un incontro. Intanto gli do il bentornato», ha detto Di Maio. Caso chiuso, quindi. Almeno fino al prossimo caso diplomatico.
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La presunta aggressione durante un incontro con il sindaco. La Santa Sede: «Restiamo in attesa dei risultati delle indagini».Christian Masset, richiamato in patria dopo l'incontro tra i grillini e i gilet gialli, è tornato a Roma. Sergio Mattarella lo riceve e accetta l'invito di Emmanuel Macron. Luigi Di Maio: «Bentornato, incontriamoci».Lo speciale contiene due articoli.Doveva essere una serata formale di auguri, d' incontri diplomatici, d'affari e relazioni sociali, quella che il Comune di Parigi aveva organizzato lo scorso 17 gennaio all'Hotel de Ville. E invece la consueta cerimonia degli auguri del sindaco alle autorità civili, diplomatiche e religiose si è trasformata in un incubo per un giovane funzionario della delegazione internazionale del municipio della capitale. Si è infatti trovato preso di mira dalle avance insistenti e dai palpeggiamenti di un sacerdote, addirittura il nunzio apostolico in Francia, monsignor Luigi Ventura, 74 anni, ora indagato dalla Procura della capitale per aggressione sessuale. Una situazione ancora da chiarire ma che si annuncia davvero terrificante se ha portato l'amministrazione comunale di Parigi a inoltrare qualche giorno dopo, il 24 gennaio, formale segnalazione all'autorità giudiziaria, che ora sta valutando il caso. Una notizia che ha gelato la curia e il mondo delle nunziature. Monsignor Ventura, seppur non sia mai stato elevato cardinale nonostante ruolo ed età, copre sicuramente una posizione di primo piano, essendo appunto l'equivalente dell'ambasciatore dello stato di Città del Vaticano nello strategico paese d'Oltralpe. È l'uomo che collega i vertici della Francia e della comunità di vescovi e cardinali di quel Paese con i sacri palazzi. Che hanno reagito con imbarazzo e silenzio a questa notizia anticipata da Le Monde che non lesina dettagli. Tra l'altro, il monsignore avrebbe lasciato «cadere a più riprese la mano morta su un giovane uomo della delegazione». Il fascicolo è ora sul tavolo del procuratore Remi Heitz che ha disposto l'immediata convocazione di diverse persone che hanno partecipato alla serata e che potrebbero rilevarsi dei testimoni decisivi sulle accuse contro il nunzio, in Francia ormai da dieci anni e che rappresenta Francesco a Parigi. Questo anche se la distanza tra monsignor Ventura e Bergoglio era già stata oggetto di più di un mormorio nei corridoi della curia romana, dove si sottolinea come il monsignore sia più legato al mondo dell'ex segretario di Stato, Angelo Sodano, oggi decano del collegio cardinalizio, ma storicamente eminenza grigia e punto di riferimento del mondo diplomatico della santa sede.La vicenda fa da contraltare, per una sinistra coincidenza, a un altro momento di tensione nelle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, quando la Francia aveva dovuto ritirare la nomina ad ambasciatore presso la Santa Sede del diplomatico omosessuale Laurent Stefanini, dopo che, pur presentata ormai da anni, era stata accolta con un gelido silenzio dalla Santa Sede, equivalente nel linguaggio delle diplomazie a un secco rifiuto. Stefanini, cattolico praticante, era quindi stato trasferito dal Vaticano all'Unesco. Il caso era finito sui giornali, dato che l'ambasciatore sarebbe stato non accettato per la sua omosessualità, dichiarata ma non ostentata. Francesco, in un incontro con lo stesso Stefanini, si era lamentato del metodo quasi impositivo adottato per la sua nomina da parte dell'Eliseo, che ne fece una bandiera mediatica di principio. Oggi il Santo Padre si trova a gestire una situazione opposta, questa sì imbarazzante. Se i fatti verranno accertati - e i tempi dell'indagine non si annunciano lunghi - significherebbe che il diplomatico ha aggredito il giovane, convinto che nessuno lo avrebbe denunciato, che tutti avrebbero fatto finta di niente. Una posizione che ben esprimerebbe un certo senso di impunità. Vero è che se si scorre la casistica del passato si trovano casi analoghi di sacerdoti in ruoli e gradi diversi che si sentivano talmente intoccabili da spingersi in atteggiamenti deprecabili persino alla luce del sole, rischiando conseguenze inimmaginabili. «La Santa Sede ha appreso a mezzo stampa che è stata avviata una inchiesta da parte delle autorità francesi nei confronti di mons. Luigi Ventura, nunzio apostolico a Parigi», ha dichiarato il direttore «ad interim» della sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, in risposta alle domande dei giornalisti. «La Santa Sede rimane in attesa del risultato delle indagini». E in sala stampa sono tornati a lavorare al summit di giovedì, quando arriveranno a Roma, convocati dal Papa, i presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo per affrontare il tema delicato degli abusi sessuali nella Chiesa e la tutela dei minori. Due storie ben distinte: un conto è l'ambito delle molestie (sempre allo stato presunte) omosessuali, cosa diversa sono i reati di pedofilia. E, forse, il punto di incontro di queste vicende va trovato nel crescente senso di intolleranza, dentro e fuori la Chiesa, che sta crescendo verso ogni violenza compiuta da sacerdoti. Un tempo i più tacevano, oggi quel muro d'omertà impenetrabile perde sempre più pezzi. E non solo tra i laici (che non vanno più solo a lamentarsi dal vescovo se un parroco si comporta male, rischiando di vanificare il cambiamento) ma anche nella Chiesa. La «tolleranza zero» verso non solo la pedofilia e ogni forma di violenza ma anche verso chi protegge i preti pedofili e insabbia i casi, potrebbe esser ben colta dal summit di Francesco, dando un segnale concreto che tanti cattolici si attendono.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-nunzio-apostolico-in-francia-indagato-palpo-un-dipendente-del-comune-di-parigi-2629076242.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="macron-ci-rimanda-lambasciatore" data-post-id="2629076242" data-published-at="1782487624" data-use-pagination="False"> Macron ci rimanda l’ambasciatore L'incidente diplomatico tra Italia e Francia, causato dalla visita dello stato maggiore grillino a una componente dei gilet gialli, sembra rientrato. L'ambasciatore francese, Christian Masset, è infatti rientrato a Roma, da dove era stato richiamato il 7 febbraio scorso, proprio in polemica con lo sgarbo pentastellato. Una mossa che aveva fatto molto rumore perché, pur simbolica e priva di effetti reali sulle relazioni tra i due Paesi, non era mai stata attuata dal 1940, cioè dalla seconda guerra mondiale. Masset è sbarcato ieri alle 15.30 all'aeroporto di Fiumicino con un aereo di linea. Da qualche giorno, il governo francese dava il suo ritorno per «imminente». «Abbiamo sentito Matteo Salvini dire che non voleva una guerra con la Francia», ha detto il ministro francese per gli Affari europei, Nathalie Loiseau, «e abbiamo sentito Luigi Di Maio dire cose complicate, ma era stato lui a mettersi da solo in una situazione molto complicata. Credo che gli italiani abbiano bisogno della Francia, quindi lavoriamo insieme». E ha aggiunto: «Il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha telefonato al presidente Emmanuel Macron, si sono parlati, hanno detto insieme fino a che punto è importante l'amicizia tra la Francia e l'Italia, a che punto i due paesi hanno bisogno uno dell'altro. Abbiamo anche ascoltato dei leader politici che si erano lasciati andare a parole o comportamenti francamente non amichevoli e inaccettabili, mostrare rammarico» ha aggiunto Loiseau. La citazione di Mattarella non è casuale. E infatti ieri il presidente della Repubblica ha ricevuto al Quirinale Masset, che gli ha consegnato una lettera del presidente Macron di invito a compiere una visita di Stato in Francia. E Mattarella ha accettato. Una schiarita che, in verità, rischiava di essere messa a repentaglio dalle dichiarazioni rilasciate fuori onda ai microfoni di Piazzapulita da Christophe Chalençon, il leader dei gilet gialli incontrato da Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista in Francia. «Abbiamo dei paramilitari pronti a intervenire perché anche loro vogliono far cadere il governo. Oggi è tutto calmo ma siamo sull'orlo della guerra civile», aveva detto l'attivista, non senza precisare che «con i grillini ci rivedremo. Siamo alleati». Millanterie, probabilmente, ma che hanno fatto il giro del mondo, costringendo prima lo stesso Chalençon a una claudicante rettifica («Non volevo chiamare al colpo di Stato, denunciavo solo il rischio della violenza crescente»), poi lo stesso Luigi Di Maio a prende re le distanze. «C'è stata un'interlocuzione con una realtà complessa, ma noi non abbiamo intenzione di dialogare con quell'anima che parla di lotta armata o la guerra civile. Chi presenterà quella lista dovrà essere una persona che crede nella democrazia per cambiare le cose», ha spiegato il vicepremier italiano. E, per far capire bene che i toni barricaderi con cui fino a poche settimane fa veniva sfidata Parigi sono archiviati, il ministro del Lavoro ha addirittura dato il bentornato al diplomatico transalpino che era stato allontanato in protesta contro di lui: «Sono contento che stia tornando l'ambasciatore francese in Italia, a cui chiederò un incontro. Intanto gli do il bentornato», ha detto Di Maio. Caso chiuso, quindi. Almeno fino al prossimo caso diplomatico.
Alessia Pifferi (Ansa)
La Procura generale della Cassazione ha chiesto ai giudici della prima sezione penale della Suprema Corte di annullare con rinvio la sentenza di secondo grado con cui la donna era stata condannata a 24 anni di reclusione. In primo grado, alla Pifferi era stato (giustamente) dato l’ergastolo. Poi, però, alla madre assassina sono state concesse le attenuanti.
A riguardo, la sostituta procuratrice generale della Cassazione, Valentina Manuali, è stata durissima. «Gli elementi sulla base dei quali la sentenza fonda il riconoscimento delle attenuanti generiche sono carenti. La bimba è morta perché privata per giorni di acqua e cibo», ha detto, rimarcando poi che «le condizioni psichiche dell’imputata non hanno minimamente inciso sulla sua capacità di intendere e volere». La corte di Cassazione, tuttavia, nel giro di poche ore ha confermato la condanna a 24 anni. E la decisione, va detto, lascia molto perplessi. Per quale motivo si dovrebbero concedere attenuanti a una donna che ha lasciato morire di stenti una bambina piccola, abbandonandola in casa e lasciandola crepare di fame tra sofferenze inaudite? Come si può mostrare clemenza verso una persona del genere? Il fatto che fosse disturbata non significa che non fosse capace di intendere e volere. E se era capace di farlo, per quale motivo si dovrebbe alleviarle la pena per un delitto tanto atroce? Mistero giudiziario. Eppure il dubbio è talmente legittimo che anche la Procura lo ha espresso con forza, ripetutamente. Ma niente da fare.
Quello della Pifferi non è l’unico notevole caso di cronaca nera di cui si è ritornati a parlare in questi giorni. C’è anche la mostruosa vicenda di Alessandro Impagnatiello, che ammazzò con decine di coltellate la compagna Giulia Tramontano incinta di 7 mesi, nel maggio del 2023. Sono uscite le motivazioni della sentenza con cui il 9 aprile la Cassazione ha accolto il ricorso della Procura generale di Milano e ha disposto un processo di appello bis, il cui scopo sarebbe quello di rivalutare l’elemento della premeditazione che era stato escluso in appello.
«L’idea di sopprimere Giulia Tramontano potrebbe essere già emersa molti mesi prima dell’episodio aggressivo del 27 maggio 2023», sostengono i giudici della Cassazione, che hanno riesaminato la sentenza dei loro colleghi notando «carenza motivazionale nella parte in cui è stata trascurata la valutazione dell’incremento della somministrazione di veleno per topi proprio nell’ultimo mese e mezzo della gravidanza». Allo stesso modo, sarebbero state trascurate le ricerche risalenti al 7 gennaio 2023 con cui Impagnatiello aveva «assunto informazioni sul quesito “quanto veleno per topi è necessario per uccidere una persona? Veleni inodori e insapori”». Certo, per l’ex barista fattosi killer la condanna rimane la stessa: ergastolo. Tuttavia, l’elemento della premeditazione è determinante. Ed è allucinante che sia stato escluso nel secondo grado di giudizio. Impagnatiello, prima di massacrare a colpi di lama la madre di suo figlio, ha cercato di ucciderla con il topicida per liberarsi di un fardello che non voleva. Ha evidentemente premeditato l’omicidio. Il fatto che poi, scoperto e messo alle strette, abbia deciso rapidamente di ricorrere a metodi più brutali e veloci non cambia lo stato dei fatti.
Viene davvero da chiedersi come operi in certi casi la giustizia italiana, da quale bussola sia guidata. Abbiamo sotto gli occhi due dei più spaventosi casi di cronaca degli ultimi decenni, ed entrambi coinvolgono dei bambini: una piccolissima e uno in procinto di venire al mondo. Si è molto insistito sul carattere di femminicida di Impagnatiello, perché con tutta evidenza il tema stuzzicava editorialisti e politici. Ma sul fatto che abbia eliminato un nascituro si tende a sorvolare. Anzi, forse proprio quel nascituro è stato all’origine dei peggiori progetti criminali. Con tutta evidenza, Impagnatiello è un narcisista patologico e manipolatore, non voleva farsi carico di una famiglia, preferiva vivere la sua vita spensierata fatta di conquiste nei locali e divertimento. In modo analogo, Alessia Pifferi non voleva fare la madre: cercava un uomo che la sollevasse dalle difficoltà dell’esistenza, di quel povero fagottino abbandonato in casa non sapeva che farsene. Dunque ha lasciato sola la figlia con un biberon e si è volatilizzata, donandole una morte terribile e spietata.
Non si tratta di infierire su persone malate o di fare i moralisti fuori tempo massimo. Qui si tratta di capire quali siano i limiti che separano il garantismo dall’ingenuità, la ragionevole sospensione dell’emotività dall’ingiustizia. Leggeremo tutte le motivazioni di questo mondo, per carità. Ma come ci possano essere delicatezza e indulgenza per questi due assassini resta francamente incomprensibile.
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Vladimir Putin (Ansa)
Il nuovo assegno staccato da Bruxelles è stato sancito ieri al vertice sulla Ricostruzione apertosi a Danzica, in Polonia. Nel quadro della Ukraine recovery conference, la Commissione europea ha annunciato una prima tranche da 3,2 miliardi come Macro-financial assistance, in sostanza un puntello per tenere in piedi lo Stato ucraino, altrimenti in bancarotta. Poi, entro pochi giorni, verranno versati altri 6 miliardi destinati alla produzione bellica, specialmente quella dei droni, l’arma su cui Kiev punta il tutto per tutto. Il presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha spiegato: «Dall’inizio della guerra, l’Ue ha fornito 200 miliardi di euro in sostegno economico, finanziario e militare. E con il prestito di sostegno all’Ucraina, forniremo ulteriori 90 miliardi nei prossimi due anni». La Von der Leyen ha confermato che l’Ue sfrutterà l’esperienza ucraina per gli stessi programmi di riarmo europei: «L’esperienza dell’Ucraina sul campo di battaglia non ha eguali. Le sue aziende della Difesa sono tra le più innovative. Stanno sviluppando e producendo capacità all’avanguardia, dai droni intercettori ai sistemi di disturbo. Droni progettati in Ucraina vengono prodotti in Germania. Il carburante per i missili Flamingo ucraini sarà presto prodotto in Danimarca. Abbiamo bisogno di ingegno e innovazione ucraini e capacità e know-how industriale europei».
All’orizzonte c’è l’adesione di Kiev all’Unione, ma è lecito chiedersi se Bruxelles non si stia sobbarcando rischi eccessivi, con un impegno finanziario colossale, in un Paese in guerra permanente e così indebitato che in caso, eventuale, di sconfitta o collasso, rischierebbe di tornare nella sfera russa. Perciò la guerra d’Ucraina è sostenuta dall’Ue, che non può permettersi la sconfitta di un così importante creditore. Un portavoce della Commissione, Balazs Ujvari, ha spiegato che si esaminano i programmi d’armamenti ucraini da sostenere: «Stiamo esaminando i programmi di produzione, quindi l’Ucraina può analizzare la situazione sul campo e identificare i prodotti di cui ha bisogno, poi deve comunicarcelo sotto forma di programma di produzione. Per ora, abbiamo ricevuto due programmi. Il primo, sui droni, è già stato approvato e abbiamo appena ricevuto il secondo, in fase di valutazione». Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ne ha parlato con la Von der Leyen, ma solo per telefono. Infatti ha disertato Danzica, facendosi sostituire dalla premier ucraina Yulia Svyrydenko per le tensioni fra Ucraina e Polonia causate dall’intitolazione, da parte ucraina, di un reparto militare alla vecchia Upa filonazista, a cui Varsavia ha reagito ritirando un’onorificenza concessa a Zelensky. A Danzica il premier polacco Donald Tusk ha cercato di smorzare, esortando entrambe le nazioni al «rispetto reciproco della storia». Ma a dividere Kiev e Varsavia, sottobanco, ci sono anche le storiche rivendicazioni sulla regione ucraina di Leopoli (Lvov), che fu parte della Polonia per secoli.
Zelensky ha annunciato nuovi successi nella campagna di attacco con droni alle infrastrutture petrolifere russe. Il servizio segreto ucraino, che dirige i raid di droni, ha incendiato il deposito petrolifero Poltavska, nella regione di Krasnodar, a 300 km dal fronte, e colpito due raffinerie a Ufa, la Bashneft-Ufaneftekhim e la Bashneft-Novoyl, a 1.500 km dal fronte, sebbene i russi ribattano d’aver «respinto l’attacco». Il presidente francese Emmanuel Macron ha, invece, svelato solo ieri che la Marina francese ha abbordato e fermato «martedì al largo della Sicilia» la petroliera Deliver, battente bandiera del Camerun ma reputata inquadrata nella «flotta ombra russa» per aggirare le sanzioni. L’ambasciata russa a Parigi ha protestato: «Non vi sono russi nell’equipaggio della nave. È un atto di pirateria». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha lanciato l’ennesimo appello alla Russia affinché «congeli la linea del fronte» come condizione di negoziato, ma la prosecuzione delle operazioni dimostra che il Cremlino ritiene più vantaggioso mantenere la pressione militare.
L’esercito ucraino ha rivendicato ieri la riconquista della penisola di Kinburn, nella regione di Mykolaiv, avamposto da cui i russi si sono ritirati dopo attacchi alle loro linee logistiche, ma pare un successo marginale. L’istituto americano Isw conferma che i soldati russi «espandono le loro aree di infiltrazione» in settori del fronte presso Slovyansk, una delle chiavi di volta della catena di città-fortezze ucraine del fronte Est. Attacchi aerei russi hanno distrutto treni a Sumy e a Zaporizhzhia, dove è morto un macchinista. Combattimenti urbani continuano per il controllo di Kostantnyvka, da cui i russi potrebbero risalire verso Druzhkivka e Kramatorsk. Lì, secondo la Tass, truppe russe del 1194° reggimento hanno osservato la presenza di «mercenari polacchi e varie donne soldato tra le fila ucraine».
Arruolato con l’inganno dagli ucraini sarebbe, invece, un brasiliano di 23 anni, Herik Ferreira Soares, fatto prigioniero dai russi e la cui vicenda è stata denunciata ieri dal ministero degli Esteri di Mosca e dalla locale ambasciata brasiliana. Soares avrebbe detto in un filmato: «Mi hanno mentito, sono stato attirato con una falsa promessa di lavoro. Brasiliani, non accettate offerte di reclutamento legate ai conflitti armati. I soldi non valgono il rischio».
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