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2019-02-16
Il nunzio apostolico in Francia indagato: «Palpò un dipendente del Comune di Parigi»
Ansa
Doveva essere una serata formale di auguri, d' incontri diplomatici, d'affari e relazioni sociali, quella che il Comune di Parigi aveva organizzato lo scorso 17 gennaio all'Hotel de Ville.
E invece la consueta cerimonia degli auguri del sindaco alle autorità civili, diplomatiche e religiose si è trasformata in un incubo per un giovane funzionario della delegazione internazionale del municipio della capitale. Si è infatti trovato preso di mira dalle avance insistenti e dai palpeggiamenti di un sacerdote, addirittura il nunzio apostolico in Francia, monsignor Luigi Ventura, 74 anni, ora indagato dalla Procura della capitale per aggressione sessuale. Una situazione ancora da chiarire ma che si annuncia davvero terrificante se ha portato l'amministrazione comunale di Parigi a inoltrare qualche giorno dopo, il 24 gennaio, formale segnalazione all'autorità giudiziaria, che ora sta valutando il caso.
Una notizia che ha gelato la curia e il mondo delle nunziature. Monsignor Ventura, seppur non sia mai stato elevato cardinale nonostante ruolo ed età, copre sicuramente una posizione di primo piano, essendo appunto l'equivalente dell'ambasciatore dello stato di Città del Vaticano nello strategico paese d'Oltralpe. È l'uomo che collega i vertici della Francia e della comunità di vescovi e cardinali di quel Paese con i sacri palazzi. Che hanno reagito con imbarazzo e silenzio a questa notizia anticipata da Le Monde che non lesina dettagli. Tra l'altro, il monsignore avrebbe lasciato «cadere a più riprese la mano morta su un giovane uomo della delegazione».
Il fascicolo è ora sul tavolo del procuratore Remi Heitz che ha disposto l'immediata convocazione di diverse persone che hanno partecipato alla serata e che potrebbero rilevarsi dei testimoni decisivi sulle accuse contro il nunzio, in Francia ormai da dieci anni e che rappresenta Francesco a Parigi. Questo anche se la distanza tra monsignor Ventura e Bergoglio era già stata oggetto di più di un mormorio nei corridoi della curia romana, dove si sottolinea come il monsignore sia più legato al mondo dell'ex segretario di Stato, Angelo Sodano, oggi decano del collegio cardinalizio, ma storicamente eminenza grigia e punto di riferimento del mondo diplomatico della santa sede.
La vicenda fa da contraltare, per una sinistra coincidenza, a un altro momento di tensione nelle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, quando la Francia aveva dovuto ritirare la nomina ad ambasciatore presso la Santa Sede del diplomatico omosessuale Laurent Stefanini, dopo che, pur presentata ormai da anni, era stata accolta con un gelido silenzio dalla Santa Sede, equivalente nel linguaggio delle diplomazie a un secco rifiuto.
Stefanini, cattolico praticante, era quindi stato trasferito dal Vaticano all'Unesco. Il caso era finito sui giornali, dato che l'ambasciatore sarebbe stato non accettato per la sua omosessualità, dichiarata ma non ostentata. Francesco, in un incontro con lo stesso Stefanini, si era lamentato del metodo quasi impositivo adottato per la sua nomina da parte dell'Eliseo, che ne fece una bandiera mediatica di principio. Oggi il Santo Padre si trova a gestire una situazione opposta, questa sì imbarazzante. Se i fatti verranno accertati - e i tempi dell'indagine non si annunciano lunghi - significherebbe che il diplomatico ha aggredito il giovane, convinto che nessuno lo avrebbe denunciato, che tutti avrebbero fatto finta di niente. Una posizione che ben esprimerebbe un certo senso di impunità. Vero è che se si scorre la casistica del passato si trovano casi analoghi di sacerdoti in ruoli e gradi diversi che si sentivano talmente intoccabili da spingersi in atteggiamenti deprecabili persino alla luce del sole, rischiando conseguenze inimmaginabili. «La Santa Sede ha appreso a mezzo stampa che è stata avviata una inchiesta da parte delle autorità francesi nei confronti di mons. Luigi Ventura, nunzio apostolico a Parigi», ha dichiarato il direttore «ad interim» della sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, in risposta alle domande dei giornalisti. «La Santa Sede rimane in attesa del risultato delle indagini». E in sala stampa sono tornati a lavorare al summit di giovedì, quando arriveranno a Roma, convocati dal Papa, i presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo per affrontare il tema delicato degli abusi sessuali nella Chiesa e la tutela dei minori. Due storie ben distinte: un conto è l'ambito delle molestie (sempre allo stato presunte) omosessuali, cosa diversa sono i reati di pedofilia. E, forse, il punto di incontro di queste vicende va trovato nel crescente senso di intolleranza, dentro e fuori la Chiesa, che sta crescendo verso ogni violenza compiuta da sacerdoti. Un tempo i più tacevano, oggi quel muro d'omertà impenetrabile perde sempre più pezzi.
E non solo tra i laici (che non vanno più solo a lamentarsi dal vescovo se un parroco si comporta male, rischiando di vanificare il cambiamento) ma anche nella Chiesa. La «tolleranza zero» verso non solo la pedofilia e ogni forma di violenza ma anche verso chi protegge i preti pedofili e insabbia i casi, potrebbe esser ben colta dal summit di Francesco, dando un segnale concreto che tanti cattolici si attendono.
Macron ci rimanda l’ambasciatore
L'incidente diplomatico tra Italia e Francia, causato dalla visita dello stato maggiore grillino a una componente dei gilet gialli, sembra rientrato.
L'ambasciatore francese, Christian Masset, è infatti rientrato a Roma, da dove era stato richiamato il 7 febbraio scorso, proprio in polemica con lo sgarbo pentastellato. Una mossa che aveva fatto molto rumore perché, pur simbolica e priva di effetti reali sulle relazioni tra i due Paesi, non era mai stata attuata dal 1940, cioè dalla seconda guerra mondiale.
Masset è sbarcato ieri alle 15.30 all'aeroporto di Fiumicino con un aereo di linea. Da qualche giorno, il governo francese dava il suo ritorno per «imminente».
«Abbiamo sentito Matteo Salvini dire che non voleva una guerra con la Francia», ha detto il ministro francese per gli Affari europei, Nathalie Loiseau, «e abbiamo sentito Luigi Di Maio dire cose complicate, ma era stato lui a mettersi da solo in una situazione molto complicata. Credo che gli italiani abbiano bisogno della Francia, quindi lavoriamo insieme».
E ha aggiunto: «Il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha telefonato al presidente Emmanuel Macron, si sono parlati, hanno detto insieme fino a che punto è importante l'amicizia tra la Francia e l'Italia, a che punto i due paesi hanno bisogno uno dell'altro. Abbiamo anche ascoltato dei leader politici che si erano lasciati andare a parole o comportamenti francamente non amichevoli e inaccettabili, mostrare rammarico» ha aggiunto Loiseau.
La citazione di Mattarella non è casuale. E infatti ieri il presidente della Repubblica ha ricevuto al Quirinale Masset, che gli ha consegnato una lettera del presidente Macron di invito a compiere una visita di Stato in Francia. E Mattarella ha accettato.
Una schiarita che, in verità, rischiava di essere messa a repentaglio dalle dichiarazioni rilasciate fuori onda ai microfoni di Piazzapulita da Christophe Chalençon, il leader dei gilet gialli incontrato da Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista in Francia.
«Abbiamo dei paramilitari pronti a intervenire perché anche loro vogliono far cadere il governo. Oggi è tutto calmo ma siamo sull'orlo della guerra civile», aveva detto l'attivista, non senza precisare che «con i grillini ci rivedremo. Siamo alleati».
Millanterie, probabilmente, ma che hanno fatto il giro del mondo, costringendo prima lo stesso Chalençon a una claudicante rettifica («Non volevo chiamare al colpo di Stato, denunciavo solo il rischio della violenza crescente»), poi lo stesso Luigi Di Maio a prende re le distanze.
«C'è stata un'interlocuzione con una realtà complessa, ma noi non abbiamo intenzione di dialogare con quell'anima che parla di lotta armata o la guerra civile. Chi presenterà quella lista dovrà essere una persona che crede nella democrazia per cambiare le cose», ha spiegato il vicepremier italiano.
E, per far capire bene che i toni barricaderi con cui fino a poche settimane fa veniva sfidata Parigi sono archiviati, il ministro del Lavoro ha addirittura dato il bentornato al diplomatico transalpino che era stato allontanato in protesta contro di lui: «Sono contento che stia tornando l'ambasciatore francese in Italia, a cui chiederò un incontro. Intanto gli do il bentornato», ha detto Di Maio. Caso chiuso, quindi. Almeno fino al prossimo caso diplomatico.
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La presunta aggressione durante un incontro con il sindaco. La Santa Sede: «Restiamo in attesa dei risultati delle indagini».Christian Masset, richiamato in patria dopo l'incontro tra i grillini e i gilet gialli, è tornato a Roma. Sergio Mattarella lo riceve e accetta l'invito di Emmanuel Macron. Luigi Di Maio: «Bentornato, incontriamoci».Lo speciale contiene due articoli.Doveva essere una serata formale di auguri, d' incontri diplomatici, d'affari e relazioni sociali, quella che il Comune di Parigi aveva organizzato lo scorso 17 gennaio all'Hotel de Ville. E invece la consueta cerimonia degli auguri del sindaco alle autorità civili, diplomatiche e religiose si è trasformata in un incubo per un giovane funzionario della delegazione internazionale del municipio della capitale. Si è infatti trovato preso di mira dalle avance insistenti e dai palpeggiamenti di un sacerdote, addirittura il nunzio apostolico in Francia, monsignor Luigi Ventura, 74 anni, ora indagato dalla Procura della capitale per aggressione sessuale. Una situazione ancora da chiarire ma che si annuncia davvero terrificante se ha portato l'amministrazione comunale di Parigi a inoltrare qualche giorno dopo, il 24 gennaio, formale segnalazione all'autorità giudiziaria, che ora sta valutando il caso. Una notizia che ha gelato la curia e il mondo delle nunziature. Monsignor Ventura, seppur non sia mai stato elevato cardinale nonostante ruolo ed età, copre sicuramente una posizione di primo piano, essendo appunto l'equivalente dell'ambasciatore dello stato di Città del Vaticano nello strategico paese d'Oltralpe. È l'uomo che collega i vertici della Francia e della comunità di vescovi e cardinali di quel Paese con i sacri palazzi. Che hanno reagito con imbarazzo e silenzio a questa notizia anticipata da Le Monde che non lesina dettagli. Tra l'altro, il monsignore avrebbe lasciato «cadere a più riprese la mano morta su un giovane uomo della delegazione». Il fascicolo è ora sul tavolo del procuratore Remi Heitz che ha disposto l'immediata convocazione di diverse persone che hanno partecipato alla serata e che potrebbero rilevarsi dei testimoni decisivi sulle accuse contro il nunzio, in Francia ormai da dieci anni e che rappresenta Francesco a Parigi. Questo anche se la distanza tra monsignor Ventura e Bergoglio era già stata oggetto di più di un mormorio nei corridoi della curia romana, dove si sottolinea come il monsignore sia più legato al mondo dell'ex segretario di Stato, Angelo Sodano, oggi decano del collegio cardinalizio, ma storicamente eminenza grigia e punto di riferimento del mondo diplomatico della santa sede.La vicenda fa da contraltare, per una sinistra coincidenza, a un altro momento di tensione nelle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, quando la Francia aveva dovuto ritirare la nomina ad ambasciatore presso la Santa Sede del diplomatico omosessuale Laurent Stefanini, dopo che, pur presentata ormai da anni, era stata accolta con un gelido silenzio dalla Santa Sede, equivalente nel linguaggio delle diplomazie a un secco rifiuto. Stefanini, cattolico praticante, era quindi stato trasferito dal Vaticano all'Unesco. Il caso era finito sui giornali, dato che l'ambasciatore sarebbe stato non accettato per la sua omosessualità, dichiarata ma non ostentata. Francesco, in un incontro con lo stesso Stefanini, si era lamentato del metodo quasi impositivo adottato per la sua nomina da parte dell'Eliseo, che ne fece una bandiera mediatica di principio. Oggi il Santo Padre si trova a gestire una situazione opposta, questa sì imbarazzante. Se i fatti verranno accertati - e i tempi dell'indagine non si annunciano lunghi - significherebbe che il diplomatico ha aggredito il giovane, convinto che nessuno lo avrebbe denunciato, che tutti avrebbero fatto finta di niente. Una posizione che ben esprimerebbe un certo senso di impunità. Vero è che se si scorre la casistica del passato si trovano casi analoghi di sacerdoti in ruoli e gradi diversi che si sentivano talmente intoccabili da spingersi in atteggiamenti deprecabili persino alla luce del sole, rischiando conseguenze inimmaginabili. «La Santa Sede ha appreso a mezzo stampa che è stata avviata una inchiesta da parte delle autorità francesi nei confronti di mons. Luigi Ventura, nunzio apostolico a Parigi», ha dichiarato il direttore «ad interim» della sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, in risposta alle domande dei giornalisti. «La Santa Sede rimane in attesa del risultato delle indagini». E in sala stampa sono tornati a lavorare al summit di giovedì, quando arriveranno a Roma, convocati dal Papa, i presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo per affrontare il tema delicato degli abusi sessuali nella Chiesa e la tutela dei minori. Due storie ben distinte: un conto è l'ambito delle molestie (sempre allo stato presunte) omosessuali, cosa diversa sono i reati di pedofilia. E, forse, il punto di incontro di queste vicende va trovato nel crescente senso di intolleranza, dentro e fuori la Chiesa, che sta crescendo verso ogni violenza compiuta da sacerdoti. Un tempo i più tacevano, oggi quel muro d'omertà impenetrabile perde sempre più pezzi. E non solo tra i laici (che non vanno più solo a lamentarsi dal vescovo se un parroco si comporta male, rischiando di vanificare il cambiamento) ma anche nella Chiesa. La «tolleranza zero» verso non solo la pedofilia e ogni forma di violenza ma anche verso chi protegge i preti pedofili e insabbia i casi, potrebbe esser ben colta dal summit di Francesco, dando un segnale concreto che tanti cattolici si attendono.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-nunzio-apostolico-in-francia-indagato-palpo-un-dipendente-del-comune-di-parigi-2629076242.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="macron-ci-rimanda-lambasciatore" data-post-id="2629076242" data-published-at="1775213109" data-use-pagination="False"> Macron ci rimanda l’ambasciatore L'incidente diplomatico tra Italia e Francia, causato dalla visita dello stato maggiore grillino a una componente dei gilet gialli, sembra rientrato. L'ambasciatore francese, Christian Masset, è infatti rientrato a Roma, da dove era stato richiamato il 7 febbraio scorso, proprio in polemica con lo sgarbo pentastellato. Una mossa che aveva fatto molto rumore perché, pur simbolica e priva di effetti reali sulle relazioni tra i due Paesi, non era mai stata attuata dal 1940, cioè dalla seconda guerra mondiale. Masset è sbarcato ieri alle 15.30 all'aeroporto di Fiumicino con un aereo di linea. Da qualche giorno, il governo francese dava il suo ritorno per «imminente». «Abbiamo sentito Matteo Salvini dire che non voleva una guerra con la Francia», ha detto il ministro francese per gli Affari europei, Nathalie Loiseau, «e abbiamo sentito Luigi Di Maio dire cose complicate, ma era stato lui a mettersi da solo in una situazione molto complicata. Credo che gli italiani abbiano bisogno della Francia, quindi lavoriamo insieme». E ha aggiunto: «Il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha telefonato al presidente Emmanuel Macron, si sono parlati, hanno detto insieme fino a che punto è importante l'amicizia tra la Francia e l'Italia, a che punto i due paesi hanno bisogno uno dell'altro. Abbiamo anche ascoltato dei leader politici che si erano lasciati andare a parole o comportamenti francamente non amichevoli e inaccettabili, mostrare rammarico» ha aggiunto Loiseau. La citazione di Mattarella non è casuale. E infatti ieri il presidente della Repubblica ha ricevuto al Quirinale Masset, che gli ha consegnato una lettera del presidente Macron di invito a compiere una visita di Stato in Francia. E Mattarella ha accettato. Una schiarita che, in verità, rischiava di essere messa a repentaglio dalle dichiarazioni rilasciate fuori onda ai microfoni di Piazzapulita da Christophe Chalençon, il leader dei gilet gialli incontrato da Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista in Francia. «Abbiamo dei paramilitari pronti a intervenire perché anche loro vogliono far cadere il governo. Oggi è tutto calmo ma siamo sull'orlo della guerra civile», aveva detto l'attivista, non senza precisare che «con i grillini ci rivedremo. Siamo alleati». Millanterie, probabilmente, ma che hanno fatto il giro del mondo, costringendo prima lo stesso Chalençon a una claudicante rettifica («Non volevo chiamare al colpo di Stato, denunciavo solo il rischio della violenza crescente»), poi lo stesso Luigi Di Maio a prende re le distanze. «C'è stata un'interlocuzione con una realtà complessa, ma noi non abbiamo intenzione di dialogare con quell'anima che parla di lotta armata o la guerra civile. Chi presenterà quella lista dovrà essere una persona che crede nella democrazia per cambiare le cose», ha spiegato il vicepremier italiano. E, per far capire bene che i toni barricaderi con cui fino a poche settimane fa veniva sfidata Parigi sono archiviati, il ministro del Lavoro ha addirittura dato il bentornato al diplomatico transalpino che era stato allontanato in protesta contro di lui: «Sono contento che stia tornando l'ambasciatore francese in Italia, a cui chiederò un incontro. Intanto gli do il bentornato», ha detto Di Maio. Caso chiuso, quindi. Almeno fino al prossimo caso diplomatico.
Getty Images
Accelerano le iniziative del Vecchio continente per riaprire lo Stretto di Hormuz, anche perché il presidente americano Donald Trump, nei giorni scorsi, ha dichiarato che chi «riceve petrolio» dal canale marittimo «se lo dovrà andare a prendere» visto che a Washington «non serve».
Poco prima dell’inizio della riunione virtuale della Coalizione di Hormuz, ospitata dal governo britannico, il premier laburista Keir Starmer si è confrontato con il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Palazzo Chigi ha reso noto che i due, durante il colloquio telefonico, hanno discusso «l’impatto della crisi sulla stabilità regionale e sui mercati energetici mondiali», considerando soprattutto «le ricadute per le economie nazionali».
Nel vertice, che ha visto la presenza di oltre 40 Paesi, non è stata però presa una decisione volta a trovare una soluzione immediata. Nel comunicato del ministro degli Esteri britannico, Yvette Cooper, che ha presieduto l’incontro virtuale, si legge che sono state affrontate «diverse aree di possibile azione collettiva», ovvero «l’aumento della pressione diplomatica internazionale» sull’Iran; la valutazione di «misure economiche e politiche coordinate come le sanzioni»; «la collaborazione con l’Organizzazione marittima internazionale per il rilascio delle navi e dei marinai e il ripristino della navigazione»; e «l’adozione di accordi congiunti per sostenere una maggiore fiducia nel mercato e nelle operazioni». Cooper, separatamente, ha dichiarato che nel Regno Unito si sta discutendo con i responsabili della pianificazione militare delle attività di sminamento dello Stretto, una volta ripristinata la stabilità.
La posizione italiana, espressa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, si affida al «quadro multilaterale dell’Onu». In particolare, per garantire il passaggio sicuro delle navi il nostro Paese si è detto disponibile a valutare la partecipazione a iniziative multilaterali, ma resta essenziale il mandato delle Nazioni Unite. Il ruolo del Palazzo di vetro è fondamentale anche per «creare un corridoio umanitario per i fertilizzanti e per evitare una nuova crisi alimentare, a cominciare dai Paesi africani», ha scritto il vicepremier su X. Il 30% del commercio globale di fertilizzanti, infatti, arriva proprio dal Golfo. Questa proposta è stata condivisa durante il vertice anche dal ministro olandese e dal viceministro degli Emirati Arabi Uniti. Peraltro, Tajani, prima del videocollegamento, aveva sottolineato come il blocco dello Stretto di Hormuz abbia un impatto diretto anche sui flussi migratori.
La questione della riapertura del canale marittimo sarà anche al centro di una riunione del G7 che si terrà la prossima settimana insieme ai Paesi del Golfo. Ad annunciarlo è stato il portavoce del ministero degli Esteri francese, Pascal Confavreux: ha rivelato che ieri si è tenuto un colloquio telefonico «per preparare l’incontro». Confavreux ha poi specificato che le attività di Parigi si muovono lungo l’asse «diplomatico» ma anche «operativo». E a tal proposito ha ricordato la riunione di fine marzo dei capi militari di 35 Paesi per costituire un’eventuale coalizione per garantire la sicurezza dello Stretto, nonostante Parigi abbia riaffermato la sua linea «strettamente difensiva». Tra l’altro, le tensioni tra la Francia e gli Stati Uniti sono sempre più evidenti. Il presidente francese, Emmanuel Macron, è intervenuto sulla crisi in Medio Oriente scagliandosi contro Trump: «Dobbiamo essere seri, e quando si vuole essere seri non si dice ogni giorno il contrario di quello che si è detto il giorno prima». Ha poi aggiunto che l’operazione auspicata dal tycoon di «liberare» lo Stretto con la forza è «irrealistica». Ma secondo Politico non sarebbe impossibile qualora si agisse in un quadro di legalità. Poche ore prima dell’invettiva del capo dell’Eliseo, il quotidiano ha svelato che la Francia starebbe svolgendo un ruolo di consulenza per il Bahrein in merito a una bozza di risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu. L’iniziativa mira a ottenere l’autorizzazione all’uso della forza per riaprire lo Stretto. Ed è in questo contesto che sarebbe avvenuto l’incontro, lo scorso 25 marzo, tra il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, e il suo omologo del Bahrein. Va detto che la bozza redatta da un Paese non membro del Consiglio di sicurezza, che in questo caso sarebbe il Bahrein, deve essere proposta da un membro del Consiglio per poter essere votata, quindi in questo contesto la Francia o gli Stati Uniti. Qualora il progetto fosse confermato e dovesse procedere, l’ostacolo principale sarebbe la Russia.
Chi ormai ha completato la bozza è l’Iran, ma in merito al protocollo per un nuovo regime di navigazione nello Stretto. Il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha puntualizzato che «una volta pronta», Teheran «avvierà i negoziati con l’Oman così da poter redigere un protocollo congiunto». Per «monitorare il transito» e «garantire un passaggio sicuro», l’iniziativa prevede che, una volta terminata la guerra, le navi avranno bisogno di ottenere in anticipo le licenze e i permessi richiesti, oltre agli accordi necessari con Teheran e Mascate.
Razzo sulla base italiana in Libano. Non chiara l’origine, nessun ferito
Un razzo ha colpito nel pomeriggio la base di Shama, nel Sud del Libano, sede del contingente italiano e del settore Ovest della missione Unifil. Non si registrano feriti tra i militari italiani, mentre i danni risultano limitati ad alcune infrastrutture logistiche. L’origine del lancio è ancora in fase di accertamento e non è stato possibile stabilire con certezza la responsabilità dell’attacco. Il ministro della Difesa Guido Crosetto è rimasto in costante contatto con il Capo di Stato maggiore della Difesa, con il comandante del Covi e con il responsabile del contingente italiano per ricevere aggiornamenti continui sull’evoluzione della situazione e sulle condizioni del personale dispiegato nell’area. L’episodio si inserisce in un quadro di crescente tensione lungo il confine settentrionale di Israele. Nelle stesse ore, due persone sono rimaste leggermente ferite dopo il lancio di circa 150 razzi da parte di Hezbollah contro il Nord del Paese. La risposta israeliana non si è fatta attendere: l’esercito ha colpito decine di obiettivi in Libano riconducibili al movimento sciita sostenuto dall’Iran.
Sul piano diplomatico, l’Iran continua a respingere l’ipotesi di negoziati sostanziali con gli Stati Uniti. Secondo valutazioni di intelligence, Teheran ritiene di trovarsi in una posizione favorevole e non considera credibili le aperture negoziali provenienti da Washington. La leadership iraniana non avrebbe quindi intenzione di accettare richieste di de-escalation, ritenendo che il proseguimento del confronto possa rafforzare la propria posizione regionale. Il ministero degli Esteri iraniano ha inoltre smentito che la Guida Suprema Mojtaba Khamenei sia rimasta ferita durante i raid statunitensi e israeliani. Il portavoce Esmaeil Baghaei ha affermato che il leader «è in perfetta salute» e che la sua assenza dalla scena pubblica «rientra nelle normali misure adottate in tempo di guerra». Nel frattempo nuovi attacchi sono stati registrati in Iran. In un’ampia ondata di raid su Teheran, l’aviazione israeliana ha colpito una base del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione e diversi centri di comando di alto livello. Il ponte strategico B1 sulla direttrice verso la capitale è stato bombardato e distrutto dalle forze Usa, mentre a Tabriz è stato centrato e messo fuori uso un sito di missili balistici. Con un attacco mirato nella zona di Kermanshah, l’aviazione israeliana ha eliminato Makram Atimi, comandante di un’unità missilistica centrale nell’Iran occidentale. L’agenzia iraniana Fars ha confermato la morte del comandante delle forze speciali terrestri delle Guardie Rivoluzionarie, Mohammadali Fathalizadeh. Le Forze di Difesa israeliane hanno a loro volta annunciato anche l’uccisione del generale Jamshid Eshaghi e il bombardamento di diversi quartier generali legati alla gestione delle finanze militari.
A Mashhad un bombardamento ha colpito un serbatoio di carburante nell’area aeroportuale, provocando un incendio ma senza causare vittime. Più grave il bilancio nella provincia di Alborz, dove un attacco congiunto statunitense e israeliano ha colpito il ponte autostradale tra Karaj e Teheran, causando due morti e diversi feriti, oltre a danni in altre zone urbane. Secondo i media statali, il Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche avrebbe preso di mira un centro di cloud computing collegato ad Amazon in Bahrein come rappresaglia. Nei giorni precedenti Teheran aveva annunciato l’intenzione di colpire sedi di aziende statunitensi presenti nella regione. Le due principali acciaierie iraniane hanno inoltre sospeso le attività a causa dei bombardamenti, stimando tempi di ripresa compresi tra sei mesi e un anno. In risposta ai raid, le Guardie Rivoluzionarie hanno dichiarato di aver colpito impianti siderurgici e di alluminio legati agli Stati Uniti nei Paesi del Golfo, definendo l’azione un avvertimento e minacciando ritorsioni più dure. Contemporaneamente sirene d’allarme sono risuonate a Gerusalemme dopo il lancio di missili balistici dall’Iran, mentre i sistemi di difesa israeliani sono entrati in funzione per intercettare i vettori.
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Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti e il premier Giorgia Meloni (Ansa)
Con il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, i due vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi. Una riunione decisiva che avrà una ricaduta diretta sul Consiglio dei ministri di oggi che dovrà affrontare risolutivamente il nodo del caro carburanti.
A unire il campo largo invece in questo momento c’è poco se non una convinzione: Giuseppe Conte farebbe qualunque cosa pur di tornare a fare il premier. Non un semplice sospetto ma una certezza con cui deve fare i conti Elly Schlein. Da segretario del Pd e quindi del partito con maggior percentuale di voti, dovrebbe essere lei il punto di riferimento e l’interlocutore di chiunque volesse relazionarsi con le opposizioni in Italia. I fatti però hanno dimostrato tutto il contrario. L’incontro di Conte con Paolo Zampolli l’uomo di Donald Trump in Italia, infatti, dice tante cose. La prima è che da ex premier, il leader pentastellato è considerato l’uomo di riferimento dall’entourage del presidente degli Stati Uniti. Un fatto che Giuseppi ha tenuto a sbandierare. Il San Lorenzo è uno dei più noti locali di pesce a Roma, e come altri, viene spesso usato per incontri di lavoro ai più alti vertici. È nella categoria dei ristoranti dove si va «per farsi vedere». Ed è quindi così che dovrebbe arrivare il messaggio a Schlein. Forte e chiaro. «Il leader sono io», sembra dire, «lo sanno anche Oltreoceano».
Per Carlo Calenda, «Conte può incontrare Vladimir Putin e dire che è progressista, poi incontrare Trump e dire che è liberale, può fare la manifestazione “No Kings” e poi mandargli un messaggino. È concavo e convesso, dove lo metti sta e se dovesse saltare l’alleanza col centrosinistra lui per rientrare a Palazzo Chigi fa l’alleanza con Casapound e visto che c’è si porta dietro quello che è il secondo trasformista in Italia dopo di lui, cioè Matteo Renzi. Quindi sono una coppia perfetta», ironizza pungente. Poi aggiunge: «Schlein deve sapere e il Pd deve sapere che questa roba porterà alla scomparsa del Partito democratico, come già fu il Conte due. Io gli avevo detto: non lo fate e l’hanno fatto. Il Movimento 5 stelle era inesistente e adesso abbiamo un Movimento 5 stelle che contende la leadership al Partito democratico».
Ed è chiaro a tutti che il tema della leadership è estremamente divisivo, un elefante nella stanza che non può più continuare a esser ignorato. Eppure c’è chi rimanda il problema.
Goffredo Bettini, dirigente nazionale del Pd, in un editoriale pubblicato dal suo Rinascita, scrive: «Sono giorni che si parla solo di questo. Delle divisioni nella coalizione progressista, delle ambizioni che ognuno coltiva, dei reciproci sospetti e, infine, nelle ultime ore è divampata la ricerca verticistica, irrealistica, inopportuna del cosiddetto federatore». Per questo, per Bettini, su un punto «occorre essere chiari: troveremo il modo più largo, trasparente e sensato di scegliere il leader delle forze progressiste, il candidato premier. Allo stato attuale, tuttavia, occorre il più rapidamente possibile levare dal campo questo tema divisivo e prematuro. Questo affanno personalistico e distraente». Piuttosto, per l’esponente dem, «occorre agire da subito, insieme, come opposizione al governo Meloni, che allo stato attuale resta». E poi: «In secondo luogo, nel modo più ragionato, pacato e responsabile vanno create le condizioni perché i vari partiti della coalizione elaborino una posizione comune sulle grandi questioni del futuro. Non sono affatto pessimista».
All’ottimista Bettini si affianca Andrea Orlando, che rincara: «Penso che sia stato un errore precipitare la discussione sulle primarie, credo che la vittoria referendaria non si possa trasferire automaticamente nel campo politico. Lo può diventare se siamo in grado di far sì che tutto il popolo che ha partecipato al voto sia partecipe alla costruzione dell’alternativa. Si ridia la possibilità di partecipare non solo per andare a votare questo o quell’altro alle primarie ma per costruire dal basso un altro percorso alternativo a quello della destra».
Anche per Matteo Renzi, leader di Italia viva, bisogna stare sui temi. Per l’ex premier bisogna puntare tutto sulla sicurezza: «Il centrosinistra deve dire parole chiare. Su questo tema ci giochiamo le prossime elezioni ma soprattutto il futuro dei nostri ragazzi».
Schlein ha detto la sua due sere fa, ospite di Rete 4. «Io lavorerò come sempre per costruire un’alleanza. Ricordo che nel 2022 abbiamo perso le elezioni perché non c’era un’alleanza. Lavoriamo anzitutto sui programmi e poi naturalmente condivideremo la scelta del candidato premier e se saranno le primarie, io ho sempre detto benissimo, perché io sarò assolutamente disponibile a questo».
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Claudia Conte (Ansa)
Quando ci sono di mezzo i sentimenti, le cose sono sempre complicate.
Il caso della relazione extraconiugale del titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, con la giornalista Anna Claudia Conte sta agitando le acque intorno al governo. Non solo perché il ministro dell’Interno, 62 anni, è ancora sposato con il prefetto di Grosseto, Paola Berardino (dalla quale starebbe comunque divorziando), ma anche perché c’è da capire chi sia davvero questa Conte, da dove sia sbucata e, soprattutto, se abbia ottenuto favori da questo rapporto (cosa che comunque il ministro nega con forza). Originaria di Aquino, provincia di Frosinone, 34 anni, padre poliziotto, laurea in giurisprudenza alla Luiss, dopo gli inizi come attrice su Rai Cinema e modella, si butta sull’informazione: speaker di Isoradio, presentatrice e opinionista tv, scrittrice (cinque libri).
In questi anni la Conte è stata la madrina del tour mondiale della nave Amerigo Vespucci, la presentatrice ufficiale dei concerti di tutte le bande delle Forze Armate.
Radio Esercito l’ha inviata a seguire il Festival di Sanremo. Molto vicina anche all’ex generale Roberto Vannacci per il quale ha moderato diversi eventi. Ha anche fondato l’associazione «per la cultura a 360 gradi» Nova Era, insieme ad Emanuele Ajello, militante di Futuro nazionale.
Il 12 febbraio è stata nominata «a tempo parziale e a titolo gratuito» consulente della commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie, organismo di Montecitorio presieduto dal deputato di Forza Italia, Alessandro Battilocchio. «Si è autocandidata e nessuno si è opposto», spiegano dalla commissione. Conte è stata presa «in quanto portavoce dell’Osservatorio nazionale sul bullismo e sul disagio giovanile», chiarisce Battilocchio. Sul suo profilo Whatsapp c’è una foto mentre stringe la mano al Papa, su Instagram (conta 311.000 follower ma pare che il 21% siano sospetti) alterna foto con politici e militari a video del suo programma su Rai Radio Uno. Dal 2024 conduce, infatti, La mezz’ora legale, uno spazio realizzato insieme alla Polizia di Stato. Ad assumerla l’ex direttore Francesco Pionati, ex parlamentare Udc, amico d’infanzia e compaesano di Piantedosi.
È stata anche socia in affari con Renzo Lusetti, ex parlamentare Pd e volto storico della Dc, con il quale ha fondato, nel 2021, la Shallow srls «un’impresa culturale femminile, con focus sulla responsabilità sociale e lo sviluppo sostenibile».
Lusetti è amico intimo di Pionati. Conte è pure codirettrice artistica del Ferrara film festival e producer di eventi realizzati in collaborazione con istituzioni, Santa Sede e realtà del Terzo settore.
Ma la verace e vorace (di visibilità) giornalista ciociara s’intende anche di arte contemporanea: infatti fa parte del cda della Fondazione Marini San Pancrazio di Firenze, nominata nel 2022 dall’allora sindaco Dario Nardella, oggi eurodeputato Pd.
In passato ha avuto una relazione con il calciatore Angelo Paradiso (ex Napoli e Lecce), conclusa dopo che lei lo ha denunciato per stalking, diffamazione e revenge porn. Paradiso venne arrestato e rimase cinque mesi ai domiciliari, salvo poi essere assolto alla fine del 2023, perché «il fatto non sussiste». Una vicenda che pesa ancora.
Ieri, la Conte ha interrotto il mutismo, pubblicando prima un video sulla giornata dell’autismo e poi per inviare solamente un breve messaggio all’agenzia di stampa Ansa in cui affermava: «Al momento preferisco il silenzio, ricordo solo le mie competenze professionali di circa dieci anni».
Avs guarda solo nei letti degli altri
Il leader di Azione, Carlo Calenda, in un post su X ha centrato il problema: «Fare i guardoni nelle camere da letto altrui, con una buona dose di sessismo, è indegno della politica e del giornalismo. Continuate a nuotare in questo mare di fango mentre il mondo va a fuoco». Chiarimenti a parte, sugli incarichi che Claudia Conte ha avuto in questi anni e che giustamente Mario Giordano sollecita, irrita vedere quanto ecciti Avs la relazione della giornalista con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
In un’interrogazione scritta, Angelo Bonelli di Alleanza Verdi Sinistra ha chiesto alla premier Giorgia Meloni non solo lumi sulle consulenze pubbliche conferite alla scrittrice e conduttrice, ma «se, alla luce dei fatti esposti e al fine di tutelare il corretto funzionamento delle istituzioni, il ministro dell’Interno sia nelle condizioni di continuare a svolgere pienamente le proprie funzioni».
Davvero singolare che proprio il gruppo politico che candidò alle Europee una detenuta italiana in Ungheria, divenuta intoccabile una volta eletta, sollevi obiezioni sull’idoneità del ministro dell’Interno. Piantedosi non ha commesso reati, non si è fatto più di un anno di carcere con l’accusa di aver aggredito a martellate due presunti neonazisti come nel caso di Ilaria Salis, eppure per Bonelli e Fratoianni dovrebbe lasciare il Viminale. «L’obiettivo è chiaro, fare fuori Piantedosi con una faccenda privata, così come si è fatto per Sangiuliano», scriveva ieri il direttore Maurizio Belpietro.
Guardare attraverso il buco della serratura non sembra sconveniente per Avs, quando nel letto c’è un esponente del governo, però guai se la polizia bussa alla porta della camera d’hotel dove la Salis era con Ivan Bonnin, suo assistente al Parlamento europeo. «L’idea, è che intorno alla candidatura di Ilaria Salis si possa generare una grande e generosa battaglia affinché l’Unione europea difenda i principi dello stato di diritto e riaffermi l’inviolabilità dei diritti umani fondamentali su tutto il suo territorio e in ognuno degli stati membri», dichiaravano nell’aprile di due anni fa Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli.
Potevano dirlo subito, che puntavano non solo all’immunità dell’ex detenuta che rischiava fino a 24 anni di carcere, ma anche al suo essere al di fuori di ogni controllo. I cittadini devono sottostare a procedure, l’eurodeputata pagata con i soldi nostri è al di sopra delle regole tanto da non dover aprire la porta e mostrare i propri documenti?
Per Alleanza Verdi Sinistra il controllo alla Salis è diventato una questione di Stato, anzi di «Regime». Un affronto di cui la Germania dovrebbe pagarne le conseguenze per l’alert «inopportuno» e Piantedosi chiedere scusa. Anzi, oggi possibilmente dimettersi dopo la relazione data in pasto ai media.
Nessuna remora, visti i precedenti dell’eurodeputata passata dal carcere a Bruxelles, aveva suggerito un ragionevole silenzio al duo Avs. «Solo l’ipotesi che una rappresentante delle istituzioni europee possa essere in qualche maniera collegata ad ambienti politici violenti, sicuramente è una questione molto grave, molto seria e da affrontare con rigore e non solo con la polemica», ha fatto notare invece in un’interrogazione Letizia Giorgianni, deputata Fdi.
La capogruppo alla Camera di Avs, Luana Zanella, ha chiesto chiarimenti al titolare del Viminale. «Perché Conte ha avuto bisogno di raccontare la sua relazione che dovrebbe essere un fatto privato?», è partita all’attacco, definendo «comunque molto opache le rivelazioni di Claudia Conte […] Stiamo parlando di una istituzione cruciale, il ministero degli Interni, che non può essere travolta dal gossip».
Il Parlamento europeo, invece, doveva accogliere dalla galera senza fiatare un’attivista che partecipava a spedizioni punitive armata di martello.
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