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2018-03-20
Il nostro mare non è perduto. La Francia si può fermare
Per il ministero il patto con cui regaliamo mare e petrolio ai francesi va ancora ratificato. Ma Oltralpe hanno già le carte nuove. Roma deve imporre lo stop all'attuazione dell'accordo di Caen: serve un ceffone per placare le smanie di conquista transalpine. Esposto di Fdi: Gentiloni non fa il bene del Paese.Il tema specifico dell'accordo di Caen tra Francia e Italia risente della poca capacità e attenzione delle istituzioni italiane per la tutela degli interessi nazionali nel settore della «territorializzazione delle aree marittime», cioè della definizione di confini sul mare come se fosse terra. Infatti la bozza di tale accordo, in negoziazione dal 2006, siglato nel 2015 e in attesa di ratifica da parte dei Parlamenti, risente molto della sostituzione di una strategia nazionale da parte del criterio burocratico-astratto stabilito dall'Onu (Unclos) di fissare i confini in base a una geometria standard. Ma gli interessi geoeconomici e di sicurezza non necessariamente seguono linee geometriche. E certamente quelli italiani nell'area marina contigua a quella francese, nell'alto Tirreno e Mar di Sardegna, non possono essere perimetrati in base agli standard Unclos perché producono uno svantaggio per l'Italia e un vantaggio per la Francia. Infatti Parigi preme sull'Italia per realizzarlo, invocando lo standard Onu. I negoziatori tecnici italiani hanno cercato di difendere l'interesse nazionale, ma da una posizione debole perché hanno accettato il criterio geometrico invece di portare la trattativa verso un accordo bilaterale in deroga concordata e bilanciata bilateralmente dagli standard Onu stessi. Per tale motivo la tutela dell'interesse nazionale ha potuto limitarsi a poche cose, generando un accordo sbilanciato che regala alla Francia un enorme bottino in termini di spazio marittimo conquistato e fondali ricchi di risorse energetiche. Dovremmo criticare i nostri diplomatici? In parte sì, perché tendono a proporre alla decisione politica - questa per lo più incompetente o distratta - un rispetto eccessivo degli standard internazionali anche in caso di danno all'interesse nazionale, questo percepito come bene secondario mentre l'aderenza a norme Onu o dell' Ue è valutato un bene primario. La critica maggiore, tuttavia, andrebbe indirizzata ai governi che hanno la responsabilità di un'inesistente conduzione strategica e, a quelli più recenti, per la sottomissione agli interessi francesi. Corruzione, reclutamento, ricatti? Ce n'è odore, ma sembra prevalere l'incompetenza se si considera anche l'assenza di un'adeguata azione dei nostri governi di tutela dell'interesse nazionale nell'area adriatica e in quella a sud della Sicilia. Ora che le esplorazioni geologiche mostrano che tutti i fondali attorno all'Italia sono pieni di risorse energetiche è evidente che non solo l'Italia deve affermare i propri diritti di sfruttamento, eventualmente estendendoli per tutela dell'ambiente o per sicurezza, per esempio nell'Adriatico e verso l'Africa, ma anche difenderli da chi vorrebbe impadronirsene. Detto questo in generale, in particolare l'accordo di Caen non è in vigore perché privo di ratifica parlamentare. La Francia sembra voler forzare la situazione prima dell'insediamento di un governo meno manipolabile, considerando l'accordo già di fatto in vigore con la conseguenza di attivare un presidio militare sulle aree conquistate. Ma se attua un tale presidio, allora l'Italia dovrebbe interpretarlo come atto di guerra. Sarebbe irrazionale sparare ai francesi, ma l'essere pronti a farlo sarebbe utile come segnale che l'Italia è stufa di avere da decenni una Francia predatrice sul collo. Resta il tema della ratifica in Parlamento dell'accordo. La raccomandazione è di non ratificarlo, però con l'intento di trovare nuove collaborazioni «di sostanza» nelle aree di contiguità marittima in materia di pesca, sfruttamento dei fondali e tutela ambientale nonché presidio di sicurezza. L'Italia non ha interesse a perseguire frizioni con la Francia, cioè a una guerra tra poveri, ma a trovare collaborazioni alla pari di reciproco vantaggio. Il problema è che Parigi vede l'Italia come terreno di conquista sia per dominarne l'economia allo scopo di bilanciare il potere della Germania sia per eliminare un concorrente nel Mediterraneo e, soprattutto, nella vendita di armi. La sudditanza mostrata da Paolo Gentiloni a Emmanuel Macron accettando l'idea di un trattato bilaterale generale simile a quello franco tedesco dell'Eliseo del 1963 (Trattato del Quirinale, ora in studio) tra Francia e Italia che di fatto formalizzerebbe la satellizzazione della seconda, non aiuta a convincere Parigi ad instaurare relazioni simmetriche con Roma. Per questo Roma deve dare un segnale di stop alle pretese francesi cancellando l'accordo di Caen e lo studio di un Trattato del Quirinale. Quando ci sarà un governo sperabilmente capace, poi, questo dovrà verificare la disponibilità preliminare di Parigi per accordi collaborativi bilanciati prima di avviare o riprendere qualsiasi trattativa settoriale nonché - in forma d'accordo tra agenzie di intelligence - per la rinuncia a mettere su libro paga politici e funzionari italiani.Carlo PelandaComunicato della Farnesina 19 marzo 2018.pdf<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-nostro-mare-non-e-perduto-la-francia-si-puo-bloccare-2550054724.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mentre-la-farnesina-balbetta-la-francia-ridisegna-le-mappe" data-post-id="2550054724" data-published-at="1779373594" data-use-pagination="False"> Mentre la Farnesina balbetta, la Francia ridisegna le mappe Nel quasi totale silenzio della politica, si sta consumando lo scippo dei tratti di Mar Ligure e Mar di Sardegna che, per la loro pescosità e la recente scoperta di un bacino di idrocarburi, fanno tanto gola alla Francia. A Parigi, in effetti, si sta facendo largo l'ipotesi di agire autonomamente, procedendo a ridefinire gli attuali confini marittimi senza aspettare che il Parlamento italiano autorizzi la decisione. La versione ufficiale, ribadita dalla Farnesina, è che in assenza di una ratifica da parte delle Camere, il trattato di Caen, siglato nel 2015 dall'allora ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, e dal suo omologo francese, non possa entrare in vigore. Il 25 marzo, però, in Francia è prevista una consultazione pubblica «nel quadro della concertazione preparatoria di un documento strategico» sul Mediterraneo. E si è scoperto che nelle cartine geografiche diffuse a corredo dei quesiti, erano già state riportate le nuove delimitazioni previste dall'accordo del 2015. L'ambasciata francese a Roma, cercando di salvarsi in calcio d'angolo, ha assicurato che si è trattato di un errore e che le cartine «saranno corrette al più presto». Resta comunque il fatto che, come ha rivelato sul suo blog l'ammiraglio Giuseppe De Giorgi, ex capo di stato maggiore della Marina Militare, la gendarmeria marittima francese, già dal gennaio 2016, si comporta come se quei tratti di Mar Tirreno fossero effettivamente passati sotto controllo transalpino. Così, all'ignaro peschereccio italiano Mina era capitato di essere intercettato e scortato nel porto di Nizza, con l'accusa di aver praticato la pesca del gambero in acque francesi. Per ottenere il rilascio dell'imbarcazione sequestrata, era stato pagato un salato riscatto di 8.300 euro. Secondo De Giorgi, in Francia i contenuti del trattato sono sempre stati di dominio pubblico, mentre da noi solamente alcune voci isolate, a cominciare dal movimento Unidos, capitanato dall'ex presidente della Regione Sardegna, Mauro Pili, avevano denunciato l'inopinata regalia ai cugini d'Oltralpe, promuovendo contromosse clamorose, quali l'«occupazione» delle Bocche di Bonifacio da parte dei pescatori sardi. Tra gli esponenti politici che per primi erano saliti sulle barricate, c'era anche l'attuale deputato leghista Claudio Borghi. Da consigliere regionale in Toscana, aveva presentato un'interrogazione per evidenziare il danno recato al comparto della pesca dal trattato di Caen. Lo Stato italiano, però, deliberatamente ha omesso di informare i cittadini, con la scusa di «evitare allarmismi», come si può leggere nel testo della mozione che Borghi ha pubblicato su Twitter. L'ultimo tentativo di scuotere una classe dirigente prona ai diktat stranieri, quando non spudoratamente negazionista (si pensi al sottosegretario agli Affari europei Sandro Gozi, secondo il quale, quella della cessione del mare alla Francia, sarebbe una «bufala»), è venuto dai leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni e Guido Crosetto. I due hanno presentato un esposto alla procura di Roma contro Gentiloni, firmatario dell'accordo e, in quanto presidente del Consiglio, garante del perseguimento degli interessi nazionali. Meloni e Crosetto hanno fatto riferimento agli articoli 243 e 264 del codice penale, che puniscono gli atti di ostilità e infedeltà nei confronti dello Stato. La Meloni aveva inoltre invocato l'intervento del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, affinché sollecitasse un pronunciamento definitivo del Parlamento, che impedisse a Parigi di appigliarsi a una sorta di silenzio-assenso da parte del nostro Paese. Il timore di Fratelli d'Italia, ha dichiarato alla Verità l'onorevole Crosetto, è che la Francia agisca unilateralmente sfruttando i principi del diritto internazionale, che le consentirebbero di annettere le acque contese semplicemente in virtù della stipula del trattato, senza bisogno dell'intervento della nostra assemblea legislativa. «Non vogliamo sottoporre il governo a una grana giudiziaria», ci ha spiegato Crosetto, «piuttosto lo scopo dell'esposto è denunciare questa ennesima mancanza di tutela della nostra sovranità, risvegliando dal suo torpore la classe politica di un Paese spaventato, che persino quando la Turchia ha bloccato una nave dell'Eni vicino a Cipro, ha avuto paura di convocare l'ambasciatore turco per ottenere le dovute spiegazioni». Tutto questo clamore, in fondo, può aver sollecitato la nota di delucidazioni del ministero degli Esteri e le goffe giustificazioni dell'ambasciata francese. Oltre a ribadire la necessità di una decisione del Parlamento, la Farnesina ha poi anticipato che «a breve si terranno consultazioni bilaterali, previste a scadenze regolari dalla normative Ue, al solo fine di migliorare e armonizzare la gestione delle risorse marine tra i Paesi confinanti, nel quadro del diritto esistente». Nessuna modifica all'assetto attuale, dunque, ma soltanto una rielaborazione del sistema di sfruttamento delle acque condivise tra Italia e Francia. Nel frattempo alcuni eurodeputati, raccolto l'appello alla tutela dell'integrità territoriale italiana, il 16 marzo hanno inoltrato una missiva direttamente alla Commissione europea. Si tratta di Lara Comi e Salvatore Cicu, i quali hanno chiarito al commissario per l'Ambiente, Karmenu Vella, che ogni eventuale iniziativa intrapresa da Parigi, quand'anche fosse sottoposta alla consultazione pubblica «che sembrerebbe essere stata accettata da Bruxelles», dovrà essere considerata giuridicamente invalida, poiché rappresenterebbe una «violazione dei diritti dei singoli Stati e un'appropriazione indebita di territori non disponibili all'uso singolo». Se non altro, ai francesi sarà più difficile aggiudicarsi la partita a tavolino, per forfait di un avversario che, fino a pochi giorni fa, risultava semplicemente non pervenuto. Alessandro Rico
Piero Portaluppi (Fondazione Portaluppi-FAI)
Nei grandi palazzi che hanno disegnato la storia abitativa della grande borghesia industriale della prima metà del secolo XX, sono talvolta i piccoli dettagli a svelare il carattere unico di Piero Portaluppi, uno dei massimi esponenti dell’architettura italiana tra gli anni Venti e gli Anni Cinquanta. Nei particolari poetici e sognanti, inseriti nel contesto dei capolavori più importanti dell’architettura borghese di Milano, è la sintesi di un’opera grandiosa e unica. Un’opera che ha firmato per sempre l’aspetto della capitale industriale d’Italia negli anni della massima espressione della borghesia industriale e allo stesso tempo intellettuale della città. Da oggi, a Villa Necchi Campiglio, sarà possibile rivivere l’opera del grande architetto grazie all’acquisizione da parte del Fondo per l’Ambiente Italiano del patrimonio archivistico proveniente dalla Fondazione Piero Portaluppi, gestita per decenni dai discendenti dell’architetto ed ora messa a disposizione del pubblico. Stiamo parlando di oltre 1.000 disegni autografi tra il 1909 e il 1967, di altrettante stampe fotografiche, appunti e schizzi, 15.000 cartoline oltre a 100 bobine di pellicola che fanno rivivere la storia dei grandi personaggi con cui Portaluppi si relazionava. E ancora, all’ultimo piano della residenza milanese che fu degli industriali Necchi, la ricostruzione fedele dello studio dell’architetto. Da quella scrivania particolare, battezzata «Omnibus» dal suo inventore, nacquero i progetti che cambiarono il volto della Milano che produceva e cresceva vertiginosamente all’inizio del XX secolo.
Piero Portaluppi era nato a Milano nel 1888, quando la città era nel vivo del progresso positivista delle scienze e dell'industria. Figlio di un ingegnere edile, si laurea al Politecnico nel 1910. Nel 1915 partecipando poco più tardi alla Grande Guerra come ufficiale nel Corpo del Genio. La carriera di architetto prese piede da quell’elemento che fece grande la Milano della «belle époque», l’elettricità. Nel 1913 sposa Lia Baglia, nipote dell’industriale elettrico Ettore Conti, che aprì le porte all’estro di Portaluppi affidandogli la realizzazione degli edifici di centrali idroelettriche come quelle ossolane di Verampio e Cadarese, caratterizzate dallo stile eclettico tipico della cultura architettonica industriale dell’epoca. Il carattere estremamente versatile di Portaluppi, rigoroso ma ironico allo stesso tempo (era autore di vignette e bozzetti satirici pubblicati su alcuni giornali), lo resero presto famoso tra la borghesia industriale più in vista del capoluogo lombardo.
Tra gli anni ’20 e gli anni ’40 Portaluppi viveva il momento di massimo successo professionale. Non solo come architetto, ma anche come urbanista, designato come membro insigne della commissione per il piano di sviluppo milanese. Tra le due guerre, nascono i progetti e le realizzazioni più importanti dell'architetto, tra cui la stessa Villa Necchi Campiglio, concepita con canoni che superavano il razionalismo dominante del ventennio con elementi caratteristici del modernismo, con un’attenzione particolare alla distribuzione degli spazi e all’importanza nei dettagli che resero unica la firma dell’architetto milanese. Per la grande borghesia realizza Palazzo Crespi, dimora della grande famiglia di industriali tessili e proprietari del «Corriere della Sera». Edificio monumentale per imponenza, è alleggerito dalle invenzioni e dalla creatività di Portaluppi, nelle geometrie delle scalinate a spirale, nelle nicchie, nei dettagli impreziositi da una scelta precisa dei materiali, funzionali alle forme. La casa degli Atellani fu anche la sua dimora. Originariamente palazzo storico risalente al Quattrocento (dove è custodita la famosa vigna di Leonardo da Vinci), viene riletto totalmente da Portaluppi nella distribuzione degli spazi e, ancora una volta, dà sfogo ad una creatività che superava le mode e gli stili canonici. L’ironia e la maestria si leggono bene nella facciata interna dell’edificio, dove l’architetto-proprietario realizza una sorta di neobarocco inserito armonicamente nel contesto della casa dell’epoca di Ludovico il Moro. Del periodo è anche il progetto del Planetario Ulrico Hoepli, donato alla città di Milano dall’editore, caratterizzato da elementi apertamente neoclassici come il pronao alleggeriti all’interno dalle decorazioni con scie di costellazioni e elementi geometrici. Quasi di fronte al Planetario, Portaluppi realizza per la borghesia milanese il palazzo della Società Buonarroti-Carpaccio-Giotto in corso Venezia, un edificio con pianta a «u» ispirato dallo stile Secessionista e caratterizzato da un imponente passaggio coperto da un grande arco a tutto sesto decorato al suo interno con elementi romboidali.
Nel dopoguerra, decadute totalmente le ipotesi di collaborazione con il regime fascista, Portaluppi rimase al centro del dibattito sul futuro architettonico di una Milano da ripensare assieme ai più grandi studi come BBPR e Giò Ponti, continuando l’attività di progettazione di palazzi e interni per la committenza alto borghese. Piero Portaluppi si ritira dalla docenza al Politecnico nel 1958, muore nella sua Milano il 6 luglio 1967.
Oggi, grazie alla Fondazione che porta il suo nome ed al Fondo per l’Ambiente Italiano, possiamo immaginare nuovamente il grande architetto al lavoro nel suo studio di via Morozzo della Rocca, fedelmente ricostruito nelle stanze all’ultimo piano di Villa Necchi Campiglio, tra i suoi capolavori più apprezzati nel mondo. A Milano, in via Mozart 14.
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L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
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