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2019-06-08
La responsabilità è del Pd
anche se ora si finge scandalizzato
Ansa
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, abituale frequentatore di Procure come persona informata dei fatti (a Firenze i più attenti hanno già contato quattro sue audizioni) e non certo come indagato, ha le carte in regola, asseriscono i suoi, per mettere mano anche alla riforma della giustizia. O almeno alla sua riorganizzazione dal punto di vista amministrativo. Peccato che le nuove norme contenute nel decreto legge sulla pubblica amministrazione sembrino avere un solo obiettivo: occupare manu militari il potere giudiziario come neanche nella Corea del Nord. Un piano contro il quale il presidente Giorgio Napolitano sembra essersi opposto solo in parte. Il Quirinale avrebbe infatti dato il suo parere negativo all'immediato prepensionamento di oltre 400 tra giudici e procuratori, a causa dell'abbassamento dell'età pensionabile a 70 anni. Il ricambio generazionale potrà iniziare tra tre anni, nel 2017. Ma eccoci alla seconda parte del piano renziano. A luglio ci saranno le elezioni per rinnovare il Consiglio superiore della magistratura e la maggioranza parlamentare dovrebbe piazzare cinque membri laici e un vicepresidente di peso. Sarà poi questo Csm «matteizzato» a scegliere i nuovi procuratori e presidenti di tribunale, sino alla rivoluzione del 2017. Un piano che i magistrati non allineati considerano scellerato. Lo spiega a Libero Andrea Reale, giudice dell'udienza preliminare a Ragusa e unico membro su 36 del Comitato direttivo dell'Associazione nazionale magistrati non appartenente alla troika di correnti Unicost, Area e Magistratura indipendente, bensì esponente della cosiddetta Proposta B, quella di chi vorrebbe un Csm selezionato per sorteggio e non monopolizzato da logiche politiche e partitiche. «Ho presentato un'istanza per chiedere di riunire il comitato direttivo per una doverosa discussione. Questa bozza è a mio modo di vedere un vero e proprio attentato all'indipendenza interna della magistratura e in particolare a quella delle singole toghe. Infatti impedisce per legge di difendere la loro legittima aspettativa a un posto direttivo o semidirettivo. Per me si tratta di una norma incostituzionale perché gli articoli 24 e 103 della Suprema carta garantiscono a tutti i cittadini la tutela dei propri interessi legittimi e di poter ricorrere per motivi di legittimità sostanziale ai giudici amministrativi». Diritto che ora verrebbe calpestato. Ma che cosa dice esattamente l'articolo incriminato? «Contro i provvedimenti concernenti il conferimento o la conferma degli incarichi direttivi e semidirettivi, il controllo del giudice amministrativo ha per oggetto solo la legittimità formale e procedurale del provvedimento di nomina e la verifica che esso non sia manifestamente volto a perseguire finalità arbitrarie, diverse dal buon funzionamento degli uffici giudiziari». Praticamente i magistrati che riterranno ingiusta una nomina e che penseranno di avere titoli migliori di chi gli ha soffiato il posto in un determinato ufficio non potranno più rivolgersi al Tar. A meno che non riescano a dimostrare le succitate «finalità arbitrarie» da parte del Csm. «Un'impresa impossibile» conclude Reale. In sostanza il decreto introduce un regime di non impugnabilità delle delibere di nomina dei dirigenti degli uffici giudiziari. Ma è nella coda dell'articolo che c'è il vero veleno e riguarda l'ipotesi in cui un magistrato avrà avuto la possibilità di rivolgersi al Tar e avrà vinto: «Nel caso di azione di ottemperanza il giudice amministrativo, qualora sia accolto il ricorso, ordina l'ottemperanza e assegna al Consiglio superiore un termine per provvedere». La manina dell'estensore del decreto aggiunge che in questi casi viene abolito il commissario ad acta, l'unico organo terzo in grado di far rispettare la sentenza. «Chiedere al Csm di rivedere le proprie decisioni è come chiedere a un inquilino moroso di sfrattarsi da solo» chiosa un giudice romano che preferisce restare anonimo. Anche perché i membri del Csm, per una vecchia legge ordinaria non sono responsabili dal punto di vista penale, civile e amministrativo per gli atti compiuti o non compiuti nell'esercizio delle loro funzioni. Qualunque altra amministrazione se non ottemperasse verrebbe perseguita penalmente, il Csm no. «Hanno blindato il sistema e consegnato la magistratura alle correnti» conclude la toga sconsolata. Sino a ieri il Tar e il Consiglio di Stato potevano intervenire quando il Csm procedeva a lottizzazioni sistematiche o promuoveva candidati che non avevano i titoli migliori, contestando anche al Csm i vizi tipici degli atti amministrativi. Da domani non potranno più farlo, visto che saranno ammesse solo le contestazioni formali e procedurali. La valutazione del Csm e delle sue correnti diventerà insindacabile al pari di un atto parlamentare. Il che si inserisce, come detto, in un sistema in cui i componenti del Csm con una legge ordinaria sono stati dotati dell'immunità penale, civile e amministrativa per i loro atti. Una legge che la Consulta considerò legittima per sottrarre i membri del Palazzo dei Marescialli alle possibili ritorsioni degli altri magistrati. Con Renzi si va oltre e viene creato un mondo a parte, dove le delibere del Csm non possono essere impugnate e le sentenze del Tar non possono essere eseguite coattivamente. Senza considerare che la mancata esecuzione delle decisioni dei giudici amministrativi non potrà avere conseguenze sui consiglieri del Csm. E allora che cosa dovranno fare le toghe senza padrini e riferimenti politici? «Dovremo presentarci pure noi con il cappello in mano in vista delle elezioni del 5 e 6 luglio per il Csm e metterci al servizio di qualche corrente», risponde amareggiato un pm di Proposta B. Che riassume così il piano di Renzi: «Azzerare i ruoli direttivi delle toghe, fare scegliere quelli nuovi da un Csm politicamente orientato e rendere queste nomine non impugnabili. In pratica vuole scegliere i vertici della magistratura italiana». Nei corridoi di Palazzo Chigi non ci stanno e replicano che la nuova norma è stata scritta per evitare che a causa dei continui ricorsi i posti in magistratura restino vacanti anche per anni. Le toghe avverse al decreto replicano snocciolando la sentenza 497 del 2000 della Corte costituzionale sui magistrati: «Nel patrimonio di beni compresi nel loro status professionale vi è anche quello dell'indipendenza, la quale, se appartiene alla magistratura nel suo complesso, si puntualizza pure nel singolo magistrato, qualificandone la posizione sia all'interno che all'esterno: nei confronti degli altri magistrati, di ogni altro potere dello Stato e dello stesso Consiglio superiore della magistratura». Come dire: l'indipendenza della magistratura non è garantita dal Csm. Tantomeno da un Consiglio subalterno alla politica e completamente deresponsabilizzato.
Toghe troppo lente, Mesina esce di galera
Questa volta non è dovuto scappare. Nessuna evasione rocambolesca, come nel 1962 durante un trasferimento dal carcere di Sassari a quello di Nuoro - in treno e con le manette ai polsi - che gli valse il soprannome di Primula rossa. Stavolta è stato un cortocircuito giudiziario a rimettere in libertà Graziano Mesina, il Grazieneddu del banditismo sardo che imperversava tra gli altopiani di Supramonte. A 77 anni, 44 dei quali passati in galera, era dietro le sbarre a Nuoro per traffico internazionale di droga. È stato scarcerato per decorrenza dei termini e potrà tornare nella sua Orgosolo da uomo libero: le motivazioni della sentenza d'appello con la quale è stato condannato a 30 anni di carcere, infatti, non sono ancora state depositate. E così la misura cautelare è decaduta.
A causa di questa condanna, a Mesina era anche stata revocata la grazia concessagli nel 2004 dall'allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. «Sono felicissimo, non me l'aspettavo», ha commentato coi cronisti uscendo dal carcere. D'altra parte non è la prima volta che gli capita di trovare un buco nei meccanismi giudiziari: nel 1995 ottenne un permesso speciale e colse l'occasione per fuggire con la donna di cui era innamorato. Lo riacciuffarono poco dopo. È stata interamente così la vita del bandito che tutti in Sardegna chiamavano «la fera», la fiera. Un po' perché era solitario, un po' perché era riuscito a crearsi un'immagine da cattivo. Con una carriera criminale cominciata giovincello: aveva appena 14 anni, nel 1956, quando lo arrestarono per porto abusivo di pistola e oltraggio a pubblico ufficiale. Finì di nuovo dentro nel 1960 per aver sparato in luogo pubblico. È con lui che il banditismo sardo diventa un'industria criminale che macina soldi. Non senza qualche intoppo. Il rapimento del ricco possidente Pietrino Crasta, nel 1960, si conclude con la morte dell'ostaggio. Mesina si rifà nel 1977 col rapimento dell'industriale Mario Botticelli. Ma è con il caso del piccolo Farouk Kassam che il brigante diventa un personaggio nazionale. Interviene come mediatore per trattare la liberazione del piccolo sequestrato a Porto Cervo nel gennaio del 1992 e liberato, dopo sei mesi, in circostanze ancora oggi misteriose. Mesina sostiene che la famiglia pagò 1 miliardo di lire, circostanza smentita delle ricostruzioni ufficiali. Nel poco tempo passato da uomo libero, Grazianeddu si è stato spesso protagonista sui rotocalchi, fino a sfiorare l'ingresso all'Isola dei famosi. Un meccanismo che ora, visto che i tempi in cui i baschi blu lo ritenevano imprendibile (dai colli di Supramonte prendeva alle spalle gli uomini che gli davano la caccia e li controllava a distanza con un binocolo) sembrano così lontani, potrebbe innescarsi di nuovo. Probabilmente aspetta già qualche cronista a casa, ma solo tra le 22 e le 6 del mattino: perché l'obbligo di firma giornaliero disposto dalla Procura gli impone di farsi trovare a casa a quell'ora. Sempre che non decida di darsi di nuovo alla macchia, per ricordare i vecchi tempi. In barba ai giudici che hanno mancato il deposito della sentenza d'appello che l'avrebbe tenuto dentro.
Palamara: «Non ho mai preso 40.000 euro»
Si difende senza rinunciare ad attaccare, Luca Palamara, pm romano indagato per corruzione a Perugia e detonatore dello scandalo che, nel giro di un paio di settimane, ha fatto registrare nel Csm un consigliere dimissionario (Luigi Spina) e quattro autosospesi. Attacca dalle retrovie, ben consapevole di non poter andare sotto rete, ancora: «Non ho mai piegato la mia funzione a fantomatici interessi del gruppo Amara, della cui attività sono totalmente all'oscuro avendo avuto rapporti di amicizia e frequentazione esclusivamente con Fabrizio Centofanti», ha spiegato il magistrato che ieri ha depositato una corposa memoria difensiva nell'ufficio inquirente umbro. «Amicizia che per altro ha anche con importanti figure di vertice della magistratura ordinaria e amministrativa». A chi si riferisce, l'ex presidente dell'Anm?
Palamara batte in particolare su due punti emersi nelle indagini, tuttora segretate, condotte anche con l'ausilio di un virus spia nello smartphone: i rapporti con il Pd e l'accusa di aver cercato di pilotare, in cambio di una forte somma di denaro, la nomina del procuratore di Gela a favore di Giancarlo Longo. «Non ho mai ricevuto favori e non ho mai preso la somma di 40.000 euro», ha spiegato Palamara, assistito dagli avvocati Benedetto e Mariano Marzocchi Buratti e Michele Di Lembo. Tant'è che «tra i vari documenti da me presentati» ha incluso anche «il verbale del plenum del Csm (…) dal quale risulta che Longo non ha ricevuto nemmeno un voto». Sugli incontri con Luca Lotti e Cosimo Ferri, entrambi deputati del Pd, la difesa del leader Unicost è più sfumata perché rimandata a «una seconda fase». «Non sono mai stato collaterale a nessun partito politico e mai ho svolto incarichi fuori ruolo di diretta dipendenza dalla politica», ha continuato Palamara. «Non ho mai messo in discussione il mio rispetto per la carica istituzionale del vicepresidente del Csm e più in generale delle prerogative dei singoli consiglieri». Il pm è già stato interrogato nei giorni scorsi a Perugia, sui viaggi e i regali che - secondo l'accusa - gli sarebbero stati fatti dall'imprenditore Centofanti, e che Palamara ha sostenuto di aver sempre rimborsato. Peraltro, come ricorderanno i lettori della Verità, le stesse contestazioni dei pm perugini, nel decreto di perquisizione, a tal riguardo sono tutt'altro che granitiche spesso riferendosi solo a dubbi circa le date delle fatture dei soggiorni e non all'effettiva liquidazione dei conti.
«Intendo prima dimostrare che non sono un corrotto. Per questo ho allegato alla memoria tutti i dettagli sulle spese da me sostenute dal 2011 a oggi: estratti conto, prelevamenti e ogni movimento bancario». Palamara si dice «certo di chiarire in qualunque sede mi verrà richiesto» i fatti «oggetto delle provvisorie contestazioni» per chiarire «ogni singolo passaggio» comprese le «cene e tutte le condotte da me poste in essere durante l'attività consiliare 2014-2018». Bisognerà ora attendere il prossimo atto istruttorio per capire la direzione dell'inchiesta, ben più complicata è invece l'impresa di intuire la curva della polemica politica e associativa che ne deriva. Ieri, in un comunicato dal titolo che pare occhieggiare a un western di Sergio Leone - «Giù le mani» - la sezione di Roma dell'Anm ha rivendicato «con orgoglio» i «risultati raggiunti negli ultimi anni dagli uffici giudiziari del distretto» grazie al «quotidiano impegno, alla dedizione, alla professionalità e alla schiena dritta dei magistrati». Impegno che, assicurano, «proseguirà immutato e rinnovato per il futuro».
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Il nostro Giacomo Amadori nel 2014 svelò il piano dell'allora premier per piazzare uomini al Csm, fare pensionamenti a raffica e poi controllare il sistema di ricambio.La sentenza di condanna a 30 anni del bandito Graziano Mesina non è stata depositata: torna libero per decorrenza dei termini.Luca Palamara, pm sotto inchiesta, si difende: «Io mai collaterale ai partiti». L'Anm: «Abbiamo la schiena dritta».Lo speciale contiene tre articoli. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, abituale frequentatore di Procure come persona informata dei fatti (a Firenze i più attenti hanno già contato quattro sue audizioni) e non certo come indagato, ha le carte in regola, asseriscono i suoi, per mettere mano anche alla riforma della giustizia. O almeno alla sua riorganizzazione dal punto di vista amministrativo. Peccato che le nuove norme contenute nel decreto legge sulla pubblica amministrazione sembrino avere un solo obiettivo: occupare manu militari il potere giudiziario come neanche nella Corea del Nord. Un piano contro il quale il presidente Giorgio Napolitano sembra essersi opposto solo in parte. Il Quirinale avrebbe infatti dato il suo parere negativo all'immediato prepensionamento di oltre 400 tra giudici e procuratori, a causa dell'abbassamento dell'età pensionabile a 70 anni. Il ricambio generazionale potrà iniziare tra tre anni, nel 2017. Ma eccoci alla seconda parte del piano renziano. A luglio ci saranno le elezioni per rinnovare il Consiglio superiore della magistratura e la maggioranza parlamentare dovrebbe piazzare cinque membri laici e un vicepresidente di peso. Sarà poi questo Csm «matteizzato» a scegliere i nuovi procuratori e presidenti di tribunale, sino alla rivoluzione del 2017. Un piano che i magistrati non allineati considerano scellerato. Lo spiega a Libero Andrea Reale, giudice dell'udienza preliminare a Ragusa e unico membro su 36 del Comitato direttivo dell'Associazione nazionale magistrati non appartenente alla troika di correnti Unicost, Area e Magistratura indipendente, bensì esponente della cosiddetta Proposta B, quella di chi vorrebbe un Csm selezionato per sorteggio e non monopolizzato da logiche politiche e partitiche. «Ho presentato un'istanza per chiedere di riunire il comitato direttivo per una doverosa discussione. Questa bozza è a mio modo di vedere un vero e proprio attentato all'indipendenza interna della magistratura e in particolare a quella delle singole toghe. Infatti impedisce per legge di difendere la loro legittima aspettativa a un posto direttivo o semidirettivo. Per me si tratta di una norma incostituzionale perché gli articoli 24 e 103 della Suprema carta garantiscono a tutti i cittadini la tutela dei propri interessi legittimi e di poter ricorrere per motivi di legittimità sostanziale ai giudici amministrativi». Diritto che ora verrebbe calpestato. Ma che cosa dice esattamente l'articolo incriminato? «Contro i provvedimenti concernenti il conferimento o la conferma degli incarichi direttivi e semidirettivi, il controllo del giudice amministrativo ha per oggetto solo la legittimità formale e procedurale del provvedimento di nomina e la verifica che esso non sia manifestamente volto a perseguire finalità arbitrarie, diverse dal buon funzionamento degli uffici giudiziari». Praticamente i magistrati che riterranno ingiusta una nomina e che penseranno di avere titoli migliori di chi gli ha soffiato il posto in un determinato ufficio non potranno più rivolgersi al Tar. A meno che non riescano a dimostrare le succitate «finalità arbitrarie» da parte del Csm. «Un'impresa impossibile» conclude Reale. In sostanza il decreto introduce un regime di non impugnabilità delle delibere di nomina dei dirigenti degli uffici giudiziari. Ma è nella coda dell'articolo che c'è il vero veleno e riguarda l'ipotesi in cui un magistrato avrà avuto la possibilità di rivolgersi al Tar e avrà vinto: «Nel caso di azione di ottemperanza il giudice amministrativo, qualora sia accolto il ricorso, ordina l'ottemperanza e assegna al Consiglio superiore un termine per provvedere». La manina dell'estensore del decreto aggiunge che in questi casi viene abolito il commissario ad acta, l'unico organo terzo in grado di far rispettare la sentenza. «Chiedere al Csm di rivedere le proprie decisioni è come chiedere a un inquilino moroso di sfrattarsi da solo» chiosa un giudice romano che preferisce restare anonimo. Anche perché i membri del Csm, per una vecchia legge ordinaria non sono responsabili dal punto di vista penale, civile e amministrativo per gli atti compiuti o non compiuti nell'esercizio delle loro funzioni. Qualunque altra amministrazione se non ottemperasse verrebbe perseguita penalmente, il Csm no. «Hanno blindato il sistema e consegnato la magistratura alle correnti» conclude la toga sconsolata. Sino a ieri il Tar e il Consiglio di Stato potevano intervenire quando il Csm procedeva a lottizzazioni sistematiche o promuoveva candidati che non avevano i titoli migliori, contestando anche al Csm i vizi tipici degli atti amministrativi. Da domani non potranno più farlo, visto che saranno ammesse solo le contestazioni formali e procedurali. La valutazione del Csm e delle sue correnti diventerà insindacabile al pari di un atto parlamentare. Il che si inserisce, come detto, in un sistema in cui i componenti del Csm con una legge ordinaria sono stati dotati dell'immunità penale, civile e amministrativa per i loro atti. Una legge che la Consulta considerò legittima per sottrarre i membri del Palazzo dei Marescialli alle possibili ritorsioni degli altri magistrati. Con Renzi si va oltre e viene creato un mondo a parte, dove le delibere del Csm non possono essere impugnate e le sentenze del Tar non possono essere eseguite coattivamente. Senza considerare che la mancata esecuzione delle decisioni dei giudici amministrativi non potrà avere conseguenze sui consiglieri del Csm. E allora che cosa dovranno fare le toghe senza padrini e riferimenti politici? «Dovremo presentarci pure noi con il cappello in mano in vista delle elezioni del 5 e 6 luglio per il Csm e metterci al servizio di qualche corrente», risponde amareggiato un pm di Proposta B. Che riassume così il piano di Renzi: «Azzerare i ruoli direttivi delle toghe, fare scegliere quelli nuovi da un Csm politicamente orientato e rendere queste nomine non impugnabili. In pratica vuole scegliere i vertici della magistratura italiana». Nei corridoi di Palazzo Chigi non ci stanno e replicano che la nuova norma è stata scritta per evitare che a causa dei continui ricorsi i posti in magistratura restino vacanti anche per anni. Le toghe avverse al decreto replicano snocciolando la sentenza 497 del 2000 della Corte costituzionale sui magistrati: «Nel patrimonio di beni compresi nel loro status professionale vi è anche quello dell'indipendenza, la quale, se appartiene alla magistratura nel suo complesso, si puntualizza pure nel singolo magistrato, qualificandone la posizione sia all'interno che all'esterno: nei confronti degli altri magistrati, di ogni altro potere dello Stato e dello stesso Consiglio superiore della magistratura». 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Stavolta è stato un cortocircuito giudiziario a rimettere in libertà Graziano Mesina, il Grazieneddu del banditismo sardo che imperversava tra gli altopiani di Supramonte. A 77 anni, 44 dei quali passati in galera, era dietro le sbarre a Nuoro per traffico internazionale di droga. È stato scarcerato per decorrenza dei termini e potrà tornare nella sua Orgosolo da uomo libero: le motivazioni della sentenza d'appello con la quale è stato condannato a 30 anni di carcere, infatti, non sono ancora state depositate. E così la misura cautelare è decaduta. A causa di questa condanna, a Mesina era anche stata revocata la grazia concessagli nel 2004 dall'allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. «Sono felicissimo, non me l'aspettavo», ha commentato coi cronisti uscendo dal carcere. D'altra parte non è la prima volta che gli capita di trovare un buco nei meccanismi giudiziari: nel 1995 ottenne un permesso speciale e colse l'occasione per fuggire con la donna di cui era innamorato. Lo riacciuffarono poco dopo. È stata interamente così la vita del bandito che tutti in Sardegna chiamavano «la fera», la fiera. Un po' perché era solitario, un po' perché era riuscito a crearsi un'immagine da cattivo. Con una carriera criminale cominciata giovincello: aveva appena 14 anni, nel 1956, quando lo arrestarono per porto abusivo di pistola e oltraggio a pubblico ufficiale. Finì di nuovo dentro nel 1960 per aver sparato in luogo pubblico. È con lui che il banditismo sardo diventa un'industria criminale che macina soldi. Non senza qualche intoppo. Il rapimento del ricco possidente Pietrino Crasta, nel 1960, si conclude con la morte dell'ostaggio. Mesina si rifà nel 1977 col rapimento dell'industriale Mario Botticelli. Ma è con il caso del piccolo Farouk Kassam che il brigante diventa un personaggio nazionale. Interviene come mediatore per trattare la liberazione del piccolo sequestrato a Porto Cervo nel gennaio del 1992 e liberato, dopo sei mesi, in circostanze ancora oggi misteriose. Mesina sostiene che la famiglia pagò 1 miliardo di lire, circostanza smentita delle ricostruzioni ufficiali. Nel poco tempo passato da uomo libero, Grazianeddu si è stato spesso protagonista sui rotocalchi, fino a sfiorare l'ingresso all'Isola dei famosi. Un meccanismo che ora, visto che i tempi in cui i baschi blu lo ritenevano imprendibile (dai colli di Supramonte prendeva alle spalle gli uomini che gli davano la caccia e li controllava a distanza con un binocolo) sembrano così lontani, potrebbe innescarsi di nuovo. Probabilmente aspetta già qualche cronista a casa, ma solo tra le 22 e le 6 del mattino: perché l'obbligo di firma giornaliero disposto dalla Procura gli impone di farsi trovare a casa a quell'ora. 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Attacca dalle retrovie, ben consapevole di non poter andare sotto rete, ancora: «Non ho mai piegato la mia funzione a fantomatici interessi del gruppo Amara, della cui attività sono totalmente all'oscuro avendo avuto rapporti di amicizia e frequentazione esclusivamente con Fabrizio Centofanti», ha spiegato il magistrato che ieri ha depositato una corposa memoria difensiva nell'ufficio inquirente umbro. «Amicizia che per altro ha anche con importanti figure di vertice della magistratura ordinaria e amministrativa». A chi si riferisce, l'ex presidente dell'Anm? Palamara batte in particolare su due punti emersi nelle indagini, tuttora segretate, condotte anche con l'ausilio di un virus spia nello smartphone: i rapporti con il Pd e l'accusa di aver cercato di pilotare, in cambio di una forte somma di denaro, la nomina del procuratore di Gela a favore di Giancarlo Longo. «Non ho mai ricevuto favori e non ho mai preso la somma di 40.000 euro», ha spiegato Palamara, assistito dagli avvocati Benedetto e Mariano Marzocchi Buratti e Michele Di Lembo. Tant'è che «tra i vari documenti da me presentati» ha incluso anche «il verbale del plenum del Csm (…) dal quale risulta che Longo non ha ricevuto nemmeno un voto». Sugli incontri con Luca Lotti e Cosimo Ferri, entrambi deputati del Pd, la difesa del leader Unicost è più sfumata perché rimandata a «una seconda fase». «Non sono mai stato collaterale a nessun partito politico e mai ho svolto incarichi fuori ruolo di diretta dipendenza dalla politica», ha continuato Palamara. «Non ho mai messo in discussione il mio rispetto per la carica istituzionale del vicepresidente del Csm e più in generale delle prerogative dei singoli consiglieri». Il pm è già stato interrogato nei giorni scorsi a Perugia, sui viaggi e i regali che - secondo l'accusa - gli sarebbero stati fatti dall'imprenditore Centofanti, e che Palamara ha sostenuto di aver sempre rimborsato. Peraltro, come ricorderanno i lettori della Verità, le stesse contestazioni dei pm perugini, nel decreto di perquisizione, a tal riguardo sono tutt'altro che granitiche spesso riferendosi solo a dubbi circa le date delle fatture dei soggiorni e non all'effettiva liquidazione dei conti. «Intendo prima dimostrare che non sono un corrotto. Per questo ho allegato alla memoria tutti i dettagli sulle spese da me sostenute dal 2011 a oggi: estratti conto, prelevamenti e ogni movimento bancario». Palamara si dice «certo di chiarire in qualunque sede mi verrà richiesto» i fatti «oggetto delle provvisorie contestazioni» per chiarire «ogni singolo passaggio» comprese le «cene e tutte le condotte da me poste in essere durante l'attività consiliare 2014-2018». Bisognerà ora attendere il prossimo atto istruttorio per capire la direzione dell'inchiesta, ben più complicata è invece l'impresa di intuire la curva della polemica politica e associativa che ne deriva. Ieri, in un comunicato dal titolo che pare occhieggiare a un western di Sergio Leone - «Giù le mani» - la sezione di Roma dell'Anm ha rivendicato «con orgoglio» i «risultati raggiunti negli ultimi anni dagli uffici giudiziari del distretto» grazie al «quotidiano impegno, alla dedizione, alla professionalità e alla schiena dritta dei magistrati». Impegno che, assicurano, «proseguirà immutato e rinnovato per il futuro».
Persone guardano i loro telefoni per strada durante un'interruzione di corrente a L'Avana (Ansa)
Ci stanno pensando i cubani, in effetti, a protestare per le strade inneggiando alla libertà e urlando «abbasso il comunismo», dopo il crollo quasi totale del National electric system (Sen) mercoledì scorso, che ha lasciato gran parte del Paese senza elettricità. La disconnessione dell’impianto di Guiteras, il più grande di Cuba, ha innescato una reazione a catena che ha destabilizzato la rete elettrica nazionale che, sebbene gradualmente ripristinata, continua a funzionare a singhiozzo: le interruzioni di corrente superano le 20 ore al giorno e interessano abitazioni private, approvvigionamento idrico, trasporti e conservazione degli alimenti.
La crisi energetica è dovuta a una combinazione di fattori strutturali: centrali termoelettriche vetuste e malfunzionanti, scarsa manutenzione, carenza di carburante. Il sistema elettrico cubano è in agonia, non essendo in grado di fornire quotidianamente più di 1.500/1.600 megawatt. Il colpo finale lo ha dato la pressione esercitata dagli Stati Uniti sui Paesi e sulle società che forniscono carburante al regime, dopo la cattura di Nicolás Maduro che per anni ne aveva garantito la sopravvivenza.
Il 29 gennaio, Trump ha firmato un ordine esecutivo che definisce il governo cubano una «minaccia straordinaria» alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, misura che consente sanzioni economiche volte a limitare la fornitura di petrolio all’isola. Allo stesso tempo, i membri del Congresso cubano-americani e gli attivisti esiliati insistono sulla pressione interna ed esterna e stanno esortando i cubani a protestare per accelerare il crollo del regime.
«Non hanno soldi. Non hanno più niente in questo momento», ha detto Trump ai giornalisti, «abbiamo tagliato tutto il petrolio, tutto il denaro, tutto ciò che arrivava dal Venezuela». È da gennaio, inoltre, che l’amministrazione Trump è alla ricerca di alti funzionari del governo cubano che possano favorire il crollo del regime comunista «entro la fine dell’anno», forti del fatto che l’economia di Cuba è vicina al collasso e che il governo non è mai stato così fragile dopo aver perso l’appoggio vitale di Maduro. Dall’altra sponda del mar dei Caraibi, il procuratore federale della Florida Jason Reding Quinones ha creato un gruppo di lavoro che include funzionari del dipartimento del Tesoro, dell’Fbi e della Dea per raccogliere prove per mettere in piedi procedimenti penali contro i leader del governo cubano e del Partito comunista per potenziali crimini legati a droghe, immigrazione e altre violazioni: lo stesso fratello di Fidel Castro, Raul, 94 anni, è stato recentemente incriminato dal dipartimento di Giustizia Usa per il suo coinvolgimento diretto nell’abbattimento di due aerei civili nientemeno che nel 1996.
Dopo l’arresto di Maduro e l’insediamento a capo del Paese della sua più flessibile vicepresidente, Delcy Rodriguez - operazione lampo che ha consentito la deposizione di un leader ostile assicurando agli Usa l’accesso a vaste riserve petrolifere senza spargimento di sangue americano - ora l’amministrazione Trump è alla ricerca del/della «Delcy of Cuba».
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Siamo d’accordissimo: la festa della donna non si celebra solo l’8 marzo. Si dovrebbe aggiungere che la donna è di per sé una festa, ma noi ci adeguiamo un po’ alla moda della consuetudine: mimose e promesse di rispetto che invece deve diventare codice quotidiano! Per darvi un’idea sfiziosa e veloce che serve a portare a tavola un omaggio alla femminilità ecco questo appetizer che può essere un’ottima entrata, un compagno dell’aperitivo, un felice intermezzo.
Ingredienti – 4 uova XXL, 120 gr di tonno sott’olio peso sgocciolato, un cucchiaio di capperi sotto sale, due filetti di acciughe, 70 gr di maionese già fatta, un ciuffo di prezzemolo.
Procedimento – Mettete a lessare le uova partendo da acqua fredda, dalla presa del bollore cuocete per 8 minuti. Dissalate bene i capperi. Nel frattempo fate un trito finissimo di prezzemolo, capperi e acciughe. Sgocciolate bene il tonno. Quando le uova sono a punto, freddatele, sgusciatele e con l’aiuto di un coltello ben affilato e bagnato dividetele a metà per la lunghezza. Estraete i tuorli e raccoglieteli in una ciottola dove li sbriciolerete con le mani. In un'altra ciotola unite tonno, maionese e battuto di prezzemolo acciughe e capperi con un’esigua parte dei rossi d’uovo sbriciolati. Mescolate bene e poi riempite con questo composto le metà delle uova che sistemerete nel vassoio di portata cospargendole poi con i rossi d’uovo sbriciolati che vi daranno uno scenografico effetto mimosa.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di amalgamare tutti gli ingredienti per la farcitura delle uova.
Abbinamento – Per la sua solarità abbiamo scelto dalla Sicilia un Grillo spumante metodo Martinotti. Per esaltare la territorialità scegliete spumanti da vitigni autoctoni: una Passerina, un Bellone, un Durello, un Torbato. S’intende che vanno benissimo tutti i Prosecco. Abbinate comunque spumanti di non eccessiva struttura.
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Il ministro della Difesa Guido Crosetto e il ministro degli Esteri Antonio Tajani durante le comunicazioni del governo sulla crisi in Iran (Ansa)
«Noi lavoriamo, per quanto possibile, all’obiettivo di ridurre le tensioni e verificare se vi sia ancora una possibilità di riprendere i negoziati», ha proseguito, sottolineando di essersi confrontata con Friedrich Merz, Emmanuel Macron e Keir Starmer per evitare «un’ulteriore escalation». Tutto questo, mentre Guido Crosetto ha convocato una riunione d’emergenza con i vertici militari e i rappresentanti dell’industria delle armi per «rafforzare le difese».
Nel frattempo, Donald Trump continua ad aumentare la pressione militare sull’Iran. «Oggi l’Iran sarà colpito duramente!», ha tuonato ieri su Truth. «A causa del cattivo comportamento dell’Iran, sto prendendo seriamente in considerazione la distruzione completa e la morte certa di aree e gruppi di persone che fino a questo momento non erano stati considerati come obiettivi», ha aggiunto. L’inquilino della Casa Bianca ha anche rivendicato il merito del fatto che il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, si sia scusato con i Paesi del Golfo per gli attacchi di Teheran nei loro confronti. «L’Iran, che è stato colpito a morte, si è scusato e si è arreso ai suoi vicini mediorientali, promettendo che non sparerà più contro di loro. Questa promessa è stata fatta solo a causa dell’incessante attacco di Usa e Israele», ha affermato, per poi proseguire: «L’Iran non è più il bullo del Medio Oriente».
Sempre ieri, il presidente americano ha anche reso noto che gli Usa hanno distrutto 42 navi della Marina iraniana e annientato le telecomunicazioni del regime. È d’altronde in questo quadro che Washington non solo starebbe schierando in Medio Oriente dei sistemi antidrone già testati in Ucraina ma sarebbe anche pronta a inviare nella regione una terza portaerei: la George H.W. Bush. Sempre ieri, Trump ha altresì parlato dei sei soldati statunitensi rimasti uccisi durante l’operazione contro l’Iran. «Andrò a Dover, in una situazione molto triste, per salutare le famiglie degli eroi che tornano dall’Iran e che tornano a casa in un modo diverso da come pensavano», ha detto prima di recarsi nella base di Dover, in Delaware, dove si sarebbe tenuta la cerimonia per il rientro delle salme.
Tuttavia, per quanto continui a martellare militarmente l’Iran, il presidente non sembra intenzionato ad attuare un regime change alla Bush jr. Secondo il Washington Post, un rapporto redatto dal National Intelligence Council statunitense prima dell’attacco, avrebbe sottolineato l’improbabilità di conseguire un cambio di regime, anche in presenza di un’offensiva su larga scala. Inoltre, parlando l’altro ieri con la Cnn, Trump ha aperto a due possibilità, e cioè che il prossimo governo di Teheran sia guidato da un religioso e che il futuro assetto istituzionale del Paese non sia di natura democratica. La stessa Casa Bianca ha chiarito che, quando il presidente ha parlato di «resa incondizionata» dell’Iran, si riferiva alla necessità di farlo cessare di essere una minaccia per gli Usa.
Ciò detto, secondo Nbc News, Trump avrebbe privatamente aperto all’ipotesi di inviare soldati statunitensi in territorio iraniano. Tuttavia, stando alla testata, l’idea non sarebbe quella di un’invasione su larga scala. In realtà, il presidente starebbe pensando di schierare un «piccolo contingente» da usare «per specifici scopi strategici». Non solo. Secondo Nbc News, Trump auspicherebbe anche che il prossimo governo iraniano cooperi con Washington nella produzione di petrolio, secondo il modello messo in campo a Caracas dopo la cattura di Nicolas Maduro.
L’inquilino della Casa Bianca sembra quindi propenso a una soluzione venezuelana: in altre parole, dopo aver decapitato e sdentato il regime khomeinista, punta a scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Un simile scenario, per quanto non facile da attuare, garantirebbe a Washington di evitare costose operazioni di nation building. È anche in quest’ottica che, alcuni giorni fa, Trump ha chiesto di essere «coinvolto» nella scelta del successore di Ali Khamenei a Guida suprema dell’Iran. Il punto è che Israele sembra scettico sulla soluzione venezuelana, preferendo un regime change classico. «Siamo ottimisti sulla capacità di far crollare il regime», ha detto ieri un funzionario dello Stato ebraico. Questo pare confermare che Trump e Netanyahu non siano attualmente in sintonia sul futuro politico dell’Iran.
Nel frattempo, il ministero della Difesa britannico ha reso noto che il Regno Unito ha messo a disposizione degli Usa le sue basi per «specifiche operazioni difensive volte a impedire all’Iran di lanciare missili nella regione». Il via libera di Londra è arrivato dopo che, negli scorsi giorni, Trump si era lamentato della scarsa assistenza fornita da Starmer alla Casa Bianca nell’operazione contro Teheran.
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