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2021-02-07
Il M5s mercanteggia per non implodere. Si parla di ministeri per Dibba e Giuseppi
Beppe Grillo (Ansa)
Il Movimento 5 svolte si avvia a entrare a far parte pure del governo Draghi, mentre Giuseppe Conte è lanciato verso la guida dei pentastellati: è questo il bilancio della giornata di ieri, che non è servita a far rientrare il dissenso a Palazzo Madama, dove la fronda contraria all'ingresso nell'esecutivo non accenna a sotterrare l'ascia di guerra. Sono una quindicina i senatori grillini non convinti della scelta di Beppe Grillo. Un Grillo che, nella riunione mattutina di ieri, prima delle consultazioni con il premier incaricato, cercava in tutti i modi di tranquillizzare gli scettici: «Beppe si è molto esposto. Ha insistito sui temi», racconta alla Verità uno dei presenti alla riunione, «soprattutto sull'ambiente, sullo sviluppo sostenibile, e sulla necessità di mettere sul tavolo la nostra agenda. Il suo obiettivo è ridurre al minimo i dissensi, che pure ci saranno, sia per non dare l'immagine di un movimento spaccato che per non ridurre la nostra forza contrattuale».
Alla riunione a Montecitorio partecipano tutti i big: Davide Casaleggio, Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Vito Crimi, i ministri uscenti (Lucia Azzolina, Federico D'Incà, Stefano Patuanelli, Fabiana Dadone, Alfonso Bonafede. Il presidente della Camera, Roberto Fico, interviene telefonicamente. Beppe urla, si scatena, sbuffa. Tiene moltissimo all'unità, non vuole strappi, ma al tempo stesso il suo desiderio è quello di incidere sulle scelte dell'esecutivo. Il voto su Rousseau? «Possibile», ci dice un deputato di primissimo piano, «c'è molta pressione per farlo, soprattutto i senatori vogliono il voto sulla piattaforma per giustificare il sì alla fiducia davanti alla base, ma è difficile che si riesca a organizzarlo». Perché? «È anche una questione di tempi, non è che una votazione online si organizza in 24 ore, e martedì abbiamo già il secondo giro di consultazioni. I ministri? È tutto nelle mani di Draghi», sospira il nostro interlocutore, «non abbiamo la minima idea di cosa proporrà. È difficile imporre nomi o scadenze a uno come lui». Dunque, il M5s naviga a vista, ma del resto non è una novità. Il fronte del «no», al Senato, conta come detto su una pattuglia di circa 15 contrari al governo. E Conte? Entrerà al governo? «È molto combattuto», rivela un deputato vicino al quasi ex premier, «ma secondo me lui entrerebbe. Del resto, non può sparire dalla scena per due anni. Poi ovviamente dipende da Draghi: siamo sicuri che lui lo voglia?».
Il ciuffetto, dove lo metto? Giuseppi va collocato da qualche parte, perché se sparisse per due anni dalla scena politica finirebbe nel dimenticatoio, altro che nuovo leader del M5s, del centrosinistra e dell'universo. Non manca, nel M5s, chi lo vedrebbe bene come candidato a sindaco di Roma: «Sarebbe il rappresentante della coalizione», spiega un deputato grillino, «e non di un solo partito». Sarà, ma immaginare Conte che si candida come successore di Virginia Raggi, rischiando pure di rimediare una scoppola elettorale, sembra difficile. È probabile che alla fine Conte entri nell'esecutivo Draghi, come ministro della Giustizia o degli Esteri. Un altro nome «caldo» per l'ingresso nella squadra è quello di Stefano Patuanelli, che in queste ore si sta (auto) proponendo come garante dei malpancisti al Senato, manco il suo ritorno al governo fosse sufficiente per far apparire Draghi come un grillino della prima ora ai tanti militanti che vedono l'ex leader della Bce come il fumo negli occhi e che, soprattutto, non vorrebbero mai diventare soci di maggioranza di Silvio Berlusconi. In lizza per una riconferma, naturalmente, Luigi Di Maio.
E Alessandro Di Battista? L'eterno giovanotto guida la rivolta contro Draghi: «Buongiorno», scrive il Dibba di buon mattino su Facebook, «volevo dirvi che non ho cambiato idea. Se fossi in Parlamento non darei la fiducia al presidente Draghi». In molti giurano che se gli venisse offerto un ministero, come quello all'Ambiente o ai Giovani, il Dibba sacrificherebbe la sua coerenza sull'altare dell'interesse generale del Paese e di una comoda poltrona governativa. Che i dissidenti al Senato siano abbastanza sbandati, dal punto di vista politico, lo dimostra l'ennesimo cambio di rotta dell'ex ministro Barbara Lezzi. Dopo aver sbandierato in lungo il largo il suo «giammai» alla fiducia al governo di Draghi, la Lezzi innesta la retromarcia. «Al presidente incaricato», scrive la Lezzi su Facebook, «io direi che il M5s può donare i suoi organi e il suo cuore solo per un governo a tempo che metta in sicurezza il Recovery plan, il piano vaccinale e che faccia subito il decreto da 32 miliardi che, a causa di Renzi, gli italiani in estrema difficoltà sono costretti ad aspettare da oltre un mese. Si potrebbe votare a giugno, restituire ai cittadini la possibilità di scegliere da chi essere governati. Vedremo cosa accadrà, ma a me non resta che ascoltare la mia coscienza e dire un deciso no su un eventuale governo che veda in maggioranza le politiche di Lega, Forza Italia, Italia Viva e Pd», conclude la Lezzi, «fino alla fine della legislatura». Se dal 3 al 6 febbraio la Lezzi è passata da «mai con Draghi» a «Draghi ok ma a tempo», fino a martedì prossimo c'è tutto il tempo necessario per trasformare l'ex ministro per il Sud in una sfegatata sostenitrice dell'ex governatore della Bce. Dunque, il M5s si avvia a far parte pure di questo governo, con il solo assillo di capire quanti posti ci saranno a disposizione, tra ministri e sottosegretari, e da chi verranno occupati.
Grillo scuce il «sì» dei suoi a Draghi e poi se la svigna da Montecitorio
È stato un po' l'incontro del decennio. Il faccia a faccia tra le incarnazioni dei due poli opposti della politica: da un lato, il tecnocrate per antonomasia, Mario Draghi; dall'altro, l'agitatore professionista, Beppe Grillo. Confronto rigorosamente non trasmesso in streaming: le dirette dei legati 5 stelle con l'impacciato Pier Luigi Bersani e il sanguigno Matteo Renzi sono, ormai, archeologia.
È finita com'era prevedibile: con il fondatore del Movimento che striglia i big, affinché appoggino convintamente il governo guidato dall'ex capo della Bce. E il reggente, Vito Crimi, che davanti alle telecamere conferma l'adesione del partito: «Noi ci saremo sempre con lealtà» (tradotto: meglio stare dentro e gestire i miliardi europei, piuttosto che morire per i principi). Purché, ha chiosato don Vito, si riparta dalla «vecchia maggioranza», per un esecutivo «con una vocazione solidale, europeista e ambientalista». Timido tentativo di sgambettare la Lega, oltre che un modo per ricordare, come ha precisato poi il senatore, che permangono «alcune criticità» con Italia viva.
Quasi risibile, invece, la trovata per tirare per la giacchetta Draghi, dopo che Matteo Salvini aveva parlato di una piena «sintonia» con l'ex governatore della Banca centrale europea. Per la delegazione grillina, super Mario sarebbe «sensibile» alla richiesta di non smantellare il reddito di cittadinanza. E comunque, ha sottolineato Crimi, quello di ieri «è stato solo il primo incontro. Ci aspettiamo da Draghi una sintesi». Forse, già domani capiremo se il presidente del Consiglio incaricato proverà a stilare un funambolico programma di raccordo tra le varie anime della sua maggioranza; se sceglierà di concentrarsi su poche urgenze (quelle indicate da Sergio Mattarella); o se, forte dell'investitura del Colle, taciterà le pretese delle forze politiche, spingendole a sposare la sua agenda.
Le consultazioni dei 5 stelle con l'economista sono iniziate dopo un vertice di partito, cui hanno partecipato anche Davide Casaleggio e Giuseppe Conte. Il quale, con i cronisti, si è schermito: «Primo giorno da leader? Non mi risulta. Sarà importante il perimetro della maggioranza, al momento non è importante sapere se io farò parte del governo». Nel pomeriggio aggiungerà: «Vediamo se si creano le condizioni perché il Paese sia messo in sicurezza al più presto. Non guardiamo ai destini personali, ma al bene del Paese». Ci aveva pensato Luigi Di Maio a investire, non senza malizia, l'avvocato: «Oggi la famiglia si allarga», ha commentato il ministro degli Esteri uscente.
Nel bel mezzo della riunione grillina, il colpo di teatro: da una finestra della sala Tatarella, situata nella dependance di Montecitorio dedicata agli uffici parlamentari, si sentono gli strepiti dell'Elevato, che esorta i suoi a sostenere l'esecutivo Draghi. Nel suo monologo, Grillo avrebbe citato Radio Londra come simbolo della «resistenza» - presumiamo si trattasse della proverbiale resistenza sugli scranni, da parte della sua pattuglia parlamentare. Sullo sfondo del raduno, i malumori di Barbara Lezzi, Danilo Toninelli, Nicola Morra e, soprattutto, le uscite incendiarie di Alessandro Di Battista, che ha condannato «l'accozzaglia con Leu e Lega», il «governo sostenuto da Forza Italia» e lo stesso Draghi, sbeffeggiato come «tredicesimo apostolo». Sarebbero decine i senatori pronti a lasciare il Movimento, in polemica con l'ok a super Mario. Così, per sancire l'ennesima svolta, benedetta anche da Alfonso Bonafede («Il M5s deve affrontare questo momento compattamente»), qualcuno pensa a un plebiscito su Rousseau.
D'altronde, che questa linea imbarazzi i vertici del partito, lo prova la mesta fuga dal palazzo dello stesso Grillo. Dopo il dialogo con il premier incaricato, l'Elevato, che non ha partecipato alla conferenza stampa con Crimi, ha rinunciato pure allo show con i giornalisti, che abitualmente affronta a suon di insulti e sberleffi. Stavolta, il comico se l'è data a gambe su una Honda grigia, assediato dalla stampa, senza rilasciare dichiarazioni. Emblematica la didascalia che, su Facebook, ha aggiunto alla foto delle consultazioni con Draghi: «Non conosco una via infallibile per il successo, ma una per l'insuccesso sicuro: voler accontentare tutti». L'aforisma viene attribuito a Platone, però Giuseppe Girgenti, professore di filosofia antica al San Raffaele di Milano, ci assicura che la frase non si trova in nessuna opera del pensatore greco. È una svista che restituisce un significativo affresco dell'incompetenza al potere.
Ma quale sarebbe il contributo pentastellato al governo? Le coordinate le ha date, sul suo blog, lo stesso Grillo. «Le fragole sono mature», ha scritto in un post intitolato In alto i profili. Tra le direttive, «fondare un ministero per la transizione ecologica», uno per i giovani, un'agghiacciante «Corte suprema per lo sviluppo sostenibile» (principio da inserire, a suo avviso, in Costituzione), tagliare le tasse alle società ecocompatibili, con sviolinata alla Danone. La multinazionale francese che, ai vecchi 5 stelle, avrebbe fatto orrore.
La sensazione, tuttavia, è che la menata ambientalista sia fumo negli occhi per giustificare la giravolta. E poi, c'è un problema d'identità: le altre forze politiche hanno occupato tutte le caselle programmatiche, dalla sburocratizzazione, alla riforma della Giustizia, alle grandi opere. La fuffa green è il torsolo di una mela già rosicchiata dai partiti.
Restano agli atti le sparate contro Draghi dell'uomo che ieri l'ha definito «la soluzione migliore». Anni fa, Grillo avrebbe voluto processarlo «per il caso Montepaschi». E in una delle sue adunate, se la prese con l'allora numero uno della Bce, reo di aver inneggiato alla cacciata dei governi restii ad approvare le riforme: «Chi li manda a casa? Un banchiere?», strillava l'Elevato. «Ma di che c… stanno parlando questi qua!». Ecco: ieri, Draghi, glielo avrà spiegato, di che c… parlava.
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Il giurista è una presenza ingombrante, qualcuno vorrebbe spedirlo al Campidoglio. Il duro e puro valuterebbe un incarico.L'Elevato catechizza i parlamentari prima di sedersi al tavolo con il banchiere che, anni fa, voleva processare. Vito Crimi assicura: «Saremo leali». Ma tira per la giacchetta super Mario: «Confermerà il reddito di cittadinanza».Lo speciale contiene due articoli. Il Movimento 5 svolte si avvia a entrare a far parte pure del governo Draghi, mentre Giuseppe Conte è lanciato verso la guida dei pentastellati: è questo il bilancio della giornata di ieri, che non è servita a far rientrare il dissenso a Palazzo Madama, dove la fronda contraria all'ingresso nell'esecutivo non accenna a sotterrare l'ascia di guerra. Sono una quindicina i senatori grillini non convinti della scelta di Beppe Grillo. Un Grillo che, nella riunione mattutina di ieri, prima delle consultazioni con il premier incaricato, cercava in tutti i modi di tranquillizzare gli scettici: «Beppe si è molto esposto. Ha insistito sui temi», racconta alla Verità uno dei presenti alla riunione, «soprattutto sull'ambiente, sullo sviluppo sostenibile, e sulla necessità di mettere sul tavolo la nostra agenda. Il suo obiettivo è ridurre al minimo i dissensi, che pure ci saranno, sia per non dare l'immagine di un movimento spaccato che per non ridurre la nostra forza contrattuale». Alla riunione a Montecitorio partecipano tutti i big: Davide Casaleggio, Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Vito Crimi, i ministri uscenti (Lucia Azzolina, Federico D'Incà, Stefano Patuanelli, Fabiana Dadone, Alfonso Bonafede. Il presidente della Camera, Roberto Fico, interviene telefonicamente. Beppe urla, si scatena, sbuffa. Tiene moltissimo all'unità, non vuole strappi, ma al tempo stesso il suo desiderio è quello di incidere sulle scelte dell'esecutivo. Il voto su Rousseau? «Possibile», ci dice un deputato di primissimo piano, «c'è molta pressione per farlo, soprattutto i senatori vogliono il voto sulla piattaforma per giustificare il sì alla fiducia davanti alla base, ma è difficile che si riesca a organizzarlo». Perché? «È anche una questione di tempi, non è che una votazione online si organizza in 24 ore, e martedì abbiamo già il secondo giro di consultazioni. I ministri? È tutto nelle mani di Draghi», sospira il nostro interlocutore, «non abbiamo la minima idea di cosa proporrà. È difficile imporre nomi o scadenze a uno come lui». Dunque, il M5s naviga a vista, ma del resto non è una novità. Il fronte del «no», al Senato, conta come detto su una pattuglia di circa 15 contrari al governo. E Conte? Entrerà al governo? «È molto combattuto», rivela un deputato vicino al quasi ex premier, «ma secondo me lui entrerebbe. Del resto, non può sparire dalla scena per due anni. Poi ovviamente dipende da Draghi: siamo sicuri che lui lo voglia?». Il ciuffetto, dove lo metto? Giuseppi va collocato da qualche parte, perché se sparisse per due anni dalla scena politica finirebbe nel dimenticatoio, altro che nuovo leader del M5s, del centrosinistra e dell'universo. Non manca, nel M5s, chi lo vedrebbe bene come candidato a sindaco di Roma: «Sarebbe il rappresentante della coalizione», spiega un deputato grillino, «e non di un solo partito». Sarà, ma immaginare Conte che si candida come successore di Virginia Raggi, rischiando pure di rimediare una scoppola elettorale, sembra difficile. È probabile che alla fine Conte entri nell'esecutivo Draghi, come ministro della Giustizia o degli Esteri. Un altro nome «caldo» per l'ingresso nella squadra è quello di Stefano Patuanelli, che in queste ore si sta (auto) proponendo come garante dei malpancisti al Senato, manco il suo ritorno al governo fosse sufficiente per far apparire Draghi come un grillino della prima ora ai tanti militanti che vedono l'ex leader della Bce come il fumo negli occhi e che, soprattutto, non vorrebbero mai diventare soci di maggioranza di Silvio Berlusconi. In lizza per una riconferma, naturalmente, Luigi Di Maio. E Alessandro Di Battista? L'eterno giovanotto guida la rivolta contro Draghi: «Buongiorno», scrive il Dibba di buon mattino su Facebook, «volevo dirvi che non ho cambiato idea. Se fossi in Parlamento non darei la fiducia al presidente Draghi». In molti giurano che se gli venisse offerto un ministero, come quello all'Ambiente o ai Giovani, il Dibba sacrificherebbe la sua coerenza sull'altare dell'interesse generale del Paese e di una comoda poltrona governativa. Che i dissidenti al Senato siano abbastanza sbandati, dal punto di vista politico, lo dimostra l'ennesimo cambio di rotta dell'ex ministro Barbara Lezzi. Dopo aver sbandierato in lungo il largo il suo «giammai» alla fiducia al governo di Draghi, la Lezzi innesta la retromarcia. «Al presidente incaricato», scrive la Lezzi su Facebook, «io direi che il M5s può donare i suoi organi e il suo cuore solo per un governo a tempo che metta in sicurezza il Recovery plan, il piano vaccinale e che faccia subito il decreto da 32 miliardi che, a causa di Renzi, gli italiani in estrema difficoltà sono costretti ad aspettare da oltre un mese. Si potrebbe votare a giugno, restituire ai cittadini la possibilità di scegliere da chi essere governati. Vedremo cosa accadrà, ma a me non resta che ascoltare la mia coscienza e dire un deciso no su un eventuale governo che veda in maggioranza le politiche di Lega, Forza Italia, Italia Viva e Pd», conclude la Lezzi, «fino alla fine della legislatura». Se dal 3 al 6 febbraio la Lezzi è passata da «mai con Draghi» a «Draghi ok ma a tempo», fino a martedì prossimo c'è tutto il tempo necessario per trasformare l'ex ministro per il Sud in una sfegatata sostenitrice dell'ex governatore della Bce. Dunque, il M5s si avvia a far parte pure di questo governo, con il solo assillo di capire quanti posti ci saranno a disposizione, tra ministri e sottosegretari, e da chi verranno occupati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-m5s-mercanteggia-per-non-implodere-si-parla-di-ministeri-per-dibba-e-giuseppi-2650347792.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="grillo-scuce-il-si-dei-suoi-a-draghi-e-poi-se-la-svigna-da-montecitorio" data-post-id="2650347792" data-published-at="1612655313" data-use-pagination="False"> Grillo scuce il «sì» dei suoi a Draghi e poi se la svigna da Montecitorio È stato un po' l'incontro del decennio. Il faccia a faccia tra le incarnazioni dei due poli opposti della politica: da un lato, il tecnocrate per antonomasia, Mario Draghi; dall'altro, l'agitatore professionista, Beppe Grillo. Confronto rigorosamente non trasmesso in streaming: le dirette dei legati 5 stelle con l'impacciato Pier Luigi Bersani e il sanguigno Matteo Renzi sono, ormai, archeologia. È finita com'era prevedibile: con il fondatore del Movimento che striglia i big, affinché appoggino convintamente il governo guidato dall'ex capo della Bce. E il reggente, Vito Crimi, che davanti alle telecamere conferma l'adesione del partito: «Noi ci saremo sempre con lealtà» (tradotto: meglio stare dentro e gestire i miliardi europei, piuttosto che morire per i principi). Purché, ha chiosato don Vito, si riparta dalla «vecchia maggioranza», per un esecutivo «con una vocazione solidale, europeista e ambientalista». Timido tentativo di sgambettare la Lega, oltre che un modo per ricordare, come ha precisato poi il senatore, che permangono «alcune criticità» con Italia viva. Quasi risibile, invece, la trovata per tirare per la giacchetta Draghi, dopo che Matteo Salvini aveva parlato di una piena «sintonia» con l'ex governatore della Banca centrale europea. Per la delegazione grillina, super Mario sarebbe «sensibile» alla richiesta di non smantellare il reddito di cittadinanza. E comunque, ha sottolineato Crimi, quello di ieri «è stato solo il primo incontro. Ci aspettiamo da Draghi una sintesi». Forse, già domani capiremo se il presidente del Consiglio incaricato proverà a stilare un funambolico programma di raccordo tra le varie anime della sua maggioranza; se sceglierà di concentrarsi su poche urgenze (quelle indicate da Sergio Mattarella); o se, forte dell'investitura del Colle, taciterà le pretese delle forze politiche, spingendole a sposare la sua agenda. Le consultazioni dei 5 stelle con l'economista sono iniziate dopo un vertice di partito, cui hanno partecipato anche Davide Casaleggio e Giuseppe Conte. Il quale, con i cronisti, si è schermito: «Primo giorno da leader? Non mi risulta. Sarà importante il perimetro della maggioranza, al momento non è importante sapere se io farò parte del governo». Nel pomeriggio aggiungerà: «Vediamo se si creano le condizioni perché il Paese sia messo in sicurezza al più presto. Non guardiamo ai destini personali, ma al bene del Paese». Ci aveva pensato Luigi Di Maio a investire, non senza malizia, l'avvocato: «Oggi la famiglia si allarga», ha commentato il ministro degli Esteri uscente. Nel bel mezzo della riunione grillina, il colpo di teatro: da una finestra della sala Tatarella, situata nella dependance di Montecitorio dedicata agli uffici parlamentari, si sentono gli strepiti dell'Elevato, che esorta i suoi a sostenere l'esecutivo Draghi. Nel suo monologo, Grillo avrebbe citato Radio Londra come simbolo della «resistenza» - presumiamo si trattasse della proverbiale resistenza sugli scranni, da parte della sua pattuglia parlamentare. Sullo sfondo del raduno, i malumori di Barbara Lezzi, Danilo Toninelli, Nicola Morra e, soprattutto, le uscite incendiarie di Alessandro Di Battista, che ha condannato «l'accozzaglia con Leu e Lega», il «governo sostenuto da Forza Italia» e lo stesso Draghi, sbeffeggiato come «tredicesimo apostolo». Sarebbero decine i senatori pronti a lasciare il Movimento, in polemica con l'ok a super Mario. Così, per sancire l'ennesima svolta, benedetta anche da Alfonso Bonafede («Il M5s deve affrontare questo momento compattamente»), qualcuno pensa a un plebiscito su Rousseau. D'altronde, che questa linea imbarazzi i vertici del partito, lo prova la mesta fuga dal palazzo dello stesso Grillo. Dopo il dialogo con il premier incaricato, l'Elevato, che non ha partecipato alla conferenza stampa con Crimi, ha rinunciato pure allo show con i giornalisti, che abitualmente affronta a suon di insulti e sberleffi. Stavolta, il comico se l'è data a gambe su una Honda grigia, assediato dalla stampa, senza rilasciare dichiarazioni. Emblematica la didascalia che, su Facebook, ha aggiunto alla foto delle consultazioni con Draghi: «Non conosco una via infallibile per il successo, ma una per l'insuccesso sicuro: voler accontentare tutti». L'aforisma viene attribuito a Platone, però Giuseppe Girgenti, professore di filosofia antica al San Raffaele di Milano, ci assicura che la frase non si trova in nessuna opera del pensatore greco. È una svista che restituisce un significativo affresco dell'incompetenza al potere. Ma quale sarebbe il contributo pentastellato al governo? Le coordinate le ha date, sul suo blog, lo stesso Grillo. «Le fragole sono mature», ha scritto in un post intitolato In alto i profili. Tra le direttive, «fondare un ministero per la transizione ecologica», uno per i giovani, un'agghiacciante «Corte suprema per lo sviluppo sostenibile» (principio da inserire, a suo avviso, in Costituzione), tagliare le tasse alle società ecocompatibili, con sviolinata alla Danone. La multinazionale francese che, ai vecchi 5 stelle, avrebbe fatto orrore. La sensazione, tuttavia, è che la menata ambientalista sia fumo negli occhi per giustificare la giravolta. E poi, c'è un problema d'identità: le altre forze politiche hanno occupato tutte le caselle programmatiche, dalla sburocratizzazione, alla riforma della Giustizia, alle grandi opere. La fuffa green è il torsolo di una mela già rosicchiata dai partiti. Restano agli atti le sparate contro Draghi dell'uomo che ieri l'ha definito «la soluzione migliore». Anni fa, Grillo avrebbe voluto processarlo «per il caso Montepaschi». E in una delle sue adunate, se la prese con l'allora numero uno della Bce, reo di aver inneggiato alla cacciata dei governi restii ad approvare le riforme: «Chi li manda a casa? Un banchiere?», strillava l'Elevato. «Ma di che c… stanno parlando questi qua!». Ecco: ieri, Draghi, glielo avrà spiegato, di che c… parlava.
L'accoglienza di Giorgia Meloni al primo ministro dell'India Narendra Modi a Villa Doria Pamphili (Ansa)
La visita di Narendra Modi a Roma non è stata una tappa di cortesia. È il segnale che l’Italia ha capito dove si sta spostando il baricentro del mondo.
Quando Giorgia Meloni ha accolto il premier indiano con un «Welcome to Rome, my friend», accompagnandolo anche in una visita notturna al Colosseo, molti hanno letto la scena come una fotografia di cordialità personale. È anche questo, naturalmente. Ma ridurre la visita di Modi a una questione di chimica tra leader, selfie e diplomazia social significa non vedere il punto essenziale.
Dietro l’immagine c’è una scelta politica. Roma e Nuova Delhi stanno provando a costruire una relazione che tiene insieme industria, difesa, energia, porti, migrazione qualificata, tecnologie critiche e sicurezza marittima. Adnkronos ha colto bene il senso della giornata, presentandola non come un semplice bilaterale, ma come un appuntamento che «va ben oltre il protocollo diplomatico».
La dichiarazione congiunta firmata il 20 maggio parla chiaro. Italia e India hanno elevato il rapporto a Special Strategic Partnership, prevedendo incontri annuali tra i leader, un meccanismo guidato dai ministri degli Esteri per seguire il Piano d’Azione Strategico 2025-2029, e l’obiettivo di portare il commercio bilaterale a 20 miliardi di euro entro il 2029. Per l’Italia, questo passaggio arriva in un momento decisivo. L’Europa è stretta fra la guerra a Est, l’instabilità in Medio Oriente, la competizione con la Cina, il rapporto sempre meno scontato con Washington e la necessità di difendere le proprie catene industriali. In questo contesto, l’India non è più un mercato lontano, interessante ma periferico. È una potenza demografica, tecnologica, militare e marittima che si muove con crescente autonomia. È anche uno dei pochi Paesi capaci di parlare con l’Occidente, con il Golfo, con il Sud globale e con una parte del mondo che l’Europa spesso non riesce più a interpretare.
Il cuore della visita è l’Indo-Mediterraneo. Non come formula accademica, ma come geografia reale. L’Oceano Indiano, il Golfo, il Mar Rosso, Suez, il Mediterraneo e l’Europa sono ormai parte di un unico sistema di sicurezza e commercio. Se una crisi blocca Hormuz, se il Mar Rosso diventa impraticabile, se le rotte energetiche vengono minacciate, il problema non è asiatico o mediorientale. È italiano. Colpisce i porti, le industrie, i prezzi dell’energia, le esportazioni e la sicurezza nazionale.
Per questo l’IMEC, il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa, è molto più di un progetto infrastrutturale. È la risposta politica alla frammentazione delle rotte globali. Roma e Nuova Delhi hanno ribadito l’impegno a cooperare sul corridoio e hanno incoraggiato un primo incontro ministeriale IMEC capace di compiere passi concreti già nel 2026. Reuters aveva anticipato che l’IMEC sarebbe stato uno dei punti centrali del vertice, insieme al commercio, agli accordi industriali e alla sicurezza nell’Indo-Pacifico. Qui l’Italia può giocare una partita vera. Non da spettatrice europea, ma da potenza mediterranea. Il Piano Mattei, se vuole essere qualcosa di più di una formula politica, ha bisogno di agganciarsi a una rete più ampia. India, Golfo, Africa orientale, Nord Africa e Mediterraneo sono il quadrante naturale nel quale Roma può trasformare la propria posizione geografica in leva strategica. Per farlo, però, serve pensare da Paese industriale, non da amministratore di emergenze.
La difesa è il secondo pilastro. La dichiarazione congiunta parla di una Defence Industrial Roadmap, con cooperazione tecnologica, co-produzione e co-sviluppo in settori come elicotteri, piattaforme navali, armamenti marini e guerra elettronica. È un punto di enorme importanza per l’Italia. Leonardo, Fincantieri e l’intero ecosistema della difesa italiana hanno davanti un’opportunità che non riguarda solo la vendita di sistemi, ma l’inserimento in una catena industriale con una delle maggiori potenze militari del XXI secolo. Non è un dettaglio che i due Paesi abbiano anche deciso di lanciare un Dialogo sulla sicurezza marittima. L’Italia è una nazione di mare che troppo spesso finge di essere solo una penisola amministrativa. L’India è una potenza dell’Oceano Indiano che guarda a Malacca, al Golfo, all’Africa orientale e al Mediterraneo come parti di una stessa competizione. Le due visioni possono incontrarsi perché entrambe partono da una realtà semplice. Chi controlla o protegge le rotte controlla una parte decisiva della sovranità economica.C’è poi il capitolo sicurezza. Modi e Meloni hanno condannato terrorismo ed estremismo violento, compreso il terrorismo transfrontaliero, e hanno richiamato l’attacco di Pahalgam dell’aprile 2025. Hanno anche accolto il lavoro della task force permanente contro il finanziamento del terrorismo e l’intesa tra Guardia di Finanza e Directorate of Enforcement indiana. È un segnale politico non banale. L’Italia, che conosce il rapporto fra criminalità organizzata, flussi finanziari opachi e vulnerabilità sociali, ha interesse a rafforzare una cooperazione di intelligence economica con l’India. Anche la migrazione, tema spesso trattato in Italia solo in chiave emergenziale, entra in una cornice più seria. La dichiarazione parla di mobilità per studenti, ricercatori e lavoratori qualificati, in particolare nei settori STEM, e di una specifica dichiarazione d’intenti per facilitare l’arrivo di infermieri indiani in Italia. Allo stesso tempo, i due governi discutono di contrasto alla migrazione irregolare, allo sfruttamento del lavoro e alla tratta. Questa è la strada giusta. Non retorica buonista, non chiusura cieca, ma migrazione legale, selettiva, qualificata e controllata.
La visita di Modi arriva dopo un tour che ha incluso Emirati Arabi Uniti, Paesi Bassi, Svezia e Norvegia. Non è una sequenza casuale. È la mappa di un’India che cerca tecnologia, energia, investimenti, sicurezza marittima e accesso ai mercati europei. Roma, se saprà leggere il momento, può diventare uno degli snodi europei di questa strategia. Se non lo farà, altri Paesi lo faranno al posto nostro.
La forza politica di Meloni, in questa partita, sta nell’avere compreso che l’interesse nazionale italiano non si difende solo a Bruxelles o a Washington. Si difende anche costruendo rapporti solidi con potenze che non chiedono all’Italia di rinunciare alla propria identità, ma di giocare con più ambizione. L’India di Modi è una di queste.
Il Colosseo, dunque, non è stato solo uno sfondo suggestivo. È stato il simbolo di due civiltà antiche che provano a parlarsi nel linguaggio duro del presente. Rotte, industria, energia, difesa, tecnologia, migrazione qualificata. Questa è la grammatica del nuovo rapporto Italia-India.
Il punto ora è capire se l’Italia saprà trasformare la visita in politica industriale, oppure se la lascerà evaporare nella solita liturgia delle foto ufficiali. Per una volta, Roma ha davanti una strada che non guarda solo al passato imperiale delle sue pietre, ma alla geografia concreta del potere futuro. E quella strada, oggi, passa da Nuova Delhi.
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