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2021-02-07
Il M5s mercanteggia per non implodere. Si parla di ministeri per Dibba e Giuseppi
Beppe Grillo (Ansa)
Il Movimento 5 svolte si avvia a entrare a far parte pure del governo Draghi, mentre Giuseppe Conte è lanciato verso la guida dei pentastellati: è questo il bilancio della giornata di ieri, che non è servita a far rientrare il dissenso a Palazzo Madama, dove la fronda contraria all'ingresso nell'esecutivo non accenna a sotterrare l'ascia di guerra. Sono una quindicina i senatori grillini non convinti della scelta di Beppe Grillo. Un Grillo che, nella riunione mattutina di ieri, prima delle consultazioni con il premier incaricato, cercava in tutti i modi di tranquillizzare gli scettici: «Beppe si è molto esposto. Ha insistito sui temi», racconta alla Verità uno dei presenti alla riunione, «soprattutto sull'ambiente, sullo sviluppo sostenibile, e sulla necessità di mettere sul tavolo la nostra agenda. Il suo obiettivo è ridurre al minimo i dissensi, che pure ci saranno, sia per non dare l'immagine di un movimento spaccato che per non ridurre la nostra forza contrattuale».
Alla riunione a Montecitorio partecipano tutti i big: Davide Casaleggio, Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Vito Crimi, i ministri uscenti (Lucia Azzolina, Federico D'Incà, Stefano Patuanelli, Fabiana Dadone, Alfonso Bonafede. Il presidente della Camera, Roberto Fico, interviene telefonicamente. Beppe urla, si scatena, sbuffa. Tiene moltissimo all'unità, non vuole strappi, ma al tempo stesso il suo desiderio è quello di incidere sulle scelte dell'esecutivo. Il voto su Rousseau? «Possibile», ci dice un deputato di primissimo piano, «c'è molta pressione per farlo, soprattutto i senatori vogliono il voto sulla piattaforma per giustificare il sì alla fiducia davanti alla base, ma è difficile che si riesca a organizzarlo». Perché? «È anche una questione di tempi, non è che una votazione online si organizza in 24 ore, e martedì abbiamo già il secondo giro di consultazioni. I ministri? È tutto nelle mani di Draghi», sospira il nostro interlocutore, «non abbiamo la minima idea di cosa proporrà. È difficile imporre nomi o scadenze a uno come lui». Dunque, il M5s naviga a vista, ma del resto non è una novità. Il fronte del «no», al Senato, conta come detto su una pattuglia di circa 15 contrari al governo. E Conte? Entrerà al governo? «È molto combattuto», rivela un deputato vicino al quasi ex premier, «ma secondo me lui entrerebbe. Del resto, non può sparire dalla scena per due anni. Poi ovviamente dipende da Draghi: siamo sicuri che lui lo voglia?».
Il ciuffetto, dove lo metto? Giuseppi va collocato da qualche parte, perché se sparisse per due anni dalla scena politica finirebbe nel dimenticatoio, altro che nuovo leader del M5s, del centrosinistra e dell'universo. Non manca, nel M5s, chi lo vedrebbe bene come candidato a sindaco di Roma: «Sarebbe il rappresentante della coalizione», spiega un deputato grillino, «e non di un solo partito». Sarà, ma immaginare Conte che si candida come successore di Virginia Raggi, rischiando pure di rimediare una scoppola elettorale, sembra difficile. È probabile che alla fine Conte entri nell'esecutivo Draghi, come ministro della Giustizia o degli Esteri. Un altro nome «caldo» per l'ingresso nella squadra è quello di Stefano Patuanelli, che in queste ore si sta (auto) proponendo come garante dei malpancisti al Senato, manco il suo ritorno al governo fosse sufficiente per far apparire Draghi come un grillino della prima ora ai tanti militanti che vedono l'ex leader della Bce come il fumo negli occhi e che, soprattutto, non vorrebbero mai diventare soci di maggioranza di Silvio Berlusconi. In lizza per una riconferma, naturalmente, Luigi Di Maio.
E Alessandro Di Battista? L'eterno giovanotto guida la rivolta contro Draghi: «Buongiorno», scrive il Dibba di buon mattino su Facebook, «volevo dirvi che non ho cambiato idea. Se fossi in Parlamento non darei la fiducia al presidente Draghi». In molti giurano che se gli venisse offerto un ministero, come quello all'Ambiente o ai Giovani, il Dibba sacrificherebbe la sua coerenza sull'altare dell'interesse generale del Paese e di una comoda poltrona governativa. Che i dissidenti al Senato siano abbastanza sbandati, dal punto di vista politico, lo dimostra l'ennesimo cambio di rotta dell'ex ministro Barbara Lezzi. Dopo aver sbandierato in lungo il largo il suo «giammai» alla fiducia al governo di Draghi, la Lezzi innesta la retromarcia. «Al presidente incaricato», scrive la Lezzi su Facebook, «io direi che il M5s può donare i suoi organi e il suo cuore solo per un governo a tempo che metta in sicurezza il Recovery plan, il piano vaccinale e che faccia subito il decreto da 32 miliardi che, a causa di Renzi, gli italiani in estrema difficoltà sono costretti ad aspettare da oltre un mese. Si potrebbe votare a giugno, restituire ai cittadini la possibilità di scegliere da chi essere governati. Vedremo cosa accadrà, ma a me non resta che ascoltare la mia coscienza e dire un deciso no su un eventuale governo che veda in maggioranza le politiche di Lega, Forza Italia, Italia Viva e Pd», conclude la Lezzi, «fino alla fine della legislatura». Se dal 3 al 6 febbraio la Lezzi è passata da «mai con Draghi» a «Draghi ok ma a tempo», fino a martedì prossimo c'è tutto il tempo necessario per trasformare l'ex ministro per il Sud in una sfegatata sostenitrice dell'ex governatore della Bce. Dunque, il M5s si avvia a far parte pure di questo governo, con il solo assillo di capire quanti posti ci saranno a disposizione, tra ministri e sottosegretari, e da chi verranno occupati.
Grillo scuce il «sì» dei suoi a Draghi e poi se la svigna da Montecitorio
È stato un po' l'incontro del decennio. Il faccia a faccia tra le incarnazioni dei due poli opposti della politica: da un lato, il tecnocrate per antonomasia, Mario Draghi; dall'altro, l'agitatore professionista, Beppe Grillo. Confronto rigorosamente non trasmesso in streaming: le dirette dei legati 5 stelle con l'impacciato Pier Luigi Bersani e il sanguigno Matteo Renzi sono, ormai, archeologia.
È finita com'era prevedibile: con il fondatore del Movimento che striglia i big, affinché appoggino convintamente il governo guidato dall'ex capo della Bce. E il reggente, Vito Crimi, che davanti alle telecamere conferma l'adesione del partito: «Noi ci saremo sempre con lealtà» (tradotto: meglio stare dentro e gestire i miliardi europei, piuttosto che morire per i principi). Purché, ha chiosato don Vito, si riparta dalla «vecchia maggioranza», per un esecutivo «con una vocazione solidale, europeista e ambientalista». Timido tentativo di sgambettare la Lega, oltre che un modo per ricordare, come ha precisato poi il senatore, che permangono «alcune criticità» con Italia viva.
Quasi risibile, invece, la trovata per tirare per la giacchetta Draghi, dopo che Matteo Salvini aveva parlato di una piena «sintonia» con l'ex governatore della Banca centrale europea. Per la delegazione grillina, super Mario sarebbe «sensibile» alla richiesta di non smantellare il reddito di cittadinanza. E comunque, ha sottolineato Crimi, quello di ieri «è stato solo il primo incontro. Ci aspettiamo da Draghi una sintesi». Forse, già domani capiremo se il presidente del Consiglio incaricato proverà a stilare un funambolico programma di raccordo tra le varie anime della sua maggioranza; se sceglierà di concentrarsi su poche urgenze (quelle indicate da Sergio Mattarella); o se, forte dell'investitura del Colle, taciterà le pretese delle forze politiche, spingendole a sposare la sua agenda.
Le consultazioni dei 5 stelle con l'economista sono iniziate dopo un vertice di partito, cui hanno partecipato anche Davide Casaleggio e Giuseppe Conte. Il quale, con i cronisti, si è schermito: «Primo giorno da leader? Non mi risulta. Sarà importante il perimetro della maggioranza, al momento non è importante sapere se io farò parte del governo». Nel pomeriggio aggiungerà: «Vediamo se si creano le condizioni perché il Paese sia messo in sicurezza al più presto. Non guardiamo ai destini personali, ma al bene del Paese». Ci aveva pensato Luigi Di Maio a investire, non senza malizia, l'avvocato: «Oggi la famiglia si allarga», ha commentato il ministro degli Esteri uscente.
Nel bel mezzo della riunione grillina, il colpo di teatro: da una finestra della sala Tatarella, situata nella dependance di Montecitorio dedicata agli uffici parlamentari, si sentono gli strepiti dell'Elevato, che esorta i suoi a sostenere l'esecutivo Draghi. Nel suo monologo, Grillo avrebbe citato Radio Londra come simbolo della «resistenza» - presumiamo si trattasse della proverbiale resistenza sugli scranni, da parte della sua pattuglia parlamentare. Sullo sfondo del raduno, i malumori di Barbara Lezzi, Danilo Toninelli, Nicola Morra e, soprattutto, le uscite incendiarie di Alessandro Di Battista, che ha condannato «l'accozzaglia con Leu e Lega», il «governo sostenuto da Forza Italia» e lo stesso Draghi, sbeffeggiato come «tredicesimo apostolo». Sarebbero decine i senatori pronti a lasciare il Movimento, in polemica con l'ok a super Mario. Così, per sancire l'ennesima svolta, benedetta anche da Alfonso Bonafede («Il M5s deve affrontare questo momento compattamente»), qualcuno pensa a un plebiscito su Rousseau.
D'altronde, che questa linea imbarazzi i vertici del partito, lo prova la mesta fuga dal palazzo dello stesso Grillo. Dopo il dialogo con il premier incaricato, l'Elevato, che non ha partecipato alla conferenza stampa con Crimi, ha rinunciato pure allo show con i giornalisti, che abitualmente affronta a suon di insulti e sberleffi. Stavolta, il comico se l'è data a gambe su una Honda grigia, assediato dalla stampa, senza rilasciare dichiarazioni. Emblematica la didascalia che, su Facebook, ha aggiunto alla foto delle consultazioni con Draghi: «Non conosco una via infallibile per il successo, ma una per l'insuccesso sicuro: voler accontentare tutti». L'aforisma viene attribuito a Platone, però Giuseppe Girgenti, professore di filosofia antica al San Raffaele di Milano, ci assicura che la frase non si trova in nessuna opera del pensatore greco. È una svista che restituisce un significativo affresco dell'incompetenza al potere.
Ma quale sarebbe il contributo pentastellato al governo? Le coordinate le ha date, sul suo blog, lo stesso Grillo. «Le fragole sono mature», ha scritto in un post intitolato In alto i profili. Tra le direttive, «fondare un ministero per la transizione ecologica», uno per i giovani, un'agghiacciante «Corte suprema per lo sviluppo sostenibile» (principio da inserire, a suo avviso, in Costituzione), tagliare le tasse alle società ecocompatibili, con sviolinata alla Danone. La multinazionale francese che, ai vecchi 5 stelle, avrebbe fatto orrore.
La sensazione, tuttavia, è che la menata ambientalista sia fumo negli occhi per giustificare la giravolta. E poi, c'è un problema d'identità: le altre forze politiche hanno occupato tutte le caselle programmatiche, dalla sburocratizzazione, alla riforma della Giustizia, alle grandi opere. La fuffa green è il torsolo di una mela già rosicchiata dai partiti.
Restano agli atti le sparate contro Draghi dell'uomo che ieri l'ha definito «la soluzione migliore». Anni fa, Grillo avrebbe voluto processarlo «per il caso Montepaschi». E in una delle sue adunate, se la prese con l'allora numero uno della Bce, reo di aver inneggiato alla cacciata dei governi restii ad approvare le riforme: «Chi li manda a casa? Un banchiere?», strillava l'Elevato. «Ma di che c… stanno parlando questi qua!». Ecco: ieri, Draghi, glielo avrà spiegato, di che c… parlava.
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Il giurista è una presenza ingombrante, qualcuno vorrebbe spedirlo al Campidoglio. Il duro e puro valuterebbe un incarico.L'Elevato catechizza i parlamentari prima di sedersi al tavolo con il banchiere che, anni fa, voleva processare. Vito Crimi assicura: «Saremo leali». Ma tira per la giacchetta super Mario: «Confermerà il reddito di cittadinanza».Lo speciale contiene due articoli. Il Movimento 5 svolte si avvia a entrare a far parte pure del governo Draghi, mentre Giuseppe Conte è lanciato verso la guida dei pentastellati: è questo il bilancio della giornata di ieri, che non è servita a far rientrare il dissenso a Palazzo Madama, dove la fronda contraria all'ingresso nell'esecutivo non accenna a sotterrare l'ascia di guerra. Sono una quindicina i senatori grillini non convinti della scelta di Beppe Grillo. Un Grillo che, nella riunione mattutina di ieri, prima delle consultazioni con il premier incaricato, cercava in tutti i modi di tranquillizzare gli scettici: «Beppe si è molto esposto. Ha insistito sui temi», racconta alla Verità uno dei presenti alla riunione, «soprattutto sull'ambiente, sullo sviluppo sostenibile, e sulla necessità di mettere sul tavolo la nostra agenda. Il suo obiettivo è ridurre al minimo i dissensi, che pure ci saranno, sia per non dare l'immagine di un movimento spaccato che per non ridurre la nostra forza contrattuale». Alla riunione a Montecitorio partecipano tutti i big: Davide Casaleggio, Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Vito Crimi, i ministri uscenti (Lucia Azzolina, Federico D'Incà, Stefano Patuanelli, Fabiana Dadone, Alfonso Bonafede. Il presidente della Camera, Roberto Fico, interviene telefonicamente. Beppe urla, si scatena, sbuffa. Tiene moltissimo all'unità, non vuole strappi, ma al tempo stesso il suo desiderio è quello di incidere sulle scelte dell'esecutivo. Il voto su Rousseau? «Possibile», ci dice un deputato di primissimo piano, «c'è molta pressione per farlo, soprattutto i senatori vogliono il voto sulla piattaforma per giustificare il sì alla fiducia davanti alla base, ma è difficile che si riesca a organizzarlo». Perché? «È anche una questione di tempi, non è che una votazione online si organizza in 24 ore, e martedì abbiamo già il secondo giro di consultazioni. I ministri? È tutto nelle mani di Draghi», sospira il nostro interlocutore, «non abbiamo la minima idea di cosa proporrà. È difficile imporre nomi o scadenze a uno come lui». Dunque, il M5s naviga a vista, ma del resto non è una novità. Il fronte del «no», al Senato, conta come detto su una pattuglia di circa 15 contrari al governo. E Conte? Entrerà al governo? «È molto combattuto», rivela un deputato vicino al quasi ex premier, «ma secondo me lui entrerebbe. Del resto, non può sparire dalla scena per due anni. Poi ovviamente dipende da Draghi: siamo sicuri che lui lo voglia?». Il ciuffetto, dove lo metto? Giuseppi va collocato da qualche parte, perché se sparisse per due anni dalla scena politica finirebbe nel dimenticatoio, altro che nuovo leader del M5s, del centrosinistra e dell'universo. Non manca, nel M5s, chi lo vedrebbe bene come candidato a sindaco di Roma: «Sarebbe il rappresentante della coalizione», spiega un deputato grillino, «e non di un solo partito». Sarà, ma immaginare Conte che si candida come successore di Virginia Raggi, rischiando pure di rimediare una scoppola elettorale, sembra difficile. È probabile che alla fine Conte entri nell'esecutivo Draghi, come ministro della Giustizia o degli Esteri. Un altro nome «caldo» per l'ingresso nella squadra è quello di Stefano Patuanelli, che in queste ore si sta (auto) proponendo come garante dei malpancisti al Senato, manco il suo ritorno al governo fosse sufficiente per far apparire Draghi come un grillino della prima ora ai tanti militanti che vedono l'ex leader della Bce come il fumo negli occhi e che, soprattutto, non vorrebbero mai diventare soci di maggioranza di Silvio Berlusconi. In lizza per una riconferma, naturalmente, Luigi Di Maio. E Alessandro Di Battista? L'eterno giovanotto guida la rivolta contro Draghi: «Buongiorno», scrive il Dibba di buon mattino su Facebook, «volevo dirvi che non ho cambiato idea. Se fossi in Parlamento non darei la fiducia al presidente Draghi». In molti giurano che se gli venisse offerto un ministero, come quello all'Ambiente o ai Giovani, il Dibba sacrificherebbe la sua coerenza sull'altare dell'interesse generale del Paese e di una comoda poltrona governativa. Che i dissidenti al Senato siano abbastanza sbandati, dal punto di vista politico, lo dimostra l'ennesimo cambio di rotta dell'ex ministro Barbara Lezzi. Dopo aver sbandierato in lungo il largo il suo «giammai» alla fiducia al governo di Draghi, la Lezzi innesta la retromarcia. «Al presidente incaricato», scrive la Lezzi su Facebook, «io direi che il M5s può donare i suoi organi e il suo cuore solo per un governo a tempo che metta in sicurezza il Recovery plan, il piano vaccinale e che faccia subito il decreto da 32 miliardi che, a causa di Renzi, gli italiani in estrema difficoltà sono costretti ad aspettare da oltre un mese. Si potrebbe votare a giugno, restituire ai cittadini la possibilità di scegliere da chi essere governati. Vedremo cosa accadrà, ma a me non resta che ascoltare la mia coscienza e dire un deciso no su un eventuale governo che veda in maggioranza le politiche di Lega, Forza Italia, Italia Viva e Pd», conclude la Lezzi, «fino alla fine della legislatura». Se dal 3 al 6 febbraio la Lezzi è passata da «mai con Draghi» a «Draghi ok ma a tempo», fino a martedì prossimo c'è tutto il tempo necessario per trasformare l'ex ministro per il Sud in una sfegatata sostenitrice dell'ex governatore della Bce. Dunque, il M5s si avvia a far parte pure di questo governo, con il solo assillo di capire quanti posti ci saranno a disposizione, tra ministri e sottosegretari, e da chi verranno occupati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-m5s-mercanteggia-per-non-implodere-si-parla-di-ministeri-per-dibba-e-giuseppi-2650347792.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="grillo-scuce-il-si-dei-suoi-a-draghi-e-poi-se-la-svigna-da-montecitorio" data-post-id="2650347792" data-published-at="1612655313" data-use-pagination="False"> Grillo scuce il «sì» dei suoi a Draghi e poi se la svigna da Montecitorio È stato un po' l'incontro del decennio. Il faccia a faccia tra le incarnazioni dei due poli opposti della politica: da un lato, il tecnocrate per antonomasia, Mario Draghi; dall'altro, l'agitatore professionista, Beppe Grillo. Confronto rigorosamente non trasmesso in streaming: le dirette dei legati 5 stelle con l'impacciato Pier Luigi Bersani e il sanguigno Matteo Renzi sono, ormai, archeologia. È finita com'era prevedibile: con il fondatore del Movimento che striglia i big, affinché appoggino convintamente il governo guidato dall'ex capo della Bce. E il reggente, Vito Crimi, che davanti alle telecamere conferma l'adesione del partito: «Noi ci saremo sempre con lealtà» (tradotto: meglio stare dentro e gestire i miliardi europei, piuttosto che morire per i principi). Purché, ha chiosato don Vito, si riparta dalla «vecchia maggioranza», per un esecutivo «con una vocazione solidale, europeista e ambientalista». Timido tentativo di sgambettare la Lega, oltre che un modo per ricordare, come ha precisato poi il senatore, che permangono «alcune criticità» con Italia viva. Quasi risibile, invece, la trovata per tirare per la giacchetta Draghi, dopo che Matteo Salvini aveva parlato di una piena «sintonia» con l'ex governatore della Banca centrale europea. Per la delegazione grillina, super Mario sarebbe «sensibile» alla richiesta di non smantellare il reddito di cittadinanza. E comunque, ha sottolineato Crimi, quello di ieri «è stato solo il primo incontro. Ci aspettiamo da Draghi una sintesi». Forse, già domani capiremo se il presidente del Consiglio incaricato proverà a stilare un funambolico programma di raccordo tra le varie anime della sua maggioranza; se sceglierà di concentrarsi su poche urgenze (quelle indicate da Sergio Mattarella); o se, forte dell'investitura del Colle, taciterà le pretese delle forze politiche, spingendole a sposare la sua agenda. Le consultazioni dei 5 stelle con l'economista sono iniziate dopo un vertice di partito, cui hanno partecipato anche Davide Casaleggio e Giuseppe Conte. Il quale, con i cronisti, si è schermito: «Primo giorno da leader? Non mi risulta. Sarà importante il perimetro della maggioranza, al momento non è importante sapere se io farò parte del governo». Nel pomeriggio aggiungerà: «Vediamo se si creano le condizioni perché il Paese sia messo in sicurezza al più presto. Non guardiamo ai destini personali, ma al bene del Paese». Ci aveva pensato Luigi Di Maio a investire, non senza malizia, l'avvocato: «Oggi la famiglia si allarga», ha commentato il ministro degli Esteri uscente. Nel bel mezzo della riunione grillina, il colpo di teatro: da una finestra della sala Tatarella, situata nella dependance di Montecitorio dedicata agli uffici parlamentari, si sentono gli strepiti dell'Elevato, che esorta i suoi a sostenere l'esecutivo Draghi. Nel suo monologo, Grillo avrebbe citato Radio Londra come simbolo della «resistenza» - presumiamo si trattasse della proverbiale resistenza sugli scranni, da parte della sua pattuglia parlamentare. Sullo sfondo del raduno, i malumori di Barbara Lezzi, Danilo Toninelli, Nicola Morra e, soprattutto, le uscite incendiarie di Alessandro Di Battista, che ha condannato «l'accozzaglia con Leu e Lega», il «governo sostenuto da Forza Italia» e lo stesso Draghi, sbeffeggiato come «tredicesimo apostolo». Sarebbero decine i senatori pronti a lasciare il Movimento, in polemica con l'ok a super Mario. Così, per sancire l'ennesima svolta, benedetta anche da Alfonso Bonafede («Il M5s deve affrontare questo momento compattamente»), qualcuno pensa a un plebiscito su Rousseau. D'altronde, che questa linea imbarazzi i vertici del partito, lo prova la mesta fuga dal palazzo dello stesso Grillo. Dopo il dialogo con il premier incaricato, l'Elevato, che non ha partecipato alla conferenza stampa con Crimi, ha rinunciato pure allo show con i giornalisti, che abitualmente affronta a suon di insulti e sberleffi. Stavolta, il comico se l'è data a gambe su una Honda grigia, assediato dalla stampa, senza rilasciare dichiarazioni. Emblematica la didascalia che, su Facebook, ha aggiunto alla foto delle consultazioni con Draghi: «Non conosco una via infallibile per il successo, ma una per l'insuccesso sicuro: voler accontentare tutti». L'aforisma viene attribuito a Platone, però Giuseppe Girgenti, professore di filosofia antica al San Raffaele di Milano, ci assicura che la frase non si trova in nessuna opera del pensatore greco. È una svista che restituisce un significativo affresco dell'incompetenza al potere. Ma quale sarebbe il contributo pentastellato al governo? Le coordinate le ha date, sul suo blog, lo stesso Grillo. «Le fragole sono mature», ha scritto in un post intitolato In alto i profili. Tra le direttive, «fondare un ministero per la transizione ecologica», uno per i giovani, un'agghiacciante «Corte suprema per lo sviluppo sostenibile» (principio da inserire, a suo avviso, in Costituzione), tagliare le tasse alle società ecocompatibili, con sviolinata alla Danone. La multinazionale francese che, ai vecchi 5 stelle, avrebbe fatto orrore. La sensazione, tuttavia, è che la menata ambientalista sia fumo negli occhi per giustificare la giravolta. E poi, c'è un problema d'identità: le altre forze politiche hanno occupato tutte le caselle programmatiche, dalla sburocratizzazione, alla riforma della Giustizia, alle grandi opere. La fuffa green è il torsolo di una mela già rosicchiata dai partiti. Restano agli atti le sparate contro Draghi dell'uomo che ieri l'ha definito «la soluzione migliore». Anni fa, Grillo avrebbe voluto processarlo «per il caso Montepaschi». E in una delle sue adunate, se la prese con l'allora numero uno della Bce, reo di aver inneggiato alla cacciata dei governi restii ad approvare le riforme: «Chi li manda a casa? Un banchiere?», strillava l'Elevato. «Ma di che c… stanno parlando questi qua!». Ecco: ieri, Draghi, glielo avrà spiegato, di che c… parlava.
Giorgia Meloni (Ansa)
«La nuova crisi mediorientale mi preoccupa, mi preoccupa il contesto generale, sarebbe stupido ritenere che quello che accade anche lontano dai nostri confini non ci coinvolga». Giorgia Meloni commenta al Tg5 le possibili conseguenze della guerra all’Iran sul nostro Paese. «L’Italia si era molto spesa perché si arrivasse a un accordo serio sul nucleare iraniano», precisa il premier. «Particolarmente in un momento nel quale vacilla il diritto internazionale, non possiamo permetterci che l’attuale regime iraniano abbia missili a lungo raggio con testate atomiche. Quell’accordo è fallito e Stati Uniti e Israele hanno deciso di attaccare senza il coinvolgimento dei partner europei. Attualmente il governo è impegnato a dare assistenza alle migliaia di italiani che sono rimasti bloccati nei paesi del Golfo. Siamo in contatto con quei Paesi, siamo in contatto con i nostri partner europei. L’obiettivo è che la crisi non dilaghi, ma penso che nulla possa andare meglio se l’Iran non ferma i suoi attacchi nei confronti dei Paesi del Golfo che sono totalmente ingiustificati». Ieri sera il premier ha telefonato all’emiro del Qatar, Sheikh Tamim bin Hamad Al-Thani, il quale ha ringraziato Meloni per la sua solidarietà, elogiando le strette relazioni che uniscono Roma a Doha. Entrambe le parti hanno sottolineato la necessità di lavorare per una de-escalation e di dare priorità al dialogo politico e alla diplomazia per contenere la crisi.
Il fenomeno del terrorismo legato al fondamentalismo islamico preoccupa il premier, la quale invita a «non abbassare la guardia», soprattutto adesso. Per Meloni la crisi del diritto internazionale è «figlia della guerra in Ucraina. Quando un membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha attaccato un suo vicino era inevitabile che avrebbe portato a una stagione di caos». Riguardo alla polemica sul ministro della Difesa, Guido Crosetto, tira corto: «Non ha mai smesso di fare il proprio lavoro». E sul referendum sull’ordinamento giudiziario ritiene che sia «una riforma necessaria per modernizzare l’Italia perché è giusta, tanto giusta che i sostenitori del No hanno bisogno di mentire per essere convincenti».
E mentre i presidenti dei gruppi parlamentari di opposizione inviano una lettera unitaria ai presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, per chiedere di convocare con urgenza il presidente del Consiglio per riferire in Parlamento, il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, insieme al ministro Crosetto, si sono presentati ieri davanti alle commissioni Esteri e Difesa del Senato e della Camera. Per Tajani «gli attacchi iraniani hanno provocato una paralisi del traffico aereo e la crisi rischia di allargarsi ulteriormente» e durare «settimane».
«Stati Uniti e Israele hanno agito in autonomia e riservatezza», rivela Tajani, ammettendo che l’Italia è stata informata in un secondo momento. «Francesi e inglesi hanno riferito di non aver ricevuto alcun avvertimento preventivo. Noi, come i tedeschi e i polacchi, siamo stati informati a operazioni iniziate. Io sono stato contattato dal ministro degli Esteri israeliano Sa’ar e informato di quanto stava accadendo».
Tajani condanna «le sconsiderate operazioni militari condotte da Teheran contro i Paesi del Golfo che hanno come unico risultato quello di isolare ulteriormente l’Iran e di provocare un allargamento del conflitto. Ciò che deve prevalere adesso è l’interesse dell’Italia, la sicurezza dei nostri cittadini, la difesa della nostra economia». Tajani poi spiega che «la nostra linea è quella dell’Unione europea, abbiamo una linea condivisa».
Tajani difende la decisione israelo-americana di attaccare al fine di «cancellare la minaccia nucleare» iraniana. «Nessuno sarebbe al riparo da un Iran con missili e atomica». La morte di Khamenei «apre una nuova fase per l’Iran, il popolo iraniano merita di veder riconosciuti i propri diritti civili e politici senza violenza», con l’auspicio di una «transizione pacifica e rispettosa del popolo iraniano».
Creata alla Farnesina una Task Force Golfo, per il rimpatrio dei nostri connazionali, «priorità assoluta dell’azione del governo». Organizzati voli charter (uno atterrato già ieri sera) per il rientro: sono circa 70.000 gli italiani presenti nella Regione.
Interviene il leader M5s, Giuseppe Conte che, giusto per piacere di provocare, evoca il cappellino Maga che Tajani reggeva in mano al Board of Peace. «Il cappellino era un regalo. Non mi vergogno di niente. Io non sono andato né in ginocchio dalla Merkel come ha fatto lei né da Trump. A me Trump non mi chiama Tony, a lei la chiamava Giuseppi; quindi, un rapporto di amicizia semmai ce l’aveva lei». Conte ribatte: «l problema non è che Trump non la chiama Tony, il problema è che non la chiama proprio» se non «per firmare accordi insostenibili e per darvi un cappellino in mano». E insiste: «Sottoscriviamo tutto quel che ci viene chiesto da Washington? Qual è il vantaggio di tutto questo per l’Italia? Il Tricolore ve lo siete dimenticato».
Alta tensione. La presidente Stefania Craxi minaccia di sospendere la seduta. La segretaria del Pd, Elly Schlein, ammette che non sentirà la mancanza di Khamenei. «Siamo tutti convinti che il regime teocratico non possa e non debba sviluppare l’arma nucleare, ma il modo per impedirlo è per noi la via negoziale, diplomatica, non i bombardamenti che innescano reazioni a catena».
I Paesi del Golfo ci chiedono armi. Crosetto: «Io favorevole a darle»
Non si contano meme e sfottò sui social, le opposizioni lo attaccano utilizzando la sua disavventura per dimostrare che l’Italia non conta niente a livello internazionale, e così da ministro della Difesa Guido Crosetto passa all’attacco e spiega il motivo della sua presenza a Dubai nelle ore dello scoppio della guerra in Iran, che lo hanno costretto a far ritorno in Italia a bordo di un volo militare, pagando una quota delle spese. Crosetto era a Dubai, tra gli altri, con l’imprenditore Giancarlo Innocenzi Botti, socio in affari della moglie del ministro. Innocenzi Botti, ex manager Publitalia, ex senatore e sottosegretario di Forza Italia, indagato per traffico di influenze nel 2022 dalla Procura di Roma con Federico Tedeschini (entrambi archiviati) e altri per presunto traffico di influenze con l’obiettivo di rastrellare commesse pubbliche interferendo sui ministeri e sulla Struttura commissariale Covid.
Ieri Crosetto si è presentato in audizione davanti alle commissioni riunite Esteri e Difesa, e ovviamente le domande sul suo viaggio a Dubai proprio in quelle ore non sono mancate: «Ho messo insieme un impegno istituzionale con quello familiare», ha detto Crosetto ai cronisti al termine della audizione, «e ho deciso di non gravare sulle casse dello Stato, avrei potuto partire con l’impegno istituzionale e poi fermarmi per passare qualche giorno di vacanza con la mia famiglia. Invece sono partito da “privato”, ho fatto quello che dovevo fare a livello istituzionale e poi sono tornato». L’impegno istituzionale sarebbe stato un incontro, sabato scorso, con Mohamed bin Mubarak bin Fadhel Al Mazrouei, ministro degli Affari della Difesa degli Emirati Arabi Uniti, come reso noto ieri mattina dal ministero emiratino della Difesa attraverso un comunicato. Durante l’informativa, rispondendo ai parlamentari, Crosetto ha dato la sua versione rispetto a chi ha sottolineato che il fatto che il ministro della Difesa italiano non fosse a conoscenza dell’imminente attacco Usa-Israele all’Iran e quindi fosse a Dubai vuol dire che l’Italia non conta nulla sullo scacchiere internazionale: «Non è che non siamo stati informati come Italia di quello che è successo», ha argomentato Crosetto, «nessun Paese europeo ha ricevuto alcuna informazione se non quando gli aerei erano in volo. Gli americani e gli israeliani non hanno comunicato a nessuno, perché sono partiti non quando avevano programmato, e cioè questa settimana, che era quella che sapevano tutti gli alleati semmai, ma quando hanno avuto la certezza che uno di quegli attacchi avrebbe colpito l’obiettivo principale, era quella la loro priorità». Crosetto ha ricordato anche che «lunedì era programmato il viaggio di Rubio in Israele, è la dimostrrazione lampante di quanto questa guerra non fosse programmata a breve termine».
«Siccome è emerso un fatto che io considero personale, ma che sta avendo rilevanza politica, non mi costa nulla toccarlo. Non è emerso da uno scoop giornalistico ma dal fatto che io l’ho detto, l’ho reso pubblico io. È diventato una notizia. Il fatto che io fossi bloccato a Dubai è stata una mia scelta perché io immediatamente avrei potuto andarmene via da Dubai senza neanche comunicarlo. Ho scelto in quel momento di stare a Dubai visto quello che stava succedendo», ha aggiunto Crosetto, «avrò sbagliato come ministro chiedo scusa, perché ho i miei due figli e sono stato lì. Quando dopo una notte di bombardamento li ho presi e li ho accompagnati a Mascate, sono partito e sono tornato a fare il mio dovere». Crosetto ha anche rivelato un dettaglio molto importante: «I Paesi del Golfo stanno esprimendo una fortissima preoccupazione per l’evoluzione della crisi e hanno chiesto all’Italia la possibilità di avere qualcosa per difendersi, intendo sistemi di difesa antidrone o antiaereo. Si tratta di un tema molto delicato, considerato che queste capacità risultano oggi come sapete già fortemente sollecitate e limitate rispetto alle esigenze europee e al sostegno che abbiamo assicurato finora all’Ucraina». Il ministro ha annunciato che porterà questa richiesta in Parlamento, precisando che «personalmente mi vede totalmente a favore».
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«Tutta l’Europa non ha preso una posizione politica, allora non ci siamo capiti, la posizione che abbiamo è quella dell’Unione europea». Lo ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani a margine dell’informativa davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Senato e Camera a Palazzo Madama. Alle sue dichiarazioni sono seguite quelle del ministro della Difesa Guido Crosetto: «Ho messo insieme l’impegno istituzionale con uno familiare e ho deciso di non gravare sulle casse dello Stato, sarei potuto partire con quello istituzionale e poi fermare, fare con la mia famiglia qualche giorno di vacanza e così avrei gravato sulle spese dello Stato, sono partito a livello privato e ho fatto le cose che dovevo fare a livello istituzionale e poi sono tornato».
Esplosioni a Teheran il 2 marzo 2026. Nel riquadro, Daniele Ruvinetti (Ansa)
Daniele Ruvinetti, esperto in geopolitica e senior advisor della fondazione Med-Or, l’attacco in Iran era previsto, ma l’Italia non è stata avvertita.
«La portata storica dell’operazione suggerisce una lunga fase di preparazione, confermata anche da indiscrezioni sul lavoro di intelligence, secondo cui la Cia avrebbe monitorato da mesi i vertici iraniani in coordinamento con il Mossad. Il fatto che l’Italia non sia stata avvertita non rappresenta un’anomalia isolata: anche altri Paesi, come la Francia, non sarebbero stati pre informati. Operazioni di questo tipo vengono gestite con il massimo livello di segretezza per evitare fughe di notizie; alcuni alleati vengono informati durante o subito dopo l’avvio dell’operazione, altri no. Ci sono anche aspetti tecnici dietro a certe dinamiche».
Quanto durerà?
«È difficile immaginare una campagna breve. Secondo alcune valutazioni potrebbe durare almeno quattro o cinque settimane, ma molto dipenderà dagli obiettivi politici e militari reali. Se l’obiettivo è un cambio di regime, questo risulta estremamente complesso da ottenere solo con una campagna aerea, in assenza di un’opposizione interna organizzata, anche militarmente, e in sostanza di forze anti regime sul terreno. Senza questi elementi, una campagna di questo tipo tende inevitabilmente a prolungarsi».
Qual è l’obiettivo di Israele? Circondarsi di Stati amici?
«L’obiettivo principale sembra essere quello di chiudere definitivamente i conti con la Repubblica islamica in un momento percepito come di particolare debolezza per Teheran, anche a causa dell’indebolimento dei suoi proxy regionali come Hezbollah, Hamas e in parte gli Houthi. Indebolimento prodotto dalla campagna israeliana dopo l’attacco subito il 7 ottobre 2023. In un quadro più ampio, Israele con l’appoggio degli Stati Uniti, mira a ridisegnare gli equilibri di potere in Medio Oriente, favorendo una nuova architettura regionale che includa la normalizzazione dei rapporti con diversi Paesi arabi nell’ambito degli Accordi di Abramo».
Secondo lei esistono anche obiettivi di espansione territoriale? Esiste nella mente di Netanyahu la mappa di una Israele che noi non vediamo?
«Attualmente, non emergono elementi concreti che indichino obiettivi di espansione territoriale. Piuttosto, l’operazione viene interpretata come un tentativo di rafforzare la posizione di Israele come potenza dominante nella regione e di ridefinire l’architettura politica e di sicurezza mediorientale».
La morte di Khamenei basterà a far cadere il regime?
«Non necessariamente. L’Iran dispone di una struttura di potere estremamente consolidata, e resiliente, che non dipende da una sola figura, per quanto quella di Khamenei possa essere cruciale per la teocrazia. Oltre alla leadership religiosa, esiste il potere fattuale dei Pasdaran, molto forte sia sul piano militare sia su quello economico. Anche nel caso dell’eliminazione della Guida suprema, dunque, il sistema potrebbe riorganizzarsi rapidamente nominando un successore, rendendo improbabile un crollo immediato del regime».
In questo scenario qual è il ruolo dell’Europa?
«Il ruolo europeo appare marginale sul piano militare e strategico, dominato dagli attori regionali e dagli Usa. L’Europa può però svolgere una funzione diplomatica, spingendo per la cessazione delle ostilità, e deve concentrarsi sugli effetti economici ed energetici. Una possibile chiusura dello stretto di Hormuz, già aggravata dalle difficoltà nel Mar Rosso, rappresenterebbe un rischio significativo soprattutto per le forniture di gas provenienti dal Qatar, ma in generale per l’intero quadro geoeconomico che collega Asia ed Europa e che passa dalla regione indo-mediterranea, attualmente oggetto delle operazioni militari».
Nelle ultime ore molte polemiche intorno al ministro della Difesa Crosetto che si è ritrovato bloccato a Dubai. È davvero indice di isolamento internazionale?
«Non necessariamente. L’attacco a Dubai non era facilmente prevedibile nelle primissime fasi del conflitto, quando ci si aspettava piuttosto ritorsioni contro obiettivi militari o Paesi che ospitano basi statunitensi. Dubai è un hub turistico e finanziario internazionale, e non era prevedibile totalmente un iniziale coinvolgimento. La rapidità e l’ampiezza della risposta iraniana, legata anche alla portata simbolica dei primi attacchi subiti, in particolare all’eliminazione di Khamenei, hanno reso la situazione altamente fluida e difficile da anticipare».
Un altro argomento sbandierato nelle ultime ore è quello della violazione del diritto internazionale. Ha ancora senso parlarne?
«Il multilateralismo si sta spegnendo e con lui anche gli enti basati su di esso. Organismi come l’Onu, come altri organismi che dovrebbero far rispettare il diritto internazionale ormai sono costantemente violati. Siamo in una fase completamente diversa, quando cambiano le regole non possiamo continuare a giocare con le regole vecchie, bisogna adattarsi alle nuove regole anche se non siamo noi ad averle cambiate».
Quindi chi in Italia oggi parla di diritto violato deve un po’ aggiornarsi?
«Tutti vorremmo che le crisi si risolvessero solo a livello diplomatico, ma bisogna adattarsi ad un mondo che sta cambiando e che non sarà più come quello di prima. Occorre essere più realisti, a volte pragmatici: l’Onu non sempre è, ed è stato, in grado di affrontare in termini risolutivi le crisi. Ora siamo in una fase in cui alcuni attori si muovono in modo diretto, unilaterale o bilaterale, senza aspettare i meccanismi delle Nazioni unite».
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Ursula von der Leyen ed Emmanuel Macron (Ansa)
L’Italia è stata avvertita solo a missione iniziata. L’Inghilterra pure. La Francia, per bocca del suo capo della diplomazia, Jean-Noël Barrot, ha lamentato di essere stata tenuta all’oscuro fino a quando i bombardamenti non erano già cominciati. Germania e Polonia avevano riferito di una notifica preliminare da Washington, ma Tajani sostiene che abbiano subìto lo stesso trattamento di Roma. Anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nella sua audizione in Senato, ha ribadito che nessuno Stato membro dell’Ue «ha ricevuto alcuna informazione» in anticipo. E infine, al Tg5, pure Giorgia Meloni ne ha rimarcato la deliberata esclusione.
Di sicuro, la Casa Bianca non ha chiesto il permesso di attaccare a Ursula von der Leyen, che anche ieri ha preparato un menù a base di aria fritta: «Lavorare per la de-escalation», «L’unica soluzione duratura è diplomatica», «C’è una nuova speranza per il popolo iraniano oppresso», «Uniti con Cipro». Nell’isola che ospita la base britannica bersagliata dai pasdaran, però, è stata la Grecia, non l’Unione europea, a inviare due fregate, dispiegando intanto i suoi F-16. La presidente della Commissione ha convocato una riunione straordinaria del Collegio di sicurezza, ma si è beccata una lavata di capo per le conversazioni intrattenute con i leader dei Paesi del Golfo. «Sulla base di quali informazioni, quali servizi diplomatici, quali competenze e quale mandato fa queste telefonate?», l’ha rimbrottata la numero uno dello Scudo democratico europeo, Natalie Loiseau, transalpina e macroniana.
Proprio da Parigi è partita la prima iniziativa geopolitica del Vecchio continente. Sempre sotto le insegne nazionali e al di fuori dei vessilli Ue. Già domenica, il governo aveva dirottato dal Baltico al Mediterraneo la portaerei a propulsione nucleare Charles de Gaulle. Ieri, Barrot ha lasciato intendere quale potrebbe essere la ragione: la Francia è «pronta a partecipare» alla difesa degli Stati «deliberatamente presi di mira dai missili e dai droni delle Guardie rivoluzionarie e trascinati in una guerra che non hanno scelto». L’idea è, se non di ritagliarsi un ruolo da coprotagonisti nel conflitto, almeno di comparire sul palcoscenico. Magari, in qualità di contraltare degli Usa di Donald Trump: si fossero degnati di interpellare l’Onu, li ha rimproverati il ministro di Emmanuel Macron, la loro guerra «avrebbe avuto la legittimità internazionale che non ha».
Per monsieur le président, questa è la ghiotta occasione di rilanciare le ambizioni egemoniche sul continente. Tant’è che ieri è corso alla base di Crozon e ha comunicato l’intenzione di incrementare l’arsenale atomico francese - ma con «un approccio progressista»: fiori dentro le testate? Non verrà più comunicato il numero di ordigni disponibili, allo scopo di alimentare l’«ambiguità strategica» e di passare a una «deterrenza avanzata». «Uno solo dei nostri sottomarini», si è vantato Macron, parlando di fronte al sommergibile Le Temeraire, «contiene nel suo seno la potenza equivalente a tutte le bombe esplose della seconda guerra mondiale». «Per essere liberi», ha ammonito l’inquilino dell’Eliseo, «bisogna essere temuti». Pareva di sentire Eleanor Roosevelt…
In una fase di deterioramento dei rapporti bilaterali, la performance muscolare è servita a ricambiare lo smacco subito dalla Germania - che sta approfondendo le relazioni con l’Italia della Meloni - dopo il fallimento del progetto congiunto per il caccia di sesta generazione, nonché le ramanzine tedesche per la scarsa capacità d’investimento nella Difesa dei francesi, limitati da conti pubblici disastrosi. Berlino può permettersi di spendere cifre astronomiche, ma prima che ristrutturi le sue forze armate ci vorranno anni. Parigi, invece, ha ereditato una buona capacità di proiezione bellica sulle lunghe distanze, che ora briga per esibire. Ai vicini, Macron ha comunque lasciato ampi spiragli: i volenterosi, Uk compreso, lavoreranno a programmi per lo sviluppo di missili a lunghissimo raggio. E, come ha annunciato Friedrich Merz, Germania e Francia istituiranno un direttivo nucleare per coordinare la deterrenza e condurre esercitazioni comuni. Senza gli italiani.
I tedeschi hanno smentito le voci di un coinvolgimento diretto nei combattimenti. Ma distinguendosi dal collega transalpino, che è ai ferri corti con Trump, il cancelliere ha confermato che da oggi sarà in visita alla Casa Bianca. Il viaggio era stato pianificato da tempo e in agenda, oltre al Medio Oriente, ci saranno l’Ucraina e la spinosa questione dei dazi. A proposito della quale non si può dimenticare l’esortazione della Meloni: l’Europa parli con una sola voce. Sarà quella di Merz? Quest’ultimo, a differenza di Barrot, ha evitato critiche a Usa e Israele in merito alla dubbia legittimità del loro intervento in Iran, dichiarando esplicitamente che attribuirgli una classificazione «nell’ambito del diritto internazionale avrà un effetto relativamente scarso». Merz ha precisato che non vuole «dare lezioni» a The Donald e ha riconosciuto che gli sforzi per risolvere i dissapori sul nucleare con gli ayatollah, restando tuttavia nel quadro del diritto internazionale, si sono rivelati infruttuosi.
L’Ue, esclusa dalla plancia del risiko, invece insiste. E indossa l’alta uniforme per invocare «il pieno rispetto del diritto internazionale». Rigore è quando arbitro fischia, diceva Vujadin Boskov. È un bel problema se i giocatori ti scambiano per un raccattapalle.
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