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2020-03-25
Conte cede ai sindacati e rifà il decreto
Giuseppe Conte (Ansa)
Si procede giorno per giorno. È l'orizzonte che il governo sembra essersi dato per affrontare la crisi economica da coronavirus. Dopo aver partorito in 24 ore un decreto che andava a inasprire la serrata delle attività produttive, ieri la lunga teleconferenza, che ha frapposto il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, e quello dello Sviluppo economico, Stefano Patuanlli, ha partorito un altro topolino. L'obiettivo è redigere una nuova lista di attività considerate essenziali. In sostanza, il governo per evitare gli scioperi a difesa della salute dei lavoratori accetta l'idea di chiudere un numero maggiore di fabbriche. È comprensibile che le sigle antepongano la salute al lavoro, ma è altrettanto logico aspettarsi una strategia, che invece manca.
Innanzitutto, il criterio. La liste delle attività essenziali non può essere frutto di un tira e molla tra parti sociali. Dovrebbe essere frutto di un documento «scientifico» che analizzi gli effetti ex post delle chiusure. In termini economici e in termini di filiera. In pratica, ci vuole un esperto di supply chain, il modello anglosassone di logistica. E non una accozzaglia di codici ateco, che non sono in grado di tracciare le esigenze della popolazione. Inoltre, se un governo vuole tutelare la salute dei cittadini può fornire i presidi sanitari essenziali a tutti gli imprenditori, i quali saranno obbligati a fornirli a loro volta ai dipendenti. Se non è possibile, allora bisogna essere sinceri e chiudere il maggior numero possibile di imprese. Alle quali però va fornito un salvagente. Va fornito un supporto economico, altrimenti la gran parte dopo il virus non riaprirà mai più. Sul tema degli aiuti, la situazione è altrettanto vaga e complessa. Al momento come ha anche confermato il ministro Patuanelli gli aiuti diretti alle aziende hanno superato di poco la cifra dei 3 miliardi. Tutti diretti agli ammortizzatori e ai fondi di garanzia. Gli altri miliardi promessi nel decreto della scorsa settimana ancora non ci sono. Ieri, il collega del Mef ha ricordato che solo la prossima settimana saranno distribuiti i moduli online per chiedere l'erogazione dei 600 euro di bonus alle partite Iva. Martedì prossimo è già il 31 e i soldi dovrebbero essere erogati entro fine mese: un'altra promessa difficile da mantenere. Anche perché pure in questo caso i fondi non bastano e sono rimasti fuori circa 2 milioni di autonomi. Chi aiuterà loro e le altre aziende che saranno costrette a chiudere dal prossimo decreto in arrivo?
«È positiva l'attivazione della clausola di sospensione del patto di stabilità, non solo per la necessaria flessibilità con cui considerare gli interventi d'emergenza, ma anche per quanto riguarda il percorso di rientro che dovrà essere adeguatamente adattato e che riguarderà anche la prossima legge di bilancio», ha detto Gualtieri ieri tra una riunione e l'altra, annunciando che sono stati anche «messi a disposizione 37 miliardi delle politiche di coesione e ci avvarremo di queste risorse per sostenere le misure del prossimo decreto». Un altro annuncio abbastanza vago che sembra confliggere con il lavoro intenso che una parte dei tecnici del Mef sta facendo per proporre all'Europa di incamerare una fetta di fondi destinati alle future politiche «green». In ogni caso a preoccupare è di nuovo l'esiguità della cifra; 37 miliardi anche se fossero denaro vero e quindi elargibile direttamente alle aziende, rischiano di essere una piccola toppa. Passi quanto accaduto il mese di marzo, ma ad aprile non si può tenere la stessa logica. Se la situazione non cambia arriveranno anche il caos sociale e gli scioperi selvaggi e a quel punto si rischia l'interruzione della filiera produttiva anche dei settori sensibili. Più passa il tempo e le politiche economiche sono esigue, più sarà difficile tamponare i danni. Basti pensare la tensione che in queste ore si sta creando attorno ai distributori e alle banche. Nel secondo caso si cerca una soluzione di limitazione del numero delle filiali e accesso su prenotazione. Nel primo l'impatto della crisi è ancor più forte. Il traffico è calato dell'80%. E le vendite alla pompa ancora di più. Così i titolari dei distributori si chiedono se valga la pena rischiare la vita. Se si fermano però i supermercati si svuotano. Così per scongiurare lo sciopero ieri il Mise e il ministero guidato da Paola De Micheli hanno annunciato la disponibilità «ad applicare misure provvisorie di sostegno che includono la sospensione del corrispettivo contrattuale da parte dei gestori di carburante e la gestione della pulizia dei piazzali». Dal canto loro, i gestori potranno concordare con i concessionari autostradali periodi di apertura alternata, in funzione della dinamica del traffico. «Dovranno essere, in ogni caso assicurati, i rifornimenti in modalità self service», conclude la nota. C'è sempre da sperare nel buonsenso dei cittadini. Finché dura.
Gualtieri tira dritto e invoca il Mes. Poi fa il cantastorie: «Pil recuperabile»
L'inguaribile ottimismo di Roberto Gualtieri colpisce ancora. In audizione sul decreto Cura Italia, ieri il ministro del Tesoro ci ha spiegato che la situazione è grave ma non seria. Ovvero che il calo del Pil italiano nel 2020 sarà assolutamente «gestibile e recuperabile». Insomma il governo prevede una contrazione «di qualche punto percentuale», peanuts direbbero gli inglesi. E comunque l'impatto sarà indicato a pieno nel Documento di economia e finanza di prossima definizione, ha assicurato il Gualtieri. Senza fornire cifre.
E con un kafkiano processo di rimozione che forse gli ha fatto dimenticare le ultime previsioni snocciolate da Moody's, Jp Morgan e soprattutto da quei ragazzacci di Goldman Sachs che proprio ieri hanno aggiornato le stime sul Pil del nostro Paese: quest'anno la nostra economia calerà dell'11,6%. Non solo, avremo pure un forte aumento del deficit, che raggiungerà il 10% del prodotto interno lordo, a causa delle urgenti misure di spesa adottate per contenere l'emergenza sanitaria e l'impatto della crisi economica su imprese, lavoratori e famiglie. Un altro pianeta rispetto a quello da cui sembrava arrivare il ministro in audizione dove ha comunque precisato che «al momento con l'incertezza attuale del contesto è difficile delineare un affidabile quadro di previsioni, perché la priorità oggi è il contrasto alla diffusione dell'epidemia e le variabili sono ancora molte per quanto riguarda la sua profondità e durata».
Fra le risorse a cui guarda il governo per finanziare lo shock economico del coronavirus c'è l'ipotesi «di usare l'emissione di eurobond da parte del Mes, senza alcuna condizionalità», ha poi aggiunto. Peccato che l'eurobond sia stato praticamente già bocciato dai tedeschi e che il Mes senza condizionalità non esista. Ci saranno inoltre pochi margini di intervento per modificare il decreto di marzo con il quale il governo ha messo 25 miliardi per fronteggiare la crisi, è stato costretto ad ammettere il ministro ricordando che è stato «utilizzato tutto il margine di indebitamento autorizzato dal Parlamento». Tanto che dovrà rapidamente tornare in Aula per chiedere l'autorizzazione a un ulteriore scostamento del deficit per finanziare il decreto di aprile.
Armi spuntate e richieste peregrine finite sul tavolo dell'Eurogruppo riunito ieri pomeriggio fino a tarda sera, dove i singoli Stati non sarebbero ancora arrivati a trovare la quadra sul ruolo del Meccanismo europeo di stabilità. Una conferma indiretta arriva dal ministro delle finanze francese Bruno Le Maire che prima ha indicato che la posizione della Francia è a favore di un intervento del Fondo salvastati «in modo semplice e senza fissare condizioni che possono essere penalizzanti per i Paesi che ne fanno ricorso». E poi ha aggiunto che in ogni caso «non c'è urgenza» per un'intesa. Quando fino al giorno prima era stato lui stesso a caldeggiare una decisione rapida di carattere «europeo» per rafforzare le difese dal virus.
Il nodo principale da sciogliere resta sempre quello delle condizioni in base alle quali uno Stato può accedere alla linea di credito del Mes con i falchi olandesi e tedeschi che hanno alzato la guardia anche contro l'ipotesi di un coronabond. Qualche giorno fa il ministro delle finanze tedesco, Olaf Scholz, ha indicato che un dibattito sul Fondo salvastati è «prematuro» poiché prima di ogni altra cosa occorre che le misure prese abbiano il loro effetto soprattutto dopo lo scudo monetario offerto dalla Bce e la sospensione di fatto delle regole di bilancio Ue. Meglio prendere tempo, sarebbe quindi la posizione nel cosiddetto fronte del Nord, e riaggiornare le discussioni su nuovi strumenti e nuove piste all'inizio di giugno, se la diffusione del virus non dovesse essere messa sotto controllo e la semiparalisi economica perdurare. E nel frattempo usare gli strumenti esistenti facendo leva sul bilancio Ue a sulla Banca europea degli investimenti, che ha proposto un piano per mobilitare fino a 40 miliardi di finanziamenti.
Ieri i ministri si sarebbero dunque limitati a fare il punto sulle soluzioni possibili passando la palla direttamente ai capi di Stato e di governo che si riuniranno domani sempre in videoconferenza. Prima dell'inizio della riunione, lo stesso presidente dell'Eurogruppo Mário Centeno si era limitato a ricordare che l'obiettivo è «avere nuove linee di difesa per l'euro, per impedire che questa crisi economica diventi finanziaria», aggiungendo di voler riferire soluzioni al summit di domani «senza tagliare nessuna possibile strada».
Intanto, sempre ieri in mattinata si è tenuta una conferenza telefonica tra i ministri delle Finanze e governatori del G7 che da ora in poi si coordineranno su base settimanale. Sul tavolo, anche la richiesta ai produttori di petrolio di cercare di aiutare gli sforzi per mantenere la stabilità economica globale. Il riferimento è alla guerra dei prezzi in corso tra l'Arabia Saudita e la Russia che ha portato a un crollo del prezzo del greggio.
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Riunione fiume per evitare scioperi (già annunciato quello dei benzinai). I sindacati chiedono presidi sanitari, gli imprenditori più soldi. Stefano Patuanelli inventa la soluzione a metà: cambiare la lista delle imprese essenziali. Annunciati per aprile 37 miliardi di fondi Ue. Scontro all'Eurogruppo, andato avanti nella notte. La palla potrebbe passare al Consiglio europeo che si terrà domani. Lo speciale contiene due articoli. Si procede giorno per giorno. È l'orizzonte che il governo sembra essersi dato per affrontare la crisi economica da coronavirus. Dopo aver partorito in 24 ore un decreto che andava a inasprire la serrata delle attività produttive, ieri la lunga teleconferenza, che ha frapposto il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, e quello dello Sviluppo economico, Stefano Patuanlli, ha partorito un altro topolino. L'obiettivo è redigere una nuova lista di attività considerate essenziali. In sostanza, il governo per evitare gli scioperi a difesa della salute dei lavoratori accetta l'idea di chiudere un numero maggiore di fabbriche. È comprensibile che le sigle antepongano la salute al lavoro, ma è altrettanto logico aspettarsi una strategia, che invece manca. Innanzitutto, il criterio. La liste delle attività essenziali non può essere frutto di un tira e molla tra parti sociali. Dovrebbe essere frutto di un documento «scientifico» che analizzi gli effetti ex post delle chiusure. In termini economici e in termini di filiera. In pratica, ci vuole un esperto di supply chain, il modello anglosassone di logistica. E non una accozzaglia di codici ateco, che non sono in grado di tracciare le esigenze della popolazione. Inoltre, se un governo vuole tutelare la salute dei cittadini può fornire i presidi sanitari essenziali a tutti gli imprenditori, i quali saranno obbligati a fornirli a loro volta ai dipendenti. Se non è possibile, allora bisogna essere sinceri e chiudere il maggior numero possibile di imprese. Alle quali però va fornito un salvagente. Va fornito un supporto economico, altrimenti la gran parte dopo il virus non riaprirà mai più. Sul tema degli aiuti, la situazione è altrettanto vaga e complessa. Al momento come ha anche confermato il ministro Patuanelli gli aiuti diretti alle aziende hanno superato di poco la cifra dei 3 miliardi. Tutti diretti agli ammortizzatori e ai fondi di garanzia. Gli altri miliardi promessi nel decreto della scorsa settimana ancora non ci sono. Ieri, il collega del Mef ha ricordato che solo la prossima settimana saranno distribuiti i moduli online per chiedere l'erogazione dei 600 euro di bonus alle partite Iva. Martedì prossimo è già il 31 e i soldi dovrebbero essere erogati entro fine mese: un'altra promessa difficile da mantenere. Anche perché pure in questo caso i fondi non bastano e sono rimasti fuori circa 2 milioni di autonomi. Chi aiuterà loro e le altre aziende che saranno costrette a chiudere dal prossimo decreto in arrivo? «È positiva l'attivazione della clausola di sospensione del patto di stabilità, non solo per la necessaria flessibilità con cui considerare gli interventi d'emergenza, ma anche per quanto riguarda il percorso di rientro che dovrà essere adeguatamente adattato e che riguarderà anche la prossima legge di bilancio», ha detto Gualtieri ieri tra una riunione e l'altra, annunciando che sono stati anche «messi a disposizione 37 miliardi delle politiche di coesione e ci avvarremo di queste risorse per sostenere le misure del prossimo decreto». Un altro annuncio abbastanza vago che sembra confliggere con il lavoro intenso che una parte dei tecnici del Mef sta facendo per proporre all'Europa di incamerare una fetta di fondi destinati alle future politiche «green». In ogni caso a preoccupare è di nuovo l'esiguità della cifra; 37 miliardi anche se fossero denaro vero e quindi elargibile direttamente alle aziende, rischiano di essere una piccola toppa. Passi quanto accaduto il mese di marzo, ma ad aprile non si può tenere la stessa logica. Se la situazione non cambia arriveranno anche il caos sociale e gli scioperi selvaggi e a quel punto si rischia l'interruzione della filiera produttiva anche dei settori sensibili. Più passa il tempo e le politiche economiche sono esigue, più sarà difficile tamponare i danni. Basti pensare la tensione che in queste ore si sta creando attorno ai distributori e alle banche. Nel secondo caso si cerca una soluzione di limitazione del numero delle filiali e accesso su prenotazione. Nel primo l'impatto della crisi è ancor più forte. Il traffico è calato dell'80%. E le vendite alla pompa ancora di più. Così i titolari dei distributori si chiedono se valga la pena rischiare la vita. Se si fermano però i supermercati si svuotano. Così per scongiurare lo sciopero ieri il Mise e il ministero guidato da Paola De Micheli hanno annunciato la disponibilità «ad applicare misure provvisorie di sostegno che includono la sospensione del corrispettivo contrattuale da parte dei gestori di carburante e la gestione della pulizia dei piazzali». Dal canto loro, i gestori potranno concordare con i concessionari autostradali periodi di apertura alternata, in funzione della dinamica del traffico. «Dovranno essere, in ogni caso assicurati, i rifornimenti in modalità self service», conclude la nota. C'è sempre da sperare nel buonsenso dei cittadini. 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E comunque l'impatto sarà indicato a pieno nel Documento di economia e finanza di prossima definizione, ha assicurato il Gualtieri. Senza fornire cifre. E con un kafkiano processo di rimozione che forse gli ha fatto dimenticare le ultime previsioni snocciolate da Moody's, Jp Morgan e soprattutto da quei ragazzacci di Goldman Sachs che proprio ieri hanno aggiornato le stime sul Pil del nostro Paese: quest'anno la nostra economia calerà dell'11,6%. Non solo, avremo pure un forte aumento del deficit, che raggiungerà il 10% del prodotto interno lordo, a causa delle urgenti misure di spesa adottate per contenere l'emergenza sanitaria e l'impatto della crisi economica su imprese, lavoratori e famiglie. Un altro pianeta rispetto a quello da cui sembrava arrivare il ministro in audizione dove ha comunque precisato che «al momento con l'incertezza attuale del contesto è difficile delineare un affidabile quadro di previsioni, perché la priorità oggi è il contrasto alla diffusione dell'epidemia e le variabili sono ancora molte per quanto riguarda la sua profondità e durata». Fra le risorse a cui guarda il governo per finanziare lo shock economico del coronavirus c'è l'ipotesi «di usare l'emissione di eurobond da parte del Mes, senza alcuna condizionalità», ha poi aggiunto. Peccato che l'eurobond sia stato praticamente già bocciato dai tedeschi e che il Mes senza condizionalità non esista. Ci saranno inoltre pochi margini di intervento per modificare il decreto di marzo con il quale il governo ha messo 25 miliardi per fronteggiare la crisi, è stato costretto ad ammettere il ministro ricordando che è stato «utilizzato tutto il margine di indebitamento autorizzato dal Parlamento». Tanto che dovrà rapidamente tornare in Aula per chiedere l'autorizzazione a un ulteriore scostamento del deficit per finanziare il decreto di aprile. Armi spuntate e richieste peregrine finite sul tavolo dell'Eurogruppo riunito ieri pomeriggio fino a tarda sera, dove i singoli Stati non sarebbero ancora arrivati a trovare la quadra sul ruolo del Meccanismo europeo di stabilità. Una conferma indiretta arriva dal ministro delle finanze francese Bruno Le Maire che prima ha indicato che la posizione della Francia è a favore di un intervento del Fondo salvastati «in modo semplice e senza fissare condizioni che possono essere penalizzanti per i Paesi che ne fanno ricorso». E poi ha aggiunto che in ogni caso «non c'è urgenza» per un'intesa. Quando fino al giorno prima era stato lui stesso a caldeggiare una decisione rapida di carattere «europeo» per rafforzare le difese dal virus. Il nodo principale da sciogliere resta sempre quello delle condizioni in base alle quali uno Stato può accedere alla linea di credito del Mes con i falchi olandesi e tedeschi che hanno alzato la guardia anche contro l'ipotesi di un coronabond. Qualche giorno fa il ministro delle finanze tedesco, Olaf Scholz, ha indicato che un dibattito sul Fondo salvastati è «prematuro» poiché prima di ogni altra cosa occorre che le misure prese abbiano il loro effetto soprattutto dopo lo scudo monetario offerto dalla Bce e la sospensione di fatto delle regole di bilancio Ue. Meglio prendere tempo, sarebbe quindi la posizione nel cosiddetto fronte del Nord, e riaggiornare le discussioni su nuovi strumenti e nuove piste all'inizio di giugno, se la diffusione del virus non dovesse essere messa sotto controllo e la semiparalisi economica perdurare. E nel frattempo usare gli strumenti esistenti facendo leva sul bilancio Ue a sulla Banca europea degli investimenti, che ha proposto un piano per mobilitare fino a 40 miliardi di finanziamenti. Ieri i ministri si sarebbero dunque limitati a fare il punto sulle soluzioni possibili passando la palla direttamente ai capi di Stato e di governo che si riuniranno domani sempre in videoconferenza. Prima dell'inizio della riunione, lo stesso presidente dell'Eurogruppo Mário Centeno si era limitato a ricordare che l'obiettivo è «avere nuove linee di difesa per l'euro, per impedire che questa crisi economica diventi finanziaria», aggiungendo di voler riferire soluzioni al summit di domani «senza tagliare nessuna possibile strada». Intanto, sempre ieri in mattinata si è tenuta una conferenza telefonica tra i ministri delle Finanze e governatori del G7 che da ora in poi si coordineranno su base settimanale. Sul tavolo, anche la richiesta ai produttori di petrolio di cercare di aiutare gli sforzi per mantenere la stabilità economica globale. Il riferimento è alla guerra dei prezzi in corso tra l'Arabia Saudita e la Russia che ha portato a un crollo del prezzo del greggio.
Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi (Ansa)
«Nei gruppi di antagonisti ci sono veri e propri “esperti del disordine” che si macchiano di violenze gravissime da decenni. Sono sempre in cerca di nuovi pretesti per mobilitarsi: Tav, Tap, Medio Oriente, alternanza scuola lavoro, il Ponte, l’Expo, l’ambiente e adesso perfino le Olimpiadi invernali. Ora si mobiliteranno anche per il pacchetto sicurezza? Io credo che, se non avessimo varato le norme, questi soggetti sarebbero comunque all’opera. Basta leggere i loro comunicati per capire le loro intenzioni deliranti».
Per Maurizio Gasparri, capo dei senatori di Forza Italia «hanno ragione quelli di Askatasuna quando dicono che il loro non è un edificio, ma è una proposta, un’attitudine e un atteggiamento. In effetti, è la proposta di praticare il metodo della violenza mettendo a ferro e fuoco le città. È un metodo, quello della prevaricazione, dell’intolleranza, dello stalinismo. È un’attitudine, quella di avere atteggiamenti contrari ai principi fondamentali della legge. Pertanto, Askatasuna non è un edificio e forse non è neanche soltanto una proposta, un metodo, un’attitudine. È semplicemente una tragedia che si è abbattuta sul nostro Paese, che ha prodotto centinaia e centinaia di poliziotti, carabinieri e esponenti della guardia di finanza, feriti in questi anni. Non bisogna soltanto togliergli la sede, bisogna anche infliggergli le giuste condanne che la magistratura ha sin qui esitato a definire nella proporzione adeguata». Insomma il 28 marzo sarà il banco di prova per capire se queste nuove norme potranno realmente limitare i danni e le violenze di queste guerriglie urbane.
Rispetto alla misura del fermo preventivo, si contesta che per gli arrestati di Torino non si poteva applicare perché i violenti risultavano tutti incensurati. Piantedosi però ha chiarito che non si valuteranno solo i precedenti ma anche tutte quelle azioni che possano portare a pensare la predisposizione allo scontro: «Si valuteranno anche altri comportamenti univoci ed eloquenti, ad esempio proprio quelli di essersi predisposti agli scontri, rilevabile da oggetti trovati addosso». Altri strumenti da valutare potrebbero essere le conversazioni delle chat oppure il monitoraggio dei social.
Per quanto riguarda l’organico delle forze dell’ordine, anche quello è destinato a crescere. Negli ultimi 3 anni sono stati assunti 40.000 tra uomini e donne in uniforme, nell’ultimo anno 3.500 unità e a giugno ci sarà un’altra tornata. Sino al 2027 avremo altre 30.000 unità: «Dobbiamo coprire il turn over che abbiamo trovato dei pensionamenti, ma soprattutto adeguare le forze di polizia anche alle strumentazioni: dai guanti anti-taglio che non c’erano ai mezzi per bloccare dei cortei violenti come quelli che abbiamo visto», ha spiegato il sottosegretario all’Interno Wanda Ferro, aggiungendo: «Abbiamo dovuto rafforzare i presidi nelle grandi stazioni e nei pronto soccorso. Vediamo quello che avviene nelle tante piazze italiane. Quello che chiede il cittadino è sicurezza che purtroppo si avverte spesso essere traballante. Ma parliamo anche di nuovi pericoli, di forme eversive. Ciò che è avvenuto ad Askatasuna è una forma eversiva. Noi siamo il Paese che ha concesso in Europa più libere manifestazioni».
Sul decreto, Ferro spiega che queste nuove misure rispondono a nuove urgenze come «il fermo preventivo di 12 ore in occasioni di manifestazioni dove le forze di polizia hanno elementi per essere preoccupate».
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Ansa
Una decisione, quella di sgomberare lo storico edificio in corso Regina Margherita, che Askatasuna stigmatizza alla stregua «di un attacco al centro e un attacco alla città». E se di offensiva si tratta, stando alla logica, è giusto rispondere. Anche con la violenza. Perché anche se qualcuno ad Askatasuna ci prova a prendere le distanze dall’uso della forza, poi contestualizzando e complessificando alla fine si finisce sempre per giustificarla. «Aggredire un agente è grave ma voi ignorate la rabbia sociale», ha ammesso Andrea Bonadonna, storico leader e fondatore del centro sociale a La Stampa. Rabbia sociale contro il governo Meloni e chi mette a repentaglio gli spazi sociali. Parlando con i media, ieri i portavoce di Askatasuna hanno ribadito che l’obiettivo è ridare lo stabile a tutte le realtà che l’hanno sempre attraversato dal basso resistendo alle logiche del terzo settore o di pubblico-privato che lo andrebbero a snaturare. «Lo stabile deve continuare ad essere a disposizione dei cittadini con spazi mantenuti gratuiti a libero accesso». Tema, quello degli spazi sociali, di cui si potrebbe anche discutere. L’immagine presentabile a favore di telecamere fa però a pugni con quella sempre troppo pronta a strizzare l’occhio alla violenza. Lo lascia intendere Bonadonna. «Adesso credo che il governo ci penserà tre volte prima di sgombrare un altro centro sociale». Come a dire che alla fine gli scontri hanno fatto gioco agli autonomi. Altro che black block infiltrati. Con buona pace delle teorie cospirative secondo cui gli scontri sarebbero stati un assist al governo.
Ne sa qualcosa uno degli assalitori del poliziotto, come riportato ieri da La Verità. Tale Leonardo, di vent’anni e immortalato nel video che ha scosso il Paese intero con l’immagine del poliziotto Calista accerchiato e salvato dal collega Lorenzo Virgulti cui proprio ieri è stata riconosciuta la benemerenza civica dall’amministrazione di Ascoli Piceno. «Se vai a manifestare per lo sgombero di Askatasuna ovviamente un minimo di lotta la devi fare» ha dichiarato il picchiatore. «I compagni vogliono una rivolta seria, non vogliono fare la passeggiata del sabato». Arrestato dopo gli scontri è già stato rilasciato. Libero di tornare «a combattere» contro lo Stato, contro i poliziotti e di dare man forte ai militanti che ora Askatasuna chiama nuovamente a raccolta. Prima una due giorni a Livorno «per un confronto sulle modalità di lotta» e poi il 28 marzo a Roma. Nel tentativo di non disperdere l’opposizione sociale che a suo dire si sarebbe consolidata con «il grande successo» del 31 gennaio e 50.000 manifestanti. Ci sono fatti gravi ma Torino non è mai stata avulsa dai conflitti sociali, ripetono quelli del centro sociale. «Voi guardate il dito e non la luna». Insomma, questione di prospettive. E di capacità interpretative, visto che Askatasuna motiva l’appuntamento nella capitale con l’esigenza «di costruire un confronto a partire dalle modalità che si sono date, ossia quelle del blocchiamo tutto». Strano modo di cercare un dialogo.
In vista di Roma, Askatasuna continua con gli ammiccamenti alla linea dura conditi da un po’ di diplomazia. Equilibrismi che sembrano andare a nozze con quell’area grigia di supporter di matrice colta e borghese evocata dal Procuratore generale di Torino Lucia Musti. Una linea sottile tra legalità e illegalità dove gli ossimori non si escludono. Come nel solito refrain già proposto a Torino. «Continueremo a portare in piazza l’opposizione sociale al governo e contro le guerre». Strano modo di chiedere la pace
Tutto questo proprio mentre nelle scorse ore, gli atti di sabotaggio sulle linee ferroviarie di Bologna e Pesaro di sabato scorso vengono rivendicati dai movimenti anarchici. Con un documento che alza ancora di più il livello dello scontro. «Pare necessario armarsi degli strumenti della clandestinità, della decentralizzazione del conflitto e la moltiplicazione dei suoi fronti, dell’autodifesa e del sabotaggio per sopravvivere ai tempi cui andiamo incontro». E poi «fuoco alla Olimpiadi e a chi le produce», con tanto di collegamento con quanto accaduto due anni fa quando prima dei Gioghi di Parigi vennero vandalizzate cinque infrastrutture attorno alla capitale francese. Dura la reazione del ministro dei Trasporti Matteo Salvini che promette di «inseguire e stanare questi delinquenti ovunque si nascondano».
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