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2020-03-25
Conte cede ai sindacati e rifà il decreto
Giuseppe Conte (Ansa)
Si procede giorno per giorno. È l'orizzonte che il governo sembra essersi dato per affrontare la crisi economica da coronavirus. Dopo aver partorito in 24 ore un decreto che andava a inasprire la serrata delle attività produttive, ieri la lunga teleconferenza, che ha frapposto il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, e quello dello Sviluppo economico, Stefano Patuanlli, ha partorito un altro topolino. L'obiettivo è redigere una nuova lista di attività considerate essenziali. In sostanza, il governo per evitare gli scioperi a difesa della salute dei lavoratori accetta l'idea di chiudere un numero maggiore di fabbriche. È comprensibile che le sigle antepongano la salute al lavoro, ma è altrettanto logico aspettarsi una strategia, che invece manca.
Innanzitutto, il criterio. La liste delle attività essenziali non può essere frutto di un tira e molla tra parti sociali. Dovrebbe essere frutto di un documento «scientifico» che analizzi gli effetti ex post delle chiusure. In termini economici e in termini di filiera. In pratica, ci vuole un esperto di supply chain, il modello anglosassone di logistica. E non una accozzaglia di codici ateco, che non sono in grado di tracciare le esigenze della popolazione. Inoltre, se un governo vuole tutelare la salute dei cittadini può fornire i presidi sanitari essenziali a tutti gli imprenditori, i quali saranno obbligati a fornirli a loro volta ai dipendenti. Se non è possibile, allora bisogna essere sinceri e chiudere il maggior numero possibile di imprese. Alle quali però va fornito un salvagente. Va fornito un supporto economico, altrimenti la gran parte dopo il virus non riaprirà mai più. Sul tema degli aiuti, la situazione è altrettanto vaga e complessa. Al momento come ha anche confermato il ministro Patuanelli gli aiuti diretti alle aziende hanno superato di poco la cifra dei 3 miliardi. Tutti diretti agli ammortizzatori e ai fondi di garanzia. Gli altri miliardi promessi nel decreto della scorsa settimana ancora non ci sono. Ieri, il collega del Mef ha ricordato che solo la prossima settimana saranno distribuiti i moduli online per chiedere l'erogazione dei 600 euro di bonus alle partite Iva. Martedì prossimo è già il 31 e i soldi dovrebbero essere erogati entro fine mese: un'altra promessa difficile da mantenere. Anche perché pure in questo caso i fondi non bastano e sono rimasti fuori circa 2 milioni di autonomi. Chi aiuterà loro e le altre aziende che saranno costrette a chiudere dal prossimo decreto in arrivo?
«È positiva l'attivazione della clausola di sospensione del patto di stabilità, non solo per la necessaria flessibilità con cui considerare gli interventi d'emergenza, ma anche per quanto riguarda il percorso di rientro che dovrà essere adeguatamente adattato e che riguarderà anche la prossima legge di bilancio», ha detto Gualtieri ieri tra una riunione e l'altra, annunciando che sono stati anche «messi a disposizione 37 miliardi delle politiche di coesione e ci avvarremo di queste risorse per sostenere le misure del prossimo decreto». Un altro annuncio abbastanza vago che sembra confliggere con il lavoro intenso che una parte dei tecnici del Mef sta facendo per proporre all'Europa di incamerare una fetta di fondi destinati alle future politiche «green». In ogni caso a preoccupare è di nuovo l'esiguità della cifra; 37 miliardi anche se fossero denaro vero e quindi elargibile direttamente alle aziende, rischiano di essere una piccola toppa. Passi quanto accaduto il mese di marzo, ma ad aprile non si può tenere la stessa logica. Se la situazione non cambia arriveranno anche il caos sociale e gli scioperi selvaggi e a quel punto si rischia l'interruzione della filiera produttiva anche dei settori sensibili. Più passa il tempo e le politiche economiche sono esigue, più sarà difficile tamponare i danni. Basti pensare la tensione che in queste ore si sta creando attorno ai distributori e alle banche. Nel secondo caso si cerca una soluzione di limitazione del numero delle filiali e accesso su prenotazione. Nel primo l'impatto della crisi è ancor più forte. Il traffico è calato dell'80%. E le vendite alla pompa ancora di più. Così i titolari dei distributori si chiedono se valga la pena rischiare la vita. Se si fermano però i supermercati si svuotano. Così per scongiurare lo sciopero ieri il Mise e il ministero guidato da Paola De Micheli hanno annunciato la disponibilità «ad applicare misure provvisorie di sostegno che includono la sospensione del corrispettivo contrattuale da parte dei gestori di carburante e la gestione della pulizia dei piazzali». Dal canto loro, i gestori potranno concordare con i concessionari autostradali periodi di apertura alternata, in funzione della dinamica del traffico. «Dovranno essere, in ogni caso assicurati, i rifornimenti in modalità self service», conclude la nota. C'è sempre da sperare nel buonsenso dei cittadini. Finché dura.
Gualtieri tira dritto e invoca il Mes. Poi fa il cantastorie: «Pil recuperabile»
L'inguaribile ottimismo di Roberto Gualtieri colpisce ancora. In audizione sul decreto Cura Italia, ieri il ministro del Tesoro ci ha spiegato che la situazione è grave ma non seria. Ovvero che il calo del Pil italiano nel 2020 sarà assolutamente «gestibile e recuperabile». Insomma il governo prevede una contrazione «di qualche punto percentuale», peanuts direbbero gli inglesi. E comunque l'impatto sarà indicato a pieno nel Documento di economia e finanza di prossima definizione, ha assicurato il Gualtieri. Senza fornire cifre.
E con un kafkiano processo di rimozione che forse gli ha fatto dimenticare le ultime previsioni snocciolate da Moody's, Jp Morgan e soprattutto da quei ragazzacci di Goldman Sachs che proprio ieri hanno aggiornato le stime sul Pil del nostro Paese: quest'anno la nostra economia calerà dell'11,6%. Non solo, avremo pure un forte aumento del deficit, che raggiungerà il 10% del prodotto interno lordo, a causa delle urgenti misure di spesa adottate per contenere l'emergenza sanitaria e l'impatto della crisi economica su imprese, lavoratori e famiglie. Un altro pianeta rispetto a quello da cui sembrava arrivare il ministro in audizione dove ha comunque precisato che «al momento con l'incertezza attuale del contesto è difficile delineare un affidabile quadro di previsioni, perché la priorità oggi è il contrasto alla diffusione dell'epidemia e le variabili sono ancora molte per quanto riguarda la sua profondità e durata».
Fra le risorse a cui guarda il governo per finanziare lo shock economico del coronavirus c'è l'ipotesi «di usare l'emissione di eurobond da parte del Mes, senza alcuna condizionalità», ha poi aggiunto. Peccato che l'eurobond sia stato praticamente già bocciato dai tedeschi e che il Mes senza condizionalità non esista. Ci saranno inoltre pochi margini di intervento per modificare il decreto di marzo con il quale il governo ha messo 25 miliardi per fronteggiare la crisi, è stato costretto ad ammettere il ministro ricordando che è stato «utilizzato tutto il margine di indebitamento autorizzato dal Parlamento». Tanto che dovrà rapidamente tornare in Aula per chiedere l'autorizzazione a un ulteriore scostamento del deficit per finanziare il decreto di aprile.
Armi spuntate e richieste peregrine finite sul tavolo dell'Eurogruppo riunito ieri pomeriggio fino a tarda sera, dove i singoli Stati non sarebbero ancora arrivati a trovare la quadra sul ruolo del Meccanismo europeo di stabilità. Una conferma indiretta arriva dal ministro delle finanze francese Bruno Le Maire che prima ha indicato che la posizione della Francia è a favore di un intervento del Fondo salvastati «in modo semplice e senza fissare condizioni che possono essere penalizzanti per i Paesi che ne fanno ricorso». E poi ha aggiunto che in ogni caso «non c'è urgenza» per un'intesa. Quando fino al giorno prima era stato lui stesso a caldeggiare una decisione rapida di carattere «europeo» per rafforzare le difese dal virus.
Il nodo principale da sciogliere resta sempre quello delle condizioni in base alle quali uno Stato può accedere alla linea di credito del Mes con i falchi olandesi e tedeschi che hanno alzato la guardia anche contro l'ipotesi di un coronabond. Qualche giorno fa il ministro delle finanze tedesco, Olaf Scholz, ha indicato che un dibattito sul Fondo salvastati è «prematuro» poiché prima di ogni altra cosa occorre che le misure prese abbiano il loro effetto soprattutto dopo lo scudo monetario offerto dalla Bce e la sospensione di fatto delle regole di bilancio Ue. Meglio prendere tempo, sarebbe quindi la posizione nel cosiddetto fronte del Nord, e riaggiornare le discussioni su nuovi strumenti e nuove piste all'inizio di giugno, se la diffusione del virus non dovesse essere messa sotto controllo e la semiparalisi economica perdurare. E nel frattempo usare gli strumenti esistenti facendo leva sul bilancio Ue a sulla Banca europea degli investimenti, che ha proposto un piano per mobilitare fino a 40 miliardi di finanziamenti.
Ieri i ministri si sarebbero dunque limitati a fare il punto sulle soluzioni possibili passando la palla direttamente ai capi di Stato e di governo che si riuniranno domani sempre in videoconferenza. Prima dell'inizio della riunione, lo stesso presidente dell'Eurogruppo Mário Centeno si era limitato a ricordare che l'obiettivo è «avere nuove linee di difesa per l'euro, per impedire che questa crisi economica diventi finanziaria», aggiungendo di voler riferire soluzioni al summit di domani «senza tagliare nessuna possibile strada».
Intanto, sempre ieri in mattinata si è tenuta una conferenza telefonica tra i ministri delle Finanze e governatori del G7 che da ora in poi si coordineranno su base settimanale. Sul tavolo, anche la richiesta ai produttori di petrolio di cercare di aiutare gli sforzi per mantenere la stabilità economica globale. Il riferimento è alla guerra dei prezzi in corso tra l'Arabia Saudita e la Russia che ha portato a un crollo del prezzo del greggio.
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Riunione fiume per evitare scioperi (già annunciato quello dei benzinai). I sindacati chiedono presidi sanitari, gli imprenditori più soldi. Stefano Patuanelli inventa la soluzione a metà: cambiare la lista delle imprese essenziali. Annunciati per aprile 37 miliardi di fondi Ue. Scontro all'Eurogruppo, andato avanti nella notte. La palla potrebbe passare al Consiglio europeo che si terrà domani. Lo speciale contiene due articoli. Si procede giorno per giorno. È l'orizzonte che il governo sembra essersi dato per affrontare la crisi economica da coronavirus. Dopo aver partorito in 24 ore un decreto che andava a inasprire la serrata delle attività produttive, ieri la lunga teleconferenza, che ha frapposto il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, e quello dello Sviluppo economico, Stefano Patuanlli, ha partorito un altro topolino. L'obiettivo è redigere una nuova lista di attività considerate essenziali. In sostanza, il governo per evitare gli scioperi a difesa della salute dei lavoratori accetta l'idea di chiudere un numero maggiore di fabbriche. È comprensibile che le sigle antepongano la salute al lavoro, ma è altrettanto logico aspettarsi una strategia, che invece manca. Innanzitutto, il criterio. La liste delle attività essenziali non può essere frutto di un tira e molla tra parti sociali. Dovrebbe essere frutto di un documento «scientifico» che analizzi gli effetti ex post delle chiusure. In termini economici e in termini di filiera. In pratica, ci vuole un esperto di supply chain, il modello anglosassone di logistica. E non una accozzaglia di codici ateco, che non sono in grado di tracciare le esigenze della popolazione. Inoltre, se un governo vuole tutelare la salute dei cittadini può fornire i presidi sanitari essenziali a tutti gli imprenditori, i quali saranno obbligati a fornirli a loro volta ai dipendenti. Se non è possibile, allora bisogna essere sinceri e chiudere il maggior numero possibile di imprese. Alle quali però va fornito un salvagente. Va fornito un supporto economico, altrimenti la gran parte dopo il virus non riaprirà mai più. Sul tema degli aiuti, la situazione è altrettanto vaga e complessa. Al momento come ha anche confermato il ministro Patuanelli gli aiuti diretti alle aziende hanno superato di poco la cifra dei 3 miliardi. Tutti diretti agli ammortizzatori e ai fondi di garanzia. Gli altri miliardi promessi nel decreto della scorsa settimana ancora non ci sono. Ieri, il collega del Mef ha ricordato che solo la prossima settimana saranno distribuiti i moduli online per chiedere l'erogazione dei 600 euro di bonus alle partite Iva. Martedì prossimo è già il 31 e i soldi dovrebbero essere erogati entro fine mese: un'altra promessa difficile da mantenere. Anche perché pure in questo caso i fondi non bastano e sono rimasti fuori circa 2 milioni di autonomi. Chi aiuterà loro e le altre aziende che saranno costrette a chiudere dal prossimo decreto in arrivo? «È positiva l'attivazione della clausola di sospensione del patto di stabilità, non solo per la necessaria flessibilità con cui considerare gli interventi d'emergenza, ma anche per quanto riguarda il percorso di rientro che dovrà essere adeguatamente adattato e che riguarderà anche la prossima legge di bilancio», ha detto Gualtieri ieri tra una riunione e l'altra, annunciando che sono stati anche «messi a disposizione 37 miliardi delle politiche di coesione e ci avvarremo di queste risorse per sostenere le misure del prossimo decreto». Un altro annuncio abbastanza vago che sembra confliggere con il lavoro intenso che una parte dei tecnici del Mef sta facendo per proporre all'Europa di incamerare una fetta di fondi destinati alle future politiche «green». In ogni caso a preoccupare è di nuovo l'esiguità della cifra; 37 miliardi anche se fossero denaro vero e quindi elargibile direttamente alle aziende, rischiano di essere una piccola toppa. Passi quanto accaduto il mese di marzo, ma ad aprile non si può tenere la stessa logica. Se la situazione non cambia arriveranno anche il caos sociale e gli scioperi selvaggi e a quel punto si rischia l'interruzione della filiera produttiva anche dei settori sensibili. Più passa il tempo e le politiche economiche sono esigue, più sarà difficile tamponare i danni. Basti pensare la tensione che in queste ore si sta creando attorno ai distributori e alle banche. Nel secondo caso si cerca una soluzione di limitazione del numero delle filiali e accesso su prenotazione. Nel primo l'impatto della crisi è ancor più forte. Il traffico è calato dell'80%. E le vendite alla pompa ancora di più. Così i titolari dei distributori si chiedono se valga la pena rischiare la vita. Se si fermano però i supermercati si svuotano. Così per scongiurare lo sciopero ieri il Mise e il ministero guidato da Paola De Micheli hanno annunciato la disponibilità «ad applicare misure provvisorie di sostegno che includono la sospensione del corrispettivo contrattuale da parte dei gestori di carburante e la gestione della pulizia dei piazzali». Dal canto loro, i gestori potranno concordare con i concessionari autostradali periodi di apertura alternata, in funzione della dinamica del traffico. «Dovranno essere, in ogni caso assicurati, i rifornimenti in modalità self service», conclude la nota. C'è sempre da sperare nel buonsenso dei cittadini. 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E comunque l'impatto sarà indicato a pieno nel Documento di economia e finanza di prossima definizione, ha assicurato il Gualtieri. Senza fornire cifre. E con un kafkiano processo di rimozione che forse gli ha fatto dimenticare le ultime previsioni snocciolate da Moody's, Jp Morgan e soprattutto da quei ragazzacci di Goldman Sachs che proprio ieri hanno aggiornato le stime sul Pil del nostro Paese: quest'anno la nostra economia calerà dell'11,6%. Non solo, avremo pure un forte aumento del deficit, che raggiungerà il 10% del prodotto interno lordo, a causa delle urgenti misure di spesa adottate per contenere l'emergenza sanitaria e l'impatto della crisi economica su imprese, lavoratori e famiglie. Un altro pianeta rispetto a quello da cui sembrava arrivare il ministro in audizione dove ha comunque precisato che «al momento con l'incertezza attuale del contesto è difficile delineare un affidabile quadro di previsioni, perché la priorità oggi è il contrasto alla diffusione dell'epidemia e le variabili sono ancora molte per quanto riguarda la sua profondità e durata». Fra le risorse a cui guarda il governo per finanziare lo shock economico del coronavirus c'è l'ipotesi «di usare l'emissione di eurobond da parte del Mes, senza alcuna condizionalità», ha poi aggiunto. Peccato che l'eurobond sia stato praticamente già bocciato dai tedeschi e che il Mes senza condizionalità non esista. Ci saranno inoltre pochi margini di intervento per modificare il decreto di marzo con il quale il governo ha messo 25 miliardi per fronteggiare la crisi, è stato costretto ad ammettere il ministro ricordando che è stato «utilizzato tutto il margine di indebitamento autorizzato dal Parlamento». Tanto che dovrà rapidamente tornare in Aula per chiedere l'autorizzazione a un ulteriore scostamento del deficit per finanziare il decreto di aprile. Armi spuntate e richieste peregrine finite sul tavolo dell'Eurogruppo riunito ieri pomeriggio fino a tarda sera, dove i singoli Stati non sarebbero ancora arrivati a trovare la quadra sul ruolo del Meccanismo europeo di stabilità. Una conferma indiretta arriva dal ministro delle finanze francese Bruno Le Maire che prima ha indicato che la posizione della Francia è a favore di un intervento del Fondo salvastati «in modo semplice e senza fissare condizioni che possono essere penalizzanti per i Paesi che ne fanno ricorso». E poi ha aggiunto che in ogni caso «non c'è urgenza» per un'intesa. Quando fino al giorno prima era stato lui stesso a caldeggiare una decisione rapida di carattere «europeo» per rafforzare le difese dal virus. Il nodo principale da sciogliere resta sempre quello delle condizioni in base alle quali uno Stato può accedere alla linea di credito del Mes con i falchi olandesi e tedeschi che hanno alzato la guardia anche contro l'ipotesi di un coronabond. Qualche giorno fa il ministro delle finanze tedesco, Olaf Scholz, ha indicato che un dibattito sul Fondo salvastati è «prematuro» poiché prima di ogni altra cosa occorre che le misure prese abbiano il loro effetto soprattutto dopo lo scudo monetario offerto dalla Bce e la sospensione di fatto delle regole di bilancio Ue. Meglio prendere tempo, sarebbe quindi la posizione nel cosiddetto fronte del Nord, e riaggiornare le discussioni su nuovi strumenti e nuove piste all'inizio di giugno, se la diffusione del virus non dovesse essere messa sotto controllo e la semiparalisi economica perdurare. E nel frattempo usare gli strumenti esistenti facendo leva sul bilancio Ue a sulla Banca europea degli investimenti, che ha proposto un piano per mobilitare fino a 40 miliardi di finanziamenti. Ieri i ministri si sarebbero dunque limitati a fare il punto sulle soluzioni possibili passando la palla direttamente ai capi di Stato e di governo che si riuniranno domani sempre in videoconferenza. Prima dell'inizio della riunione, lo stesso presidente dell'Eurogruppo Mário Centeno si era limitato a ricordare che l'obiettivo è «avere nuove linee di difesa per l'euro, per impedire che questa crisi economica diventi finanziaria», aggiungendo di voler riferire soluzioni al summit di domani «senza tagliare nessuna possibile strada». Intanto, sempre ieri in mattinata si è tenuta una conferenza telefonica tra i ministri delle Finanze e governatori del G7 che da ora in poi si coordineranno su base settimanale. Sul tavolo, anche la richiesta ai produttori di petrolio di cercare di aiutare gli sforzi per mantenere la stabilità economica globale. Il riferimento è alla guerra dei prezzi in corso tra l'Arabia Saudita e la Russia che ha portato a un crollo del prezzo del greggio.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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