Conte cede ai sindacati e rifà il decreto
  • Riunione fiume per evitare scioperi (già annunciato quello dei benzinai). I sindacati chiedono presidi sanitari, gli imprenditori più soldi. Stefano Patuanelli inventa la soluzione a metà: cambiare la lista delle imprese essenziali. Annunciati per aprile 37 miliardi di fondi Ue.
  • Scontro all’Eurogruppo, andato avanti nella notte. La palla potrebbe passare al Consiglio europeo che si terrà domani.

Lo speciale contiene due articoli.

Si procede giorno per giorno. È l’orizzonte che il governo sembra essersi dato per affrontare la crisi economica da coronavirus. Dopo aver partorito in 24 ore un decreto che andava a inasprire la serrata delle attività produttive, ieri la lunga teleconferenza, che ha frapposto il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, e quello dello Sviluppo economico, Stefano Patuanlli, ha partorito un altro topolino. L’obiettivo è redigere una nuova lista di attività considerate essenziali. In sostanza, il governo per evitare gli scioperi a difesa della salute dei lavoratori accetta l’idea di chiudere un numero maggiore di fabbriche. È comprensibile che le sigle antepongano la salute al lavoro, ma è altrettanto logico aspettarsi una strategia, che invece manca.

Innanzitutto, il criterio. La liste delle attività essenziali non può essere frutto di un tira e molla tra parti sociali. Dovrebbe essere frutto di un documento «scientifico» che analizzi gli effetti ex post delle chiusure. In termini economici e in termini di filiera. In pratica, ci vuole un esperto di supply chain, il modello anglosassone di logistica. E non una accozzaglia di codici ateco, che non sono in grado di tracciare le esigenze della popolazione. Inoltre, se un governo vuole tutelare la salute dei cittadini può fornire i presidi sanitari essenziali a tutti gli imprenditori, i quali saranno obbligati a fornirli a loro volta ai dipendenti. Se non è possibile, allora bisogna essere sinceri e chiudere il maggior numero possibile di imprese. Alle quali però va fornito un salvagente. Va fornito un supporto economico, altrimenti la gran parte dopo il virus non riaprirà mai più. Sul tema degli aiuti, la situazione è altrettanto vaga e complessa. Al momento come ha anche confermato il ministro Patuanelli gli aiuti diretti alle aziende hanno superato di poco la cifra dei 3 miliardi. Tutti diretti agli ammortizzatori e ai fondi di garanzia. Gli altri miliardi promessi nel decreto della scorsa settimana ancora non ci sono. Ieri, il collega del Mef ha ricordato che solo la prossima settimana saranno distribuiti i moduli online per chiedere l’erogazione dei 600 euro di bonus alle partite Iva. Martedì prossimo è già il 31 e i soldi dovrebbero essere erogati entro fine mese: un’altra promessa difficile da mantenere. Anche perché pure in questo caso i fondi non bastano e sono rimasti fuori circa 2 milioni di autonomi. Chi aiuterà loro e le altre aziende che saranno costrette a chiudere dal prossimo decreto in arrivo?

«È positiva l’attivazione della clausola di sospensione del patto di stabilità, non solo per la necessaria flessibilità con cui considerare gli interventi d’emergenza, ma anche per quanto riguarda il percorso di rientro che dovrà essere adeguatamente adattato e che riguarderà anche la prossima legge di bilancio», ha detto Gualtieri ieri tra una riunione e l’altra, annunciando che sono stati anche «messi a disposizione 37 miliardi delle politiche di coesione e ci avvarremo di queste risorse per sostenere le misure del prossimo decreto». Un altro annuncio abbastanza vago che sembra confliggere con il lavoro intenso che una parte dei tecnici del Mef sta facendo per proporre all’Europa di incamerare una fetta di fondi destinati alle future politiche «green». In ogni caso a preoccupare è di nuovo l’esiguità della cifra; 37 miliardi anche se fossero denaro vero e quindi elargibile direttamente alle aziende, rischiano di essere una piccola toppa. Passi quanto accaduto il mese di marzo, ma ad aprile non si può tenere la stessa logica. Se la situazione non cambia arriveranno anche il caos sociale e gli scioperi selvaggi e a quel punto si rischia l’interruzione della filiera produttiva anche dei settori sensibili. Più passa il tempo e le politiche economiche sono esigue, più sarà difficile tamponare i danni. Basti pensare la tensione che in queste ore si sta creando attorno ai distributori e alle banche. Nel secondo caso si cerca una soluzione di limitazione del numero delle filiali e accesso su prenotazione. Nel primo l’impatto della crisi è ancor più forte. Il traffico è calato dell’80%. E le vendite alla pompa ancora di più. Così i titolari dei distributori si chiedono se valga la pena rischiare la vita. Se si fermano però i supermercati si svuotano. Così per scongiurare lo sciopero ieri il Mise e il ministero guidato da Paola De Micheli hanno annunciato la disponibilità «ad applicare misure provvisorie di sostegno che includono la sospensione del corrispettivo contrattuale da parte dei gestori di carburante e la gestione della pulizia dei piazzali». Dal canto loro, i gestori potranno concordare con i concessionari autostradali periodi di apertura alternata, in funzione della dinamica del traffico. «Dovranno essere, in ogni caso assicurati, i rifornimenti in modalità self service», conclude la nota. C’è sempre da sperare nel buonsenso dei cittadini. Finché dura.


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