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2020-10-01
Il governo tenta la recita atlantista. Pompeo non la beve: «La Cina vi usa»
Mike Pompeo e Giuseppe Conte (Ansa)
Poche volte, sulla scena internazionale, si assiste a una tanto evidente differenza di linguaggio, e probabilmente anche di intenzioni, tra due interlocutori. Ieri a Roma il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha avuto un incontro di circa un'ora con il primo ministro Giuseppe Conte e poi con il titolare della Farnesina, Luigi Di Maio.
E proprio dopo il secondo colloquio c'è stata una conferenza stampa congiunta, nella quale Di Maio ha parlato con la lingua di legno di chi dice e non dice, di chi si dichiara atlantista ma ha già aperto più di un ponte con Pechino. Poco dopo di lui, però, quando è toccato a Pompeo prendere la parola, il capo della diplomazia Usa, pur non facendo venir meno il clima di cordialità, ha messo sul tavolo con estrema chiarezza e senza infingimenti il cuore del problema, e cioè le mire strategiche del Partito comunista cinese.
Procediamo con ordine. Ecco il Di Maio che introduce e ringrazia il suo ospite: «Sono molto felice di essere qui con il segretario di Stato Pompeo con cui abbiamo avuto un dialogo amichevole e costruttivo». Poi il riferimento all'emergenza Covid: «Ringrazio gli Usa per lo straordinario aiuto che ci hanno fornito sia come governo sia con il settore privato: una solidarietà forte, articolata, che può esistere solo tra alleati strategici». E ancora: «I nostri rapporti sono eccellenti, lavoriamo per mantenerli tali, ne è prova la recente partnership spaziale». A seguire, un mezzo giro del mondo, dal ruolo della Turchia al conflitto in Nagorno Karabakh, fino a un amplissimo passaggio sulla Libia: «Contiamo moltissimo sull'influenza che gli Usa potranno esercitare sugli interlocutori libici e gli attori internazionali per evitare eventuali azioni di sabotaggio» del processo di stabilizzazione.
In conclusione, la parte del discorsetto concepita per rassicurare l'alleato americano, ma in realtà - letta tra le righe - carica di ambiguità: «L'Italia è saldamente ancorata agli Usa e all'Ue a cui ci uniscono valori e interessi comuni. Ci sono alleati, interlocutori e partner economici e commerciali. Un Paese dinamico come il nostro è aperto a nuove opportunità di investimento, ma questo non può avvenire fuori dal perimetro dei valori euroatlantici». Quanto al 5G, «ho comunicato al segretario Pompeo che abbiamo ben presenti le preoccupazioni degli alleati Usa e siamo consapevoli delle responsabilità che gravano su ogni Paese Nato quando entra in gioco la sicurezza degli alleati. L'Italia è conscia della necessità di assicurare la sicurezza delle reti 5G. Resta una nostra assoluta priorità», e per questo, ha aggiunto Di Maio scaraventando la palla in tribuna, l'Italia lavora a posizioni comuni europee, «tema fatto presente all'Altro rappresentante Josep Borrell affinché sia posto al prossimo consiglio Affari esteri». E infine, come se il tema fosse solo tecnologico e non geopolitico: «Abbiamo adottato una normativa che potenzia le possibilità di monitoraggio governativo, una normativa considerata virtuosa dall'Ue in diversi report. Tutti i contratti e le intese sono soggette a scrutinio da parte del gruppo di coordinamento per il golden power presso la presidenza del Consiglio».
Finito il compitino di Di Maio, è toccato a Pompeo, che dopo aver ricordato le sue origini italiane («è bello essere qui nella patria dei miei antenati»), ha garbatamente ma puntigliosamente ricordato l'assistenza Usa all'Italia nel post Covid, mentre Di Maio - per mesi - ha quasi sempre enfatizzato nella comunicazione pubblica la cooperazione con la Cina: «Siamo stati felici di aiutare i nostri amici italiani in tanti modi nel periodo della pandemia: abbiamo offerto forniture agli ospedali, abbiamo trasportato con aerei 86 tonnellate di aiuti medici, la nostra assistenza è stata di oltre 60 milioni di dollari fino ad oggi. Abbiamo fatto molto lavoro anche con le organizzazioni non governative e il settore privato».
Sulla base di queste premesse, Pompeo è arrivato al punto politico chiamando le cose con il loro nome: per uscire dal coronavirus occorre «attribuire le responsabilità al Partito comunista cinese per i suoi tentativi lampanti di copertura di ciò che ha portato alla morte di tante persone e a triliardi di dollari di rallentamento economico in tutto il mondo».
E poi i passaggi più espliciti sull'Italia: «La preoccupazione Usa è che il Partito comunista cinese stia usando la sua presenza economica in Italia per servire i propri scopi strategici. Quando investono, non sono qui per fare partenariati sinceri a beneficio reciproco», ha ammonito Pompeo con rara chiarezza. Aggiungendo subito dopo: «Si fa appello a considerare in modo attento la sicurezza nazionale e la riservatezza dei dati dei propri cittadini rispetto alla società tecnologiche che sono sotto la sorveglianza del Partito comunista cinese». E che il tema sia aperto, lo si evince anche dall'insoddisfazione di diversi esponenti Pd, che non si accontentano della riunione di maggioranza (peraltro non conclusiva, come La Verità ha spiegato) della scorsa settimana, ma vorrebbero una seduta formale del cdm.
Quanto all'incontro tra Pompeo e Conte, Palazzo Chigi si è limitato a rendere disponibili sul sito del governo le foto e il video del saluto tra i due, precisando che «al centro dell'agenda» ci sono state «la collaborazione bilaterale e internazionale nel contrasto al Covid, le crisi nel Mediterraneo e le relazioni con la Cina».
Huawei insiste: «Restiamo in Italia»
«Rimango basito degli attacchi Usa ma Huawei non andrà via dall'Italia». Parola di Luigi De Vecchis, presidente di Huawei Italia, che ieri ha presentato il nuovo centro per la sicurezza e la trasparenza che verrà inaugurato a settembre 2021 proprio nel giorno in cui il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, era in visita a Roma per incontrare il presidente del Consiglio e affrontare anche il dossier 5G. «Una coincidenza, lavoravamo a questo evento da un anno», ha assicurato il manager. Aggiungendo anche che «il confronto geopolitico tra Paesi ci ha disorientato, oggi continuiamo a lavorare dal punto di vista tecnico». Nel frattempo, la società è pronta a farsi «vivisezionare» - è stato il termine usato da De Vecchis - per rispondere alle «pressioni geopolitiche di governi che usano armi non convenzionali per attaccarci», governi che «invece dovrebbero confrontarsi su altri tavoli».
Quanto al rischio che Huawei rallenti nella costruzione delle reti, De Vecchis chiarisce che «se dovessimo rallentare un pochino per la carenza di materie prime, ovvero i semiconduttori, ci vorrà qualche anno ma noi diventeremo indipendenti. Cosa che non vorremmo perché preferiremmo invece continuare a lavorare con tutte le aziende del mondo che ci stimano». Anche sul tema della sicurezza dell'hardware il gruppo si dovrà confrontare con gli operatori e le istituzioni «per capire che cosa intendono per verifiche, mantenendo il tema della proprietà intellettuale», ha spiegato.
Il «Cybersecurity & Transparency Center» di Huawei che verrà aperto tra un anno nella Capitale, si svilupperà su tre aree: una dedicata alla cooperazione e all'innovazione, un'area dedicata alle demo che accompagnerà i visitatori attraverso le tematiche della cybersecurity e una zona per i test e le verifiche. Nel centro potrà essere analizzato anche il cosiddetto codice sorgente dei prodotti del colosso cinese. Un' apertura che «non è stata fatta da nessun altro», ha sottolineato De Vecchis. Ricordando che il 5G è uno dei punti di svolta che amplierà il potenziale del cyberspazio per le nostre società, economie e stili di vita, ma non è l'unico elemento della trasformazione digitale. «Ecco perché c'è bisogno di un ambiente digitale sano, basato sulla fiducia. Quando si parla di sicurezza informatica, sia la fiducia che la sfiducia dovrebbero essere basate su fatti, non su sensazioni, speculazioni e voci infondate».
Nel frattempo, la Commissione Ue sta seguendo linea dettata dagli Usa, elevando barriere protezionistiche anti cinesi e alzando i dazi sull'importazione di cavi in fibra ottica. La procedura anti dumping in materia è già stata pubblicata sulla gazzetta ufficiale dell'Ue. Una mossa commerciale dal peso politico però evidente, in vista del ruolo portante della fibra per la realizzazione delle prossime reti 5G in Europa. De Vecchis non sembra, però, temere queste misure e porta un esempio: «La competitività di un prodotto si misura anche nella capacità di contenere i costi. Per quanto riguarda la nostra macchina, consuma, in termini di energia, il 20-30% in meno di altre ma non è dumping, è il frutto del lavoro di ricerca e sviluppo. Può capitare che chi entra in un mercato nuovo investa di più e questo può essere visto come dumping ma alla fine i conti devono quadrare».
Quanto al resto del continente, l'azienda di tlc cinese non sarà esclusa in maniera completa dallo sviluppo della rete 5G in Germania, ma l'utilizzo dei suoi componenti verrà «fortemente limitato». È quanto avrebbe deciso il governo federale, secondo il quotidiano Handelsblatt, che cita fonti dell'esecutivo guidato dalla cancelliera Angela Merkel. La questione verrà disciplinata dalla legge per la sicurezza delle tecnologie dell'informazione 2.0, che dovrebbe essere discussa dal governo federale a novembre prossimo.
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Luigi Di Maio blandisce il segretario di Stato Usa: «Garantiamo la sicurezza delle reti». Ma lui affonda: «Proteggete i vostri dati dal Partito comunista di Pechino». E sul bilaterale con Giuseppe Conte, Chigi diffonde solo una nota scarna.Il presidente Luigi De Vecchis presenta il centro per la trasparenza, che aprirà tra un anno. «Basiti dagli attacchi di Washington, ma siamo pronti a farci vivisezionare dagli Stati».Lo speciale contiene due articoli.Poche volte, sulla scena internazionale, si assiste a una tanto evidente differenza di linguaggio, e probabilmente anche di intenzioni, tra due interlocutori. Ieri a Roma il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha avuto un incontro di circa un'ora con il primo ministro Giuseppe Conte e poi con il titolare della Farnesina, Luigi Di Maio.E proprio dopo il secondo colloquio c'è stata una conferenza stampa congiunta, nella quale Di Maio ha parlato con la lingua di legno di chi dice e non dice, di chi si dichiara atlantista ma ha già aperto più di un ponte con Pechino. Poco dopo di lui, però, quando è toccato a Pompeo prendere la parola, il capo della diplomazia Usa, pur non facendo venir meno il clima di cordialità, ha messo sul tavolo con estrema chiarezza e senza infingimenti il cuore del problema, e cioè le mire strategiche del Partito comunista cinese. Procediamo con ordine. Ecco il Di Maio che introduce e ringrazia il suo ospite: «Sono molto felice di essere qui con il segretario di Stato Pompeo con cui abbiamo avuto un dialogo amichevole e costruttivo». Poi il riferimento all'emergenza Covid: «Ringrazio gli Usa per lo straordinario aiuto che ci hanno fornito sia come governo sia con il settore privato: una solidarietà forte, articolata, che può esistere solo tra alleati strategici». E ancora: «I nostri rapporti sono eccellenti, lavoriamo per mantenerli tali, ne è prova la recente partnership spaziale». A seguire, un mezzo giro del mondo, dal ruolo della Turchia al conflitto in Nagorno Karabakh, fino a un amplissimo passaggio sulla Libia: «Contiamo moltissimo sull'influenza che gli Usa potranno esercitare sugli interlocutori libici e gli attori internazionali per evitare eventuali azioni di sabotaggio» del processo di stabilizzazione. In conclusione, la parte del discorsetto concepita per rassicurare l'alleato americano, ma in realtà - letta tra le righe - carica di ambiguità: «L'Italia è saldamente ancorata agli Usa e all'Ue a cui ci uniscono valori e interessi comuni. Ci sono alleati, interlocutori e partner economici e commerciali. Un Paese dinamico come il nostro è aperto a nuove opportunità di investimento, ma questo non può avvenire fuori dal perimetro dei valori euroatlantici». Quanto al 5G, «ho comunicato al segretario Pompeo che abbiamo ben presenti le preoccupazioni degli alleati Usa e siamo consapevoli delle responsabilità che gravano su ogni Paese Nato quando entra in gioco la sicurezza degli alleati. L'Italia è conscia della necessità di assicurare la sicurezza delle reti 5G. Resta una nostra assoluta priorità», e per questo, ha aggiunto Di Maio scaraventando la palla in tribuna, l'Italia lavora a posizioni comuni europee, «tema fatto presente all'Altro rappresentante Josep Borrell affinché sia posto al prossimo consiglio Affari esteri». E infine, come se il tema fosse solo tecnologico e non geopolitico: «Abbiamo adottato una normativa che potenzia le possibilità di monitoraggio governativo, una normativa considerata virtuosa dall'Ue in diversi report. Tutti i contratti e le intese sono soggette a scrutinio da parte del gruppo di coordinamento per il golden power presso la presidenza del Consiglio». Finito il compitino di Di Maio, è toccato a Pompeo, che dopo aver ricordato le sue origini italiane («è bello essere qui nella patria dei miei antenati»), ha garbatamente ma puntigliosamente ricordato l'assistenza Usa all'Italia nel post Covid, mentre Di Maio - per mesi - ha quasi sempre enfatizzato nella comunicazione pubblica la cooperazione con la Cina: «Siamo stati felici di aiutare i nostri amici italiani in tanti modi nel periodo della pandemia: abbiamo offerto forniture agli ospedali, abbiamo trasportato con aerei 86 tonnellate di aiuti medici, la nostra assistenza è stata di oltre 60 milioni di dollari fino ad oggi. Abbiamo fatto molto lavoro anche con le organizzazioni non governative e il settore privato».Sulla base di queste premesse, Pompeo è arrivato al punto politico chiamando le cose con il loro nome: per uscire dal coronavirus occorre «attribuire le responsabilità al Partito comunista cinese per i suoi tentativi lampanti di copertura di ciò che ha portato alla morte di tante persone e a triliardi di dollari di rallentamento economico in tutto il mondo». E poi i passaggi più espliciti sull'Italia: «La preoccupazione Usa è che il Partito comunista cinese stia usando la sua presenza economica in Italia per servire i propri scopi strategici. Quando investono, non sono qui per fare partenariati sinceri a beneficio reciproco», ha ammonito Pompeo con rara chiarezza. Aggiungendo subito dopo: «Si fa appello a considerare in modo attento la sicurezza nazionale e la riservatezza dei dati dei propri cittadini rispetto alla società tecnologiche che sono sotto la sorveglianza del Partito comunista cinese». E che il tema sia aperto, lo si evince anche dall'insoddisfazione di diversi esponenti Pd, che non si accontentano della riunione di maggioranza (peraltro non conclusiva, come La Verità ha spiegato) della scorsa settimana, ma vorrebbero una seduta formale del cdm. Quanto all'incontro tra Pompeo e Conte, Palazzo Chigi si è limitato a rendere disponibili sul sito del governo le foto e il video del saluto tra i due, precisando che «al centro dell'agenda» ci sono state «la collaborazione bilaterale e internazionale nel contrasto al Covid, le crisi nel Mediterraneo e le relazioni con la Cina».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-tenta-la-recita-atlantista-pompeo-non-la-beve-la-cina-vi-usa-2647871733.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="huawei-insiste-restiamo-in-italia" data-post-id="2647871733" data-published-at="1601492957" data-use-pagination="False"> Huawei insiste: «Restiamo in Italia» «Rimango basito degli attacchi Usa ma Huawei non andrà via dall'Italia». Parola di Luigi De Vecchis, presidente di Huawei Italia, che ieri ha presentato il nuovo centro per la sicurezza e la trasparenza che verrà inaugurato a settembre 2021 proprio nel giorno in cui il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, era in visita a Roma per incontrare il presidente del Consiglio e affrontare anche il dossier 5G. «Una coincidenza, lavoravamo a questo evento da un anno», ha assicurato il manager. Aggiungendo anche che «il confronto geopolitico tra Paesi ci ha disorientato, oggi continuiamo a lavorare dal punto di vista tecnico». Nel frattempo, la società è pronta a farsi «vivisezionare» - è stato il termine usato da De Vecchis - per rispondere alle «pressioni geopolitiche di governi che usano armi non convenzionali per attaccarci», governi che «invece dovrebbero confrontarsi su altri tavoli». Quanto al rischio che Huawei rallenti nella costruzione delle reti, De Vecchis chiarisce che «se dovessimo rallentare un pochino per la carenza di materie prime, ovvero i semiconduttori, ci vorrà qualche anno ma noi diventeremo indipendenti. Cosa che non vorremmo perché preferiremmo invece continuare a lavorare con tutte le aziende del mondo che ci stimano». Anche sul tema della sicurezza dell'hardware il gruppo si dovrà confrontare con gli operatori e le istituzioni «per capire che cosa intendono per verifiche, mantenendo il tema della proprietà intellettuale», ha spiegato. Il «Cybersecurity & Transparency Center» di Huawei che verrà aperto tra un anno nella Capitale, si svilupperà su tre aree: una dedicata alla cooperazione e all'innovazione, un'area dedicata alle demo che accompagnerà i visitatori attraverso le tematiche della cybersecurity e una zona per i test e le verifiche. Nel centro potrà essere analizzato anche il cosiddetto codice sorgente dei prodotti del colosso cinese. Un' apertura che «non è stata fatta da nessun altro», ha sottolineato De Vecchis. Ricordando che il 5G è uno dei punti di svolta che amplierà il potenziale del cyberspazio per le nostre società, economie e stili di vita, ma non è l'unico elemento della trasformazione digitale. «Ecco perché c'è bisogno di un ambiente digitale sano, basato sulla fiducia. Quando si parla di sicurezza informatica, sia la fiducia che la sfiducia dovrebbero essere basate su fatti, non su sensazioni, speculazioni e voci infondate». Nel frattempo, la Commissione Ue sta seguendo linea dettata dagli Usa, elevando barriere protezionistiche anti cinesi e alzando i dazi sull'importazione di cavi in fibra ottica. La procedura anti dumping in materia è già stata pubblicata sulla gazzetta ufficiale dell'Ue. Una mossa commerciale dal peso politico però evidente, in vista del ruolo portante della fibra per la realizzazione delle prossime reti 5G in Europa. De Vecchis non sembra, però, temere queste misure e porta un esempio: «La competitività di un prodotto si misura anche nella capacità di contenere i costi. Per quanto riguarda la nostra macchina, consuma, in termini di energia, il 20-30% in meno di altre ma non è dumping, è il frutto del lavoro di ricerca e sviluppo. Può capitare che chi entra in un mercato nuovo investa di più e questo può essere visto come dumping ma alla fine i conti devono quadrare». Quanto al resto del continente, l'azienda di tlc cinese non sarà esclusa in maniera completa dallo sviluppo della rete 5G in Germania, ma l'utilizzo dei suoi componenti verrà «fortemente limitato». È quanto avrebbe deciso il governo federale, secondo il quotidiano Handelsblatt, che cita fonti dell'esecutivo guidato dalla cancelliera Angela Merkel. La questione verrà disciplinata dalla legge per la sicurezza delle tecnologie dell'informazione 2.0, che dovrebbe essere discussa dal governo federale a novembre prossimo.
Elon Musk (Ansa)
Ieri SpaceX ha debuttato contemporaneamente al Nasdaq e al nuovo listino del Texas, una prima assoluta per i mercati americani. Lo ha fatto con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. L’offerta ha attribuito alla società spaziale una valutazione iniziale di 1.780 miliardi di dollari, la più alta mai registrata per una quotazione. Vuol dire che la società di Musk vale quanto il Pil annuale dell’Italia. Gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori si sono letteralmente gettati sull’operazione acquistando 555,6 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna. Ma il mercato ha immediatamente deciso che quel prezzo era troppo basso. Nelle prime contrattazioni il titolo è schizzato fino a 175 dollari. E non importa se al momento il gruppo aerospaziale è solo una costosissima promessa: ha un fatturato di 18,7 miliardi e ne perde 4,9. Ma Wall Street voleva SpaceX a qualunque costo.
Il principale beneficiario dell’entusiasmo è stato naturalmente Elon Musk. Già uomo più ricco del pianeta prima della quotazione, con un patrimonio stimato da Forbes in 981 miliardi di dollari, il fondatore della società è diventato il primo individuo della storia a superare la soglia psicologica dei 1.000 miliardi. Vuol dire che da solo vale metà del Pil dell’Italia. Un traguardo che fino a ieri apparteneva alla categoria delle fantasie futuristiche. La raccolta complessiva dell’offerta ha sfiorato i 75 miliardi di dollari, altro record assoluto. Ma sarebbe un errore leggere questa operazione soltanto come una gigantesca operazione di Borsa.
Per Musk il mercato azionario rappresenta soprattutto un gigantesco serbatoio di capitale per alimentare la sua vera ossessione: Marte. Perché, come emerge dai documenti societari, una parte della futura remunerazione del fondatore è legata a un obiettivo che nessun consiglio di amministrazione aveva mai osato scrivere. Non fatturato. Non utili. Non dividendi. Una colonia permanente di almeno un milione di persone su Marte. In pratica, mentre i manager tradizionali sono premiati se aumentano i margini operativi, Musk potrà incassare se riuscirà a trasformare Marte in un nuovo continente abitato. È la differenza che passa tra gestire una società e tentare di riscrivere il sistema solare. Durante una conversazione trasmessa sulla piattaforma X con Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, Musk ha raccontato che da circa dieci anni amici, consulenti e banchieri gli ripetevano sempre la stessa frase: «Quota SpaceX». Per anni ha resistito. Ora invece ha cambiato idea. Il motivo è semplice. O meglio: semplice secondo gli standard di Musk. SpaceX intende mettere in orbita 100.000 satelliti Starlink di nuova generazione. Non qualche centinaio. Non qualche migliaio. Centomila. A questo si aggiunge un progetto ancora più ambizioso: la costruzione di grandi data center di Intelligenza artificiale direttamente nello spazio.
Secondo Musk, questa potrebbe diventare una gigantesca fonte di ricavi. Secondo i suoi banchieri, potrebbe soprattutto richiedere una quantità di capitale mai vista prima.
Ecco perché la Borsa è diventata improvvisamente necessaria. Anche dopo la quotazione, grazie a una speciale categoria di azioni con diritti di voto rafforzati, il fondatore manterrà il controllo assoluto delle decisioni strategiche, finanziarie e manageriali. Ma il dettaglio più sorprendente è un altro.
Nei documenti si scopre infatti che l’unica persona che può licenziare Elon Musk dal ruolo di amministratore delegato è... Elon Musk. Per la sua dimensione colossale, SpaceX potrebbe entrare nel Nasdaq 100 (l’élite della Silicon Valley) dopo appena 15 giorni di contrattazione. Sarebbe un passaggio fondamentale perché costringerebbe una miriade di fondi indicizzati ad acquistare automaticamente il titolo.
L’ingresso nello S&P 500 (il listino di eccellenza di Wall Street) richiederà invece tempi più lunghi. Ma dopo aver conquistato lo spazio, superato il trilione personale e realizzato la più grande quotazione della storia, attendere un po’ potrebbe sembrare il problema meno complicato.
Soprattutto per un uomo che non misura il successo in trimestri o in esercizi fiscali. Lo misura in pianeti.
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Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».
iStock. Nel riquadro, la locandina dell'evento
Nell’area «Bimb*», con la schwa (che storpia ogni parola pur di risultare linguaggio inclusivo e non binario) al posto dell’asterisco, sabato 20 giugno a partire dalle 15 ci saranno intrattenimenti vari, come il momento «Letture» a cura delle famiglie Arcobaleno.
Stiamo parlando dell’associazione «genitori Lgbtqi+, in coppia, single o separati che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo», e che purtroppo suggeriscono perfino quali libri far leggere a innocenti creature. Un campionario delle loro scelte si può trovare sul sito ufficiale.
Da Perché hai due mamme? e Perché hai due papà di Francesca Pardi, «nato per aiutare i bambini con due genitori dello stesso sesso nel rispondere alle curiosità degli altri», a un altro libro della stessa autrice dal titolo Qual è il segreto di papà?, spiegato come «un racconto che parla di omosessualità con parole semplici e dirette». Età di lettura consigliata: «Dai 4 anni». Certo, perché a 48 mesi si è già in grado di comprendere temi delicatissimi quali sessualità e identità di genere.
Per non parlare del Giorno specialissimo di Marlon Bundo, di Jill Twiss, storia gay di un coniglietto «che si innamora di un altro coniglietto di nome Wesley e decide di sposarsi con lui», e di cui già si è occupata La Verità. Consigliato ai piccoli dai 5 ai 10 anni, come L’importante è che siamo amici, dove l’orsacchiotto Thomas preferisce essere Tilly. L’autrice, Jessica Walton, voleva scrivere una storia con un protagonista transgender per raccontare al figlio l’esperienza del padre diventato trans e aveva cercato finanziamenti su un sito crowdfunding, ricevendo montagne di soldi.
Ecco un campionario di buone letture con le quali intrattenere dei bimbi, che già dovranno assistere a sfilate di personaggi dall’apparenza affatto normale. Sul palco pomeridiano «spazio di resistenza intersezionale, transfemminismo ed arte, all’insegna di interventi politici, DJ set e performance», saliranno infatti personaggi come Sofia Mehiel, in arte «la papessa», responsabile del progetto per la sezione trans del carcere di Reggio Emilia e che «ha guidato la carovana di genere per l’Ucraina».
E ci sarà Bianca Bonzagni, attivista transgender, classificatasi al secondo posto nel concorso Miss Trans Europa 2025. Soprattutto non mancheranno i «Bear gay», gli «orsi» omosessuali, «sottocultura gay», come la definisce gay.it, in cui si riconosce il soggetto «abbastanza grosso o robusto, con i peli sul petto e una barba lunga, incolta, generalmente un estimatore del cuoio e dei collari».
Sono richiamati dal collettivo Lgbtqi+ Discorso Bear Party, nato nella periferia di Carpi e con base principale al Circolo Mattatoyo. «Al centro del loro percorso c’è la cura e la valorizzazione dei corpi che escono dai canoni estetici imposti: uno spazio libero da etichette rigide per combattere lo stigma grassofobico ed estetico che colpisce tuttə* noi», informano gli organizzatori del Pride a Modena.
I bambini li vedranno, poveretti loro. Respireranno l’atmosfera di questo raduno e ascolteranno gli slogan che verranno ripetuti. Lo dichiara il manifesto politico del Pride modenese, quello che verrà urlato durante la sfilata: «È sin dall’insediamento di questo governo fascista, nel 2022, che è iniziata una vera e propria offensiva nei confronti delle famiglie omogenitoriali, con il preciso intento di delegittimare la genitorialità delle persone Lgbtqia+. Dapprima con la circolare del ministro dell’Interno Piantedosi, che poneva di fatto divieto a sindac* di registrare il genitore intenzionale all’anagrafe, […] ed è culminata con l’approvazione, nell’ottobre 2024, della legge Varchi, che ha reso la gestazione per altre persone reato universale […]. Una legge dal chiaro impianto ideologico, studiata e fortemente voluta dalla maggioranza per punire le coppie di aspiranti padri».
Già, perché sarebbe normale essere due mamme o due papà per una creatura, magari ottenuta servendosi di un utero in affitto? Le famiglie Arcobaleno che porteranno al Pride i bimbi, nati con il seme di un donatore sconosciuto e attraverso la procreazione medicalmente assistita, o con la pratica della maternità surrogata, li faranno assistere a tutto il repertorio in programma? Magari anche alla sosta degli adulti allo stand salute, dove sarà possibile testarsi «in maniera rapida e gratuita» per Hiv e sifilide «con l’aiuto del reparto malattie infettive dell’ospedale di Modena». Terminata la sfilata, lo stand invece si trasformerà in una sala giochi «per poter vincere gadget, sex toys, preservativi femminili e maschili e tanti lubrificanti».
Ma non pensiate che sia solo esibizione di muscoli e altro. Ci sono contenuti anticipati con orgoglio: «Il Modena Pride 2026 è antifascista, contro il razzismo, il colonialismo e i genocidi presenti e passati, antimilitarista, solidale con il popolo palestinese, per la giustizia climatica antiabilista».
Per fortuna, a metà pomeriggio per i bimbi è prevista una non precisata area «sgambamento», immaginiamo riservata a esercizi fisici. O per darsela a gambe, anche solo con la fantasia.
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