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2022-03-09
Il governo forza ancora sul catasto. Draghi minaccia: «Così o me ne vado»
Maurizio Lupi (Ansa)
Giornata ad altissima tensione, quella di ieri, per il governo guidato da Mario Draghi. E notte di litigi in Aula. A far traballare l’esecutivo, un altro emendamento alla riforma del catasto contenuta nella legge delega sulla riforma fiscale presentato in Commissione Finanze alla Camera. Dopo quello della Lega, che chiedeva di eliminare del tutto la riforma del catasto dalla delega fiscale,bocciato per appena un voto, 23 a 22, la scorsa settimana, con il «no» decisivo Alessandro Colucci, deputato di Noi con l’italia, il partito di Maurizio Lupi, la proposta di modifica che ha tenuto ieri tutti con il fiato sospeso è stata presentata da Alternativa, gruppo di opposizione costituito da ex M5s, e proponeva la cancellazione della possibilità di aggiornare i valori catastali degli immobili. In sostanza, un «no» all’aumento delle tasse sulla casa che sarà la conseguenza della riforma del catasto. Eppure, incredibile ma vero, Draghi ha minacciato che in caso di via libera all’emendamento sarebbe saltato il governo. Un ricatto in termini politici incomprensibile, surreale: immaginare Draghi che si dimette da presidente del Consiglio, con due stati di emergenza in atto, una guerra in corso, per un emendamento passato nonostante il parere contrario del governo, è uno scenario da film dell’orrore istituzionale. Eppure, c’è chi ha preso sul serio questo avvertimento, e così ha votato contro per il terrore di andarsene a casa. La Lega, per rendere più «pesante» la situazione, ha aggiunto le firme dei suoi componenti a quelle di Alternativa. Compatto il centrodestra: con Lega e Fratelli d’Italia, da sempre contrari alla riforma del catasto e all’aumento delle tasse sulla casa, si è schierata, esattamente come accaduto la scorsa settimana, anche Forza Italia, nonostante le pressioni sui componenti azzurri della commissione arrivate dai membri forzisti del governo, in particolare da Renato Brunetta. Sponsor della riforma, e quindi dell’aumento delle tasse, anche il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. La giornata è stata, come dicevamo, ad altissima tensione, con il risultato del voto in bilico. Il primo firmatario dell’emendamento della discordia è il deputato di Alternativa Alvise Maniero: «È ancora possibile», ha spiegato Maniero prima della votazione, «scongiurare l’aggravio di tasse sulla casa a carico degli italiani con l’approvazione del nostro emendamento, che sopprime il comma 2 dell’articolo 6 della riforma catastale nella legge delega di riforma fiscale. Eliminando l’aumento delle rendite catastali ai valori di mercato, aumento fortemente voluto da Draghi e dalla Ue, si neutralizzerebbe la parte più dannosa della riforma, che serve ad aumentare le tasse patrimoniali in Italia come Draghi ha promesso ai falchi di Bruxelles e che porteranno inevitabilmente a nuove tasse sui risparmi degli italiani», ha aggiunto Maniero.
La posizione di Forza Italia è stata in bilico tra astensione e voto favorevole, fino a quando, nel primo pomeriggio, fonti azzurre hanno fatto sapere che i componenti azzurri della commissione Finanze avrebbero votato a favore insieme agli alleati di centrodestra, mantenendo quindi la linea della scorsa settimana.
Alle 19.40, poco prima che iniziasse la votazione, Colucci ha ufficializzato il suo voto ancora una volta contrario, mantenendo la posizione della scorsa settimana: «Votare l’emendamento presentato da Alternativa», ha detto Colucci, «significa far saltare la norma che impone lo stop a qualsiasi aumento di tasse sugli immobili. Invitiamo i nostri colleghi a riflettere bene sulle conseguenze di questo voto. Per noi la casa è un valore sacro e le tasse sugli immobili, spesso frutto dei sacrifici di intere generazioni, sono già oggi troppo alte». Una dichiarazione che, se non ci fosse da piangere, farebbe ridere: un completo ribaltamento della realtà.
Nel pomeriggio è intervenuto anche Giuseppe Conte: «È straniante», ha detto il leader (sospeso) del M5s, «litigare sulla riforma del catasto in un contesto del genere. Noi abbiamo già detto come M5s che siamo assolutamente favorevoli a una digitalizzazione degli uffici del catasto, ma assolutamente contrari ad aumentare le tasse sulla casa». Un’altra dichiarazione contraddittoria, ma la politica politicante non si ferma davanti a nulla. Il M5s, infatti, ha votato insieme alle sinistre contro l’emendamento, quindi a favore di nuove tasse sulla casa.
Fratelli d’Italia attacca: «È gravissimo che il governo», dice il capogruppo alla Camera, Francesco Lollobrigida, «dopo due anni di pandemia e in un contesto di crisi internazionale, voglia creare le condizioni per tassare ulteriormente la proprietà privata. Auspichiamo che le forze politiche del centrodestra che sono al governo con il partito delle tasse, agiscano coerentemente con quelli che erano i programmi presentati agli elettori.
Dunque, anche con due partiti di maggioranza contrari, ovvero Lega e Forza Italia, il governo è andato avanti per la sua strada, con il sostegno di un partito, Noi con l’Italia, che dovrebbe far parte del centrodestra, ma che ha votato con le sinistre su un argomento così importante.
E Chigi cede le torri Rai Way. Mediaset ringrazia
Cosa voterà Forza Italia? La domanda ha tenuto banco per tutto il pomeriggio in Transatlantico mentre i numeri restavano ancora in bilico in commissione Finanze della Camera sulla riforma del catasto. Nei giorni scorsi gli azzurri propendevano per l’astensione, poi ieri mattina sono circolate indiscrezioni su un possibile voto contrario smentito dopo poco dai rumors raccolti tra le fonti parlamentari davano al 99% per certo l’ok all’emendamento soppressivo sull’articolo 6 della delega fiscale al fianco del resto del centrodestra. Al netto di come si sposterà l’ago della bilancia, il caos sul catasto coincide con un’altra partita che al leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, interessa tantissimo da anni. Quella sulle torri.
Il governo Draghi ha infatti dato il via libera alla possibilità per la Rai di cedere le sue quote nella società delle torri di trasmissione, con un’operazione che apre la strada al riassetto del settore. Il dpcm che sarebbe stato firmato lunedì scorso dal premier consente a Viale Mazzini di scendere sotto la quota del 51% della sua partecipazione azionaria in Rai Way, attualmente fissata al 65 per cento. Significa che può passare in mano privata la maggioranza dell’azienda quotata in Borsa e proprietaria della rete di diffusione del segnale radiotelevisivo.
La strada scelta dal governo sarebbe quella già sperimentata con le reti energetiche (Terna e Snam), ovvero mantenere un’adeguata partecipazione pubblica nella società con eventuali meccanismi di governance a tutela della stabilità azionaria. Ma cosa c’entra Berlusconi? La privatizzazione di Rai Way fa tornare in campo l’ipotesi di un polo con Mediaset attraverso Ei Towers, l’altra società che detiene le infrastrutture di trasmissione in Italia e che è posseduta al 60% dal gruppo F2i, guidato da Renato Ravanelli, e al 40% da Mediaforeurope (Mfe), il nuovo nome appunto di Mediaset.
Un tentativo era già stato messo in piedi sette anni fa quando il Biscione, che allora possedeva la maggioranza delle azioni della società, tentò di lanciare un’opa su Rai Way, che si infranse sull’opposizione del governo Renzi, contrario alla vendita delle torri, ritenute un asset strategico del Paese. Una norma del 2014, ora superata dal decreto Draghi, impediva alla tv pubblica di scendere sotto al 51 per cento. Il quadro però adesso potrebbe cambiare. Non a caso ieri in Piazza Affari il titolo Rai Way ha messo a segno un balzo di quasi il 6% attestandosi sopra quota 5 euro dopo che in avvio era arrivato a guadagnare più del 9% ed era stato anche fermato in asta di volatilità. Allo studio ci sarebbe la creazione di un nuovo gruppo, in grado di capitalizzare oltre due miliardi di euro, che controllerebbe tutte le infrastrutture nazionali e potrebbe realizzare sinergie gestionali e quindi una riduzione dei costi a vantaggio anche della Rai, già alle prese con un piano di tagli per far fronte alle minori entrate. Un piano tutto da definire, che potrebbe trovare l’opposizione di diverse forze politiche, come successo nel 2015.
Ad alzare la voce, al momento, è proprio il partito di Renzi. È «un provvedimento grave», approvato «senza alcuna trasparenza e senza che sia stato detto a cosa debbano servire questi soldi in più che arrivano nelle tasche della Rai», ha tuonato Michele Anzaldi, deputato di Italia viva e segretario della commissione di Vigilanza, pronto a presentare un’interrogazione parlamentare per bloccare il decreto.
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Il premier si impunta sull’emendamento presentato da Lega e Alternativa per evitare tasse. Scintille in Aula nella notte.Un decreto autorizza Viale Mazzini a scendere sotto il 51% nella società. Aprendo la strada al riassetto del settore televisivoLo speciale contiene due articoliGiornata ad altissima tensione, quella di ieri, per il governo guidato da Mario Draghi. E notte di litigi in Aula. A far traballare l’esecutivo, un altro emendamento alla riforma del catasto contenuta nella legge delega sulla riforma fiscale presentato in Commissione Finanze alla Camera. Dopo quello della Lega, che chiedeva di eliminare del tutto la riforma del catasto dalla delega fiscale,bocciato per appena un voto, 23 a 22, la scorsa settimana, con il «no» decisivo Alessandro Colucci, deputato di Noi con l’italia, il partito di Maurizio Lupi, la proposta di modifica che ha tenuto ieri tutti con il fiato sospeso è stata presentata da Alternativa, gruppo di opposizione costituito da ex M5s, e proponeva la cancellazione della possibilità di aggiornare i valori catastali degli immobili. In sostanza, un «no» all’aumento delle tasse sulla casa che sarà la conseguenza della riforma del catasto. Eppure, incredibile ma vero, Draghi ha minacciato che in caso di via libera all’emendamento sarebbe saltato il governo. Un ricatto in termini politici incomprensibile, surreale: immaginare Draghi che si dimette da presidente del Consiglio, con due stati di emergenza in atto, una guerra in corso, per un emendamento passato nonostante il parere contrario del governo, è uno scenario da film dell’orrore istituzionale. Eppure, c’è chi ha preso sul serio questo avvertimento, e così ha votato contro per il terrore di andarsene a casa. La Lega, per rendere più «pesante» la situazione, ha aggiunto le firme dei suoi componenti a quelle di Alternativa. Compatto il centrodestra: con Lega e Fratelli d’Italia, da sempre contrari alla riforma del catasto e all’aumento delle tasse sulla casa, si è schierata, esattamente come accaduto la scorsa settimana, anche Forza Italia, nonostante le pressioni sui componenti azzurri della commissione arrivate dai membri forzisti del governo, in particolare da Renato Brunetta. Sponsor della riforma, e quindi dell’aumento delle tasse, anche il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. La giornata è stata, come dicevamo, ad altissima tensione, con il risultato del voto in bilico. Il primo firmatario dell’emendamento della discordia è il deputato di Alternativa Alvise Maniero: «È ancora possibile», ha spiegato Maniero prima della votazione, «scongiurare l’aggravio di tasse sulla casa a carico degli italiani con l’approvazione del nostro emendamento, che sopprime il comma 2 dell’articolo 6 della riforma catastale nella legge delega di riforma fiscale. Eliminando l’aumento delle rendite catastali ai valori di mercato, aumento fortemente voluto da Draghi e dalla Ue, si neutralizzerebbe la parte più dannosa della riforma, che serve ad aumentare le tasse patrimoniali in Italia come Draghi ha promesso ai falchi di Bruxelles e che porteranno inevitabilmente a nuove tasse sui risparmi degli italiani», ha aggiunto Maniero.La posizione di Forza Italia è stata in bilico tra astensione e voto favorevole, fino a quando, nel primo pomeriggio, fonti azzurre hanno fatto sapere che i componenti azzurri della commissione Finanze avrebbero votato a favore insieme agli alleati di centrodestra, mantenendo quindi la linea della scorsa settimana.Alle 19.40, poco prima che iniziasse la votazione, Colucci ha ufficializzato il suo voto ancora una volta contrario, mantenendo la posizione della scorsa settimana: «Votare l’emendamento presentato da Alternativa», ha detto Colucci, «significa far saltare la norma che impone lo stop a qualsiasi aumento di tasse sugli immobili. Invitiamo i nostri colleghi a riflettere bene sulle conseguenze di questo voto. Per noi la casa è un valore sacro e le tasse sugli immobili, spesso frutto dei sacrifici di intere generazioni, sono già oggi troppo alte». Una dichiarazione che, se non ci fosse da piangere, farebbe ridere: un completo ribaltamento della realtà.Nel pomeriggio è intervenuto anche Giuseppe Conte: «È straniante», ha detto il leader (sospeso) del M5s, «litigare sulla riforma del catasto in un contesto del genere. Noi abbiamo già detto come M5s che siamo assolutamente favorevoli a una digitalizzazione degli uffici del catasto, ma assolutamente contrari ad aumentare le tasse sulla casa». Un’altra dichiarazione contraddittoria, ma la politica politicante non si ferma davanti a nulla. Il M5s, infatti, ha votato insieme alle sinistre contro l’emendamento, quindi a favore di nuove tasse sulla casa.Fratelli d’Italia attacca: «È gravissimo che il governo», dice il capogruppo alla Camera, Francesco Lollobrigida, «dopo due anni di pandemia e in un contesto di crisi internazionale, voglia creare le condizioni per tassare ulteriormente la proprietà privata. Auspichiamo che le forze politiche del centrodestra che sono al governo con il partito delle tasse, agiscano coerentemente con quelli che erano i programmi presentati agli elettori. Dunque, anche con due partiti di maggioranza contrari, ovvero Lega e Forza Italia, il governo è andato avanti per la sua strada, con il sostegno di un partito, Noi con l’Italia, che dovrebbe far parte del centrodestra, ma che ha votato con le sinistre su un argomento così importante.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-forza-ancora-sul-catasto-draghi-minaccia-cosi-o-me-ne-vado-2656876522.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-chigi-cede-le-torri-rai-way-mediaset-ringrazia" data-post-id="2656876522" data-published-at="1646782770" data-use-pagination="False"> E Chigi cede le torri Rai Way. Mediaset ringrazia Cosa voterà Forza Italia? La domanda ha tenuto banco per tutto il pomeriggio in Transatlantico mentre i numeri restavano ancora in bilico in commissione Finanze della Camera sulla riforma del catasto. Nei giorni scorsi gli azzurri propendevano per l’astensione, poi ieri mattina sono circolate indiscrezioni su un possibile voto contrario smentito dopo poco dai rumors raccolti tra le fonti parlamentari davano al 99% per certo l’ok all’emendamento soppressivo sull’articolo 6 della delega fiscale al fianco del resto del centrodestra. Al netto di come si sposterà l’ago della bilancia, il caos sul catasto coincide con un’altra partita che al leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, interessa tantissimo da anni. Quella sulle torri. Il governo Draghi ha infatti dato il via libera alla possibilità per la Rai di cedere le sue quote nella società delle torri di trasmissione, con un’operazione che apre la strada al riassetto del settore. Il dpcm che sarebbe stato firmato lunedì scorso dal premier consente a Viale Mazzini di scendere sotto la quota del 51% della sua partecipazione azionaria in Rai Way, attualmente fissata al 65 per cento. Significa che può passare in mano privata la maggioranza dell’azienda quotata in Borsa e proprietaria della rete di diffusione del segnale radiotelevisivo. La strada scelta dal governo sarebbe quella già sperimentata con le reti energetiche (Terna e Snam), ovvero mantenere un’adeguata partecipazione pubblica nella società con eventuali meccanismi di governance a tutela della stabilità azionaria. Ma cosa c’entra Berlusconi? La privatizzazione di Rai Way fa tornare in campo l’ipotesi di un polo con Mediaset attraverso Ei Towers, l’altra società che detiene le infrastrutture di trasmissione in Italia e che è posseduta al 60% dal gruppo F2i, guidato da Renato Ravanelli, e al 40% da Mediaforeurope (Mfe), il nuovo nome appunto di Mediaset. Un tentativo era già stato messo in piedi sette anni fa quando il Biscione, che allora possedeva la maggioranza delle azioni della società, tentò di lanciare un’opa su Rai Way, che si infranse sull’opposizione del governo Renzi, contrario alla vendita delle torri, ritenute un asset strategico del Paese. Una norma del 2014, ora superata dal decreto Draghi, impediva alla tv pubblica di scendere sotto al 51 per cento. Il quadro però adesso potrebbe cambiare. Non a caso ieri in Piazza Affari il titolo Rai Way ha messo a segno un balzo di quasi il 6% attestandosi sopra quota 5 euro dopo che in avvio era arrivato a guadagnare più del 9% ed era stato anche fermato in asta di volatilità. Allo studio ci sarebbe la creazione di un nuovo gruppo, in grado di capitalizzare oltre due miliardi di euro, che controllerebbe tutte le infrastrutture nazionali e potrebbe realizzare sinergie gestionali e quindi una riduzione dei costi a vantaggio anche della Rai, già alle prese con un piano di tagli per far fronte alle minori entrate. Un piano tutto da definire, che potrebbe trovare l’opposizione di diverse forze politiche, come successo nel 2015. Ad alzare la voce, al momento, è proprio il partito di Renzi. È «un provvedimento grave», approvato «senza alcuna trasparenza e senza che sia stato detto a cosa debbano servire questi soldi in più che arrivano nelle tasche della Rai», ha tuonato Michele Anzaldi, deputato di Italia viva e segretario della commissione di Vigilanza, pronto a presentare un’interrogazione parlamentare per bloccare il decreto.
Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 12 giugno con Carlo Cambi
Francesco Lollobrigida (Ansa)
I numeri indicati dal Masaf mostrano un rafforzamento dell’attività ispettiva: nel quinquennio 2021-2025 i controlli nel settore agroalimentare sono cresciuti del 25,7%, passando da 251.659 a 315.308 interventi. Ancora più marcato l’aumento dei controlli congiunti, cioè quelli svolti da almeno due enti nello stesso intervento: tra il 2023 e il 2025 sono quasi raddoppiati, passando da 1.127 a 2.174, con un incremento del 93%.
«Con l’istituzione della Cabina di regia, approvata con la legge di Tutela dell’Agroalimentare del 15 aprile scorso, abbiamo reso permanente il confronto tra le Forze dell’Ordine e gli organismi deputati al controllo nel settore agroalimentare», ha dichiarato Lollobrigida. «Lo abbiamo fatto perché i numeri parlano da soli. Non solo con la Cabina di regia i controlli sono aumentati, ma è aumentata anche la loro efficacia».
Secondo il ministro, il nuovo modello consente di concentrare le verifiche dove il rischio è maggiore, evitando duplicazioni e interventi inutili sugli operatori corretti. «Nella cabina di regia tutti gli operatori preposti ai controlli, ma anche le associazioni agricole, si confrontano scegliendo al meglio il settore da controllare secondo un indice di rischio. Si evitano così le sovrapposizioni, evitando vessazioni su imprenditori onesti, e si liberano risorse per contrastare chi non gioca secondo le regole».
Alla Cabina di regia partecipano, tra gli altri, Icqrf, Carabinieri, Cufaa, Nas, Capitanerie di Porto, Guardia di Finanza, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Agea, Polizia di Stato, ministero della Salute e rappresentanti delle principali organizzazioni agricole. L’obiettivo è migliorare il coordinamento operativo, condividere informazioni e rendere più efficace l’azione di prevenzione e repressione delle frodi. L’efficacia del sistema emerge anche dall’aumento delle irregolarità accertate, dei sequestri e delle segnalazioni all’autorità giudiziaria. Il Cufaa ha registrato una crescita significativa della quota di attività irregolari: se nel 2021 un’attività su tre risultava non conforme, nel 2025 più di una su due ha evidenziato irregolarità. Nel settore della ristorazione etnica, le Capitanerie di Porto hanno accertato nel 2025 415 illeciti su 594 ispezioni. Nel comparto vitivinicolo, oleario e lattiero-caseario, 137 controlli svolti dall’Icqrf su 101 strutture hanno portato alla rilevazione di 66 irregolarità, 78 denunce e al sequestro di circa 1000 tonnellate di alimenti.
Centrale anche il ruolo del Ruci, il Registro unico dei controlli ispettivi, utilizzato per evitare doppi controlli e ridurre il cosiddetto «controllo vessatorio». L’inserimento dei controlli nel Registro è passato da poche decine di unità nel 2016 a oltre 30.000 nuovi controlli nel 2025, con una crescita superiore al 300% negli ultimi cinque anni. In aumento anche le consultazioni: da poco più di 19.000 accessi nel 2016 a oltre 60.000 nel 2025.
Nel corso della riunione è stato inoltre analizzato il Piano operativo dei controlli 2026, che prevede un ulteriore rafforzamento delle verifiche congiunte e l’introduzione dei controlli congiunti rafforzati, con almeno tre enti di vigilanza coinvolti.
Particolare attenzione sarà riservata ai prodotti di importazione, con controlli mirati presso porti e valichi di confine su tracciabilità, sicurezza alimentare, benessere animale e residui di pesticidi. «Dal 2026 stiamo conducendo questi controlli specifici a Genova, Napoli, Salerno e Trieste e a breve avremo i risultati», ha spiegato Lollobrigida. «Non permetteremo mai che i prodotti che non seguono le nostre regole entrino indisturbati nel mercato italiano ed europeo».
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