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2022-03-09
Il governo forza ancora sul catasto. Draghi minaccia: «Così o me ne vado»
Maurizio Lupi (Ansa)
Giornata ad altissima tensione, quella di ieri, per il governo guidato da Mario Draghi. E notte di litigi in Aula. A far traballare l’esecutivo, un altro emendamento alla riforma del catasto contenuta nella legge delega sulla riforma fiscale presentato in Commissione Finanze alla Camera. Dopo quello della Lega, che chiedeva di eliminare del tutto la riforma del catasto dalla delega fiscale,bocciato per appena un voto, 23 a 22, la scorsa settimana, con il «no» decisivo Alessandro Colucci, deputato di Noi con l’italia, il partito di Maurizio Lupi, la proposta di modifica che ha tenuto ieri tutti con il fiato sospeso è stata presentata da Alternativa, gruppo di opposizione costituito da ex M5s, e proponeva la cancellazione della possibilità di aggiornare i valori catastali degli immobili. In sostanza, un «no» all’aumento delle tasse sulla casa che sarà la conseguenza della riforma del catasto. Eppure, incredibile ma vero, Draghi ha minacciato che in caso di via libera all’emendamento sarebbe saltato il governo. Un ricatto in termini politici incomprensibile, surreale: immaginare Draghi che si dimette da presidente del Consiglio, con due stati di emergenza in atto, una guerra in corso, per un emendamento passato nonostante il parere contrario del governo, è uno scenario da film dell’orrore istituzionale. Eppure, c’è chi ha preso sul serio questo avvertimento, e così ha votato contro per il terrore di andarsene a casa. La Lega, per rendere più «pesante» la situazione, ha aggiunto le firme dei suoi componenti a quelle di Alternativa. Compatto il centrodestra: con Lega e Fratelli d’Italia, da sempre contrari alla riforma del catasto e all’aumento delle tasse sulla casa, si è schierata, esattamente come accaduto la scorsa settimana, anche Forza Italia, nonostante le pressioni sui componenti azzurri della commissione arrivate dai membri forzisti del governo, in particolare da Renato Brunetta. Sponsor della riforma, e quindi dell’aumento delle tasse, anche il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. La giornata è stata, come dicevamo, ad altissima tensione, con il risultato del voto in bilico. Il primo firmatario dell’emendamento della discordia è il deputato di Alternativa Alvise Maniero: «È ancora possibile», ha spiegato Maniero prima della votazione, «scongiurare l’aggravio di tasse sulla casa a carico degli italiani con l’approvazione del nostro emendamento, che sopprime il comma 2 dell’articolo 6 della riforma catastale nella legge delega di riforma fiscale. Eliminando l’aumento delle rendite catastali ai valori di mercato, aumento fortemente voluto da Draghi e dalla Ue, si neutralizzerebbe la parte più dannosa della riforma, che serve ad aumentare le tasse patrimoniali in Italia come Draghi ha promesso ai falchi di Bruxelles e che porteranno inevitabilmente a nuove tasse sui risparmi degli italiani», ha aggiunto Maniero.
La posizione di Forza Italia è stata in bilico tra astensione e voto favorevole, fino a quando, nel primo pomeriggio, fonti azzurre hanno fatto sapere che i componenti azzurri della commissione Finanze avrebbero votato a favore insieme agli alleati di centrodestra, mantenendo quindi la linea della scorsa settimana.
Alle 19.40, poco prima che iniziasse la votazione, Colucci ha ufficializzato il suo voto ancora una volta contrario, mantenendo la posizione della scorsa settimana: «Votare l’emendamento presentato da Alternativa», ha detto Colucci, «significa far saltare la norma che impone lo stop a qualsiasi aumento di tasse sugli immobili. Invitiamo i nostri colleghi a riflettere bene sulle conseguenze di questo voto. Per noi la casa è un valore sacro e le tasse sugli immobili, spesso frutto dei sacrifici di intere generazioni, sono già oggi troppo alte». Una dichiarazione che, se non ci fosse da piangere, farebbe ridere: un completo ribaltamento della realtà.
Nel pomeriggio è intervenuto anche Giuseppe Conte: «È straniante», ha detto il leader (sospeso) del M5s, «litigare sulla riforma del catasto in un contesto del genere. Noi abbiamo già detto come M5s che siamo assolutamente favorevoli a una digitalizzazione degli uffici del catasto, ma assolutamente contrari ad aumentare le tasse sulla casa». Un’altra dichiarazione contraddittoria, ma la politica politicante non si ferma davanti a nulla. Il M5s, infatti, ha votato insieme alle sinistre contro l’emendamento, quindi a favore di nuove tasse sulla casa.
Fratelli d’Italia attacca: «È gravissimo che il governo», dice il capogruppo alla Camera, Francesco Lollobrigida, «dopo due anni di pandemia e in un contesto di crisi internazionale, voglia creare le condizioni per tassare ulteriormente la proprietà privata. Auspichiamo che le forze politiche del centrodestra che sono al governo con il partito delle tasse, agiscano coerentemente con quelli che erano i programmi presentati agli elettori.
Dunque, anche con due partiti di maggioranza contrari, ovvero Lega e Forza Italia, il governo è andato avanti per la sua strada, con il sostegno di un partito, Noi con l’Italia, che dovrebbe far parte del centrodestra, ma che ha votato con le sinistre su un argomento così importante.
E Chigi cede le torri Rai Way. Mediaset ringrazia
Cosa voterà Forza Italia? La domanda ha tenuto banco per tutto il pomeriggio in Transatlantico mentre i numeri restavano ancora in bilico in commissione Finanze della Camera sulla riforma del catasto. Nei giorni scorsi gli azzurri propendevano per l’astensione, poi ieri mattina sono circolate indiscrezioni su un possibile voto contrario smentito dopo poco dai rumors raccolti tra le fonti parlamentari davano al 99% per certo l’ok all’emendamento soppressivo sull’articolo 6 della delega fiscale al fianco del resto del centrodestra. Al netto di come si sposterà l’ago della bilancia, il caos sul catasto coincide con un’altra partita che al leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, interessa tantissimo da anni. Quella sulle torri.
Il governo Draghi ha infatti dato il via libera alla possibilità per la Rai di cedere le sue quote nella società delle torri di trasmissione, con un’operazione che apre la strada al riassetto del settore. Il dpcm che sarebbe stato firmato lunedì scorso dal premier consente a Viale Mazzini di scendere sotto la quota del 51% della sua partecipazione azionaria in Rai Way, attualmente fissata al 65 per cento. Significa che può passare in mano privata la maggioranza dell’azienda quotata in Borsa e proprietaria della rete di diffusione del segnale radiotelevisivo.
La strada scelta dal governo sarebbe quella già sperimentata con le reti energetiche (Terna e Snam), ovvero mantenere un’adeguata partecipazione pubblica nella società con eventuali meccanismi di governance a tutela della stabilità azionaria. Ma cosa c’entra Berlusconi? La privatizzazione di Rai Way fa tornare in campo l’ipotesi di un polo con Mediaset attraverso Ei Towers, l’altra società che detiene le infrastrutture di trasmissione in Italia e che è posseduta al 60% dal gruppo F2i, guidato da Renato Ravanelli, e al 40% da Mediaforeurope (Mfe), il nuovo nome appunto di Mediaset.
Un tentativo era già stato messo in piedi sette anni fa quando il Biscione, che allora possedeva la maggioranza delle azioni della società, tentò di lanciare un’opa su Rai Way, che si infranse sull’opposizione del governo Renzi, contrario alla vendita delle torri, ritenute un asset strategico del Paese. Una norma del 2014, ora superata dal decreto Draghi, impediva alla tv pubblica di scendere sotto al 51 per cento. Il quadro però adesso potrebbe cambiare. Non a caso ieri in Piazza Affari il titolo Rai Way ha messo a segno un balzo di quasi il 6% attestandosi sopra quota 5 euro dopo che in avvio era arrivato a guadagnare più del 9% ed era stato anche fermato in asta di volatilità. Allo studio ci sarebbe la creazione di un nuovo gruppo, in grado di capitalizzare oltre due miliardi di euro, che controllerebbe tutte le infrastrutture nazionali e potrebbe realizzare sinergie gestionali e quindi una riduzione dei costi a vantaggio anche della Rai, già alle prese con un piano di tagli per far fronte alle minori entrate. Un piano tutto da definire, che potrebbe trovare l’opposizione di diverse forze politiche, come successo nel 2015.
Ad alzare la voce, al momento, è proprio il partito di Renzi. È «un provvedimento grave», approvato «senza alcuna trasparenza e senza che sia stato detto a cosa debbano servire questi soldi in più che arrivano nelle tasche della Rai», ha tuonato Michele Anzaldi, deputato di Italia viva e segretario della commissione di Vigilanza, pronto a presentare un’interrogazione parlamentare per bloccare il decreto.
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Il premier si impunta sull’emendamento presentato da Lega e Alternativa per evitare tasse. Scintille in Aula nella notte.Un decreto autorizza Viale Mazzini a scendere sotto il 51% nella società. Aprendo la strada al riassetto del settore televisivoLo speciale contiene due articoliGiornata ad altissima tensione, quella di ieri, per il governo guidato da Mario Draghi. E notte di litigi in Aula. A far traballare l’esecutivo, un altro emendamento alla riforma del catasto contenuta nella legge delega sulla riforma fiscale presentato in Commissione Finanze alla Camera. Dopo quello della Lega, che chiedeva di eliminare del tutto la riforma del catasto dalla delega fiscale,bocciato per appena un voto, 23 a 22, la scorsa settimana, con il «no» decisivo Alessandro Colucci, deputato di Noi con l’italia, il partito di Maurizio Lupi, la proposta di modifica che ha tenuto ieri tutti con il fiato sospeso è stata presentata da Alternativa, gruppo di opposizione costituito da ex M5s, e proponeva la cancellazione della possibilità di aggiornare i valori catastali degli immobili. In sostanza, un «no» all’aumento delle tasse sulla casa che sarà la conseguenza della riforma del catasto. Eppure, incredibile ma vero, Draghi ha minacciato che in caso di via libera all’emendamento sarebbe saltato il governo. Un ricatto in termini politici incomprensibile, surreale: immaginare Draghi che si dimette da presidente del Consiglio, con due stati di emergenza in atto, una guerra in corso, per un emendamento passato nonostante il parere contrario del governo, è uno scenario da film dell’orrore istituzionale. Eppure, c’è chi ha preso sul serio questo avvertimento, e così ha votato contro per il terrore di andarsene a casa. La Lega, per rendere più «pesante» la situazione, ha aggiunto le firme dei suoi componenti a quelle di Alternativa. Compatto il centrodestra: con Lega e Fratelli d’Italia, da sempre contrari alla riforma del catasto e all’aumento delle tasse sulla casa, si è schierata, esattamente come accaduto la scorsa settimana, anche Forza Italia, nonostante le pressioni sui componenti azzurri della commissione arrivate dai membri forzisti del governo, in particolare da Renato Brunetta. Sponsor della riforma, e quindi dell’aumento delle tasse, anche il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. La giornata è stata, come dicevamo, ad altissima tensione, con il risultato del voto in bilico. Il primo firmatario dell’emendamento della discordia è il deputato di Alternativa Alvise Maniero: «È ancora possibile», ha spiegato Maniero prima della votazione, «scongiurare l’aggravio di tasse sulla casa a carico degli italiani con l’approvazione del nostro emendamento, che sopprime il comma 2 dell’articolo 6 della riforma catastale nella legge delega di riforma fiscale. Eliminando l’aumento delle rendite catastali ai valori di mercato, aumento fortemente voluto da Draghi e dalla Ue, si neutralizzerebbe la parte più dannosa della riforma, che serve ad aumentare le tasse patrimoniali in Italia come Draghi ha promesso ai falchi di Bruxelles e che porteranno inevitabilmente a nuove tasse sui risparmi degli italiani», ha aggiunto Maniero.La posizione di Forza Italia è stata in bilico tra astensione e voto favorevole, fino a quando, nel primo pomeriggio, fonti azzurre hanno fatto sapere che i componenti azzurri della commissione Finanze avrebbero votato a favore insieme agli alleati di centrodestra, mantenendo quindi la linea della scorsa settimana.Alle 19.40, poco prima che iniziasse la votazione, Colucci ha ufficializzato il suo voto ancora una volta contrario, mantenendo la posizione della scorsa settimana: «Votare l’emendamento presentato da Alternativa», ha detto Colucci, «significa far saltare la norma che impone lo stop a qualsiasi aumento di tasse sugli immobili. Invitiamo i nostri colleghi a riflettere bene sulle conseguenze di questo voto. Per noi la casa è un valore sacro e le tasse sugli immobili, spesso frutto dei sacrifici di intere generazioni, sono già oggi troppo alte». Una dichiarazione che, se non ci fosse da piangere, farebbe ridere: un completo ribaltamento della realtà.Nel pomeriggio è intervenuto anche Giuseppe Conte: «È straniante», ha detto il leader (sospeso) del M5s, «litigare sulla riforma del catasto in un contesto del genere. Noi abbiamo già detto come M5s che siamo assolutamente favorevoli a una digitalizzazione degli uffici del catasto, ma assolutamente contrari ad aumentare le tasse sulla casa». Un’altra dichiarazione contraddittoria, ma la politica politicante non si ferma davanti a nulla. Il M5s, infatti, ha votato insieme alle sinistre contro l’emendamento, quindi a favore di nuove tasse sulla casa.Fratelli d’Italia attacca: «È gravissimo che il governo», dice il capogruppo alla Camera, Francesco Lollobrigida, «dopo due anni di pandemia e in un contesto di crisi internazionale, voglia creare le condizioni per tassare ulteriormente la proprietà privata. Auspichiamo che le forze politiche del centrodestra che sono al governo con il partito delle tasse, agiscano coerentemente con quelli che erano i programmi presentati agli elettori. Dunque, anche con due partiti di maggioranza contrari, ovvero Lega e Forza Italia, il governo è andato avanti per la sua strada, con il sostegno di un partito, Noi con l’Italia, che dovrebbe far parte del centrodestra, ma che ha votato con le sinistre su un argomento così importante.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-forza-ancora-sul-catasto-draghi-minaccia-cosi-o-me-ne-vado-2656876522.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-chigi-cede-le-torri-rai-way-mediaset-ringrazia" data-post-id="2656876522" data-published-at="1646782770" data-use-pagination="False"> E Chigi cede le torri Rai Way. Mediaset ringrazia Cosa voterà Forza Italia? La domanda ha tenuto banco per tutto il pomeriggio in Transatlantico mentre i numeri restavano ancora in bilico in commissione Finanze della Camera sulla riforma del catasto. Nei giorni scorsi gli azzurri propendevano per l’astensione, poi ieri mattina sono circolate indiscrezioni su un possibile voto contrario smentito dopo poco dai rumors raccolti tra le fonti parlamentari davano al 99% per certo l’ok all’emendamento soppressivo sull’articolo 6 della delega fiscale al fianco del resto del centrodestra. Al netto di come si sposterà l’ago della bilancia, il caos sul catasto coincide con un’altra partita che al leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, interessa tantissimo da anni. Quella sulle torri. Il governo Draghi ha infatti dato il via libera alla possibilità per la Rai di cedere le sue quote nella società delle torri di trasmissione, con un’operazione che apre la strada al riassetto del settore. Il dpcm che sarebbe stato firmato lunedì scorso dal premier consente a Viale Mazzini di scendere sotto la quota del 51% della sua partecipazione azionaria in Rai Way, attualmente fissata al 65 per cento. Significa che può passare in mano privata la maggioranza dell’azienda quotata in Borsa e proprietaria della rete di diffusione del segnale radiotelevisivo. La strada scelta dal governo sarebbe quella già sperimentata con le reti energetiche (Terna e Snam), ovvero mantenere un’adeguata partecipazione pubblica nella società con eventuali meccanismi di governance a tutela della stabilità azionaria. Ma cosa c’entra Berlusconi? La privatizzazione di Rai Way fa tornare in campo l’ipotesi di un polo con Mediaset attraverso Ei Towers, l’altra società che detiene le infrastrutture di trasmissione in Italia e che è posseduta al 60% dal gruppo F2i, guidato da Renato Ravanelli, e al 40% da Mediaforeurope (Mfe), il nuovo nome appunto di Mediaset. Un tentativo era già stato messo in piedi sette anni fa quando il Biscione, che allora possedeva la maggioranza delle azioni della società, tentò di lanciare un’opa su Rai Way, che si infranse sull’opposizione del governo Renzi, contrario alla vendita delle torri, ritenute un asset strategico del Paese. Una norma del 2014, ora superata dal decreto Draghi, impediva alla tv pubblica di scendere sotto al 51 per cento. Il quadro però adesso potrebbe cambiare. Non a caso ieri in Piazza Affari il titolo Rai Way ha messo a segno un balzo di quasi il 6% attestandosi sopra quota 5 euro dopo che in avvio era arrivato a guadagnare più del 9% ed era stato anche fermato in asta di volatilità. Allo studio ci sarebbe la creazione di un nuovo gruppo, in grado di capitalizzare oltre due miliardi di euro, che controllerebbe tutte le infrastrutture nazionali e potrebbe realizzare sinergie gestionali e quindi una riduzione dei costi a vantaggio anche della Rai, già alle prese con un piano di tagli per far fronte alle minori entrate. Un piano tutto da definire, che potrebbe trovare l’opposizione di diverse forze politiche, come successo nel 2015. Ad alzare la voce, al momento, è proprio il partito di Renzi. È «un provvedimento grave», approvato «senza alcuna trasparenza e senza che sia stato detto a cosa debbano servire questi soldi in più che arrivano nelle tasche della Rai», ha tuonato Michele Anzaldi, deputato di Italia viva e segretario della commissione di Vigilanza, pronto a presentare un’interrogazione parlamentare per bloccare il decreto.
Kaja Kallas (Ansa)
E il quadro non è meno desolante sulle varie missioni possibili per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz: Emmanuel Macron sostiene che comanderà una forza internazionale e coglie di sorpresa la Gran Bretagna; l’Ue poi mette insieme otto Stati membri, tra cui l’Italia, e il Canada e infine c’è sempre in pista l’Onu, non meno ansiosa di Bruxelles di trovare un qualche ruolo.
Kaja Kallas, Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, già da qualche giorno, aveva preparato una missione in Arabia Saudita. «È nella regione per l’attivazione dei nostri strumenti», dice un portavoce con fare misterioso, nel tentativo di accreditare un qualche ruolo di Bruxelles nella tregua. Certo, i canali diplomatici esistono e ovviamente non vanno sventolati, ma quando la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ringrazia il Pakistan per la sua opera di mediazione, non è facile far finta di nulla e non pensare che ancora una volta l’Ue non è stata capace di mettersi con autorevolezza tra Usa, Israele e Iran. Del resto, forse qualche attacco verbale in meno contro Teheran, da parte dei big di Bruxelles, avrebbe lasciato qualche spazio di manovra in più.
Tre settimane fa, la stessa Kallas aveva sbandierato il proprio impegno per un possibile intervento dell’Onu. «Ho parlato con il segretario generale, Antonio Guterres, per capire se è possibile un’iniziativa a Hormuz come quella sul Mar Nero per il grano dell’Ucraina», aveva raccontato. Il riferimento era anche al mandato dell’operazione Aspides, lo scudo europeo sulle rotte del Mar Rosso, nato a febbraio 2024 dopo i continui attacchi dei ribelli houthi contro il traffico commerciale. L’Italia si era detta disponibile, come lo è anche oggi. Solo che nel giorno della tregua sembra nuovamente che i leader europei facciano a gara a sgomitare.
Il primo della lista, ovviamente, è Macron. Appena scopre che nell’accordo di cessate il fuoco concordato da Iran e Usa c’è la riapertura dello Stretto di Hormuz, annuncia alle tv francesi che «una quindicina di Paesi sono oggi mobilitati e partecipano alla pianificazione sotto la guida della Francia» per «agevolare la ripresa» della circolazione delle navi. Non fa l’elenco dei Paesi satelliti, ma basta quel «sotto la guida della Francia» per farsi un’idea della sortita. Per altro, nei giorni scorsi, a proporre una missione del genere era stato Keir Starmer. Qualche ora e arriva una nuova versione dei Nuovi volenterosi dello Stretto. Le agenzie di stampa diffondono una nota ufficiale congiunta in cui si legge: «I nostri governi contribuiranno a garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz». Seguono le rassicurazioni e le firme di Giorgia Meloni, dello stesso Macron, del cancelliere tedesco, Friedrich Merz, di Starmer, del premier canadese, Mark Carney, della premier danese, Mette Frederiksen, del collega olandese, Rob Jetten, dello spagnolo Pedro Sánchez, e i vertici dell’Ue, ovvero la presidente Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa. Comanderà comunque Macron? Lo scopriremo più avanti. Intanto è impossibile non ricordare che fino a ieri la Germania faceva sapere di essere impegnata a trovare canali riservati per la tregua. E lo stesso Merz, tre settimane fa, mostrò i denti a Donald Trump: «Questa guerra non è voluta, non partecipiamo a missioni per Hormuz».
Già, ma poi c’è anche l’Onu, che sempre ieri ha dichiarato di essere al lavoro su un meccanismo per garantire il transito sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz e di essersi già mosso con tutte le parti interessate, a cominciare da Teheran. Insomma, tra Onu e Ue, non si sa chi ha contato di meno, ma oggi sono tutti in movimento e agitano le bandierine.
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Orazio Sciortino, pianista concertista e compositore contemporaneo, ci guida nel mondo della musica «colta» di oggi. Un'apparente Babele del linguaggio nella quale tutti gli ingredienti del passato sono a disposizione degli artisti.
Da sinistra: JD Vance, Steve Witkoff e Jared Kushner (Ansa)
I colloqui, ha annunciato Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, proseguiranno sabato a Islamabad con la mediazione del Pakistan. Al tavolo negoziale siederanno per Washington JD Vance, l’inviato speciale Steve Witkoff e Jared Kushner. Sul fronte iraniano, invece, la delegazione sarà composta da emissari vicini ai pasdaran e ai vertici politici della Repubblica islamica. I colloqui, tuttavia, si svolgeranno sullo sfondo di una tregua che è stata definita «fragile» dallo stesso Vance. Non a caso, il Pentagono ha ammonito che «un cessate il fuoco è solo una pausa», mentre i pasdaran hanno dichiarato di avere ancora «il dito sul grilletto», dato che non si fidano delle promesse americane.
Il cuore della trattativa, in ogni caso, riguarda una serie di dossier concatenati: nucleare, sanzioni, sicurezza regionale e, soprattutto, lo status dello Stretto di Hormuz. Ma il problema di fondo è che Washington e Teheran sembrano muoversi su basi diverse. Da un lato, c’è il piano iraniano in dieci punti, che prevede tra l’altro il diritto a mantenere il programma nucleare, la revoca delle sanzioni e un ruolo diretto di Teheran nel controllo di Hormuz. Dall’altro, resiste la linea americana, evocata da Donald Trump come un pacchetto più ampio di «15 punti», di cui «molti sono già stati concordati», ma senza che vi sia alcuna reale chiarezza.
La distanza tra le parti emerge soprattutto sul nucleare. Trump, di concerto con Benjamin Netanyahu, insiste su una linea di azzeramento: «Non ci sarà alcun arricchimento dell’uranio». Teheran, al contrario, non sembra disposta a rinunciare al proprio programma, considerato un pilastro della sua sovranità strategica. Accanto al nucleare, il secondo nodo da sciogliere è quello economico. Washington apre alla possibilità di ridurre le sanzioni, ma contemporaneamente alza il livello dello scontro minacciando misure punitive: «A qualsiasi Paese che fornisca armamenti all’Iran verranno applicati dazi al 50%, senza alcuna deroga o esenzione».
Il punto d’attrito maggiore, tuttavia, resta Hormuz. Gli Stati Uniti hanno accettato la tregua a condizione di una riapertura «completa, immediata e sicura» dello Stretto. L’Iran, invece, parla di un’apertura «limitata e controllata», subordinata a un’intesa più ampia. Il rischio è evidente: trasformare una rotta energetica globale, finora sostanzialmente libera, in uno strumento di pressione politica. Non a caso, dopo il passaggio delle prime due navi, gli iraniani hanno bloccato di nuovo il traffico a causa dei violenti raid israeliani su Beirut. Ed è proprio il Libano a mostrare i limiti della tregua. Gli attacchi dell’Idf contro Hezbollah proseguono e, come ha chiarito Trump, si tratta di «scaramucce separate» non incluse nell’accordo. Una distinzione che però Teheran contesta: una delle condizioni per porre fine al conflitto, ha affermato il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, è un cessate il fuoco in Libano.
In questo scenario teso e allo stesso tempo confuso, chi ci guadagna è soprattutto la Cina. Pechino è da anni il principale partner economico dell’Iran e il suo primo acquirente di petrolio. Un eventuale allentamento delle restrizioni e una riapertura controllata di Hormuz, pertanto, rischiano di rafforzare ulteriormente questo asse, offrendo a Teheran nuove risorse e a Pechino - che ha confermato un dialogo ad alto livello con la Casa bianca - una leva geopolitica ancora più solida in Medio Oriente, che finirebbe per ridurre ulteriormente il peso degli Usa.
Anche sul piano politico, l’intesa mostra crepe evidenti. Israele, come riferito dal Wall Street Journal, sarebbe stato informato solo all’ultimo del cessate il fuoco e non avrebbe gradito i termini dell’accordo. E la stessa Casa Bianca ha precisato che il piano in dieci punti diffuso dall’Iran «non è quello in discussione» nei colloqui. Lo stesso Trump, tagliando corto, ha detto: «C’è solo un gruppo di punti significativi che sono accettabili per gli Stati Uniti e ne discuteremo a porte chiuse». Il New York Times ha spiegato che, oltre al nucleare, Washington pretende anche la riduzione della gittata dei missili balistici iraniani: un ulteriore segnale di quanto le due parti stiano negoziando senza una base comune realmente condivisa.
La sensazione, insomma, è che il negoziato proceda più per impellente necessità che per reale convergenza. A questo punto, il rischio è che, nel tentativo di disinnescare la crisi, si finisca per creare un problema più grande di quello che si voleva risolvere: riaprire lo Stretto in cambio di pedaggi e concessioni che legittimano il controllo iraniano, trasformando il nucleare in una leva negoziale permanente. In questo modo, è chiaro, gli Stati Uniti rischiano di trovarsi in una posizione meno solida di quella precedente al conflitto.
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