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2022-03-09
Il governo forza ancora sul catasto. Draghi minaccia: «Così o me ne vado»
Maurizio Lupi (Ansa)
Giornata ad altissima tensione, quella di ieri, per il governo guidato da Mario Draghi. E notte di litigi in Aula. A far traballare l’esecutivo, un altro emendamento alla riforma del catasto contenuta nella legge delega sulla riforma fiscale presentato in Commissione Finanze alla Camera. Dopo quello della Lega, che chiedeva di eliminare del tutto la riforma del catasto dalla delega fiscale,bocciato per appena un voto, 23 a 22, la scorsa settimana, con il «no» decisivo Alessandro Colucci, deputato di Noi con l’italia, il partito di Maurizio Lupi, la proposta di modifica che ha tenuto ieri tutti con il fiato sospeso è stata presentata da Alternativa, gruppo di opposizione costituito da ex M5s, e proponeva la cancellazione della possibilità di aggiornare i valori catastali degli immobili. In sostanza, un «no» all’aumento delle tasse sulla casa che sarà la conseguenza della riforma del catasto. Eppure, incredibile ma vero, Draghi ha minacciato che in caso di via libera all’emendamento sarebbe saltato il governo. Un ricatto in termini politici incomprensibile, surreale: immaginare Draghi che si dimette da presidente del Consiglio, con due stati di emergenza in atto, una guerra in corso, per un emendamento passato nonostante il parere contrario del governo, è uno scenario da film dell’orrore istituzionale. Eppure, c’è chi ha preso sul serio questo avvertimento, e così ha votato contro per il terrore di andarsene a casa. La Lega, per rendere più «pesante» la situazione, ha aggiunto le firme dei suoi componenti a quelle di Alternativa. Compatto il centrodestra: con Lega e Fratelli d’Italia, da sempre contrari alla riforma del catasto e all’aumento delle tasse sulla casa, si è schierata, esattamente come accaduto la scorsa settimana, anche Forza Italia, nonostante le pressioni sui componenti azzurri della commissione arrivate dai membri forzisti del governo, in particolare da Renato Brunetta. Sponsor della riforma, e quindi dell’aumento delle tasse, anche il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. La giornata è stata, come dicevamo, ad altissima tensione, con il risultato del voto in bilico. Il primo firmatario dell’emendamento della discordia è il deputato di Alternativa Alvise Maniero: «È ancora possibile», ha spiegato Maniero prima della votazione, «scongiurare l’aggravio di tasse sulla casa a carico degli italiani con l’approvazione del nostro emendamento, che sopprime il comma 2 dell’articolo 6 della riforma catastale nella legge delega di riforma fiscale. Eliminando l’aumento delle rendite catastali ai valori di mercato, aumento fortemente voluto da Draghi e dalla Ue, si neutralizzerebbe la parte più dannosa della riforma, che serve ad aumentare le tasse patrimoniali in Italia come Draghi ha promesso ai falchi di Bruxelles e che porteranno inevitabilmente a nuove tasse sui risparmi degli italiani», ha aggiunto Maniero.
La posizione di Forza Italia è stata in bilico tra astensione e voto favorevole, fino a quando, nel primo pomeriggio, fonti azzurre hanno fatto sapere che i componenti azzurri della commissione Finanze avrebbero votato a favore insieme agli alleati di centrodestra, mantenendo quindi la linea della scorsa settimana.
Alle 19.40, poco prima che iniziasse la votazione, Colucci ha ufficializzato il suo voto ancora una volta contrario, mantenendo la posizione della scorsa settimana: «Votare l’emendamento presentato da Alternativa», ha detto Colucci, «significa far saltare la norma che impone lo stop a qualsiasi aumento di tasse sugli immobili. Invitiamo i nostri colleghi a riflettere bene sulle conseguenze di questo voto. Per noi la casa è un valore sacro e le tasse sugli immobili, spesso frutto dei sacrifici di intere generazioni, sono già oggi troppo alte». Una dichiarazione che, se non ci fosse da piangere, farebbe ridere: un completo ribaltamento della realtà.
Nel pomeriggio è intervenuto anche Giuseppe Conte: «È straniante», ha detto il leader (sospeso) del M5s, «litigare sulla riforma del catasto in un contesto del genere. Noi abbiamo già detto come M5s che siamo assolutamente favorevoli a una digitalizzazione degli uffici del catasto, ma assolutamente contrari ad aumentare le tasse sulla casa». Un’altra dichiarazione contraddittoria, ma la politica politicante non si ferma davanti a nulla. Il M5s, infatti, ha votato insieme alle sinistre contro l’emendamento, quindi a favore di nuove tasse sulla casa.
Fratelli d’Italia attacca: «È gravissimo che il governo», dice il capogruppo alla Camera, Francesco Lollobrigida, «dopo due anni di pandemia e in un contesto di crisi internazionale, voglia creare le condizioni per tassare ulteriormente la proprietà privata. Auspichiamo che le forze politiche del centrodestra che sono al governo con il partito delle tasse, agiscano coerentemente con quelli che erano i programmi presentati agli elettori.
Dunque, anche con due partiti di maggioranza contrari, ovvero Lega e Forza Italia, il governo è andato avanti per la sua strada, con il sostegno di un partito, Noi con l’Italia, che dovrebbe far parte del centrodestra, ma che ha votato con le sinistre su un argomento così importante.
E Chigi cede le torri Rai Way. Mediaset ringrazia
Cosa voterà Forza Italia? La domanda ha tenuto banco per tutto il pomeriggio in Transatlantico mentre i numeri restavano ancora in bilico in commissione Finanze della Camera sulla riforma del catasto. Nei giorni scorsi gli azzurri propendevano per l’astensione, poi ieri mattina sono circolate indiscrezioni su un possibile voto contrario smentito dopo poco dai rumors raccolti tra le fonti parlamentari davano al 99% per certo l’ok all’emendamento soppressivo sull’articolo 6 della delega fiscale al fianco del resto del centrodestra. Al netto di come si sposterà l’ago della bilancia, il caos sul catasto coincide con un’altra partita che al leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, interessa tantissimo da anni. Quella sulle torri.
Il governo Draghi ha infatti dato il via libera alla possibilità per la Rai di cedere le sue quote nella società delle torri di trasmissione, con un’operazione che apre la strada al riassetto del settore. Il dpcm che sarebbe stato firmato lunedì scorso dal premier consente a Viale Mazzini di scendere sotto la quota del 51% della sua partecipazione azionaria in Rai Way, attualmente fissata al 65 per cento. Significa che può passare in mano privata la maggioranza dell’azienda quotata in Borsa e proprietaria della rete di diffusione del segnale radiotelevisivo.
La strada scelta dal governo sarebbe quella già sperimentata con le reti energetiche (Terna e Snam), ovvero mantenere un’adeguata partecipazione pubblica nella società con eventuali meccanismi di governance a tutela della stabilità azionaria. Ma cosa c’entra Berlusconi? La privatizzazione di Rai Way fa tornare in campo l’ipotesi di un polo con Mediaset attraverso Ei Towers, l’altra società che detiene le infrastrutture di trasmissione in Italia e che è posseduta al 60% dal gruppo F2i, guidato da Renato Ravanelli, e al 40% da Mediaforeurope (Mfe), il nuovo nome appunto di Mediaset.
Un tentativo era già stato messo in piedi sette anni fa quando il Biscione, che allora possedeva la maggioranza delle azioni della società, tentò di lanciare un’opa su Rai Way, che si infranse sull’opposizione del governo Renzi, contrario alla vendita delle torri, ritenute un asset strategico del Paese. Una norma del 2014, ora superata dal decreto Draghi, impediva alla tv pubblica di scendere sotto al 51 per cento. Il quadro però adesso potrebbe cambiare. Non a caso ieri in Piazza Affari il titolo Rai Way ha messo a segno un balzo di quasi il 6% attestandosi sopra quota 5 euro dopo che in avvio era arrivato a guadagnare più del 9% ed era stato anche fermato in asta di volatilità. Allo studio ci sarebbe la creazione di un nuovo gruppo, in grado di capitalizzare oltre due miliardi di euro, che controllerebbe tutte le infrastrutture nazionali e potrebbe realizzare sinergie gestionali e quindi una riduzione dei costi a vantaggio anche della Rai, già alle prese con un piano di tagli per far fronte alle minori entrate. Un piano tutto da definire, che potrebbe trovare l’opposizione di diverse forze politiche, come successo nel 2015.
Ad alzare la voce, al momento, è proprio il partito di Renzi. È «un provvedimento grave», approvato «senza alcuna trasparenza e senza che sia stato detto a cosa debbano servire questi soldi in più che arrivano nelle tasche della Rai», ha tuonato Michele Anzaldi, deputato di Italia viva e segretario della commissione di Vigilanza, pronto a presentare un’interrogazione parlamentare per bloccare il decreto.
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Il premier si impunta sull’emendamento presentato da Lega e Alternativa per evitare tasse. Scintille in Aula nella notte.Un decreto autorizza Viale Mazzini a scendere sotto il 51% nella società. Aprendo la strada al riassetto del settore televisivoLo speciale contiene due articoliGiornata ad altissima tensione, quella di ieri, per il governo guidato da Mario Draghi. E notte di litigi in Aula. A far traballare l’esecutivo, un altro emendamento alla riforma del catasto contenuta nella legge delega sulla riforma fiscale presentato in Commissione Finanze alla Camera. Dopo quello della Lega, che chiedeva di eliminare del tutto la riforma del catasto dalla delega fiscale,bocciato per appena un voto, 23 a 22, la scorsa settimana, con il «no» decisivo Alessandro Colucci, deputato di Noi con l’italia, il partito di Maurizio Lupi, la proposta di modifica che ha tenuto ieri tutti con il fiato sospeso è stata presentata da Alternativa, gruppo di opposizione costituito da ex M5s, e proponeva la cancellazione della possibilità di aggiornare i valori catastali degli immobili. In sostanza, un «no» all’aumento delle tasse sulla casa che sarà la conseguenza della riforma del catasto. Eppure, incredibile ma vero, Draghi ha minacciato che in caso di via libera all’emendamento sarebbe saltato il governo. Un ricatto in termini politici incomprensibile, surreale: immaginare Draghi che si dimette da presidente del Consiglio, con due stati di emergenza in atto, una guerra in corso, per un emendamento passato nonostante il parere contrario del governo, è uno scenario da film dell’orrore istituzionale. Eppure, c’è chi ha preso sul serio questo avvertimento, e così ha votato contro per il terrore di andarsene a casa. La Lega, per rendere più «pesante» la situazione, ha aggiunto le firme dei suoi componenti a quelle di Alternativa. Compatto il centrodestra: con Lega e Fratelli d’Italia, da sempre contrari alla riforma del catasto e all’aumento delle tasse sulla casa, si è schierata, esattamente come accaduto la scorsa settimana, anche Forza Italia, nonostante le pressioni sui componenti azzurri della commissione arrivate dai membri forzisti del governo, in particolare da Renato Brunetta. Sponsor della riforma, e quindi dell’aumento delle tasse, anche il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. La giornata è stata, come dicevamo, ad altissima tensione, con il risultato del voto in bilico. Il primo firmatario dell’emendamento della discordia è il deputato di Alternativa Alvise Maniero: «È ancora possibile», ha spiegato Maniero prima della votazione, «scongiurare l’aggravio di tasse sulla casa a carico degli italiani con l’approvazione del nostro emendamento, che sopprime il comma 2 dell’articolo 6 della riforma catastale nella legge delega di riforma fiscale. Eliminando l’aumento delle rendite catastali ai valori di mercato, aumento fortemente voluto da Draghi e dalla Ue, si neutralizzerebbe la parte più dannosa della riforma, che serve ad aumentare le tasse patrimoniali in Italia come Draghi ha promesso ai falchi di Bruxelles e che porteranno inevitabilmente a nuove tasse sui risparmi degli italiani», ha aggiunto Maniero.La posizione di Forza Italia è stata in bilico tra astensione e voto favorevole, fino a quando, nel primo pomeriggio, fonti azzurre hanno fatto sapere che i componenti azzurri della commissione Finanze avrebbero votato a favore insieme agli alleati di centrodestra, mantenendo quindi la linea della scorsa settimana.Alle 19.40, poco prima che iniziasse la votazione, Colucci ha ufficializzato il suo voto ancora una volta contrario, mantenendo la posizione della scorsa settimana: «Votare l’emendamento presentato da Alternativa», ha detto Colucci, «significa far saltare la norma che impone lo stop a qualsiasi aumento di tasse sugli immobili. Invitiamo i nostri colleghi a riflettere bene sulle conseguenze di questo voto. Per noi la casa è un valore sacro e le tasse sugli immobili, spesso frutto dei sacrifici di intere generazioni, sono già oggi troppo alte». Una dichiarazione che, se non ci fosse da piangere, farebbe ridere: un completo ribaltamento della realtà.Nel pomeriggio è intervenuto anche Giuseppe Conte: «È straniante», ha detto il leader (sospeso) del M5s, «litigare sulla riforma del catasto in un contesto del genere. Noi abbiamo già detto come M5s che siamo assolutamente favorevoli a una digitalizzazione degli uffici del catasto, ma assolutamente contrari ad aumentare le tasse sulla casa». Un’altra dichiarazione contraddittoria, ma la politica politicante non si ferma davanti a nulla. Il M5s, infatti, ha votato insieme alle sinistre contro l’emendamento, quindi a favore di nuove tasse sulla casa.Fratelli d’Italia attacca: «È gravissimo che il governo», dice il capogruppo alla Camera, Francesco Lollobrigida, «dopo due anni di pandemia e in un contesto di crisi internazionale, voglia creare le condizioni per tassare ulteriormente la proprietà privata. Auspichiamo che le forze politiche del centrodestra che sono al governo con il partito delle tasse, agiscano coerentemente con quelli che erano i programmi presentati agli elettori. Dunque, anche con due partiti di maggioranza contrari, ovvero Lega e Forza Italia, il governo è andato avanti per la sua strada, con il sostegno di un partito, Noi con l’Italia, che dovrebbe far parte del centrodestra, ma che ha votato con le sinistre su un argomento così importante.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-forza-ancora-sul-catasto-draghi-minaccia-cosi-o-me-ne-vado-2656876522.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-chigi-cede-le-torri-rai-way-mediaset-ringrazia" data-post-id="2656876522" data-published-at="1646782770" data-use-pagination="False"> E Chigi cede le torri Rai Way. Mediaset ringrazia Cosa voterà Forza Italia? La domanda ha tenuto banco per tutto il pomeriggio in Transatlantico mentre i numeri restavano ancora in bilico in commissione Finanze della Camera sulla riforma del catasto. Nei giorni scorsi gli azzurri propendevano per l’astensione, poi ieri mattina sono circolate indiscrezioni su un possibile voto contrario smentito dopo poco dai rumors raccolti tra le fonti parlamentari davano al 99% per certo l’ok all’emendamento soppressivo sull’articolo 6 della delega fiscale al fianco del resto del centrodestra. Al netto di come si sposterà l’ago della bilancia, il caos sul catasto coincide con un’altra partita che al leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, interessa tantissimo da anni. Quella sulle torri. Il governo Draghi ha infatti dato il via libera alla possibilità per la Rai di cedere le sue quote nella società delle torri di trasmissione, con un’operazione che apre la strada al riassetto del settore. Il dpcm che sarebbe stato firmato lunedì scorso dal premier consente a Viale Mazzini di scendere sotto la quota del 51% della sua partecipazione azionaria in Rai Way, attualmente fissata al 65 per cento. Significa che può passare in mano privata la maggioranza dell’azienda quotata in Borsa e proprietaria della rete di diffusione del segnale radiotelevisivo. La strada scelta dal governo sarebbe quella già sperimentata con le reti energetiche (Terna e Snam), ovvero mantenere un’adeguata partecipazione pubblica nella società con eventuali meccanismi di governance a tutela della stabilità azionaria. Ma cosa c’entra Berlusconi? La privatizzazione di Rai Way fa tornare in campo l’ipotesi di un polo con Mediaset attraverso Ei Towers, l’altra società che detiene le infrastrutture di trasmissione in Italia e che è posseduta al 60% dal gruppo F2i, guidato da Renato Ravanelli, e al 40% da Mediaforeurope (Mfe), il nuovo nome appunto di Mediaset. Un tentativo era già stato messo in piedi sette anni fa quando il Biscione, che allora possedeva la maggioranza delle azioni della società, tentò di lanciare un’opa su Rai Way, che si infranse sull’opposizione del governo Renzi, contrario alla vendita delle torri, ritenute un asset strategico del Paese. Una norma del 2014, ora superata dal decreto Draghi, impediva alla tv pubblica di scendere sotto al 51 per cento. Il quadro però adesso potrebbe cambiare. Non a caso ieri in Piazza Affari il titolo Rai Way ha messo a segno un balzo di quasi il 6% attestandosi sopra quota 5 euro dopo che in avvio era arrivato a guadagnare più del 9% ed era stato anche fermato in asta di volatilità. Allo studio ci sarebbe la creazione di un nuovo gruppo, in grado di capitalizzare oltre due miliardi di euro, che controllerebbe tutte le infrastrutture nazionali e potrebbe realizzare sinergie gestionali e quindi una riduzione dei costi a vantaggio anche della Rai, già alle prese con un piano di tagli per far fronte alle minori entrate. Un piano tutto da definire, che potrebbe trovare l’opposizione di diverse forze politiche, come successo nel 2015. Ad alzare la voce, al momento, è proprio il partito di Renzi. È «un provvedimento grave», approvato «senza alcuna trasparenza e senza che sia stato detto a cosa debbano servire questi soldi in più che arrivano nelle tasche della Rai», ha tuonato Michele Anzaldi, deputato di Italia viva e segretario della commissione di Vigilanza, pronto a presentare un’interrogazione parlamentare per bloccare il decreto.
Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
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La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
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Sergio Mattarella e Nicole Minetti (Ansa)
Così, dopo un mese e mezzo di chiacchiere, la Procura generale di Milano certifica in un lungo comunicato che Nicole Minetti non ha una doppia vita. L’ex igienista dentale condannata per il caso Ruby e per le spese pazze del Pirellone non ha ingannato Sergio Mattarella. Semmai il presidente della Repubblica si è fatto ingannare dagli articoli del Fatto quotidiano e dagli scivoloni di Sigfrido Ranucci, con i quali per giorni si è accreditato un caso internazionale, che a un certo punto si è cercato di addossare a Carlo Nordio allo scopo neanche troppo nascosto di indurlo alle dimissioni.
La storia è quella della grazia concessa dal capo dello Stato all’ex consigliera regionale. Mattarella, a cui in base alla Costituzione competono in via esclusiva gli atti di clemenza, il 18 febbraio di quest’anno ha cancellato la pena inflitta a Minetti dal Tribunale di Milano. La donna, finita nei guai all’epoca di Silvio Berlusconi per lo scandalo delle Olgettine, avrebbe dovuto scontare tre anni ai servizi sociali, ma i suoi avvocati alla fine di luglio del 2025 inoltrarono al Quirinale una domanda di grazia. Dovendo accudire un minore adottato da lei e dal compagno e bisognoso di cure all’estero, Minetti tramite i legali chiese di essere esentata dall’espiazione della pena. Domanda legittima, che poteva essere accolta o respinta, ma che sul Colle trovò una rapida istruzione e appena una settimana dopo, weekend compreso, il fascicolo riguardante l’ex igienista dentale finì sul tavolo del ministero della Giustizia, inoltrato dal responsabile dell’ufficio grazie di Mattarella. E da via Arenula la richiesta fu spedita a Milano, alla Procura generale della Corte d’appello, per il dovuto parere. In pochi mesi, Minetti fu dunque sollevata da ogni pendenza con la giustizia e autorizzata a occuparsi del figlio adottivo. Tutto bene? Eh, no, perché quando la notizia della grazia divenne di dominio pubblico, ai giornalisti del Fatto quotidiano cominciarono a prudere le mani. Così, a metà aprile, la vicenda di presunti favoritismi nell’adozione, di misteri profondi nella scomparsa della madre del bimbo e pure di oscuri decessi, uniti a un giro di festini a base di coca e donnine allegre in Uruguay, finì in prima pagina, con tanto di testimonianze rigorosamente anonime.
Un giallo internazionale, in luoghi esotici frequentati dal jet set, con sullo sfondo addirittura l’ombra di Jeffrey Epstein, il miliardario pedofilo che ha inguaiato mezzo mondo, governi e regni compresi, era un’occasione troppo ghiotta. Soprattutto se la si poteva rovesciare contro il governo in carica e il ministro della Giustizia. Sono bastati tre o quattro giorni di campagna a tutta pagina e pur di fronte al nulla, perché le testimonianze anonime sono il nulla, al Quirinale, sempre attento all’immagine sacra e inviolabile del presidente, ci dev’essere stata un po’ di tensione. E così ecco partire un secco comunicato per ingiungere al ministero di via Arenula di fare chiarezza e accertare se nella ricostruzione del percorso di grazia alla Minetti fossero stati omessi comportamenti poco commendevoli. Cioè il Colle chiedeva al ministero di verificare se il ministero, che pur nella faccenda non aveva avuto alcun ruolo se non quello di inoltrare la richiesta del Quirinale, avesse compiuto errori. La palla a questo punto è passata alla Procura generale di Milano, che pure aveva concesso il nulla osta, e nel frattempo, mentre le opposizioni reclamavano le dimissioni di Nordio, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci si presentava in tv, da Bianca Berlinguer, per dire che una sua fonte accreditava un viaggio del Guardasigilli a casa della Minetti, in Uruguay. Bum. La bomba era pronta per esplodere e per spazzare via sia il ministro che il suo governo.
Peccato che Nordio non conosca la Minetti e non abbia dunque mai messo piede nella sua casa in Sudamerica. E peccato che adesso la Procura generale abbia accertato che le accuse contro l’ex consigliera regionale, i festini, l’adozione taroccata, l’uccisione del legale e pure la sparizione della madre naturale del bambino adottato siano tutte un’invenzione. In altre parole, una bufala.
A questo punto però si impongono due riflessioni. La prima è sul cosiddetto giornalismo d’inchiesta, che le inchieste le confeziona con le chiacchiere. La seconda invece riguarda Sergio Mattarella, monarca a cui la stampa plaude a ogni sospiro, ma a cui basta qualche titolo del Fatto quotidiano per fare marcia indietro, lasciando che i suoi uffici scarichino le responsabilità di un presunto passo falso su altri.
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