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2022-09-11
L'«esproprio» firmato Speranza nel dl Aiuti va contro le riforme del governo
Roberto Speranza (Ansa)
Che fine farà esattamente il decreto Aiuti bis lo si capirà giovedì prossimo, quando l’Aula sarà chiamata a convertirlo. Nel frattempo le tensioni tra partiti e Palazzo Chigi sono oscurate da Giuseppe Conte che si sbraccia attorno al tema del Superbonus. Il vero problema è però un altro. L’articolo 18 del medesimo decreto. Tradotto, l’esproprio, programmato dal ministero guidato da Roberto Speranza con l’ok del Mef, per reperire tramite il meccanismo del «payback» risorse dalle aziende dei dispositivi medici per tappare i buchi del periodo pandemico. Si tratta di un meccanismo che permette a posteriori alle Regioni di imporre una tassa sul fatturato dei fornitori in base alle quote di mercato e in base all’importo complessivo del disavanzo. Se la norma diventerà legge le imprese saranno chiamate a versare 3,6 miliardi per il periodo d’imposta tra il 2015 e il 2020.
Di questa enorme somma circa 2 miliardi è stata messa a copertura dell’Aiuti bis. Elemento che inguaia la situazione. Far saltare l’articolo significa togliere uno dei tasselli fondamentali messi a copertura di un decreto che le altre aziende italiane attendono da ormai troppo tempo. Quindi, nonostante la scelta politicamente indegna di uno Stato liberale di togliere dalle tasche di alcune imprese per dare aiuti ad altre e nonostante le promesse di «non lasciare indietro nessuno» pubblicate a sei colonne sui quotidiani, la nuova tassa rischia di entrare in vigore. Ciò aprirà però un percorso di ricorsi al Tar. Immaginare di applicare il meccanismo del «payback» al bilancio del 2015 per aziende che non hanno accantonato liquidità (e non avrebbero potuto farlo, non essendo gestite da indovini) va a negare la legge approvata a giugno che regolamenta le crisi d’impresa e d’insolvenza. Il testo era atteso da anni e serve a definire le prassi di gestione non solo dei bilanci e degli accantonamenti, ma anche dei previsionali ai fini di una corretta esposizione finanziaria. Il testo di legge serve a rendere le procedure di fallimento più snelle quando le cose non vanno bene. Ma al tempo stesso fornisce una scaletta dei protocolli. Valgono per fornitori e clienti. E valgono soprattutto per lo Stato che certo non può ignorare una propria legge che invece imponendo il «payback» finirebbe per fa saltare le regole di bilancio e la liquidità delle aziende. L’aspetto ancor più paradossale è che il decreto Aiuti bis è stato partorito a fine luglio e la legge sulle crisi d’impresa è uno dei tasselli delle riforme del Pnrr. Nel lungo file pubblicato dal governo con cui Mario Draghi e i suoi ministri si impegnano di fronte all’Europa a portare avanti investimenti e in parallelo le riforme c’è il capitolo giustizia. Dentro il capitolo appare la legge approvata a giugno. Cosa che porta un record unico. In meno di due mesi il governo dei competenti è riuscito a decretare un articolo che smentisce le proprie riforme. Da un lato uno spunto interessante per chi vorrà fare ricorso. Dall’altro una amara consolazione. Nel caso di vittoria si creerà comunque un buco di bilancio che qualche altra azienda sarà chiamata a tappare con nuove tasse. Tra l’altro la possibilità che finisca con la vittoria dei privati in caso di ricorsi è innalzata dal fatto che, così come impostato, il «payback» si applicherebbe a macchia di leopardo. E non in modo uniformo lungo la Penisola. Per il quinquennio 2015/2020 la Toscana guidata da Eugenio Giani si troverà a chiedere ben 600 milioni. L’impresa che da sola ha una quota di mercato dell’1% si troverà a pagare 6 milioni di euro in 5 anni indipendentemente dai margini che ha ottenuto e dagli utili. Al contrario una azienda di pari stazza che si trova a operare in Lombardia e ha la medesima quota di mercato si troverà a versare una tassa di payback di «soli» 70.000 euro. Per il semplice fatto che la Regione guidata da Attilio Fontana ha un disavanzo minuscolo, di circa 7 milioni. In questo modo Roberto Speranza risucirebbe anche a realizzare il federalismo al contrario. Tant’è che ci dovremmo aspetto un intervento delle Regioni. Sebbene possa sembrare conveniente ai governatori tappare i buchi di spesa, si creerebbe dopo la pandemia un secondo pessimo precedenti. L’autonomia regionale sulla sanità a quel punto rischierebbe di sparire e i capoluoghi si ritroverebbero a fare i sostituti d’imposta per conto del governo centrale. Senza dimenticare l’aspetto più grave di tutti.
Le imprese che non hanno accantonato la tassa saranno obbligate a infilare l’intero costo nel bilancio di quest’anno. Un salasso dal quale molte non riusciranno a riprendersi. A quel punto chi darà continuità agli appalti e come faranno gli ospedali a curare i cittadini?
Una bomba da 2 miliardi nel testo che nessuno riesce a disinnescare
Le tensioni tra partiti e al tempo stesso l’esigenza di portare a casa velocemente un pacchetto a sostegno del caro bollette e delle insolvenze rendono praticamente impossibile sminare la grana che Roberto Speranza e Daniele Franco hanno lasciato in eredità ai partiti. L’articolo 18 del dl Aiuti bis (Accelerazione delle procedure di ripiano per il superamento del tetto di spesa per i dispositivi medici e dei tetti di spesa farmaceutici), contiene una serie di misure relative al ripiano e al superamento del tetto di spesa per i dispositivi medici per gli anni che vanno dal 2015 al 2018 (inclusi). In pratica, il ministero della Salute e quello dell’Economia hanno deciso di intervenire a posteriori per «sanare» la procedure del «payback» per le oltre 4.000 aziende che si occupano di dispositivi medicali. La norma non è mai stata definita fino ad oggi e teoricamente dovrebbe prevedere un prelievo sul fatturato delle aziende e in base alla quota di mercato nel momento in cui le singole Regioni vadano a consuntivo delle spese e finiscano con lo sforare il budget previsto. In pratica, l’idea si traduce in una sorta di esproprio che vale nel complesso (quinquennio 2015/2020) 3,6 miliardi. Solo il primo triennio dal valore di circa 2 miliardi è stato però messo a copertura del decreto. Aspetto che lega le mani a quasi tutti i partiti. I responsabili economici di Fratelli d’Italia (l’unico partito all’opposizione durante la legislatura Draghi) contattati da La Verità hanno fatto sapere di aver aperto il dossier e di aver avviato contatti con le associazioni di categoria per trovare soluzioni successive. Tradotto, possibili interventi riparatori ma solo in un decreto successivo.
Va ricordato che non è possibile utilizzare nemmeno il decreto Aiuti ter per porre rimedio. Il testo che si muoverà in parallelo al bis dovrebbe essere partorito dal Cdm in concomitanza della conversione del precedente. Sarà difficile arrivare a 12 miliardi di coperture, figuriamoci sottrarre in blocco un pacchetto da 2 miliardi. Il problema però resta. E l’associazione di categoria della Confindustria dispositivi medici ribadisce l’allarme. «Pandemia, guerra, crisi energetica e delle materie prime stanno lasciando il nostro comparto in forte sofferenza. A questi vanno purtroppo aggiunti sistemi di tassazione specifici per il settore, come il payback contenuto nell’Aiuti bis, che dovrebbe appunto aiutare le imprese e non metterle in difficoltà chiedendo al comparto di pagare un tributo di oltre 2 miliardi. Si tratta di un provvedimento», fanno sapere dall’associazione di categoria, «che grava sulle imprese in un momento già drammatico per la nostra economia. Non si può pensare che ci sono delle gare in cui vengono definiti prezzi e quantità e poi dopo anni viene richiesta una contribuzione del 50% dello sforamento della spesa regionale, di cui le aziende non hanno responsabilità». Resta il problema di fondo e la presa in giro. Come si può chiamare un decreto «Aiuti» alle aziende se dentro nasconde l’inganno di nuove tasse alle aziende? È la quintessenza di un pericoloso gioco delle tre carte che rischia di far saltare definitivamente il tessuto produttivo del Paese e, in questo specifico caso, pure un pezzo di welfare. Le imprese del comparto sono circa 4.000. L’80% di queste è costituito da piccole e medie imprese legate al territorio. Piccole aziende che significano posti di lavoro e ricchezza, ma anche innovazione del made in Italy. Tre voci che non si possono buttare alle ortiche. Tre enormi danni di cui soprattutto Speranza dovrebbe rispondere.
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L’articolo 18 dell’Aiuti bis implica l’esproprio alle aziende di dispositivi medici per reperire tramite «payback» risorse con cui tappare i buchi della pandemia. Peccato che ciò cozzi con la norma che regolamenta le crisi d’impresa, varata nell’ambito del Pnrr.Una bomba da 2 miliardi nel testo che nessuno riesce a disinnescare. Togliendo la parte incriminata salterebbe tutto l’intervento tanto atteso dagli italiani.Lo speciale comprende due articoli.Che fine farà esattamente il decreto Aiuti bis lo si capirà giovedì prossimo, quando l’Aula sarà chiamata a convertirlo. Nel frattempo le tensioni tra partiti e Palazzo Chigi sono oscurate da Giuseppe Conte che si sbraccia attorno al tema del Superbonus. Il vero problema è però un altro. L’articolo 18 del medesimo decreto. Tradotto, l’esproprio, programmato dal ministero guidato da Roberto Speranza con l’ok del Mef, per reperire tramite il meccanismo del «payback» risorse dalle aziende dei dispositivi medici per tappare i buchi del periodo pandemico. Si tratta di un meccanismo che permette a posteriori alle Regioni di imporre una tassa sul fatturato dei fornitori in base alle quote di mercato e in base all’importo complessivo del disavanzo. Se la norma diventerà legge le imprese saranno chiamate a versare 3,6 miliardi per il periodo d’imposta tra il 2015 e il 2020. Di questa enorme somma circa 2 miliardi è stata messa a copertura dell’Aiuti bis. Elemento che inguaia la situazione. Far saltare l’articolo significa togliere uno dei tasselli fondamentali messi a copertura di un decreto che le altre aziende italiane attendono da ormai troppo tempo. Quindi, nonostante la scelta politicamente indegna di uno Stato liberale di togliere dalle tasche di alcune imprese per dare aiuti ad altre e nonostante le promesse di «non lasciare indietro nessuno» pubblicate a sei colonne sui quotidiani, la nuova tassa rischia di entrare in vigore. Ciò aprirà però un percorso di ricorsi al Tar. Immaginare di applicare il meccanismo del «payback» al bilancio del 2015 per aziende che non hanno accantonato liquidità (e non avrebbero potuto farlo, non essendo gestite da indovini) va a negare la legge approvata a giugno che regolamenta le crisi d’impresa e d’insolvenza. Il testo era atteso da anni e serve a definire le prassi di gestione non solo dei bilanci e degli accantonamenti, ma anche dei previsionali ai fini di una corretta esposizione finanziaria. Il testo di legge serve a rendere le procedure di fallimento più snelle quando le cose non vanno bene. Ma al tempo stesso fornisce una scaletta dei protocolli. Valgono per fornitori e clienti. E valgono soprattutto per lo Stato che certo non può ignorare una propria legge che invece imponendo il «payback» finirebbe per fa saltare le regole di bilancio e la liquidità delle aziende. L’aspetto ancor più paradossale è che il decreto Aiuti bis è stato partorito a fine luglio e la legge sulle crisi d’impresa è uno dei tasselli delle riforme del Pnrr. Nel lungo file pubblicato dal governo con cui Mario Draghi e i suoi ministri si impegnano di fronte all’Europa a portare avanti investimenti e in parallelo le riforme c’è il capitolo giustizia. Dentro il capitolo appare la legge approvata a giugno. Cosa che porta un record unico. In meno di due mesi il governo dei competenti è riuscito a decretare un articolo che smentisce le proprie riforme. Da un lato uno spunto interessante per chi vorrà fare ricorso. Dall’altro una amara consolazione. Nel caso di vittoria si creerà comunque un buco di bilancio che qualche altra azienda sarà chiamata a tappare con nuove tasse. Tra l’altro la possibilità che finisca con la vittoria dei privati in caso di ricorsi è innalzata dal fatto che, così come impostato, il «payback» si applicherebbe a macchia di leopardo. E non in modo uniformo lungo la Penisola. Per il quinquennio 2015/2020 la Toscana guidata da Eugenio Giani si troverà a chiedere ben 600 milioni. L’impresa che da sola ha una quota di mercato dell’1% si troverà a pagare 6 milioni di euro in 5 anni indipendentemente dai margini che ha ottenuto e dagli utili. Al contrario una azienda di pari stazza che si trova a operare in Lombardia e ha la medesima quota di mercato si troverà a versare una tassa di payback di «soli» 70.000 euro. Per il semplice fatto che la Regione guidata da Attilio Fontana ha un disavanzo minuscolo, di circa 7 milioni. In questo modo Roberto Speranza risucirebbe anche a realizzare il federalismo al contrario. Tant’è che ci dovremmo aspetto un intervento delle Regioni. Sebbene possa sembrare conveniente ai governatori tappare i buchi di spesa, si creerebbe dopo la pandemia un secondo pessimo precedenti. L’autonomia regionale sulla sanità a quel punto rischierebbe di sparire e i capoluoghi si ritroverebbero a fare i sostituti d’imposta per conto del governo centrale. Senza dimenticare l’aspetto più grave di tutti. Le imprese che non hanno accantonato la tassa saranno obbligate a infilare l’intero costo nel bilancio di quest’anno. Un salasso dal quale molte non riusciranno a riprendersi. A quel punto chi darà continuità agli appalti e come faranno gli ospedali a curare i cittadini?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-fa-una-legge-contro-la-sua-riforma-2658175457.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-bomba-da-2-miliardi-nel-testo-che-nessuno-riesce-a-disinnescare" data-post-id="2658175457" data-published-at="1662849998" data-use-pagination="False"> Una bomba da 2 miliardi nel testo che nessuno riesce a disinnescare Le tensioni tra partiti e al tempo stesso l’esigenza di portare a casa velocemente un pacchetto a sostegno del caro bollette e delle insolvenze rendono praticamente impossibile sminare la grana che Roberto Speranza e Daniele Franco hanno lasciato in eredità ai partiti. L’articolo 18 del dl Aiuti bis (Accelerazione delle procedure di ripiano per il superamento del tetto di spesa per i dispositivi medici e dei tetti di spesa farmaceutici), contiene una serie di misure relative al ripiano e al superamento del tetto di spesa per i dispositivi medici per gli anni che vanno dal 2015 al 2018 (inclusi). In pratica, il ministero della Salute e quello dell’Economia hanno deciso di intervenire a posteriori per «sanare» la procedure del «payback» per le oltre 4.000 aziende che si occupano di dispositivi medicali. La norma non è mai stata definita fino ad oggi e teoricamente dovrebbe prevedere un prelievo sul fatturato delle aziende e in base alla quota di mercato nel momento in cui le singole Regioni vadano a consuntivo delle spese e finiscano con lo sforare il budget previsto. In pratica, l’idea si traduce in una sorta di esproprio che vale nel complesso (quinquennio 2015/2020) 3,6 miliardi. Solo il primo triennio dal valore di circa 2 miliardi è stato però messo a copertura del decreto. Aspetto che lega le mani a quasi tutti i partiti. I responsabili economici di Fratelli d’Italia (l’unico partito all’opposizione durante la legislatura Draghi) contattati da La Verità hanno fatto sapere di aver aperto il dossier e di aver avviato contatti con le associazioni di categoria per trovare soluzioni successive. Tradotto, possibili interventi riparatori ma solo in un decreto successivo. Va ricordato che non è possibile utilizzare nemmeno il decreto Aiuti ter per porre rimedio. Il testo che si muoverà in parallelo al bis dovrebbe essere partorito dal Cdm in concomitanza della conversione del precedente. Sarà difficile arrivare a 12 miliardi di coperture, figuriamoci sottrarre in blocco un pacchetto da 2 miliardi. Il problema però resta. E l’associazione di categoria della Confindustria dispositivi medici ribadisce l’allarme. «Pandemia, guerra, crisi energetica e delle materie prime stanno lasciando il nostro comparto in forte sofferenza. A questi vanno purtroppo aggiunti sistemi di tassazione specifici per il settore, come il payback contenuto nell’Aiuti bis, che dovrebbe appunto aiutare le imprese e non metterle in difficoltà chiedendo al comparto di pagare un tributo di oltre 2 miliardi. Si tratta di un provvedimento», fanno sapere dall’associazione di categoria, «che grava sulle imprese in un momento già drammatico per la nostra economia. Non si può pensare che ci sono delle gare in cui vengono definiti prezzi e quantità e poi dopo anni viene richiesta una contribuzione del 50% dello sforamento della spesa regionale, di cui le aziende non hanno responsabilità». Resta il problema di fondo e la presa in giro. Come si può chiamare un decreto «Aiuti» alle aziende se dentro nasconde l’inganno di nuove tasse alle aziende? È la quintessenza di un pericoloso gioco delle tre carte che rischia di far saltare definitivamente il tessuto produttivo del Paese e, in questo specifico caso, pure un pezzo di welfare. Le imprese del comparto sono circa 4.000. L’80% di queste è costituito da piccole e medie imprese legate al territorio. Piccole aziende che significano posti di lavoro e ricchezza, ma anche innovazione del made in Italy. Tre voci che non si possono buttare alle ortiche. Tre enormi danni di cui soprattutto Speranza dovrebbe rispondere.
Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.
Con il Presidente degli Stati Uniti andare allo scontro frontale non ha mai portato risultati a nessuno. Nemmeno ai leader europei tanto incensati dalla sinistra. Giorgia Meloni ha fatto bene a mettere alcuni punti fermi senza andare alla rottura.