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2021-02-19
Il futuro genero sbugiarda la toga vorace
Per fortuna hanno solo mangiato al ristorante in pieno lockdown. Perché se si fossero dati al traffico di stupefacenti, avrebbero fatto la fine della banda di Smetto quando voglio, il film di Sidney Sibilia che racconta la storia di un gruppo di plurilaureati che si danno al crimine. Giorno dopo giorno, la tragicommedia del giudice Nunzio Sarpietro e del suo pranzo regale con figlia e «genero» assume contorni sempre più fantozziani. Gran parte del merito, va detto, tocca al giudice catanese del caso Gregoretti, che vede l'ex ministro degli Interni Matteo Salvini accusato nientemeno che di sequestro di persona. Martedì, parlando con il Corriere della Sera, si era aggrappato a un presunto «stato di necessità». Ora viene fuori, grazie a una letterina di precisazioni del compagno di sua figlia, che invece il pranzo era stato organizzato dal giovanotto e che il magistrato «era stato invitato a raggiungerci la mattina stessa». Insomma, non è che vagasse per il centro di Roma senza la possibilità di avere del cibo. Da «Chinappi» a Porta Pia, Sarpietro sapeva benissimo che ci sarebbe dovuto andare già prima di interrogare, a Palazzo Chigi, il premier dimissionario Giuseppe Conte.
Davanti alle telecamere delle Iene e alle domande incalzanti di Filippo Roma, entrato nel locale fintamente «chiuso» a pranzo del 28 gennaio, il sessantanovenne magistrato si era difeso con qualche imbarazzo, ammettendo subito che stava facendo una cosa vietata. Aveva tuttavia cercato di rifugiarsi dietro un paio di understatement: «Non ho violato la legge, semmai un regolamento» e «Abbiamo mangiato solo tre piattini freddi e bevuto un goccio di vino». In realtà è stato smentito dal ristoratore stesso, che ha parlato di tre pasti completi: antipasti di polpo; piatti pesce crudo con gamberi, scampi e palamida; spaghetti alle telline e una spigola al sale. Per un conto da 200 euro.
Dopo la messa in onda del servizio, su Italia1, anziché starsene a Catania ad aspettare la sanzione pecuniaria per aver violato un Dpcm, il giudice ha risposto al Corriere e l'ha un po' sparata grossa. In sostanza, si è appellato allo «stato di necessità», perché l'albergo dove aveva dormito non era in grado di fornire il pranzo, a causa di una impellente opera di «sanificazione anti Covid». Lo stesso Sarpietro ammetteva che avrebbe fatto meglio ad accontentarsi di un pezzo di pizza al taglio. Ma dopo la soddisfazione di essere finito su tutti i telegiornali per aver interrogato Conte, poteva limitarsi a uno spuntino così dozzinale?
Vero o falso che sia lo «stato di necessità» ad aver deviato il gup catanese da un trancio di margherita ai gamberi rossi, di sicuro non aveva letto l'email che il compagno di sua figlia, Simone Ancona, aveva scritto a Le Iene nel disperato tentativo di arginare la figuraccia stellare.
«Buonasera. Mi chiamo Simone e mi pregio di essere il felice compagno della sig.na Sarpietro, figlia del dott. Sarpietro, ahimè protagonista del servizio del dott. Filippo Roma che andrà in onda nella serata odierna». Inizia così la missiva del giovane, che racconta di vivere a Roma con la figlia dell'alto magistrato e si assume la responsabilità di aver organizzato la fastosa colazione. «Intendevo regalare ad entrambi un momento di svago insieme dopo una giornata particolarmente impegnativa», scrive. Per questo, saputo dell'arrivo nella Capitale del «suocero», ha chiamato un amico che lavora con Stefano Chinappi, padrone del ristorante, e ha ottenuto di pranzare nel locale aperto solo per l'asporto, violando le regole della zona arancione. «Il pranzo da me offerto era innegabilmente clandestino, ma si è svolto in totale sicurezza», precisa Simone, il quale poi tenta di scagionare il magistrato. «Ritengo dunque inesatto ed estremamente arbitrario, se non addirittura malizioso, supporre che la richiesta di consumare all'interno del locale sia pervenuta dal dott. Sarpietro», scrive nella lettera, aggiungendo di non essere stato «particolarmente limpido nel delineare adeguatamente la situazione». In ogni caso, rivela che il padre della fidanzata era stato invitato «la mattina stessa». Non poteva certo immaginare, pur con tutta la sua buona volontà, che il giudice avrebbe poi tirato fuori la storia dello «stato di necessità», per definizione legato a eventi improvvisi. Storia che proprio non va d'accordo né con un pranzo organizzato almeno dalla vigilia, né con un invito ricevuto alcune ore prima.
Varie testate, poi, hanno scritto che il lieto pranzetto sarebbe stato organizzato per scambiarsi una promessa di matrimonio. È lo stesso Simone a smentirlo, raccontando che, preoccupato per la vista del cameramen di Italia1, «ho consigliato di dire che si trattasse di una prova piatti per un pranzo di matrimonio, nell'ingenuo tentativo di limitare i danni e ridurre il suo imbarazzo». Inteso come imbarazzo di Sarpietro padre. Non sapeva ancora che il probabile suocero si mette in imbarazzo già da solo.
Oggi al processo per la Gregoretti Di Maio ritrova Salvini. Da alleato
Strani scherzi fa il destino. S'erano salutati in cagnesco nell'agosto 2019, alla fine traumatica del governo gialloblù, promettendosi che insieme non avrebbero mai più preso nemmeno un caffè. Oggi il leader leghista Matteo Salvini e il ministro grillino degli Esteri Luigi Di Maio non soltanto si trovano di nuovo riuniti nella grande maggioranza che sorregge Mario Draghi, ma stamattina s'incontreranno anche di persona nell'aula bunker del Tribunale di Catania.
In quella cupa aula blindata, da ottobre, si svolge l'udienza preliminare che deve decidere se rinviare a giudizio Salvini per il presunto sequestro dei 131 migranti che nel luglio 2019, quando era ministro degli Interni, furono trattenuti per quattro giorni a bordo della nave militare Gregoretti. E oggi Di Maio è uno dei testimoni di giornata, in quanto ex ministro dello Svipuppo economico del lavoro e delle politiche sociali nel governo che affrontava gli sbarchi nell'estate 2019, assieme al successore di Salvini al Viminale, Luciana Lamorgese.
In quella stessa aula, lo scorso dicembre, il giudice Nunzio Sarpietro aveva già ascoltato come testi gli ex ministri grillini della Difesa, Elisabetta Trenta, e dei Trasporti, Danilo Toninelli, da cui aveva ottenuto un'imbarazzante sequela di 42 «non ricordo» o «fatico a ricordare», o «è passato troppo tempo». A fine gennaio, il magistrato aveva tenuto un'udienza in trasferta a Palazzo Chigi, dove aveva interrogato l'ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. All'uscita, irritualmente, Sarpietro aveva trasmesso alcuni significativi giudizi ai cronisti che l'accerchiavano. «Nella politica generale del governo», aveva spiegato il giudice, «quella della ricollocazione era una costante, un leitmotiv generale». Poi Sarpietro aveva voluto aggiungere una frase che era parsa particolarmente importante: «Le responsabilità politiche e penali vanno distinte». Giulia Bongiorno, avvocato di Salvini e valente penalista, ne aveva tratto l'impressione che il magistrato fosse incline a ritenere «insindacabile» la linea adottata nel 2019 sugli immigrati dal ministro leghista, proprio perché «politica», tanto più che quella stessa linea era pienamente condivisa dal resto del governo.
La difesa di Salvini ha sempre sottolineato che i migranti erano rimasti a bordo pochi giorni, dal 27 al 31 luglio 2019, perché quello era stato «il tempo necessario per concordare con altri Paesi europei il loro trasferimento». Questo emerge con chiarezza dalle cronache di quei giorni. Il 30 luglio l'allora ministro della Giustizia, il grillino Alfonso Bonafede, aveva proclamato che «l'Europa deve farsi carico del problema Gregoretti». Il 31 luglio, giorno dell'autorizzazione allo sbarco perché il governo italiano aveva finalmente ricevuto dall'Europa l'assicurazione che i 131 immigrati sarebbero stati distribuiti tra Germania, Francia, Portogallo, Irlanda e Lussemburgo, Di Maio aveva dichiarato: «Per me l'Italia non può sopportare nuovi arrivi di migranti; quei migranti devono andare in Europa». E in più aveva anche aggiunto alcune parole a difesa dell'equipaggio della nave Gregoretti, chiedendo di non trattare «i nostri militari su quella nave come fossero pirati».
Si vedrà quali saranno, oggi a Catania, le parole di Di Maio. Ieri Salvini, ironizzando sulle amnesie in aula di Toninelli, s'è augurato che il ministro degli Esteri «ricordi quel che successo, a differenza di qualcun altro».
Il leader leghista ieri ha confermato comunque che oggi si presenterà in tribunale «con il sorriso e a testa alta, come sempre, per rispondere di un'accusa di sequestro di persona, fino a 15 anni di carcere la pena prevista, soltanto per aver difeso i confini, la sicurezza e la dignità dell'Italia».
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La tragicommedia del giudice Nunzio Sarpietro e del suo pranzo a pesce e Champagne nel ristorante romano in zona arancione. Il compagno della figlia scrive che l'incontro a tavola era stato organizzato fin dal mattino. Altro che «ero in stato di necessità».Luigi Di Maio testimonierà sul «sequestro di migranti» per cui l'ex ministro è imputato a causa sua.Lo speciale contiene due articoli.Per fortuna hanno solo mangiato al ristorante in pieno lockdown. Perché se si fossero dati al traffico di stupefacenti, avrebbero fatto la fine della banda di Smetto quando voglio, il film di Sidney Sibilia che racconta la storia di un gruppo di plurilaureati che si danno al crimine. Giorno dopo giorno, la tragicommedia del giudice Nunzio Sarpietro e del suo pranzo regale con figlia e «genero» assume contorni sempre più fantozziani. Gran parte del merito, va detto, tocca al giudice catanese del caso Gregoretti, che vede l'ex ministro degli Interni Matteo Salvini accusato nientemeno che di sequestro di persona. Martedì, parlando con il Corriere della Sera, si era aggrappato a un presunto «stato di necessità». Ora viene fuori, grazie a una letterina di precisazioni del compagno di sua figlia, che invece il pranzo era stato organizzato dal giovanotto e che il magistrato «era stato invitato a raggiungerci la mattina stessa». Insomma, non è che vagasse per il centro di Roma senza la possibilità di avere del cibo. Da «Chinappi» a Porta Pia, Sarpietro sapeva benissimo che ci sarebbe dovuto andare già prima di interrogare, a Palazzo Chigi, il premier dimissionario Giuseppe Conte. Davanti alle telecamere delle Iene e alle domande incalzanti di Filippo Roma, entrato nel locale fintamente «chiuso» a pranzo del 28 gennaio, il sessantanovenne magistrato si era difeso con qualche imbarazzo, ammettendo subito che stava facendo una cosa vietata. Aveva tuttavia cercato di rifugiarsi dietro un paio di understatement: «Non ho violato la legge, semmai un regolamento» e «Abbiamo mangiato solo tre piattini freddi e bevuto un goccio di vino». In realtà è stato smentito dal ristoratore stesso, che ha parlato di tre pasti completi: antipasti di polpo; piatti pesce crudo con gamberi, scampi e palamida; spaghetti alle telline e una spigola al sale. Per un conto da 200 euro.Dopo la messa in onda del servizio, su Italia1, anziché starsene a Catania ad aspettare la sanzione pecuniaria per aver violato un Dpcm, il giudice ha risposto al Corriere e l'ha un po' sparata grossa. In sostanza, si è appellato allo «stato di necessità», perché l'albergo dove aveva dormito non era in grado di fornire il pranzo, a causa di una impellente opera di «sanificazione anti Covid». Lo stesso Sarpietro ammetteva che avrebbe fatto meglio ad accontentarsi di un pezzo di pizza al taglio. Ma dopo la soddisfazione di essere finito su tutti i telegiornali per aver interrogato Conte, poteva limitarsi a uno spuntino così dozzinale? Vero o falso che sia lo «stato di necessità» ad aver deviato il gup catanese da un trancio di margherita ai gamberi rossi, di sicuro non aveva letto l'email che il compagno di sua figlia, Simone Ancona, aveva scritto a Le Iene nel disperato tentativo di arginare la figuraccia stellare.«Buonasera. Mi chiamo Simone e mi pregio di essere il felice compagno della sig.na Sarpietro, figlia del dott. Sarpietro, ahimè protagonista del servizio del dott. Filippo Roma che andrà in onda nella serata odierna». Inizia così la missiva del giovane, che racconta di vivere a Roma con la figlia dell'alto magistrato e si assume la responsabilità di aver organizzato la fastosa colazione. «Intendevo regalare ad entrambi un momento di svago insieme dopo una giornata particolarmente impegnativa», scrive. Per questo, saputo dell'arrivo nella Capitale del «suocero», ha chiamato un amico che lavora con Stefano Chinappi, padrone del ristorante, e ha ottenuto di pranzare nel locale aperto solo per l'asporto, violando le regole della zona arancione. «Il pranzo da me offerto era innegabilmente clandestino, ma si è svolto in totale sicurezza», precisa Simone, il quale poi tenta di scagionare il magistrato. «Ritengo dunque inesatto ed estremamente arbitrario, se non addirittura malizioso, supporre che la richiesta di consumare all'interno del locale sia pervenuta dal dott. Sarpietro», scrive nella lettera, aggiungendo di non essere stato «particolarmente limpido nel delineare adeguatamente la situazione». In ogni caso, rivela che il padre della fidanzata era stato invitato «la mattina stessa». Non poteva certo immaginare, pur con tutta la sua buona volontà, che il giudice avrebbe poi tirato fuori la storia dello «stato di necessità», per definizione legato a eventi improvvisi. Storia che proprio non va d'accordo né con un pranzo organizzato almeno dalla vigilia, né con un invito ricevuto alcune ore prima. Varie testate, poi, hanno scritto che il lieto pranzetto sarebbe stato organizzato per scambiarsi una promessa di matrimonio. È lo stesso Simone a smentirlo, raccontando che, preoccupato per la vista del cameramen di Italia1, «ho consigliato di dire che si trattasse di una prova piatti per un pranzo di matrimonio, nell'ingenuo tentativo di limitare i danni e ridurre il suo imbarazzo». Inteso come imbarazzo di Sarpietro padre. Non sapeva ancora che il probabile suocero si mette in imbarazzo già da solo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-futuro-genero-sbugiarda-la-toga-vorace-2650613780.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="oggi-al-processo-per-la-gregoretti-di-maio-ritrova-salvini-da-alleato" data-post-id="2650613780" data-published-at="1613677859" data-use-pagination="False"> Oggi al processo per la Gregoretti Di Maio ritrova Salvini. Da alleato Strani scherzi fa il destino. S'erano salutati in cagnesco nell'agosto 2019, alla fine traumatica del governo gialloblù, promettendosi che insieme non avrebbero mai più preso nemmeno un caffè. Oggi il leader leghista Matteo Salvini e il ministro grillino degli Esteri Luigi Di Maio non soltanto si trovano di nuovo riuniti nella grande maggioranza che sorregge Mario Draghi, ma stamattina s'incontreranno anche di persona nell'aula bunker del Tribunale di Catania. In quella cupa aula blindata, da ottobre, si svolge l'udienza preliminare che deve decidere se rinviare a giudizio Salvini per il presunto sequestro dei 131 migranti che nel luglio 2019, quando era ministro degli Interni, furono trattenuti per quattro giorni a bordo della nave militare Gregoretti. E oggi Di Maio è uno dei testimoni di giornata, in quanto ex ministro dello Svipuppo economico del lavoro e delle politiche sociali nel governo che affrontava gli sbarchi nell'estate 2019, assieme al successore di Salvini al Viminale, Luciana Lamorgese. In quella stessa aula, lo scorso dicembre, il giudice Nunzio Sarpietro aveva già ascoltato come testi gli ex ministri grillini della Difesa, Elisabetta Trenta, e dei Trasporti, Danilo Toninelli, da cui aveva ottenuto un'imbarazzante sequela di 42 «non ricordo» o «fatico a ricordare», o «è passato troppo tempo». A fine gennaio, il magistrato aveva tenuto un'udienza in trasferta a Palazzo Chigi, dove aveva interrogato l'ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. All'uscita, irritualmente, Sarpietro aveva trasmesso alcuni significativi giudizi ai cronisti che l'accerchiavano. «Nella politica generale del governo», aveva spiegato il giudice, «quella della ricollocazione era una costante, un leitmotiv generale». Poi Sarpietro aveva voluto aggiungere una frase che era parsa particolarmente importante: «Le responsabilità politiche e penali vanno distinte». Giulia Bongiorno, avvocato di Salvini e valente penalista, ne aveva tratto l'impressione che il magistrato fosse incline a ritenere «insindacabile» la linea adottata nel 2019 sugli immigrati dal ministro leghista, proprio perché «politica», tanto più che quella stessa linea era pienamente condivisa dal resto del governo. La difesa di Salvini ha sempre sottolineato che i migranti erano rimasti a bordo pochi giorni, dal 27 al 31 luglio 2019, perché quello era stato «il tempo necessario per concordare con altri Paesi europei il loro trasferimento». Questo emerge con chiarezza dalle cronache di quei giorni. Il 30 luglio l'allora ministro della Giustizia, il grillino Alfonso Bonafede, aveva proclamato che «l'Europa deve farsi carico del problema Gregoretti». Il 31 luglio, giorno dell'autorizzazione allo sbarco perché il governo italiano aveva finalmente ricevuto dall'Europa l'assicurazione che i 131 immigrati sarebbero stati distribuiti tra Germania, Francia, Portogallo, Irlanda e Lussemburgo, Di Maio aveva dichiarato: «Per me l'Italia non può sopportare nuovi arrivi di migranti; quei migranti devono andare in Europa». E in più aveva anche aggiunto alcune parole a difesa dell'equipaggio della nave Gregoretti, chiedendo di non trattare «i nostri militari su quella nave come fossero pirati». Si vedrà quali saranno, oggi a Catania, le parole di Di Maio. Ieri Salvini, ironizzando sulle amnesie in aula di Toninelli, s'è augurato che il ministro degli Esteri «ricordi quel che successo, a differenza di qualcun altro». Il leader leghista ieri ha confermato comunque che oggi si presenterà in tribunale «con il sorriso e a testa alta, come sempre, per rispondere di un'accusa di sequestro di persona, fino a 15 anni di carcere la pena prevista, soltanto per aver difeso i confini, la sicurezza e la dignità dell'Italia».
Il ministro dal Consiglio Agrifish della Ue: «L’Italia non ha paura di affrontare fasi di dibattito e di dialogo anche rispetto a regolamenti che si sono dimostrati non capaci di garantire». Ha poi aggiunto: «Ci interessa il modello di informazione puntuale alle persone che acquistano e consumano».
Roberto Vannacci nella sede romana di Futuro Nazionale (Imagoeconomica)
Perché», risponde Vannacci, «non mi risulta sia capo di un partito politico. Oppure stiamo dicendo che Forza Italia è un partito eterodiretto dal potere dei soldi e dell’editoria? Non mi risulta che Marina Berlusconi faccia politica. Quindi perché dovrei rispondere a qualcuno che non fa politica?».
Vannacci è convinto, ed è difficile dargli torto, che il centrodestra, alle prossime politiche, avrà bisogno di lui, e quindi può permettersi di tutto e di più, anche di dettare condizioni: «Per l’alleanza», sottolinea il generale, «ci sono margini, purché si adeguino alle nostre linee rosse che sono quelle della destra, perché oggi probabilmente abbiamo una destra che fa più la sinistra, non alla moda. Questo probabilmente non piace ai cittadini, tant’è vero che in soli tre mesi Futuro nazionale sta riscuotendo successo per questo motivo. La sinistra non è alla moda, non piace. E quindi, che la destra ritorni a fare la destra. La destra ha perso la trebisonda, probabilmente. E quindi arriva Futuro nazionale che è una specie di sestante: fa il punto nave, ristabilisce la rotta giusta e andiamo avanti per la rotta giusta». Per Vannacci, in fin dei conti, la legge elettorale non è un grande problema: se il centrodestra avrà bisogno dei suoi voti e stringerà l’intesa elettorale, o dovrà assegnare a Futuro nazionale una parte di collegi sicuri, come accade per tutti i partiti, oppure, se la legge cambierà, avrà una quota di suoi rappresentanti nel listino bloccato del premio di maggioranza. Tiene però alle preferenze: «Noi ci preoccupiamo poco della legge elettorale», argomenta Vannacci, «perché qualsiasi essa sia noi ci adegueremo. Ci dispiace che le nostre proposte non siano state prese in considerazione e ci dispiace che la futura legge elettorale, se andrà per come è stata disegnata e progettata, continui a togliere la sovranità al popolo. Noi ci vogliamo battere per il ritorno delle preferenze, perché la democrazia è là dove il cittadino sceglie i propri rappresentanti. Oggi non siamo in questa situazione, oggi i rappresentanti vengono scelti dalle segreterie di partito, secondo delle logiche e delle dinamiche totalmente estranee a quelle democratiche».
Intanto, il suo partito continua a crescere sui territori. Ieri due consiglieri regionali lombardi, Luca Ferrazzi del gruppo misto e Pietro Macconi di Fratelli d’Italia, hanno aderito a Futuro nazionale. «Non ho nessuna valutazione da fare», commenta il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, «nel senso che è una scelta che hanno fatto due consiglieri, sono liberissimi di farla. Possono spostarsi dove vogliono. Personalmente ho sempre sostenuto che la Lega non abbia nulla in comune con Vannacci». Stessa scelta l’ha fatta la ex deputata leghista Francesca Martini, già Sottosegretaria alla Salute nel governo Berlusconi dal 2009 al 2011 e, prima ancora, assessore alla Sanità della Regione Veneto. La Martini è stata parlamentare del Carroccio per due legislature, e nel 2017 era stata tra i fondatori di Grande Nord.
L’unico a tenere ancora chiuse le porte del centrodestra a Futuro nazionale è Maurizio Lupi: «Ho un grande rispetto per tutti coloro che si mettono a fare politica», sottolinea il leader di Noi moderati, «che iniziano anche una proposta politica e un percorso. Detto questo, Vannacci nulla ha a che fare con la storia del centrodestra, nulla ha a che fare con la proposta di governo del futuro del nostro Paese». Questa ce la segniamo…
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Olimpia Tarzia (Imagoeconomica)
di Olimpia Tarzia, Responsabile del Dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia
Il 27 novembre 2020 il presidente Berlusconi mi nominò responsabile nazionale del Dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia. Accolsi la proposta, accettando, per la prima volta - in 20 anni di vita politica e istituzionale vissuta, nelle tre legislature alla Regione Lazio, come indipendente nell’area del centrodestra - di aderire a un partito, proprio a motivo delle sue posizioni sul tema della vita, considerando che, pur nelle variegate sfumature delle singole posizioni sui temi etici presenti in Fi, affidarmi un tale Dipartimento esprimeva una precisa volontà politica del presidente di rafforzare una visione antropologica basata su principi e valori cristiani.
Queste le sue parole nel motivare l’incarico affidatomi: «Un affettuoso benvenuto ad Olimpia Tarzia, che ha scelto di far parte di Forza Italia. La sua decisione ha un grande significato: Olimpia in questi anni è stata ed è una degli esponenti più qualificati e più rappresentativi dell’associazionismo e del volontariato cattolico. Le sue competenze e il suo impegno nel delicatissimo settore della bioetica, l’esperienza del Movimento per la vita di cui è cofondatrice, le tante battaglie per la vita e per la famiglia delle quali è stata protagonista, ne fanno un punto di riferimento per tutti coloro che credono nei valori di un autentico umanesimo cristiano. Sono valori che Forza Italia considera parte integrante della sua visione dell’uomo e della società, e per i quali ci siamo battuti e ci batteremo, pur nel rispetto della libertà di coscienza di ciascuno, in ogni occasione parlamentare e politica. La presenza di Olimpia ci darà più forza in queste battaglie di civiltà. Con lei ci rivolgeremo ai tanti elettori cattolici disorientati e delusi dalla politica e dai politici che li hanno rappresentati in Parlamento».
A settembre 2022 Berlusconi rilasciò una lunga intervista ad Avvenire, in cui affermava: «Noi su temi come unioni civili e biotestamento abbiamo sempre votato contro».
Sui temi eticamente sensibili, in questi anni, fino a pochi mesi fa, ho potuto liberamente condurre il Dipartimento su tale strada. Da quando è iniziato il dibattito sul ddl Fine vita, in diverse occasioni, in colloqui singoli all’interno del partito, ma anche pubblicamente, ho manifestato la mia contrarietà a una legge che normasse il suicidio assistito, sottolineando la rilevanza etica e antropologica di una tale disciplina giuridica, nella ferma convinzione che una legge ad hoc non serva e che le direttive della Consulta non necessitino di una legge che le recepisca, in quanto la Consulta ha già di fatto eliminato, alle condizioni indicate, il presidio della sanzione penale all’aiuto al suicidio che è stato posto dall’articolo 580 del Codice penale.
Su questo tema sono intervenuta più volte, fin dal 2021, con significativi risultati di coinvolgimento e sensibilizzazione attraverso molteplici iniziative rivolte particolarmente al mondo cattolico, sia con interventi sui media, sia organizzando convegni e incontri, ribadendo tale linea e sostenendo la necessità di un rafforzamento delle cure palliative in termini di allocazione di fondi e di realizzazione di strutture ad hoc. Come è chiaramente scritto nell’Evangelium vitae (n. 66): «Condividere l’intenzione suicida di un altro e aiutarlo a realizzarla mediante il cosiddetto “suicidio assistito” significa farsi collaboratori, e qualche volta attori in prima persona, di un’ingiustizia che non può mai essere giustificata, neppure quando fosse richiesta».
È per questo motivo che le recenti prese di posizione del partito sul fine vita, che, non tenendo in considerazione le mie forti perplessità, hanno portato alla scelta di portare avanti un disegno di legge sul suicidio assistito, mi costringono a constatare che sono venuti a mancare i presupposti per mantenere, in tale contesto, il mio incarico come responsabile nazionale del Dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia.
Nella mia storia di vita personale, associativa e politica, ho sempre considerato la libertà interiore, la coerenza delle scelte e la fedeltà ai principi in cui si crede un punto fermo, anche a costo di sacrifici personali: non intendo ora rendermi corresponsabile di una legge, foriera di inevitabili pericolose implicazioni e conseguenze, che di fatto sancisce, anche se surrettiziamente, il «diritto al suicidio», una legge che vedrebbe lo Stato, anziché garantire e tutelare il diritto alla vita, specialmente dei più vulnerabili, assicurare la morte, mettendo a disposizione risorse economiche e strutture adeguate a rendere fruibile quell’atto, anche magari tramite il Servizio sanitario nazionale.
Con questa mia decisione non ho alcuna intenzione di colpevolizzare chi sta impegnandosi per trovare le migliori soluzioni possibili a una questione estremamente delicata e complessa, ma non posso condividere l’idea di considerare questa proposta di legge come una scelta obbligata al fine di perseguire una «riduzione del danno» perché il «male minore», come ci insegna la dottrina cattolica, si può tollerare, se inevitabilmente costretti (e non è questo il caso), ma non può mai essere una scelta.
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Stefano Zenni, musicologo jazz, ricorda Sonny Rollins, leggendario sassofonista scomparso a 95 anni e a poche ore dal centenario di Miles Davis. La sua inesauribile fantasia, unita a generose dosi di ironia, lo ha reso un colosso assoluto dell’arte dell’improvvisazione.