
Il maggiore dei carabinieri Gianpaolo Scafarto non ha dirottato l'inchiesta, ma all'epoca il Bullo scatenò i suoi contro «l'intrigo eversivo» dicendo: «Aspetto la sentenza». Che ora l'ha sbugiardato.«I giudici hanno ristabilito la verità», dice il maggiore Gianpaolo Scafarto, autore dell'informativa su Consip che cominciava a fare luce sugli intrecci tra babbo Tiziano Renzi e buona parte del Giglio magico, mentre tira un sospiro di sollievo dopo due mesi di sospensione dal servizio. I giudici del Tribunale del Riesame, annullando l'ordinanza d'interdizione, hanno stabilito che su babbo Renzi si è trattato al più di qualche «errore involontario». E il complotto denunciato da Renzi junior in tv, nel suo libro e sostenuto dal battage dai pasdaran del Pd? Il maggiore mantiene l'aplomb da militare e, dopo mesi di silenzio, afferma: «Qualcuno diceva di volere tutta la verità. Anch'io lo voglio». E ora una prima verità giudiziaria c'è e smonta le accuse della Procura di Roma e anche le tesi di chi ha provato a fermare l'inchiesta sul Giglio magico.Le imputazioni messe nero su bianco dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal pm Mario Palazzi esprimevano la convinzione che la finalità dell'ufficiale del Noe fosse quella di dimostrare il coinvolgimento di babbo Renzi e l'interesse di Matteo a interferire nelle indagini. Per farlo, secondo la costruzione dell'accusa, aveva taroccato l'informativa consegnata prima al pm Henry John Woodcock e poi ai magistrati romani, soprattutto in due passaggi: un'intercettazione nella quale a parlare era Italo Bocchino e non Alfredo Romeo (aspetto che non cambiava la ricostruzione dei fatti) e l'ipotizzato coinvolgimento dei servizi segreti. Ma siccome, stando ai giudici del Riesame, babbo Renzi era già ben coinvolto nell'inchiesta, il maggiore, all'epoca capitano, non avrebbe avuto alcun interesse a forzare l'informativa. Anzi. Stando alla descrizione che di Scafarto fanno i giudici, ci si trovava di fronte a un investigatore «scrupoloso». E se ne sono convinti quando in una delle tante intercettazioni trascritte è saltato fuori un interlocutore di Luigi Marroni, ex amministratore delegato di Consip, dal nome che suonava molto simile a quello di Marco Carrai. E Carrai è un amico stretto di Renzi, il cui filo diretto con l'ad di Consip risultava se non ingiustificato, quanto meno sospetto. A quel punto un complottista avrebbe fatto bingo. E invece Scafarto invita il suo sottoposto, maresciallo Giuseppe Chiaravalle, a ricontrollare. E si scopre che invece di Carrai quel nome farfugliato da Marroni corrisponde a Marco Canale, presidente della Manutencoop, «circostanza», sottolineano i giudici, «che è stata successivamente anche accertata». Il complotto, quindi, era solo il frutto della fantasia di Matteo Renzi che, dall'inizio della scorsa estate, per cercare di rifilare il suo libro e le sue balle, è andato in giro per l'Italia a raccontare questa favola. La tesi del Bullo, come sottolineato più volte dal direttore Maurizio Belpietro, era semplice: il maggiore falsifica, la Procura indaga e l'allora presidente del Consiglio cade. Insomma, dietro l'errore si sarebbe nascosto il complottone per mandarlo a casa. «Peccato che», sottolineava Belpietro, «come quasi sempre quando c'è di mezzo Matteo Renzi, lo storytelling finisca alla svelta per trasformarsi in uno storyballing». E la richiesta di «Ve-rit-tà» scandita due volte dal bullo in ogni occasione è arrivata martedì dai giudici romani. Niente falsificazioni né complotti. Solo piccoli errori giustificabili, secondo i giudici. Cose che accadono ogni qual volta viene scritta un'informativa. Un limite umano, insomma. Altro che i «contorni inquietanti, con presunti interventi dei servizi segreti» inventati da Renzi e propagandati nel suo libro, e gli «intrighi» sostenuti di volta in volta in primis su Democratica, la Pravda del Pd che ha sostituito l'Unità, poi da Dario Franceschini, Luigi Zanda, Riccardo Nencini, Piero Fassino, Luciano Violante, Debora Serracchiani e da tanti altri pasdaran dell'ex premier, compreso Paolo Gentiloni (anche se i suoi furono commenti più morbidi). La storia non era «torbida», come invece affermava Matteo che, mostrando il petto, era arrivato a sostenere: «Io mi limito a osservare, registrare tutto quello che sta accadendo, che è impressionante, e attendere che una sentenza certifichi la verità». È arrivata. E sulla tesi del complotto la verità gela Renzi. La Procura, ieri, ha fatto sapere che impugnerà la decisione in Cassazione. Ma se anche la Cassazione dovesse dire che in punta di diritto il Riesame ha fatto tutto per bene, allora si formerà il giudicato cautelare e la Procura in virtù della legge Pecorella dovrà archiviare definitivamente le accuse al maggiore Scafarto. L'indagine sulle fughe di notizie che hanno favorito il Giglio magico, invece, continua. Potrebbe essere questione di ore e Luca Lotti si troverà faccia a faccia con il suo accusatore Luigi Marroni, che lo ha indicato tra i responsabili della soffiata sulle indagini che ha reso inutili le intercettazioni. Ma pare che la Procura voglia disporre confronti all'americana anche con il numero uno di Publiacqua Filippo Vanoni, con il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia (messo a confronto ieri proprio con Marroni per un'ora) e con l'allora presidente di Consip, Luigi Ferrara. Una storia ancora da scrivere.
Ranieri Guerra (Imagoeconomica). Nel riquadro, Cristiana Salvi
Nelle carte di Zambon alla Procura gli scambi di opinioni tra i funzionari Cristiana Salvi e Ranieri Guerra: «Mitighiamo le critiche, Roma deve rifinanziare il nostro centro a Venezia e non vogliamo contrattacchi».
Un rapporto tecnico, destinato a spiegare al mondo come l’Italia aveva reagito alla pandemia da Covid 19, si è trasformato in un dossier da riscrivere per «mitigare le parti più problematiche». Le correzioni da apportare misurano la distanza tra ciò che l’Organizzazione mondiale della sanità dovrebbe essere e ciò che era diventata: un organismo che, di fronte a una crisi globale, ha scelto la prudenza diplomatica invece della verità. A leggere i documenti depositati alla Procura di Bergamo da Francesco Zambon, funzionario senior per le emergenze sanitarie dell’Ufficio regionale per l’Europa dell’Oms, il confine tra verità scientifica e volontà politica è stato superato.
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L’annuncio per un’abitazione a Roma. La padrona di casa: «Non dovete polemizzare».
La teoria di origine statunitense della «discriminazione positiva» ha almeno questo di buono: è chiara e limpida nei suoi intenti non egualitari, un po’ come le quote rosa o il bagno (solo) per trans. Ma se non si fa attenzione, ci vuole un attimo affinché la presunta e buonista «inclusione» si trasformi in una clava che esclude e mortifica qualcuno di «meno gradito».
Su Facebook, la piattaforma di Mark Zuckerberg che ha fatto dell’inclusività uno dei principali «valori della community», è appena apparso un post che rappresenta al meglio l’ipocrisia in salsa arcobaleno.
In Svizzera vengono tolti i «pissoir». L’obiettivo dei progressisti è quello di creare dei bagni gender free nelle scuole pubbliche. Nella provincia autonoma di Bolzano, pubblicato un vademecum inclusivo: non si potrà più dire cuoco, ma solamente chef.
La mozione non poteva che arrivare dai Verdi, sempre meno occupati a difendere l’ambiente (e quest’ultimo ringrazia) e sempre più impegnati in battaglie superflue. Sono stati loro a proporre al comune svizzero di Burgdorf, nel Canton Berna, di eliminare gli orinatoi dalle scuole. Per questioni igieniche, ovviamente, anche se i bidelli hanno spiegato che questo tipo di servizi richiede minor manutenzione e lavoro di pulizia. Ma anche perché giudicati troppo «maschilisti». Quella porcellana appesa al muro, con quei ragazzi a gambe aperte per i propri bisogni, faceva davvero rabbrividire la sinistra svizzera. Secondo la rappresentante dei Verdi, Vicky Müller, i bagni senza orinatoi sarebbero più puliti, anche se un’indagine (sì il Comune svizzero ha fatto anche questo) diceva il contrario.
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L’episodio è avvenuto a Lucca: la donna alla guida del bus è stata malmenata da baby ubriachi: «Temo la vendetta di quelle belve».
Città sempre più in balia delle bande di stranieri. È la cronaca delle ultime ore a confermare quello che ormai è sotto gli occhi di tutti: non sono solamente le grandi metropoli a dover fare i conti con l’ondata di insicurezza provocata da maranza e soci. Il terrore causato dalle bande di giovanissimi delinquenti di origine straniera ormai è di casa anche nei centri medio-piccoli.
Quanto accaduto a Lucca ne è un esempio: due minorenni di origine straniera hanno aggredito la conducente di un autobus di linea di Autolinee toscane. I due malviventi sono sì naturalizzati italiani ma in passato erano già diventati tristemente noti per essere stati fermati come autori di un accoltellamento sempre nella città toscana. Mica male come spottone per la politica di accoglienza sfrenata propagandata a destra e a manca da certa sinistra.






