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2019-03-30
Il Colle dà il via libera alla commissione banche ma pianta i suoi paletti
Ansa
I lettori più attenti immaginano facilmente cosa possa essere accaduto quando i tre giornaloni mainstream escono nello stesso giorno con tre titoli fotocopia, in una sorta di parto trigemellare: escludendo l'ipotesi della telepatia tra direttori e caporedattori delle diverse testate, c'è da immaginare che voci e veline abbiano incoraggiato e indirizzato il coretto mediatico.
E così dev'essere successo ieri mattina. Corriere della Sera: «Banche, i timori del Quirinale. Sergio Mattarella, perplesso sui poteri della commissione d'inchiesta, chiama i presidenti delle Camere. Ignazio Visco sale al Colle: Bankitalia indipendente». La Stampa: «Commissione banche, l'allarme del Quirinale: rischi per il sistema. I rilievi del Colle sulla legge istitutiva: troppi poteri». Repubblica: «L'alt di Mattarella. Forti dubbi del Colle sulla legge che istituisce la commissione».
E, a corredo dei titoloni, articoli e approfondimenti perfettamente sincronizzati gli uni con gli altri (un'altra coincidenza?). Federico Fubini sul Corrierone: «Il capo dello Stato non è contrario alla commissione, ma trova strano che il suo mandato sia così ampio. […] Il Quirinale vuole evitare che una commissione con un mandato così vasto si trasformi in un sistema di pressione su Via Nazionale». Retroscena di Repubblica: «Il presidente Mattarella non ha ancora deciso se firmare la legge. Il Quirinale è perplesso. […] Vuole che la Banca d'Italia sia messa a riparo da ogni governo». Stessa musica nel retroscena della Stampa, che, con ammirevole senso dell'umorismo, spiega che «lassù», cioè al Quirinale, «le bocche sono particolarmente cucite». Sarà: forse - sorridiamo anche noi - si faranno capire a gesti. E infatti ecco la stessa indicazione: «La legge conferisce poteri estesi e fa temere conflitti tra organi dello Stato. Mattarella non avrebbe ricevuto garanzie».
Sono bastate poche ore (metà mattina di ieri) e si è materializzato ciò che quei titoli avevano fatto presagire. Mattarella ha sì promulgato la legge istitutiva della commissione, ma ha accompagnato la firma con una lettera di precisazioni. Il solito coretto mediatico (stavolta sulle edizioni online dei giornaloni) ha subito rispolverato un grande classico: i «paletti» del Colle. In sostanza, Mattarella ha scritto ai presidenti delle Camere ai quali ha chiesto di vigilare sul fatto che l'organismo non sconfini.
E cos'ha messo nero su bianco Mattarella? «Non è in discussione il potere del Parlamento di istituire commissioni d'inchiesta, ma non può tuttavia passare inosservato che […] questa volta viene, tra l'altro, previsto che la commissione possa analizzare la gestione degli enti creditizi e delle imprese di investimento. Queste indicazioni, così ampie e generali, non devono poter sfociare in un controllo dell'attività creditizia». E ancora: «L'eventualità che soggetti, partecipi dell'alta funzione parlamentare ma pur sempre portatori di interessi politici, possano, anche involontariamente, condizionare, direttamente o indirettamente, le banche […] si colloca decisamente al di fuori dei criteri che ispirano le norme della Costituzione». E a seguire ampi passaggi per fare scudo a Banca d'Italia, Consob, Ivass, Covip, Bce: «Occorre evitare il rischio che il ruolo della commissione finisca con il sovrapporsi - quasi che si trattasse di un organismo ad esse sopra ordinato - all'esercizio dei compiti» propri di questi organi. «Ciò urterebbe con il loro carattere di autorità indipendenti, sancito da norme dell'ordinamento italiano e da disposizioni dell'Unione Europea, vincolanti sulla base dei relativi trattati».
Ma cos'è davvero in gioco? Perché alle mosse del Colle ha fatto seguito tanto zelo mediatico, con relativi lamenti da parte di molte opposizioni, pronte a partecipare al lutto e a snocciolare citazioni dello statuto di Bankitalia e altri articoli di vari catechismi? Ci sono almeno cinque punti da tenere d'occhio.
1 Il recente clamoroso pronunciamento della Corte di giustizia Ue, che ha accolto il ricorso contro la decisione della Commissione di Bruxelles che considerò «aiuto di Stato» l'intervento del Fondo interbancario per il salvataggio di Tercas nel 2014, ha cambiato tutto. Prima o poi, si porrà il tema di chi abbia ceduto ai diktat dell'Ue sul successivo caso delle quattro banche, innescando una sorta di assurdo bail in anticipato, che si trasformò in un bagno di sangue per gli sbancati. Perfidamente, la commissaria Ue Margrethe Vestager insiste a dire che, alla fine della fiera, a decidere fu proprio Bankitalia. È ipotizzabile che a Via Nazionale qualcuno tema che la commissione d'inchiesta possa approfondire cosa accadde? È realistico pensarlo.
2 È vero che la Banca d'Italia è un'istituzione indipendente, e tale deve rimanere. Ma non esiste un solo dizionario nel quale «indipendenza» sia tradotto con «irresponsabilità». È possibile discutere politicamente di come una funzione sia stata esercitata? Oppure siamo dinanzi a un tabù, a un articolo di fede, a una funzione «sacerdotale»?
3 Qualcuno, nella futura commissione d'inchiesta, potrebbe aver voglia di ricordare che la Banca d'Italia cantò per anni la canzone della «solidità del nostro sistema bancario», negando problemi e fragilità. La stessa sottovalutazione che ci fu, colpevolmente, anche rispetto al modo in cui si andavano costruendo segmenti di unione bancaria, da parte di un'Ue protesa a tutelare le banche francesi e tedesche e invece severissima verso quelle italiane.
4 Si può dire che, accanto alla Consob, anche Via Nazionale ha clamorosamente fallito la sua missione di vigilanza? Negli ultimi quattro anni ci sono state più di una dozzina di crisi bancarie che hanno comportato l'azzeramento totale del capitale. Si potrà mettere in discussione il buon operato di chi era chiamato a vigilare?
5 Inutile girarci intorno: al cuore del problema c'è la questione di chi presiederà la commissione d'inchiesta. È immaginabile che Colle e Via Nazionale vogliano un nome «gradito». Sarebbe bene che i grandi media raccontassero questo fatto senza troppe perifrasi e cortine fumogene.
Grazie al Qe, l’utile di Via Nazionale sale a 6,2 miliardi
Nel 2018 la Banca d'Italia ha chiuso i conti con un utile netto in forte crescita a 6,24 miliardi di euro contro i 3,9 del 2017 (l'aumento è di 2,344 miliardi rispetto al 2017).
L'utile lordo, ha spiegato ieri il governatore Ignazio Visco all'assemblea dei partecipanti, è cresciuto a 8,9 miliardi «per il miglioramento del margine di interesse che ha beneficiato dell'aumento degli interessi sui titoli di Stato acquistati per finalità di politica monetaria e del calo degli interessi negativi sul rifinanziamento».
Detto in parole povere il quantitative easing voluto dal presidente della Bce Mario Draghi è stato un grande affare per le casse di Via Nazionale. L'istituito con sede a Francoforte nello scorso anno ha continuato a comprare titoli di Stato facendo molto bene ai conti della nostra Banca centrale. Così l'utile è salito, e non poco, visto che gli attivi riconducibili a operazioni di politica monetaria rappresentano due terzi del totale di bilancio.
Gli utili dell'istituto guidato da Visco andranno principalmente a due tipi di realtà: per la maggior parte al Tesoro, che incasserà un assegno di 5,71 miliardi (il 91,5% del totale). Il resto andrà in parte alle società che hanno una partecipazione nel capitale di Bankitalia: banche, casse di previdenza e assicurazioni. I partecipanti al capitale riceveranno dividendi per 227 milioni di euro. Complessivamente i dividendi assegnati sono stabili a 340 milioni ma, tenuto conto che le quote superiori al 3% non godono di diritti economici, 113 milioni sono stati assegnati alla riserva ordinaria.
Dal bilancio di Via Nazionale emerge anche che a fine 2018 Bankitalia deteneva titoli di Stato per 320 miliardi mentre il valore delle riserve auree si è attestato a 88 miliardi, 3 in più rispetto al 2017. I partecipanti al capitale di Bankitalia non hanno alcun diritto sulle riserve auree e valutarie della Banca d'Italia, la cui detenzione e gestione costituisce uno dei compiti fondamentali assegnati alle Banche centrali dal trattato sul funzionamento dell'Ue.
Il 2018 è stato anche l'anno in cui sono state tagliate alcune uscite. Via Nazionale ha diminuito del 2,5% i costi operativi «soprattutto per le minori indennità di fine rapporto erogate nell'anno e alla diminuzione degli accantonamenti legati all'uscita dei dipendenti», ha detto ieri Visco, secondo cui le spese per il personale in servizio e in quiescenza si sono ridotte di 54 milioni rispetto al 2017. Alla fine del 2018 il numero dei dipendenti era inferiore alle 6.700 unità, 1.000 in meno rispetto a dieci anni fa.
Il capitale di Banca d'Italia in mano agli istituti di credito è sceso nel corso del 2018 da 195.360 a 187.920 quote. Al contrario sono salite le azioni in mano alle fondazioni bancarie e agli enti di previdenza. Il 62,64% del capitale è detenuto dalle banche, il 7,5% da assicurazioni, il 20,99% da enti e istituti di previdenza, il 3,29% da fondi pensione e il 5,58% da fondazioni bancarie.
Visco ieri ha però voluto ricordare l'indipendenza dell'istituto che guida rispetto alla Bce. «In base ai trattati sottoscritti dall'Italia e dagli altri Stati membri dell'Ue, i componenti» di Bankitalia, ha detto, «non possono sollecitare o accettare istruzioni né da organismi pubblici, nazionali o europei, né da soggetti privati», ha concluso.
Battaglia su Paragone presidente
Il Quirinale ha promulgato ieri la legge che istituisce la commissione parlamentare d'inchiesta sulle banche. Quanto all'iter che porterà all'apertura dei lavori della nuova commissione, lunedì il provvedimento sarà pubblicato in Gazzetta ufficiale, ma bisognerà attendere i 15 giorni di vacatio legis affinché entri in vigore. In quel lasso di tempo le due Camere chiederanno ai gruppi parlamentari di designare i 20 senatori e i 20 deputati che ne faranno parte, e solo quando ci sarà l'elenco definitivo si potrà fissare la seduta di istituzione. I componenti non potranno aver avuto precedenti incarichi con gli enti creditizi e le imprese di investimento oggetto dell'inchiesta e saranno vincolati al segreto.
Il candidato del M5s alla guida della commissione è Gianluigi Paragone, ma su questo nome non sono pochi i veti, a partire da quello della Lega, che teme che quest'organo possa essere usato come una clava su Bankitalia. Rumor parlano del disappunto anche del premier Giuseppe Conte. Nella scorsa legislatura, dicono alla Verità fonti del Pd, il duo Matteo Renzi-Matteo Orfini «voleva usare la commissione banche come eventuale manganello elettorale». Ricordiamo che nella scorsa legislatura alla fine fu nominato presidente Pier Ferdinando Casini. A proposito dei compiti, la commissione potrà analizzare i profili di gestione degli enti creditizi, le condizioni per l'istituzione di una Procura nazionale per i reati bancari, la normativa in materia di conflitto d'interesse delle autorità di vigilanza, il recepimento e l'applicazione agli istituti di credito cooperativo della disciplina europea in materia di vigilanza e requisiti prudenziali.
Ma non è finita qui. La commissione dovrà anche occuparsi delle agenzie di rating, dei sistemi di informazione creditizia, dell'utilizzo degli strumenti derivati da parte degli enti pubblici, il debito pubblico, le fondazioni bancarie e le norme sulla tutela del risparmio. A essa non potrà essere opposto il segreto d'ufficio né il segreto professionale o quello bancario. La commissione dovrà presentare ogni anno una relazione sui risultati dell'inchiesta ed eventuali proposte di modifica delle materie oggetto di essa. Il presidente della commissione trasmetterà alle Camere, dopo sei mesi dalla costituzione della commissione stessa, una relazione sullo stato dei lavori.
Ieri non sono mancate le reazioni, soprattutto dopo la lettera di Mattarella. «Questo governo vuole usare la commissione come una clava contro le banche», ha detto la capogruppo di Forza Italia Mariastella Gelmini. Soddisfatto, invece, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Stefano Buffagni (M5S): «Vogliamo andare fino in fondo per fare ordine e pulizia nel rispetto degli impegni presi con i cittadini».
La storia delle commissioni d'inchiesta è controversa. C'è chi le ama e chi le odia, ce ne sono alcune, come quella Antimafia (nata negli anni Sessanta) e quella sui traffici illeciti di rifiuti (nata negli anni Novanta), che vengono sempre ricostituite e durano l'intera legislatura. Altre, come quella sulle stragi, che è stata costituita negli anni ottanta e poi di nuovo nella scorsa legislatura, che sono scomparse. «Una commissione può durare c50 anni o solo uno, ma non è da questo che dipende la sua efficacia», spiega una fonte parlamentare riservata della Verità. «Ad esempio nella scorsa legislatura è stata istituita per la terza volta la commissione sull'uranio impoverito nella armi dei militari, che ha portato a scoperte importanti». Allora cosa non va in questi organismi? «Credo sia bene ricordare che le commissioni d'inchiesta, regolate dall'articolo 82 della Costituzione, non hanno solo gli stessi poteri dell'autorità giudiziaria, ma anche gli stessi limiti».
Dunque, «più l'oggetto dell'inchiesta è ampio e generico, più è facile che l'organismo faccia flop». Tra le commissioni famose ricordiamo quella sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin e quella sul caso Moro. Come riporta Openpolis, nella precedente legislatura sono state create 15 commissioni d'inchiesta, ma non tutte sono state costituite, come è successo a quella sulla ricostruzione dell'Aquila.
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Lettera del Quirinale per fare scudo a Bankitalia e Consob, che devono rispondere a numerose domande su bail in e fallimenti a ripetizione.Il bilancio 2018 ha chiuso in positivo: il Tesoro riceverà un dividendo di 5,7 miliardi. I costi operativi sono scesi del 2,5%.La Lega non ha ancora dato l'ok a Gianluigi Paragone come presidente della nuova commissione. Pure Giuseppe Conte sarebbe contrario. Lunedì il provvedimento sarà in «Gazzetta ufficiale» e diventerà legge in 15 giorni.Lo speciale contiene tre articoli.I lettori più attenti immaginano facilmente cosa possa essere accaduto quando i tre giornaloni mainstream escono nello stesso giorno con tre titoli fotocopia, in una sorta di parto trigemellare: escludendo l'ipotesi della telepatia tra direttori e caporedattori delle diverse testate, c'è da immaginare che voci e veline abbiano incoraggiato e indirizzato il coretto mediatico. E così dev'essere successo ieri mattina. Corriere della Sera: «Banche, i timori del Quirinale. Sergio Mattarella, perplesso sui poteri della commissione d'inchiesta, chiama i presidenti delle Camere. Ignazio Visco sale al Colle: Bankitalia indipendente». La Stampa: «Commissione banche, l'allarme del Quirinale: rischi per il sistema. I rilievi del Colle sulla legge istitutiva: troppi poteri». Repubblica: «L'alt di Mattarella. Forti dubbi del Colle sulla legge che istituisce la commissione».E, a corredo dei titoloni, articoli e approfondimenti perfettamente sincronizzati gli uni con gli altri (un'altra coincidenza?). Federico Fubini sul Corrierone: «Il capo dello Stato non è contrario alla commissione, ma trova strano che il suo mandato sia così ampio. […] Il Quirinale vuole evitare che una commissione con un mandato così vasto si trasformi in un sistema di pressione su Via Nazionale». Retroscena di Repubblica: «Il presidente Mattarella non ha ancora deciso se firmare la legge. Il Quirinale è perplesso. […] Vuole che la Banca d'Italia sia messa a riparo da ogni governo». Stessa musica nel retroscena della Stampa, che, con ammirevole senso dell'umorismo, spiega che «lassù», cioè al Quirinale, «le bocche sono particolarmente cucite». Sarà: forse - sorridiamo anche noi - si faranno capire a gesti. E infatti ecco la stessa indicazione: «La legge conferisce poteri estesi e fa temere conflitti tra organi dello Stato. Mattarella non avrebbe ricevuto garanzie».Sono bastate poche ore (metà mattina di ieri) e si è materializzato ciò che quei titoli avevano fatto presagire. Mattarella ha sì promulgato la legge istitutiva della commissione, ma ha accompagnato la firma con una lettera di precisazioni. Il solito coretto mediatico (stavolta sulle edizioni online dei giornaloni) ha subito rispolverato un grande classico: i «paletti» del Colle. In sostanza, Mattarella ha scritto ai presidenti delle Camere ai quali ha chiesto di vigilare sul fatto che l'organismo non sconfini. E cos'ha messo nero su bianco Mattarella? «Non è in discussione il potere del Parlamento di istituire commissioni d'inchiesta, ma non può tuttavia passare inosservato che […] questa volta viene, tra l'altro, previsto che la commissione possa analizzare la gestione degli enti creditizi e delle imprese di investimento. Queste indicazioni, così ampie e generali, non devono poter sfociare in un controllo dell'attività creditizia». E ancora: «L'eventualità che soggetti, partecipi dell'alta funzione parlamentare ma pur sempre portatori di interessi politici, possano, anche involontariamente, condizionare, direttamente o indirettamente, le banche […] si colloca decisamente al di fuori dei criteri che ispirano le norme della Costituzione». E a seguire ampi passaggi per fare scudo a Banca d'Italia, Consob, Ivass, Covip, Bce: «Occorre evitare il rischio che il ruolo della commissione finisca con il sovrapporsi - quasi che si trattasse di un organismo ad esse sopra ordinato - all'esercizio dei compiti» propri di questi organi. «Ciò urterebbe con il loro carattere di autorità indipendenti, sancito da norme dell'ordinamento italiano e da disposizioni dell'Unione Europea, vincolanti sulla base dei relativi trattati».Ma cos'è davvero in gioco? Perché alle mosse del Colle ha fatto seguito tanto zelo mediatico, con relativi lamenti da parte di molte opposizioni, pronte a partecipare al lutto e a snocciolare citazioni dello statuto di Bankitalia e altri articoli di vari catechismi? Ci sono almeno cinque punti da tenere d'occhio. 1 Il recente clamoroso pronunciamento della Corte di giustizia Ue, che ha accolto il ricorso contro la decisione della Commissione di Bruxelles che considerò «aiuto di Stato» l'intervento del Fondo interbancario per il salvataggio di Tercas nel 2014, ha cambiato tutto. Prima o poi, si porrà il tema di chi abbia ceduto ai diktat dell'Ue sul successivo caso delle quattro banche, innescando una sorta di assurdo bail in anticipato, che si trasformò in un bagno di sangue per gli sbancati. Perfidamente, la commissaria Ue Margrethe Vestager insiste a dire che, alla fine della fiera, a decidere fu proprio Bankitalia. È ipotizzabile che a Via Nazionale qualcuno tema che la commissione d'inchiesta possa approfondire cosa accadde? È realistico pensarlo.2 È vero che la Banca d'Italia è un'istituzione indipendente, e tale deve rimanere. Ma non esiste un solo dizionario nel quale «indipendenza» sia tradotto con «irresponsabilità». È possibile discutere politicamente di come una funzione sia stata esercitata? Oppure siamo dinanzi a un tabù, a un articolo di fede, a una funzione «sacerdotale»? 3 Qualcuno, nella futura commissione d'inchiesta, potrebbe aver voglia di ricordare che la Banca d'Italia cantò per anni la canzone della «solidità del nostro sistema bancario», negando problemi e fragilità. La stessa sottovalutazione che ci fu, colpevolmente, anche rispetto al modo in cui si andavano costruendo segmenti di unione bancaria, da parte di un'Ue protesa a tutelare le banche francesi e tedesche e invece severissima verso quelle italiane. 4 Si può dire che, accanto alla Consob, anche Via Nazionale ha clamorosamente fallito la sua missione di vigilanza? Negli ultimi quattro anni ci sono state più di una dozzina di crisi bancarie che hanno comportato l'azzeramento totale del capitale. Si potrà mettere in discussione il buon operato di chi era chiamato a vigilare? 5 Inutile girarci intorno: al cuore del problema c'è la questione di chi presiederà la commissione d'inchiesta. È immaginabile che Colle e Via Nazionale vogliano un nome «gradito». Sarebbe bene che i grandi media raccontassero questo fatto senza troppe perifrasi e cortine fumogene. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-colle-da-il-via-libera-alla-commissione-banche-ma-pianta-i-suoi-paletti-2633174066.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="grazie-al-qe-lutile-di-via-nazionale-sale-a-62-miliardi" data-post-id="2633174066" data-published-at="1773574294" data-use-pagination="False"> Grazie al Qe, l’utile di Via Nazionale sale a 6,2 miliardi Nel 2018 la Banca d'Italia ha chiuso i conti con un utile netto in forte crescita a 6,24 miliardi di euro contro i 3,9 del 2017 (l'aumento è di 2,344 miliardi rispetto al 2017). L'utile lordo, ha spiegato ieri il governatore Ignazio Visco all'assemblea dei partecipanti, è cresciuto a 8,9 miliardi «per il miglioramento del margine di interesse che ha beneficiato dell'aumento degli interessi sui titoli di Stato acquistati per finalità di politica monetaria e del calo degli interessi negativi sul rifinanziamento». Detto in parole povere il quantitative easing voluto dal presidente della Bce Mario Draghi è stato un grande affare per le casse di Via Nazionale. L'istituito con sede a Francoforte nello scorso anno ha continuato a comprare titoli di Stato facendo molto bene ai conti della nostra Banca centrale. Così l'utile è salito, e non poco, visto che gli attivi riconducibili a operazioni di politica monetaria rappresentano due terzi del totale di bilancio. Gli utili dell'istituto guidato da Visco andranno principalmente a due tipi di realtà: per la maggior parte al Tesoro, che incasserà un assegno di 5,71 miliardi (il 91,5% del totale). Il resto andrà in parte alle società che hanno una partecipazione nel capitale di Bankitalia: banche, casse di previdenza e assicurazioni. I partecipanti al capitale riceveranno dividendi per 227 milioni di euro. Complessivamente i dividendi assegnati sono stabili a 340 milioni ma, tenuto conto che le quote superiori al 3% non godono di diritti economici, 113 milioni sono stati assegnati alla riserva ordinaria. Dal bilancio di Via Nazionale emerge anche che a fine 2018 Bankitalia deteneva titoli di Stato per 320 miliardi mentre il valore delle riserve auree si è attestato a 88 miliardi, 3 in più rispetto al 2017. I partecipanti al capitale di Bankitalia non hanno alcun diritto sulle riserve auree e valutarie della Banca d'Italia, la cui detenzione e gestione costituisce uno dei compiti fondamentali assegnati alle Banche centrali dal trattato sul funzionamento dell'Ue. Il 2018 è stato anche l'anno in cui sono state tagliate alcune uscite. Via Nazionale ha diminuito del 2,5% i costi operativi «soprattutto per le minori indennità di fine rapporto erogate nell'anno e alla diminuzione degli accantonamenti legati all'uscita dei dipendenti», ha detto ieri Visco, secondo cui le spese per il personale in servizio e in quiescenza si sono ridotte di 54 milioni rispetto al 2017. Alla fine del 2018 il numero dei dipendenti era inferiore alle 6.700 unità, 1.000 in meno rispetto a dieci anni fa. Il capitale di Banca d'Italia in mano agli istituti di credito è sceso nel corso del 2018 da 195.360 a 187.920 quote. Al contrario sono salite le azioni in mano alle fondazioni bancarie e agli enti di previdenza. Il 62,64% del capitale è detenuto dalle banche, il 7,5% da assicurazioni, il 20,99% da enti e istituti di previdenza, il 3,29% da fondi pensione e il 5,58% da fondazioni bancarie. Visco ieri ha però voluto ricordare l'indipendenza dell'istituto che guida rispetto alla Bce. «In base ai trattati sottoscritti dall'Italia e dagli altri Stati membri dell'Ue, i componenti» di Bankitalia, ha detto, «non possono sollecitare o accettare istruzioni né da organismi pubblici, nazionali o europei, né da soggetti privati», ha concluso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-colle-da-il-via-libera-alla-commissione-banche-ma-pianta-i-suoi-paletti-2633174066.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="battaglia-su-paragone-presidente" data-post-id="2633174066" data-published-at="1773574294" data-use-pagination="False"> Battaglia su Paragone presidente Il Quirinale ha promulgato ieri la legge che istituisce la commissione parlamentare d'inchiesta sulle banche. Quanto all'iter che porterà all'apertura dei lavori della nuova commissione, lunedì il provvedimento sarà pubblicato in Gazzetta ufficiale, ma bisognerà attendere i 15 giorni di vacatio legis affinché entri in vigore. In quel lasso di tempo le due Camere chiederanno ai gruppi parlamentari di designare i 20 senatori e i 20 deputati che ne faranno parte, e solo quando ci sarà l'elenco definitivo si potrà fissare la seduta di istituzione. I componenti non potranno aver avuto precedenti incarichi con gli enti creditizi e le imprese di investimento oggetto dell'inchiesta e saranno vincolati al segreto. Il candidato del M5s alla guida della commissione è Gianluigi Paragone, ma su questo nome non sono pochi i veti, a partire da quello della Lega, che teme che quest'organo possa essere usato come una clava su Bankitalia. Rumor parlano del disappunto anche del premier Giuseppe Conte. Nella scorsa legislatura, dicono alla Verità fonti del Pd, il duo Matteo Renzi-Matteo Orfini «voleva usare la commissione banche come eventuale manganello elettorale». Ricordiamo che nella scorsa legislatura alla fine fu nominato presidente Pier Ferdinando Casini. A proposito dei compiti, la commissione potrà analizzare i profili di gestione degli enti creditizi, le condizioni per l'istituzione di una Procura nazionale per i reati bancari, la normativa in materia di conflitto d'interesse delle autorità di vigilanza, il recepimento e l'applicazione agli istituti di credito cooperativo della disciplina europea in materia di vigilanza e requisiti prudenziali. Ma non è finita qui. La commissione dovrà anche occuparsi delle agenzie di rating, dei sistemi di informazione creditizia, dell'utilizzo degli strumenti derivati da parte degli enti pubblici, il debito pubblico, le fondazioni bancarie e le norme sulla tutela del risparmio. A essa non potrà essere opposto il segreto d'ufficio né il segreto professionale o quello bancario. La commissione dovrà presentare ogni anno una relazione sui risultati dell'inchiesta ed eventuali proposte di modifica delle materie oggetto di essa. Il presidente della commissione trasmetterà alle Camere, dopo sei mesi dalla costituzione della commissione stessa, una relazione sullo stato dei lavori. Ieri non sono mancate le reazioni, soprattutto dopo la lettera di Mattarella. «Questo governo vuole usare la commissione come una clava contro le banche», ha detto la capogruppo di Forza Italia Mariastella Gelmini. Soddisfatto, invece, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Stefano Buffagni (M5S): «Vogliamo andare fino in fondo per fare ordine e pulizia nel rispetto degli impegni presi con i cittadini». La storia delle commissioni d'inchiesta è controversa. C'è chi le ama e chi le odia, ce ne sono alcune, come quella Antimafia (nata negli anni Sessanta) e quella sui traffici illeciti di rifiuti (nata negli anni Novanta), che vengono sempre ricostituite e durano l'intera legislatura. Altre, come quella sulle stragi, che è stata costituita negli anni ottanta e poi di nuovo nella scorsa legislatura, che sono scomparse. «Una commissione può durare c50 anni o solo uno, ma non è da questo che dipende la sua efficacia», spiega una fonte parlamentare riservata della Verità. «Ad esempio nella scorsa legislatura è stata istituita per la terza volta la commissione sull'uranio impoverito nella armi dei militari, che ha portato a scoperte importanti». Allora cosa non va in questi organismi? «Credo sia bene ricordare che le commissioni d'inchiesta, regolate dall'articolo 82 della Costituzione, non hanno solo gli stessi poteri dell'autorità giudiziaria, ma anche gli stessi limiti». Dunque, «più l'oggetto dell'inchiesta è ampio e generico, più è facile che l'organismo faccia flop». Tra le commissioni famose ricordiamo quella sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin e quella sul caso Moro. Come riporta Openpolis, nella precedente legislatura sono state create 15 commissioni d'inchiesta, ma non tutte sono state costituite, come è successo a quella sulla ricostruzione dell'Aquila.
Pietrangelo Buttafuoco (Ansa)
Ora però vediamo di non perdere di vista la situazione più generale e non sacrificare gli interessi nazionali sull’altare dell’Europa. L’opinione pubblica non ha più alcuna intenzione di veder indebolito ulteriormente il proprio potere d’acquisto: il caro petrolio non è soltanto lo sciacallaggio di alcuni alla pompa di benzina ma è pure l’incremento dei prezzi nei prodotti che mettiamo nel carrello della spesa.
Se l’America ha deciso di allargare le maglie verso la Russia rispetto alle sanzioni energetiche, non si capisce l’intransigenza europea nel tenerle strette. Non credo che l’Europa sia nelle condizioni di giocare una partita energetica con la forza negoziale degli States, quindi invitiamo il governo italiano a differenziarsi rispetto alla strategia di Bruxelles. Di sicuro l’atteggiamento ostile che il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha verso il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco non ci fanno ben sperare. La Biennale parla un linguaggio che è «oltre» la politica, è un ponte o se volete un by-pass che la politica usa per negoziare con registri differenti.
Se dall’inizio della guerra in Medio Oriente la Russia ha incassato 150 milioni di dollari in più al giorno dalla vendita di petrolio, non possiamo non considerare il peso del petrolio sugli scenari globali (alla faccia delle rivoluzioni green della Ue). Non so cosa vogliano fare a Bruxelles, ma so cosa vorrei che facesse questo governo di centrodestra: fare gli interessi degli italiani! Ecco perché lascerei perdere sbandamenti del tipo «Non diamo vantaggi a Putin»: se la Russia racimola poco meno di due miliardi nel giro di 14 giorni, è evidente che non ha bisogno di noi. Al limite siamo noi che tra poco faremo i conti con l’ammutinamento degli italiani spazientiti.
Ora, il ministro Giuli può anche giocare a indignarsi ma qui il gioco non regge: prima dell’attacco all’Iran e dopo l’invasione russa in Ucraina, fior di multinazionali (americane ed europee, anche italiane) non hanno mai smesso di operare sul mercato russo, lo sa? E hanno generato circa 41,4 miliardi di dollari di tasse versate all’erario russo tra il 2022 e il 2023, cioè una cifra equivalente a circa un terzo dell’intero bilancio militare della Russia per il 2025? Se volete qualche nome eccolo: la britannica Unilever, le francesi Total, Auchan, Leroy Merlin. Nell’elenco non mancano le italiane Ferrero, Barilla, Fenzi e Calzedonia tanto per fare qualche nome. Fanno bene? Assolutamente sì e infatti nessuno si sognerebbe di puntare l’indice contro di loro. A voler essere precisi - caro Giuli - quando si parlò di usare gli asset finanziari russi congelati in Belgio per finanziare la resistenza ucraina, il nostro presidente del Consiglio si oppose anche per difendere le aziende italiane in Russia. Ma andiamo oltre, facciamo sempre parlare i numeri, invece di una retorica che francamente mi ha anche stancato. Ebbene i numeri dicono che, a fronte dei vari pacchetti di sanzioni, l’Europa compra ancora direttamente o indirettamente energia da Mosca. Prendo per buono ciò che ha scritto Mattia Feltri pochi giorni fa sulla Stampa a proposito dell’acquisto europeo di gas russo, alla faccia dei venti pacchetti: «Dal nemico irriducibile, secondo logica, non dovremmo più acquistare nemmeno un barattolo di caviale da un triennio. E invece va così. Ma restate seduti perché non è finita. Tutto il gas naturale liquefatto estratto a febbraio nella penisola russa di Yamal è stato trasportato nei terminali dell’Unione europea. Non un po’, non tanto: tutto. Un milione e mezzo di tonnellate. E, già a gennaio, proprio tutto no, ma il 93 per cento ce lo eravamo accaparrati. E cioè: si è stabilito di non comprare più gas dalla Russia? Bene, nel frattempo compriamone più che si può». Non vi basta? Ecco cosa scriveva Federico Fubini qualche tempo fa sul Corriere della Sera: «Lo stretto fra la Danimarca e la Svezia in entrata e uscita dal Baltico misura appena quattro chilometri nel suo punto più stretto, tutto in acque della Nato e dell’Unione europea e dunque in teoria è controllato dalle organizzazioni più ricche e potenti che la storia abbia mai visto. Eppure continuiamo a far passare esportazioni di petrolio russo per decine di miliardi di euro all’anno: l’equivalente di quanto stiamo pagando ogni anno per cercare di difendere l’Ucraina dall’aggressione della Russia stessa, finanziata con quei fondi. […] Il risultato è che l’export di greggio e prodotti petroliferi, con cui Mosca sostiene la guerra, in volume sta aumentando: 21 milioni di tonnellate di export in gennaio scorso, 22 milioni in agosto, 23 a settembre e probabilmente ancora di più ottobre. La chiave è nel Mar Baltico». Prima dell’attacco americano e israeliano in Iran e prima della scelta Usa di allentare le sanzioni.
A fronte di questi dati vogliamo ancora giocare a fare i duri e puri con Buttafuoco, il quale almeno ha il merito di giocare a carte scoperte in nome del dialogo culturale?
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I più pacati scandivano «governo Meloni dimissioni» o «cacciamo il governo dei fascisti guerrafondai», esibendo striscioni sui quali avvertono: «Non ci arruoliamo». Poi a comando saltellavano, intonando «chi non salta è un fascista», sulle note di Bella ciao, cercando goffamente di fare il verso alla premier che saltava con il ministro degli esteri, Antonio Tajani, lo scorso novembre in chiusura dell’intervento al comizio dei big del centrodestra a Napoli, mentre la folla intonava «Chi non salta comunista è».
Ma la violenza che percorre manifestazioni come quella del Comitato No sociale, ieri a Roma, dove ai presunti pacifisti si mescola ogni genere di attivisti avvolti in kefiah e sventolando pure la bandiera di Hezbollah, ha portato subito a bruciare con fumogeni due immagini. La prima, che raffigurava il presidente del Consiglio mentre teneva a guinzaglio e con la museruola il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, recava la scritta «No al vostro referendum».
Sulla seconda fotografia, con la stretta di mano tra Meloni e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, era scritto: «No al vostro genocidio, 75.000 civili uccisi, 2 milioni di sfollati». I manifestanti saranno denunciati per vilipendio delle istituzioni, anche attraverso l’analisi delle immagini registrate dalla Scientifica.
In piazza a Roma, Milano e Torino c’era un po’ di tutto, da Potere al popolo a collettivi studenteschi come Osa e Cambiare Rotta; da Movimento migranti e rifugiati di Napoli a No Ponte Calabria; da Global movement to Gaza a Unione democratica arabo palestinese; da Moschea Omar a Emilia por Cuba passando per Strasaffica e via con le sigle che fremono per avere visibilità. Tra i cartelli, «Giù le mani dall’Iran», «Nessuna base, nessun soldato. Fuori l’Italia dalla Nato» e anche «No al colonialismo». Dimostranti hanno esibito uno striscione con scritto «Contro le aggressioni imperialiste. Difendere Cuba socialista». L’Associazione nazionale magistrati è intervenuta sulla violenza di quelle fotografie strappate e del messaggio devastante che gesti simili vogliono trasmettere. «Esprimiamo la nostra solidarietà alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro della Giustizia Carlo Nordio per quanto accaduto al corteo di Roma. Il nostro invito ad abbassare i toni nel corso di questa campagna referendaria è sempre valso e sempre varrà per chiunque e a prescindere dai propri orientamenti personali e collettivi», ha fatto sapere.
Solidarietà è stata espressa dal presidente del Comitato Giusto dire No, Enrico Grosso. «Pensare che bruciare le immagini di Nordio e Meloni sia un atto che contenga un qualche senso è quanto di più distante dal nostro modo di intendere questa campagna referendaria», ha detto. Ed è stato costretto a pronunciare parole di condanna anche Giuseppe Conte, presidente M5s: «Questo governo deve andare a casa con la forza delle idee e della democrazia, non a colpi di odio e violenza. Mancano una manciata di giorni all’appuntamento del referendum, a chi scende in piazza oggi (ieri per chi legge, ndr) e nei prossimi giorni dico: continuiamo a spiegare e ribadire le ragioni del No democraticamente». Ringrazio di cuore chi ha manifestato la sua solidarietà, in particolare il presidente del Comitato per il No, Enrico Grosso, e l’Anm. Auspico anche io che nei prossimi giorni il dibattito si mantenga nei termini indicati da Sergio Mattarella, con pacatezza e lealtà, sui reali contenuti. Naturalmente questi eccessi aggressivi, lungi dall’intimorirmi, mi sollecitano a proseguire con sempre maggior determinazione e vigore», ha dichiarato Nordio.
Il corteo romano, partito da piazza della Repubblica, si era concluso a piazza San Giovanni dove zainetti rosa e fagotti bianchi cosparsi di petali volevano ricordare le 175 bambine della scuola elementare Shajareh Tayyebeh in Iran, uccise da un missile americano nel primo giorno di bombardamenti. Manifestazioni che si dichiarano contro la violenza, eppure la fanno entrare. Come è accaduto ieri a Milano, dove alcuni manifestanti hanno bruciato una bandiera di Israele lungo un corteo partito dall’Arco della Pace con lo slogan «Contro guerra imperialista e sionismo». Promosso da realtà antagoniste nell’ambito della tre giorni di eventi per ricordare Davide Cesare, «Dax», ucciso nel 2003 da militanti di estrema destra, è stato il pretesto per occupare ancora una volta il Palasharp. Anche a Torino, nel corteo regionale per la Palestina, sotto una pioggia battente è stata bruciata la bandiera di Israele.
Ieri Meloni ha rilanciato sui social un video in cui il costituzionalista (ed ex parlamentare del Pd) Stefano Ceccanti spiega le ragioni del Sì al referendum. «Il professor Ceccanti, sicuramente non tacciabile di essere un mio sostenitore o elettore, spiega in pochi secondi perché votare Sì al referendum. Un invito ad andare oltre appartenenze politiche e contrapposizioni ideologiche, guardando semplicemente al merito del quesito».
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E perché avvistamenti satellitari, analoghi a quelli riportati adesso da Afp, erano stati registrati già l’11 gennaio e il 25 dicembre scorsi, senza contare che precedenti del genere si susseguono ormai da anni? La risposta è inquietante: gli esperti ritengono che si tratti di azioni coordinate, parte dei preparativi del regime di Pechino in vista di una crisi o di un conflitto regionale.
Le imbarcazioni civili formerebbero una milizia marittima, con diversi potenziali impieghi. Ad esempio, si prestano a costituire una muraglia galleggiante per rallentare o bloccare le rotte commerciali e complicare il passaggio delle navi militari. Non trattandosi di mezzi bellici veri e propri, per un nemico sarebbe problematico attaccarli. I pescatori sarebbero, in sostanza, uno scudo umano. Lo sciame potrebbe anche funzionare alla stregua di una rete di intelligence distribuita. Oppure, potrebbe fungere da base per rifornimenti di altri natanti, per il recupero di equipaggi e velivoli senza pilota, per la distribuzione di sensori e per il trasporto di strumentazioni. Ancora: la flotta potrebbe rafforzare eventuali rivendicazioni territoriali, assicurando una presenza permanente in alcune aree contese. Non mancano i precedenti: le autorità già pagano gli armatori per stazionare almeno 280 giorni alle isole Spratly, reclamate dal Dragone, dal Vietnam, dalle Filippine, da Taiwan, dalla Malesia e dal Brunei.
L’esercitazione, considerate le tempistiche, non è direttamente collegata alla guerra in Iran. Ma i dirigenti cinesi stanno di certo studiando con attenzione quello che accade in Medio Oriente. Sia perché hanno bisogno dei barili di petrolio; sia perché le difficoltà degli americani, finora incapaci di garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, lasciano supporre che, per la Marina statunitense, sarebbe pressoché impossibile opporsi a un atto di forza di Xi Jinping nel Mar Cinese meridionale e orientale. Questo rimette in discussione l’indipendenza di Taiwan e persino la sicurezza degli alleati dell’Occidente nell’Indo-Pacifico.
Al Politburo non sarà passata inosservata la notizia dello spostamento, dalle acque nipponiche al teatro bellico mediorientale, di una nave d’assalto americana, insieme a 2.000 marines. La redistribuzione degli assetti ha preoccupato le potenze asiatiche vicine agli Stati Uniti, anche alla luce delle indiscrezioni di stampa, secondo cui la Casa Bianca sarebbe intenzionata a trasferire alcuni componenti del sistema di difesa missilistica Thaad, attualmente situati in Corea del Sud, che ha necessità di proteggersi da Pyongyang. Si andrebbe ben oltre il grado di disimpegno che caldeggiano i prudentissimi esponenti della scuola del realismo difensivo: tre mesi fa, era uscito l’ultimo saggio di Charles L. Glaser, Retrench, defend, compete, che suggeriva di mollare Taipei per minimizzare il pericolo di uno scontro con il Dragone, ma al contempo prescriveva di confermare il sostegno Usa agli altri Paesi filoamericani della regione. Xi non morirà dalla voglia di aprire un altro vaso di Pandora. Ma il regime deve aver annotato tutti i segnali di debolezza dell’«Armada» a stelle e strisce, che pretende di aver «annientato il 100% delle capacità militari dell’Iran», come ha detto Donald Trump ieri, eppure non ha impedito a Teheran di interdire Hormuz. Si capisce come mai il presidente abbia invocato esplicitamente l’intervento dei cinesi, al fianco di Parigi, Tokyo, Seul e Londra, in un’ipotetica missione per liberare lo Stretto. Un tentativo di mettere in imbarazzo politico i rivali.
La partita che si gioca attorno al petrolio è molto complessa. Alcune immagini circolate in Rete mostrano code di vetture ai distributori nelle metropoli cinesi: gli automobilisti starebbero facendo incetta di carburante, in prospettiva di ulteriori aumenti dei prezzi. Si era appreso, nei giorni scorsi, che la Cina aveva provato a negoziare con gli ayatollah il passaggio del greggio. Poi è spuntata una nuova ipotesi: l’Iran sarebbe disponibile a lasciar transitare le petroliere, purché gli scambi siano condotti in yuan. Stando a quanto riferito dal South China Morning Post, il Paese asiatico rimane cauto, se non scettico: «Benché il piano possa simbolicamente promuovere l’uso della valuta cinese», ha scritto il quotidiano, «la sua attuazione fronteggerebbe sfide di sicurezza e fattibilità e potrebbe provocare strappi nelle relazioni Cina-Usa». Relazioni alle quali, evidentemente, il Partito tiene ancora. Specie alla vigilia dell’incontro tra il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, e il vicepremier di Pechino, He Lifeng. E in attesa del bilaterale Trump-Xi, previsto ad aprile. Un faccia a faccia decisivo per risolvere la disputa sui dazi. Anche se l’America, a questo punto, potrebbe arrivarci con le armi spuntate. In tutti i sensi.
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