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2019-03-30
Il Colle dà il via libera alla commissione banche ma pianta i suoi paletti
Ansa
I lettori più attenti immaginano facilmente cosa possa essere accaduto quando i tre giornaloni mainstream escono nello stesso giorno con tre titoli fotocopia, in una sorta di parto trigemellare: escludendo l'ipotesi della telepatia tra direttori e caporedattori delle diverse testate, c'è da immaginare che voci e veline abbiano incoraggiato e indirizzato il coretto mediatico.
E così dev'essere successo ieri mattina. Corriere della Sera: «Banche, i timori del Quirinale. Sergio Mattarella, perplesso sui poteri della commissione d'inchiesta, chiama i presidenti delle Camere. Ignazio Visco sale al Colle: Bankitalia indipendente». La Stampa: «Commissione banche, l'allarme del Quirinale: rischi per il sistema. I rilievi del Colle sulla legge istitutiva: troppi poteri». Repubblica: «L'alt di Mattarella. Forti dubbi del Colle sulla legge che istituisce la commissione».
E, a corredo dei titoloni, articoli e approfondimenti perfettamente sincronizzati gli uni con gli altri (un'altra coincidenza?). Federico Fubini sul Corrierone: «Il capo dello Stato non è contrario alla commissione, ma trova strano che il suo mandato sia così ampio. […] Il Quirinale vuole evitare che una commissione con un mandato così vasto si trasformi in un sistema di pressione su Via Nazionale». Retroscena di Repubblica: «Il presidente Mattarella non ha ancora deciso se firmare la legge. Il Quirinale è perplesso. […] Vuole che la Banca d'Italia sia messa a riparo da ogni governo». Stessa musica nel retroscena della Stampa, che, con ammirevole senso dell'umorismo, spiega che «lassù», cioè al Quirinale, «le bocche sono particolarmente cucite». Sarà: forse - sorridiamo anche noi - si faranno capire a gesti. E infatti ecco la stessa indicazione: «La legge conferisce poteri estesi e fa temere conflitti tra organi dello Stato. Mattarella non avrebbe ricevuto garanzie».
Sono bastate poche ore (metà mattina di ieri) e si è materializzato ciò che quei titoli avevano fatto presagire. Mattarella ha sì promulgato la legge istitutiva della commissione, ma ha accompagnato la firma con una lettera di precisazioni. Il solito coretto mediatico (stavolta sulle edizioni online dei giornaloni) ha subito rispolverato un grande classico: i «paletti» del Colle. In sostanza, Mattarella ha scritto ai presidenti delle Camere ai quali ha chiesto di vigilare sul fatto che l'organismo non sconfini.
E cos'ha messo nero su bianco Mattarella? «Non è in discussione il potere del Parlamento di istituire commissioni d'inchiesta, ma non può tuttavia passare inosservato che […] questa volta viene, tra l'altro, previsto che la commissione possa analizzare la gestione degli enti creditizi e delle imprese di investimento. Queste indicazioni, così ampie e generali, non devono poter sfociare in un controllo dell'attività creditizia». E ancora: «L'eventualità che soggetti, partecipi dell'alta funzione parlamentare ma pur sempre portatori di interessi politici, possano, anche involontariamente, condizionare, direttamente o indirettamente, le banche […] si colloca decisamente al di fuori dei criteri che ispirano le norme della Costituzione». E a seguire ampi passaggi per fare scudo a Banca d'Italia, Consob, Ivass, Covip, Bce: «Occorre evitare il rischio che il ruolo della commissione finisca con il sovrapporsi - quasi che si trattasse di un organismo ad esse sopra ordinato - all'esercizio dei compiti» propri di questi organi. «Ciò urterebbe con il loro carattere di autorità indipendenti, sancito da norme dell'ordinamento italiano e da disposizioni dell'Unione Europea, vincolanti sulla base dei relativi trattati».
Ma cos'è davvero in gioco? Perché alle mosse del Colle ha fatto seguito tanto zelo mediatico, con relativi lamenti da parte di molte opposizioni, pronte a partecipare al lutto e a snocciolare citazioni dello statuto di Bankitalia e altri articoli di vari catechismi? Ci sono almeno cinque punti da tenere d'occhio.
1 Il recente clamoroso pronunciamento della Corte di giustizia Ue, che ha accolto il ricorso contro la decisione della Commissione di Bruxelles che considerò «aiuto di Stato» l'intervento del Fondo interbancario per il salvataggio di Tercas nel 2014, ha cambiato tutto. Prima o poi, si porrà il tema di chi abbia ceduto ai diktat dell'Ue sul successivo caso delle quattro banche, innescando una sorta di assurdo bail in anticipato, che si trasformò in un bagno di sangue per gli sbancati. Perfidamente, la commissaria Ue Margrethe Vestager insiste a dire che, alla fine della fiera, a decidere fu proprio Bankitalia. È ipotizzabile che a Via Nazionale qualcuno tema che la commissione d'inchiesta possa approfondire cosa accadde? È realistico pensarlo.
2 È vero che la Banca d'Italia è un'istituzione indipendente, e tale deve rimanere. Ma non esiste un solo dizionario nel quale «indipendenza» sia tradotto con «irresponsabilità». È possibile discutere politicamente di come una funzione sia stata esercitata? Oppure siamo dinanzi a un tabù, a un articolo di fede, a una funzione «sacerdotale»?
3 Qualcuno, nella futura commissione d'inchiesta, potrebbe aver voglia di ricordare che la Banca d'Italia cantò per anni la canzone della «solidità del nostro sistema bancario», negando problemi e fragilità. La stessa sottovalutazione che ci fu, colpevolmente, anche rispetto al modo in cui si andavano costruendo segmenti di unione bancaria, da parte di un'Ue protesa a tutelare le banche francesi e tedesche e invece severissima verso quelle italiane.
4 Si può dire che, accanto alla Consob, anche Via Nazionale ha clamorosamente fallito la sua missione di vigilanza? Negli ultimi quattro anni ci sono state più di una dozzina di crisi bancarie che hanno comportato l'azzeramento totale del capitale. Si potrà mettere in discussione il buon operato di chi era chiamato a vigilare?
5 Inutile girarci intorno: al cuore del problema c'è la questione di chi presiederà la commissione d'inchiesta. È immaginabile che Colle e Via Nazionale vogliano un nome «gradito». Sarebbe bene che i grandi media raccontassero questo fatto senza troppe perifrasi e cortine fumogene.
Grazie al Qe, l’utile di Via Nazionale sale a 6,2 miliardi
Nel 2018 la Banca d'Italia ha chiuso i conti con un utile netto in forte crescita a 6,24 miliardi di euro contro i 3,9 del 2017 (l'aumento è di 2,344 miliardi rispetto al 2017).
L'utile lordo, ha spiegato ieri il governatore Ignazio Visco all'assemblea dei partecipanti, è cresciuto a 8,9 miliardi «per il miglioramento del margine di interesse che ha beneficiato dell'aumento degli interessi sui titoli di Stato acquistati per finalità di politica monetaria e del calo degli interessi negativi sul rifinanziamento».
Detto in parole povere il quantitative easing voluto dal presidente della Bce Mario Draghi è stato un grande affare per le casse di Via Nazionale. L'istituito con sede a Francoforte nello scorso anno ha continuato a comprare titoli di Stato facendo molto bene ai conti della nostra Banca centrale. Così l'utile è salito, e non poco, visto che gli attivi riconducibili a operazioni di politica monetaria rappresentano due terzi del totale di bilancio.
Gli utili dell'istituto guidato da Visco andranno principalmente a due tipi di realtà: per la maggior parte al Tesoro, che incasserà un assegno di 5,71 miliardi (il 91,5% del totale). Il resto andrà in parte alle società che hanno una partecipazione nel capitale di Bankitalia: banche, casse di previdenza e assicurazioni. I partecipanti al capitale riceveranno dividendi per 227 milioni di euro. Complessivamente i dividendi assegnati sono stabili a 340 milioni ma, tenuto conto che le quote superiori al 3% non godono di diritti economici, 113 milioni sono stati assegnati alla riserva ordinaria.
Dal bilancio di Via Nazionale emerge anche che a fine 2018 Bankitalia deteneva titoli di Stato per 320 miliardi mentre il valore delle riserve auree si è attestato a 88 miliardi, 3 in più rispetto al 2017. I partecipanti al capitale di Bankitalia non hanno alcun diritto sulle riserve auree e valutarie della Banca d'Italia, la cui detenzione e gestione costituisce uno dei compiti fondamentali assegnati alle Banche centrali dal trattato sul funzionamento dell'Ue.
Il 2018 è stato anche l'anno in cui sono state tagliate alcune uscite. Via Nazionale ha diminuito del 2,5% i costi operativi «soprattutto per le minori indennità di fine rapporto erogate nell'anno e alla diminuzione degli accantonamenti legati all'uscita dei dipendenti», ha detto ieri Visco, secondo cui le spese per il personale in servizio e in quiescenza si sono ridotte di 54 milioni rispetto al 2017. Alla fine del 2018 il numero dei dipendenti era inferiore alle 6.700 unità, 1.000 in meno rispetto a dieci anni fa.
Il capitale di Banca d'Italia in mano agli istituti di credito è sceso nel corso del 2018 da 195.360 a 187.920 quote. Al contrario sono salite le azioni in mano alle fondazioni bancarie e agli enti di previdenza. Il 62,64% del capitale è detenuto dalle banche, il 7,5% da assicurazioni, il 20,99% da enti e istituti di previdenza, il 3,29% da fondi pensione e il 5,58% da fondazioni bancarie.
Visco ieri ha però voluto ricordare l'indipendenza dell'istituto che guida rispetto alla Bce. «In base ai trattati sottoscritti dall'Italia e dagli altri Stati membri dell'Ue, i componenti» di Bankitalia, ha detto, «non possono sollecitare o accettare istruzioni né da organismi pubblici, nazionali o europei, né da soggetti privati», ha concluso.
Battaglia su Paragone presidente
Il Quirinale ha promulgato ieri la legge che istituisce la commissione parlamentare d'inchiesta sulle banche. Quanto all'iter che porterà all'apertura dei lavori della nuova commissione, lunedì il provvedimento sarà pubblicato in Gazzetta ufficiale, ma bisognerà attendere i 15 giorni di vacatio legis affinché entri in vigore. In quel lasso di tempo le due Camere chiederanno ai gruppi parlamentari di designare i 20 senatori e i 20 deputati che ne faranno parte, e solo quando ci sarà l'elenco definitivo si potrà fissare la seduta di istituzione. I componenti non potranno aver avuto precedenti incarichi con gli enti creditizi e le imprese di investimento oggetto dell'inchiesta e saranno vincolati al segreto.
Il candidato del M5s alla guida della commissione è Gianluigi Paragone, ma su questo nome non sono pochi i veti, a partire da quello della Lega, che teme che quest'organo possa essere usato come una clava su Bankitalia. Rumor parlano del disappunto anche del premier Giuseppe Conte. Nella scorsa legislatura, dicono alla Verità fonti del Pd, il duo Matteo Renzi-Matteo Orfini «voleva usare la commissione banche come eventuale manganello elettorale». Ricordiamo che nella scorsa legislatura alla fine fu nominato presidente Pier Ferdinando Casini. A proposito dei compiti, la commissione potrà analizzare i profili di gestione degli enti creditizi, le condizioni per l'istituzione di una Procura nazionale per i reati bancari, la normativa in materia di conflitto d'interesse delle autorità di vigilanza, il recepimento e l'applicazione agli istituti di credito cooperativo della disciplina europea in materia di vigilanza e requisiti prudenziali.
Ma non è finita qui. La commissione dovrà anche occuparsi delle agenzie di rating, dei sistemi di informazione creditizia, dell'utilizzo degli strumenti derivati da parte degli enti pubblici, il debito pubblico, le fondazioni bancarie e le norme sulla tutela del risparmio. A essa non potrà essere opposto il segreto d'ufficio né il segreto professionale o quello bancario. La commissione dovrà presentare ogni anno una relazione sui risultati dell'inchiesta ed eventuali proposte di modifica delle materie oggetto di essa. Il presidente della commissione trasmetterà alle Camere, dopo sei mesi dalla costituzione della commissione stessa, una relazione sullo stato dei lavori.
Ieri non sono mancate le reazioni, soprattutto dopo la lettera di Mattarella. «Questo governo vuole usare la commissione come una clava contro le banche», ha detto la capogruppo di Forza Italia Mariastella Gelmini. Soddisfatto, invece, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Stefano Buffagni (M5S): «Vogliamo andare fino in fondo per fare ordine e pulizia nel rispetto degli impegni presi con i cittadini».
La storia delle commissioni d'inchiesta è controversa. C'è chi le ama e chi le odia, ce ne sono alcune, come quella Antimafia (nata negli anni Sessanta) e quella sui traffici illeciti di rifiuti (nata negli anni Novanta), che vengono sempre ricostituite e durano l'intera legislatura. Altre, come quella sulle stragi, che è stata costituita negli anni ottanta e poi di nuovo nella scorsa legislatura, che sono scomparse. «Una commissione può durare c50 anni o solo uno, ma non è da questo che dipende la sua efficacia», spiega una fonte parlamentare riservata della Verità. «Ad esempio nella scorsa legislatura è stata istituita per la terza volta la commissione sull'uranio impoverito nella armi dei militari, che ha portato a scoperte importanti». Allora cosa non va in questi organismi? «Credo sia bene ricordare che le commissioni d'inchiesta, regolate dall'articolo 82 della Costituzione, non hanno solo gli stessi poteri dell'autorità giudiziaria, ma anche gli stessi limiti».
Dunque, «più l'oggetto dell'inchiesta è ampio e generico, più è facile che l'organismo faccia flop». Tra le commissioni famose ricordiamo quella sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin e quella sul caso Moro. Come riporta Openpolis, nella precedente legislatura sono state create 15 commissioni d'inchiesta, ma non tutte sono state costituite, come è successo a quella sulla ricostruzione dell'Aquila.
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Lettera del Quirinale per fare scudo a Bankitalia e Consob, che devono rispondere a numerose domande su bail in e fallimenti a ripetizione.Il bilancio 2018 ha chiuso in positivo: il Tesoro riceverà un dividendo di 5,7 miliardi. I costi operativi sono scesi del 2,5%.La Lega non ha ancora dato l'ok a Gianluigi Paragone come presidente della nuova commissione. Pure Giuseppe Conte sarebbe contrario. Lunedì il provvedimento sarà in «Gazzetta ufficiale» e diventerà legge in 15 giorni.Lo speciale contiene tre articoli.I lettori più attenti immaginano facilmente cosa possa essere accaduto quando i tre giornaloni mainstream escono nello stesso giorno con tre titoli fotocopia, in una sorta di parto trigemellare: escludendo l'ipotesi della telepatia tra direttori e caporedattori delle diverse testate, c'è da immaginare che voci e veline abbiano incoraggiato e indirizzato il coretto mediatico. E così dev'essere successo ieri mattina. Corriere della Sera: «Banche, i timori del Quirinale. Sergio Mattarella, perplesso sui poteri della commissione d'inchiesta, chiama i presidenti delle Camere. Ignazio Visco sale al Colle: Bankitalia indipendente». La Stampa: «Commissione banche, l'allarme del Quirinale: rischi per il sistema. I rilievi del Colle sulla legge istitutiva: troppi poteri». Repubblica: «L'alt di Mattarella. Forti dubbi del Colle sulla legge che istituisce la commissione».E, a corredo dei titoloni, articoli e approfondimenti perfettamente sincronizzati gli uni con gli altri (un'altra coincidenza?). Federico Fubini sul Corrierone: «Il capo dello Stato non è contrario alla commissione, ma trova strano che il suo mandato sia così ampio. […] Il Quirinale vuole evitare che una commissione con un mandato così vasto si trasformi in un sistema di pressione su Via Nazionale». Retroscena di Repubblica: «Il presidente Mattarella non ha ancora deciso se firmare la legge. Il Quirinale è perplesso. […] Vuole che la Banca d'Italia sia messa a riparo da ogni governo». Stessa musica nel retroscena della Stampa, che, con ammirevole senso dell'umorismo, spiega che «lassù», cioè al Quirinale, «le bocche sono particolarmente cucite». Sarà: forse - sorridiamo anche noi - si faranno capire a gesti. E infatti ecco la stessa indicazione: «La legge conferisce poteri estesi e fa temere conflitti tra organi dello Stato. Mattarella non avrebbe ricevuto garanzie».Sono bastate poche ore (metà mattina di ieri) e si è materializzato ciò che quei titoli avevano fatto presagire. Mattarella ha sì promulgato la legge istitutiva della commissione, ma ha accompagnato la firma con una lettera di precisazioni. Il solito coretto mediatico (stavolta sulle edizioni online dei giornaloni) ha subito rispolverato un grande classico: i «paletti» del Colle. In sostanza, Mattarella ha scritto ai presidenti delle Camere ai quali ha chiesto di vigilare sul fatto che l'organismo non sconfini. E cos'ha messo nero su bianco Mattarella? «Non è in discussione il potere del Parlamento di istituire commissioni d'inchiesta, ma non può tuttavia passare inosservato che […] questa volta viene, tra l'altro, previsto che la commissione possa analizzare la gestione degli enti creditizi e delle imprese di investimento. Queste indicazioni, così ampie e generali, non devono poter sfociare in un controllo dell'attività creditizia». E ancora: «L'eventualità che soggetti, partecipi dell'alta funzione parlamentare ma pur sempre portatori di interessi politici, possano, anche involontariamente, condizionare, direttamente o indirettamente, le banche […] si colloca decisamente al di fuori dei criteri che ispirano le norme della Costituzione». E a seguire ampi passaggi per fare scudo a Banca d'Italia, Consob, Ivass, Covip, Bce: «Occorre evitare il rischio che il ruolo della commissione finisca con il sovrapporsi - quasi che si trattasse di un organismo ad esse sopra ordinato - all'esercizio dei compiti» propri di questi organi. «Ciò urterebbe con il loro carattere di autorità indipendenti, sancito da norme dell'ordinamento italiano e da disposizioni dell'Unione Europea, vincolanti sulla base dei relativi trattati».Ma cos'è davvero in gioco? Perché alle mosse del Colle ha fatto seguito tanto zelo mediatico, con relativi lamenti da parte di molte opposizioni, pronte a partecipare al lutto e a snocciolare citazioni dello statuto di Bankitalia e altri articoli di vari catechismi? Ci sono almeno cinque punti da tenere d'occhio. 1 Il recente clamoroso pronunciamento della Corte di giustizia Ue, che ha accolto il ricorso contro la decisione della Commissione di Bruxelles che considerò «aiuto di Stato» l'intervento del Fondo interbancario per il salvataggio di Tercas nel 2014, ha cambiato tutto. Prima o poi, si porrà il tema di chi abbia ceduto ai diktat dell'Ue sul successivo caso delle quattro banche, innescando una sorta di assurdo bail in anticipato, che si trasformò in un bagno di sangue per gli sbancati. Perfidamente, la commissaria Ue Margrethe Vestager insiste a dire che, alla fine della fiera, a decidere fu proprio Bankitalia. È ipotizzabile che a Via Nazionale qualcuno tema che la commissione d'inchiesta possa approfondire cosa accadde? È realistico pensarlo.2 È vero che la Banca d'Italia è un'istituzione indipendente, e tale deve rimanere. Ma non esiste un solo dizionario nel quale «indipendenza» sia tradotto con «irresponsabilità». È possibile discutere politicamente di come una funzione sia stata esercitata? Oppure siamo dinanzi a un tabù, a un articolo di fede, a una funzione «sacerdotale»? 3 Qualcuno, nella futura commissione d'inchiesta, potrebbe aver voglia di ricordare che la Banca d'Italia cantò per anni la canzone della «solidità del nostro sistema bancario», negando problemi e fragilità. La stessa sottovalutazione che ci fu, colpevolmente, anche rispetto al modo in cui si andavano costruendo segmenti di unione bancaria, da parte di un'Ue protesa a tutelare le banche francesi e tedesche e invece severissima verso quelle italiane. 4 Si può dire che, accanto alla Consob, anche Via Nazionale ha clamorosamente fallito la sua missione di vigilanza? Negli ultimi quattro anni ci sono state più di una dozzina di crisi bancarie che hanno comportato l'azzeramento totale del capitale. Si potrà mettere in discussione il buon operato di chi era chiamato a vigilare? 5 Inutile girarci intorno: al cuore del problema c'è la questione di chi presiederà la commissione d'inchiesta. È immaginabile che Colle e Via Nazionale vogliano un nome «gradito». 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L'utile lordo, ha spiegato ieri il governatore Ignazio Visco all'assemblea dei partecipanti, è cresciuto a 8,9 miliardi «per il miglioramento del margine di interesse che ha beneficiato dell'aumento degli interessi sui titoli di Stato acquistati per finalità di politica monetaria e del calo degli interessi negativi sul rifinanziamento». Detto in parole povere il quantitative easing voluto dal presidente della Bce Mario Draghi è stato un grande affare per le casse di Via Nazionale. L'istituito con sede a Francoforte nello scorso anno ha continuato a comprare titoli di Stato facendo molto bene ai conti della nostra Banca centrale. Così l'utile è salito, e non poco, visto che gli attivi riconducibili a operazioni di politica monetaria rappresentano due terzi del totale di bilancio. Gli utili dell'istituto guidato da Visco andranno principalmente a due tipi di realtà: per la maggior parte al Tesoro, che incasserà un assegno di 5,71 miliardi (il 91,5% del totale). Il resto andrà in parte alle società che hanno una partecipazione nel capitale di Bankitalia: banche, casse di previdenza e assicurazioni. I partecipanti al capitale riceveranno dividendi per 227 milioni di euro. Complessivamente i dividendi assegnati sono stabili a 340 milioni ma, tenuto conto che le quote superiori al 3% non godono di diritti economici, 113 milioni sono stati assegnati alla riserva ordinaria. Dal bilancio di Via Nazionale emerge anche che a fine 2018 Bankitalia deteneva titoli di Stato per 320 miliardi mentre il valore delle riserve auree si è attestato a 88 miliardi, 3 in più rispetto al 2017. I partecipanti al capitale di Bankitalia non hanno alcun diritto sulle riserve auree e valutarie della Banca d'Italia, la cui detenzione e gestione costituisce uno dei compiti fondamentali assegnati alle Banche centrali dal trattato sul funzionamento dell'Ue. Il 2018 è stato anche l'anno in cui sono state tagliate alcune uscite. Via Nazionale ha diminuito del 2,5% i costi operativi «soprattutto per le minori indennità di fine rapporto erogate nell'anno e alla diminuzione degli accantonamenti legati all'uscita dei dipendenti», ha detto ieri Visco, secondo cui le spese per il personale in servizio e in quiescenza si sono ridotte di 54 milioni rispetto al 2017. Alla fine del 2018 il numero dei dipendenti era inferiore alle 6.700 unità, 1.000 in meno rispetto a dieci anni fa. Il capitale di Banca d'Italia in mano agli istituti di credito è sceso nel corso del 2018 da 195.360 a 187.920 quote. Al contrario sono salite le azioni in mano alle fondazioni bancarie e agli enti di previdenza. Il 62,64% del capitale è detenuto dalle banche, il 7,5% da assicurazioni, il 20,99% da enti e istituti di previdenza, il 3,29% da fondi pensione e il 5,58% da fondazioni bancarie. Visco ieri ha però voluto ricordare l'indipendenza dell'istituto che guida rispetto alla Bce. «In base ai trattati sottoscritti dall'Italia e dagli altri Stati membri dell'Ue, i componenti» di Bankitalia, ha detto, «non possono sollecitare o accettare istruzioni né da organismi pubblici, nazionali o europei, né da soggetti privati», ha concluso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-colle-da-il-via-libera-alla-commissione-banche-ma-pianta-i-suoi-paletti-2633174066.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="battaglia-su-paragone-presidente" data-post-id="2633174066" data-published-at="1780246361" data-use-pagination="False"> Battaglia su Paragone presidente Il Quirinale ha promulgato ieri la legge che istituisce la commissione parlamentare d'inchiesta sulle banche. Quanto all'iter che porterà all'apertura dei lavori della nuova commissione, lunedì il provvedimento sarà pubblicato in Gazzetta ufficiale, ma bisognerà attendere i 15 giorni di vacatio legis affinché entri in vigore. In quel lasso di tempo le due Camere chiederanno ai gruppi parlamentari di designare i 20 senatori e i 20 deputati che ne faranno parte, e solo quando ci sarà l'elenco definitivo si potrà fissare la seduta di istituzione. I componenti non potranno aver avuto precedenti incarichi con gli enti creditizi e le imprese di investimento oggetto dell'inchiesta e saranno vincolati al segreto. Il candidato del M5s alla guida della commissione è Gianluigi Paragone, ma su questo nome non sono pochi i veti, a partire da quello della Lega, che teme che quest'organo possa essere usato come una clava su Bankitalia. Rumor parlano del disappunto anche del premier Giuseppe Conte. Nella scorsa legislatura, dicono alla Verità fonti del Pd, il duo Matteo Renzi-Matteo Orfini «voleva usare la commissione banche come eventuale manganello elettorale». Ricordiamo che nella scorsa legislatura alla fine fu nominato presidente Pier Ferdinando Casini. A proposito dei compiti, la commissione potrà analizzare i profili di gestione degli enti creditizi, le condizioni per l'istituzione di una Procura nazionale per i reati bancari, la normativa in materia di conflitto d'interesse delle autorità di vigilanza, il recepimento e l'applicazione agli istituti di credito cooperativo della disciplina europea in materia di vigilanza e requisiti prudenziali. Ma non è finita qui. La commissione dovrà anche occuparsi delle agenzie di rating, dei sistemi di informazione creditizia, dell'utilizzo degli strumenti derivati da parte degli enti pubblici, il debito pubblico, le fondazioni bancarie e le norme sulla tutela del risparmio. A essa non potrà essere opposto il segreto d'ufficio né il segreto professionale o quello bancario. La commissione dovrà presentare ogni anno una relazione sui risultati dell'inchiesta ed eventuali proposte di modifica delle materie oggetto di essa. Il presidente della commissione trasmetterà alle Camere, dopo sei mesi dalla costituzione della commissione stessa, una relazione sullo stato dei lavori. Ieri non sono mancate le reazioni, soprattutto dopo la lettera di Mattarella. «Questo governo vuole usare la commissione come una clava contro le banche», ha detto la capogruppo di Forza Italia Mariastella Gelmini. Soddisfatto, invece, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Stefano Buffagni (M5S): «Vogliamo andare fino in fondo per fare ordine e pulizia nel rispetto degli impegni presi con i cittadini». La storia delle commissioni d'inchiesta è controversa. C'è chi le ama e chi le odia, ce ne sono alcune, come quella Antimafia (nata negli anni Sessanta) e quella sui traffici illeciti di rifiuti (nata negli anni Novanta), che vengono sempre ricostituite e durano l'intera legislatura. Altre, come quella sulle stragi, che è stata costituita negli anni ottanta e poi di nuovo nella scorsa legislatura, che sono scomparse. «Una commissione può durare c50 anni o solo uno, ma non è da questo che dipende la sua efficacia», spiega una fonte parlamentare riservata della Verità. «Ad esempio nella scorsa legislatura è stata istituita per la terza volta la commissione sull'uranio impoverito nella armi dei militari, che ha portato a scoperte importanti». Allora cosa non va in questi organismi? «Credo sia bene ricordare che le commissioni d'inchiesta, regolate dall'articolo 82 della Costituzione, non hanno solo gli stessi poteri dell'autorità giudiziaria, ma anche gli stessi limiti». Dunque, «più l'oggetto dell'inchiesta è ampio e generico, più è facile che l'organismo faccia flop». Tra le commissioni famose ricordiamo quella sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin e quella sul caso Moro. Come riporta Openpolis, nella precedente legislatura sono state create 15 commissioni d'inchiesta, ma non tutte sono state costituite, come è successo a quella sulla ricostruzione dell'Aquila.
iStock
Non è fantascienza: OpenAI sta lanciando uno strumento «per contribuire allo sviluppo di nuove capacità di biodifesa e di preparazione alle pandemie» sostenendo organizzazioni «dalla prevenzione e individuazione precoce, alla resilienza sociale e allo sviluppo di contromisure mediche». L’azienda fondata nel 2015, che si occupa di ricerca e sviluppo dell’Intelligenza artificiale e diventata famosa nel 2022 con ChatGPT, chatbot (programma informatico) di IA che utilizza l’elaborazione del linguaggio naturale (Pnl) per comprendere le domande degli utenti e automatizzare le risposte, generare immagini e testo, ha un nuovo programma.
Si chiama Rosalind Biodefense e offrirà il suo modello GPT-Rosalind per la ricerca nel campo delle scienze della vita a «sviluppatori di fiducia» che mettono in pratica strumenti di biodifesa. In parallelo, sta ampliando l’accesso a GPT-Rosalind ad alcuni partner del governo statunitense e dei suoi alleati, al fine di supportare missioni di sanità pubblica e di biodifesa.
In pratica, OpenAI fornirà supporto per sistemi di allerta precoce, pianificazione della risposta alle epidemie, diagnostica e sviluppo di contromisure mediche. Già accade in numerosi centri statunitensi. Il Lawrence Livermore national laboratory (Llnl), dove si lavora «al servizio della sicurezza nazionale», sta abbinando il modello GPT-Rosalind al suo lavoro di supercalcolo e simulazione per progettare e valutare contromisure mediche.
Il Johns Hopkins applied physics laboratory prevede di integrare GPT-Rosalind «in una piattaforma di ingegneria proteica che analizza enzimi mutanti per individuare terapie, contromisure e caratterizzazione delle minacce biologiche», fa sapere R&D World che fornisce contenuti a laboratori di ricerca e sviluppo di aziende, enti governativi e università di tutto il mondo.
Con il messaggio che OpenAI si sta impegnando per individuare e mitigare minacce biologiche, pandemie prima che si aggravino, si sorvola su quelle che possono essere le conseguenze di un uso improprio di misure di sicurezza, «supportando la generazione di ipotesi» formulate da macchine, ma su algoritmi di cui sono artefici gli sviluppatori e noi, le cavie.
Inoltre, non viene menzionato alcun ente regolatore specifico su questi strumenti, prima che vengano ampiamente utilizzati. Eppure, i ricercatori hanno avvertito che i modelli di Intelligenza artificiale addestrati su dati biologici potrebbero essere utilizzati impropriamente per contribuire alla progettazione di agenti patogeni pericolosi. Ma è stato soprattutto papa Leone XIV a mettere in guardia sull’uso improprio di IA.
Nell’enciclica Magnifica humanitas ha detto che le moderne Intelligenze artificiali sono «più “coltivate” che “costruite”: gli sviluppatori non ne progettano direttamente ogni dettaglio, bensì creano un’architettura sulla quale l’IA “cresce”. Di conseguenza, aspetti scientifici fondamentali - come le rappresentazioni interne e i processi computazionali di questi sistemi - rimangono al momento sconosciuti. Si manifesta pertanto l’urgenza di un duplice impegno: da un lato, un approfondimento della ricerca scientifica, dall’altro, un esercizio di discernimento morale e spirituale».
Papa Prevost lo dice chiaramente: «L’uso dell’IA non è mai un fatto puramente tecnico: quando entra in processi che incidono sulla vita delle persone, essa tocca diritti, opportunità, reputazione, libertà». Avverte del rischio, di «un’insidia meno palese, quando i sistemi di IA, presentandosi come neutrali e oggettivi, rispecchiano e rafforzano stereotipi o posizioni ideologiche di chi li ha progettati e addestrati».
Non c’è nulla di neutrale, nel dettare sistemi di allerta precoce, pianificazione della risposta alle epidemie, diagnostica e sviluppo di contromisure mediche. Ancora una volta, è il pontefice ad ammonire sul «volto inedito» del colonialismo. «Interi territori, soprattutto quelli con minore rilevanza geopolitica e maggiore fragilità strutturale, vengono al presente attraversati da una nuova logica di estrazione: quella di flussi sanitari, profili epidemiologici, mappe genetiche e dati demografici. Sono queste le nuove “terre rare” del potere: informazioni vitali che, una volta correlate, possono essere usate per addestrare modelli predittivi, guidare strategie di investimento, anticipare le crisi e soprattutto selezionare chi e che cosa conta».
OpenAI vuole supportare missioni di sanità pubblica e di biodifesa, ma occorrerà monitorare attentamente quali iniziative prenderà.
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Ylenia Zambito e Sandra Zampa (Imagoeconomica)
Né si è parlato a sufficienza delle strettissime relazioni tra il Partito democratico e la Fondazione Toscana life sciences (Tls, ente non profit di ricerca scientifica), che negli stessi mesi del gran rifiuto dei monoclonali proposti dalla multinazionale farmaceutica americana Eli Lilly, avviò la sperimentazione di un farmaco proprio a base di anticorpi monoclonali: gli stessi che si sarebbero potuti avere mesi prima gratis.
Allora, a fine febbraio 2021 (due settimane dopo l’insediamento di Mario Draghi alla presidenza del Consiglio), Invitalia guidata da Domenico Arcuri acquisì il 30 per cento del capitale di Tls Sviluppo, versando 15 milioni di euro per sperimentare un farmaco anti Covid da iniettare intramuscolo. L’erogazione era stata disposta dal ministero dello Sviluppo economico già a dicembre 2020 ed era destinata alla stessa Tls finanziata dalla Regione Toscana, da sempre a maggioranza Pd, dal Comune e dalla Provincia di Siena e dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena: l’orticello scientifico del Partito democratico, insomma, che oggi in commissione Covid con i suoi commissari - tra cui la senatrice Ylenia Zambito - dovrebbe fare luce proprio su quei farmaci rifiutati e sul conseguente spreco di fondi pubblici.
«La pandemia è stata una mangiatoia», ha dichiarato ieri Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fratelli d’Italia e membro della commissione Covid, «più scaviamo e più troviamo collegamenti con la sinistra al governo di allora. I collegamenti tra questa vicenda e ambienti legati al Partito democratico sono evidenti e la senatrice Zambito dovrebbe dimettersi, visto il gigantesco conflitto d’interessi che ha». Zambito, professore ordinario presso il dipartimento di farmacia dell’università di Pisa, dal 2001 è attiva in politica prima per i Ds, poi per il Pd: dal 2018 al 2022 è stata membro della direzione regionale del Partito democratico in Toscana, venendo poi eletta al Senato nel 2022. E in pandemia era regolarmente consultata da Sandra Zampa (Pd), allora sottosegretario alla Salute. Come docente, ha condiviso regolarmente tavoli di discussione e convegni scientifici con i referenti della Tls, spendendosi per contrastare i tagli ai fondi originariamente assegnati al Biotecnopolo di Siena e a Toscana life sciences (socio fondatore del Biotecnopolo) per la ricerca sui vaccini e sui monoclonali.
La vicenda della donazione mancata parte a ottobre 2020 quando il professor Guido Silvestri, immunologo e virologo della Emory university di Atlanta, espatriato in America da decenni e pupillo, negli anni dell’emergenza Aids, della covata di immunologi capitanata da Anthony Fauci, aveva contattato tutti i referenti scientifici e istituzionali di allora per avvisare che la Eli Lilly era disponibile a offrire all’Italia 10.000 dosi gratuite di monoclonali anti Covid Bamlanivimab. Quell’offerta, partita il 9 ottobre 2020 da Guido Silvestri, fa il giro delle istituzioni, dal ministro della Salute, Roberto Speranza (Pd), in giù: ne vengono informati Ranieri Guerra, Giovanni Rezza (ex dg della Prevenzione), Giuseppe Ippolito e Andrea Antinori (rispettivamente direttore scientifico e dirigente clinico dell’ospedale Spallanzani di Roma) fino a Nicola Magrini (dg di Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco) e Giorgio Palù, nominato presidente Aifa il 4 dicembre 2020. I monoclonali della Eli Lilly, però, non arriveranno mai: con profondo disappunto di Silvestri, che in quei giorni tenta di sensibilizzare Palù, il 22 dicembre 2020 Aifa pubblica un comunicato in cui incredibilmente smentisce di aver ricevuto proposte di cessione gratuita, si appiglia a problemi di approvazione in sede Ue ed evoca problemi di ordine etico, appellandosi alla necessità di uno «sforzo comune europeo per superare il problema».
«Secondo il governo di allora», commenta Zedda, «i monoclonali non erano utili, eppure lo Stato decideva di acquistare una parte di un’azienda farmaceutica concorrente alla Lilly». Ci sarebbero gli estremi per un danno erariale, ma il procedimento della Corte dei Conti si è nel frattempo arenato.
L’unica istituzione che sta cercando di riannodare i fili della vicenda è la commissione Covid: «Sta andando a fondo su tutti i temi», osserva il presidente Marco Lisei (Fdi), «certamente quello della donazione dei monoclonali, come d’altronde quello delle donazioni di mascherine alla Cina, è un fatto che ci ha determinato un danno erariale significativo. Gli sperperi di denaro pubblico durante la pandemia sono stati tanti e non possono trovare giustificazione, tra l’altro gli scudi erariali hanno impedito le indagini e le relative condanne della Corte dei Conti e anche questo non depone a favore del governo Conte. Dalle audizioni», ha sottolineato , «stanno emergendo tante verità poco conosciute e anche un monito su come si debba agire in futuro. Reputo molto grave la scelta di totale chiusura a qualsiasi forma di terapia, i monoclonali erano una grande occasione e si sono rivelati anche efficaci, invece allora le uniche indicazioni furono “Tachipirina e vigile attesa”». Quando sentiremo Palù e risentiremo Magrini chiederemo conto anche di questo scempio, non soltanto economico», ha promesso il presidente della commissione Covid.
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Milano, il restauro del mosaico del toro in Galleria Vittorio Emanuele (Getty Images)
C’è un’attrazione turistica, a Milano, che attira più del Duomo, della Scala, del Castello sforzesco. Questa «meraviglia» si trova in Galleria Vittorio Emanuele. È il celeberrimo mosaico del «toro rampante» che raffigura, sotto la volta in ferro e vetro dell’Ottagono, il salotto buono della città, Torino. Torpedoni di turisti passano appositamente da lì per compiere la «giravolta scaramantica» sopra i testicoli della bestia. Un rito propiziatorio eseguito una volta sola, oppure di più, a seconda della regola che si è diffusa nel gruppo di turisti. E dagli oggi, dagli domani, i poveri attributi maschili dell’animale sono scomparsi (ormai da tempo): al loro posto, i talloni di passanti e turisti hanno lasciato un piccolo cratere profondo oltre 2,5 centimetri.
In questi giorni il Comune di Milano ha transennato l’area: al povero toro bisognava ridare quello che la furia dei turisti ha tolto. Stemma recintato, via le vecchie tessere consunte, parte il restauro. Eseguito non da un professionista qualsiasi ma da Gianluca Galli. Ai più, questo nome potrebbe non dire niente. Ma ha un curriculum di tutto rispetto: ha coordinato interventi in alcune delle principali città d’arte italiane come Trento, Padova, Venezia, Firenze, Roma, Milano, Pisa, oltre a rivestire il ruolo di referente per il progetto italiano di proposta d’intervento presso il Palazzo di Peterhof, la Reggia Di Caterina, a San Pietroburgo, in Russia. Tra il 2017 e il 2018, inoltre, ha eseguito il restauro dell’intero pavimento musivo di Galleria Vittorio Emanuele, a Milano. Insomma, è di casa da quelle parti.
Dopo quasi una settimana di lavori, Marco Granelli, assessore alle Opere pubbliche e cura del territorio, ieri ha potuto postare, tutto orgoglioso, queste due frasi sui social: «E come previsto, il mosaico del toro è tornato in Galleria Vittorio Emanuele, completamente restaurato. Complimenti al nostro artigiano per il lavoro di restauro del mosaico». A corredo di tale impresa, una foto del toro senza più il cratere al posto delle parti intime. Solo che, fin da subito, centinaia di milanesi hanno fatto notare al fidato assessore di Beppe Sala un piccolo particolare: il «nuovo» toro non ha più gli attributi. Nel restauro, i testicoli più scuri che vengono schiacciati dalla piroetta di milanesi e turisti non ci sono più. In pratica, non è più un toro: in galleria c’è un bue. In tanti hanno chiesto a Granelli: «Ma dove sono finite le palle? Ma non si è accorto dell’errore?». Evidentemente no. «Tessere di colore diverso, fughe larghe e disordinate...e questo sarebbe un lavoro fatto bene?», si chiede un altro cittadino furioso. E poi ancora: «Restauro orrendo», «Rattoppo mal fatto», «Transazione di genere per il povero toro», «Sembra un maiale», «Toro transgender» e via discorrendo. I social, spesso, non perdonano.
Per ora il toro rimarrà così. E ai turisti non resta altro che immaginare dove si trovassero i testicoli per riprendere a schiacciarli. Un rito che ha una nascita incerta. Sono tre le ipotesi. La prima: il gesto nascerebbe come rito propiziatorio legato strettamente alla fecondità. Nell’Ottocento, infatti, erano soprattutto le donne a sfiorare con discrezione il mosaico per augurarsi di concepire un figlio. Con il passare dei decenni il concetto di «fertilità» si è progressivamente laicizzato e allargato alla prosperità economica. Poi c’è la tesi più in voga: calpestare le palle del toro era uno sfregio, a metà Ottocento, rivolto verso la città di Torino, in un‘epoca in cui la rivalità tra le due città era all’apice. «Secondo alcuni racconti popolari», argomenta Focus introducendo la terza ipotesi, «si trattava di un rito magico da compiere esclusivamente la notte di San Silvestro. La leggenda voleva che compiere tre giri completi su se stessi con il tallone destro, rigorosamente ad occhi chiusi e allo scoccare esatto della mezzanotte del 31 dicembre, garantisse la benevolenza della sorte».
Insomma, al toro sono cadute le palle per come è stato trattato dalla giunta Sala. Così come ai milanesi.
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Pedro Sánchez (Ansa)
Come è noto, il governo di Madrid, con un un decreto promulgato lo scorso aprile, ha deciso di estendere la cittadinanza spagnola a oltre mezzo milione di immigrati clandestini presenti nel Paese. Una scelta che doveva essere dettata da ragioni soprattutto economiche. Per lo Psoe, il partito socialista di Pedro Sánchez, e per la sinistra di Podemos, guidata da Ione Belarra, l’aumento del Pil del 2,9% nel 2025 era dovuto soprattutto al contributo degli stranieri che, col loro lavoro, non solo avevano permesso di migliorare l’economia spagnola, ma avevano anche rafforzato il sistema del welfare. Sulla carta, quindi, l’operazione del governo spagnolo era perfetta. Sulla carta, però. Perché El Confidencial ha raccolto i numeri elaborati dall’Airef, l’autorità indipendente per la responsabilità fiscale, che raccontano tutta un’altra storia rispetto a quella proposta da Sánchez. Secondo le stime, infatti, l’impatto a lungo termine di questa enorme regolarizzazione (500.000 immigrati su poco più di 860.000, quindi più della metà) sarà estremamente limitato: solo lo 0,03% del Pil. Praticamente nulla.
Più precisamente, secondo l’Airef, questa regolarizzazione di massa contribuirà con lo 0,07% del Pil in contributi durante il primo anno di attuazione, pari a circa 1,3 miliardi di euro. Questa cifra aumenterà nei primi anni successivi alla regolarizzazione, raggiungendo un picco dello 0,11% del Pil nel 2030 che, secondo le previsioni di crescita nominale dell’Airef, ammonterebbe a circa 2,3 miliardi di euro. «In media» - ha detto, durante la conferenza stampa di presentazione dei dati, il presidente dell’Airef, Inés Olóndriz -«su un periodo di tempo molto lungo, l’impatto della regolarizzazione degli immigrati è molto ridotto, nell’ordine di due cifre decimali». Quelle che noi, quando si parla di elezioni, definiremmo da prefisso telefonico.
Ma c’è di più. Perché questo scarso beneficio sul Pil potrebbe diminuire ulteriormente nei prossimi anni, come spiega sempre l’Airef: «L’impatto si attenuerà nell’arco di altri quattro anni [2034, ndr], sulla base delle precedenti regolarizzazioni».
C’è però un altro scenario possibile: quello di un ennesimo allargamento della cittadinanza nei prossimi anni. Potenzialmente, infatti, la platea potrebbe aumentare a 950.000 persone, considerando coloro che sono stati in qualche modo registrati, ma che però risultano privi di documenti, e gli altri richiedenti asilo.
Quindi, se l’economia ti smentisce perché farlo? Perché la Spagna ha anche un enorme problema demografico. Lo stesso, anzi a tratti peggiore, che è presente in tutto il mondo occidentale: non si fanno figli, se non in tarda età e i morti sono più dei nati.
Alcuni numeri: nel 2014 le nascite erano 428.000. Dieci anni dopo, nel 2024, solamente 318.000. Che, tradotto, significa circa il 25% in meno solamente in un decennio. Il tasso di fecondità in Spagna, poi, si attesta a 1,1 figli per donna, uno dei dati più bassi presente in Occidente e, soprattutto, ben lontano dai 2,1 necessari per mantenere la popolazione stabile. Continuando a mettere a confronto i numeri degli ultimi dieci anni notiamo che gli over 65 sono aumentati di oltre il 17% mentre gli over 85 sono cresciuti di circa il 35%. Da ciò deriva la grande difficoltà economica legata soprattutto al welfare. Se andiamo invece ad analizzare i numeri delle persone straniere notiamo un trend opposto. Secondo quanto raccolto dall’Istituto nazionale di statistica spagnolo, un bambino su tre è nato da una mamma nata all’estero. Negli ultimi quattro anni, poi, sono giunti nel Paese almeno 1,6 milioni di persone straniere provenienti soprattutto da Colombia, Venezuela, altri Paesi latinoamericani e Marocco. Tutti Paesi in cui il tasso di fertilità è molto più alto e che, a tendere, andranno a sostituire la popolazione locale. Che è lecito, sia chiaro. Ma ne vale davvero la pena? Non sarebbe meglio - prima di allargare le maglie della cittadinanza con pochi controlli su chi si sta accogliendo, come segnalato dagli stessi sindacati di polizia spagnola - incentivare le nascite locali? Pare proprio che la sinistra spagnola, che in questo si trova in ottima compagnia con quella italiana, stia facendo il possibile per far sì che la popolazione locale diventi una minoranza. Che forse, a quel punto, verrà finalmente tutelata.
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