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2025-02-05
Il ciclone Trump spazza l’Europa
Donald Trump (Getty Images)
A giugno 2023 Giorgia Meloni convince Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, e Mark Rutte, allora premier olandese, ad andare in Tunisia e trovare il presidente Kais Saied. L’obiettivo è inviare 150 milioni perché gestisca i flussi migratori ed eviti di giocare su troppi tavoli a discapito dell’Ue. Il viaggio fa esplodere le solite polemiche a sinistra e dentro la Commissione. Cambia poco, perché Saied chiede una seconda visita a luglio. Sembra tutto fatto. Invece a ottobre l’operazione salta. Il presidente tunisino umilia l’Ue stornando 60 milioni. E alla fine si trova un accordo pastrocchio e solo a marzo viene sbloccata la seconda tranche dei fondi.
Nota bene. Il documento firmato a luglio prevedeva l’erogazione «urgente» dei soldi. Oggi torniamo sul tema perché è l’esempio più emblematico dell’incapacità Ue di affrontare i problemi e perché è l’esatto opposto di quanto è accaduto tra Stati Uniti ed El Salvador. Il 20 gennaio Donald Trump si insedia. Firma un centinaio di ordini esecutivi. Tra questi c’è il rimpatrio dei clandestini verso il Paese di origine o verso Paesi terzi. Il 29 gennaio avvengono i primi contatti tra Marco Rubio e il presidente Nayib Bukele. Ieri accordi siglati. El Salvador accetta di riprendersi i propri clandestini, i criminali detenuti in strutture federali e pure criminali di altre nazionalità. In cambio gli Usa firmano una partnership sul nucleare e stanziano fondi per ammodernare le infrastrutture elettriche del Paese centro americano. Detto fatto. E non ci siamo soffermati sulla questione Albania e il braccio di ferro con la magistratura italiana. Sulla quale a lasciare ancor più basiti è l’intenzione dell’Ue di regolare le nuove norme sui Paesi terzi sicuri. Obiettivo che ha fissato per il 2026. Nonostante più volte i vertici di Bruxelles abbiano elogiato il tentativo italiano di trovare una soluzione fuori dai vecchi schemi. Pensate se Consiglio e Commissione si fossero dichiarati apertamente contrari. Anni per prendere una decisione che la Casa Bianca finalizza in meno di una settimana. La differenza sta qui. Per carità, nessuno vuole paragonare i due ordinamenti. Ma chi non fa queste distinzioni o alambicchi politici è il resto del mondo.
La globalizzazione è finita, ci dicono gli euroburocrati, ma vivono in una bolla convinti di non dover cambiare nulla. Così il ciclone Trump si abbatterà anche sul Vecchio Continente. Lo farà con i dazi e con il modello di riarmo dentro la Nato. Nel primo caso basta stare a osservare le diverse reazioni delle singole nazioni. La Gran Bretagna di Keir Starmer si è subito tirata fuori dall’idea di alzare un contromuro commerciale. D’altronde non è in surplus e poi dopo la Brexit non è più Ue. La Francia di Emmanuel Macron, come al solito, alza i toni. E vuole provare ad avviare una prova muscolare. La Germania è stata più cauta. Ma sembra interessata quasi solo al comparto automotive che da solo rappresenta il 18% del surplus verso gli Usa. L’Ungheria si schiera contro la Commissione e la Bce si divide. Ieri la Von der Leyen, parlando agli ambasciatori, ha spiegato di voler il dialogo con tutti gli attori globali compresa la Cina, e con gli Usa ci vuole una cooperazione molto pragmatica. «Dobbiamo diventare agili e audaci», ha aggiunto alla conferenza degli ambasciatori, «e tutelare i nostri interessi». Già. Ma quali interessi? Di chi? Ecco che di fronte a The Donald l’Ue si trova nuda. Completamente nuda. Perché alla domanda quali interessi specifici non c’è una risposta. Non c’è una traiettoria né una strategia. L’altro dossier su cui in questi giorni si sta ragionando è quello del riarmo e della Difesa comune.
Il portavoce della Commissione ieri ha indicato che mentre il quadro del Patto di stabilità riformato è chiaro, ora «stiamo attivamente studiando che cosa si può fare ulteriormente in linea» con tale quadro. Non c’è ancora una indicazione generale dettagliata, tuttavia a quanto risulta la Commissione agirà sul margine di manovra previsto nel considerare la spesa per la Difesa un fattore rilevante ai fini del calcolo del deficit/Pil che conta per considerare se un Paese rispetti o meno il Patto. Ritorna l’idea di un fondo che finanzi l’industria e anche un esercito comune.
Ciò che sembra ancora sfuggire è che senza una testa centrale e interessi comuni l’esercito non solo non serve a nulla ma finisce con l’essere dannoso. Primo, chi dichiara guerra? Secondo, un eventuale intervento - in Africa per esempio - quale fazione locale andrebbe a sostenere? Quella che fa comodo alla Francia o all’Italia? Inoltre, terzo aspetto, posto che l’idea marci, questi fondi sono scomputati dalla Nato? È chiaro che si andrebbe ad avviare un feroce contenzioso con Trump che sulle spese Nato è ancor più categorico di Joe Biden. E anche se fossimo in grado di sostenere la battaglia politicamente ci scopriremmo incapaci di armarci da soli perché a oggi il 40% abbondante degli investimenti Ue destinati alla Difesa necessita di aziende americane. Che senso ha avviare un altro contenzioso se nemmeno le nostre aziende possono beneficiarne? Ovviamente la domanda è retorica. Solo che non trova risposta. Ed è il motivo per cui Bruxelles continua a girare a vuoto sui dossier caldi. Il ciclone Trump adesso rischia di accelerare le debolezze Ue. I singoli Paesi hanno la possibilità di giocare sugli accordi bilaterali. L’Italia ne avrebbe una serie di benefici sia dentro l’Ue che al di fuori. E ci riferiamo al Piano Mattei. Si può spaccare l’Unione? Il momento è critico. Di certo così l’Ue è un cappone senza testa.
Trump rispedisce i clandestini fino in India
Marco Rubio ha portato a casa un nuovo risultato dal suo tour centroamericano. Dopo aver convinto Panama a non rinnovare l’adesione alla Belt and road initiative, il segretario di Stato americano ha reso noto di aver concluso un accordo con El Salvador: in particolare, il Paese si è offerto di ospitare nelle sue carceri non solo gli immigrati irregolari con precedenti penali espulsi dagli Stati Uniti ma anche i detenuti con cittadinanza americana. L’annuncio è arrivato dopo l’incontro intercorso tra Rubio e il presidente salvadoregno, Nayib Bukele.
«Bukele ha accettato per l’espulsione qualsiasi immigrato illegale negli Stati Uniti che sia un criminale, di qualsiasi nazionalità - che siano Ms-13 o Tren de Aragua - e di ospitarli nelle sue prigioni», ha dichiarato il segretario di Stato, per poi aggiungere: «Si è offerto di ospitare nelle sue prigioni pericolosi criminali americani in custodia nel nostro Paese, compresi quelli che sono cittadini statunitensi e residenti legali». Rubio ha anche definito l’intesa come «la più inedita e straordinaria al mondo». «Abbiamo offerto agli Stati Uniti d’America l’opportunità di esternalizzare parte del loro sistema carcerario. Siamo disposti ad accogliere solo criminali condannati (compresi cittadini statunitensi condannati) nella nostra mega-prigione (Cecot) in cambio di una tariffa. La tariffa sarebbe relativamente bassa per gli Stati Uniti ma significativa per noi, rendendo sostenibile l’intero sistema carcerario», ha dichiarato, dal canto suo, Bukele in un post su X, che è stato accolto positivamente da Elon Musk. «È una grande idea», ha infatti commentato il responsabile del Dipartimento per l’efficienza governativa.
Dopo l’annuncio, un funzionario americano ha fatto sapere alla Cbs che l’amministrazione Trump non avrebbe al momento intenzione di espellere cittadini statunitensi per portarli a El Salvador: una mossa che - ha argomentato - innescherebbe prevedibilmente dei ricorsi legali. Dal canto suo, Rubio ha comunque fatto sapere che la soluzione prospettata da Bukele potrebbe essere presa in esame da Washington. Nel frattempo, il segretario di Stato americano ha anche firmato con il governo di San Salvador un memorandum d’intesa per promuovere la cooperazione nucleare civile. Si tratta di un modo con cui l’amministrazione Trump sta cercando di contrastare l’influenza cinese su El Salvador. Ricordiamo che, ad aprile dell’anno scorso, il Paese ha avviato delle trattative per stringere un accordo di libero scambio con Pechino. Tutto questo certifica il duplice obiettivo del tour centroamericano di Rubio: rafforzamento del contrasto all’immigrazione clandestina e politiche volte ad arginare l’influenza del Dragone sull’America Latina.
In tutto questo, lunedì un funzionario statunitense ha reso noto che un aereo era partito con dei clandestini espulsi diretti in India: si tratta, secondo Reuters, del rimpatrio più lontano finora effettuato dalla nuova amministrazione americana. Dall’altra parte, a fine gennaio, il governo cinese aveva dichiarato che avrebbe accettato esclusivamente rimpatri di cittadini provenienti dalla Cina continentale. «Per quanto riguarda il rimpatrio, il principio della Cina è di verificare prima e poi rimpatriare. Accetteremo cittadini cinesi la cui provenienza dalla Cina continentale sia verificata», aveva affermato la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning. Sempre lunedì, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, si è recato in Texas, per visitare la frontiera meridionale. «Grazie al presidente Trump, questa è una nuova era al confine meridionale», ha dichiarato, promettendo la linea dura contro i cartelli della droga: cartelli che la nuova amministrazione americana ha già designato come organizzazioni terroristiche.
Prosegue intanto la linea dura contro gli immigrati clandestini in territorio statunitense. Trump sarebbe pronto a invocare l’Alien enemies act del 1798 per espellere celermente gli irregolari accusati di far parte di gang pericolose. La legge fu utilizzata l’ultima volta durante la Seconda guerra mondiale, ai tempi di Franklin D. Roosevelt, per internare cittadini non americani di origine italiana, giapponese e tedesca. Per ora, i clandestini maggiormente pericolosi saranno destinati al centro migranti di Guantanamo. La Casa Bianca ha infatti confermato che ieri è iniziato il trasferimento degli immigrati irregolari verso la struttura situata nella baia: struttura che, come raccontato in esclusiva dal responsabile delle frontiere Tom Homan su queste colonne, è in fase di ampliamento. Nel mentre, lo stesso Homan ha minacciato di perseguire il governatore dem del New Jersey, Phil Murphy, dopo che quest’ultimo aveva lasciato intendere di aver ospitato un immigrato irregolare in casa sua. Una dichiarazione sibillina che lo stesso Murphy ha cercato successivamente di smentire. Ricordiamo d’altronde che Homan ha da tempo promesso massima severità verso le cosiddette «città santuario»: quelle amministrazioni municipali, cioè, che si rifiutano di collaborare con le autorità federali in materia di contrasto all’immigrazione illegale.
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La Ue dimostra di non avere né un centro di comando né una strategia. E questo vale per il commercio come per la Difesa (in Africa, Parigi e Roma hanno obiettivi opposti). L’Italia deve puntare sul negoziato bilaterale.Riconsegnate a Nuova Delhi diverse «risorse»: è il rimpatrio più lontano finora effettuato dall’amministrazione appena insediata. El Salvador accetta di prendere in carico irregolari e pure detenuti con cittadinanza americana in cambio di cooperazione nucleare.Lo speciale contiene due articoli.A giugno 2023 Giorgia Meloni convince Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, e Mark Rutte, allora premier olandese, ad andare in Tunisia e trovare il presidente Kais Saied. L’obiettivo è inviare 150 milioni perché gestisca i flussi migratori ed eviti di giocare su troppi tavoli a discapito dell’Ue. Il viaggio fa esplodere le solite polemiche a sinistra e dentro la Commissione. Cambia poco, perché Saied chiede una seconda visita a luglio. Sembra tutto fatto. Invece a ottobre l’operazione salta. Il presidente tunisino umilia l’Ue stornando 60 milioni. E alla fine si trova un accordo pastrocchio e solo a marzo viene sbloccata la seconda tranche dei fondi. Nota bene. Il documento firmato a luglio prevedeva l’erogazione «urgente» dei soldi. Oggi torniamo sul tema perché è l’esempio più emblematico dell’incapacità Ue di affrontare i problemi e perché è l’esatto opposto di quanto è accaduto tra Stati Uniti ed El Salvador. Il 20 gennaio Donald Trump si insedia. Firma un centinaio di ordini esecutivi. Tra questi c’è il rimpatrio dei clandestini verso il Paese di origine o verso Paesi terzi. Il 29 gennaio avvengono i primi contatti tra Marco Rubio e il presidente Nayib Bukele. Ieri accordi siglati. El Salvador accetta di riprendersi i propri clandestini, i criminali detenuti in strutture federali e pure criminali di altre nazionalità. In cambio gli Usa firmano una partnership sul nucleare e stanziano fondi per ammodernare le infrastrutture elettriche del Paese centro americano. Detto fatto. E non ci siamo soffermati sulla questione Albania e il braccio di ferro con la magistratura italiana. Sulla quale a lasciare ancor più basiti è l’intenzione dell’Ue di regolare le nuove norme sui Paesi terzi sicuri. Obiettivo che ha fissato per il 2026. Nonostante più volte i vertici di Bruxelles abbiano elogiato il tentativo italiano di trovare una soluzione fuori dai vecchi schemi. Pensate se Consiglio e Commissione si fossero dichiarati apertamente contrari. Anni per prendere una decisione che la Casa Bianca finalizza in meno di una settimana. La differenza sta qui. Per carità, nessuno vuole paragonare i due ordinamenti. Ma chi non fa queste distinzioni o alambicchi politici è il resto del mondo. La globalizzazione è finita, ci dicono gli euroburocrati, ma vivono in una bolla convinti di non dover cambiare nulla. Così il ciclone Trump si abbatterà anche sul Vecchio Continente. Lo farà con i dazi e con il modello di riarmo dentro la Nato. Nel primo caso basta stare a osservare le diverse reazioni delle singole nazioni. La Gran Bretagna di Keir Starmer si è subito tirata fuori dall’idea di alzare un contromuro commerciale. D’altronde non è in surplus e poi dopo la Brexit non è più Ue. La Francia di Emmanuel Macron, come al solito, alza i toni. E vuole provare ad avviare una prova muscolare. La Germania è stata più cauta. Ma sembra interessata quasi solo al comparto automotive che da solo rappresenta il 18% del surplus verso gli Usa. L’Ungheria si schiera contro la Commissione e la Bce si divide. Ieri la Von der Leyen, parlando agli ambasciatori, ha spiegato di voler il dialogo con tutti gli attori globali compresa la Cina, e con gli Usa ci vuole una cooperazione molto pragmatica. «Dobbiamo diventare agili e audaci», ha aggiunto alla conferenza degli ambasciatori, «e tutelare i nostri interessi». Già. Ma quali interessi? Di chi? Ecco che di fronte a The Donald l’Ue si trova nuda. Completamente nuda. Perché alla domanda quali interessi specifici non c’è una risposta. Non c’è una traiettoria né una strategia. L’altro dossier su cui in questi giorni si sta ragionando è quello del riarmo e della Difesa comune. Il portavoce della Commissione ieri ha indicato che mentre il quadro del Patto di stabilità riformato è chiaro, ora «stiamo attivamente studiando che cosa si può fare ulteriormente in linea» con tale quadro. Non c’è ancora una indicazione generale dettagliata, tuttavia a quanto risulta la Commissione agirà sul margine di manovra previsto nel considerare la spesa per la Difesa un fattore rilevante ai fini del calcolo del deficit/Pil che conta per considerare se un Paese rispetti o meno il Patto. Ritorna l’idea di un fondo che finanzi l’industria e anche un esercito comune. Ciò che sembra ancora sfuggire è che senza una testa centrale e interessi comuni l’esercito non solo non serve a nulla ma finisce con l’essere dannoso. Primo, chi dichiara guerra? Secondo, un eventuale intervento - in Africa per esempio - quale fazione locale andrebbe a sostenere? Quella che fa comodo alla Francia o all’Italia? Inoltre, terzo aspetto, posto che l’idea marci, questi fondi sono scomputati dalla Nato? È chiaro che si andrebbe ad avviare un feroce contenzioso con Trump che sulle spese Nato è ancor più categorico di Joe Biden. E anche se fossimo in grado di sostenere la battaglia politicamente ci scopriremmo incapaci di armarci da soli perché a oggi il 40% abbondante degli investimenti Ue destinati alla Difesa necessita di aziende americane. Che senso ha avviare un altro contenzioso se nemmeno le nostre aziende possono beneficiarne? Ovviamente la domanda è retorica. Solo che non trova risposta. Ed è il motivo per cui Bruxelles continua a girare a vuoto sui dossier caldi. Il ciclone Trump adesso rischia di accelerare le debolezze Ue. I singoli Paesi hanno la possibilità di giocare sugli accordi bilaterali. L’Italia ne avrebbe una serie di benefici sia dentro l’Ue che al di fuori. E ci riferiamo al Piano Mattei. Si può spaccare l’Unione? Il momento è critico. Di certo così l’Ue è un cappone senza testa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-ciclone-trump-spazza-leuropa-2671092227.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="trump-rispedisce-i-clandestini-fino-in-india" data-post-id="2671092227" data-published-at="1738699462" data-use-pagination="False"> Trump rispedisce i clandestini fino in India Marco Rubio ha portato a casa un nuovo risultato dal suo tour centroamericano. Dopo aver convinto Panama a non rinnovare l’adesione alla Belt and road initiative, il segretario di Stato americano ha reso noto di aver concluso un accordo con El Salvador: in particolare, il Paese si è offerto di ospitare nelle sue carceri non solo gli immigrati irregolari con precedenti penali espulsi dagli Stati Uniti ma anche i detenuti con cittadinanza americana. L’annuncio è arrivato dopo l’incontro intercorso tra Rubio e il presidente salvadoregno, Nayib Bukele.«Bukele ha accettato per l’espulsione qualsiasi immigrato illegale negli Stati Uniti che sia un criminale, di qualsiasi nazionalità - che siano Ms-13 o Tren de Aragua - e di ospitarli nelle sue prigioni», ha dichiarato il segretario di Stato, per poi aggiungere: «Si è offerto di ospitare nelle sue prigioni pericolosi criminali americani in custodia nel nostro Paese, compresi quelli che sono cittadini statunitensi e residenti legali». Rubio ha anche definito l’intesa come «la più inedita e straordinaria al mondo». «Abbiamo offerto agli Stati Uniti d’America l’opportunità di esternalizzare parte del loro sistema carcerario. Siamo disposti ad accogliere solo criminali condannati (compresi cittadini statunitensi condannati) nella nostra mega-prigione (Cecot) in cambio di una tariffa. La tariffa sarebbe relativamente bassa per gli Stati Uniti ma significativa per noi, rendendo sostenibile l’intero sistema carcerario», ha dichiarato, dal canto suo, Bukele in un post su X, che è stato accolto positivamente da Elon Musk. «È una grande idea», ha infatti commentato il responsabile del Dipartimento per l’efficienza governativa.Dopo l’annuncio, un funzionario americano ha fatto sapere alla Cbs che l’amministrazione Trump non avrebbe al momento intenzione di espellere cittadini statunitensi per portarli a El Salvador: una mossa che - ha argomentato - innescherebbe prevedibilmente dei ricorsi legali. Dal canto suo, Rubio ha comunque fatto sapere che la soluzione prospettata da Bukele potrebbe essere presa in esame da Washington. Nel frattempo, il segretario di Stato americano ha anche firmato con il governo di San Salvador un memorandum d’intesa per promuovere la cooperazione nucleare civile. Si tratta di un modo con cui l’amministrazione Trump sta cercando di contrastare l’influenza cinese su El Salvador. Ricordiamo che, ad aprile dell’anno scorso, il Paese ha avviato delle trattative per stringere un accordo di libero scambio con Pechino. Tutto questo certifica il duplice obiettivo del tour centroamericano di Rubio: rafforzamento del contrasto all’immigrazione clandestina e politiche volte ad arginare l’influenza del Dragone sull’America Latina.In tutto questo, lunedì un funzionario statunitense ha reso noto che un aereo era partito con dei clandestini espulsi diretti in India: si tratta, secondo Reuters, del rimpatrio più lontano finora effettuato dalla nuova amministrazione americana. Dall’altra parte, a fine gennaio, il governo cinese aveva dichiarato che avrebbe accettato esclusivamente rimpatri di cittadini provenienti dalla Cina continentale. «Per quanto riguarda il rimpatrio, il principio della Cina è di verificare prima e poi rimpatriare. Accetteremo cittadini cinesi la cui provenienza dalla Cina continentale sia verificata», aveva affermato la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning. Sempre lunedì, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, si è recato in Texas, per visitare la frontiera meridionale. «Grazie al presidente Trump, questa è una nuova era al confine meridionale», ha dichiarato, promettendo la linea dura contro i cartelli della droga: cartelli che la nuova amministrazione americana ha già designato come organizzazioni terroristiche.Prosegue intanto la linea dura contro gli immigrati clandestini in territorio statunitense. Trump sarebbe pronto a invocare l’Alien enemies act del 1798 per espellere celermente gli irregolari accusati di far parte di gang pericolose. La legge fu utilizzata l’ultima volta durante la Seconda guerra mondiale, ai tempi di Franklin D. Roosevelt, per internare cittadini non americani di origine italiana, giapponese e tedesca. Per ora, i clandestini maggiormente pericolosi saranno destinati al centro migranti di Guantanamo. La Casa Bianca ha infatti confermato che ieri è iniziato il trasferimento degli immigrati irregolari verso la struttura situata nella baia: struttura che, come raccontato in esclusiva dal responsabile delle frontiere Tom Homan su queste colonne, è in fase di ampliamento. Nel mentre, lo stesso Homan ha minacciato di perseguire il governatore dem del New Jersey, Phil Murphy, dopo che quest’ultimo aveva lasciato intendere di aver ospitato un immigrato irregolare in casa sua. Una dichiarazione sibillina che lo stesso Murphy ha cercato successivamente di smentire. Ricordiamo d’altronde che Homan ha da tempo promesso massima severità verso le cosiddette «città santuario»: quelle amministrazioni municipali, cioè, che si rifiutano di collaborare con le autorità federali in materia di contrasto all’immigrazione illegale.
Papa Leone XIV (Ansa)
Ha ribadito che la dottrina sociale cattolica considera il potere non come un fine in sé, ma come un mezzo ordinato al bene comune. Egli ha precisato che la democrazia rappresenta «una delle più alte espressioni del potere legittimo» e che essa non deve essere ridotta a una «mera procedura», poiché il suo valore risiede nel riconoscimento della dignità di ogni persona e nella partecipazione attiva di ciascun cittadino al bene della collettività. Tuttavia, ha sottolineato il Papa, la democrazia «rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana». In assenza di tali fondamenti, essa rischia di degradarsi in «una tirannia della maggioranza o in una maschera del dominio delle élite economiche e tecnologiche». Queste parole confermano come il Papa, e con lui la Chiesa, intervenga nel dibattito politico non come un attore di parte, ma come un’autorità morale che indica la via della giustizia e della virtù, necessarie per evitare che la concentrazione del potere nelle mani di pochi minacci la pace e la partecipazione dei popoli.
Questa missione di testimonianza morale e spirituale è stata rappresentata anche ieri in Algeria, dove appunto si è aperto il viaggio africano che proseguirà oggi in Camerun. Ieri Leone XIV si è recato ad Annaba, l’antica Ippona, compiendo quello che è stato definito come un ritorno alle origini della sua vocazione. Come «figlio di Sant’Agostino», che fu vescovo di questa città tra il 396 e il 430, il Papa ha visitato il sito archeologico nonostante il forte maltempo. Presso le rovine della Basilica Pacis, dove Agostino esercitò il suo ministero, il Pontefice ha deposto una corona di fiori, accompagnato dai canti in latino, berbero e arabo della corale locale, incentrati sui temi della pace e della fratellanza.
Particolarmente significativo è stato l’incontro privato con le suore agostiniane missionarie a Bab El Oued. In questo popoloso comune di Algeri, il Papa ha reso omaggio alla memoria di suor Esther Paniagua e suor Caridad Álvarez Martín Alonso, martiri uccise nel 1994 durante la guerra civile. Rivolgendosi alle religiose, il Papa ha sottolineato che il martirio e la testimonianza sono dimensioni iscritte nel cuore della vita agostiniana e che la loro presenza in terra algerina è un segno prezioso. Egli ha richiamato l’eredità del Vescovo di Ippona, che ancora oggi insegna come sia «possibile vivere in pace, valorizzando le differenze» e promuovendo il rispetto per la dignità di ogni essere umano.
Infine, sempre ieri, è stata diffusa la lettera che il Papa ha inviato ai cardinali per convocare il prossimo Concistoro, fissato per il 26-27 giugno 2026. Leone ha tracciato le linee guida del lavoro che li aspetta, ponendo al centro l’esortazione Evangelii gaudium del predecessore Francesco. Il Papa chiede una missione che sia «cristocentrica e kerigmatica», capace di ricentrare l’identità cristiana sull’annuncio del cuore del Vangelo. Tra i principali punti di lavoro figurano la necessità di riformare i percorsi di iniziazione cristiana e l’urgenza di rendere la comunicazione ecclesiale, inclusa quella della Santa Sede, più chiaramente orientata alla missione.
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Carlo De Benedetti (Imasgoeconomica)
Egregi signori,vi scriviamo in nome e nell’interesse dell’ingegner Carlo De Benedetti, che ci ha incaricate di chiedervi la rettifica di alcune affermazioni non rispondenti al vero, pubblicate in data 11.4.2026 sul quotidiano La Verità nell’articolo a firma di Maurizio Belpietro, anticipato sulla prima pagina del giornale con il titolo «Il complotto Renzi-De Benedetti» e poi pubblicato, alla pagina 3, con il titolo «De Benedetti vuole cacciare Meloni e benedice il governo del presidente»; articolo pubblicato anche nella versione online del quotidiano.Nell’indicato articolo, l’ing. De Benedetti viene presentato ai lettori come «l’ex padrone di Olivetti, che piazzò vecchie telescriventi al ministero delle Poste in cambio di tangenti». Si sostiene, inoltre, che «Matteo Renzi gli spifferava notizie sulle prossime riforme, come ad esempio quella sulle banche popolari», ma la «magistratura [...]- guarda caso - nel comportamento dell’Ingegnere non riscontrò alcun reato». Il tutto corredato, sia nella versione cartacea sia nella versione online del quotidiano, da fotografie del nostro assistito.Con riguardo alle predette affermazioni, volte a gettare cattiva luce sull’ing. De Benedetti all’evidente scopo di minare la sua credibilità e delegittimare le opinioni dallo stesso espresse in occasione dell’intervista rilasciata nella trasmissione Otto e mezzo del 9 aprile 2026, si precisa che, come certamente noto al dott. Belpietro, l’ing. De Benedetti, con riferimento alla vicenda della fornitura di telescriventi alle Poste, è stato prosciolto dall’accusa di corruzione, caduta solo in parte per prescrizione. Quanto alle «notizie» che Matteo Renzi gli avrebbe fornito sulla riforma delle banche popolari, si precisa che il caso è stato archiviato sia dalla Consob che dalla Procura della Repubblica di Roma, non certo per favorire l’Ingegnere, come insinuato dal dott. Belpietro, ma in quanto è emerso che l’informazione allo stesso fornita, che si supponeva riservata, era in verità già pubblica.Quanto alla «tessera del Pd», si evidenzia che l’ing. De Benedetti non l’ha mai richiesta né ricevuta. Vi invitiamo, pertanto, a rettificare le informazioni non veritiere sopra riportate, mediante la pubblicazione della presente lettera da effettuarsi sul quotidiano La Verità, anche nella versione online, entro e non oltre il 16 aprile p.v., con evidenza pari a quella dell’articolo cui la smentita si riferisce.
Avv. Elisabetta Rubini
Avv. Alessandra Grissini
Le amnesie dell’ingegnere su tangenti, affari e Pd
Gentili Signori Avvocati, capisco che Carlo De Benedetti tenda a rimuovere una serie di fatti del passato, ma la mattina del 16 maggio del 1993 l’Ingegnere (così era chiamato) si presentò in una caserma dei carabinieri e di fronte ad Antonio Di Pietro ammise di aver pagato tangenti per una ventina di miliardi di lire, di cui 10 per fornire apparecchiature alle Poste.
La Repubblica, il giornale che aveva comprato da Eugenio Scalfari e dal principe Carlo Caracciolo e da lui trasformato in straordinario strumento per accreditarsi con la politica, titolò: «Era un clima da racket, o pagavi o non lavoravi». Un paio di giorni dopo quella confessione, De Benedetti rilasciò un’intervista al Wall Street Journal e la giornalista introdusse l’argomento dicendo che l’Ingegnere non chiedeva scusa per le tangenti pagate, ma anzi assicurava di non essere pentito per ciò che gli veniva contestato, «perché queste erano le regole del gioco negli anni Ottanta». Insomma, il grande imprenditore ammetteva tutto, ma si dichiarava vittima. Nicola Porro, in un articolo di parecchi anni fa, ricostruì i fatti, calcolando anche quanto fatturava l’Olivetti prima del «taglieggiamento» subito dall’Ingegnere e quanto invece incassò dopo. Nel 1987 Ivrea riceveva dalle Poste ordini per 2 miliardi di lire, ma l’anno dopo passò a 205 miliardi. «Quanto è valso all’Olivetti di De Benedetti sottoporsi a questo racket (pagando una tangente da 10 miliardi di lire, ndr)?» si chiese Porro: «In cinque anni, 600 miliardi di lire». Dunque, quale sarebbe l’affermazione non rispondente al vero?
Nel procedimento che una decina di anni fa lo ha opposto a Marco Tronchetti Provera fu lo stesso Ingegnere a ricordare in Aula di essersi spontaneamente presentato a Di Pietro per ammettere il pagamento di mazzette e prendersi «la responsabilità per quello che sapevo e quello che non sapevo». Nonostante ciò, De Benedetti è stato assolto e prosciolto? Trascrivo qui una cronaca del Fatto quotidiano del 2015: «De Benedetti fu coinvolto in due distinti procedimenti penali promossi dai pm di Roma per forniture sospette di macchine Olivetti alle Poste: ne uscì in un caso con l’assoluzione e nell’altro con la prescrizione». Ma che quelle telescriventi fossero state acquistate grazie a una mazzetta non è in discussione: è storia, anche se De Benedetti preferisce rimuovere la faccenda.
Quanto al resto, cioè alla riforma delle banche popolari, capisco che, come ha ammesso in Aula durante il procedimento contro Marco Tronchetti Provera, l’Ingegnere molte cose non le ricordi; tuttavia, questa è l’intercettazione tra lui e Gianluca Bolengo, il broker che all’epoca gestiva i suoi investimenti personali.
De Benedetti: «Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle Popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi… una o due settimane».
Bolengo: «Questo è molto buono perché c’è concentrazione nel settore. Ci sono troppe banche popolari. Sa, tutti citano il caso Sondrio, città di 30.000 abitanti».
De Benedetti: «Quindi volevo capire una cosa (incomprensibile) salgono le Popolari?».
Bolengo: «Sì, su questo se passa un decreto fatto bene salgono».
De Benedetti: «Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa».
Bolengo: «Se passa è buono, sarebbe da avere un basket sulle Popolari. Se vuole glielo faccio studiare, uno di quelli che potrebbe avere maggior impatto e poi però bisognerebbe coprirlo con qualche cosa».
Così l’Ingegnere guadagnò 600.000 euro senza fatica. Che altro c’è da aggiungere rispetto a quanto da me scritto? Anche per questo fatto De Benedetti è stato assolto? L’ho evidenziato. Ma l’indiscrezione sulla riforma, la telefonata al broker di fiducia dopo aver ricevuto l’informazione da Renzi e il guadagno da 600 mila euro restano. Sono fatti, che nessuna tentazione di sbianchettamento può cancellare.
E a proposito dell’operazione pulizia, ad annunciare al quotidiano di casa l’iscrizione al Pd fu lo stesso Carlo De Benedetti. Il 14 ottobre 2007, in occasione della fondazione del nuovo soggetto politico, sulla Repubblica uscì una sua intervista a Ezio Mauro, dal titolo «Il mio voto per Walter, sognando una forza riformista», in cui dichiarò: «Andrò a votare e chiederò la tessera numero uno». Si è poi pentito e non ha più voluto la tessera o quella frase gli serviva solo per accreditarsi con il nuovo partito? Non lo so, ma francamente poco mi importa e credo che, conoscendo le tendenze politiche dell’Ingegnere, poco importi anche ai lettori.
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Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Non soltanto dichiara che «ci sono servi sciocchi talmente sciocchi che poi anche i padroni li prendono in giro», ma addirittura accusa la premier di essere stata prona a Trump per quattro anni, anche se il presidente americano si è insediato a gennaio del 2025.
Giuseppe Conte, appena più misurato del suo capogruppo, a Meloni rimprovera di essere stata ambigua e dunque, ora che i nodi vengono al pettine, di pagare la mancanza di linearità. Gongola invece Matteo Renzi, che su X riporta le parole di Trump, per concludere che se questo è ciò che dice un suo alleato, figuratevi che cosa sostengono gli altri.
Insomma, avete capito che a sinistra fanno festa, nella speranza che in un futuro prossimo questo serva a fare la festa al capo del governo. Dopo aver chiesto per mesi, anzi per un anno (non per quattro come dice Ricciardi) di dichiarare guerra a Trump, adesso gli stessi sprizzano gioia perché Trump dichiara guerra a Meloni, mostrando in qualche caso perfino sorpresa. Volevano che si dissociasse e quando lo ha fatto, ecco la prevedibile reazione. Che c’è da stupirsi? Per mesi abbiamo assistito agli attacchi del presidente americano contro chiunque intralciasse la sua strada. Che fosse per una critica sui dazi o per una obiezione sulle strategie per il Medioriente e l’Ucraina, l’inquilino della Casa Bianca ha sempre reagito allo stesso modo, ovvero con una valanga di insulti. Dunque, invece di riconoscere che per un anno Meloni è stata abile a non portarci in guerra contro il capo della più importante potenza mondiale, sfruttando i fragili equilibri fra Stati Uniti e Europa anche sui temi economici, l’opposizione va all’attacco, non riuscendo a celare l’entusiasmo per un’aggressione che è contro l’Italia e gli interessi nazionali. Trump attacca la premier perché non asseconda la sua guerra contro l’Iran e la sinistra, che dice di voler fermare la guerra, ma anche che Trump è un dittatore pazzo, gode.
È il cortocircuito di partiti e leader che hanno perso i punti cardinali e navigano alla cieca, senza sapere nulla della direzione intrapresa. Nel tentativo di dare la spallata a Meloni sono pronti a usare perfino l’uomo che fino a ieri definivano uno squilibrato al comando. Ma al di là di queste miserie umane e politiche, delle contraddizioni, e tralasciando la pochezza di chi oggi si diverte a vedere insultato il capo del governo dell’Italia, resta un tema di fondo. Dichiarare guerra agli Stati Uniti non si può. E non si può neppure sposare tutte le fesserie di un’Europa che si è dimostrata inesistente anche nell’ora più buia della guerra nel Golfo. Dunque a Giorgia Meloni tocca un compito non facile e cioè trovare, dopo l’attacco di Trump, una terza via, per riuscire a mantenere relazioni con gli Stati Uniti ma senza esserne vittima, come si rende necessario individuare un rapporto con Bruxelles senza subirne le follie. Ci vorrà pazienza e serviranno capacità per non essere schiacciati né sull’America né sull’Europa. La sfida dunque è tutta italiana ed è quella che a sinistra non soltanto non sanno cogliere, ma neppure immaginano. Il loro velleitarismo infatti si esaurisce nel tentare di essere la brutta copia di Pedro Sánchez. Un parolaio rosso simile, ma più furbo, a compagni che a forza di allargare il campo hanno perso la via d’uscita.
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