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2025-02-05
Il ciclone Trump spazza l’Europa
Donald Trump (Getty Images)
A giugno 2023 Giorgia Meloni convince Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, e Mark Rutte, allora premier olandese, ad andare in Tunisia e trovare il presidente Kais Saied. L’obiettivo è inviare 150 milioni perché gestisca i flussi migratori ed eviti di giocare su troppi tavoli a discapito dell’Ue. Il viaggio fa esplodere le solite polemiche a sinistra e dentro la Commissione. Cambia poco, perché Saied chiede una seconda visita a luglio. Sembra tutto fatto. Invece a ottobre l’operazione salta. Il presidente tunisino umilia l’Ue stornando 60 milioni. E alla fine si trova un accordo pastrocchio e solo a marzo viene sbloccata la seconda tranche dei fondi.
Nota bene. Il documento firmato a luglio prevedeva l’erogazione «urgente» dei soldi. Oggi torniamo sul tema perché è l’esempio più emblematico dell’incapacità Ue di affrontare i problemi e perché è l’esatto opposto di quanto è accaduto tra Stati Uniti ed El Salvador. Il 20 gennaio Donald Trump si insedia. Firma un centinaio di ordini esecutivi. Tra questi c’è il rimpatrio dei clandestini verso il Paese di origine o verso Paesi terzi. Il 29 gennaio avvengono i primi contatti tra Marco Rubio e il presidente Nayib Bukele. Ieri accordi siglati. El Salvador accetta di riprendersi i propri clandestini, i criminali detenuti in strutture federali e pure criminali di altre nazionalità. In cambio gli Usa firmano una partnership sul nucleare e stanziano fondi per ammodernare le infrastrutture elettriche del Paese centro americano. Detto fatto. E non ci siamo soffermati sulla questione Albania e il braccio di ferro con la magistratura italiana. Sulla quale a lasciare ancor più basiti è l’intenzione dell’Ue di regolare le nuove norme sui Paesi terzi sicuri. Obiettivo che ha fissato per il 2026. Nonostante più volte i vertici di Bruxelles abbiano elogiato il tentativo italiano di trovare una soluzione fuori dai vecchi schemi. Pensate se Consiglio e Commissione si fossero dichiarati apertamente contrari. Anni per prendere una decisione che la Casa Bianca finalizza in meno di una settimana. La differenza sta qui. Per carità, nessuno vuole paragonare i due ordinamenti. Ma chi non fa queste distinzioni o alambicchi politici è il resto del mondo.
La globalizzazione è finita, ci dicono gli euroburocrati, ma vivono in una bolla convinti di non dover cambiare nulla. Così il ciclone Trump si abbatterà anche sul Vecchio Continente. Lo farà con i dazi e con il modello di riarmo dentro la Nato. Nel primo caso basta stare a osservare le diverse reazioni delle singole nazioni. La Gran Bretagna di Keir Starmer si è subito tirata fuori dall’idea di alzare un contromuro commerciale. D’altronde non è in surplus e poi dopo la Brexit non è più Ue. La Francia di Emmanuel Macron, come al solito, alza i toni. E vuole provare ad avviare una prova muscolare. La Germania è stata più cauta. Ma sembra interessata quasi solo al comparto automotive che da solo rappresenta il 18% del surplus verso gli Usa. L’Ungheria si schiera contro la Commissione e la Bce si divide. Ieri la Von der Leyen, parlando agli ambasciatori, ha spiegato di voler il dialogo con tutti gli attori globali compresa la Cina, e con gli Usa ci vuole una cooperazione molto pragmatica. «Dobbiamo diventare agili e audaci», ha aggiunto alla conferenza degli ambasciatori, «e tutelare i nostri interessi». Già. Ma quali interessi? Di chi? Ecco che di fronte a The Donald l’Ue si trova nuda. Completamente nuda. Perché alla domanda quali interessi specifici non c’è una risposta. Non c’è una traiettoria né una strategia. L’altro dossier su cui in questi giorni si sta ragionando è quello del riarmo e della Difesa comune.
Il portavoce della Commissione ieri ha indicato che mentre il quadro del Patto di stabilità riformato è chiaro, ora «stiamo attivamente studiando che cosa si può fare ulteriormente in linea» con tale quadro. Non c’è ancora una indicazione generale dettagliata, tuttavia a quanto risulta la Commissione agirà sul margine di manovra previsto nel considerare la spesa per la Difesa un fattore rilevante ai fini del calcolo del deficit/Pil che conta per considerare se un Paese rispetti o meno il Patto. Ritorna l’idea di un fondo che finanzi l’industria e anche un esercito comune.
Ciò che sembra ancora sfuggire è che senza una testa centrale e interessi comuni l’esercito non solo non serve a nulla ma finisce con l’essere dannoso. Primo, chi dichiara guerra? Secondo, un eventuale intervento - in Africa per esempio - quale fazione locale andrebbe a sostenere? Quella che fa comodo alla Francia o all’Italia? Inoltre, terzo aspetto, posto che l’idea marci, questi fondi sono scomputati dalla Nato? È chiaro che si andrebbe ad avviare un feroce contenzioso con Trump che sulle spese Nato è ancor più categorico di Joe Biden. E anche se fossimo in grado di sostenere la battaglia politicamente ci scopriremmo incapaci di armarci da soli perché a oggi il 40% abbondante degli investimenti Ue destinati alla Difesa necessita di aziende americane. Che senso ha avviare un altro contenzioso se nemmeno le nostre aziende possono beneficiarne? Ovviamente la domanda è retorica. Solo che non trova risposta. Ed è il motivo per cui Bruxelles continua a girare a vuoto sui dossier caldi. Il ciclone Trump adesso rischia di accelerare le debolezze Ue. I singoli Paesi hanno la possibilità di giocare sugli accordi bilaterali. L’Italia ne avrebbe una serie di benefici sia dentro l’Ue che al di fuori. E ci riferiamo al Piano Mattei. Si può spaccare l’Unione? Il momento è critico. Di certo così l’Ue è un cappone senza testa.
Trump rispedisce i clandestini fino in India
Marco Rubio ha portato a casa un nuovo risultato dal suo tour centroamericano. Dopo aver convinto Panama a non rinnovare l’adesione alla Belt and road initiative, il segretario di Stato americano ha reso noto di aver concluso un accordo con El Salvador: in particolare, il Paese si è offerto di ospitare nelle sue carceri non solo gli immigrati irregolari con precedenti penali espulsi dagli Stati Uniti ma anche i detenuti con cittadinanza americana. L’annuncio è arrivato dopo l’incontro intercorso tra Rubio e il presidente salvadoregno, Nayib Bukele.
«Bukele ha accettato per l’espulsione qualsiasi immigrato illegale negli Stati Uniti che sia un criminale, di qualsiasi nazionalità - che siano Ms-13 o Tren de Aragua - e di ospitarli nelle sue prigioni», ha dichiarato il segretario di Stato, per poi aggiungere: «Si è offerto di ospitare nelle sue prigioni pericolosi criminali americani in custodia nel nostro Paese, compresi quelli che sono cittadini statunitensi e residenti legali». Rubio ha anche definito l’intesa come «la più inedita e straordinaria al mondo». «Abbiamo offerto agli Stati Uniti d’America l’opportunità di esternalizzare parte del loro sistema carcerario. Siamo disposti ad accogliere solo criminali condannati (compresi cittadini statunitensi condannati) nella nostra mega-prigione (Cecot) in cambio di una tariffa. La tariffa sarebbe relativamente bassa per gli Stati Uniti ma significativa per noi, rendendo sostenibile l’intero sistema carcerario», ha dichiarato, dal canto suo, Bukele in un post su X, che è stato accolto positivamente da Elon Musk. «È una grande idea», ha infatti commentato il responsabile del Dipartimento per l’efficienza governativa.
Dopo l’annuncio, un funzionario americano ha fatto sapere alla Cbs che l’amministrazione Trump non avrebbe al momento intenzione di espellere cittadini statunitensi per portarli a El Salvador: una mossa che - ha argomentato - innescherebbe prevedibilmente dei ricorsi legali. Dal canto suo, Rubio ha comunque fatto sapere che la soluzione prospettata da Bukele potrebbe essere presa in esame da Washington. Nel frattempo, il segretario di Stato americano ha anche firmato con il governo di San Salvador un memorandum d’intesa per promuovere la cooperazione nucleare civile. Si tratta di un modo con cui l’amministrazione Trump sta cercando di contrastare l’influenza cinese su El Salvador. Ricordiamo che, ad aprile dell’anno scorso, il Paese ha avviato delle trattative per stringere un accordo di libero scambio con Pechino. Tutto questo certifica il duplice obiettivo del tour centroamericano di Rubio: rafforzamento del contrasto all’immigrazione clandestina e politiche volte ad arginare l’influenza del Dragone sull’America Latina.
In tutto questo, lunedì un funzionario statunitense ha reso noto che un aereo era partito con dei clandestini espulsi diretti in India: si tratta, secondo Reuters, del rimpatrio più lontano finora effettuato dalla nuova amministrazione americana. Dall’altra parte, a fine gennaio, il governo cinese aveva dichiarato che avrebbe accettato esclusivamente rimpatri di cittadini provenienti dalla Cina continentale. «Per quanto riguarda il rimpatrio, il principio della Cina è di verificare prima e poi rimpatriare. Accetteremo cittadini cinesi la cui provenienza dalla Cina continentale sia verificata», aveva affermato la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning. Sempre lunedì, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, si è recato in Texas, per visitare la frontiera meridionale. «Grazie al presidente Trump, questa è una nuova era al confine meridionale», ha dichiarato, promettendo la linea dura contro i cartelli della droga: cartelli che la nuova amministrazione americana ha già designato come organizzazioni terroristiche.
Prosegue intanto la linea dura contro gli immigrati clandestini in territorio statunitense. Trump sarebbe pronto a invocare l’Alien enemies act del 1798 per espellere celermente gli irregolari accusati di far parte di gang pericolose. La legge fu utilizzata l’ultima volta durante la Seconda guerra mondiale, ai tempi di Franklin D. Roosevelt, per internare cittadini non americani di origine italiana, giapponese e tedesca. Per ora, i clandestini maggiormente pericolosi saranno destinati al centro migranti di Guantanamo. La Casa Bianca ha infatti confermato che ieri è iniziato il trasferimento degli immigrati irregolari verso la struttura situata nella baia: struttura che, come raccontato in esclusiva dal responsabile delle frontiere Tom Homan su queste colonne, è in fase di ampliamento. Nel mentre, lo stesso Homan ha minacciato di perseguire il governatore dem del New Jersey, Phil Murphy, dopo che quest’ultimo aveva lasciato intendere di aver ospitato un immigrato irregolare in casa sua. Una dichiarazione sibillina che lo stesso Murphy ha cercato successivamente di smentire. Ricordiamo d’altronde che Homan ha da tempo promesso massima severità verso le cosiddette «città santuario»: quelle amministrazioni municipali, cioè, che si rifiutano di collaborare con le autorità federali in materia di contrasto all’immigrazione illegale.
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La Ue dimostra di non avere né un centro di comando né una strategia. E questo vale per il commercio come per la Difesa (in Africa, Parigi e Roma hanno obiettivi opposti). L’Italia deve puntare sul negoziato bilaterale.Riconsegnate a Nuova Delhi diverse «risorse»: è il rimpatrio più lontano finora effettuato dall’amministrazione appena insediata. El Salvador accetta di prendere in carico irregolari e pure detenuti con cittadinanza americana in cambio di cooperazione nucleare.Lo speciale contiene due articoli.A giugno 2023 Giorgia Meloni convince Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, e Mark Rutte, allora premier olandese, ad andare in Tunisia e trovare il presidente Kais Saied. L’obiettivo è inviare 150 milioni perché gestisca i flussi migratori ed eviti di giocare su troppi tavoli a discapito dell’Ue. Il viaggio fa esplodere le solite polemiche a sinistra e dentro la Commissione. Cambia poco, perché Saied chiede una seconda visita a luglio. Sembra tutto fatto. Invece a ottobre l’operazione salta. Il presidente tunisino umilia l’Ue stornando 60 milioni. E alla fine si trova un accordo pastrocchio e solo a marzo viene sbloccata la seconda tranche dei fondi. Nota bene. Il documento firmato a luglio prevedeva l’erogazione «urgente» dei soldi. Oggi torniamo sul tema perché è l’esempio più emblematico dell’incapacità Ue di affrontare i problemi e perché è l’esatto opposto di quanto è accaduto tra Stati Uniti ed El Salvador. Il 20 gennaio Donald Trump si insedia. Firma un centinaio di ordini esecutivi. Tra questi c’è il rimpatrio dei clandestini verso il Paese di origine o verso Paesi terzi. Il 29 gennaio avvengono i primi contatti tra Marco Rubio e il presidente Nayib Bukele. Ieri accordi siglati. El Salvador accetta di riprendersi i propri clandestini, i criminali detenuti in strutture federali e pure criminali di altre nazionalità. In cambio gli Usa firmano una partnership sul nucleare e stanziano fondi per ammodernare le infrastrutture elettriche del Paese centro americano. Detto fatto. E non ci siamo soffermati sulla questione Albania e il braccio di ferro con la magistratura italiana. Sulla quale a lasciare ancor più basiti è l’intenzione dell’Ue di regolare le nuove norme sui Paesi terzi sicuri. Obiettivo che ha fissato per il 2026. Nonostante più volte i vertici di Bruxelles abbiano elogiato il tentativo italiano di trovare una soluzione fuori dai vecchi schemi. Pensate se Consiglio e Commissione si fossero dichiarati apertamente contrari. Anni per prendere una decisione che la Casa Bianca finalizza in meno di una settimana. La differenza sta qui. Per carità, nessuno vuole paragonare i due ordinamenti. Ma chi non fa queste distinzioni o alambicchi politici è il resto del mondo. La globalizzazione è finita, ci dicono gli euroburocrati, ma vivono in una bolla convinti di non dover cambiare nulla. Così il ciclone Trump si abbatterà anche sul Vecchio Continente. Lo farà con i dazi e con il modello di riarmo dentro la Nato. Nel primo caso basta stare a osservare le diverse reazioni delle singole nazioni. La Gran Bretagna di Keir Starmer si è subito tirata fuori dall’idea di alzare un contromuro commerciale. D’altronde non è in surplus e poi dopo la Brexit non è più Ue. La Francia di Emmanuel Macron, come al solito, alza i toni. E vuole provare ad avviare una prova muscolare. La Germania è stata più cauta. Ma sembra interessata quasi solo al comparto automotive che da solo rappresenta il 18% del surplus verso gli Usa. L’Ungheria si schiera contro la Commissione e la Bce si divide. Ieri la Von der Leyen, parlando agli ambasciatori, ha spiegato di voler il dialogo con tutti gli attori globali compresa la Cina, e con gli Usa ci vuole una cooperazione molto pragmatica. «Dobbiamo diventare agili e audaci», ha aggiunto alla conferenza degli ambasciatori, «e tutelare i nostri interessi». Già. Ma quali interessi? Di chi? Ecco che di fronte a The Donald l’Ue si trova nuda. Completamente nuda. Perché alla domanda quali interessi specifici non c’è una risposta. Non c’è una traiettoria né una strategia. L’altro dossier su cui in questi giorni si sta ragionando è quello del riarmo e della Difesa comune. Il portavoce della Commissione ieri ha indicato che mentre il quadro del Patto di stabilità riformato è chiaro, ora «stiamo attivamente studiando che cosa si può fare ulteriormente in linea» con tale quadro. Non c’è ancora una indicazione generale dettagliata, tuttavia a quanto risulta la Commissione agirà sul margine di manovra previsto nel considerare la spesa per la Difesa un fattore rilevante ai fini del calcolo del deficit/Pil che conta per considerare se un Paese rispetti o meno il Patto. Ritorna l’idea di un fondo che finanzi l’industria e anche un esercito comune. Ciò che sembra ancora sfuggire è che senza una testa centrale e interessi comuni l’esercito non solo non serve a nulla ma finisce con l’essere dannoso. Primo, chi dichiara guerra? Secondo, un eventuale intervento - in Africa per esempio - quale fazione locale andrebbe a sostenere? Quella che fa comodo alla Francia o all’Italia? Inoltre, terzo aspetto, posto che l’idea marci, questi fondi sono scomputati dalla Nato? È chiaro che si andrebbe ad avviare un feroce contenzioso con Trump che sulle spese Nato è ancor più categorico di Joe Biden. E anche se fossimo in grado di sostenere la battaglia politicamente ci scopriremmo incapaci di armarci da soli perché a oggi il 40% abbondante degli investimenti Ue destinati alla Difesa necessita di aziende americane. Che senso ha avviare un altro contenzioso se nemmeno le nostre aziende possono beneficiarne? Ovviamente la domanda è retorica. Solo che non trova risposta. Ed è il motivo per cui Bruxelles continua a girare a vuoto sui dossier caldi. Il ciclone Trump adesso rischia di accelerare le debolezze Ue. I singoli Paesi hanno la possibilità di giocare sugli accordi bilaterali. L’Italia ne avrebbe una serie di benefici sia dentro l’Ue che al di fuori. E ci riferiamo al Piano Mattei. Si può spaccare l’Unione? Il momento è critico. Di certo così l’Ue è un cappone senza testa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-ciclone-trump-spazza-leuropa-2671092227.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="trump-rispedisce-i-clandestini-fino-in-india" data-post-id="2671092227" data-published-at="1738699462" data-use-pagination="False"> Trump rispedisce i clandestini fino in India Marco Rubio ha portato a casa un nuovo risultato dal suo tour centroamericano. Dopo aver convinto Panama a non rinnovare l’adesione alla Belt and road initiative, il segretario di Stato americano ha reso noto di aver concluso un accordo con El Salvador: in particolare, il Paese si è offerto di ospitare nelle sue carceri non solo gli immigrati irregolari con precedenti penali espulsi dagli Stati Uniti ma anche i detenuti con cittadinanza americana. L’annuncio è arrivato dopo l’incontro intercorso tra Rubio e il presidente salvadoregno, Nayib Bukele.«Bukele ha accettato per l’espulsione qualsiasi immigrato illegale negli Stati Uniti che sia un criminale, di qualsiasi nazionalità - che siano Ms-13 o Tren de Aragua - e di ospitarli nelle sue prigioni», ha dichiarato il segretario di Stato, per poi aggiungere: «Si è offerto di ospitare nelle sue prigioni pericolosi criminali americani in custodia nel nostro Paese, compresi quelli che sono cittadini statunitensi e residenti legali». Rubio ha anche definito l’intesa come «la più inedita e straordinaria al mondo». «Abbiamo offerto agli Stati Uniti d’America l’opportunità di esternalizzare parte del loro sistema carcerario. Siamo disposti ad accogliere solo criminali condannati (compresi cittadini statunitensi condannati) nella nostra mega-prigione (Cecot) in cambio di una tariffa. La tariffa sarebbe relativamente bassa per gli Stati Uniti ma significativa per noi, rendendo sostenibile l’intero sistema carcerario», ha dichiarato, dal canto suo, Bukele in un post su X, che è stato accolto positivamente da Elon Musk. «È una grande idea», ha infatti commentato il responsabile del Dipartimento per l’efficienza governativa.Dopo l’annuncio, un funzionario americano ha fatto sapere alla Cbs che l’amministrazione Trump non avrebbe al momento intenzione di espellere cittadini statunitensi per portarli a El Salvador: una mossa che - ha argomentato - innescherebbe prevedibilmente dei ricorsi legali. Dal canto suo, Rubio ha comunque fatto sapere che la soluzione prospettata da Bukele potrebbe essere presa in esame da Washington. Nel frattempo, il segretario di Stato americano ha anche firmato con il governo di San Salvador un memorandum d’intesa per promuovere la cooperazione nucleare civile. Si tratta di un modo con cui l’amministrazione Trump sta cercando di contrastare l’influenza cinese su El Salvador. Ricordiamo che, ad aprile dell’anno scorso, il Paese ha avviato delle trattative per stringere un accordo di libero scambio con Pechino. Tutto questo certifica il duplice obiettivo del tour centroamericano di Rubio: rafforzamento del contrasto all’immigrazione clandestina e politiche volte ad arginare l’influenza del Dragone sull’America Latina.In tutto questo, lunedì un funzionario statunitense ha reso noto che un aereo era partito con dei clandestini espulsi diretti in India: si tratta, secondo Reuters, del rimpatrio più lontano finora effettuato dalla nuova amministrazione americana. Dall’altra parte, a fine gennaio, il governo cinese aveva dichiarato che avrebbe accettato esclusivamente rimpatri di cittadini provenienti dalla Cina continentale. «Per quanto riguarda il rimpatrio, il principio della Cina è di verificare prima e poi rimpatriare. Accetteremo cittadini cinesi la cui provenienza dalla Cina continentale sia verificata», aveva affermato la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning. Sempre lunedì, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, si è recato in Texas, per visitare la frontiera meridionale. «Grazie al presidente Trump, questa è una nuova era al confine meridionale», ha dichiarato, promettendo la linea dura contro i cartelli della droga: cartelli che la nuova amministrazione americana ha già designato come organizzazioni terroristiche.Prosegue intanto la linea dura contro gli immigrati clandestini in territorio statunitense. Trump sarebbe pronto a invocare l’Alien enemies act del 1798 per espellere celermente gli irregolari accusati di far parte di gang pericolose. La legge fu utilizzata l’ultima volta durante la Seconda guerra mondiale, ai tempi di Franklin D. Roosevelt, per internare cittadini non americani di origine italiana, giapponese e tedesca. Per ora, i clandestini maggiormente pericolosi saranno destinati al centro migranti di Guantanamo. La Casa Bianca ha infatti confermato che ieri è iniziato il trasferimento degli immigrati irregolari verso la struttura situata nella baia: struttura che, come raccontato in esclusiva dal responsabile delle frontiere Tom Homan su queste colonne, è in fase di ampliamento. Nel mentre, lo stesso Homan ha minacciato di perseguire il governatore dem del New Jersey, Phil Murphy, dopo che quest’ultimo aveva lasciato intendere di aver ospitato un immigrato irregolare in casa sua. Una dichiarazione sibillina che lo stesso Murphy ha cercato successivamente di smentire. Ricordiamo d’altronde che Homan ha da tempo promesso massima severità verso le cosiddette «città santuario»: quelle amministrazioni municipali, cioè, che si rifiutano di collaborare con le autorità federali in materia di contrasto all’immigrazione illegale.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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